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Il 12 Ottobre ospite alla VI edizione di Passeggiate d’autore

Ringrazio l’organizzazione,  arrivederci al 12 Ottobre prossimo!!!

toscana libri

I secoli di Siena. È racchiusa in questo titolo la sesta edizione di Passeggiate d’Autore, il format ideato dal portale Toscanalibri.it, a cura dell’assessorato al turismo del Comune di Siena per la direzione artistica di Luigi Oliveto, in programma da febbraio 2019 a febbraio 2020. Si intende così partire dalle origini della città per giungere fino all’Ottocento e questo verrà fatto visitando luoghi; focalizzando temi legati a particolari momenti, figure di spicco, istituzioni della storia della città; arricchendo queste storie con la suggestione di immagini, letture, performance artistiche. VI edizione realizzata con la collaborazione di Banca Monte dei Paschi di Siena.

passeggiate d'autore 6 edizione

Il format – Le Passeggiate d’Autore sono nate allo scopo di offrire a turisti e residenti una scoperta (e riscoperta) di Siena al di là dei consueti itinerari e con un approccio che della città facesse percepire anche il sentimento, le emozioni, la cultura racchiusi nella sua storia e testimoniati da un insieme di aspetti (struttura urbanistica, arte, tradizioni, personaggi, letteratura). È così che, in cinque anni, le “passeggiate” hanno percorso una Siena inconsueta, talvolta meno nota. Una città da apprezzare non solo nelle sue evidenze, ma anche in ciò che ne costituisce l’anima. Un racconto che, grazie alle guide speciali che lo hanno condotto (studiosi, letterati, artisti, scrittori, guide cittadine) è risultato essere, appunto, un racconto d’autore.

Sabato 12 ottobre, ore 15.00
Nel tempio della conoscenza, la Biblioteca degli Intronati
Sede della Biblioteca, via Della Sapienza 3
RAFFAELE ASCHERI, ANNALISA PEZZO e MASSIMILIANO BELLAVISTA
Nel 1932 fu il podestà Fabio Bargagli Petrucci ad attribuire alla Biblioteca comunale il nome di “Intronati” in ricordo dell’omonima accademia letteraria che dal 1722 al 1802 aveva occupato gli stessi locali della Sapienza. Ma le sue origini risalgono al 1758 e al lascito di circa tremila libri che l’arcidiacono Sallustio Bandini volle fare affinché l’Università fosse dotata di una biblioteca fino allora inesistente. Le volontà testamentarie del Bandini erano quanto mai precise: il fondo librario doveva essere destinato a un uso pubblico e il curatore della biblioteca sarebbe dovuto essere il suo allievo Giuseppe Ciaccheri. Grazie alle competenze e ai buoni uffici dello stesso Ciaccheri, il materiale librario (e non solo librario, ad esempio una collezione di disegni dei “primitivi” senesi) si arricchì presto di altri lasciti. Quello di Giovanni Sansedoni (1760), della figlia di Uberto Benvoglienti che donò manoscritti e carteggi del padre. Così come la Biblioteca si arricchì (1783) di molti manoscritti provenienti da conventi e compagnie laicali dopo la soppressione di questi da parte del granduca Pietro Leopoldo. Nell’Ottocento, a seguito delle alterne vicende politiche (governo degli occupanti francesi) la Biblioteca venne chiusa e riaperta solo nel 1812. Un’altra importante acquisizione avvenne nel 1886 con il lascito del librario ed editore Giuseppe Porri, ricco di manoscritti e opere a stampa di varie epoche. La Biblioteca degli Intronati conta attualmente 650.000 pezzi distribuiti in diciotto chilometri di scaffali. Vere rarità sono conservate nei suoi armadi. Alcuni incunaboli tra i quali Il Monte Santo di Dio (1477) Dante con i disegni di Sandro Botticelli (1481). I taccuini con i disegni architettonici di Francesco di Giorgio e Giuliano da Sangallo, lettere di santa Caterina, il breviario francescano senese (sec. XV) miniato da Sano di Pietro. Quasi ovvio che un siffatto tempio del sapere e del pensiero si trovi in via della Sapienza.

 

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Nuovo sito per Stroncature.com

nuovo sito stroncature

Orgoglioso di essere tra i fondatori di questo innovativo e coraggioso sito di recensioni che in poco tempo è diventato un punto di riferimento per tanti lettori. La recensione  nella sua forma più nobile e libera, sia essa positiva o negativa, come genere letterario a sè stante è la sua mission. Il libro, valorizzato nelle sue manifestazioni più alte, curiose o inedite, il suo obiettivo.

 

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Nuovi articoli e riscontri positivi per Stroncature.com. Il nostro manifesto

stroncature

Stroncature.com sta crescendo. Molti e positivi i feedback, anche dagli stessi autori recensiti.

Stroncature produce informazioni e recensioni su testi editi e inediti. Compito di Stroncature è quello di intermediare tra i propri recensori e le case editrici, certificando l’imparzialità, e l’obiettività del processo di recensione. Il nostro Manifesto è sostanzialmente quello di riproporre l’idea di Papini delle recensione come genere letterario e racconto e a volte anche (bonaria e costruttiva) polemica, cosa che oggi, secondo noi purtroppo, si è largamente persa.

Il servizio è pensato sia per le case editrici (in via residuale per singoli autori) sia per i lettori

Stroncature produce informazioni e recensioni su testi editi e inediti. Compito di Stroncature è quello di intermediare tra i propri recensori e le case editrici, certificando l’imparzialità e l’obiettività del processo di recensione.

Cerchiamo recensori/stroncatori entusiasti!!!

L’iniziativa avrà nuovi sviluppi a partire da Settembre con una iniziativa inedita in Italia e dedicata al mondo giovanile.

 

stroncature 2

 

È uscito il nuovo: bollettino del libro (luglio 2019), l’unico bollettino indipendente italiano

Selezione ragionata delle opere edite in Italia nell’ultimo mese. Sono generalmente escluse opere di narrativa, di lirica e riedizioni.

Per suggerimenti su come poter migliorare il servizio, o anche critiche feroci è possibile scrivere a info@licosia.com

Per iscriversi https://www.licosia.com/?page_id=5946

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Under user control…

bivio

As the robot revolution approaches, companies will increasingly rely on smart machines and robots replacing functions previously performed by humans, looking for continuous optimization for both processes and workflow.

It won’t be possible anymore to simply rely on IT and CIO and considering all this stuff their own problem: assessing to which extension is necessary to introduce robotics into processes and business has far reaching consequences that will request very soon full top management commitment and engagement.

Industry 4.0/5.0 will split the value chain the way we are used to consider it right now into two flows: robot assisted processes on one side, and activities/phase where human factor will be still paramount on the other. Hoping they will converge. A new role on the organization chart is probably about to be defined: a Chief robotic officer, with responsibilities that range from implementation of robotic systems to the handling of the human workforce and the transition of tasks.

Therefore, strategic thinking will be concentrated, beyond and in addiction to the previous and “classic” issues, towards re-engineering the organizational structure and firm’s governance in order to assign to humans the right place. This means just one thing: give to people the roles that add value into the business, give to robots the rest.

But it this task that simple? Clearly not.

The common mantra is value= customer so who makes this statement very often thinks of entrepreneurial landscape ads follows: at one side a black-box, fully-automated factory and automated warehouses so efficient to make business extremely flexible and scalable, and where in future human being won’t even be allowed to get in.

At the other side a plethora of men running and striving in the “real” world, devoted to delight customers, to capture and retain customer attention. (If any customer will be still there to wait for them, because the loss of jobs will be huge, and the supposed, positive relationship between new technology and employment is probably a medium-term effect…..”whereas in the face of increasing divisions in society, with a shrinking middle class, it is important to bear in mind that developing robotics may lead to a high concentration of wealth and influence in the hands of a minority” cfr European Parliament resolution of 16 February 2017 with recommendations to the Commission on Civil Law Rules on Robotics).

Don’t know why, but this scenario makes me think about Welles and the “Time machine” dystopic novella, where the human race has evolved into two species: the ineffectual and childlike Eloi, and the become the brutal light-fearing Morlocks, that feed on the former.

Anyway, this means that we need a strategic and holistic approach, this topic isn’t any more just about technology. Many processes need to be completely re-designed.

robot 1

  • our current methodology of study and work needs to change dramatically: if we really want people to deliver value we can’t accept them being progressively more and more tilted towards mere software usage and less and less focused into understanding topics, fundamentals, briefly the “whole picture”. Otherwise, even the interaction firm/customer will be a passive process between two clusters of glorified software/platforms/social network users (customers and firm’s people) both being absolutely unaware about how those algorithms and software (written by other machines) works; in other words, who in future will be the company’s storyteller? humans or robots?
  • Logistics need to address how humans and robots will interact/get along rethinking workflow, as well as the landscape of the workplace in routinary and emergency-conditions (not to mention the connected liabilities);

robot e uomo

  • IT and compliance should assess how robots can effectively communicate with humans (already happens) and with other robots (actually mostly they don’t);
  • Improvement actions and TQM needs to be imagined in an optic of a self-learning robots ecosystem: who decides and when “robots-suggested –improvement” may be efficiently (and without risks) introduced into processes?;
  • The compliance office will be heavily impacted by a totally new legal framework for the robots that are currently on the market or will become available over the next 10 to 15 years, not to mention the liability landscape. Liabilities could concern the quality of produced software and technology, reliability and ethical/legal issues connected to automated and algorithmic decision-making;
  • Last but not least the importance of ideating measures to help with specific measures small and medium-sized enterprises and start-ups in the robotics sector that create new market segments in this sector or make use of robots.

This is to say that it seems decision makers underestimate the consequences of introducing AI and robotics into industrial processes, missing to analyse the complete picture and all its implications.

Strategic management is a complicated decision-making processes with a lot of deep, long-term and risky implications. It is a delicate matter and a very sensitive process and what is looming on the horizon is somehow similar to the discussion on the role of robotics in the field of procedural rights. What is clear in that field is that the critical processes and the final decision/judgment can be algorithms -assisted but must remain strictly under user (the human judge) control and the use of AI must be transparent.

The same should happen in the field of a strategic decision. Of course if we don’t want to end like the Eloi.

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MARKETING E MANAGEMENT nella gestione degli impianti sportivi

Da domani in uscita un nuovo interessante volume scritto con Antonello Macheda e Stefano Magherini e dedicato alla strategia e al marketing dei servizi applicata alle imprese del settore sportivo.  Un grazie a Emilio Codignoni Direttore Generale e Marketing Azzurra e a tutto lo staff di Azzurra

management impianti sportivi

 

“Sport has the power to change the world. It has the power to inspire. It has the power to unite people in a way that little else does. It speaks to youth in a language they understand. Sport can create hope where once there was only despair. It is more powerful than governments in breaking down racial barriers. It laughs in the face of all kinds of discrimination.”
N. Mandela

Tutte le imprese hanno bisogno di strategia. Tutte le imprese hanno bisogno di buon management.
Se queste due affermazioni trovano tutti concordi e paiono quasi assiomatiche, la loro messa in pratica è assai varia e spesso carente.
I motivi sono i più vari, e vanno dalla cronica carenza da un lato di risorse e dall’altro di servizi qualificati che affligge il mondo delle PMI (e non solo in Italia, anche se l’Italia ne vanta il numero maggiore al mondo) fino alla sottovalutazione di alcune importanti prospettive di mercato, organizzative e strategiche in nome di un “piccolo è bello” (figlio di categorie politiche e imprenditoriali che han fatto il loro tempo) e del cosiddetto “istinto imprenditoriale” (che da solo non basta più a garantire il livello qualitativo costante, replicabile e livellato verso l’alto che oggi il mercato richiede).
Le imprese del settore sportivo non fanno eccezione a questi bisogni e a queste problematiche, quale che sia la loro configurazione e governance societaria.

Il volume si propone di offrire un utile e specifico approfondimento sul marketing e la strategia di impresa in questo particolare settore

Marketing is one of the pillars on which base modern sport, if we want to produce business in the world of sport. The world of sport has experienced a great change. The environment of sport has changed, user needs have changed, relations and relationships with public administrations have changed. Moreover, the great problem that revolves around the world of sport is making two very different forces coexist, volunteering, – which represents a historical resource of sports clubs continuing to be an important factor in some local realities, – and professionalism, increasingly necessary in modern sport. To allow sports clubs to better meet people’s needs, it is essential to set up a good management strategy that allows to achieve results both social and economics through appropriate marketing levers. Today, the figure of responsible marketing is fundamental for every sports club, whether it is a small company like the Polisportiva Olimpia Asd, or that it manages successfully many sports facilities such as the Azzurra cooperative society.

Per richiedere il libro: info@keirion.it

 

 

 

 

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Emersioni, aria nuova nell’editoria (e nel modo di farla)

NUOVO ARTICOLO GIUGNO 1NUOVO ARTICOLO GIUGNO 2

Emersioni, casa editrice aperta alle tante novità:
lo spazio per scrittori talentuosi e intraprendenti
Emersioni, talent scout per professione, ha lo scopo di far emergere
e sostenere il vero talento nel mare magnum dell’editoria
di Giuseppe Chielli
«Emersioni nasce per dar spazio ai nuovi talenti, cerca autori rimasti nascosti e li fa emergere. È un talent scout, per professione». Una dichiarazione di intenti che, compendiata efficacemente già dal nome della casa editrice, ispira l’operato di un valido team con a capo un timoniere navigato: Michele Caccamo, scrittore e poeta nonché editore.
Una dichiarazione di intenti che diventa realtà, dal momento che si tratta di una casa editrice non a pagamento, che dunque non richiede ai propri autori alcun contributo che non sia il talento e l’intraprendenza.
Questo mese, con occhio particolare, si analizzerà dunque la Emersioni editore, nata “da una costola” della Castelvecchi – di cui era in precedenza collana – e divenuta recentemente casa editrice autonoma all’interno del medesimo gruppo Lit.

Il catalogo e le novità
Visitando il sito (www.emersioni.it ), si ha una panoramica esaustiva dei titoli che saranno pubblicati nell’imminente futuro (Prossimamente), di quelli di recente pubblicazione(Novità), nonché della totalità degli scritti editi già in commercio (Catalogo).
In generale, si può subito notare la precisa e definita linea editoriale con cui si fornisce, come accennato, spazio agli autori emergenti, con un occhio di riguardo rispetto alla narrativa che spazia dal fantasy ai romanzi storici fino a quelli introspettivo-psicologici.
Tra le novità, degno di considerazione è il romanzo della psicologa Roberta Palopoli, Mater dolcissima (pp. 176, € 17,50), in cui si racconta la particolare storia di una famiglia borghese romana, rinchiusa tra le contraddizioni e le ipocrisie del suo stesso essere. Nell’ambito familiare, si collocano anche il libro di Maria Teresa Liuzzi, Sofia & Sofia (pp. 152, € 16,50), dove viene esplorato il rapporto tra la protagonista e la nonna omonima scomparsa da dieci anni, e quello di Anna Maria Benone, Il giro lento del sole (pp. 64, € 10,50) in cui vengono scandagliate le dinamiche interne di una famiglia che sembra avere apparentemente tutto.
L’analisi sociale si vena invece di ironia nel romanzo di Antonella Ferrari, Un amore di città (pp. 176, € 17,50) dove ogni elemento è oggetto di una grottesca estremizzazione, dai pettegolezzi al lusso fino agli stessi personaggi; un’ironia che diventa distopia nell’interessante opera di M. M. Doodle, 2695. Una storia vera, (pp. 230, € 18,50) ambientata nella Roma del ventottesimo secolo, che vede asserviti patrizi e plebei allo strapotere di Ottaviano, mentre un gruppo di ribelli peripatetici cerca di cambiare il corso della storia grazie al professor Joshua Levi, al secolo Gesù Cristo. Riflessione politica che si coniuga con piacevolezza narrativa, dunque, come nel romanzo di Marco Gassi, Miglia da percorrere prima di dormire (pp. 136, € 15,50) in cui si immagina un presidente degli Stati Uniti che dovrà scegliere tra il bene del suo paese e la propria salute personale.

Bottega editoriale e le novità di Emersioni
Per non “sbrodarci” troppo, abbiamo deciso di inserire solo in ultimo gli inediti della nostra “Scuderia letteraria” che sono diventati libri in “pagine e rilegatura” grazie ad Emersioni. Per ora, c’è il romanzo «istintivamente filosofico» (così definito dal critico Renato Minore, che ne firma la Prefazione) Non ho un sogno (pp. 124, € 14,50) di Fabio Bacile di Castiglione, che narra il cammino iniziatico di Diego, un adolescente alle prese con i dubbi, i cambiamenti e le paure che la crescita reca con sé. Di recente pubblicazione, invece, la nuova raccolta di Massimiliano Bellavista, Dolceamaro (pp. 188, € 18,50), un insieme di racconti capaci di scavare nell’inconscio da una parte e nella sfera dei sogni e delle speranze dei protagonisti dall’altra.
Una collaborazione promettente, dunque – non a caso, gli autori citati sono tra i “fiori all’occhiello” della nostra agenzia – che in futuro certamente non cesserà di far “emergere” talenti altrettanto interessanti!

Giuseppe Chielli

(direfarescrivere, anno XV, n. 161, giugno 2019)

 

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Rubrica Fiction & Libri: recensione per Dolceamaro

A Francesco Ricci un sentito grazie.

Articolo su Sienanews di oggi  – Fiction & Libri, Magazine

Ricci recensione dolceamaro 2

 

In un romanzo, come è noto, l’incipit riveste grandissima importanza. Lo sanno bene gli scrittori, che giocano con le numerose variazioni che esso offre (la modalità incipitaria abbraccia, infatti, la descrizione di un luogo, una riflessione filosofica, una cornice, la presentazione del narratore, una conversazione già iniziata), lo sanno bene i lettori un po’ scaltriti, che possono riconoscere senza troppe difficoltà quale patto narrativo gli viene proposto. Anche in presenza di una raccolta di racconti, però, gettare uno sguardo d’insieme sui diversi incipit dei testi che la compongono può risultare un’operazione tutt’altro che inutile.

Consideriamo, ad esempio, l’ultima fatica letteraria di Massimiliano Bellavista, “Dolceamaro” (Lit edizioni). Scorrendo le prime righe degli otto racconti, accade di imbattersi ora in un narratore interno ora in un narratore esterno, ora in uno spazio consueto e riconoscibile ora in uno spazio indistinto, ora in una cornice temporale ben determinata ora evanescente, in un caso perfino fiabesca (“C’era una volta un re, che pianse e si disperò…”). La stessa presentazione dei personaggi pare sottrarsi a ogni criterio di univocità, pur rifuggendo costantemente dal ritratto-descrizione accurato e definitivo. Se insisto su questi aspetti tecnici, è perché con “Dolceamaro” ci troviamo al cospetto di un’opera nella quale a essere centrale è proprio la scrittura. Con questo non intendo certo dire che non sia importante quanto ci viene narrato; voglio semplicemente riconoscere il primato del “come” sul “cosa”.

Raffinato lettore e profondo conoscitore della letteratura (specie postmoderna), Bellavista ricorre a una “scrittura di secondo grado”, vale a dire una scrittura nella quale gli echi, le riprese, le citazioni, i rimandi alla tradizione (l’immensa biblioteca universale) abbondano e fanno dello scrittore una sorta di “bricoleur”, attento a individuare e a ricontestualizzare non semplicemente tessere narrative e immagini, ma anche un tono, un ritmo, un’atmosfera incontrata in un altro autore. E tuttavia sbaglieremmo a considerare “Dolceamaro” alla stregua di un elegante gioco formalistico-retorico, una sorta di pezzo di bravura. Percepibile, infatti, è la funzione difensiva che la scrittura è chiamata da Bellavista a svolgere, pagina dopo pagina.

Difensiva rispetto a cosa? A un’esistenza (la propria, quella di tutti gli uomini) che non lascia intravedere né significati ultimi né direzioni, che procura ferite e traccia solchi tra le persone, e che solamente se assunta sul piano dell’arte (il libro) può essere almeno in parte capita e in parte addomesticata. La stessa centralità della similitudine – autentico marchio della scrittura di Bellavista – con funzione spiccatamente comunicativa offre testimonianza, a livello stilistico, di come i racconti di “Dolceamaro” nascano dal proposito di reagire all’angoscia che afferra l’autore ogni volta che la verità dell’esistenza (il dolore, la latitanza di senso) si mostra in tutta la sua incontrovertibile evidenza. Il passo che segue è tratto dal primo racconto, intitolato “La città e i suoi falsi santi”.

“Per la prima parte del percorso Momo e io procediamo in silenzio, lentamente, molto lentamente. Se i nostri piedi fossero strumenti musicali e la nostra passeggiata notturna uno spartito punteggiato di passi si direbbe che camminiamo più o meno in quattro quarti. Momo dice che la città da tempo non dorme e che compiere una passeggiata notturna non significa andare ambiziosamente a caccia del mistero, del diverso o di chissà quale sogno da realizzare: significa semplicemente vederla nel suo momento più vitale. Di giorno la città è quasi morta, se fosse un corpo si troverebbe in una sorta di coma farmacologico, proverebbe troppo dolore a svegliarsi, scoprendosi vuota. Di giorno tutti si spostano verso le periferie come fanno i pesci che chissà perché nuotano sempre lungo il bordo esterno dell’acquario. Di notte invece tutto torna in ordine. Di notte la città ha davvero gli abitanti che conta all’anagrafe, le case si animano e si riscaldano, i suoi miliardi di tubazioni fremono come vene in preda all’eccitazione, il tanto spazio lasciato vuoto viene occupato da corpi in movimento. Di notte si ha il tempo per mettere mano a quello che i giorni frenetici vissuti a chilometri di distanza impediscono di fare”.

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Letteratura contemporanea e altro, Feedback positivi da Torino…

Ringrazio Maria Chiara Paone e Bottega Editoriale

paone salone libro

 

L’evento imperdibile:
il Salone del libro
Fra le iniziative: un dibattito
sulla Letteratura contemporanea
di Maria Chiara Paone
Il mese di maggio è scivolato via dai fogli del calendario portando via con sé l’ultima edizione del Salone internazionale del libro, svoltasi a Torino dal 9 al 13 maggio e arrivata quest’anno alla trentaduesima edizione.
E, come nella migliore delle tradizioni (che speriamo di portare avanti negli anni a venire), per un Salone che finisce arriva la nostra testimonianza sulla manifestazione, che ci ha visti come ospiti e protagonisti.

Prima del Salone: la questione Altaforte
Certo la kermesse torinese quest’anno ha vissuto di un’anticipazione poco gradita, a seguito della scoperta della presenza in fiera, con un proprio stand, di Altaforte, casa editrice sovranista diretta da Francesco Polacchi, esponente di Casapound. Ciò ha causato nel pubblico e negli ospiti le reazioni più disparate, unite tutte dalla protesta ma che hanno portato ad atteggiamenti opposti: andare oppure no a Torino?
Non hanno avuto dubbi in tal senso un nutrito gruppo di personalità della cultura italiana, tra cui lo storico Carlo Ginzburg, il collettivo Wu Ming, il fumettista Zerocalcare e, ultima ma non meno importante, Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti – responsabile di una lectio inaugurale – che hanno deciso di rifiutarsi di partecipare alla manifestazione per un conflitto molto forte a livello politico e umano.
Di altro avviso è stata invece, tra i tanti, Michela Murgia che, in un post di Facebook ha assicurato la sua presenza al Salone per combattere l’ingiustizia dall’interno invitando tutti a portare libri che rappresentassero per loro «i valori della democrazia, dell’umanità e della convivenza offesi dal fascismo e dal nazismo».
Opinioni che, oltre ad essere estremamente personali, evidenziano come il problema, soprattutto verso gli ultimissimi giorni prima dell’apertura, sia diventato non più solo una protesta verso l’ufficio commerciale del Salone – che ha accettato senza nessuna domanda o indagine ulteriore la casa editrice – ma come abbia deviato in una lotta tra simili che vedevano nell’assenza o nella presenza una dicotomia di giusto/sbagliato non sempre così condivisibile.
Certamente queste proteste sono state ascoltate, provenendo anche dal sindaco di Torino che, dopo una dichiarazione pubblica di Polacchi in cui si è definito apertamente fascista – facendo aprire così un’indagine nei suoi riguardi – ne ha richiesto l’allontanamento, avvenuto in maniera definitiva il giorno prima dell’apertura. Una favola se non a lieto fine dal finale almeno dolceamaro.

Bottega e il Salone
Mettendo quindi da parte la lunga e doverosa premessa, passiamo al Salone in sé che, come scritto prima, ha visto noi di Bottega editoriale non solo ospiti in questa manifestazione ma anche protagonisti attraverso l’organizzazione di un Incontro sulla Letteratura contemporanea (di cui avevamo accennato qui: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=239).
Il Convegno si è tenuto allo stand della Federazione unitaria italiana degli scrittori e ha avuto il via dopo il saluto del presidente della Fuis, Giuseppe Natale Rossi, che ha tenuto a riconoscere il lavoro della agenzie letterarie nello scovare testi di qualità e ha considerato «un complimento» – per citare il suo discorso che potete trovare sul sito della Federazione (www.fuis.it/fuis-salone-del-libro-di-torino-2019-incontro-con-bottega-editoriale/video1-8-479-337734213) – che la nostra scelta sulla locazione di questo incontro sia avvenuta proprio nel loro stand, presso la loro associazione.
Vi è stata poi l’introduzione del nostro direttore, Fulvio Mazza, con cui si è approfondita l’importanza di un’agenzia che fornisce un supporto non solo nella mediazione con l’editore ma anche in fase iniziale, nella sistemazione di un testo, certamente valido nei contenuti. E, come si è tenuto a sottolineare, tutti gli autori ne hanno certamente bisogno, solo che «gli autori intelligenti lo chiedono, gli autori non intelligenti lo subiscono». Scopo di capire come da questi autori ci può essere una tendenza alla Letteratura contemporanea, se si inseriscono o meno.
Il dibattito ha visto protagonisti, come già anticipato, Marco Baggio, Massimiliano Bellavista, Francesco Boschi, Romano Ferrari e Gian Corrado Stucchi. Il critico letterario Guglielmo Colombero ha moderato l’incontro ricercando in primo luogo i punti comuni ai cinque autori, con particolare attenzione alla sperimentazione espressiva – attraverso cui gli autori cercano di comunicare con il lettore soprattutto dal punto di vista stilistico, mai prevedibile o scontato – e la dimensione temporale, dal passato di Romano Ferrari del quale va conservata la memoria storica, al presente di Baggio, Bellavista e Boschi, i quali riprendono, in diverse ambientazioni, i problemi ad approdare al futuro di Gian Corrado Stucchi, in cui si ipotizzano delle migrazioni di pensiero “quantico” tra le menti.
Tramite la sua guida, e alle numerose domande che lettori e curiosi hanno rivolto loro, gli autori si sono raccontanti tramite i loro romanzi: Baggio ha messo in risalto, tra gli altri elementi, l’importanza essenziale del dialetto all’interno della sua storia, ambientata a Padova, e la cui conoscenza non poteva essere ignota al protagonista perché altrimenti «non sarebbe stato un personaggio vero»; con Bellavista si è parlato dell’attualità dei suoi racconti, ispirati anche a fatti di cronaca o a quella che viene chiamata «banalità del presente» ma che contiene in essa elementi misteriosi perché non per tutti i comportamenti esiste una spiegazione razionale e non per tutte le situazioni esiste un unico modo di affrontarle; Boschi ha inteso ampliare questo discorso introducendo l’elemento dell’indifferenza nella dicotomia bene/male, incarnata nel disagio della disabilità che colpisce non solo chi è coinvolto personalmente ma anche la famiglia collegata; con Ferrari si è parlato della sua vocazione per il romanzo storico, basata su una significativa esperienza personale, camminando lungo i sentieri delle Dolomiti percorsi dai soldati durante la Grande guerra: un’esperienza trasformata in motivazione e che ha portato ad esplorare la sfera emozionale, non solo quella cronachistica degli eventi bellici; infine Stucchi ha esplorato la particolarità dello stile del suo romanzo, basato su quelli che lui definisce «ricordi semantici scollegati», in inglese mind pop, e che sono stati tasselli fondamentali della costruzione della trama.
Un piacere indiscusso ci ha travolti nel vederli coinvolti a rispondere alle moltissime domande e curiosità dei lettori dimostrando come, seppur con stili e temi totalmente differenti, si riveli possibile giungere alla stessa conclusione: appassionare ed insegnare tramite la parola scritta.
Un evento che ci ha certamente riempiti di così tanto entusiasmo e carica da pensare già al prossimo anno!

Lo spazio e gli altri eventi
Prendiamo in esame il resto del Salone – visitato sì da “turisti”, ma sempre con occhio critico – che ha visto tornare, già dall’anno scorso, gli editori che si erano separati per preferire Tempo di libri a Milano; a questo aumento considerevole di case editrici rappresentate è corrisposta la decisione di abbandonare il padiglione 5 e optare per l’Oval.
Una scelta che, nella nostra personale esperienza, non crediamo sia stata a tutti i livelli ottimale: il padiglione interessato era dislocato al di fuori del resto dell’esposizione e spostarsi in e da quella direzione ha comportato spesso termini di tempo non indifferenti – dovuto anche all’imbottigliamento nel tunnel che conduceva verso l’Oval – e, soprattutto verso l’inizio, non lo neghiamo, un minimo di disorientamento!
Sicuramente la scelta della commissione di inserire proprio lì i maggiori espositori non è stata lasciata al caso, probabilmente per evitare che si trasformasse in un padiglione fantasma e certamente è stato un enorme profitto in termini di spazio, permettendo delle esposizioni, come al solito, molto grandi e scenografiche – a seconda del budget della casa editrice – senza però sacrificare l’andirivieni degli astanti che, persino nei momenti di maggiore affluenza, erano in grado di destreggiarsi tra la folla non senza, ma senza dubbio minore difficoltà rispetto agli altri anni. Quindi, per parafrasare la celebre frase di Enrico di Borbone, potremmo dire che “Torino val bene una scarpinata”!
Degli eventi in programma, ovviamente moltissimi, ne segnaliamo due a nostro parere molto interessanti. Uno è l’incontro con Matt Salinger, figlio del celebre autore, tra i tanti, de Il giovane Holden che ha condiviso la sua esperienza come figlio di uno scrittore famoso e ha confermato il suo lavoro di revisione di alcuni testi del padre rimasti inediti dopo il suo ritiro dalla scena pubblica. Interessante è stata anche la modalità di ascolto, adiuvata dall’utilizzo di cuffie che mettevano in contatto con la traduttrice simultanea e che permettevano così più tempo di qualità con l’ospite.
Il secondo, tutto italiano, che ha visto protagonisti Goffredo Fofi, Sandra Ozzola, Tiziana de Rogatis e Saverio Costanzo sul fenomeno letterario e ora anche televisivo de L’amica geniale (di cui abbiamo parlato qualche mese fa nell’articolo a questo link: www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=186) in occasione della pubblicazione della raccolta di testi che la Ferrante ha scritto l’anno scorso per il Guardian. Il dialogo è stato intervallato dalle letture molto espressive delle lettere scambiate tra la stessa Ferrante e Costanzo durante tutto il lavoro per la serie tv, dalla scelta delle attrici alla visione della prima puntata, recitate dalla “voce di Lenù” nella televisione, l’attrice Alba Rohrwacher.
Appuntamento quindi al prossimo anno, con nuove avventure legato al mondo del libro!

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XV, n. 161, giugno 2019)

 

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Progetto John Fante

Da oggi ho il piacere di coordinare questo progetto con l’Editore LICOSIA e il  sito Stroncature.com. Ringrazio LICOSIA e Nunziante Mastrolia per la fiducia.

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Nel mondo odierno e ancor più in quello futuro, l’importanza di poter progettare e comporre correttamente e con chiarezza un testo scritto, sia di carattere argomentativo che narrativo è destinata a crescere ed è già ampiamente richiesta come parte essenziale dei programmi didattici. E tuttavia, questa abilità si sta progressivamente perdendo, vittima di una cattiva lettura dei progressi e delle facilitazioni tecnologiche e di una scarsa familiarità con il mondo della lettura e della scrittura, visti come residuali e distanti.

Dall’altro lato, spesso la risposta da parte di autori ed editori utilizza metodologie e approcci poco invitanti e stimolanti per avvicinare realmente un pubblico giovane alla scrittura e alla lettura.

La presente piattaforma di servizi si propone di invertire questa tendenza offrendo contenuti immediatamente fruibili e facilmente inseribili a complemento dei piani di studio e delle attività didattiche, soluzioni pratiche e soprattutto la possibilità di mettersi in gioco, ricevere dei feedback personalizzati (cosa rara e di grandissima utilità) e di vedere premiato il proprio lavoro. Questo attraverso le seguenti attività:

-“la mia scrittura” formazione a distanza, tramite pillole video, sui temi della scrittura argomentativa, del testo descrittivo, della comunicazione efficace e  sulla scrittura creativa, volti a padroneggiare questi temi in modo innovativo e coinvolgente;

-“la mia recensione“: sarà possibile, in modo guidato, imparare a scrivere la recensione di un libro. Attraverso l’iscrizione al servizio, sarà poi possibile postare una o più recensioni dei propri libri preferiti, sui cui si riceverà un feedback personalizzato. Le recensioni complete e meritevoli saranno premiate rendendole visibili alla community, attraverso il bollettino del libro giovani, la newsletter mensile di Licosia per i più giovani. Le migliori recensioni saranno premiate nel corso di una manifestazione che si terrà ogni primavere

-“la mia letteratura“: sarà possibile, al termine della fruizione dei corsi a distanza, inviare dei testi in prosa, di carattere narrativo (come ad esempio brevi racconti) e della lunghezza massima di 5000 battute; su di essi si riceverà un feedback personalizzato costituito da un breve commento sulla qualità del testo e da spunti per  il miglioramento. I testi meritevoli saranno pubblicati sul sito di Stroncature e inviati agli iscritti alla newsletter.

Le attività e le interazioni raggiunte mediante la condivisione dei testi e delle recensioni attraverso la community e  il bollettino avranno, se di interesse per i partecipanti, un carattere non estemporaneo ma continuativo nel tempo.

Gli autori di LICOSIA sono poi disponibili ad organizzare:

-incontri o cicli di incontri in aula sui temi sopra esposti, aventi un carattere informativo, divulgativo o seminariale.

-attività mirate e progettate ad hoc sui temi della scrittura e dell’invito alla lettura, o su specifici tematiche letterarie.

-incontri con l’autore, volti ad approfondire, dala viva voce degli scrittori, temi connessi alla scrittura di un’opera letteraria

 

In evidenza

A momentary lapse of …vision?

 vasi comunicanti

What exactly today “assessing the landscape” means?

For every landscape there is a (sometimes hidden) firm’s inscape.

Firm’s perception of the environment affects stakeholders and the external ecosystem as firm models the landscape to match its inner vision.

Inscape represents a cluster of different but complementary concepts such as: company’s culture, it’s peculiar organization, its myths and legends, but also groups policies, procedures, the engine able to produce and keep company’s uniqueness.

Landscape groups the concepts of interest, stakeholder, pressure, competition, opportunity, unknown.

Inscape is instead about having roots, origin, thoughts, feelings, deep knowledge, sometimes places art and aesthetics.

vasi comunicanti 2

But where inscape ends? Where instead landscape begins?

There’s no end in reality, if a company works.

In biology, homeostasis is the state of steady internal physical and chemical conditions maintained by living systems.

This dynamic state of equilibrium applies for firms too. The conditions of optimal functioning for the organism and includes many variables, such as body temperature and fluid balance, being kept within certain pre-set limits. Each of these variables is controlled by one or more regulators or homeostatic mechanisms, which together maintain life.

So between the inscape of a well -functioning firm and its landscape there should be the same relationship we may find among communicating vessels.

In facts, communicating vessels are an inspiring metaphor for understanding the functional link between the aspiration and the goals that a firm is trying to set and realize in the landscape, and the limits and constraints of its inscape. One aspect cannot be separated from the other.

The principle of communicating vessels states that the liquid contained in two containers communicating with each other (no matter how different they are) is, in normal conditions, at the same level.  So the way a company acts in its inscape is immediately reflecting on the landscape, and the other way around like in a mirror tunnel.

From this assumption two consequences are deriving:  a healthy company is one able to keep a dynamic equilibrium between landscape and inscape, no matter its size, no matter how big the landscape may be.

Second, there’s no place for compartmentalization of strategic thoughts: if firm’s action is not about “we, if inscape and landscape are just seen as watertight compartments, that would certainly represent a huge problem. Hopefully, this could represent for some companies just a momentary lapse of vision.

Future is about staying in balance and connecting with creativity and culture both inside and outside of firm’s borders through interaction and not with an on demand and intermittent (and sometimes one -way) communication.

 

 

 

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Between Scylla and Charybdis: finance generating (only) other finance.

scilla e cariddi

It’s time for some clear statement about future investments and, above all, about the picture of the future startupper/entrepreneur we want to deal with.

Scylla and Charybdis were mythical sea monsters noted by Homer. Sited on the opposite sides of the Strait of Messina between Sicily and the Italian mainland, they were regarded as maritime hazards. Scylla was on the Italian side of the strait and Charybdis was a whirlpool off the coast of Sicily. Trying to avoid Charybdis meant passing too close to Scylla and vice versa.

At the moment, starting up is synonymous of innovation, enthusiasm and risk.

Well, this point of view is seriously endangered by two factors, two major risks surrounding startups.

With Uber shares sinking more than 15 percent below the stock’s initial price, in an article recently published in the NY Times the author hoped that the possible flop of UBER’s listing could represent an epitaph or at least a global warning for supporters of the “winner – take-all” venture capital style model. This distortive investment model, instead of focusing on finding good investment opportunities, aims to create an exclusive “super-unicorns club” (the unicorn is a startup company with an estimated value around 1 billion). This means that VC should only look for companies to be funded with checks between 500 million and 5 billion dollars, basically on the basis of some generic promises of future earnings.

Mainly we are talking about some self-fulfilling prophecies, where, by investing huge amounts in startups regardless of their economic results, many other investors are pushed to do the same. At the same time, these companies, including Uber, are given the opportunity to implement the strategy that was already Amazon’s one, such as benefiting their consumers with very affordable rates and products, simply because, thanks to the enormous funding received, their pockets are deeper than others. Being part of the club then allows this unicorn to do business, on paper very advantageous, with other companies like them, incidentally belonging to the same club.

In other words, we are definitely facing finance that generates finance, without many ties to the real economy and even less with innovation that should instead characterize startups.

This, in addition to diverting capital from really promising startups, and that’s too bad, would also send some wrong and distortive message to young entrepreneurs, something like “it is much better to be a showman than a entrepreneur“, and that’s even worse. a fundamental disconnect between public and private valuations. Not to mention the risks of domino effect an of massive loss of money that this huge disconnect between public and private valuations represents.

In other words finance that generates other finance

So much for factor nr.1

tra il martello e l'incudine

What about factor nr. 2?

Initial Coin Offerings (ICOs) have gained a lot of attention over the past months as an ideal crowdfunding solution but the floor fell out due to the lack of proper regulation putting the investor at risk that also paved the way for fraud. This represented a major economic loss for focusing for investors focusing on blockchain and cryptocurrency-related opportunities.

Despite this major problem, somebody say there is a new turning point, able to represent in a few years a real tsunami for crowfunding and, in general, for venture capitalist. This solution is called STO (security token offering). An STO is a token offering that is similar to an ICO but its main difference is that STOs are regulated, because whereas ICO tokens are sold just on the promise of future utility, security tokens are instead bought for the explicit purpose of making a return on investment.

And here is the new magic spell: tokenization of venture capital. It seems fantastic: in the end tokenization of VC portfolios happens on the blockchain, which offers some additional layer of security, investors can be safer and much more because you are going to invest on tokenized VC portfolio, which means security of investment through diversification, traceability of investments through the blockchain. And on this way, somebody says, we can solve the problems VC are facing: the way-out on their investments, and most of all, the lack of liquidity due to the relatively small percentage of their financed startups having a consistent market success.

Yes, fine, but in future we also would like to have real companies and not with zombies just kept alive with the help of finance.

If you look at pitching material of such tokenization platforms, their mantra is always the same: distributing risk, making the VC job looking like another widespread investment product. But what has this to do with financing “the bold and the brave” startupper? Not much.

Again, the impression is that we are dealing with finance generating other finance

Hope that VC will continue to play “traditionally” their fundamental role on the industrial system, certainly using also the opportunities deriving from technology and evolution of financial world, but always staying grounded on having with their choices an impact on  “real” economy. And good luck to all startuppers having, in addition to their heavy tasks, to navigate between such two hazards, being therefore between a rock and a hard place.

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Some key additional pitching hints

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A few general hints on pitching (whatever are you going to pitch/communicate), useful for anyone, as emerging from today’s session. Thanks for the very high quality of your presentations and for your effort.

-beforehand, tell who you are and, briefly, how did you come with the idea.;

product (or service) is king: don’t grasp on details if you don’t show it enough through the use of photos and other illustration;

mission is how to win the battle, vision is about winning the war: they cannot look like each other and/or looking like program. They should represent an inspiring and memorable ideal (try to reading it to your audience while you are testing your presentation: now move to the next slide and try to ask if they remember it. If at least 50% pf people does, you probably did a rather good job;

Canvas is not a concept-fastfood, but instead a place for gourmet, interested in tasting good ideas: therefore you shouldn’t write either too few or too much words, but just the necessary to let people understand and make the right connections …and, by the way, very good if you do it with the help of graphics;

Customer segments: try to describe in a profile what makes that segment homogeneous …if you write down a profile of each category with 80 to 120 words, is perfect. And you may soon realize that a described segment is very often made of slightly different sub-categories…;

Revenues streams: that’s definitely not a secondary subject…try always to be specific on this subject…your potential investors will be happy with it!!!;

Partners, suppliers, or (even) customers? Especially when business model is sketchy it may happen one of the following things: 1. The role of a supplier is underestimated: is not simple to replace, the quality of your stuff is literally depending on it…maybe we are talking about a partner? 2. At the very beginning, there is no way to pay for the purchased service: that supplier MUST be involved as a partner, sharing (if possible) its future success/revenues 3. Sure that what you are indicating as a partner is not instead the real customer of your service? If it controls the necessary facilities, the business relationship and maybe some distribution channel…maybe you should change your mind…;

pitching 2

-always indicate at least 3 possible competitors, and instead 3 companies belonging to your business area that you consider very different from your model and/or having a somehow “old-fashioned” model comparing to yours. That would help you to reaffirm your identity and competitive advantage, and your public understanding clearly what makes you special and different;

Take time for your conclusions: try to give at least try key takeaways to your public, possibly as memorable as your vision.

-…and by the way…is there a possibility for shortening time to market and giving a try for an MVP? I know, easier if you are planning to sell a software, less feasible if your goal is opening a restaurant…but anyway always try to assess the feasibility of this point…

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Corporate diplomacy: yet another (and not useful) attempt to label something that in facts companies don’t need.

corporate diplomacy

The business of writing books and papers about the subject labelled as “Corporate Diplomacy” is growing. Mainly they consist in a collection of generic and sometimes chaotic indications in order to grasp the new role that brands should play facing the challenges of changes, sometimes defined as catastrophic, imposed by globalization.

The standard topic is that companies, of every order and size, cannot avoid confronting themselves with international diplomacy and that they must take a sort of diplomatic standing in the social, environmental, and even political fields. In short, corporate diplomacy is exalted as a sort of cure-all for the social and environmental issues of the world, a breath of fresh air able to revitalize the archaic and inefficient diplomacy of the national states.

The general impression that is derived from the reading of such articles/books is that one is faced with the usual crude and repetitive ritual aimed, from time to time, at repainting/refreshing the conceptual facade of the strategic management “building” of a different color without however proposing any consistent or structural change or even suggesting new ideas.  It looks like corporate diplomacy is no more that some intriguing words, highlighting their uncertain conceptual consistency.

And yet there would be a need for new ideas, certainly, especially in the case of of the imminent and unspecified “cultural apocalypses” that await us.

Instead the well-known cases sometimes highlighted as examples of good/bed application of corporate diplomacy, and that concern f.i.companies like Starbucks, Dolce and Gabbana (f.i. the China-issue) etc, narrate situations of corporates in troubles with relationship with some of their stakeholders where in all probability it would have been much better to leverage existing categories, rather than blurring the minds of managers any further.

What indeed would differentiate the so called corporate diplomacy from the already existing (and still little used/adopted by so many companies) corporate social responsibility?

In this field, yes, there would be a need of some choral international action, aimed at defining some truly pervasive standards, unitary and in some cases even mandatory, of “non-financial reporting”, thanks to which the social/environmental balance sheets of companies could be improved, clearer, comparable and communicable outside. But this requires a real and sometimes unpopular commitment, as we know, where the effort lies not in imposing the “thinking of the brand” but to deeply discuss ethical problems and environmental issues with a common global approach between companies belonging to different geopolitical and social contexts, and with non-homogeneous and sometimes conflicting values and cultural paradigms.

The same is true for the evanescent proposed difference between corporate “diplomacy” and the already existing (and effective) techniques and themes of lobbying and public affairs, that can rely on a much more consistent and scientific framework, from all points of view, both practical and theoretical.

What need is there for other concepts?

corporare diplomacy 2

The behaviour of a company in a crisis situation is, or should be, regulated by communication techniques, crisis management and business continuity management: that these techniques and processes are currently well known and / or well applied by all companies is certainly an issue, but there is no particular need for adopting new categories.

On the other hand, there is a slight taste of ethical relativism that blows through the pages dedicated to corporate diplomacy.

Assumptions like:

  • Facts are no longer relevant, the paradigm of objective reality is over”: according to this vision, the pure verifiable facts count less than nothing, the only important thing is the prompt and sometimes opportunistic interpretation that company gives, leveraging stakeholder feelings not necessarily their rationality. What about the effort, this is what would be nowadays of even greater help and socio-cultural value, that some great companies of the past did to provide education, cultural preparation and argumentative skills to the communities with which they interacted? Nowadays the problem is to provide interpretative keys and reliable “certified” information sources based on facts, to foster people’s ability to build their own ideas and point of view, not the opposite.
  • Let’s move from stakeholder engagement to issue management“. That means in facts that instead of (wisely) paying attention to their stakeholders, of any kind, companies should now just “focus on those issues aimed to cause the greatest influence and impact on the business of the company itself “. It sounds a bit like providing companies with the perfect boy scout camping recipe, such as:

 a) concentrate (temporarily) on an issue (whatever you want, as long as it sounds interesting and it suits the business and is connected to your mission;

 ​b) influence on the same theme as much people you can on the globe regardless of the consistence of facts, but only on the basis of consumer’s emotionality, experience and perception: stakeholders, according to this vision, in the end do not exist, there is only a global audience there at firm’s disposal to be passively influenced by its communication techniques

c)when you have finished/you are satisfied with the results leave the topic and move on to something else.

This is probably the perfect recipe for a disaster.

Hopefully, companies would need just the opposite, f.i. studies and ideas aimed at characterizing organizations on the basis of a long-term, sustainable and consistent value system, deeply connected with real social and environmental needs of their communities and on a solid stakeholder dialogue.

This dialogue, as the principles of social responsibility clearly indicate, should always begin and end with people, however aggregated/represented.

This means that stakeholder should always come first and not the problems, as those are always defined in close relationship with the necessities/priorities and values of the former ones.

In evidenza

Are startups a way to avoid taking risks for large corporates?

piccolo e grande 1

We all know right now. Entrepreneurship is a mission where the only real mitigating effect is applying a consistent strategy.

But let’s consider the whole thing from another perspective.

The drawbacks of working at any startup projects, are mainly related to short term risks. It’s clear, everybody says, an entrepreneur’s job is to innovate and disrupt. The startupper is there to explore, to fail if necessary, whereas large corporate fear risk: they are there, ready to jump on the bandwagon if things are going to work.

Large corporates have a huge infrastructure, and an extreme complicated organizational profile.

They protect an history and the reputation of their brand (and therefore their value), where these categories represent nothing special for startups, because they are just focused on future,

They have too much to lose and their response time is long. Moreover, we may say that they can play a much more important role in assisting the second and third phase of development of a successful company. Once something has been proven out in fact they can acquire one of these companies offering investments, creating a new powerful business unit into their structure, providing know how, huge chances of economies of scale and scope and so on.

But at the other side large companies are constantly taking less risk, keeping cash on hands. That quantity of cash is unparalleled in history. As well as the incredible number of startups created in recent years. Are the two things connected?

Somehow, it seems so.  Uncertainty, the feeling we are about to see the next big thing on market/technology (but nobody knows what exactly it might be), the load of taxes and financial regulations, may be all good justifications. But still, that strange impression is there.

It looks like some of these large companies behave as senior citizens, that need to safely invest their savings, progressively losing touch with adopting some aggressive strategy. That means, slowing rhythms believing less in growth and more in status quo, and mitigating risks. At the other side, somebody say they just keep cash to be ready to fight with competitors in order to grab on the market the best startups, behaving towards them as football teams do when they bid for some new promising players.

So, from one side, startups became for someone more a more a way to avoid risks, to transfer that load to somebody else and at the same time, sometimes an inappropriate way of outsourcing their R & D and other processes.  From the other side, the risk is overestimating startups value (already extremely difficult to evaluate) and over-allocating financial resources in order to acquire them.

Could this lead to a system cahacterised by too many financial distortions and inequalities?

In other words, large companies should take their risks too, if not directly on business at least in investing much more on global training, cultural development and welfare of young generations and in business infrastructures.  In the end taking some risk is a mission for them too. Entrepreneurship without risks has no reason to exist.

Sharing risks between small and large companies and between generations is extremely important for a real sustainable growth.

piccolo e grande 2

Moreover, risk need definitely to be shared, not entirely delegated.

For instance entrepreneurial risk cannot be all left in the hands of new generations of entrepreneurs, having, by the way, more and more difficulties in getting/paying for the right education and for their student debts.

 

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Nuova recensione per Dolceamaro

prima pagina bottega scriptamanent

La nostra vita ha un sapore?
di Maria Chiara Paone
Una nuova raccolta per Emersioni, tra gioie e dolori

«Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte» scriveva Italo Calvino e non possiamo che dirci d’accordo; tuttavia è altrettanto importante ai fini della narrazione – che in un racconto possiede un raggio d’azione minore rispetto a quello di un romanzo – ciò che accade nel mezzo e le modalità in cui avviene, elementi che dipendono direttamente dall’autore e che possono costituire elemento di innovazione.
Un esempio è quello di Massimiliano Bellavista e della sua raccolta di racconti, Dolceamaro, (Emersioni, pp. 188, € 18,50). Un autore, Bellavista, che fa parte della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, dalla vasta esperienza letteraria. Sulla sua produzione abbiamo scritto più volte (fra l’altro: <ahref=”http: http://www.bottegaeditoriale.it=”&#8221; larecensione.asp?id=”157″”> http://www.bottegaeditoriale.it/larecensione.asp?id=157; e, soprattutto, l’analisi critica complessiva redatta dal critico letterario Guglielmo Colombero, consultabile a questo link: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=236 in cui si descrive «una feconda passione di poeta e narratore, intrisa dei più svariati echi letterari […], che serpeggia lungo le insenature enigmatiche del thriller oppure esplora nicchie mistiche e arcane, nostalgiche di un passato seducente e fiabesco, che si amalgama al presente passando attraverso il perenne varco dimensionale dell’immaginario e del sogno») e leggendo quest’opera si può notare come l’autore, con le dovute modifiche, abbia mantenuto saldi i suoi pregi.

Le storie
Una differenza facilmente individuabile è nel numero dei racconti, nove rispetto ai diciannove della scorsa raccolta; tuttavia questo non risulta essere un difetto ma un plus, consentendo così all’autore – e, in seguito, al lettore – di concentrarsi maggiormente sulle storie raccontate, mantenendo quindi dei nuclei narrativi meno dispersivi e più facili da raggruppare, tramite un filo conduttore di immediata ricognizione, espresso nel titolo.
Infatti i protagonisti di ogni storia, tutti nella loro quotidianità, vivono in modo imperfetto, portando dentro di sé certamente degli episodi dolorosi, come una condizione di malattia cronica, oppure la perdita del lavoro o di un familiare, ma riescono comunque a ritagliarsi piccoli momenti di felicità cogliendoli durante il loro quieto vivere nei modi più disparati.
Così un anziano disoccupato, tramite un accidentale scambio di buste della spesa, troverà un amico e un maestro di “falsa” teologia, che lo accompagnerà nelle vie nascoste della sua città, scovando vecchie chiese e nuovi santi, in una carrellata di personaggi diversi nei caratteri ma accomunati dal loro modo di reagire alle ingiustizie che la vita ha riservato loro; un re scoprirà, dopo la morte della moglie, di quanto sia inutile farsi ossessionare dal pensiero della fine mentre si può ancora fare qualcosa per vivere al meglio; una figlia ormai da sola riuscirà a ricevere i ricordi del padre assente da tempo.
Un tema abbastanza ricorrente è quello dell’amore, descritto in varie sfaccettature; dall’armonia di due anime che si ritrovano affini nonostante le differenze come in Sale e zucchero («Io sto dappertutto, ma non mi si deve vedere […]. Tu invece devi scintillare bene in vista, come la granella sulle brioches. […] E tutti e due occorriamo al saggio e tutti e due siamo necessari alla vita»), alla passione travolgente di una relazione e la paura che tutto questo possa finire, come ne L’artefice («Forse gli serve tutta la vita che c’è nel tuo corpo e poi ti svuoterà come una delle tante vecchie bottiglie abbandonate in cantina, che sembrano ogni giorno più vuote»). La morale però è sempre la stessa: vivere la vita seguendo l’attimo.
Presenti anche i rapporti familiari, mai modello edificante della famiglia descritta da un certo Mulino, ma che svolgono ruoli ben definiti nella vita dei personaggi, sia come involontaria fonte di morale e insegnamento, in Apodidraskinda, sia, purtroppo, come fonte di disagio ulteriore, come avviene alla protagonista di Tre volte al giorno.

La fantasia
Nonostante i protagonisti – a eccezione del re della storia centrale, che sembra fare da spartiacque – vivano in dei mondi del tutto ordinari, l’elemento fantastico e soprannaturale è presente in alcuni racconti. Così ci si ritrova a leggere di piccoli indovini che in Reversione (C’era una volta un re) lo aiuteranno a scoprire tutto sulla sua prossima morte oppure dell’uomo che riveste la professione di “uomo comune”, su cui poter riversare straordinariamente ricordi e sensazioni.
Compito dello scrittore è fare in modo che l’irreale si fonda con la quotidianità, creando la giusta curiosità e sconcerto, in modo che il lettore viva l’esperienza al massimo in simbiosi con il protagonista; e questo Bellavista riesce a farlo egregiamente.

Lo stile
Come nell’opera precedente, di cui si accennava prima, la scrittura è semplice ma non scontata, in cui veicolano diversi modelli narrativi oltre a quelli “classici”, dall’utilizzo della seconda persona alla “favola della buonanotte”. La scelta del lessico, a partire dai titoli, è sempre opportuna, e l’autore non si fa problemi ad utilizzare parole straniere, prese in prestito dal greco, oppure di aggiungere elementi pop, come versi di canzoni di De Andrè, riferimenti cinematografici e persino vecchie filastrocche per bambini, sfoderando un bagaglio culturale ampio e, soprattutto, di valore.
Ovviamente, come annuncia il titolo, non tutte le storie avranno un canonico happy ending anzi, potrebbero lasciare un po’ di amaro in bocca, come se si stesse assumendo una medicina; ma a questo rimedia l’autore tramite l’utilizzo di un miele di lucreziana memoria: la bellezza della parola scritta.

Maria Chiara Paone

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 140, maggio 2019) </ahref=”http:>

 

In evidenza

A Torino per parlare di narrativa contemporanea

salone del libro Torino 2019

A Torino un interessante dibattito sulla Letteratura contemporanea
Con cinque eccellenze dell’agenzia letteraria Bottega editoriale:
gli scrittori Baggio, Bellavista, Boschi, Ferrari e Stucchi.
A condurre i lavori: il critico letterario Guglielmo Colombero
di Maria Chiara Paone
Anche quest’anno la primavera sarà allietata dall’evento editoriale più importante della stagione, il Salone Internazionale del Libro di Torino, che si svolgerà dal 9 al 13 maggio nello spazio di Lingotto Fiere.
Arrivata all’edizione numero trentadue, la kermesse avrà come tema «Il gioco del mondo», ispirato alla famosa opera di Julio Cortázar, che permetterà ad ospiti e intellettuali di attraversare ancora una volta i confini di diverse culture e, finalmente, di dialogare senza pregiudizi e cliché.
Anche quest’anno saranno certamente molti gli incontri e gli appuntamenti, nonostante il programma, mentre scriviamo, non sia ancora stato presentato. Tuttavia siamo assolutamente certi che un evento avrà certamente luogo perché organizzato da noi “bottegai”, ancora una volta attivamente presenti a questo importante appuntamento italiano.

L’importanza della letteratura
Infatti sabato 11 maggio, dalle 14 alle 16 presso lo stand della Fuis – la Federazione unitaria italiana degli scrittori – di cui ancora non sono note le esatte coordinate, avrà luogo un incontro fortemente voluto da Bottega editoriale, dedicato alla Letteratura contemporanea, attraverso le opere di cinque fra i migliori autori appartenenti alla nostra “Scuderia letteraria”.
Il dibattito sarà condotto dal critico letterario Guglielmo Colombero.

Gli autori
Un incontro tra menti e stili narrativi molto diversi tra loro che certamente potranno dare un quadro più completo sulla complessa materia di cui si accingono a discutere e alla quale, con le loro opere, appartengono. Si parlerà certamente dell’opera omnia dei vari autori con un occhio di riguardo riservato ad alcune produzioni in particolare.
I protagonisti di questi “Dialoghi” saranno Massimiliano Bellavista, eclettico scrittore, reduce dal successo di questo aprile del Festival della lingua italiana 2019 di Siena con lo spettacolo per parole e musica Una parola lunga un secolo, del quale verrà presentata la sua ultima “creatura” edita da Emersioni, la raccolta di racconti Dolceamaro (e del quale potete leggere una recensione su questo numero di Bottega Scriptamanent al link www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2285&idedizione=154); Francesco Boschi, blogger toscano dalla lunga esperienza letteraria, che sarà presente con le sue intense storie ambientate nel mondo della scuola italiana ne Le incantevoli luci della vita, edite da Il Seme Bianco e corredate dalla lungimirante Prefazione a cura di Rino Tripodi (che è possibile leggere al seguente link: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=238); Romano Ferrari, viaggiatore febbrile e parigino di adozione, nonché presidente di Fai France, riguardo al quale ci si soffermerà particolarmente sul romanzo storico Cauriòl, la montagna del riscatto edito da Infinito edizioni (i più interessati potranno leggere una nostra recensione a questo link: www.bottegaeditoriale.it/laculturaprobabilmente.asp?id=174); altro autore dalla notevole varietas stilistica che vanta anche lui, come i precedenti autori già una cospicua varietà di pubblicazioni è Gian Corrado Stucchi, presente al Salone con la sua più recente opera, un torbido mystery dalle criptiche venature simboliche, La puntura del bombo, edita da Bottega editoriale (per leggere una sua recensione cfr.: www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2277&idedizione=153 ); in conclusione, last but not least, uno scrittore, Marco Baggio, “padre” dell’originale thriller Nove colpi, che vanta una Prefazione a cura di Marco Gatto e che fa parte del “Portafoglio inediti” della “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale, un bel noir che ha già conquistato l’attenzione di diverse case editrici particolarmente interessate, oggi al suo “giallo” e domani, ai suoi racconti analogamente oggi inediti.
Sia Bellavista che Stucchi sono stati protagonisti di due suggestive e dettagliate analisi critico-letterarie stilate proprio dal conduttore dell’incontro, Guglielmo Colombero, che ci accompagnerà per mano, attraverso la loro opera omnia, ad un’ampia e approfondita riflessione sui contenuti e sullo stile di ciascun autore.
Per quella su Bellavista cfr. www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=236; per quella su Stucchi cfr. www.bottegascriptamanent.it/?modulo=Articolo&id=2283&idedizione=154).
Ci aspettiamo dunque, da queste diverse ma egualmente importanti personalità, un dialogo serrato e spunti interessanti. Se volete scoprire quanto abbiamo ragione non vi resta che seguirci a Torino e verificarlo di persona!

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XV, n. 160, maggio 2019)

copertina dolceamARO DEF

 

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“Una parola lunga un secolo”: Dolceamaro vede la luce oggi con successo di critica e pubblico

C’erano proprio tutti. Un’ Aula Magna piena di persone curiose di approfondire il rapporto intimo tra parola, canzone e letteratura, oltre che di conoscere il nuovo libro.

Un grazie all’Organizzazione del Festival della Lingua Italiana e all’Associazione il Liceone

Un grazie ai ragazzi del Liceo che hanno reso possibile la cosa con le loro parole e la loro musica!

Ulteriori video e la registrazione dell’incontro su https://www.facebook.com/paroleincamminofestival/

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Una parola lunga un secolo: al festival della lingua italiana poesia e parola da Luzi ai Måneskin

Che cosa è la parola?

Che cosa è una canzone?

Che cosa le accomuna e cosa le divide. Come si rapportano ai linguaggi di ogni giorno?

Immersi in un “luogo della parola” per eccellenza, da dove sono passati autori del calibro di Mario Luzi proveremo a capire la sua storia,  la sua funzione tra finzione e profezia…

Sarà un dialogo per parole e musica speriamo suggestivo e coinvolgente…

session

Per maggiori informazioni

https://www.ilfestivaldellalinguaitaliana.it/speaker/massimiliano-bellavista/

http://www.ilcittadinoonline.it/cultura-e-spettacoli/a-siena-torna-con-parole-in-cammino-il-festival-dellitaliano/

https://www.ilmessaggero.it/spettacoli/cultura/parole_in_cammino_festival_siena_lingua_italiana-4396839.html

https://www.gonews.it/2019/04/01/parole-cammino-arrivo-la-iii-edizione-del-festival-dellitaliano-delle-lingue-ditalia/

http://www.toscanalibri.it/it/news/parole-in-cammino-torna-la-terza-edizione-del-viaggio-attraverso-la-lingua-italiana-7_10844.html

https://www.sienanews.it/toscana/siena/parole-in-cammino-domani-a-siena-e-il-giorno-di-sergio-castellito-e-piergiorgio-oddifreddi/

https://video.repubblica.it/edizione/firenze/a-siena-parole-in-cammino-i-giovani-adottano-un-termine-della-lingua-italiana-che-si-sta-perdendo/331374/331973

 

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NELLE LIBRERIE DAL 4 APRILE

EMERSIONI

DOLCEAMARO

Dolceamaro è catalogabile come raccolta di racconti, ma, torniamo a ripetere, si tratta di una definizione assai riduttiva, dato che il poliedrico modo di raccontare dell’autore non può essere assolutamente recluso dentro il rigido steccato di questo o quel genere
letterario: ci troviamo al cospetto di un narratore che è anche ritrattista di anime, scandagliatore dell’inconscio, esploratore di sogni, fotografo di emozioni, anestetista di dolori e cauterizzatore di ferite interioriGugliemo Colombero (Direfarescrivere, anno XV, n. 157, gennaio-febbraio 2019)

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Un saggio di Guglielmo Colombero dedicato ai miei “primi 25 anni”

dire fare scrivere con saggio

Ringrazio sentitamente Guglielmo Colombero,  per avermi onorato della sua attenzione con questo approfondito saggio; Bottega editoriale e la Redazione di “DireFareScrivere” per averlo integralmente pubblicato sul corrente numero del loro Mensile (direfarescrivere, anno XV, n. 157, gennaio-febbraio 2019).

I labirinti poetici e narrativi di un autore
coinvolgente: Massimiliano Bellavista
Un’analisi precisamente compiuta sui temi, lo stile e la scrittura,
attraverso le sue opere in cui tutto è sospeso tra sogno e realtà
di Guglielmo Colombero
È possibile conciliare la vocazione di teorico del marketing aziendale e algido manager con una fervida vocazione letteraria? In una mente caratterizzata da strategie aziendali può celarsi, e poi felicemente esplodere, una feconda passione di poeta e narratore, intrisa dei più svariati echi letterari (Borges, Camilleri, Gadda, Pirandello, Simenon, tanto per citarne solo alcuni), che serpeggia lungo le insenature enigmatiche del thriller oppure esplora nicchie mistiche e arcane, nostalgiche di un passato seducente e fiabesco, che si amalgama al presente passando attraverso il perenne varco dimensionale dell’immaginario e del sogno?
Il personaggio capace di rispondere affermativamente a tale quesito si chiama Massimiliano Bellavista, ingegnere e docente di Management strategico, nato a Siena nel 1973.
Questo felice connubio è raro che avvenga, ma talvolta così è. Per rimanere ai grandi esempi del passato possiamo ricordare i casi dell’assicuratore Franz Kafka e dell’impiegatuccio del Genio civile Salvatore Quasimodo; per il presente potremmo rammentare il magistrato Giancarlo De Cataldo e il bancario Maurizio De Giovanni.
In questo secondo saggio critico che la nostra Agenzia letteraria Bottega editoriale dedica allo studio di alcuni fra i più interessanti scrittori contemporanei, dopo Mimmo Gangemi (Mimmo Gangemi: poesia e narrazione tra natura, morte, vita e appartenenza, in: http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=235) la nostra lente d’ingrandimento letteraria punta, dunque, su Massimiliano Bellavista.
Non ci soffermeremo, ovviamente, sui suoi studi economici: basterà citarli segnalandone l’importanza che hanno nei rispettivi campi.
Ricordiamo dunque, tra i pregevoli testi in materia di organizzazione aziendale, Le reti di impresa (FrancoAngeli, 2012) scritto assieme a Lorenzo Zanni e, tra quelli dedicati alle strategie di start up imprenditoriale, the naked pitcher (Licosia, 2018).
Ma, tornando nel precipuo ambito letterario, partiremo da un dato personale: l’intrinseca qualità letteraria di Bellavista è emersa ai nostri occhi faccia a faccia quando, durante la scorsa edizione del Salone internazionale del libro di Torino, abbiamo avuto la fortunata ventura di presentare il suo romanzo d’esordio, L’ombra del caso (il seme bianco, 2018), che ha come protagonista il commissario M., indicato con la sola iniziale del nome in quello che appare una specie di omaggio simultaneo sia al Maigret di Simenon che al Joseph K. di Kafka. «Il narrare storie è parte del mio lavoro quando si parla di start up aziendali», ha spiegato Bellavista in quell’occasione, «perché spesso e volentieri la prima cosa che l’imprenditore ti racconta è una storia, una storia di sé o di quello che vuole essere. E da lì poi si deve fare una contronarrazione trovando in qualche modo un colpevole, che può essere lui stesso o possono essere delle inefficienze, e trovare una soluzione o improvvisare una narrazione che possa convincere lui o lei a seguire una certa strada. In questa storia più o meno è lo stesso. C’è una narrazione che in qualche misura M. subisce, e una contronarrazione che lui piano piano costruisce sulla base di una serie di elementi che non lo convincono. E le due narrazioni come materia e antimateria sono destinate a scontrarsi».

Istantanee che riprendono la morte al lavoro
Una catena di morti violente, solo in apparenza prive di una qualsiasi connessione, è il perimetro agghiacciante su cui si concentra l’indagine del commissario M., poliziotto disilluso quanto tenace, che concepisce il suo lavoro non come una missione (dato che gli tocca difendere una società marcia e corrotta, in cuor suo profondamente disprezzata), ma come ricerca di una verità ambigua e sfuggente. Il messaggio affiora chiaramente da questo scorcio narrativo denso di echi pirandelliani e di fatalismo kafkiano: «A M. in sostanza, pareva di leggere un libro in cui era scritta la sua vita, ma che lui non aveva diritto a sovrascrivere e nemmeno ad annotare. Da qui due conseguenze logiche per la mente analitica di un investigatore: primo, era qualcun altro a decidere il copione, secondo, questo qualcuno il copione l’aveva già scritto in tutto o in parte, quindi nella migliore delle ipotesi lui era indietro rispetto alla sua vita di qualche pagina nella peggiore si trattava di un libro già bello che finito, magari anche di seconda mano. E quindi la logica conseguenza era che nelle cose della vita non occorreva sempre impegnarsi: tanto il libro avrebbe comunque girato pagina da sé».
Con glaciale professionalità, questo investigatore, molto vicino alle figure dei cinici detective del noir americano del primo dopoguerra (su tutti il Bogart de Il grande sonno), entra a piedi uniti dentro un focolaio infetto che sprigiona miasmi intossicanti e genera un grottesco balletto di morte lungo un filo di bava rabbiosa (che intreccia pedofilia, tangenti, prostituzione). «La gente non capiva che la morte non si fa. Si subisce. Non si crea né si distrugge, passa solo di mano in mano, come un cerino acceso»: efficace la rappresentazione della “morte al lavoro”, che tallona M. fino a sfiorarlo direttamente, e rafforza in lui la caparbia determinazione di scoperchiare una volta per tutte il tappeto sotto cui si cela una montagna di putredine morale.
Nel descrivere un campionario umano miserando, ripugnante e meschino, l’autore non risparmia impennate di umorismo impietoso e corrosivo: «Quel tale, Franco Luraschi, era titolare di una grossa società che si occupava di servizi d’igiene ambientale: smaltimento dei rifiuti, bonifica ecologica, amianto erano le specialità della casa. Decisamente obeso e ormai prossimo ai settanta, era inguainato in un elegante gessato di sartoria. E non poteva essere altrimenti per un uomo che passava abbondantemente i centocinquanta chili per quasi due metri di statura e a occhio e croce calzava il cinquanta. Un’apoteosi del su misura di lusso insomma. L’avvocato che lo accompagnava ne era fisicamente agli antipodi. Basso e magrissimo, parlava con voce sommessa e ricordava un uccellino spelacchiato e senza nido. Se ne stava aggrappato ai braccioli della sedia, sembrava quasi per timore di essere da un minuto all’altro travolto dalla massa dell’imprenditore, le cui carni adipose tracimavano dalla sedia in ogni direzione. Però era l’avvocato ad aver tenuto banco fino a quel momento nel colloquio, come se avesse portato in commissariato il suo grasso pupazzo ventriloquo».

Un viaggio cinematografico nell’irrazionale
Come il Ciccio Ingravallo di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda, M. fruga in una atroce discarica colma di «dolore, malvagità, dubbio, pericolo, sadismo, pazzia». I primi due delitti che M. dovrà decifrare sono descritti mediante analogie di forte suggestione visiva, frutto di una tecnica narrativa squisitamente cinematografica: «La faccia morta di quel tizio morto così, quasi senza scatola cranica dietro e adagiata sulla nuda terra come una maschera, somigliava a un planisfero, una proiezione cartografica dove tutti i continenti sono riportati accuratamente in piano, cercando di mantenere le originarie proporzioni sferiche». Altrettanto efficace il parallelismo fra un corpo umano devastato e una viscida lumaca calpestata, quasi a voler significare che, una volta privo di vita, anche l’involucro considerato come contenitore dell’anima degrada, si decompone, degenera, e provoca nausea in chi lo contempla: «C’erano solo loro, un prato mal rasato dove proliferavano buche, sassi, infestanti e una baracca. E a pochi metri, un corpo scomposto, attorno al quale brulicavano uomini. M. per un attimo pensò a una grossa lumaca in decomposizione che giorni prima aveva inavvertitamente schiacciato. Era così tardi da essere quasi presto, pioveva un sacco ed era ancora buio, non l’aveva vista, dal guscio uscivano liquidi e gli organi interni. Tre ore di sonno e lui era di nuovo lì, ma la lumaca non c’era più: era diventata uno spaccio di proteine all’ingrosso, gremito di formiche che si affaccendavano su ogni lembo di quel corpo. A quel pensiero, accusò di nuovo un lieve malessere».
Nel corso dell’indagine, M. procede su un doppio binario: quello lucido e razionale dell’investigazione, che utilizza i consueti strumenti di analisi empirica del reale, e quello onirico del sogno, della potenza quasi divinatoria dell’inconscio, degli archetipi junghiani: «Dio puntò il suo dito su una persona, che veniva verso M. tenendo per mano un bambino. Il dito era bianco, lucente, enorme eppure sembrava che lui fosse il solo a vederlo, le altre persone nella piazza continuavano a ridere e scherzare come se niente fosse, a cominciare dal suo bersaglio. Il dito non proiettava alcuna ombra sul terreno. La testa dell’uomo scoppiò, il sangue usciva copiosissimo, lo avvertì nelle narici, poi in bocca, infine il sangue gli coprì gli occhi bruciandoglieli e per un istante non vide più nulla».
La ritualità delle morti si accelera nel corso della narrazione, con vampate di tenore espressionista che innestano sfumature macabre, quasi un ghigno funereo emanato dalle oscure pulsioni di un sadismo criminale: «Imma non indossava una maschera, indossava la morte. C’era una densa chiazza dal diametro di oltre un metro che formava un’aureola rosso sangue intorno alla sua testa. Un solo foro trapassava la fronte. I capelli le coprivano il volto, quasi completamente, come una grottesca maschera barbuta. I denti ridevano, completamente scoperti, di un sorriso innaturale che sarebbe stato impossibile da riprodurre per tutti, tranne che per un cadavere».

Una scrittura tra mosaico e allegoria
Come la riproposizione delirante di un autodafé della Spagna di Torquemada, l’autore si sofferma sullo scempio di due cadaveri, bruciati dall’assassino per distruggere ogni traccia, spingendo l’iconografia delittuosa fino alla soglia dell’intollerabile: «E il fuoco aveva trasformato quei due corpi, tramutando il luogo che poche ore prima era stato un grande e spazioso soggiorno in un teatro dell’assurdo dove un corpo seduto in una posizione innaturale, prono sulla scrivania, sembrava guardare furtivamente un altro corpo, o meglio una specie di nera crisalide, che ancora oscillava appesa a una trave, unica rimasta completamente intatta tra tutte quelle che sorreggevano il soffitto».
In chiusura di questa inquietante panoramica sulla “morte al lavoro” nel romanzo di Bellavista, è doveroso citare un frammento descritto mediante l’uso della soggettiva, che l’autore padroneggia con una raffinata calibratura dei dettagli sia cromatici che sensoriali: «In un non-tempo quelle immagini si serigrafarono in ciò che restava della sua mente, polarizzandosi sul bianco che proveniva dalla luce accecante del sole, moltiplicata dalle mille fratture che si propagavano velocissime sulla superficie del parabrezza, e sul rosso del sangue che usciva copioso. Eppure, anche se da un solo occhio e con frequenti dissolvenze al nero intervallate da continue intermittenze di strane immagini che parevano pezzi di ricordi lontani, continuò a guidare. Le sensazioni che provenivano dai nervi facciali recisi, dal buco che aveva in faccia, erano ben oltre il dolore. Tuttavia per pochi secondi continuò a guidare, e quello che era più incredibile, intenzionalmente».
In definitiva, per esprimere la frustrazione del commissario M., che ancora brancola nella caligine sanguigna di tanti indecifrabili omicidi, Bellavista ci offre l’ennesima, fascinosa similitudine, quella dell’alta marea destinata prima o poi a defluire, rivelando quello che nasconde alla vista: «Gente che moriva attorno a lui in modi improbabili, storie che avrebbero dovuto avere un collegamento tra di loro che rimanevano scollegate, separate da distanze logiche che parevano incolmabili. Come isole tidali. La marea cresceva, M. si chiese quando avrebbe cominciato a scendere, rivelando i collegamenti tra di loro, infinite e sconosciute vie di sabbia».
Non è assolutamente casuale, in questa opera prima di Bellavista, la citazione da uno dei racconti più allegorici e mefistofelici di Borges, La lotteria di Babilonia: «A tutti e due piaceva quel racconto. E così, provammo a ipotizzare come avrebbe potuto funzionare. Come si sarebbe potuto mettere in pratica l’insegnamento di quel racconto, ovvero quello di creare un Ordine sociale basato sul caso. Sul caso governato». Nulla è come appare nel complicato mosaico costruito da Bellavista: una partita a scacchi in cui le regole del gioco vengono sovvertite a ogni mossa; un labirinto di specchi in cui il bianco diventa nero e il nero bianco a seconda delle circostanze, un mutevole divenire che racchiude metamorfosi e metastasi di una società ormai irrimediabilmente contaminata da appetiti inconfessabili, dal cannibalismo consumistico, dal delirio di onnipotenza di chi si crede dotato del potere sovrumano di decidere sul destino dei propri simili nel nome di un’astratta morale al di sopra della legge.

La casualità esiste davvero?
L’epilogo della storia narrata da Bellavista concentra nella dispersione di un pugno di ceneri il senso dell’effimero, dell’inevitabile, un sic transit gloria mundi che condensa il non-senso di una sorta di mostruoso quanto tragicomico complotto, fonte di una sequela di morti inutili, di efferatezze gratuite, di paranoide ferocia: «Le ceneri, dopo un breve volo, come se non potessero sottrarsi alla reciproca attrazione, si raccolsero in una densa chiazza grigia, che si dissolse lentamente nel lavorio superficiale delle onde e in quello appena sottotraccia delle correnti, galleggiando ancora per un po’ in lontananza, senza meta apparente, come un banco di piccoli pesci».
Ancora una volta illuminanti, a questo proposito, le parole dell’autore al Salone internazionale del libro di Torino: «Una serie di casi, e una gestione del caso, che però è – e il commissario M. lo afferra sempre di più – in qualche misura pilotata da qualcuno o da qualcosa. Questo è il concetto dell’ombra del caso. Il conflitto fra una visione del caso assolutamente probabilistica – per cui tutto è possibile e non è determinato da niente – e la sensazione forte che M. si muova dentro una storia già scritta, che poi è la storia del libro, una sorta di libro in 3D, da cui lui vuole uscire trovando una sua dimensione».

Un poeta itinerante in un dedalo di emozioni
Addentriamoci ora in un sentiero a ritroso, fino a un Bellavista ventenne che pubblica l’antologia poetica Come uno strappo (Il Fauno edizioni, 1994): da questi versi eleganti e ricercati, intrisi di vivide suggestioni crepuscolari, di morbido lirismo evocativo e di limpide assonanze musicali, già emergono alcune delle tematiche che, puntualmente, ritroveremo in successive opere narrative.
In primo luogo lo scorrere lento e inesorabile del tempo, incarnato nella magia luminosa di un paesaggio che si confonde con la visione onirica di un fantasma d’amore: «Allo schiaffo del giorno/alla croce di un’alba/sull’intarsio ligneo/dei tuoi capelli/che si perde/si perde…/nei bruschi fondali/il cangiante scolo/dei bagliori/dal ventre morto/delle città./Ti penso qui/da sulle spalle dei monti/dove morimmo di un male lucente» (Come uno strappo).
Nostalgia e rimpianto pervadono altri versi sospesi fra malinconia e struggimento, dove l’autore distilla frammenti emozionali e li condensa in una poetica della natura e delle cose, emblematica della fragile condizione umana: «Di tante anime/è rimasto/il vento/che pulsando/stride fra le porte». E analogamente: «Le vite/degli uomini/hanno inciso/il tuo tronco/che ora giace/a terra immoto/sprigionando l’essenza del tempo» (Albero abbattuto). Talvolta affiora una religiosità contemplativa che, nella silenziosa agonia cristallizzata di un crocifisso, sintetizza la muta eloquenza dell’angoscia esistenziale: «Tra riflessi barocchi/il Cristo/soffre la sua croce/in un silenzio/d’abbandono» (Chiesa di Lilliano).
Anche il simbolismo dell’acqua e della pietra ricorre sovente nei versi giovanili di Bellavista, con accenti che rivelano le sedimentazioni di una cultura nutrita di classicismo (come una riproposta in chiave moderna delle folgoranti intuizioni di un Anacreonte): «Tutti/restammo naufraghi/sulla riva di un’alba» (S. Lorenzo). Persino il simbolismo rivelatore di più recenti influenze (Montale, Neruda, Rilke) si esprime in scenari ereditati dalla turgida virulenza del Barocco seicentesco (alla Gongora, per intenderci), visionaria (ossa insanguinate, croci impolverate) e iperbolica (il suono che è anche metallo): «E non sia più/morte odorosa sui muri dei vicoli/e un bianco passo che il cuore non vede/e ossa nude temprate nel sangue/e polvere sulle croci./E palloni arcobaleno/crocifissi a bianche pietre/in questo giorno di festa/sotto all’urlo bronzeo/della chiesa» (Sarà più grande).
In altri scorci, fa già capolino l’ombra lunga di Borges, in un evidente soprassalto di consapevolezza che il tempo non si può fermare, e scandisce inesorabile l’esistenza che si consuma attimo dopo attimo come sabbia che scorre fra le dita: «Vicino all’eternità/qui/porto il tempo/nelle mani/e vivo sospeso/in un limbo di tuffi di luna/su acque immobili» (Con l’anima spezzata).
Anche la passione amorosa, che si dispiega in un vortice di immagini gioiosamente pagane (i miti di Circe incantatrice e di Diana cacciatrice, il Sol invictus, la falcata luminosa di una divina bellezza capace di tessere una ragnatela seduttiva), emana l’aroma amarognolo dell’effimero: «Esci divenendo maga/meridiana, pelle di rosa,/anima vulnerata dalla mano vorace,/stordimento di vento, trionfo di membra,/caccia che si disperde nel bosco./Dal sole, occhio tiranno, apprendi/a calarti come un ragno/vesti di luce ogni tuo passo» (Mi è dato far delirare).
Questa prima raccolta gli consente di vincere alcuni premi nazionali, mentre parte delle poesie del libro viene ripubblicata su riviste e in antologie (Stillae Temporis, Edizioni Cantagalli, 2004).
L’esperienza poetica prosegue, creando un ibrido costellato di lampi di prosa, in Il segno e la foresta (Magalini Editrice, 2001). Il libro, presentato al Festivaletteratura di Mantova, è corredato dalle splendide fotografie in bianco e nero di Luca Liserani. L’autore esordisce con una appassionata dichiarazione d’amore alla natia Siena: «La mia Città Madre è una Città d’Acqua che parla solo nei sogni. Pochi i convitati del Suo fluido mistico e segreto». E ancora: «la Città visitò i sogni di Dante affinché gli uomini, illuminati dalle sue parole, cessassero allora e per sempre di profanarne inutilmente il Ventre alla ricerca dell’Inconoscibile».
Prosegue poi evocando Leida, la sua «Città amante», storica roccaforte dei Paesi Bassi protagonista nella loro temeraria sfida al tirannico dominio asburgico fra il 1572 e il 1574. Con poche pennellate di plastica efficacia evocativa, Bellavista compone un tableau vivant su una pagina storica poco conosciuta, ma non per questo meno fondamentale, che due secoli prima della Battaglia di Valmy dimostrò come una “armata di straccioni” potesse battere il più temuto esercito professionale dell’epoca: «Così venne a incendiare i sogni di Guglielmo il Taciturno, ormai grigi e sfibrati dal lungo assedio. L’indomani Egli, compresa la vera natura del proprio potere, decise di aprire le dighe tra Rotterdam e Gouda. L’acqua, che per lungo tempo gli spagnoli avevano creduta amica e alleata, avanzò, arma perfetta in pugno al vento, sbaragliando tutta l’Olanda Meridionale».
Suggestioni ermetiche sono poi rintracciabili, come un fiume carsico, in altri versi dedicati a Siena, vera e propria matrice di ispirazioni poetiche e letterarie, radice feconda di tradizioni culturali intramontabili, che alimentano la sostanza del ricordo, della nostalgia e del sogno: «Non ti terrò/ma salda a me/già stringo/la meraviglia del tuo nome/potente spezia del pensiero».
Si rivela anche generatrice inesausta di fertile sensibilità creativa: «Sa vegliare/la mia città eletta./Sa colmare di vento/i ventri vuoti della sua terra./Le volute del suo essere/troppo incline al pensiero/sbocciano perenni da una/sempre nuova vertigine».
Analogo l’omaggio rivolto al fascino gotico e rinascimentale di Leida, patria di Rembrandt: «Amo/le città vive di corti./Questa bellezza/è una misura colma di ombre sublimi./Non amo/quelle erette di obelischi/che opprimono il petto di Dio». Annullando la soglia che distingue il sogno dalla realtà, Bellavista colloca Leida in una dimensione metastorica e atemporale, ribaltandone la visuale in soggettiva: «Tu sei frutto e fine/della mia pazzia./Il tuo passaggio esige/il varco alato/di un’allucinazione./Non sei del tempo/mai./Con te mi sento/uomo metamorfico».

Una melodia inconscia e sotterranea
Vale la pena di soffermarsi su questo «uomo metamorfico» adombrato dall’autore dentro la cornice di due città così ricche di memorie storiche, dove i singoli destini individuali si fondono, con limpida sonorità musicale, in una sorta di occulta armonia universale: a Leida «camminerò al fiume/e scioglierò con acqua i sali del pensiero/varerò con essi/i vasti sogni che ho pianto». E ancora nei meandri di Siena si domanda: «Tu/che hai composto/il tutto di cui sei parte./A quale dimensione/si connettono i miei sensi?». Lasciandosi poi trasportare in un labirinto onirico: «Ho sognato/ il sonno della tigre./La grinta del sole antico/nelle sue luci fisse al punto/dove corre e/ricorre il mare», per approdare infine alla meta finale di tutte queste trasformazioni. «E ora so precisamente/dove perdermi»: perdita di sé che significa lasciarsi trasportare dai flutti della percezione (identificata con il flusso e riflusso della marea). Il simbolismo dell’acqua, per il poeta liquido amniotico nell’utero immaginario di Siena Mater, riaffiora costantemente anche lungo i canali di Leida (vero e proprio labirinto fluido che si trasfigura in paesaggio interiore, in mappa emozionale), e tallona l’io narrante, custode di un soffio vitale dentro cui ribolle l’alchimia poetica: «Intriso/dall’eco della pioggia/una corona di gocce mi assedia la fronte/poi lacrimando dal crespo delle labbra/verso la radice del mio passo/che scorre le vie».
In conclusione, la poetica di Bellavista presente in Come uno strappo e ne Il segno e la foresta procede lungo due direttrici: un linguaggio quasi iniziatico che riveste i versi di una segreta melodia, di un respiro interno proteso verso la soglia del sogno, del miraggio, ma anche intessuto di dettagli iperrealisti, e l’esplorazione dei recessi più oscuri delle emozioni, in una ricerca mai appagata del loro nucleo più autentico, dei significati che balenano un istante, come illuminazioni, per poi svanire e inabissarsi nuovamente nella palude del subconscio.

Un terzo occhio oltre la soglia dell’inconoscibile
La poetica di Bellavista continua a evolversi in una tappa successiva, rappresentata da Anatomia dell’invisibile (Edizioni Tabula Fati, 2017), opera decisamente atipica e stilisticamente audace. Definirla come antologia di racconti brevi potrebbe apparire riduttivo: siamo piuttosto nei paraggi dell’apologo fiabesco, della meditazione filosofica, della parabola morale. L’incipit – e qui consentiteci un aggettivo più incisivo del solito – è semplicemente superbo, desta echi delle pagine più veementi del Faulkner de L’urlo e il furore e di Mentre morivo: «La mia faccia si decompone da viva nel tempo come una torta nuziale sotto la pioggia. Gli zigomi si sono fatti estremi come antenne sintonizzate su un qualche evento che dovrà presto riguardarmi, forse la morte stessa. In questa casa vi sono grida di polvere, grida di ragnatele disposte come trine artistiche o pendenti a larghe falde dai telai degli infissi come tende fatte di cascami. Se anche il disordine si ordina ed esprime una qualche rozza intenzione artistica come musica emergente dal rumore è tempo per me di svanire da questa casa che forse non so più governare». In questo primo racconto, intitolato Il contrappunto del gufo e della fenice, una sequela di metafore sincronizzate (dove ogni parola è significante), ci introduce subito nell’interiorità del narratore, un vecchio musicista che sente avvicinarsi la morte. Bellavista sintetizza come in una fotografia, o meglio, in una inquadratura cinematografica, un caleidoscopio di sensazioni rappresentate con tonalità oscillanti fra reminiscenze di un cupo espressionismo decadente (l’incubo dell’invecchiamento paragonato a una torta sfaldata dalla pioggia, gli zigomi ormai sporgenti come grotteschi sensori tesi a percepire il passo felpato della morte, le ragnatele talmente invadenti da assomigliare a veri e propri sudari) e squarci di introspezione psicologica tipici del romanzo postmoderno (il silenzio assordante della polvere, l’idea del morire vista come svanire da una realtà ormai vuota, simulacrale). Rafforzano questa evidenza del segno anche le citazioni pittoriche: le nature morte e gli strumenti musicali impolverati di Baschenis e di Loyeux come allegorie del trascorrere inesorabile degli anni, della falce impietosa del Tempo. E quando si rivolge al suo interlocutore, un giovane giardiniere, il protagonista ricorre alla cruda similitudine fra il lupo affamato, proteso a inseguire la preda, e la velocità del tempo simile a una freccia che sibila nell’aria, inarrestabile: «Ora tu, mio giovane giardiniere, mi dirai che il futuro invece procede in linea retta, è teso come una lancia, che per capirlo in fondo basta guardarsi attorno. Ad esempio mi diresti, prendi un po’ di vento, che, in questa stagione, viene spesso quassù sulle colline a scompaginare le carte e ad uccidere, come è successo il mese scorso, abbattendosi contro un cipresso pluricentenario, risalendo con violenza dalla valle sottostante e percorrendo il bosco con la stessa veemenza di un lupo che si lancia in mezzo al gregge. Basta l’arco di una semplice tempesta a dimostrare evidentemente l’esistenza della freccia del tempo».

Sul limite della vita
L’eterno dilemma della condizione umana su cui incombe la morte, del senso autentico dell’esistere, traspare nell’angoscioso interrogativo che tormenta il vecchio musicista protagonista del racconto, ossessionato dalla prospettiva ineluttabile dell’annientamento finale: «Come può dare senso alla vita sapere che ogni nostra conquista si sfibrerà prima o poi in una stanchezza molecolare e perenne, in uno zero assoluto di emozioni? La conquista di un’emozione o di una conoscenza è un fatto enorme e non può svanire nel nulla: se non percepibile immediatamente nella musica delle cose deve perlomeno lasciare una traccia perenne tra le notazioni del pentagramma. L’universo semplicemente non tende all’entropia e al caos ma si evolve verso l’arte, in un ordine musicale mimetico e profondo per noi ancora inconoscibile ma che esiste certamente. E la materia non è creata, è composta. L’universo non morirà perché esiste il ritmo che di questa composizione profonda è la traccia più evidente, il rumore di fondo. È come un mare che con le sue onde non arriverà mai a riva, perché essa si ritrae nel mistero più velocemente del suo progredire». Quando il cerchio esistenziale si chiude, gli ultimi pensieri del musicista narrante si placano nell’immensità del silenzio, in una nuova musica segreta che non proviene dagli strumenti, ma emana dall’anima in procinto di staccarsi dall’involucro corporeo per addentrarsi nell’ignoto: «Ma c’è qualcosa di nuovo che accade e persiste ai miei sensi un momento prima che tutto mi sfugga deragliando quasi senza dolore dai binari della coscienza, prima che anche il mio corpo si squarci come una fragile diga rovesciando la mia anima verso direzioni sconosciute: per un attimo, per la prima volta prima del buio, nei miei polmoni vuoti respira il silenzio assoluto».
In un altro dei racconti, Dissolvenza in grigio, un anziano pittore, menomato da un ictus, ritrova l’ultimo slancio di una creatività che sembrava ormai quasi atrofizzata: «L’undicesima musa è una calda ombra di seta che vedo danzare sulla parete e sul corpo di mio figlio. Preparo i miei ingredienti cromatici con l’automatismo dei momenti migliori come se non fossero passati anni enormi e pesanti sulle mie spalle, ma solo poche ore».

L’ironia sul male e la morte come trasformazione
In Musa il narrante è, invece, uno scultore rimasto vedovo, che evoca la figura della moglie, di nome Musa. Qui Bellavista getta lo scandaglio nella “cognizione del dolore” (Gadda e Montale sicuramente hanno lasciato qualche prezioso sedimento nella sua ispirazione letteraria), si addentra in una catarsi emotiva che trasfigura l’agonia di Musa in una dimensione fiabesca (la metamorfosi in “bozzolo di Fata”), quasi a voler deridere la morte, non più percepita come salto nel buio, ma come mutazione benefica in qualcosa di altro: «Quando sei entrata in coma nostro figlio ha detto che non saresti tornata. Che eri destinata ad un altro mondo e saresti tornata come fata. C’era dell’ironia, fosse stato il momento: Musa la Fata. Rimasero tutti impressionati da quel piccolo essere, così forte. Io lo sapevo che aveva ragione. L’entrata nell’assurdo, nella terra senza speranza, quella dove si affonda, era avvenuta molto prima, quando si era passati dalle parole come terapia, operazione, trattamento a quelle sempre meno comprensibili e composte come sperimentazione, infusione, carboplatino. Erano per me tanto improbabili quanto il loro esito fausto. Più erano improbabili le parole, più sorridevi. Più perdevo le mie radici aggrappate alla realtà, più mi confortavi. Più le parole mi sconvolgevano e più mi suonavano come sinonimi di una sola: fine, morte. Tu mi prendevi in giro chiedendomele come chiavi di un immaginario cruciverba. Per lui no, la tua sofferenza era come trascesa in una visione: eri un bozzolo di Fata. E ne ridevi. Sarà bello veder nascere una fata dicevi».
Anche L’equilibrio, dove l’io narrante medita con macabro sarcasmo sulla propria, inguaribile malattia, ha un sapore beffardo, tristemente derisorio verso la morte come nel pirandelliano L’uomo dal fiore in bocca. Qui le iperboli costruite da Bellavista risultano particolarmente efficaci, come una serie di scatti che letteralmente “fotografano” le sensazioni del personaggio: l’anima bucata dal male che sperpera fiotti di vita, il tumore paragonato a un fossile insediato nel cranio o a un tartufo immerso nell’humus cerebrale: «Linfoma primitivo. C’è un che di ancestrale in questa sentenza, primitivo come una condanna forse scritta nei geni di qualche mio lontano antenato, magari un pastore transumante come quelli che tremila anni fa percorrevano ogni due stagioni i meandri del fiume che sfocia al mare qui vicino venendo dalle montagne dove ora sorge la mia città. Linfoma primitivo. Da qualche settimana dunque so di avere un foro nella mia anima da cui perdo quantità crescenti di vita. In effetti ho una specie di fossile in testa, ma stranamente ciò non mi suscita immagini mostruose o angoscianti ma piuttosto parallelismi con cose preziose e nascoste. Che so io, un tartufo bianco, un minerale raro o forse un tubero profumato come quello dell’ireos».

Storia di storie sulla materia oscura e i contrasti del vivere
Ne I massi erratici, una coppia si immerge nella contemplazione della natura. Stavolta l’io narrante è la donna, legata a un uomo assai più giovane di lei, e la risalita faticosa verso un qualcosa che è «per metà sogno e per metà chimera» simboleggia l’anelito verso una ritrovata voglia di vivere e di amare, anche se dovesse durare per un solo attimo fuggente: «Il luogo è fantastico, silenzioso, di un verde sinfonico orchestrato in infinite fughe e variazioni, che prorompe da ogni angolo, crepa o anfratto e occupa ogni spazio facendo solo il gioco delle acque, azzurre e limpide, che di contrasto spiccano dalla roccia bronzea come sgargianti pupille sussurranti. Mi chiedo allora chi di noi due Dio preferisca, tu che sali agile il suo masso e fai la tua preghiera di carne, ossa, sangue e sudore o io che manifesto la mia preghiera restando qui davanti in silenzio nell’ombra come un antico orante».
Una definizione esaustiva dell’«invisibile» che Bellavista anatomizza nelle sue pagine, dense di pathos e di riferimenti alla vita quotidiana, colta nelle sue sfumature più vitali (la creazione dell’artista, la bellezza della natura) o al contrario ineluttabili (la malattia, la morte incombente), risulta ardua, complicata. Poliedrico, sfaccettato, talvolta intricato come un sentiero che si dirama in più direzioni, lo stile dell’autore possiede una musicalità ricca di dissonanze, alcune labirintiche, ma proprio per questo affascinanti. Il coinvolgimento emotivo che si intravede in controluce è sempre estremamente sobrio, controllato, anche se la ricercatezza del lessico si concede iperboli narrative ai limiti della sperimentazione. Scrutando le abissali profondità del mondo interiore, Bellavista setaccia gli angoli più riposti della psiche con sopralluoghi solo in apparenza casuali (in realtà costruiti con sapiente dosaggio degli ingredienti narrativi). I suoi personaggi mettono a nudo le loro pulsioni più segrete, come in una seduta psicoanalitica, e cercano tutti disperatamente una risposta alle tante domande che affollano il loro spirito. Del resto, l’invisibile è tale proprio perché non può essere descritto, ma solo intuito a livello quasi subliminale: anatomista che non scava nelle viscere ma nelle anime (e l’anima è, per definizione, incorporea e quindi anche invisibile e impalpabile), Bellavista ci offre stimoli intriganti sul versante della profondità introspettiva, e se talvolta il suo messaggio può apparire criptico, enigmatico, quasi sibillino, è perché tale è la realtà sulla quale lui tenta di gettare un tenue fascio di luce.
Anche la tappa successiva dell’itinerario narrativo di Bellavista, Dolceamaro (Castelvecchi, Emersioni, previsto per l’aprile 2019), è catalogabile come raccolta di racconti, ma, torniamo a ripetere, si tratta di una definizione assai riduttiva, dato che il poliedrico modo di raccontare dell’autore non può essere assolutamente recluso dentro il rigido steccato di questo o quel genere letterario: ci troviamo al cospetto di un narratore che è anche ritrattista di anime, scandagliatore dell’inconscio, esploratore di sogni, fotografo di emozioni, anestetista di dolori e cauterizzatore di ferite interiori. In La città e i suoi falsi santi rintracciamo la morte come entità immanente e imminente nel medesimo tempo, simboleggiata dal buio che si avvicina e dall’immagine desolata del guscio svuotato di luce: «La notte è un cielo che trapassa dal bianco al nero, offrendo allo sguardo un arcobaleno di grigi: devi addestrarti a catturarne le infinite sfumature, ma prima ancora devi abituarti a vederle in modo diverso. Così capirai che ogni modesta variazione di luminosità può svelare qualcosa di insolito o di importante: una porta che si apre, una tenda che scorre, un gruppo di persone che passano. In fondo ogni ombra è il guscio lasciato vuoto da una luce». Anche qui l’io narrante, analogamente all’episodio L’equilibrio in Anatomia dell’invisibile, disquisisce sugli oltraggi che la malattia ha inflitto al suo corpo, e con delirante lucidità li esamina, li soppesa, li distilla nel tentativo di decodificare gli atroci geroglifici che la violenza tellurica dell’ictus ha scolpito nella sua quotidiana esistenza: «L’anima mi è venuta fuori colando dal corpo senza che lo volessi per un fenomeno del tutto fisico. Niente ricerche spirituali, zero crisi esistenziali: peso, Momo, pura materia e puro peso. Dovrebbe essere una grande notizia, l’anima si può estrarre per pressione, basta sia sufficientemente forte, un po’ come si fa per forgiare i diamanti sintetici. È il mio corpo che improvvisamente ha acquistato troppo peso come se avessi cambiato pianeta di residenza e la forza di gravità si fosse aggrappata intorno a me come una piovra. L’ictus ha reso il mio corpo una massa cieca, una massa che è implosa, sprofondata come un gigantesco maglio sui miei pensieri estraendone una specie di olio essenziale, un percolato quasi impalpabile di cui ho imparato che a volte profuma come un’essenza, mentre a volte è orribilmente repellente come il liquido che fuoriesce da una discarica». Il dualismo fra Eros e Thanatos emerge anche dalla cornice quasi scanzonata e libertina di Sale e zucchero: Bellavista focalizza uno scenario decisamente più rasserenante, quello edonista della seduzione, ma non rinuncia a lampi di humour nero (il ripiano metallico su cui avviene l’amplesso, simile a quello di un obitorio) e a riferimenti alla religione e al peccato (le ragazze spiate in chiesa, il senso di profanazione): «Fare l’amore in un panificio è davvero un’esperienza. Mi sentivo più o meno come quando in chiesa guardavo sotto le gonne delle ragazze inginocchiate. I ripiani da lavoro freddi e lucidi in acciaio ci facevano pensare ai tavoli autoptici di una serie americana, in quei locali stretti non si trovava posto e in generale mi sembrava di violare un santuario».

Il commissario M. oltrepassa lo specchio
Concludiamo il nostro tragitto fra le pagine di Bellavista con un’opera ancora inedita, Il colore dello specchio (che, ovviamente, speriamo vivamente di vedere presto pubblicata), e proprio per questo ancora più ricca di stimoli interessanti: ricompare il commissario M., protagonista de L’ombra del caso, nella seconda indagine di una trilogia dedicata ai temi del caso, dello specchio e del labirinto per cui l’autore è ancora in fase di stesura.
Suggestivo lo spunto iconografico scelto: si tratta di un celebre dipinto del pittore romantico Johann Heinrich Füssli, intitolato L’incubo, che raffigura un demone dall’aspetto orribilmente scimmiesco appollaiato sull’addome di una splendida fanciulla addormentata. E sono demoni della mente quelli che Bellavista insegue in questo thriller atipico, sofisticato e stregonesco. Un inquietante paesaggio, di una città come sempre immaginaria, denso di sentori di minaccia, introduce il lettore in una dimensione allucinata, da fiaba nera dedicata a soli adulti: «L’eden si interrompeva bruscamente sul ciglio della collina. In quel punto scomparivano gli alberi e l’inappuntabile prato all’inglese che circondava la chiesa e il piccolo cimitero nelle sue immediate vicinanze faceva bruscamente i conti con l’avanzata della città e precipitava a ciuffi sempre più radi e secchi come una cascata smeraldina nella scarpata di pietre aguzze che scendeva quasi a perpendicolo giù nell’ombra verso i basamenti del ponte. Gli ultimi disperati ciuffi d’erba, nati al momento sbagliato nel posto sbagliato, sembravano affondare le loro radici nel nulla, traendo sostentamento solo dall’aria».
Segue un’agghiacciante scoperta in un canale abbandonato, in cui compaiono per la prima volta gli specchi presenti nel titolo del romanzo, nonché quattro cadaveri imbalsamati, dai volti alterati mediante la chirurgia estetica prima del decesso: «Ai due lati della scena, uno di fronte all’altro, campeggiavano due grossi specchi rettangolari racchiusi in due pesanti cornici di legno dorato. Gli specchi collimavano al millimetro e riflettevano l’uno l’immagine dell’altro. E quei quattro cadaveri là nel mezzo assumevano l’aspetto di una interminabile teoria di morte moltiplicata all’infinito». Spetta ancora a M. indagare su questa macabra scoperta, e il cinico disincanto sfoderato nella precedente investigazione non fa che rafforzarsi nel personaggio: «Una volta gli avevano spiegato come fare l’investigatore significasse in ultima analisi trovare soluzioni ai problemi che si presentavano sulla sua strada, ma quando quella passeggera nuvola di depressione e passività oscurava il cielo della sua anima e tutto sembrava sfuggirgli di mano, si chiedeva se non gli accadesse piuttosto il contrario, ovvero di cercare problemi da abbinare a soluzioni già impostate da altri». La tenacia di M. sarà di nuovo la sua carta vincente: e sarebbe inopportuno rivelare adesso i singoli tasselli del puzzle che Bellavista compone pagina dopo pagina per rivelare la soluzione dell’enigma dopo una sequenza incalzante di strani e terribili eventi che si dipaneranno in Scozia, Cina, Olanda e Francia. M. finisce per scoperchiare un orripilante sarcofago in cui fermentano i veleni sprigionati da odio familiare, delirio di onnipotenza, pulsioni sadiche e sete di vendetta. Il messaggio finale è magistralmente condensato in un passaggio che proietta la simbologia dello specchio nelle degenerazioni attuali di una tecnologia sempre più invasiva (e persuasiva) nel suscitare una mutazione virale di massa verso il consumismo compulsivo da zombie: «Lo specchio era un malizioso maestro che insegnava a riflettersi negli altri. Insegnava a sovrapporre agli altri la propria immagine, a capire se gli altri erano disponibili ad accettarla e a rifletterla così com’era; e a diffidare di chi non lo faceva. E la tecnologia con l’avvento degli smartphone aveva moltiplicato all’infinito quegli specchi, rendendoli anche capaci di dialogare in tempo reale con infiniti altri, dotandoli di memoria. Un infinito tunnel di specchi».

Guglielmo Colombero

 

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Oggi al Fringe a Roma /today at the Fringe Festival in Rome

fringe festival book

 

FringeBook

 

FringeBook è una delle tante novità di quest’anno.

Una vetrina sulla nuova editoria realizzata in collaborazione con Il Seme Bianco – Controluna – Emersioni del Gruppo LIT.

Tre case editrici e un unico progetto culturale che mira a dare voce e valorizzare autori emergenti ed esordienti per dare spazio all’energia creativa e alla sperimentazione espressiva spesso trascurate da altri circuiti editoriali più paludati.

Un’idea di base in perfetta sintonia con lo spirito del Fringe Festival.

Il Seme Bianco pubblica libri di narrativa, noir, gialli, saggi, racconti, fantasy. Il filo conduttore che unisce i diversi generi è la passione per la scoperta. Scoperta di una particolare visione, di un punto di vista originale che permetta al lettore di curiosare in territori “altri”, siano essi geografici, sociali, generazionali, storici, psicologici, distopici, spirituali. Un attento lavoro di scouting permette di selezionare quei testi che raccontano una storia interessante e su questi gli editor, in sinergia con gli autori, intervengono per ottenere un alto standard qualitativo delle pubblicazioni.

Controluna pubblica libri di poesia. Una bellissima sfida editoriale per una forma espressiva che sta trovando nella contemporaneità un nuovo pubblico.

Emersioni pubblica quegli autori che si stanno affermando per la qualità e l’originalità della loro opera presso un pubblico più vasto.

Gli spazi del Mattatoio – La Pelanda, dal lunedì al sabato a partire dalle 18:00, ospiteranno una serie di incontri con gli autori, e Firma-copia.

19  gennaio 18:30 – 22.00  L’ombra del Caso Massimiliano Bellavista

seme bianco libro fringe

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Entrepreneurship is enlightenment

enlightenment

On Christmas Eve light blossoms everywhere, even in the most unexpected places.  The same should be not just all around us, but in our spirits.

Entrepreneurship too has definitely something to do with light.

Entrepreneurship can a way of taking steps to find enlightenment: reconsidering the past without judgement for instance is a step in this direction, through moulding it into a repeatable experience that you can share with everyone.

But a step to enlightenment includes for sure looking for a positive environment: every good entrepreneur craves being in the kind of positive environment that creates firstly the incubator for their own growth and then for their firm.

And last but not least, looking at entrepreneurship as a road to enlightenment means being able to do other two important things.

The first is the ability to appreciate and enjoy details; while performing such an hard task as being an entrepreneur, every little light on your path is something worthy of your consideration: always accept it as a sign of confirmation that will help to keep you on your path.

The second is to cope with difficulties: where everybody sees failure, enlightenment pushes you to see endless possibilities, where everyone sees defeat, try to see understanding.  Light will lead you to come across as seeing the “silver lining” in anything. Pollyanna’s “glad game”, in the end wasn’t silly or mindless at all: teaches all of us to become aware. Aware of the potential of our optimism. If you stay tuned with light, (sometimes) magic happens.

Best wishes to all of you!

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L’ombra del caso al Fringe Festival di Roma

L’ombra del caso: presentazione e firma copie a Roma: il 19 gennaio dalle ore 18.00 alle ore 22.30 circa.
Il FRINGE Festival si terrà al MACRO TESTACCIO DI ROMA PIAZZA ORAZIO GIUSTINANI 4

VENITE NUMEROSI!!! (una sorpresa per chi parteciperà…)

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FringeBook

FringeBook è una delle tante novità di quest’anno.

Una vetrina sulla nuova editoria creata in collaborazione con Il Seme Bianco Controluna / Castelvecchi Editore.

Gli spazi del Mattatoio – La Pelanda ospiteranno una serie di incontri, tra presentazioni di libri, firmacopie con autori e reading con ospiti prestigiosi.

Alcuni degli autori che saranno presenti al FringeBook:
Francesco Paolantoni
Nicola Vicidomini
Mario Marenco
Maria Grazia Adamo
Chiara Alaia
Arena Esther
Fabio Bacile di Castiglione
Massimiliano Bellavista
Annalisa Fabbri
Simona Bennardo
Andrea Bizzarri
Chiara Borghi
Evita Comes
Pierbruno Cosso
Claudia Dalmastri
Annalisa Fabbri
Elysa Fazzino
Gaia Mencaroni
Donatella Previtera
Lorella Natalizi
Corrado Passi
Giovanna Tatò
Marì Taverna
Marta Tedesco
Bettina Todisco
Kraus Folner
Delia Marzo
Francesco Fagioli

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Il programma completo degli appuntamenti sarà disponibile a breve.

 

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Doing business through listening

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We only see what we know” said once Goethe.

In entrepreneurial terms we do often the same. But, even more important we do often “listen only to what we like”. And, if we do, the chance of remaining what we are or, even worse, to fail, is very high.

Listening is entrepreneur’s very first friend, because is a powerful way of processing ideas, intuitions, emotions. Seeing sometimes can be immediate but also misleading, whereas listening can’t. It involves time and patience.

In conducting business, you’ll be busy with almost constant change management and with lots of people pretending their expectations to be taken into consideration by your business model. Both of these processes don’t involve at first speaking/pitching, but (apparently) the contrary: developing a deep listening attitude.

There are so many obstacles between a normal and an outstanding listening skill.

Many entrepreneurs and managers see their potential stakeholder like a mere on-demand moral support and reconfirmation service: as not so careful listeners they “download” from their words and messages only what they like and assume that counts as a reconfirmations of the ideas they already have.

More difficult, challenging and useful is being ready to analyse and listen even to those facts and consideration that at a first sight clearly contradict their own theories, being also prepared to change perspective for a while in observing reality.

So if as a human being and an entrepreneur you may learn to switch perspective and use for a while somebody else’s eye, your  listening skills and techiniques  instead are probably what more deeply personal and unique there is in your own identity. Nobody can listen the way you do nor you can ever do it in somebody else’s way. Therefore is so important and can make the difference for your startup project

Skilled listening, is a way of generating and testing new business ideas: it means in facts being able to pay attention to phenomena, eliminating background noise, and get the essential feedbacks from stakeholders, summarizing the content of their word. Mirroring, but in a creative way. (Then probably the better firms are the ones that are able not to mirror but to match, compensate and sometimes even counteract stakeholder messages, but that request time and starts anyway from a good listening phase)

In the end, that’s what a business plan represents: an entrepreneur is someone that find an original way of listening and then of creatively paraphrasing customers’ messages and statements in a way that both sound inspiring and reassuring.

What is essential is invisible to the eye”…but most of the times it can be well perceived by the ears!

 

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Is it beautiful?

 

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Is there enough beauty in your firm?

What’s the real motivation behind starting a business up nowadays?

We all know is difficult, hardly successful, time consuming and sometimes lead us to ruthlessy confront with our weaknesses.

Is probably because a real entrepreneur is somehow like an archaeologist, relentlessy looking for some hidden beauty.

Beauty tends to feel like something that must be found in special places—like museums and galleries.

There is neither a ISO standard about beauty, nor a spreadsheet. But the very first question every entrepreneur should ask himself before starting a new business is exactly this one “Is it beautiful?”

Look at the market nowadays: every firms wants to be customer-centric, adapt as much as it can to customer taste, make customer happy: only beautiful things have this ability, because beauty is talking an universal language, neither classic nor modern, able to communicate with everyone. And it may represent a promise of happiness.

Therefore beauty may represent a success- detonator for your business, being able to open the way to happiness, because happiness in the end is strictly related with interaction with beauty: observing something beautiful, experiencing something beautiful, creating something beautiful.

Keep you customer in contact with beauty, and he will be certainly happy: the big seven factors commonly addressed as happiness markers, such as wealth, family relationships, career, friends, health, freedom, and personal values will come right after.

Moreover, most of startuppers look for an efficient organization, able to offer not just effective/efficient performances, but also able to easily adapt to circumstances (and, theoretically, to almost every customer’s request) and to be memorable: there again, beauty plays a role, because what they are really looking for is a way of designing beautiful processes.

Every process in the end is a flow chart, like every painting is made of colours, but there is a slight difference between the Mona Lisa and a forgery.  So, be creative in designing your business, even with the elements that seem “cold”: beauty is contagious so even a flyer, a visiting card, am office, a presentation, a logo, a packaging may represent an important fact.

bruco farfalla

Nowadays, there are firms that created in their organizational chart the role of Chief Happiness Officer, in its essence, an HR Manager with the task of engaging employees, motivating them and raising performance levels through the enhancement of their happiness level. We believe instead that putting managers in charge of searching/pretending from their resources non just a high performance but a beautiful performance, and training people to always look for some inspiring beauty all around them, even in the small details,  is even more important.

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Making your pitching seem larger than life

 

piching larger than life

There are endless recipes in order to make the best out of your pitching experience.

Collecting the experience of some recent pitching events with startups, let’s go back to basics.

We won’t mention strategy for today, we want just to lay low. The devil is in the detail, especially in pitching, and you shouldn’t throw away the chance of making a good deal, or just putting the right foundation of your journey to success as an entrepreneur.

There are a few simple things that really can make the difference. Details, you’ll say. But they can make the difference: you know, exactly the difference between a room where it’s all quiet and everybody is listening and instead one where public complains or simply can’t care less (even worst!).

  1. Slide show: please be clear. Drop on the slide a few concepts to talk all around, but be merciless in eliminating the not useful concepts. A few words and crystal clear (sometimes with a skilful use of facts & figures) this is all you need as to why they should remember, in order to make it stick. In facts, what public read shouldn’t be what they listen to. Slides are most of the times too crowded, simply unreadable.

  2. Infrastructure: where are you planning to pitch? It will be organized for a large public, in a small room, or just a few persons? Try to have under control beforehand parameters like: a) distance to public, b) facilities available in the room (fi. Kind of videowall) c) pitching indoor/outdoor d) presentations file format (ppt, prezi, etc). Pitching environment is important, sometimes decisive.

  3. Always respect time: is always one extra point gained for your pitching. Time keeping means respect for the audience, respect the following pitchers and…for yourself. In facts a god pitcher is a superb listener. So having time left means having time to answer questions and interact with public. People identifies (and recalls later on) much more with contents and concepts connected with Q&A moments. Because Q&A is like a game, where your ability to communicate and winging it can also be tested.

  4. The power of a word, the power of your silence: as well as for point 1, don’t fill in your speech with too many words. The time you should give to the audience to adapt to your way of thinking (especially if you are discussing some difficult/highly specialistic subject and/or about some radical innovation) is directly proportional to the magnitude of your innovation. So don’t forget to use short and clear sentences (especially if you are pitching in a noisy or crowded environment) and use frequent effect pausing (that can be used also to test the effect of your words on the audience).

  5. Talk, looking everybody in their eyes, don’t read.

  6. The next 48 hrs: if you were able to break the ice and establish promising contacts with someone, don’t forget to write an e-mail within 48 hrs, providing further information about you and/or about some of the issues you have been asked about

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Disruption, fintech and CSR the 3 mantras for islamic finance

wibc second day

 

Convened by Middle East Global Advisors – a leading financial intelligence platform facilitating the development of knowledge-based economies in the MENASEA markets and in strategic partnership with the Central Bank of Bahrain, the forum is spurring a series of discussions focusing on “Islamic Finance & Sustainable Economic Growth in the Age of Disruption”, a theme that resonates with the conference’s steady vision to serve as a definitive check point for the global Islamic finance and banking industry.

Islamic finance may play an outstanding role in global economy especially if able to leave its comfort zone, with the help of new technologies in front end (improving customer experience) and most of all in backoffice processes.

Showcasing his support for Islamic finance entities to thrive and grow globally and stressing on the way forward for the industry, the Governor of Central Bank of Bahrain, in his address mentioned, “Islamic finance has followed a fragmented growth pattern since the start with various countries in the Middle East and South East Asia taking the lead. These country specific models have achieved reasonable success as measured by the share of Islamic finance in the respective markets. I would like to argue, however, that the reduced pace of growth suggests that we cannot hope for a new growth paradigm while maintaining the status quo. If the developments in the conventional finance industry are any indicator, it is reasonable to expect that regional and global cooperation can open new doors for the Islamic finance sector. The magic of such global cooperation works when some pre-requisites are in place, namely, leadership, standardization, good governance and risk management & compliance.”

“Shari’ah standards, accounting standards, prudential standards and best market practices, all need to be developed for the Islamic finance industry with the global audience in mind. AAOIFI has been doing excellent work on Shari’ah and accounting standards while Islamic Financial Services Board (IFSB) has developed risk management and capital adequacy standards which conform to global best practices. International Islamic Financial Market (IIFM) has made valuable contribution towards standardizing money and capital market contracts as well as financing contracts. The recent endorsement by the IMF of the IFSB’s proposed core principles for Islamic finance regulation and their assessment methodology for financial sector assessments is a great news for the global acceptance of Islamic finance. What we need now is to convince regulators and market players to adopt AAOIFI, IFSB and IIFM standards in their respective markets”, added Mr. Maraj stressing on the need for standardization to enable global growth.

Commenting on the changing face of financial services due to the advent of digitization, Dr. Sami Al-Suwailem, Head of Financial Product Development Centre, Islamic Research & Training Institute, Islamic Development Bank in his keynote address stated, “The size of e-commerce is about three times the size of the Islamic financial industry. This means that there is an ample room for the industry to invest and to participate in the digital revolution. Moreover, e-commerce will be a very good channel to manage the liquidity of Islamic banks. This is a challenge that has long been waiting for a solution. E-commerce seems to be a promising sphere. With the fintech revolution, online sales can seamlessly meet the requirement of Islamic finance. If Islamic banks invest in this area, they will be able potentially to reap lucrative returns from a growing large sector, manage their liquidly efficiently, and participate in real economic growth and development.”

The conference also played host to an exclusive interview of H.E. Khalid Al Rumaihi, Chief Executive, Bahrain Economic Development Board, which focused on emerging projects and financing, the value added tax which will be implemented in the Kingdom in addition to the benefits and risks of digitization.

H.E. Khalid Al Rumaihi discussed the Government’s integral role in supporting the continuous development of the local economy; encouraging constant collaboration between the public and private sectors, as well as creating an ecosystem that is conductive to the success of startups and entrepreneurs, in order to ensure the Kingdom maintains its lead at the forefront of its competitors in digital transformation across industries. Mr. Al Rumaihi also mentioned the key milestones achieved by the GCC countries during the past three decades, and how they have employed the bilateral cooperation as a factor to promote brotherly countries and unite efforts to succeed in the initiatives and plans set in this regard.

Ahead of the panel session on economic growth & sustainable finance, Adnan Ahmed Yousif, President & Chief Executive, Al Baraka Banking Group, said, “The World Islamic Banking Conference, has, over the last 25 years, established itself as a key global forum for in-depth discussions on the facets of the continued global growth in Islamic finance. The Islamic Financial Services industry has shown tremendous progress as one of the fastest growing asset classes in the world. The industry continues to expand in many emerging and advanced markets and introduce new standards that should further help develop products and attract investors. The industry’s global appeal continues to grow and attract remarkable attention, including from the UK, Europe, Asia, Africa and North America. In order to for Islamic banks to expand their geographical footprints further over the coming years, they must be able to compete more effectively and tackle a number of key challenges facing the industry, including delivering cost efficiencies, building greater talent pools, enhancing corporate governance; leveraging digitization, delivering innovative products that meet genuine market needs; and ensuring risk management systems are up to par. For the Islamic finance industry to build a solid foundation for the next phase of international growth, the industry must undergo transformation in a number of key areas. The 25th Anniversary World Islamic Banking Conference (WIBC 2018) is a key platform for industry leaders to put a spotlight on the challenges, innovations, latest developments and technological solutions essential for further growth of the global Islamic banking and finance sector.”

The conference also saw a Keynote Address by Aziz Elkhyari, Head of Business Development, Casablanca Finance City Authority who spoke about Fostering the development of Islamic finance in Africa and the role of financial centers. This was followed by the joint launch of Casablanca Finance City (CFC)-Thomson Reuters Report – Islamic Finance in Africa: The upcoming frontier that provides an industry landscape of Islamic finance in African countries with an overview of the industry development in 5 African countries including Morocco.

The conference proved to be the ideal launchpad for a number of key financial intelligence reports and also saw the launch of The Global Report on Islamic Finance – 2018: The role of Islamic finance in financing long-term investments by Islamic Development Bank that highlights how Islamic finance could help mobilize long-term funding for development programs.

Other key highlights from the day include the panel discussions focusing on economic growth and sustainable finance, the Fintech Panel on the Digitization Journey of a Global Bank and the Region Round Table focusing on Africa. Leading industry experts analyzed the challenges at hand and focused on coming up with effective suggestions with the ultimate aim of developing a convergence roadmap for the Islamic Finance industry at large.

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25th WIBC officially kick-started: key insights at the IIFM Awareness Seminar

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The 25th Annual World Islamic Banking Conference (WIBC) officially kick-started with a stimulating IIFM Awareness Seminar that covered a broad spectrum of issues, focused on entrenching transparency in advancing sustainable growth in the Islamic Financial Market, on the 26th of November at the ART Rotana Hotel, Amwaj Islands, Bahrain.

With a packed audience of 300 delegates, the 9th annual IIFM pre-conference seminar saw an insightful opening address by Khalid Hamad Abdulrahman Hamad, Executive Director of Banking Supervision, Central Bank of Bahrain and Chairman of IIFM, who discussed IIFM’s 3 Year Strategic Plan (2017 – 2020) and its new initiatives being undertaken in collaboration with other international bodies such as the two Participation Agreements for Islamic Trade Finance that will be launched soon jointly with Washington based Bankers Association of Finance & Trade (BAFT) as well as the master agreements for gold trading being considered with UK based World Gold Council and London Bullion Market Association.

Stressing on the growing need for widespread adoption of standards, Mr. Hamad said, “IIFM has gained much credibility and reached a stage of maturity with sound achievements to date, however, there is still a burning need to get its standards to be used more actively by wider market players which can only happen if there is strong endorsement from regulators, particularly those in Islamic banking markets across GCC and Asia.”

The opening address was followed by an overview of IIFM’s Shari’ah-Compliant Financial Documentation and Product Confirmation Standards. The rest of the day ensued with thought-provoking sessions covering the most pressing issues affecting Islamic financial markets like Trade Finance and the IIFM-BAFT Master Participation Agreements; Developments in the Global Sukuk Market and Gold related Shari’ah-Complaint Documentation & Products Standardization Possibilities.

The seminar concluded with a critical discussion on the latest developments in global financial markets that saw an assessment of Benchmark Rate Reform and the preparedness levels of Islamic financial institutions. The session also discussed the need for digitization of Islamic financial contracts and products and the challenges which Islamic banks have to overcome particularly in adopting smart contracts.

The seminar saw a host of critical insights unfold from Industry Leaders comprising Ijlal Ahmed Alvi, Chief Executive Officer, IIFM; Hammad Hassan, Managing Director, Bank ABC Islamic and Group Head of Islamic Banking, Bank ABCAndrew Naylor, Director-Central Banks and Public Policy, World Gold CouncilLilian Le Falher, Executive Manager, Head of Treasury, FI & Capital Markets, Kuwait Finance House (Bahrain)Omar Mustafa Ansari, Acting Secretary General, AAOIFIMian Nazir, Chief Executive Officer, Dar Al Sharia; Habib Motani, Partner, Clifford Chance LLP; Dr. Hatim El-Tahir, Director, Audit & Assurance, Deloitte & Touche – Middle East among others.

 

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The next little thing

 

mattoni

Probably everybody knows that story about a guy who meets three builders on their lunch break. “What are you doing today?” he asks the first. “I’m putting brick after sodding brick on top of another,” complains the first. “What are you doing today?” he asks the second. “I’m building a wall,” replies the second. But the third builder instead replies: “I’m building a cathedral!”

Clearly, the encouragement between the lines is that you really need to get out of the so-called “Doorway Effect” and that a process as well as an action needs to be thought of at multiple levels if it has to be successful.

So that means that the first two builders were wrong?  We can answer by saying that “Rome wasn’t built in a day”: if you don’t start putting (efficiently) a brick on top of another there will be no cathedral at all.

As strange as it may sound, in the real world the same person can’t exist in two times and places, but firm can

                     .the next little thing

If you look at the big picture, suddenly the cathedral will appear in your eyes. Then probably you’ll be inclined to concentrate with the following things:

benchmarking: how the other cathedrals were built?  How do they look like?  Which is the most beautiful?

innovation: what’s next? Real innovation means projecting a new cathedral or instead thinking about a breakthrough building something completely different of even more ambitious?

If instead you are one of the first two builders, welcome in a completely different world. Welcome in the world of incremental innovation. In such a case innovation is about:

benchmarking: mostly an internal matter. Who’s the most efficient builder? Who, between the subjects performing task similar/equal to mine, is adopting an approach that can be transformed into a best practice?

improving the process: how can I put a brick on top of another quicker (and better) than ever before?  Can I think of adopting some slightly different material?  Can I reduce errors/waste?

innovation:  mostly incremental.  The most widespread kind of innovation. It means an innovation that concerns an existing product, service, process, organization or method whose performance has been significantly enhanced or upgraded.

Here is the point. In your organization you need to frame both things: both the brick and the cathedral. Looking for disruption will be an healthy and wonderful bet on a different future, but in the end every great innovation will become routine and incremental innovation is the only thing that will allow your firm to stay ahead in business. And this  matters for every firm and business environment, not just for low-wage countries or ow- and medium-technology industries or mature firms.

Yes, because incremental innovation is important, being largely the dominant form of innovation.

In facts, blue ocean is some kind of unicorn. Rounded on the side of caution 90% of innovations is like that: a small continuous process where innovation is always in the next brick, or wall. In facts, buliding a new cathedral can be challenging, being disruptive can be fashionable and sound positively ambitious too, but at the other side its a very complex process, rather than a discrete event, and generally implies a sophisticated and risky process

And so what?

There are anyway some typical warnings to be taken into account:

Is your firm sensitive to incremental innovation? This is strictly related to giving the chance to your team to exchange their experience, concentrate on product/service specification, register/formalize those small improvements

Does your firm reward incremental innovation?  This not just about providing training and know how but also being ready to timely transform a series of positive experiences and practices into best practices, and into a continual advance in change management process,

-does your firm look for innovation hidden in (apparently) daily /routine processes and practices?

matrioska

How is R&D managed inside your company? What about  its objectives and priorities?

That will be a useful exercise: from time to time, asking your team about the way they see their job. Are they taking the brick/wall or cathedral side?

 

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The 3 E issues: Islamic finance, startuppers and a common paradigm.

Lets’ look at facts & figures.

Reading the latest available reports and figures on development (and related issues) of islamic finance from the point of view of entrepreneurs and young startuppers across the world a few facts are clear.

First of all there are facts and requests coming from this specific entrepreneurial and financial environment that are surprisingly similar or even equal to the requests of new entrepreneurs not belonging to that area.

The most frequent issues that young Islamic entrepreneurs are facing seem related to the following subjects:

  1. Bridging the skills gap, through specific training both inside startups and within the stakeholders providing services to entrepreneurs (such as banks, consultants, incubators etc);
  2. Developing leadership programs, identifying potential leaders;
  3. Creating the conditions for benchmarking inside and outside its own cultural sphere;
  4. Rising the service-quality bar: 5 characteristics are the most appreciated/requested good, specialized, updated, integrated on demand services for startup and generally speaking, entrepreneurship;
  5. Create start-up hubs, mentorship schemes for entrepreneurs; allocate dedicated advisors within institutes to help develop ideas, finance scholarships for entrepreneurs and nurture entrepreneurship and social enterprise as a part of CSR;
  1. Make CSR not just a paper producing activity or simply a report, but a chance of creating value through enhancing the social impact of an entrepreneurial idea;
  2. Dialogating with stakeholders and finding the right tools and environments to communicate clearly and effectively with them, “certifying” at the same time their real interest in investing in a firm/startup;
  3. Combining finance and entrepreneurship, finding always the ideal financial product/service product/service for the present state of development of a firm;
  4. Dialogating with academic world and connecting with research programs.

The truth is that we can say almost the same thing for the rest of the world. The same problems affect startuppers  with every kind of background and are generally speaking related to the following categories that you can be summed up as the “3 E”:

ENVIRONMENT: finding a smart, virtual and physical environment, where a business can grow and the develop/generate values accordingly to its entrepreneurial culture

ENTRENEURSHIP: transforming an idea in an autonomous, balanced and self-organizing entity able to identify and interact with the external environment

EQUITY: acquiring the best financial culture able to make the most efficient use of resources in order to timely accelerate, boost and stabilise startup growth.

So, it really looks like that every startup is carrying some specific financing, cultural, and social issues because, in the end, every new entrepreneurs is introducing somehow newly formed DNA into the system. This DNA makes the startupper look for a specific and sometimes unique combination of the 3 E.

Exactly like it happens for many ethnic, migrant or community startups.

So, for those who are daily trying to provide startuppers with right services, will be very important to consider that probably every newly established company is to a certain degree a kind of “stranger” into the business environment, an unknown variable sometimes not easy to read.

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The Naked Pitcher presents: LAB-ON-CHIP & BIO-DATA ANALYTICS. A new event.

lab on chips and biodata

Recent interdisciplinary scientific developments and new technologies in the near future will allow, thanks to new diagnostic approaches, to abandon a system where prevention is sporadic and medical intervention is conceived right after the onset of a disease and move on to a new preventive, predictive, personalized model with routinary, constant on going controls.  We would then move from a structured model to treat the diseases to a structured proactive model to prevent the onset of diseases, which would allow all citizens to enjoy those social rights enshrined by the Constitution, specifically the right to health, while reducing global expenditure on health.

 

 

 

Thanks to Dr. N. Mastrolia for his special  effort on this field. The Naked Pitcher takes part and supports the Eleatiche Study & Reseach Centre on Possible Futures and Scenarios “Eleatiche – Centro Studi sui Futuri Possibili” .  

locandina napoli chips and biodata

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Mismanagement 2: some further antidote

 

 

torre d'avorio

 

Due to the interest on the previous article (Mismanagement) here some further clarification and (hopefully) useful “mismanagement predictors

  1. Communication: many ISO standards and reporting guidelines too are concerned with concepts like “stakeholder engagement”/ “communicating with stakeholder”. Make sure that managers into your organization do not operate in vacuum: management is certainly made of a personal vision and some important beliefs, but is mainly about keeping a constant contact with reality, and performing as many “reality checks” as possible. Therefore, in this field, the sooner the better; introducing and using such standard as ISO 9001:2015; ISO/IEC 20000 and guidance or reporting guidelines such as ISO 26001 or GRI (https://www.globalreporting.org/Pages/default.aspx) forces even the most reluctant manager to have an (official) dialogue with representatives of the “real “ world. To hear their voice, to answer their questions, makes more difficult mismanagement and unrealistic or just selfish behaviour to take place. Keep also in mind that the above mentioned standards are based on a widespread concept of sustainability: it means getting used to evaluate managers not just for their immediate results, but also based on how sustainable those results are;
  2. Training: training means empowering people; it means also knowledge sharing: being most of the companies nowadays based on knowledge, having in place an advanced training program is certainly a powerful message. It means that your company is creating the preconditions for reducing information asymmetry between different organizational levels, and, most important, the preconditions for supporting change through the creation of a new (internal) generation of managers. Generally speaking, organizations that support individual change show aòso a much better overall organizational readiness to change at all levels;
  3. Permeability: sometimes, an organization loses the capacity of timely transmitting the right signals through all the different organizational levels, like it happens in a body when nerves get damaged. That equals to slowly insulating managers in an ivory tower. Mismanagement can therefore occur as a result of a not intentional behaviour, but instead of an organizational pathology that drastically reduces firm’s sensitivity for changing environmental conditions;
  4. Customers: in many innovative business models, customer is CEO, being able to determine product/service changes, influence company’s marketing and communication, etc. A possible antidote to mismanagement is to renovate from time to time the extensive survey on “customer’s needs/voice” that surely every founder performed at the very beginning of its entrepreneurial journey. Just because you were once able to listen carefully to your customers, it doesn’t necessarily mean that now it has to be always the other way around (customers passively adopting your smart product/services);
  5. Suppliers: yes, suppliers are very important partners. Sometimes even irreplaceable. But suppliers are firm too, and exactly like clusters and networks of firms can suffer the effects of mismanagement resulting in an irrational or dysfunctional decision-making outcome that discourages critical evaluation of alternative viewpoints. So from time to time, experiencing and testing new approaches, experimenting new partners starting from non-critical processes can provide to the management an healthy internal benchmark. In fact, not always relying on the usual solutions is a good antidote to mismanagement too.
  6. Organizational climate: Yes, is very important to enjoy a positive organizational climate. Everybody knows that. But a two things should be stressed more than others:

a)The importance of a mistake. The ability of management to address and communicate with examples, because it seems that especially managers are afraid to set the right example by openly admitting they did something wrong (not understanding that there is much more to learn from a mistake than from a success), but if they do, they develop antibodies to mismanagement and so does the organizations they lead, because they are permitting a person to do things incorrectly or make errors of judgment without consequences, empowering themselves and learning how to take and handle risks. Mismanagement occurs where and when an organization is not taking risks anymore;

b) Organizational Forgiveness: it’s an important antidote, because it means being able to accept conflict, accept different point of views, leading the organization objectively and without taking revenge on those standing on the other side of an issue and opposing a change.

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Mismanagement

virus

Mismanagement is a virus affecting all kind of organizations, in every state of their growth. Mismanagement is a real plague of entrepreneurship,

Mismanagement can be seen as a degeneration of leadership, when leaders stop producing added value for their firms and literally feed on their own organizations, sometimes causing its death.

Why is that?  There isn’t probably a specific reason, but a combination of many causes.

Bringing competition inside the organization instead that concentrating outside is one of them; excess of self-confidence is another: just because once you were  successful, that doesn’t make you all of a sudden a world’s expert on everything. (Know one’s limit is the key for success: as a manager and leader you should know that is exactly there, reaching the limits of your abilities, where you should find partners and teammates ready to help you integrating your skills)

Mismanagement is often connected with the trend of over-simplifying problems; not considering possible alternatives and assuming that compromise in necessarily negative.

As a matter of fact, a good manager, a leader, is one able to recognize a mistake, and transform it into an opportunity of improvement: sometimes instead is easier to blame someone else for your problems, bring into play “external factors” for misfortune (Yes, Napoleon used to ask, before promoting someone at his service “I know he’s a good general, but is he lucky?”, but I think that a manager should mainly be architects of their company’s fortune).  This is very often associated with ambiguous internal communication/talking company’s jargon: then communication within the company is meant only for initiated members, excluding the rest of the world.

Finding/inventing an (imaginary) enemy” is a common strategy adopted when motivation or enthusiasm is on the wane, but this is good only if we are discussing about healthy competition. Healthy competition provides motivation but this is not the case if a leader is constantly managing the firm against something or someone looking for destruction rather than construction.

Somehow this is about self-deception; mismanagement uses information asymmetry inside the organization to focus the attention of middle management and human resources towards fake targets; it’s always easier to deceive ourselves than someone else.

But the “find an enemy” syndrome attacks the organization too: mismanagement brings into the organization the culture of suspicion, an overall and contagious lack of confidence in each other’s skills, and this is sometimes able to jeopardise company’s ability to take decisions; Due to this general feeling of mistrust is easier:

  • Taking too quick decision, trusting only your own faction opinion;
  • Deciding not to decide, when in doubt that a certain decision might be favourable to “internal enemies” (the other faction);
  • Looping the decision process

When an organization breaks up into factions, you are missing the big picture: instead always act (professionaly) local but feel global: give the best highly specialized contribute to your company, but never miss the big picture. Just because you’ve got done properly your piece of the puzzle it doesn’t mean your job is over. Final success depends also on how conscious and respectful you are of the colleague who’s in charge of putting the last piece.

Let’s put this way: “Don’t ask what your company can do for you, ask what you can do for your company”!!!

Mismanagement has sometimes huge consequences:

  1. Improper use of resources;
  2. Bad (or even impossible) strategic planning;
  3. improper use of datas;
  4. Loss of company’s identity .

Here a test to perform in order to avoid mismanagement practice and discover its early symptoms:

  1. Is internal training efficient? There are enough investments on this process? And in measuring effectiveness of delivered training?
  2. Management invest and improves internal communication? How long it takes for bottom-up communication? Hoe many “filters” there are? (f.i. is possible that a message/suggestion form the base reaches the attention of CEO?)
  3. Is company investing in R& D as it happened before? What happens next to projects? Is the time to market of relevant ones in line with the past?
  4. Is management conducting routine company’s organizational climate surveys?
  5. Is company measuring (when possible in many active and alternative ways) customer satisfaction and listening to the “voice of the customer”?
  6. How you will define overall company’s transparency?
  7. Is turnover trend under control in your company?
  8. From time to time, is company performing surveys on suppliers/evaluating possible new ones?
  9. Concerning communication and decisional processes: is possible to define and to keep under control an overall “crossing time”, expressed as time needed for an information to be delivered crossing all company’s organizational and decisional levels or for an authorization to be given to someone into the company? Is this time proportional to the importance of a certain decision?
  10. Is your organization feeling comfortable with the concept of recognizing a mistake? F.i. is taking care of internal and external claims? There is space for submitting complaints or simple suggestions? Is internal communication using only words like “success”/“challenge”/ or also words like the concepts of “issue”; “difficulties”, “experience”; “challenge”? Sometimes apologize is an act of courage and true leadership.

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The Naked Pitcher at the “25th World Islamic Banking Conference”

We are glad to attend this important event we the aim to give also in this field a contribute in facilitating strategic opportunities,  and connecting international market players, academic and research world, startuppers and institutional investors

In the coming weeks there will be more interesting contents and full coverage during the event days. We also would like to give a special thanks to the organization for making this possible.

25th World Islamic Banking Conference Announces 4th Series of WIBC Leaderboard to Foster Global Islamic Banking

WIBC 5

Top performing Islamic Financial Institutions from Bahrain, Egypt, Indonesia, Jordan, Kuwait, Malaysia, Oman, Pakistan, Turkey, UAE and Saudi Arabia are vying for the WIBC Awards recognizing the Best Performing Banks at the Global and Regional level.

Manama, Kingdom of Bahrain, 22 October 2018: A testament to its vision of advancing the global Islamic banking industry, the 25th World Islamic Banking Conference (WIBC) will continue in its endeavor of enhancing the performance and quality of key Islamic financial institutions by means of the 4th WIBC Leaderboard.

Held under the patronage of HRH Prince Khalifa Bin Salman Al Khalifa, The Prime Minister of the Kingdom of Bahrain and with the strategic partnership of the Central Bank of Bahrain, the World Islamic Banking Conference (WIBC) will take place on November 26th, 27th & 28th at the ART Rotana Hotel in Amwaj Islands, Kingdom of Bahrain. A key highlight of the three-day forum will be the annually anticipated WIBC Performance Awards 2018, whereby industry leaders will be recognized for their excellence at the Gala Dinner on November 27, and the nominees of which have been already announced and can be viewed at: https://wibc2018.com/awards

Introduced in 2015 and forming the basis of the annual WIBC Performance Awards is the WIBC Leaderboard: a first-of-its-kind comprehensive assessment tool aimed at helping the Islamic finance industry to critically appraise the challenges and growth opportunities that lie ahead.

The WIBC Leaderboard ranks Islamic banks as compared to their key competitors at the global and regional levels, based on various robust financial and governance metrics. These metrics comprise: Financial Stability (Total Capital and Tier 1 Capital Ratios, Loan-Loss Reserves (LLR) to Gross Loans Ratio, Loan-Loss Reserves (LLR) to Non-Performing Loans (NPL) Ratio, Non-Performing Loans (NPL) to Gross Loans); Financial Performance (Return on Average Assets (ROAA), Return on Average Equity (ROAE), Cost-to-Income Ratio (CIR), Assets Growth) and Governance and Social Responsibility (Financial Disclosure Index, CSR Disclosure).

In addition to the individual metrics, banks will be ranked on the basis of an aggregate score, which forms the apex of the WIBC Leaderboard. This aggregate index holistically ranks entities on the basis of the aforementioned financial and governance measures. The data employed in creating the assessment framework has been sourced from the ICD Thomson Reuters Islamic Finance Development Indicator (IFDI) and Orbis Bank Focus.

Top performing Islamic financial institutions will be vying for 2 categories of the awards: One Global Award and Three Regional Awards for each of the following world regions: GCC, Asia and Levant. Currently, top performing Islamic banks vying for the Global Award include: Kuwait Finance House (Kuwait); Al Rajhi Bank (Saudi Arabia); Jordan Islamic Bank (Jordan); Kuwait International Bank (Kuwait); Boubyan Bank (Kuwait); Ahli United Bank (Kuwait); Warba Bank (Kuwait); PT Bank Syariah BNI (Indonesia), Maybank Islamic Berhad (Malaysia) & Dubai Islamic Bank (UAE).

Introduced as part of the 2nd WIBC Leaderboard, The Governance & CSR Award (Corporate Social Responsibility) will be a key award constituting this year’s WIBC Performance Awards, the scores of which will be aggregated as per the CSR Index and the Islamic Finance Development Indicator (IFDI). The Governance and Social Responsibility variables are extracted from the Thomson Reuters database. The innovative 25th edition will also see an Award for the Fastest Growing Bank (in terms of asset growth) to recognize an Islamic financial institution that has expanded rapidly over the last year.

Confirmed partners at The 25th WIBC so far include: Casablanca Finance City Authority, Ithmaar Bank, Khaleeji Commercial Bank (KHCB), World Gold Council, Bank ABC, Bank of Khartoum-International, First Energy Bank, Bahrain Islamic Bank (BisB), DWF, Al Baraka Banking Group, Thomson Reuters, Path Solutions, Moody’s Investor Service, Emerico, The Perth Mint, WTS Dhruva Consultants, Baker McKenzie, Eiger Trading, Department for International Trade – British Embassy Bahrain, DDCAP, Fitch Ratings, Sadad & GPS.

The theme for the 25th WIBC – “Islamic Finance & Sustainable Economic Growth in the Age of Disruption” is in line with the conference’s steady vision to serve as a compass for the global Islamic finance and banking industry, with the three-day forum expected to draw participation from over 1300 global industry leaders, policy makers, innovators and stakeholders, all focused on generating breakthrough insights that help navigate through the complexities of the global financial system.

To stay updated on the happenings of the WIBC Performance Awards, visit: https://wibc2018.com/awards

To find out more about the 25th World Islamic Banking Conference, visit: www.wibc2018.com

Join the global conversation on Twitter at: @WIBC2018 #WIBC2018 #25YearsOfWIBC

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 ABOUT WORLD ISLAMIC BANKING CONFERENCE (WIBC)

The World Islamic Banking Conference (WIBC) has established its reputation as the world’s largest and most influential gathering of international Islamic banking and finance leaders for over two decades. With the strategic support of the Central Bank of Bahrain, the next generation WIBC will focus on transforming Islamic finance into a global proposition by facilitating strategic opportunities, addressing systematic challenges and connecting international market players and institutional investors to the industry’s catalysts, thought leaders, partners and institutions.

To find out more, visit www.wibc2018.com

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