In evidenza

Festival dello scrittore 19-20-21 Marzo (quarta edizione) : torna il laboratorio ‘Vie Brevi’

Evviva le vie brevi della scrittura al Festival dello Scrittore!!!

http://www.festivaldelloscrittore.it/

Visto il successo delle precedenti edizioni, vi proponiamo una nuova/diversa sfida all’interno del Festival dello Scrittore che si terra nei giorni 19–20-21 marzo 2021. (Per informazioni e iscrizioni scrivere a redazione@festivaldelloscrittore.it).

Scrivere breve non è affatto facile! Mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo.
Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a breve ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival dello Scrittore.

La partecipazione è gratuita. I racconti vanno inviati a barzhaz@loggione.it entro il 15 marzo 2020.
I migliori racconti saranno pubblicati sul sito www.festivaldelloscrittore.it e su http://www.thenakedpitcher.com

Questa volta Vi proponiamo le seguenti semplicissime  due ‘regole’ per la stesura dei Vostri racconti:

-Distanza: 250 parole (come prima)

-Tema: l’amore (nelle sue varie e infinite forme e sfumature). 

In evidenza

Le rose di Kathryn. Su Toscanalibri una mia recensione che è anche un racconto sul tempo.

Paolo Cesarini in un racconto a me particolarmente caro, La ragazza in Verde, narra con il suo bello stile che mescola ironia caustica, memoria minuziosa e tragicità una vicenda sospesa tra amore e Palio. Una storia d’amore nasce e finisce durante il Palio del ’33, e il racconto si conclude così: Fu l’ultimo Palio che godei da senese intero. Dopo ne ho visti molti altri, ma da senese all’estero, voglio dire fuori dal confine dell’antico Stato: che è una cosa diversa, intensa e incompleta, sempre un poco amara, con l’orario delle ferrovie che appare dietro al gioco delle bandiere. Quando ho letto d’un fiato Le rose di Kathryn di Luigi Oliveto, e non si tratta del solito trito cliché di circostanza (ho ‘profetizzato’ il successo che il libro sta avendo in tempi non sospetti!), mi è subito venuto in mente questo frammento. Sarà perché le Avventure ritrovate di Cesarini quasi quarant’anni dopo si potrebbero ben commentare come il libro di Luigi, che racchiude racconti che sottolineano il passare del tempo e tratteggiano la vita per induzione e mai per deduzione, avventure ordinarie che racchiudono sentimenti universali.

Sarà perché alla fine quel libretto del 1983 evocava magistralmente fatti e periodi storici in parte sovrapponibili, ma in larga parte precedenti e complementari a quelli ripercorsi nel volume di Oliveto, che invece ha, anche per ovvie ragioni anagrafiche, il suo fulcro temporale dagli anni Sessanta in poi. Sarà perché si tratta di storie che abbracciano tutta Italia, con uno sguardo e un’attenzione lessicale anche al dialetto (non toscano) da senese all’estero. Sarà perché l’amore, in tutte le sue forme, ma certamente l’archetipo femminile, talvolta ironico, talvolta malizioso, più spesso materno e insondabile gioca in questi racconti brevi un ruolo importante. Sarà per via delle ferrovie. Fateci caso, a Siena gli scrittori arrivano sempre a piedi, a cavallo o, come nel caso di un noto racconto dedicatole da Saramago, Terra di Siena bruciata, in macchina. Non si associa facilmente Siena coi treni, perché la ferrovia per come è disposta la città, sembra un corpo estraneo. Che ci sia tutti lo sanno, ma dove sia rimane un po’ vago, come la Diana, il fiume sotterraneo che la leggenda vuole scorra nelle viscere della città. Eppure o forse proprio per questo, quel racconto, Maso che sentiva i treni ti colpisce eccome. Maso il folle, Maso il pazzo con licenza di essere angelo e demone, è davvero uno dei ritratti più riusciti della raccolta. E Maso, rinchiuso all’ospedale psichiatrico di Siena, il San Niccolò, dall’età di otto anni è un personaggio che piacerebbe a Simone Cristicchi, un personaggio da conoscere. Maso sente il treno, ripete in continuazione oggi si sente il treno. Quel treno ha una valenza metaforica molteplice e potente: ve lo ricordate il Belluga de Il treno ha fischiato di Pirandello? Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo: – Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato… È così anche per Maso, il treno gli fischia in testa e un bel giorno se lo porterà anche via.

Tutti i personaggi di questa raccolta sono trascinati dal destino individuale e dalla storia, fuori dalla Guerra e dentro la pace. Ma anche la pace sa essere subdola, lo sanno bene Paoletto e Irma di Seconde nozze i quali sopravvissuti alla guerra, non sopravvissero alla pace. Poi si va oltre, si abbandona questi protagonisti morti sulla soglia del boom e se ne trovano altri per i quali cominciano i mali del benessere. Ci si può permettere di tutto, divorzi, tradimenti, depressione, eccessi finanziari. Con uno strano e costante retrogusto agrumato, amarognolo in bocca però: nella vita di questi personaggi non manca mai l’insolito, l’inspiegabile e anche il fantastico.  In L’orologio di Colzana, racconto notevole specialmente nella sua parte iniziale, dove una specie di bolla magnetica avvolgeva l’intero paese e tutti gli orologi si fermavano sembra che Buzzati si sia temporaneamente impadronito del libro. Lo stesso si potrebbe dire anche per Black Christmas che gira attorno alle dimissioni di un Babbo Natale sfiduciato nel genere umano. Ma tutti i protagonisti della raccolta vorrebbero alla fin fine fermare il tempo come Fausto Pavanti, se non altro per vederci chiaro nelle loro vite che perdono continuamente entusiasmo e ingenuità e invecchiano e diventano più ciniche e subdole esattamente come fa la beneamata Repubblica italica.

Lo si dice benissimo in un passo veramente notevole del libro ai piedi del faro non c’è luce. (…). Se non riusciamo a vedere la luce, non è detto che non ci sia e soprattutto non è detto che non ci riesca la nostra coscienza. E inoltre, ancora più importante, se si inizia la nostra esistenza nel buio, non è detto che non si possa terminarla in piena luce. I santi si sa, come diceva Giovanni Maria Vainney, non tutti hanno cominciato bene, ma tutti hanno finito bene.  Lo sa benissimo il Don Liborio di Santo subito, racconto veramente azzeccato anche dal punto di vista tecnico vista la vividezza delle immagini e delle descrizioni. Ma c’è anche chi nel buio rimane senza riuscire a frenare minimamente l’emorragia del tempo, ed è in questo senso molto forte e realistica l’atmosfera de Gli anni di piombo, anche per quella bellissima virata che Luigi ha saputo impartire alla narrazione, una strambata alle vele con vento forte, e perciò assai difficile, impressa dopo appena un paio di pagine a una storia che parte un po’ alla De Sica di Matrimonio all’italiana, con le prodezze erotiche e le acrobazie (bi) familiari dell’Onorevole Ciro Imbiancato per poi incattivirsi fino all’estremo. In quella vicenda, le colpe dei padri ricadono sui figli, anche quelli avuti fuori dal matrimonio, nel Delitto Perfetto apparentemente, parrebbe di no, ma siccome si tratta di una storia a tinte gialle, non va rivelato il finale. Va detto solo che merita di essere letta.

Un discorso a parte, a mio giudizio, merita Amore di lontano.  È un racconto veramente insolito, dove questo elogio dell’amore lontano alla Jaufré Rudel sconfina nel masochismo e un pochettino anche nella follia. La protagonista, Dolores, sopporta tutto il calvario di un divorzio in una famiglia ipertradizionalista in un piccolo paese ma, con il suo nuovo amore, tutto sommato le va bene così, vicini nel cuore ma distanti chilometri con ancora il treno, il maledetto treno, che torna nel mezzo. Ci sono dei passi del racconto, come l’incontro con la suora in treno, che valgono il libro. C’è in certi passi anche un uso del dialetto, milanese in questo caso brianzolo ne Un’ordinaria storia di provincia che ricorda l’Hans Tuzzi del ciclo del Commissario Melis.
Luigi, lo si percepisce da quasi ogni pagina di questo volume e lo sa bene chi collabora con lui o lo legge abitualmente su Toscanalibri.it, è un lettore attento, curioso, esigente, meticoloso. Non sfuggirà agli amanti della letteratura italiana del secondo novecento che il libro ne è animato e vitalizzato come nei casi più felici succede tra un film e la sua colonna sonora. Per esempio: accarezzò la schiena di Alessandro come un rendimento di grazie, si addormentò pure lei. Sul limitare di questo paradiso li ritrovò la luce novembrina del giorno. La Milano del sabato mattina poltriva ancora sotto piumoni e nebbia. Lui alle dieci aveva la prova in teatro… Se a Milano sostituite Venezia, quella città nebbiosa e indefinita descritta nel bellissimo racconto già citato, complice anche l’ambientazione ‘musicale’ della storia, ricorda da vicino il Berto di Anonimo Veneziano. Comunque l’amore o ciò che gli assomiglia cerca sempre di gettare un ponte, anche oltre la storia, anche oltre l’esistenza. Per tutte queste ragioni, ‘le poste di bilancio della vita’ cui Luigi Oliveto si riferisce nella poesia che costituisce il desinit del volume, saranno anche scombinate dal tempo ma la loro somma è sempre in attivo e produce un sicuro profitto per il lettore.

In evidenza

Vanna Bastreghi Bianciardi, biografia di una donna speciale

Il libro è in dirittura di arrivo. Uscirà più o meno a Marzo. Oggi ho consegnato all’Editore il manoscritto definitivo. Devo ringraziare i tanti che hanno aiutato con le ricerche, le interviste e le testimonianze, in Italia e in Belgio. E’ la biografia ( o forse il romanzo) di una donna che ha attraversato da protagonista il secolo scorso e ha vissuto l’epoca pionieristica di nascita e sviluppo dell’Europa cos’ come la conosciamo oggi. Sono venuti fuori fatti molto curiosi e spunti di grande interesse e attualità . Qui sotto una foto con Giorgio Bassani

In evidenza

Bentornato, Romeo

Mi fa piacere di quando in quando leggere qualcosa di Romeo Lucchi, genovese, uomo di teatro, affabulatore che da trent’anni si dedica ad attività legate al palcoscenico e al movimento espressivo. Suoi racconti sono stati premiati e antologizzati (La farinata, Se tornassi indietro), alcuni li trovate in rete e sulle principali piattaforme di podcasting. Ci sono diversi suoi microracconti in questo blog, tutti assai particolari e interessanti (ad esempio La tazza del vate ; Sex Tree; Glitter Eyes) . Questo è decisamente uno dei suoi!

Il sogno Matrioska

Il morello stava facendo un sogno strano. Sognava di essere di legno, un cavallo di legno, ma vivo e pensante. Come cavallo di legno sognò di essere un burattino di legno che al suo risveglio era un bambino in carne e ossa. Come cavallo di legno si svegliò di soprassalto per il dolore. Stava partorendo e dando alla luce un manipolo di soldati che subito dopo incendiarono e distrussero la città circostante. Il morello si svegliò. Era agitato. Scosse la testa e nitrì. Mangiò un po’ di biada. Tra poco sarebbe arrivato il fantino e il Palio avrebbe avuto inizio.

In evidenza

Franco Loi

Un esordio tardivo, tra i quaranta e i cinquanta, un grande poeta.

Si è spento Franco Loi. Una voce intensa e forte della poesia italiana.  Un talento che viene dal teatro (collaborò con Fo e Rame). Inizia a scrivere negli anni Settanta, a Milano, solo, d’estate davanti alla vita, che gli sembra in quel momento priva di valori e di ideali. Scrive in quel ricco e personalissimo dialetto che, negli anni settanta, è ‘quasi una lingua’, aperta ai contributi esterni, stranieri, degli immigrati.

E mì, che ‘l pass dansàss/ slargàss de l’aria,/ e là, ‘me’n inventàm, par aqua ferma/….

E io, certo che il mio passo danzasse/ e s’allargasse e s’addolcisse l’aria negli spazi/là come se io me l’inventassi, vedevo come l’acqua ferma ….

Una poesia fattasi, di anno in anno, più metafisica e più lirica.

Quajcoss gh’è stà…Ma cosa? Quan’, giò ‘ telun/ resta dumà ‘l record, squasi nient, un sogn/ scunfüs de parol e de fatti, el sens/ che, forsi, ‘ n altra volta turnarèm, / per mej vardà, capì, tegnì, per semper/ ‘me ‘ bigliètt in sacoccia, la verità…

Qualcosa c’è stato… Ma cosa? Quando, giù la tela,/resta soltanto il ricordo, quasi nulla, un sogno/confuso di parole e di fatti, il senso/che forse, un’altra volta torneremo/per meglio guardare, capire, tenere per sempre/come il biglietto in tasca, la verità

Una voce che ha meritato, merita e meriterà la nostra memoria e la nostra lettura.

In evidenza

La chimera della fiducia

Fidarsi è bene o meglio sospettare?
Quando la diffidenza può essere
il vero virus che mina la società
Un libro dall’approccio originale a un problema non recente:
la presenza incessante di fake news sempre più capziose
di Massimiliano Bellavista
Vivere in una bolla. È questo che fanno molti nostri concittadini, di ogni età e provenienza sociale, sottoponendo la loro razionalità ad un volontario e rigorosissimo lockdown intellettuale. Non si fidano di nessuno, a cominciare dai media mainstream, a meno che, a mezzo social e blog, qualcuno non scriva esattamente quello che loro sostengono. Non c’è spazio per il contradditorio, né per il cambiamento di opinione, principio su cui si reggono tutti i sistemi democratici.
Il libro La società della fiducia. Da Whatsapp a Platone di Antonio Sgobba (il Saggiatore, pp. 264, € 19,00), giornalista tra i conduttori di Tgr Petrarca, si prefigge di affrontare di petto, ma con pacatezza e accurata argomentazione, un problema tra i più gravi che affliggono la nostra società.
Cerchiamo notizie o conferme alle nostre credenze? Siamo ancora capaci di fidarci dei nostri concittadini?
Ho avuto il piacere di presentare il suo libro ad Ascoli, lo scorso settembre, e Antonio Sgobba mi è sembrato sin da subito una persona molto chiara e diretta. Questo si intuisce a chiare lettere in esergo al suo volume, quando scrive «Nella prima metà del libro mi occuperò della fiducia attraverso la sua negazione: la diffidenza. Nella seconda metà attraverso il suo riflesso: l’affidabilità». Ora, questa chiarezza non è così frequente nei saggi nostrani. Ma torniamo al punto, perché, come sostiene l’autore, sulla fiducia si gioca una partita di capitale importanza per il nostro futuro.

Le fake news e la post-verità
Cos’è una fake-news? Che cosa si intende per post-verità? Pochi ne sanno dare una definizione corretta. Nell’Otello verdiano, e nello specifico il secondo atto, quello in cui di fatto inizia la vicenda della gelosia, Otello dice «Mi trova / una prova secura / che Desdemona è impura… Vo’ una secura, una visibil prova…La prova io voglio! Voglio la certezza!». E Jago, implacabile, risponde: «E qual certezza v’abbisogna? Avvinti / vederli forse? E qual certezza sognate voi se quell’immondo fatto / sempre vi sfuggirà?… Ma pur se guida / è la ragione al vero, una sì forte / congettura riserbo che per poco / alla certezza vi conduce».
Ecco, il libro ci spiega con accuratezza e semplicità l’origine di queste «sì forti congetture» che hanno lo scopo di ingannarci, manipolarci, suscitare una nostra reazione preordinata come si trattasse di un stimolo chimico ai recettori del nostro cervello. L’epoca che viviamo, quella della post-verità, è dunque un’epoca dove la verità ha perso peso, è fluttuante in un orizzonte dove alla forza di gravità si è sostituito il desiderio di plasmare la realtà a nostra immagine e somiglianza. Il volume è importante anche perché ci fa intravedere anche cosa c’era prima della nostra epoca, un mondo pervaso da una grande inquietudine perché «Dalla Riforma fino al XX secolo la nota dominante della cultura occidentale era stata la fiducia. Ma la perdita della fiducia aveva travolto il ventesimo secolo. La scienza, un tempo principale sostegno della fiducia, ci ha insegnato a diffidare si sé stessa». Quindi il male è antico e l’autore ce lo dimostra con storie ed aneddoti di grande interesse e curiosità. Ma se questa è la diagnosi, qual è il decorso della malattia e soprattutto, c’è una cura?

Una speranza: un nuovo contratto sociale al confine tra calcolo e virtù
La progressione della malattia, se non si interviene, come Sgobba delinea nelle sue conclusioni, non è buona, anzi al contrario, ci induce a pensare a scenari distopici, dove alla fiducia si sostituisce un suo mostruoso e illusorio surrogato: il Grande Fratello tecnologico, l’orecchio e l’occhio digitale che tutto e tutti controlla. Il capitalismo della sorveglianza, che si nutre di dati.
L’autore su questo miraggio ci ammonisce chiaramente: «il controllo potrà anche garantirci la sopravvivenza, ma per vivere abbiamo bisogno della fiducia».
L’alternativa alla fiducia insomma è un totalitarismo che finisce per divorare se stesso: colpisce in questo senso nel libro il racconto dell’epoca del terrore staliniano dove «tutti dovevano guardarsi da tutti, chiunque poteva essere una spia o un informatore». E non stupisce quindi che Chruščëv a un certo punto, nell’estate del 1951 senta lo stesso Stalin mormorare tra sé e sé: «Sono finito, non mi fido di nessuno, neanche di me stesso».
Annoso problema dunque quello della fiducia: da Eraclito e dai dialoghi platonici, ha sempre fornito grandi spunti alla riflessione di filosofi e intellettuali, come il volume non manca di illustrare. Ma qual è la strategia per vincere la sfiducia, se la stessa ci è indispensabile come l’aria? Forse, per dirla con Dante, la ricetta è a metà tra calcolo e virtù, in quella fidanza di dantesca memoria, che è sostanzialmente un contratto, una convenienza, basato con giusti contrappesi, tra l’avversione al rischio tipica dell’uomo, e la sua ricerca di socialità, scritta nel suo stesso Dna. In altre parole, si potrebbe dire, l’autore sembra suggerirci la necessità di leggere dentro la parola fiducia, giù fino alla sua radice greca che significa “prestare fede”, e che, a ben vedere, è una forma medio-passiva del verbo “persuadere”. Questo vuol dire che la fiducia non è monodirezionale, non si può solo prendere o dare, ma è frutto di un contratto sociale giusto a metà tra ragione e istinto.
O, per dirla con parole più semplici, visto che sulla copertina del volume di Sgobba campeggia il naso di Pinocchio, questo non può non ricordarci che da quel libro potremmo sulla fiducia imparare assai. In fondo, basterebbe possedere la fiducia incrollabile di Geppetto o almeno non chiudere tutte le porte e fare come Mangiafuoco che a un certo punto dice «E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo».
Come si intuisce si tratta di un libro la cui lettura è impossibile non consigliare. Consideratelo se volete un manuale di autodifesa dai pensieri più ottusi e oscurantisti che ogni tanto provano a saltarci addosso.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 180, gennaio 2021)
In evidenza

31-12-2020, 23.59-59. In quel preciso momento.

E’ uscito il numero 6 di Parktime

Attraverso una scelta di poesie e racconti si tira il bilancio di quel preciso momento: da Buzzati a Eliot, da Ungaretti a Zadie Smith e Cristina Campo. di Massimiliano Bellavista

31 Dicembre 2020. In quel preciso momento, si chiude l’anello di giorni di un altro anno che non è un anno come un altro.

In quel preciso momento è un’opera di Dino Buzzati simile ad una coperta di quelle che una volta si facevano con gli scampoli di tessuto avanzati; un patchwork di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario a proposito della fine dell’anno. Un diario già di per sé assomiglia a un bilancio: lo si scrive cronologicamente in discesa, scendendo sulla china del tempo, ma lo si legge quasi sempre in salita, a ritroso, per capire qualcosina della propria vita. Del perché le cose sono andate così. Il fatto che sia chiuso tra due identiche copertine di cartone, materializza la circolarità del tempo.

A un certo punto nel libro si legge un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo:

«Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”.

“Ti ha dato pene più che gioie?”

“Sì”.

“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto”. […]

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”

“Mica tanto, a dir la verità”.

“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore».

Strano. Strano che in quel preciso momento ci mancherà qualcosa, sempre e comunque. Non i sogni, non i pensieri o i ricordi ma le parole, quelle sì. Perché le parole per scorrere, hanno bisogno del tempo mentre in quel preciso momento il tempo non scorrerà. Poi, come ogni anno, sarà necessario trovarne di nuove, perché l’anello di giorni del 2021 possa aprirsi.

Quali parole ci verranno in mente quando quel preciso momento sarà trascorso? Presto nel mattino, presto anche nel secolo, ci sarà sperabilmente un nuovo inizio, sperabilmente migliore di quello che caratterizza l’incipit di Denti Bianchi, stupenda opera di Zadie Smith.

«Presto nel mattino, tardi nel secolo, Cricklewood Broadway. Alle 6,27 dell’1 gennaio 1975, Alfred Archibald indossava un abito di velluto a coste ed era seduto a bordo di una Cavalier Musketeer Estate, con la faccia riversa sul volante. Sperava che il giudizio divino su di lui non fosse troppo severo. Giaceva abbandonato in avanti, la bocca molle, le braccia a croce, spalancate sui due lati, come un angelo caduto; nei pugni stringeva le medaglie dell’esercito (a sinistra) e la licenza matrimoniale (a destra), perché aveva stabilito di portare i suoi errori con sé. In un occhio gli si rifletteva una lucina verde: segnalava una svolta a destra che aveva deciso di non fare. Era rassegnato. Era preparato a tutto questo. Aveva gettato in aria una moneta e si era attenuto rigidamente al risultato. Si trattava di un suicidio premeditato. Anzi, della sua risoluzione per l’Anno Nuovo.Ma perfino mentre il respiro gli si faceva convulso e la vista si appannava, Archie era consapevole che Cricklewood Broadway sarebbe parsa una strana scelta. Strana per la persona che avrebbe notato per prima, attraverso il parabrezza, la sua figura abbandonata, strana per il poliziotto che avrebbe redatto il rapporto, per il giornalista locale incaricato di scrivere dieci righe, per i parenti che le avrebbero lette. Stretto da una parte dall’imponente edificio di un cinema multisala e dall’altra da un gigantesco incrocio di strade, Cricklewood non era un posto in alcun modo speciale. Non un posto dove un uomo potesse andare a morire».

Eliot, nonostante in quel preciso momento ci fosse la guerra, suonava un pò più ottimista. In Little Gidding, componimento parte dei suoi memorabili Quartetti, figli di un passaggio di testimone tra anni duri, di guerra e di sofferenza, scrive:

«Le parole dell’ultimo anno appartengono alla lingua dell’ultimo anno / e le parole del prossimo anno aspettano un’altra voce».

E quale sarà questa voce? Sarà davvero diversa? La sentiremo risuonare in noi? Giuseppe Ungaretti in quel preciso momento scrisse la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto. Ma le parole non devono morire, ce ne devono sempre essere delle altre. Words must go on. Se necessario anche usando un po’ di ironia. 

Seamus Heaney alla fine del 1986 scivola sul ghiaccio e si infortuna al ginocchio. Quell’anno, poco dopo, muore anche suo padre. Il suo haiku ‘1.1.87’ recita così «Dangerous pavements. / But I face the ice this year / With my father’s stick».

Eliot ebbe in Cristina Campo una grande traduttrice. Lei si innamorò della poesia di Luzi e poi, non corrisposta, del poeta stesso. Scrisse su questa esperienza quello che forse è uno dei suoi testi più noti Moriremo lontani. 

Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Questa poesia fa parte del canzoniere Passo d’addio. 

Trovo che sia una bella immagine, questa. In quel preciso momento, posare la guancia sul palmo di qualcuno, svuotando di parole l’anima.

In quel preciso momento allora forse chiuderemo il nostro diario del 2020, l’anello dei giorni. È tempo anche di chiudere queste mie parole. Il suggello scelto dalla Campo al percorso spesso ciclico, della sua identità lirica in quella raccolta furono proprio quei versi di Eliot: «For last year’s words belong to last year’s language / And next year’s words await another voice. / And to make an end is to make a beginning».

In evidenza

Bisogna crederci.Auggie Wren

A Novembre ci eravamo concentrati, per il numero 6, su Cechov in modo molto originale. La settima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5 ;Nr 6 ) ritorna a parlarci di un argomento a me molto caro, ovvero il punto di vista in narrativa, e lo fa attraverso un racconto di Paul Auster. Scomodiamo quindi un vero Maestro.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko, non posso non far notare l’importanza delle sue conclusioni. Quando Mirko scrive: Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia non posso non essere daccordo e riportare quanto diceva Tabucchi e che ho utlizzato proprio ieri sera leggendolo ai numerosissimi partecipanti all’incontro svolto con Viola Conti.

Scrive Tabucchi a proposito del mestiere dello scrittore ‘ è semmai un gioco che somiglia a
quello dei bambini. Di una terribile serietà. Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende un sassolino e, seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera,reggendo il sassolino sul palmo della mano che quel sassolino è il mondo. Sottolineo: non lo pensa soltanto, ma lo dice, perché è solo quando lo dice che il sortilegio si avvera e il sassolino si avvera e il sassolino diventa il mondo: è il patto assoluto. Il bambino sa che se quel sassolino cadesse il mondo precipiterebbe, l’universo in cui il mondo gira sarebbe perturbato, gli astri impazzirebbero e avanzerebbe il caos. Sa che finché durerà il gioco avrà nelle mani le sorti del mondo.

E allora, aggiungo rivolgerndomi a Voi, qual è il vostro sassolino??? Siete disponibili a far credere (e a credere per primi voi) che sia il mondo?

Anatomia di un racconto – Il racconto di Natale di Auggie Wren di Mirko Tondi

Tra i racconti che ben conciliano con questo periodo di festività, uno di quelli che preferisco è sicuramente Il racconto di Natale di Auggie Wren, soprattutto perché ritengo che sia – rispetto al particolare periodo dell’anno a cui si riferisce – del tutto originale. Non è il classico racconto di Natale in cui ci sono alberi addobbati, scampanellii, pacchetti regalo, ritorni in famiglia, occasioni di redenzione. Scritto da Paul Auster, fu pubblicato per la prima volta nel 1990 nell’edizione natalizia del New York Times, ma ispirò poi (cinque anni più tardi) la sceneggiatura del film Smoke, con Harvey Keitel e William Hurt, diretto da Wayne Wang proprio insieme allo scrittore americano.

Qui l’autore ci avvisa fin dal principio che la storia che ci racconterà non è sua ma l’ha sentita da Auggie Wren, nome inventato per l’occasione su richiesta stessa di quest’ultimo. Ci anticipa dunque i fatti salienti, che tra poco andremo a scoprire: un portafoglio smarrito, l’incontro con una donna cieca, una cena di Natale. Poniamo adesso attenzione al punto di vista: in questo momento lo scrittore coincide con un narratore di primo grado (ovvero quello che comunica in maniera diretta con il lettore), mentre Auggie Wren rappresenta un narratore di secondo grado. A questo punto ci vengono fornite alcune informazioni, così per esempio veniamo a sapere da quanto i due si conoscano (undici anni) e che rapporto intercorra tra loro (Auggie Wren è semplicemente un tabaccaio, di cui lo scrittore è cliente), rapporto che un giorno in qualche modo prende un’altra direzione: il tabaccaio si imbatte in una recensione del libro del suo cliente, ed ecco che d’improvviso inizia a condividere con lui il progetto di una vita, mosso dalla scoperta di un’affinità artistica; Auggie infatti si diletta come fotografo, e da dodici anni scatta dallo stesso angolo e alla stessa ora del giorno una foto allo stesso tratto di strada. Conserva dodici album (uno per ogni anno) e un totale di più di quattromila fotografie, che ora intende mostrare al suo speciale cliente. A un primo sguardo, tutte le foto appaiono identiche, e lo scrittore non afferra il senso dell’intero progetto, che risulta soltanto una “una fredda scarica di ripetizioni”. Ma su consiglio del tabaccaio lo scrittore rallenta, finché non ci suggerisce che “Aveva ragione, ovviamente. Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente”. In questa frase semplice è racchiusa invece una saggezza popolare, di quelle che riesci a cogliere solo dopo un errore. Da questo momento in poi, il cliente presta maggiore attenzione ai dettagli e inizia a far caso ai cambiamenti, fino a notare anche quelli più piccoli, più trascurabili per uno spettatore poco interessato: cambiamenti di clima, di luce, di traffico. Addirittura riesce a riconoscere i volti dei passanti in quella strada. Soprattutto si accorge di non essere più annoiato mentre sfoglia gli album, che in maniera superficiale aveva giudicato tutti identici e irrilevanti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è immagine-18.png

Non siamo neanche a metà racconto e già è accaduto qualcosa di importante tra due persone. Ma ecco che l’autore sta per svelarci come Auggie si è procurato la macchina e ha iniziato a fotografare. Quando gli viene commissionata una storia di Natale dal New York Times, si trova ad affrontare una crisi personale, convinto di non esserne capace e temendo di dar vita all’ennesima storia sentimentale. Così un giorno si sfoga col suo tabaccaio, che subito intercetta la sua necessità e si offre – in cambio di un pranzo – di raccontargli la miglior storia di Natale che abbia mai sentito. Da qui in avanti abbiamo una storia nella storia, dato che Auggie prende la parola e comincia a raccontare, divenendo lui il narratore di primo grado, per poi tornare a dialogare con lo scrittore solo nel finale. Soltanto dopo aver ascoltato come si è svolta tutta la faccenda (che non svelerò, ma che vi invito a leggere…), allo scrittore viene in mente che Auggie possa aver inventato ogni cosa, ma un attimo dopo dice queste parole, che sono la base di ogni buon patto narrativo: “Sono stato convinto a crederci e questo era l’unica cosa che contava. Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia. E a proposito: godetevi pure il Natale, per quanto quest’anno vi sia consentito.

In evidenza

Parktime nr 5: Sherwood sorvola D’Annunzio, Eduardo e..altri

Volare sul proprio mondo

Il 21 dicembre è il giorno che ha inaugurato il solstizio d’inverno e ha visto quest’anno la congiunzione di Giove e Saturno. Proprio a partire da questo giorno parliamo del volo. Questo sarà un argomento che ci accompagnerà nel futuro qualche numero di Sherwood. 
Immaginate di poterli visitare dall’alto i Parchi letterari, uno dopo l’altro. Uno spettacolo unico. Staccare l’ombra da terra, prendere la via del cielo, dimenticarsi in esso, una necessità immortale nell’uomo come nell’animo l’avidità del volo diceva d’Annunzio

Nel 1916 a seguito di un incidente aereo, d’Annunzio riporta considerevoli danni agli occhi, per un certo tempo è seriamente impedito nell’uso della vista. Ma gli occhi dello spirito sono ancora bene aperti. Anzi, spalancati. Scrive Notturno

Usciamo. Mastichiamo la nebbia./La città è piena di fantasmi/Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligene./I canali fumigano./De i ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino./Qualche canto d’ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo./I fanali azzurri nella fumea./Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia./Una città di sogno, una città d’oltre mondo, una città bagnata dal Lete/o dall’Averno./I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano 

Torneremo su questi versi e su altro con i ragazzi di Sherwood, che ci stanno lavorando su. Quello che ci interessa per ora è entrare nel clima e immaginare quel volo nella notte dei sensi. Già cominciamo a sentirci e a pensare come novelli Saint-Exupéry. 

Antoine de Saint-Exupéry negli anni Trenta prestò servizio come pilota commerciale e di linea. Non fu Il Piccolo Principe, ma il romanzo Volo notturno , che vi invitiamo a leggere, a renderlo celebre. Il protagonista è un pilota che conduce come uno spericolato Ulisse voli commerciali nei cieli notturni della Patagonia, del Paraguay, dell’Argentina. È la Compagnia per cui lavora che lo obbliga a questa autentica sfida alla morte, per guadagnare di più. La notte può essere sinistra e aggressiva, se ci si vola dentro così a lungo con quei piccoli aerei di allora. 

Rivière giudicava che le stelle eran troppo splendenti, l’aria troppo umida. Che strana notte! Essa imputridiva improvvisamente, a zone, come la carne d’un frutto luminoso. Le stelle, al completo, dominavano ancora Buenos Aires, ma non era che un’oasi, e d’un istante; e, d’altronde, era un porto che l’aeroplano non poteva raggiungere. Notte minacciosa, che un vento cattivo toccava e imputridiva. Notte difficile a vincere. In qualche luogo, nelle sue profondità, un aeroplano era in pericolo: e sulle rive di quella notte gli uomini si agitavano impotenti. 

Lasciato sulle rive della notte c’è anche il protagonista della nostra storia, con cui Vi facciamo gli Auguri. Nella notte di Natale è concesso a tutti volare sul proprio mondo, per quanto ristretto sia, fosse anche un … presepe. E, attraverso le parole, ripensarlo.,,,prosegue su Parktime

In evidenza

Ti piace il presepe?

TI PIACE IL PRESEPE?

Luca: Dove siamo arrivati? Oramai sei un giovanotto, non sei più un bambino. Io non sono eterno. I soldi ci vogliono. Dopo Natale, viene il sarto, porta i campioni e ti fai un bel vestito di stoffa pesante, questo che tieni addosso ormai è partito. Ti faccio pure due camicie. Un vestito e due camicie. (indica il presepio, ammiccando) Te piace, eh? Te piace!

Tommasino: (annodandosi la cravatta) No

NATALE IN CASA CUPIELLO – EDUARDO DE FILIPPO

Lo scrittore se ne stava rincantucciato tra la scrivania, la vecchia sedia in pelle e una giungla di bicchieri che, spiccando sul tavolo pieno di carte arruffate, sembravano giovani bambù variopinti.

Sollevò due carte, certamente le più vecchie, lo si vedeva dallo spessore della polvere che le infarinava, e poi l’ultimo appunto per una storia da scrivere, vergato su una carta in effetti ancora bella lucida, comprata pochi giorni prima in onore di una purtroppo illusoria ispirazione.

Idee strette e lise come le sue scarpe e stantie come il pane che mummificava nel cestino in cucina, constatò. All’inizio già non erano granché, poi la polvere, gravando sopra il suo scritto, vi entrava per osmosi sostituendosi anche al poco di buono che c’era ancora rimasto dentro.

Ad un tratto una mano enorme lo prese dalla finestra che teneva aperta anche a Dicembre, e lo portò fuori, in alto nel nulla notturno. Si sentì rapito, anzi l’immagine che gli solcò la mente fu quella di essere stato colto, come un ortaggio.

Ti piace il presepe? la voce che lo domandava non era cupa o tonante. Non proveniva da un roveto ardente. E tuttavia non ammetteva la mancanza di una risposta.

Sei Dio?

Tecnicamente sì. Ma per Te sono Mio.

Lo scrittore, in momenti di difficoltà o sconforto, invece di rivolgersi direttamente a Dio, cosa che gli sembra troppo formale, in effetti si rivolgeva ad una entità che chiamava Mio. Il suo particolare Olimpo a conduzione singola, insomma, un po’ Dio un po’ Oracolo secondo il bisogno.

Ti piace il presepe?

Ma quale presepe?

Ma come quale? Non lo vedi? Quello che sta sotto di Te.

Guardò quello che si agitava sotto i suoi piedi. La città in periferia, strisce di auto interminabili, sprazzi velocissimi di treni sui binari che poi come vermi si infilavano in gallerie perdendosi nel nulla, i parcheggi delle fabbriche ormai vuoti. Più lontano i macchinari all’opera tra i fumi di una discarica, che come scarabei stercorari spingevano e spostavano incessantemente rottami e i materiali che senza sosta enormi camion scarrabili gli facevano rotolare accanto. Se ne avvertiva l’odore. E poi la via lattea dei mega condomini con i roveti intricati di cavi e antenne sui tetti, con affaccio su strade a scorrimento veloce e sopraelevate. Sopra, quasi alla sua altezza, due elicotteri bottinavano tra i grattaceli del quartiere degli affari.

Onestamente no, Rispose di getto, pentendosene subito un po’.

Sentì Mio sospirare, e la mano afferrarlo di nuovo, poco gentilmente, per spostarlo poco più avanti.

Ti piace il presepe?

Il parco che stava sorvolando era di per sé bellissimo, ma mal sorvegliato dalla polizia e ancor peggio mantenuto, così che in poco tempo era diventato il regno dei tossici. Siccome si ostinava ad andarci tutti i giorni a correre, sapeva benissimo dove le varie bande nascondevano dosi e contanti. Una volta aveva anche pensato che sarebbe stato interessante prendere e scambiare tutto, i soldi di una gang di pusher con quelli di un altro, e anche tutta la bamba, mescolandola come un’insalata mista. Si era domandato più di una volta cosa sarebbe successo e se avrebbero quantomeno combattuto un po’ fra sé prima di mangiare la foglia e fargli il culo a fette.

No, non mi piace affatto.

Il sospiro si fece più forte, e anche la mano, nello spostarlo, questa volta gli fece scricchiolare più di una costola, vertebre comprese.

Ti piace il presepe?

Ora era sopra il centro cittadino. Gente ce n’era, ma non tanti negozi erano aperti, e quasi alcun locale. Chiuse tutte le sue amate librerie, e anche le biblioteche dove in passato aveva fatto tante ricerche. Con la mascherina e i cappelli, la gente che circolava sembrava una folla di rapinatori in preda alla nevrosi, ognuno con un suo progetto in mente, che si muoveva a scatti, velocissima, come criceti sulla ruota. A due isolati dalla piazza centrale, c’era la residenza assistita dove viveva, anzi sopravviveva ibernata in una stanza all’ultimo piano, la sua anziana madre, che non vedeva da mesi. Non fosse stato per l’alberello illuminato in cortile stento quanto le luci che lo adornavano, tra il grigiore e il ronzio della centrale termica, quel palazzo algido e male illuminato sarebbe somigliato a una grossa cella frigorifera di una sala mortuaria.

Ancora più avanti c’era l’appartamento della sua ex moglie, e la sua adorata Lucia, che di certo dormiva abbracciata a Caviglia, l’orso che le aveva regalato, tanto, troppo tempo fa. Quando ancora le parole gli rendevano qualcosa o quantomeno valevano la considerazione di sua moglie

Quando andava a lavoro, doveva solo attraversare la strada, e c’era subito il portone dell’Editore. La sede di un grande editore con un gran via vai di corrieri, impiegati e scrittori. Ora era tutto chiuso ermeticamente, un solo piano e il resto affittato. Dalle finestre al primo piano filtrava la luce blu degli schermi dei pc, somigliava oramai più a una software house che a una casa editrice.

Si stava irritando. No! Non mi piace per niente!!!E poi cosa mi dovrebbe piacere?

Ma è stato un lavoraccio farlo, questo presepe. Migliaia di anni, tanta pazienza, e poi Ti lamenti.

Perché non vai a chiederlo a qualcun altro? Magari Ti va meglio

Già fatto, e tutti erano contenti di volare, di guardarsi intorno. Solo voi scrittori vi lamentate sempre. Non siete mai contenti.

Questo non è un presepe. Mancano i personaggi, la capanna, il bue e l’asinello

Ah, questa è bella. Proprio Tu parli, che l’anno scorso hai fatto il presepe con una cassa di legno per il vino vuota come capanna e le bottiglie di alcol mignon come personaggi?

Sì però devi ammettere che il laghettino con la pompa e vodka ghiacciata al posto dell’acqua è stato un colpo di genio. E poi io mica ti ho chiesto se Ti piaceva.

Comunque c’è poco da scherzare, questo è davvero un presepe rispose la voce sbuffando

E allora non mi piace.  Sbottò lo scrittore incrociando le braccia.

Ok vediamo allora, campione, Tu come lo faresti? Suggeriscimelo Tu che non sei nemmeno capace di sognare e generalmente trasformi tutto in incubo.

Lo scrittore ci pensò su.

Ti propongo una sfida.

Sarebbe?

Tu mi riaccompagni a casa e io Ti scrivo il presepe che voglio.

E se poi non mi piace?

Mi farò piacere quello che ho sotto i piedi.

E quando ti chiederò se ti piace il presepe davvero mi risponderai si?

Promesso

E così fu.  Rieccolo alla scrivania. Tutte le sue cose erano a posto. Si fa per dire. Più che altro erano disposte nel consueto disordine.

Per scrivere ho bisogno solo di carta, tabacco, cibo e un po’ di whisky, diceva Faulkner si ripetè mentalmente per farsi forza.

Lo scrittore comunque non aveva cibo, scriveva direttamente al pc e non fumava, ma scartò in anticipo il suo autoregalo, versandone religiosamente il contenuto in un bicchiere a tulipano con acqua liscia, intorpidendo così il whisky quel tanto che bastava a renderlo sublime, con quei sentori di uvetta e pan di zenzero che lo deliziavano.

Scrisse tutta la notte. Terminò il libro. Stampò. Terminò il distillato.  Alla mattina la mano, puntuale, lo prelevò

Mio lesse tutto, con calma.

Ma è bellissimo disse commosso- pensavo di essere io solo quello capace di fare miracoli.

Lo scrittore si strinse nelle spalle. Non è un miracolo, sono solo parole.

Ma se rifacessi il presepio come dici Tu, dovrei ripartire da zero.

Non dovrebbe essere un problema per uno che si chiama Mio.

Ci fu silenzio, e poi fu giorno. Ma il giorno non veniva. Lo scrittore gliene domandò la ragione

Semplice, per poter lavorare ho tolto la corrente. Ora scollegherò la struttura di sostegno, partizionando l’impianto della terra da quello del cielo. È una gran faticaccia anche per me.

Ecco adesso non solo non si vedeva più niente in cielo, ma neanche sotto.  Un’alba vista dentro ad un baule.

Lo scrittore sorrise. Beh spero che ne valga la pena. Quanto a me, riportami a dormire e poi mettimi nel nuovo presepe al posto che Ti ho detto. Mi raccomando.

Ma vuoi proprio stare lì. Insomma, nel presepe vuoi proprio interpretare quel ruolo?

Lo scrittore si strinse nelle spalle. E quale altro? È perfetto per me.

Contento Tu, rispose Mio.

Ah, dimenticavo una cosa….

Sì?

È la vigilia di Natale, Lucia dorme che è un piacere. Lei spostala per ultima e non dimenticare Caviglia. E inoltre…

Si?

Mi piace il presepe. Dico davvero.

Mio lo squadrò dubbioso. Ma se ancora non ho fatto nulla. E non è che nel Tuo libro sia tutto così chiaro. Sembra cambiare ogni volta che lo leggo.

Appunto per quello, appunto per quello sorrise stanco lo scrittore.

In evidenza

Calcio e lettere, un piccolo omaggio a Paolo Rossi

In questo momento triste che ci fa pensare che proprio qua a Siena si sia aperto un buco nero inghiottendo un pezzo gioioso della nostra Storia, proviamo a risollevarci un po’ con la letteratura. Sarà un modo come un altro per ricordare un campione.

Tanto si è scritto di calcio ma non si tratta affatto di un monopolio dei giornalisti sportivi. Il calcio conquista tifosi inaspettati.

Di Montanelli spesso si ricorda l’aforisma  Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio.  Ma si conosce un po’ meno che l’11 maggio 1969 il giornalista, che si trovava a Parigi per seguire le elezioni presidenziali francesi, lasciò perdere per qualche ora Pompidou, Poher e la politica internazionale e, dopo aver ascoltato la radiocronaca di  Juventus-Fiorentina, partita decisiva per il secondo scudetto della Viola, travolto dall’emozione buttò giù seduta stante un pezzo su questo match.

Non fu da meno Mario Soldati a 75 anni fu inviato molto speciale del Corriere della Sera nel 1982. Pubblicherà persino un libro nel 1986 su quella esperienza Ah! Il Mundial A volte si innervosisce un po’ proprio per il comportamento di Rossi, che tiene sempre (secondo lui) la palla. Ad esempio scrive il 17 giugno 1982 (Italia-Polonia): «… proprio in quell’area Paolo Rossi tre o quattro volte si aggirò, insistette a aggirarsi con funambolesca agilità di gambe e piedi giocolieri intorno al pallone, mentre a pochi metri un suo compagno attendeva il passaggio, e mentre invano un avversario tentava di insinuarsi rompendo l’incanto».

Il calcio vuole a volte dire superare dolorosi infortuni, sopportare lunghi recuperi, come è stato per Rossi.Scrive Ernest Hemingway nel racconto In un altro paese (1938): «Il dottore si avvicinò alla macchina… Il mio ginocchio non si piegava e la gamba pendeva irrigidita dal ginocchio alla caviglia, senza polpaccio, e la macchina doveva piegare il ginocchio e farlo muovere come se andassi in bicicletta. Ancora non si piegava, però… Il dottore disse: “Tutto questo passerà. Lei è un giovanotto fortunato. Tornerà a giocare a football come un campione”».

Il calcio poi, come la letteratura, si può giocare in prosa e in poesia. E un campione, come è stato Rossi, come un ottimo scrittore deve saper padroneggiare tutti i generi e i registri. Pasolini la vedeva così: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro… Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio… con i suoi poeti e i suoi prosatori…» e il momento più poetico, manco a dirlo, è il gol.

Ma il calcio è fatto di spettatori, a volte inconsapevoli. Ma forse proprio per questo, in grado di raccogliere quella poesia. Umberto Saba non era un tifoso, ma riceve un biglietto in regalo da un amico per una partita Triestina – Ambrosiana. E, conquistato da quell’atmosfera per lui insolita, scrive nel suo Canzoniere, Cinque poesie sul gioco del calcio

Goal

Il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non vedere l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l’induce,

con parole e con la mano, a sollevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi

nel campo: intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questi belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere

– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Fare calcio e in generale fare sport, significa anche essere uomini, assumersi delle responsabilità fin da giovani o giovanissimi a volte in un modo così forte e originale da passare alla storia. Cosa che Rossi ha dimostrato. Fatto che ha colpito anche molti celebri scrittori. Un momento di responsabilità per eccellenza è il calcio di rigore (Rossi ne ha realizzati ben 26 nel campionato italiano). Racconta Peter Handke in Prima del calcio di rigore«Il portiere si domanda in qual angolo l’altro tirerà,” disse Bloch. “Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via».

Ma il rigore, tanto celebrato anche da artisti e cantanti, non c’è sempre stato. E tuttavia il calcio aveva ugualmente il potere di attirare l’attenzione di poeti e scrittori.

Nel 1928 Rafael Alberti scrive l’Oda a Platko, poesia che dedicò a Franz Platko, all’anagrafe Ferenc Plattkó Kopiletz. Anche lui si recava allo stadio occasionalmente, in quel caso per una finale di Copa del Rey disputata tra Barcellona e Real Sociedad. O meglio, lui assistete solo alla prima delle tre finali, perché, finendo le prime due in parità e non essendo allora previsti i calci di rigore, la partita si giocò e si rigiocò ben altre due volte. Comunque il portiere del Barcellona fu l’autentico eroe di questo trittico: parò, salvò il risultato, si prese in testa il calcio destinato al apllone che avrebbe segnato la sconfitta della sua squadra- Rientrò in campo dopo le cure, coi punti di sutura e con altri vistosi segni dei danni fisici subiti.

E Alberti gli dedicò questi versi, bellissimi

        Né il mare,

            che davanti a te saltava senza riuscire a difenderti.

            Non la pioggia. Non il vento, che era quello che ruggiva di più

            Né il mare né il vento, Platko,

            biondo Platko di sangue,

            portiere nella polvere,

            parafulmini.

In evidenza

Il Druido e il Maragià

Quando ho saputo che Paolo Ciampi aveva scritto un libro sull’Indiano, che per i più dei comuni mortali fa solo rima con ‘ponte’ e soprattutto con ‘traffico’ (il quale è un’assoluta certezza a Firenze la mattina come a Roma l’attesa biblica sul GRA) e per i restanti fiorentini è il Caronte che con i suoi stralli in acciaio unisce i quartieri di Peretola (a nord dell’Arno) e dell’Isolotto (a sud dell’Arno), ho subito pensato che si fosse messo in un’impresa difficile ma meritoria.

Meritorio era far sapere del Principe indiano morto troppo presto e troppo giovane (appena ventuno anni) a Firenze il 30 Novembre 1870, meritorio rendere noto ancora una volta che Firenze non è fatta solo di Piazzale, Boboli e Uffizi, meritoria in generale di questi tempi era la scrittura di un libro fuori dagli schemi.

Quando poi però ho iniziato a leggerlo, gentilmente inviatomi dall’Autore stesso con un cortese biglietto firmato di suo pugno, sono rimasto assai stupito.

Per quelli che amano la letteratura e in generale lo scrivere, quella che segue è una storia degna di essere raccontata almeno tanto quanto il libro di Paolo Ciampi è assolutamente meritevole di essere acquistato, perciò ascoltatemi se potete per un momento.

Le coincidenze sono incredibili.  E questo libro in questi giorni è stato un compagno interessante, ma anche sornione e beffardo, rivelatore di strani incroci di destini. E interessi letterari

Il libro per cui alcuni han tirato in ballo autori come Pessoa o Tabucchi ma che a me come stile adottato onestamente, se proprio si devono fare degli accostamenti, fa più pensare a Joyce e a Svevo, sospeso com’è, anzi oscillante, tra un flusso di coscienza a volte erratico e un monologo interiore più argomentativo, ha prima di tutto una genesi particolare. L’autore ne racconta il dietro le quinte, a cominciare dall’annuncio che ne fa pubblicamente, durante un evento letterario. Ne seguono una gestazione e una scrittura, come si apprende dal testo, piuttosto discontinue e irregolari, costellate da molti dubbi e ripensamenti. E molte visite al Monumento funebre del Principe.

Da uno scrittore come lui, che ha elevato il concetto di viaggio a suo personalissimo Canone letterario, è singolare e interessante leggere che A forza di scrivere di viaggi, sai, comincio a coltivare qualche perplessità, L’inquietudine dell’altrove si misura con l’inquietudine dell’ovunque: si va lontano e niente è davvero diverso. Avanza il sospetto che non sia questione di chilometri, ma di distanza interiore.

Il Principe e la sua statua quindi non paiono gli attori del libro, ma piuttosto una sorta di confessionale laico, dove l’autore depone i suoi dubbi e i suoi propositi senza attendersi assoluzioni ma solo ascolto.  All’annuncio pubblico del libro, segue ora quello interiore.  Mi è venuto in mente di scrivere di un viaggio che nemmeno parte, un viaggio di chi rimane sempre nel solito posto, e magari vede andare e venire gli altri.

Come nelle vecchie camere oscure, dove la fotografia si veniva definendo agitando delicatamente i liquidi nella bacinella, onda dopo onda, così nel volume il personaggio di Rajaram Chuttraputti di Kolhapur, giovanissimo principe ereditario che stava tornando in patria di ritorno da un viaggio politico e di istruzione in Europa (si potrebbe definirlo un Grand Tour all’indiana, dove quindi non era l’Italia ad essere centrale ma bensì Londra, capitale dell’impero) diventa sempre più nitido dopo capitolo. All’inizio è una statua (tra le altre cose, i lavori di restauro sono terminati proprio lo scorso settembre. Fate come Paolo, prendete la bici e andate a vederlo al parco delle Cascine), alla fine del libro un Uomo, uno Spirito, forse anche in qualche modo un Convitato di pietra.

Ora, più o meno quando Paolo annunciava il progetto del libro e si metteva in caccia del suo Indiano, io ancora non lo conoscevo di persona ma seguivo le tracce di Angelo De Gubernatis. Complice un tramonto da druido (una delle tante belle immagini uscite dalla penna ben appuntita di Paolo), stavolta non fiorentino ma triestino, a un certo punto mi capita in mano un suo libro, piuttosto raro a trovarsi, del 1878, dal titolo un po’ macabro Usi Funebri in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei. 

Che c’entra?

C’entra che la cosa mi ha fatto fare un salto sulla sedia perché nel libro di Paolo, l’eclettico professore, saggista, studioso e letterato pieno di sè, anarchico e un po’ paranoico Conte De Gubernatis (nel 1906 sarà addirittura candidato al Nobel per l’Italia) è la ‘spalla’ del nostro Principe.  Si chiamava Angelo de Gubernatis, nel 1861 fu il primo a laurearsi in Lettere nel Regno d’Italia appena proclamato, l’anno dopo partì per Belrlino per studiare il sanscrito. Era una scelta a dir poco originale, ma gli procurò una cattedra a Firenze. (…) Si interessava a tutto il De Gubernatis, forse a troppo. Si accendeva di passione e, dopo poco, in genere si spegneva. Solo l’amore per l’India non gli venne mai meno.

Le sue prime lezioni furono pubblicate in opuscoli che inauguravano in Italia il filone di studi indologici, e questo personaggio dalla cultura vastissima, ma che spesso non curava a sufficienza le sue opere, sempre preso da un altro interesse, è lo specchio dell’Europa, dell’Italia e della Firenze di quegli anni che il Principe Indiano trova durante il suo viaggio, sospesa tra positivismo e spiritualismo, facile agli entusiasmi ma anche e sempre più presa da dubbi e interrogativi sul futuro.

Insomma De Gubernatis è un’ottima scelta per l’esito del volume. Quello che non mi immaginavo è che, quando ci siamo conosciuti a inizio 2020, in pieno lockdown, Paolo ed io avessimo nella nostra testa un amico comune. Proprio lui, il Conte. E non lo sapevamo. Non ce lo siamo mai detti, non c’è ne è stata l’occasione. Per lui, era l’eminente studioso e amante dell’India, per me, preso in quel momento dalla scrittura di un noir, l’eclettico studioso dei riti funebri.

Nel libricino trovato a Trieste, De Gubernatis scrive Nell’ Altharveda la causa della malattia è sempre qualche maleficio occulto di uomini e di dei. 

E qui le strade mie e di Paolo convergono. Il libro di Paolo dedica le pagine più belle a questa lenta convergenza verso la morte, una sorta di Via Crucis che inizia a manifestarsi il 13 Novembre 1870  Un po’ di febbre, niente di che. Normale in fondo per un Indiano che ha attraversato mezza Europa e ora dal Tirolo, si appresta a fare ingresso in Italia.

Però la febbre va e viene, lo debilita a poco a poco, sottilmente, svuotandolo di energie. Poi c’è il viaggio, la visita a Venezia. E finalmente Firenze. La febbre ora torna, prepotente, il peggioramento è improvviso.

Scrive De Gubernatis nel mio libretto Il takman, la febbre, invocata come dio del giallo, affinché risparmi chi lo scongiura. Ed è curioso che per tal febbre intermittente viene pure usato nello scongiuro un metro che si alterna, un metro terzano. E quando la febbre diviene quartana, deve pure riuscire quartano il metro. .. Quando si consideri che la febbre è chiamata dal medico Sucruta, il re delle malattie (…) non vi è quasi malattia che nella credenza indo-europea non sia supposta contenere un demonio.

Ed è davvero un demone spietato quello che uccide il Principe. In pochissimi giorni. Proprio come profetizzano i demoni delle scritture sanscrite del libercolo che ho in mano.

È una scena bellissima da leggersi, surreale, onirica, ottimamente ‘girata’ più che descritta, quella che Paolo Ciampi dedica al corteo funebre, lo strano corteo che si forma sotto l’Albergo in Piazza Ognissanti. Gli otto domestici indiani che rabbrividiscono nel gelo della notte. Da sola vale il libro.

Come prescrivono i rituali indiani, c’è bisogno di bruciare il corpo su di una pira.  Cosa di certo non semplice da far capire alle autorità all’epoca. E poi c’è bisogno di due fiumi, perché è alla confluenza degli stessi che va innalzata la pira così da liberare l’anima per il suo viaggio.  Solo che Firenze notoriamente ne ha uno. E la promozione fatta sul momento del Torrente Mugnone a ‘collega’ dell’Arno, è sospesa tra l’ironico e il grottesco, ma testimonia anche l’umanità e la disponibilità dell’Italia di allora, a tutti i livelli, popolari e istituzionali, che ne esce in questo senso assai meglio di quella di oggi. Anche questa parte vale la pena di un’attenta lettura.

Me lo immagino quella notte di tanti anni fa il De Gubernatis lì a guardare la scena non sapendo se crederci davvero, peraltro come molti altri che vi assistettero. Il libro che ho in mano è di otto anni dopo, chissà che non avesse quella scena ben in mente quando lo scriveva.

E così la storia finisce grossomodo dove è iniziata. Davanti a un monumento che nel frattempo è diventato amico.  Ad uno scrittore che lo guarda e nel frattempo è anche lui cambiato, cresciuto. In fondo come diceva qualcuno, ogni storia è un viaggio e una meta e ogni libro una strada per arrivarci, e ciò che contraddistingue un buon scrittore è il sapere accompagnare il lettore senza lasciarlo indietro e o farlo uscire di carreggiata. Lo stesso qualcuno aggiungeva che però questa è una capacità rara e che aveva visto molti incidenti nella sua vita.

Credo che Paolo sia riuscito perfettamente nell’intento di accompagnarci a destinazione.  Senza incidenti, anzi con grande piacere che certamente si attinge dalla lettura del suo Maragià. E sono abbastanza certo che quella non sarà la meta definitiva, ma la stazione di partenza di un nuovo viaggio che presto scriverà. Chiuso ermeticamente in zona rossa pur di partire sarei disposto anche a portargli le valigie.

In evidenza

Pat Patfoort, una favola per l’empatia e la non violenza

Pat Patfoort è un’antropologa e divulgatrice molto conosciuta, relativamente nota anche in Italia per i suoi studi e l’incessante sforzo che prodiga nell’insegnamento della cultura della non violenza.
Già questo basterebbe a giustificare l’avvicinamento del lettore a questo libro, Il piccolo albero spaventato (Infinito edizioni, pp. 64, € 11,90) perché oggi parlare ai bambini del tema della paura (e della sua gestione) e di quello ancora più rilevante dell’educazione all’empatia è di per sé rilevante e degno di considerazione.
Un buon lettore è per sua natura empatico e l’empatia, nella pluriennale esperienza dell’autrice è la ricetta, la porta di ingresso nel mondo della non violenza, della non sopraffazione reciproca.
«Infine, mettersi il più possibile nei panni di un altro, l’empatia, è fondamentale nell’atteggiamento nonviolento. In questo lo sviluppo della fantasia e dell’immaginazione ci può aiutare. Metterci al posto del piccolo albero è un buon esercizio».
Già, il piccolo albero, il protagonista del racconto: lasciamo al lettore curioso e alla sua consultazione del materiale iconografico che correda riccamente il libro, la scoperta del perché e percome sia diventato il protagonista di questa fiaba. Basti dire a questo riguardo che le illustrazioni di Jannik Roosens sono veramente di grande valore, e certamente hanno contribuito a fare la fortuna di questo libro, che conta traduzioni in varie lingue, quella italiana curata da Rossella Vezzalini. Se vi sono (e certamente vi sono) degli adulti che collezionano libri illustrati per l’infanzia, questo è sicuramente uno di quei libri da mettere in biblioteca. Gli acquerelli della parte centrale del volume di ambientazione notturna sono dei piccoli capolavori.
Ciò che però più ci interessa sottolineare è che si tratta di tutto fuorché di un testo scontato o di un protagonista noioso, idealizzato o men che meno statico, come si potrebbe immaginare. Questo alberello sta lì, sulla costa quasi verticale di un’altissima montagna, crescendo in posizione ostinata e contraria a ogni logica. Solo e isolato e quel che più conta, esposto alla violenza della natura, a un mondo dinamico fatto di slavine, nevicate, frane, tempeste, reagire altrettanto dinamicamente, questa creatura accetta e si adatta ad ogni condizione, perché «quella della natura dovrebbe essere la sola e unica forma di violenza esistente. È già sufficientemente devastante e drammatica, se pensiamo ai terremoti, alle eruzioni vulcaniche, agli incendi delle foreste, ai tornado, alle inondazioni, agli tsunami, ai fulmini…». Non si tratta insomma della gratuita violenza umana che invece conviene non accettare, ma eliminare alla radice.

Lo stupore e l’empatia contro la violenza
Chi è in fin dei conti un non violento? Non è un debole o uno che accetta passivamente la violenza. Volendo sintetizzare malamente quasi cinquanta anni di vita professionale – ce ne perdonerà l’autrice – secondo Patfoort è piuttosto qualcuno che è non solo empatico, cioè capace di entrare in sintonia con l’ambiente, come fa l’albero con la natura matrigna che lo circonda, ma anche qualcuno in grado «di gioire di tutto ciò che troviamo piacevole o bello, e di dedicarci tempo».
L’albero infatti ha paura, chi non ne ha, ma non si lascia vincere dall’odio. E questo fa la differenza, perché conserva la capacità di apprezzare la bellezza di quella stessa natura che lo minaccia, e quindi la possibilità di caricarsi di quella positività necessaria alla sua sopravvivenza. «Quello che il piccolo albero ama al di sopra d’ogni altra cosa, sono le notti illuminate da una moltitudine di stelle scintillanti e dalla luna che si sposta da un lato all’altro». Lo stupore per la vita, si direbbe sia il messaggio centrale dell’autrice, aiuta a ad avere la sfrontatezza di viverla appieno.
Ora, qui il libro per certi versi diventa addirittura rivoluzionario e provocatorio. Vi ricordate il principio di Pollyanna, la protagonista dei romanzi di Eleanor H. Porter e di un fortunato adattamento cinematografico? Era una bambina che insegnava a tutti a scorgere il lato positivo delle cose. Attenzione, scorgere il lato positivo delle cose, anche di quelle più avverse e brutte, non vuol dire vedere solo il bello, portando sul naso un paio di occhiali rosa. Esattamente come essere semplici non vuol dire essere sempliciotti. Ebbene, l’alberello del volume è una Pollyanna del mondo vegetale. Pratica sistematicamente il gioco della felicità. Esso vuole insegnarci attraverso la favola che è letteralmente incastonata negli acquerelli del volume qualcosa che molte orecchie indurite non vogliono nemmeno sentire ma che è indispensabile a un bambino: ovvero la potenza del bello che c’è intorno a noi e il miglior modo per evocarlo nello spirito dei propri simili. La semplicità infatti è un messaggio potente, è come un cerchio giottesco tracciato a mano libera nella mente del lettore, e questo libro riesce nel tentativo di rendere semplici e immediatamente assimilabili concetti complessi

La morale della favola
Si tratta senza dubbio di un’opera breve ma con molte chiavi di lettura e di conseguenza molteplici risvolti morali. L’albero, senza svelare i dettagli, sarà capace grazie alla sua positività di salvare se stesso e anche il suo prossimo.
In termini manageriali, si potrebbe dire che il piccolo grande albero è resiliente, cioè capace di assorbire i colpi della sorte, metabolizzarli e addirittura trasformarli in un punto di forza, un po’ come le nostre difese immunitarie fanno coi virus. E dati i tempi che viviamo, in cui non solo la non violenza ma la capacità di gestire la paura è certamente all’ordine del giorno, abbiamo certamente bisogno anche di questi anticorpi letterari.
L’incrocio tra esperienze personali dell’autrice e del marito, eccellente alpinista, con la fantasia e i temi pedagogici è senza dubbio ben bilanciato e originale, e certamente non era semplice. Non sempre si trova una simbiosi così felice tra testo e disegni, che invece nel volume è pienamente raggiunta. Unici elementi forse perfettibili sono in qualche punto della traduzione (a volte qualche vocabolo ripetuto troppo di frequente) e soprattutto della punteggiatura con l’uso un po’ troppo frequente dei punti esclamativi che, a giudizio di chi scrive, sono nei libri per l’infanzia tendenzialmente inutili in quanto sembrano voler impropriamente enfatizzare il tono cantilenante e a volte troppo alto del modo di parlare tipico dei bambini. Ma tutto sommato, si tratta di sfumature che nulla tolgono al piacere di una breve ma intensa lettura per tutte le età.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 159, dicembre 2020)

In evidenza

Barzhaz 2: il livello base e adesso anche l’avanzato partono a Gennaio. Ecco i calendari e le modalità di iscrizione

A gennaio 2021 partirà il secondo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Grazie per le bellissime parole dei miei ‘primi’ allievi del corso che si è svolto tra Settembre e Novembre.

Trovate video e tutti i dettagli sul sito di italiabookfestival ma intanto queste sono e date previste per il laboratorio di primo livello:

 –    giovedì 21 gennaio 2021

–    giovedì 04 febbraio 2021

–    giovedì 18 febbraio 2021

–    giovedì  04 marzo 2021

 – giovedì 18 marzo 2021

Per gli Autori interessati a un laboratorio di secondo livello (avanzato) le date previste sono:

– mercoledì 10 febbraio 2021

– mercoledì 24 febbraio 2021

– mercoledì 10 marzo 2021

. mercoledì 24 marzo 2021

Per informazioni e iscrizioni scrivere a barzhaz@loggione.it

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori.

COME PARTECIPARE

Per accedere a Barzhaz è necessario:

  • Un testo che stia tra le 6 e le 10 mila battute
  • Lo stralcio o il progetto del suo progetto di scrittura (se c’è) che sia romanzo, silloge di racconti o opera di qualunque genere
  • Un breve profilo personale

Da inviare a barzhaz@loggione.it

Struttura del corso di primo livello

Ogni incontro quindicinale:

  • si basa su un video introduttivo di qualche minuto
  • assegna una o più letture
  • assegna dei lavori da fare e consegnare entro i successivi dieci giorni

Temi di massima (l’ordine degli argomenti e l’estensione degli stessi dipenderà dagli interessi specifici dei partecipanti)

  1. Anatomia di una storia: il concetto di narrazione e gli amici di Kipling
  2. La narrazione come scenario
  3. Strategie e tattiche narrative
  4. La lettura critica di un testo
  5. La recensione come via maestra per la comprensione tecnica di un testo
  6. Le forme della narrazione: la forma breve
  7. Le forme della narrazione: romanzo e racconto lungo
  8. La scelta: partenza di un proprio ‘cantiere letterario’ che sarà condiviso con la scuola al fine di sviluppare una propria opera.
  9. I registri
  10. Le tecniche
  11. Il dialogo
  12. L’editing e la proposta di un testo
  13. La pubblicazione e la promozione

Riconoscimenti

Le migliori opere saranno raccolte e pubblicate in e-book.

Costi e modalità d’iscrizione

Per iscriversi al corso è sufficiente acquistare libri Edizioni del Loggione o Damster edizioni per un valore di almeno 50 euro.
Il catalogo completo su cui scegliere è su www.librisumisura.it

Il curatore del corso

Massimiliano Bellavista, fondatore di thenakedpitcher.com e di Caffè Letterario 19 è consulente di direzione, scrittore, blogger e docente di Management strategico presso l’Università di Siena. Vincitore di premi letterari, suoi racconti e poesie sono pubblicati su riviste e antologie. Tiene laboratori di lettura e scrittura nelle scuole. È stato scelto tra i 120 global experts per il progetto europeo vision. Le sue opere più recenti di narrativa, poesia e saggistica sono pubblicate da Franco Angeli, Castelvecchi e Licosia.

In evidenza

Landolfi, o della luna su Parktime Nr 2

Su Parktime di questa settimana Sherwood si occupa di Landolfi. Leggete anche il bell’editoriale di Annalisa Nicastro.

Grazie a quanto hanno collaborato.

Qui sotto le recensioni originali di K. Tushe e E. Scortecci riportate in estratto per ragioni di spazio nella rivista

Recensione sul romanzo “Racconto d’autunno” di Erik Scortecci

La malinconia, il ritornare con il pensiero a vicende passate, il mistero del futuro e l’incertezza caratterizzano, almeno secondo la mia esperienza, il periodo autunnale.   In questo contesto si svolgono le vicende narrate da Tommaso Landolfi nel suo “Racconto d’autunno”, pubblicato nel 1946. A fare da ambientazione alla storia è una casa, in cui vive un vecchio uomo, e presso cui il protagonista trova accoglienza. Fin da subito il tono della narrazione si fa misterioso, ricca di stranezze è quell’abitazione:  un ritratto, la serratura della porta di camera, l’invocazione del vecchio, di nuovo il ritratto, una donna, la morte improvvisa, Lucia, e finalmente la verità.

Ad un racconto apparentemente inverosimile si intrecciano aspetti della vita dell’autore. La stessa casa, infatti, aristocratica e di cui rimane traccia dell’antico splendore, richiama il palazzo di famiglia del Landolfi. Inoltre, come accaduto alla donna che compare nella seconda parte del romanzo, anche l’autore dovrà soffrire la scomparsa prematura della figura materna.

Per quanto riguarda l’organizzazione della storia il lettore potrà sicuramente notare una differenza tra la prima e la seconda parte. Infatti al racconto della fuga dalla guerra e alla descrizione statica della casa, in cui il protagonista trova rifugio, seguono vicende più dinamiche, e che vedono l’accenno ad una storia amorosa tra il nostro e la tanto misteriosa donna del ritratto.

La narrazione, rigorosamente in prima persona, include pochissimi dialoghi, e da ciò possiamo pensare ad un carattere introspettivo che l’autore fa assumere all’opera, nella quale egli ripercorre  alcuni passi della sua vita.

Tutto questo raccontato in poche pagine. Si tratta infatti di un romanzo estremamente breve, ma, a dispetto delle aspettative, lo stile, tipico di Landolfi, rende la lettura impegnativa e non facile da seguire. Prevalgono infatti l’ipotassi, un lessico alto e raffinato, e lunghe digressioni che rendono, a mio avviso, poco scorrevole l’intera opera. Per questo motivo, pur riconoscendo la grandezza dello scrittore italiano, ho trovato la lettura di “Racconto d’autunno” non molto piacevole e poco accattivante.

Tuttavia, al di là del mio personale giudizio, ritengo che la mia esperienza possa suscitare una riflessione ben più ampia. Potrei dire infatti che la frenesia del mondo digitale ci abbia abituati a non riuscire ad apprezzare, o non comprendere nella loro totalità, certe opere che ci obbligano a “starci di più”, che richiedono cioè un maggiore sforzo di concentrazione e di interpretazione cui potremmo non essere più avvezzi, data infatti l’immediatezza di un sms, o di un emoji, che, invece, si sono impadroniti del nostro modo di comunicare.

Allora, la grande maestria dell’autore, nel saper gestire uno stile cosi raffinato, ci spinge a rivalutare  alcuni aspetti che con l’era moderna stiamo abbandonando, e cosi facendo, anche noi, come il protagonista, alla fine potremo riscoprire la verità, e riuscire a leggere meglio anche noi stessi.


Recensione: Racconto d’Autunno, Tommaso Landolfi -di Kevin Tushe

Odiernamente, disponiamo di una vastissima gamma di strumenti per estemperare la nostra sete d’intrattenimento e la tecnologia è la più lampante tra le opzioni, con gli schermi che vengono anteposti alla carta che scorre sinuosa tra le dita. Ciò risulta spesso in accuse da parte delle generazioni precedenti, che criticano l’idiosincrasia dei millennials nei confronti della carta stampata, nonché la loro tendenza a trattare tutto con superficialità estrema e incapacità di provare empatia. Ebbene, che cosa è in grado di offrire di più rilevante e allettante, agli occhi di un adolescente (tra cui me, del resto), un brano rispetto ad un programma televisivo, oppure ad un formato audio-visivo interattivo, come può rivelarsi un videogioco?

 Nel volume Racconto d’Autunno, composto dall’autore frusinate Tommaso Landolfi nel 1946 ed edito nell’anno successivo, si è pervasi da una costante sensazione di inquietudine, che trascende il piano bidimensionale della pagina, consentendo al lettore un’immersività unica nelle vicende belliche immaginarie che seguitano alla seconda guerra mondiale, in uno scontro tra due fazioni fittizie. In questo clima di sconforto, per la cui esemplificazione l’autore attinge ampiamente dal proprio bagaglio di reduce del conflitto globale, egli riesce a far incarnare nei personaggi ogni possibile sfaccettatura della battaglia, tra cui il desiderio di fuga, di fare ritorno ad un luogo sicuro, distante da ogni apprensione. Il tormentato desiderio di svincolarsi da questo flusso ininterrotto di ardui quesiti sull’animo umano da parte del medesimo protagonista, che tenta di rivivere drammi per esorcizzarli, dona al brano un’atmosfera cupa, ma al contempo di umana compassione, una comprensione per l’animo umano e i suoi affanni incarnata nella figura del proprietario della villa – metafora, quasi, di una culla materna, luogo di sicurezza e pace – in cui il protagonista trova rifugio proprio grazie alla misericordia dello stesso possidente. Il quadro di questa vivida, seppur fittizia, rappresentazione è offerto da un linguaggio elevato, a tratti solenne, che, tuttavia, concede spazio a toni più intimi, di introspezione e tentativi di fornire risposta a quesiti fondamentali dell’anima; l’inchiostro va, pertanto, oltre le parole propriamente dette, confermandosi ancora una volta strumento predefinito e d’eccellenza per la preservazione delle infinite sfaccettature umane, eclissando gli altri strumenti precedentemente citati, di maggior impatto, quantomeno a primo acchito. Un volume che è una testimonianza, un accorato appello alla vita e sprone alla tanto agognata ricerca di serenità, mediante un processo narrativo che permetterà ad ogni lettore (Persino ai più razionali e privi di immaginazione, come me) di immedesimarsi nelle vicende del protagonista, nei suoi timori e speranze. Nella sua complessità, Racconto d’Autunno si presenta come un’esperienza in grado di ridonare vitalità ad un lettore che, in un’epoca dove prendono piede numerose altre forme di stimolo, si sente quasi in difetto, in una sorta di crisi spirituale dovuta alla stessa sovrabbondanza di fonti di intrattenimento, per alcuni addirittura superiori alla lettura; Landolfi con questa opera ribadisce definitivamente l’efficacia della scrittura e della lettura stessa, elevandola moralmente e donandole nuova dignità letteraria, permettendo ad ogni lettore di sognare e provare emozioni, anche senza l’ausilio di uno schermo.

In evidenza

Finalmente: parte oggi in grande stile PARKTIME MAGAZINE. La mia rubrica sarà SHERWOOD.

Nasce ParkTime Magazine il giornale de I Parchi Letterari® per fare e promuovere cultura partendo dai luoghi e dalle comunità che la custodiscono.
Il settimanale, di cui sono fiera Direttrice Responsabile, è un viaggio che parte dai territori attraverso la letteratura. Un percorso arricchito ad ogni tappa da temi che non possono prescindere dalla memoria e che ci proiettano in un futuro prossimo ben consapevoli del presente che viviamo: ambiente, letteratura, notizie, curiosità, storia, arte, interviste, musica, moda, sport, economia, tendenze, food, insomma, tutto quello che è vita.

Una partecipazione attiva e più responsabile per focalizzare l’attenzione dai Parchi e sui Parchi attraverso gli argomenti che vi si affrontano. Il primo aspetto trova vita nella rubrica che abbiamo chiamato L’ Almanacco con contributi provenienti direttamente dai territori che ospitano, gestiscono e rendono vivi i singoli Parchi letterari. Park Time Magazine è a sua volta aperta a partecipazioni “esterne” in una sorta di dialogo permanente con l’Almanacco.

ParkTime si ispira ai principi di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale in linea con la Rete dei Parchi Letterari, un micro modello italiano di sviluppo locale che abbina la conoscenza culturale alla tutela del territorio. L’obiettivo è dare voce alle specificità ed ai talenti custoditi nelle comunità locali con percorsi di versi, parole, musica, sapori e artigianato partendo da una calendarizzazione di eventi dedicati alle famiglie ed ai cittadini,una fruizione consapevole e diffusa dei piccoli e grandi patrimoni. Una linea comune accolta con entusiasmo per rendere sempre più protagonisti e in prima persona i cittadini e i talenti, espressione di eccellenze a volte nascoste.

La nostra attenzione è rivolta alle generazioni piu’ giovani che hanno la responsabilità del futuro senza dimenticare il passato. Per questo motivo intendiamo coinvolgere scuole e università con l’intento di organizzare un premio letterario a loro dedicato.
ParkTime Magazine sarà nel breve periodo disponibile anche in inglese, convinti come siamo dell’importanza sempre più crescente al giorno di oggi dello scambio interculturale, nell’ambito europeo ed internazionale, facendo riferimento come I Parchi Letterari fanno da sempre, agli Istituti Italiani di Cultura, ai Comitati della Dante Alighieri e alle associazioni degli Italiani nel mondo.

Sul nostro giornale online grande rilievo è dato anche all’uso delle immagini, fotografie professionali, fumetti e videointerviste dando spazio a tutti i linguaggi multimediali e narrativi contemporanei. Dunque largo uso anche dei social, da Facebook a Youtube, da Twitter a Instagram per coinvolgere il numero di utenti piu’ ampio possibile.
I contenuti del Magazine sono diretti ad un pubblico trasversale, attento, curioso e protagonista.

I 26 Parchi Letterari, cui si aggiungono i 2 in Norvegia, sono una rete identificativa dell’Italia interna che riunisce oltre 40 Comuni e con loro associazioni culturali, musei, realtà̀ produttive (dall’enogastonomia all’artigianato, dalle strutture ricettive alle guide del territorio) e ambientali (Parchi naturali, oasi e riserve naturali) che partecipano a un lavoro di sviluppo condiviso in cui la consapevolezza del proprio patrimonio materiale e immateriale, della storia, delle tradizioni e delle peculiarità della filiera agroalimentare, diventano una risorsa di sviluppo locale a sostegno del lavoro di tutela e salvaguardia dell’ambiente.

Il legame tra ParkTime magazine e i Parchi Letterari è sottolineato dalla grafica della testata che richiama lo storico logo dei Parchi Letterari: stilizzato da Stanislao Nievo il ravenala del Madagascar, detto anche l’albero o palma del viaggiatore per le foglie che raccolgono la rugiada che disseta i viandanti. il simbolo dei Parchi Letterari ha nove foglie di alloro ognuna delle quali rappresenta una musa.

Un ringraziamento speciale va a Stanislao de Marsanich, Presidente dei Parchi Letterari che mi ha dato questa meravigliosa possibilità e a tutta la Rete dei Parchi e alle comunità coinvolte per tutto quello che ogni giorno realizzano. Un grazie di cuore a tutta la nostra squadra che presto conoscerete tutta.

Il nostro viaggio inizia oggi da qui, vi porteremo con noi in ogni luogo in cui andremo. Ci siamo e ce la metteremo tutta a mostrarvi tutte le meraviglie che incontreremo.

Annalisa Nicastro, Direttrice Responsabile ParkTime Magazine

In evidenza

I libri di Mompracem.Una bella novità. Le perle di Labuan. Dalla Luna o quasi.

Ringrazio Paolo Ciampi per questa bella iniziativa e per avermi coinvolto. https://ilibridimompracem.it/ è un sito che merita di essere visitato regolarmente, anche in considerazione della ricchezza dei suoi contenuti e del bellissimo stile con cui è stato progettato. Nel suo profilo Paolo di se stesso dice che Leggere è già un modo di viaggiare, viaggiare è già un modo di raccontare. Per questo vivo di parole, racconto storie, viaggio con lentezza. Sono pigro, ma l’irrequietezza mi salva e mi spinge altrove. Ho all’attivo una trentina di libri, alcuni fortunati, altri meno. La curiosità mi aiuta a scoprire un’Italia migliore di quella che si racconta ai Tg. Un altro motivo per non fermarsi. E davvero non si è fermato e ha saputo radunare intorno a Mompracem un gruppo di scrittori, saggisti e giornalisti di sicuro valore.

Io per parte mia, visto che si parla di Mompracem, sarò in via del tutto eccezionale una Lady Marianna attenta a scovare e segnalare al lettore le Perle di Labuan, ovvero libri e autori noti e meno noti che meritano di essere letti o riletti.

QUESTO IL NUMERO ZERO DELLA RUBRICA, USCITO OGGI.

DALLA LUNA…O QUASI

E che resta visto che si può solo girare intorno al castello e i ponti levatoi si possono anche ammainare ma tanto non si va, non si va oltre perché ogni casa è diventata un’isola. 

Sandokan adesso è lontano. Ma quando incrocio i suoi occhi, elusivi e difficili da domare come quelli di un falco essi curano tutte le ferite. 

È lui che mi ha insegnato quell’antica poesia medievale, la Canzone del Falco di Kuremberg. Io mi allevai un falco per più di un anno/Quando lo resi docile come lo desideravo/ e nel suo piumaggio misi ornamenti d’oro/si alzò nell’alto, per altre terre lui prese il volo….Dio unisca insieme quelli che vogliono per sé l’amore.

Mi salvano adesso queste mie note che scrivo di getto, senza riflessione ma seguendo il mio respiro, e il fatto che questa isola è dotata di una buona biblioteca, ma lo scrittore, l’intellettuale o sedicente tale è merce deperibile e di anima cagionevole.

Incontro Samuel Tissot, disorientato come me, il quale mi ricorda che devo ancora finire il suo trattato.  No non la Dissertazione sulle conseguenze dell’Onanismo, tra cui la vista offuscata, che l’ha reso immortale per generazioni, ma quello sulla Salute dei letterati, del 1780.  Mentre passeggiamo attorno al castello alza il dito per richiamare la mia attenzione, si ferma e mi ricorda squadrandomi  la nona cagione di malattia che ha, dopo lungo studio, individuato, la più insidiosa, non per niente lasciata da ultimo ‘Nè ho difficoltà di riputare per nona cagione delle malattie dei Letterati la vita loro appartata dalla società degli altri che sebbene sembri recar loro vantaggio porta seco tuttavia i suoi essenziali inconvenienti Gli uomini sono fatti pegli altri uomini il loro scambievole commercio porta dei vantaggi ai quali non senza proprio danno vi si può rinunziare e con ragione fu osservato che la solitudine produce un incomodo languore n Nulla più contribuisce alla salute che quella gioja animata dalla società e che resta assopita dal ritiro e questa causa morale della noja unita alle cagioni fisiche della malinconia di cui ho parlato di sopra perpetua nei Letterati una tristezza che per loro è tanto funesta quanto e vantaggiosa per gli uomini sociabili l’allegrezza rende quella misantropi fastidiosi inquieti disgustati di tutto ‘

Ma non si può uscire, e non posso autocertificare questa nona cagione perché non è prevista in nessun decreto. Tissot si stringe nelle spalle, non sa che farci e forse nemmeno comprende bene il problema, e prosegue la sua passeggiata da solo.

Ma del resto si è fatta sera, e anche quest’anno è al crepuscolo. E quando un anno che non si capisce è alle battute finali è quasi un sollievo.

Trovo Montale in biblioteca. Mi ricorda che se le cose non si capiscono conviene sempre guardarle da una certa distanza. Il suo anno incomprensibile è stato il 1968, alla cui fine mi ricorda che in Satura ha dedicato questi versi:

Ho contemplato dalla luna, o quasi,

il modesto pianeta che contiene

filosofia, teologia, politica,

pornografia, letteratura, scienze

palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,

ed io tra questi. E tutto è molto strano.

Tra poche ore sarà notte e l’anno

finirà tra esplosioni di spumanti

e di petardi. Forse di bombe o peggio,

ma non qui dove sto. Se uno muore

non importa a nessuno purché sia

sconosciuto e lontano.

Dalla luna o quasi, tutto cambia.  Bill Anders annuisce e conferma. Era proprio lì, letteralmente a un passo dalla Luna, quando scattò una famosa fotografia, famosa tanto quanto quella del fungo atomico di Nagasaki o del ribelle che ferma i carrarmati in Piazza Tienamen. Bill mi dice che ci sarebbe ancora voluto quasi un anno per metterci piede sulla luna, ma il 24 Dicembre 1968, pochi minuti dopo le 10:30 del mattino, ora di Houston, l’Apollo 8 stava riemergendo dal lato nascosto della Luna per la quarta volta. E tutto l’equipaggio, inclusi Lovell e Borman, si distrasse per un meraviglioso attimo, dimenticando i rischi, il tempo, le attrezzature maneggiate che valevano milioni di dollari. Dalla Luna o quasi, si vedeva la Terra.

Anders: Oddio, guarda quell’immagine laggiù! C’è la Terra che sorge. Wow, quant’è bella!

Borman: Ehi, non riprenderla, non è nel programma.

[clic dell’otturatore]

Anders: Hai della pellicola a colori, Jim? Dammi un rullino a colori, veloce, ti dispiace?

Lovell: Oh, gente, è magnifica.

Anders: Sbrigati.

Lovell: Dov’è?

Anders: Svelto.

Lovell: Qui in basso?

Anders: Prendimene uno a colori e basta. A colori per esterno. Spicciati. Ce l’hai?

Un bellissimo libro, quello di James Gladstone, intitolato Earthrise: Apollo 8 and the Photo That Changed the World, che ricorda quel momento unico e irripetibile, dove non ci vergognammo di manifestare ingenuità, stupore, entusiasmo. Lo sfoglio e lo rimetto a posto con cura nello scaffale.

Il potere delle parole che, ci consola, facendoci volare e riportandoci a terra allo stesso tempo. Il potere della luna, che ferma il tempo. È proprio lì, nell’intemporaneo, dove conviene stare adesso. In attesa che arrivi qualcosa, o qualcuno, non a liberarci, ma almeno a restituirci finalmente la diversità e la molteplicità del mondo, visto che vediamo solo le nostre facce riflesse negli infiniti specchi che popolano il castello. Montale mi dice che in fondo son parole sue, scritte in Xenia: 

il mio sogno non è nelle quattro stagioni.

Il mio sogno non sorge mai dal grembo

delle stagioni, ma nell’intemporaneo

che vive dove muoiono le ragioni

e Dio sa s’era tempo; o s’era inutile.

La biblioteca del castello è abbastanza grande da accogliermi: ritrovo i miei dieci libri là, aperti e mai finiti.  O finiti troppe volte, senza mai capirli fino in fondo. Mi viene voglia di torturarli, scollarli tutti, rimuovere dorsi e piatti e rincollare le pagine a casaccio, l’incipit dell’uno, il desinit dell’altro. Vorrei combinarli e non sapere mai quale storia mi aspetti. Sento una voce, quasi un sussurro o una cantilena un po’ ironica che dice Se una notte di inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intrecciano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto

Mi guardo intorno. Lui mi manca. Come sarebbe questa biblioteca dove a un tratto sono sola, se tutti i libri si aprissero all’unisono, come fiori su un prato?

In evidenza

L’origami letterario di Barzhaz. Quando la fine è solo una piega in più.

Desinit, excipit. Chiamatelo pure come volete. Meno personale e definitivo di un incipit, a volte quasi dimesso. Creare una fine per la narrazione è l’arte di piegare il racconto come si fa con la carta per l’origami. Solo che a piegare il foglio questa volta non sono le dita, ma le parole. E così questo racconto immaginatelo come un foglio di carta. Ogni finale una piega in più. Perchè a raccontare, non c’è mai fine.

Questo origami, particolarmente ben riuscito, lo dedico agli allievi di Barzhaz 1, e al bel lavoro fatto durante il corso!!!

Aprì gli occhi e fissò la parete.

Cosa l’aveva svegliato?  Tese l’orecchio per afferrare un suono, un rumore…niente

Alzò gli occhi e guardò la finestra in alto. Buio pesante che faceva dubitare di averli, gli occhi. Tese la mano: non c’era niente da toccare. La bocca era impastata e come anestetizzata. Non gli comunicava nulla.Aveva dormito steso su un fianco. Si rannicchiò ancora di più, in posizione fetale, anche se i muscoli facevano male. Fece per parlare, ma sembrava che le code vocali fossero diventate dure ed inerti, di pietra. Non l’avrebbe avuta vinta. La prigionia. Il suo aguzzino venuto da nulla. Era stato scelto perché somigliava a suo padre, gli aveva detto.

Ma lui di padre aveva avuto uno studioso. E lo stupido sadico non gli aveva tolto l’anello del veleno, il poison ring con l’ametista che una volta, tanto tempo prima, gli aveva regalato. L’unico senso attivo era il tatto, stava toccando l’anello. Per dimostrargli che l’acqua non era avvelenata ne aveva bevuto anche lui dal suo bicchiere. Ma non prima che gli avesse scaricato dentro tutto il veleno. Il veleno della lumaca di mare Conus regius, provvista di un peculiare arpione velenoso con il quale uccide le proprie prede, paralizzandole. Suo padre gli aveva rivelato il contenuto dell’anello solo poco prima di morire. Si apriva con uno scatto e una torsione dell’ametista, occorreva sapere come fare, e tanta, tanta forza. E pensare che aveva vissuto per più di vent’anni con quel veleno al dito, senza saperlo.

E ora sarebbe morto, Forse lo era di già.

L’aguzzino tra gli spasmi di dolore, sempre più acuti, come se un gigantesco pungiglione rovente gli entrasse a poco a poco nell’intestino disfacendolo fino ad afferrargli i polmoni, pensò che lui là dentro, l’ennesima, anzi l’ultima, reincarnazione di suo padre (il nome fittizio non gli interessava) sarebbe morto lentamente, molto lentamente. Il veleno di cui aveva intriso la sua tuta da prigioniero provocava una lenta deprivazione sensoriale. Si moriva persi nel labirinto di sé stessi, senza provare o sentire più niente. Assetati di una luce, di un rumore, di una sensazione tattile o gustativa. Gli aveva lasciato aperta anche la finestra, in alto, che dava sulla strada, ma tanto non sarebbe stato in grado di vederla.

Alice chiuse il libro. L’ultima lezione della scuola di lettura e scrittura volgeva al termine.  E mancava il finale alla storia

Fece il solito giro di opinioni. 

Massimiliano disse che gli andava bene così. Un bel finale tronco.

Non tutti erano d’accordo.

Emilia, sempre distratta e attempata, disse che la polizia, chiamata da un vicino aveva arrestato l’aguzzino e salvato il prigioniero. Casualmente, i soccorritori avevano subito l’antidoto pronto, e così avevano salvato anche il serial killer. Lui poi in galera si era pentito, aveva chiesto perdono e i due erano divenuti amici. Ci fu silenzio e nessuno commentò.

-Sì, ma i personaggi saranno morti davvero, tutti i personaggi? Osservò Roberta ansiosa come al solito.

Sentite qua: ho una proposta per il finale. Intervenne Giulio

-Sarebbe?

Sarebbe che fu allora che il detective Hobbes fece irruzione. Per il serial killer non c’era più niente da fare. Ma riuscirono a salvare il prigioniero, perché il veleno aveva azione molto lenta.

-E dai su…e che finale è …prevedibile., troppo prevedibile Commentò un altro.

Per me Hobbes interviene, sì, ma nota che l’aguzzino è chiuso dentro, mentre il prigioniero ha una via di fuga aperta. E allora pensa che le parti siano invertite. Il prigioniero diventa l’aguzzino, e l’aguzzino la vittima. Aggiunse la stessa persona.

Io immaginerei che Hobbes entra. Poi le cose vanno come vanno. Ma dopo anni, c’è una nuova scena. Ci sono due uomini. L’aguzzino e il prigioniero. E uno dei due porta ancora quello stesso anello. Fece presente un altro.

Un altro ancora, mi pare Daniele, propose un finale diverso.

In realtà la finestra la vedeva o meglio la intravedeva e soprattutto sentiva l’aria fresca pungergli la faccia. Era ancora vivo. L’acqua che aveva bevuta era davvero solo un sorso, solo un goccio, non posso morire. Pensò. Con fatica si girò supino, girò la testa in direzione della finestra e respirò. Un conato di vomito salì prepotente alla gola e poi al naso, si rigirò sul fianco e si liberò. Schifosamente sporco, maleodorante ma vivo. L’orecchio questa volta afferrò un rumore poi una voce. Suo padre.    

Era arrivato il termine della lezione. Chiusa la stanza, era il tempo di far sparire i due cadaveri giù di sotto. Peccato che suo fratello fosse morto, ma almeno avevano raggiunto lo scopo di vendicarsi di loro padre. e di tutti quelli che portavano la sua faccia.

————————————————————————————————————————————–

Non sono ancora sicuro che vada. Sospirò dall’altra parte della porta blindata

Senti, sono a pezzi, non riesco a pensare ad altro. Liberami e scriveremo un libro assieme, Te lo giuro. Implorò lo scrittore.

Sicuro?

Te lo giuro, te lo giuro te lo giuro.

————————————————————————————————————————————–

Ok mi sembra che ci siamo.  Ormai è tempo di finire le nostre sedute.

E  potrò uscire.

Sì, e questo racconto lo dimostra. Adesso hai rielaborato il Tuo dolore, guardi al Tuo passato con razionalità e con sufficiente distacco. Alla luce dei progressi fatti, raccomanderò alla commissione che Ti affidino all’esecuzione penale esterna. Lavorerai in una cooperativa sociale, quella di cui hai conosciuto il presidente e i volontari in questi mesi.

Annuì

Grazie

Dovere. Allora ciao. E buona vita.

Si chiuse la porta e la psicologa lasciò la cella.

Con la mano che ancora funzionava, mise via il quaderno con il racconto.  Se solo il veleno non gli avesse lasciato tutti quegli acciacchi. Ma la cooperativa ora riempiva tutti i suoi pensieri. Il presidente era suo padre. Un altro ancora.

———————————————————————————————————————————————–

­­­­­­­­­­­­­­­­L’intricata siepe di biancospino sarebbe stata il nascondiglio perfetto per osservare non visto.

Le lunghe spine aguzze graffiarono di rosso le sue mani mentre si faceva largo con decisione tra i rami.

Quell’uomo era il suo unico obiettivo ormai. Non si sarebbe fermato di fronte a nulla, pur di eliminarlo. Voleva vendetta.

La prigione, dove era stato rinchiuso fino a quel momento, gli aveva salvato la vita ma il suo lavoro alla cooperativa finalmente rappresentava l’occasione di avvicinarlo.

Prese fuori di tasca l’anello con l’ametista. Lo avrebbe usato ancora una volta.

————————————————————————————————————————————————————

Nel momento in cui nella sua testa si materializzò una strategia, il simulatore iniziò a suonare.

Dannazione!

Aprì il portello e uscì seccato.

Non sopportava più quei test per mettere alla prova le sue abilità, giorno dopo giorno. Per poi sentirsi dire che era ancora troppo presto. Era stato esonerato dal servizio molto tempo prima. Da sei mesi. Forse un anno. Non ne aveva più chiara cognizione.

Eppure sentiva di aver recuperato la lucidità mentale perduta, offuscata dagli effetti del veleno contenuto nella tuta.

In alcuni momenti, doveva ammetterlo, aveva pensato di non farcela. Ma era di nuovo in piedi.

Allo stesso modo avrebbe battuto quella dannata macchina.

Guardò l’esaminatore e attese il verdetto.

Nessuna parola uscì dalle sue labbra. Ma sorrise.

—————————————————————————————————————————————————-

Proprio in quell’istante, in un bar situato nella malfamata e nebbiosa periferia della città, Ingrid attendeva un segnale.

Il telefono emise un bip. Il messaggio, anche se telegrafico, conteneva tutto ciò che voleva sapere.

Idoneo.

Compose immediatamente il numero.

Dall’altro capo del filo, suonò libero una sola volta poi…il silenzio.

Chi non è in grado di intendere non va lasciato libero, la cura è l’unica soluzione.     

Così sia, psicologa.

Riattaccato il telefono, uscì dai locali della cooperativa. Decise che era il caso di agire subito.

Avrebbe pensato al presidente nel pomeriggio. Lui al momento non costituiva un reale pericolo. Mentre quel folle con l’anello sì.

La sua mente si era risvegliata, era consapevole. Aveva capito di non essere unico.

Presto avrebbe individuato altri come lui e li avrebbe fomentati alla rivolta.

Non poteva permettere che persone innocenti perdessero la vita, che il mondo beatamente ignaro aprisse gli occhi sui reali progressi della genetica nelle mani di tentacolari società ai limiti della legalità.

Doveva continuare la caccia. Fino alla fine.

——————————————————————————————————————————————————

…e chissà quanto ancora si potrebbe andare avanti. Ma ora la carta si fa spessa, e dura come legno da piegare ancora. La notte è fonda. Un Grazie particolare a Ilaria Montaguti e a Daniele Rondinelli per aver collaborato e consentito la pubblicazione di questo piccolo gioco, uno dei tanti che abbiamo cercato di fare o immaginare durante il corso. Loro sono scrittori, prima che allievi. Amici prima di tutto. Ad maiora!!!!

In evidenza

Un premio ben fatto e diverso dal solito

Ricollegandomi a quanto scritto negli ultimi post e incrociando le dita perchè tutto vada nel miglior modo visti gli sforzi notevolissimi prodigati dall’amica Laura Del Veneziano qui in veste di Presidente Consulta P.O., ecco un qualcosa dove lettere e sociale possono tornare ad avere un connubio, le une per illuminare in modo originale alcuni aspetti su cui l’altro, il sociale appunto, è bisognoso di attenzione. Qui il tema, caldissimo sotto molti aspetti assai poco retorici e invece molto pratici, è quello delle pari opportunità.

CONCORSO DI SCRITTURA : “O’PPORT’UNITA”
La Consulta per le Pari Opportunità del Comune di San Giovanni Valdarno, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza contro le donne, bandisce la Prima edizione del Concorso di scrittura
della Città di San Giovanni Valdarno “O’pport’unità”.

Per l’anno 2020 il tema è la “CRISI COME OPPORTUNITÀ
In questo particolare momento storico che stiamo attraversando, è necessario individuare una
possibilità di evoluzione dove la crisi diventi opportunità per evolvere in positivo verso una società
ottimale dove siano riconosciute opportunità migliori per ogni essere umano (uomo e donna).
Il concorso si articola in tre Sezioni:

Sezione A: Fiaba riservata agli autori minorenni.
Sezione B: Racconto breve riservata agli autori maggiorenni.
Sezione C: Poesia riservata agli autori di qualunque età.
La scadenza per l’invio degli elaborati è il 31 Gennaio 2021.
I primi tre classificati di ogni sezione saranno premiati con la pubblicazione della propria opera in una Antologia dedicata al Concorso edita dalla casa editrice Setteponti, oltre ad altri riconoscimenti.
La premiazione è prevista per il giorno 8 Marzo 2021.
Per informazioni contattare via mail la Consulta per le Pari Opportunità all’indirizzo:
consulta.po@comunesgv.it
Per le modalità di invio e di partecipazione e per ogni altra specifica, si rimanda al Regolamento Generale e al Bando qui sotto

In evidenza

Barzhaz 1 chiude oggi, A Gennaio i nuovi corsi base e avanzato

Barzhaz chiude i battenti con oggi per il 2020. I nuovi corsi inizieranno a gennaio.

Barzhaz noir invece ha chiuso domenica: qui la pagina con tutti i racconti vincitori. Un sincero ringraziamento a tutti i non pochi partecipanti.

La scuola Barzhaz è stata per me un’esperienza molto costruttiva. Ringrazio chi ha creduto nel progetto, sicuramente originale e diverso.

Ringrazio i partecipanti: è stato bello lavorare con loro e sarà altrettanto interessante e piacevole continuare nel 2021.

Per saperne di più, su regolamento e modalità di iscrizione:

https://www.italiabookfestival.it/iniziative-collegate/barzhaz

O scrivete a barzhaz@loggione.it

In evidenza

Bell’inizio stasera per la rassegna colori del libro off. Fino a metà dicembre con chi vorrà partecipare.

Ottimo incontro, una conversazione che è, essa stessa, una ‘storia di amicizia e di scrittura’.

Il video che ne è uscito è una fantastica occasione per rivivere un clima e un momento storico pieno di spunti e interessi. https://www.facebook.com/toscanalibri.it/videos/193728069034765/

La rassegna prosegue fino a metà di Dicembre (quando speriamo di intravedere almeno qualche spiraglio alla fine di questo incubo che ci attanaglia e poter presto tornare a parlarci di persona) secondo il seguente calendario

I Colori del Libro Off. Incontri d’autore in rete dal 18 novembre all’11 dicembre

Da domenica 15 novembre anche la Toscana è in lockdown, ma grazie ad iniziative come #icoloridellibrooff toscanalibri.it offre il suo contributo per far conoscere editori, autori e produzioni letterarie. La programmazione parte domani, mercoledì 18 novembre, con FrancescoRicci che alle 18.30, in diretta sulla pagina Facebook di Toscanalibri.it, presenta insieme a Massimiliano BellavistaStorie d’amicizia e di scrittura” (primamedia editore). Seguiranno poi altre 7 incontri d’autore in rete fino all’11 dicembre, tutti alle 18.30 in diretta Facebook.

Gli incontri d’autore – Secondo incontro giovedì 19 novembre con FrancescaPetrucci e il suo “Basta una coda” (MdS Editore), presentato con Sara Ferraioli. A seguire, mercoledì 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Carla Bardelli porta il suo contributo grazie al libro “La guerra è femmina” (Edizioni Effigi). Insieme a lei la scrittrice Simona Merlo. Venerdì 27 novembre è la volta di Paolo Ciampi che parlerà insieme a Sandro Gianetti, del suo libro fresco di stampa “Il maragià di Firenze” (Arkadia). Mercoledì 2 dicembre tocca poi a Giuseppe Leo Leonelli con “Tre” (I libri di Mompracem). Venerdì 4 dicembre spazio all’arte con “Jackson Pollock Dripping Dance” (Pacini Fazzi Editore) che verrà illustrato dalla autrici Federica Chezza e Angela Partenza insieme all’editore FrancescaFazzi e a Paolo Bolpagni della Fondazione Ragghianti, coeditore del volume e della collana. Mercoledì 9 dicembre si parla invece dello scrittore senese Federigo Tozzi nell’anno delle celebrazioni per il centenario della morte. Alessandra Cotoloni presenta il suo libro “Con gli occhi aperti. Viaggio nelle emozioni di Federigo Tozzi” (Betti Editrice). Interviene Riccardo Castellana, professore associato di Letteratura italiana e contemporanea all’Università di Siena; modera lo scrittore e saggista Luigi Oliveto. Ultimo incontro venerdì 11 dicembre con Teresa Lucente e il suo saggio “Il luogo accanto. Identità e differenza, una storia di relazioni” (Edizioni Effigi).

In evidenza

Storie d’amicizia e di scrittura, una recensione

https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/11/15/quando-scrivere-era-socialita-presento-storie-di-amicizia-e-di-scrittura-il-18-novembre-a-i-colori-del-libro-off/

Nel poker la doppia coppia è una mano composta da due carte dello stesso valore, in combinazione con altre due carte dello stesso valore anch’esse, più un kicker… Se entrambe le coppie coincidono, il kicker è proprio la carta che si va a guardare per decidere chi vince la posta.

Sul tavolo verde su cui Francesco Ricci fa scivolare le sue carte, ci sono due misteriosi giocatori che si affrontano con due doppie coppie: Debenedetti e Saba, Ginzburg e Morante, Moravia e Pasolini, Pavese e Pivano. La posta in gioco è possedere l’impronta culturale di un Paese ben diverso da quello di oggi. 

Ma a quel tavolo nessuno dei due giocatori sconosciuti può vincere, si tratta di coppie composte da carte pesanti, raffiguranti autentici mostri sacri della letteratura nostrana ed europea.

Il kicker però è proprio Ricci, che in questi ultimi anni si è in qualche modo ritagliato una nicchia nella saggistica e inventato, anzi reinventato un genere. È lui che anima il gioco e sposta con abilità il fulcro della nostra attenzione.

In epoca di virale e virtuale, sappiamo fin troppo bene quanto ci manchi il vissuto materiale. E allora come possiamo immaginare che lo scrittore, possessore di una sensibilità superiore alla media, sia una sorta di stilita, un asceta della parola appollaiato su una colonna?  La scrittura come ha ben detto Cees Nooteboom, è come costruire una strada per fare un viaggio, e se si può certamente viaggiare da soli, assai spesso lo si fa in coppia o in gruppo e certamente lungo la strada non si può fare a meno di confrontarsi con cose e persone. Anzi, si viaggia proprio per quello.

Ecco perché il filo rosso che anima l’opera di Ricci da un po’ di tempo a questa parte, è quello di riempire gli spazi e colmare i silenzi, aiutando il lettore a capire dove, come, quando e con chi i grandi scrittori nostrani hanno interagito, quanto tutto ciò ha influito sul loro modo di concepire l’arte e la letteratura. Non si tratta di otto biografie, nulla di tutto questo, di quelle se ne vendono un tanto all’etto: la domanda cui il libro risponde non è quella di capire, nozionisticamente, di che cosa e come questi autori ‘sono morti’, ma piuttosto come (e con chi) hanno vissuto.   E poco importa chi dei giocatori alla fine vorremo far vincere, questo dipenderà dalle nostre convinzioni di lettori, quello che è certo è che da questa lettura usciremo comunque arricchiti e assai più consapevoli.

Dice l’autore in Elsa, le prigioni delle donne, dedicato nel 2019 alla MoranteCome lettore, sono sempre stato interessato esclusivamente ai romanzi, ai racconti, ai saggi, che contribuiscono a migliorare la nostra conoscenza dell’umano: Dante, Shakespeare, Dostoevskij, sanno insegnarci intorno all’uomo, alla condizione dell’uomo, alla dimensione intima dell’uomo, lo stesso che possono insegnarci gli psicologi del profondo. Insomma, quando leggo, un libro pretendo che questo, partendo dalla vita di chi scrive, finisca col parlare alla vita di chi ne sfoglia le pagine”. Non sappiamo se lui se ne sia reso pienamente conto, ma come autore Ricci già in quel libro ci aiutava a compiere anche la navigazione inversa: sfogliando le pagine di quel libro presi dai fatti della nostra vita, si finiva per restarci incollati e cadere dritti dritti nella vita di Elsa Morante, seguendola in presa diretta.

Così succede anche, questa volta moltiplicato per otto, in questo suo ultimo volume. Si tratta quindi di un libro prima di tutto empatico, capace di catalizzare la reazione di osmosi tra lettore e percorsi di vita narrati. Al crocevia di questi percorsi, questa è la tesi di fondo che l’opera veicola, c’è stata un’epoca della storia del nostro Paese, periodo che nella quarta di copertina è individuato grossomodo con il trentennio che inizia con la conclusione del secondo conflitto mondiale (ma che io estenderei anche un filo di più almeno fino agli anni ottanta, avendo vissuto da ragazzo le estreme propaggini di quel modo di intendere la letteratura, che si esplicitava incomparabilmente più di ora e senza ritrosie e imbarazzi in occasioni di condivisione orale e ‘promiscuità letteraria’, in incontri pubblici fin dalle prime fasi di ideazione e gestazione di un’opera letteraria) in cui i libri non nascevano nel silenzio, ma nella convivialità di locali e ristoranti rumorosi, in accesi e ben frequentati salotti romani e milanesi, e nella frenesia delle fumose redazioni dei quotidiani.

E non si trattava mica di opere trascurabili; i romanzi, i racconti e le poesie non ne uscivano peggio di ora, anzi è ben vero il contrario.

Perché allora si faceva così, perché gli scrittori vivevano e interagivano profondamente gli uni con gli altri e con la società, molto più di adesso?

Nella desertificazione dei rapporti umani che stiamo attualmente vivendo, ben ci accorgiamo del significato preponderante che un ambiente, una relazione d’amore o anche una salda amicizia possono avere nella cura della nostra anima, nel nostro quotidiano esercizio intellettuale: questo per gli otto scrittori che popolano le righe di Ricci era chiaro come il sole a mezzogiorno. Anzi era scritto nel loro istinto: li accomunavano (anzi, accomunavano tutta la loro generazione) storie di solitudine, di violenza e di oppressione durante la guerra. Ora, che ‘si era liberi di scrivere, pubblicare, presentare i libri, partecipare a premi letterari, farsi intervistare, comparire su rotocalchi e quotidiani’ essi non si lasciano sfuggire questa opportunità, prima ancora etica che comunicativa, di parlare a tutti e di parlare chiaro, di interagire, di concepire e vivere pienamente la scrittura, detto alla Calvino, come mattone e motore del patto sociale. Ci si accorge leggendo che in loro non c’è desiderio di rivalsa, ma un autentico entusiasmo, una fiducia a tratti anche ingenua nella forza del racconto e della parola cui Ricci guarda giustamente da contemporaneo e acuto osservatore di quanto succede nella nostra società, con un tocco di nostalgia.

E queste coppie di grandi autori e scrittori, presentate da Ricci in un modo che qualche volta fa pensare a una specie di messa in scena teatrale, come le particelle subatomiche si rivelano ai nostri occhi nel libro solo quando le loro orbite si incrociano e si libera energia. Immersi nelle relazioni profonde tra di loro ne accettano consapevolmente tutti (o quasi) i risvolti: quelli positivi di stima, solidarietà e aiuto ( si vedano nel libro le interessantissime dinamiche Saba–Debenedetti o Ginzburg-Morante) ma anche le gelosie, le incomprensioni, le critiche, mai cattive anzi sofferte, alle rispettive opere, i momenti di lontananza, e talvolta pure i rifiuti (si pensi alla diade Pavese-Pivano, forse la sezione più affascinante del volume) di portare il loro rapporto su di un piano diverso.  Credo che, più di ogni altra cosa, sia proprio questo che Ricci ci aiuta a capire, con il suo modo di porgere le cose al contempo musicale e lieve ma anche strutturato e attento, in quanto frutto come sua abitudine di una meticolosa ricerca; quegli scrittori non hanno vissuto isolati (e i contemporanei non dovrebbero farlo nemmeno oggi), chiusi in bolle comunicative che riecheggiavano solo e soltanto il loro pensiero, ma sono sempre rimasti aperti al confronto con chi concepiva in modo assai diverso il ‘mestiere di scrivere’.  Moravia e Pasolini, ad esempio, dal loro desiderio di ‘stare vicini’ comprando casa assieme, dal comune viaggio materiale (si vedano le pagine dedicate all’India) e spirituale non hanno sicuramente mai messo a repentaglio un grammo della loro originalità espressiva, ma ne hanno anzi acquistato molto sul piano umano.

 Se scrivere ha senso solo se ci si pone degli obiettivi smisurati leggere questo libro appare allora doppiamente sensato: in primis perché il volume parla di coloro che questo principio lo hanno autenticamente messo in atto, pagandolo in qualche caso con la vita. In seconda battuta perché chi lo ha scritto ambisce genuinamente e senza retorica a farci tornare indietro nel tempo richiudendo intorno a sé gli echi sgranati di un’epoca per certi versi troppo frettolosamente e schematicamente archiviata.

In evidenza

Quando scrivere era socialità: presento ‘Storie di amicizia e di scrittura’, il 18 Novembre a ‘I colori del libro off’.

Da domenica 15 novembre anche la Toscana è in lockdown, ma grazie ad iniziative come #icoloridellibrooff Toscanalibri continuerà a dare il suo contributo per far conoscere editori, autori e produzioni letterarie. Mercoledì 18 novembre alle ore 18.30 vi aspetta in diretta sulla pagina Facebook di Toscanalibri.it Francesco Ricci con “Storie d’amicizia e di scrittura” (primamedia editore), un saggio che indaga una stagione nella vita letteraria italiana nella quale i libri, soprattutto a Roma, nascevano anche attraverso un incessante confronto con colleghi e amici, in una circolarità d’esperienze e di vissuti in cui ciascuno scrittore molto dava e molto riceveva in relazione al “mestiere di scrivere”. Dialogherò con l’autore e sarà molto interessante, perchè il taglio del libro è davvero originale.


 
Il libroLa scrittura viene spesso associata all’idea di solitudine, raccoglimento, silenzio. È all’interno della sua stanza-tana-cella monastica, infatti, che il poeta solitamente compone i suoi versi e la stessa cosa può dirsi del romanziere, del drammaturgo, del critico. Il momento della “socialità”, di conseguenza, sembra per lo scrittore iniziare sempre dopo, quando l’opera, ormai conclusa e pubblicata, è presentata al pubblico, divenendo oggetto di discussione e di giudizio. C’è stata, però, una stagione nella vita letteraria italiana – il trentennio che grosso modo inizia con la conclusione della seconda guerra mondiale – nella quale i libri, soprattutto a Roma, nascevano anche attraverso un incessante confronto con colleghi e amici, negli uffici di una casa editrice, in una trattoria, in un caffè all’aperto, in un appartamento privato, dove, in una circolarità d’esperienze e di vissuti, ciascuno scrittore molto dava e molto riceveva in relazione al “mestiere di scrivere”. In Storie d’amicizia e di scrittura Francesco Ricci si sofferma su otto dei maggiori protagonisti di quegli anni, distribuiti in quattro coppie: Giacomo Debenedetti e Umberto Saba, Natalia Ginzburg ed Elsa Morante, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese e Fernanda Pivano. Con loro, pagina dopo pagina, come in un romanzo, anche altri personaggi si fanno incontro al lettore (Italo Calvino, Giulio Einaudi, Carlo Emilio Gadda, Cesare Garboli, Leone Ginzburg, Carlo Levi, Alberto Mondadori, Enzo Siciliano) consentendogli di tornare a respirare il clima, fatto di coralità e di collaborazione, di quella stagione ormai lontana.

In evidenza

Barzhaz noir primo posto

Procedendo per gradi

Guardò ancora una volta la sua stessa testa fissarlo dal pavimento. Era decisamente la sua, senza ombra di dubbio. Era stata decapitata con un taglio netto da una grossa lama. Cambiò prospettiva e con gli occhi della sua testa sul pavimento vide sé stesso ritto in piedi. Decise di procedere per gradi. Stava forse dormendo? Doveva escludere la possibilità che si trattasse di un sogno. Con un rapido gesto s’infilzò la coscia con il tagliacarte che stringeva nella mano sinistra. Entrambe le teste ebbero un sussulto e all’unisono emisero un grido di dolore. O almeno così parve all’uomo che prontamente gettò a terra il tagliacarte. Per un breve lasso di tempo aspettò che accadesse qualcosa. Non registrò nulla di rilevante, a parte il forte dolore alla coscia sinistra. Annotò nella mente il dato: non stava sognando. Spostò lo sguardo di un paio di metri e vide il corpo. Se c’erano una testa e un corpo separati con tutta probabilità appartenevano al medesimo uomo. Escluse l’ipotesi del suicidio. Non restava che scoprire chi era l’assassino.

Era bravo a trovare il colpevole, il migliore. Nessuno riusciva a farla franca. Da vent’anni aveva un’agenzia in società con il fratello, col quale suo malgrado condivideva tutto… anche Maria.

Per lui non era mai stato facile avere un gemello. Doveva mettersi subito al lavoro. Posò il machete, che stringeva ancora nella mano destra, si rimboccò le maniche e si rese conto con orrore che la camicia appena ritirata dalla lavanderia era tutta sporca di sangue

 

In evidenza

Barzhaz noir secondo posto

Sunday

La sala era gremita. Tra i tavoli, tutti occupati, i camerieri si muovevano lesti, ma discreti, attenti a soddisfare ogni richiesta dei clienti, senza disturbare le loro conversazioni e lo spettacolo musicale che si svolgeva al centro del locale.

Le luci, basse e soffuse, rivestivano di un alone lattiginoso corpi e arredi, mentre le note dello swing saltellavano ritmate e gioiose negli spazi vuoti, mescolandosi a chiacchiere, risate, tintinnii dei bicchieri.

 Dall’alto della scalinata di accesso al locale, avvolto dall’aroma intenso della Gauloises tra le labbra, il proprietario si godeva soddisfatto la scena.

L’ennesimo successo del suo locale au grand complet.

Aveva appena riposto in cassaforte parte dell’incasso della serata e più tardi avrebbe aggiunto i proventi della sala da gioco.

 Era ricco! Circondato dal lusso, da gente pronta a scattare a un suo comando, a compiacerlo in cambio della sua protezione. Ogni desiderio soddisfatto.

Sua anche la donna sensuale che cantava e ballava in quel momento e che aveva lasciato da poco il caldo rifugio delle sue braccia.

La voce di lei, nera, calda, profonda, stava cantando Sunday.

Il suo corpo, lucida liquirizia avvolta nella seta rossa, si muoveva vibrante e sensuale. La mano batteva il tempo sul fianco, le gambe eseguivano passi di danza: secondo, quarto tempo, tre passi a destra, un volteggio, altri tre passi.

Un uomo si era alzato dal tavolo. Salite le scale, gli passò accanto, probabilmente diretto alla sala da gioco. Non ci fece caso, gli occhi fissi sulla dea bruna.

Quella notte trovò la cassaforte aperta e vuota. 

Qualcuno aveva scoperto la combinazione: 2-4-3-1-3.

In evidenza

Barzhaz noir terzo posto

Roba da togliere il fiato

Un omone si affacciò all’ingresso e coprì con la sua mole una fetta di luce: – Buongiorno, Tarta.

Il meccanico borbottò una risposta. L’omone si avvicinò a passi pesanti: – L’auto è pronta?

– Ho cambbb-iato solo ooo-lio e filttt-ri – facendo schioccare la lingua ogni volta che una lettera gli s’inceppava tra i denti.

– I freni sono apposto?

Il meccanico annuì.

– Bene. Perché devo andare alle terme e ci saranno da affrontare parecchi tornanti in discesa – l’omone si accostò all’auto e aprì la portiera – per premio ti dirò una ricetta che ho appena realizzato, sanguinaccio e castagne, la vuoi sentire? – e senza aspettare la risposta gliela disse.

     – DDD-evi paggg-are!

L’omone fece finta di non capire: – Da quanto tempo è che non facciamo una cena? Con Anna, Franco e tutti gli altri?

Lo sai benissimo, è da quando ti scopi mia moglie! Pensò il meccanico.

     – Bisogna farla al più presto, magari nel mio ristorante – salì e abbassò il finestrino – ti pago la prossima volta, Tarta, sono di fretta… c’è una pollastrella che mi aspetta – strizzò l’occhio – mi raccomando: mettici un filo d’olio sopra il sanguinaccio. Roba da togliere il fiato, vedrai! – accese l’auto e se ne andò.

È vero, un filo d’olio può togliere il fiato… anche per sempre. Pensò il meccanico mentre osservava la sottile punta a ferro che aveva usato per fare due fori nel serbatoio dell’olio dei freni.

In evidenza

Barzhaz noir 2 segnalato

Salvalo

Strinsi il biglietto fra le mani e chiusi gli occhi.

Immerso nel profumo di cenere e legna fresca proveniente dal camino, riuscivo ad immaginare la sua mano pallida tracciare quelle lettere regolari. Ero certo avesse sorriso, gentile e sereno come sempre, mentre scriveva la sua verità.

Il mio migliore amico, il mio testimone di nozze, l’uomo che anni prima mi aveva salvato la vita; colui che, in una diversa realtà, avrebbe guardato il fuoco insieme a me.

Era lui l’autore del messaggio.

Lui che diceva di essere un pessimo giocatore di scacchi, mentendo.

Lui che diceva di essere un pessimo bugiardo, mentendo.

Lui che diceva di essere innocente, mentendo.

Udii i passi nel corridoio.

La carta è flessibile, ma fragile e se viene abbandonata a dita indelicate ed aggressive può divenire tagliente o perire.

Ricostruii l’ingegnoso furto.

Un foglio piegato non tornerà mai più come prima. Le ombre di dove è stato costretto a soccombere con la forza lo marchieranno per sempre.

Immaginai due scenari. Al secondo rabbrividii. “Salvalo”, pensai.

Alcune tipologie di pergamena sono troppo rare e delicate, troppo importanti, perché le si possa sacrificare.

La porta si aprì e quando sollevai le palpebre un foglio accartocciato ed una busta giacevano abbandonate sulla legna, oramai avvolte ed annerite dalle fiamme. Le sue parole, pericolosamente sincere, svanite.

Un collega mi si affiancò -Crede che lo prenderanno, Commissario?-

Un indesiderato senso di sollievo si irradiò come calore lungo le mie mani intorpidite. Sorrisi.

-Certamente- risposi, mentendo.

In evidenza

Barzhaz noir 1 segnalato

IL PAPPAGALLO

Chiunque nel dipartimento sapeva che il detective Weasel era un cane sciolto. Raddrizzato dopo un passato borderline, era il più abile cacciatore in circolazione. E l’omicidio di John Reiner, socio della Reiner & Lynch, era in un vicolo cieco quando gli fu assegnato il caso.

Weasel entrò nella stanza. Si accese una sigaretta. Fissò tagliente la donna seduta e iniziò il suo gioco: – Io evito i convenevoli, Signora Lynch. Entrambi sappiamo perché è qui. È l’ultima persona che ha visto Reiner vivo –

– …e ciò proverebbe che l’ho ucciso? – lo sfidò lei

– Certo che no. Ma il suo socio murato in una cassa le frutterà una fortuna e il pieno controllo della società. Lei è colpevole, Amanda. È stata scaltra ma non abbastanza. Ha perso un pezzetto del puzzle e io l’ho trovato –

La donna ricompose la propria spavalderia: – Stai bluffando –

Weasel le si avvicinò: – Il crimine esige perfezione. Nulla va sottovalutato. Dia retta a uno che la sa lunga –

Profonde crepe intaccarono la sicurezza di Amanda: – Sentiamo…quale sarebbe questa maledetta prova? –

Il detective azionò il registratore. Una voce scattosa riempì il silenzio: “Non sparare! Amanda! Non sparare!”

– La sua espressione vale mille parole, Amanda. Sì, a fregarla è stato un misero pappagallo. E ora, ne vogliamo parlare? –

Quando Weasel uscì dalla stanza, realizzò di aver messo a segno il suo colpo migliore. Quasi fuori dal dipartimento, il comandante Sweeney lo fermò: – Scusa, dove vai? E perché quel pappagallo? –

– Io me ne vado. E lui è con me –

– Aspetta. Sei riuscito a risolvere il caso? –

– Ci sono casi che nessuno risolverebbe. Neanche io. –

In evidenza

Barzhaz racconto breve: sarà una bella festa con la ‘scuola emiliana’ (e non solo)…dal 13 al 15 Novembre

Orgoglioso di far parte di una squadra così ampia e prestigiosa. I racconti gialli arrivati sono molto belli e sarà difficile scegliere. Ma il 14 si sceglie!!! Ci saranno tutti, da Lucarelli a Rankin. Si va in scena dal 13 al 15 Novembre. Complimenti agli organizzatori per un così grande impatto, capace di superare le enormi difficoltà del momento.

Per assistere ai molti incontri in programma si potrà accedere liberamente al sito http://www.giallofestival.it e ascoltare anche i racconti di autentici investigatori, giornalisti, sceneggiatori. Grazie alla presenza di numerosi docenti universitari sarà inoltre possibile scoprire i misteri dell’Inferno dantesco, della vera Monaca di Monza e di Lucrezia Borgia, solo per citarne alcuni. E quest’anno grande spazio anche agli autori stranieri, come Patrick Manoukian, Hannelore Cayre, Brian McGilloway, Arne Dahl, Ian Rankin.

In evidenza

Cechov e l’arte di raccontare…e scusate se è poco!!!

Ad Ottobre ci eravamo concentrati in modo originale su Cortazar. La sesta puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5 ) vira adesso su Cechov, (Taganrog, 29 gennaio 1860 – Badenweiler, 15 luglio 1904) uno degli scrittori più importanti della letteratura russa del XIX secolo.

Uno scrittore affascinante, forse perchè sospeso tra un’epoca ormai finita e una modernità mal digerita. Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui.

Per conto mio, parlando Mirko di ‘progressione perfetta’ caratteristica di questo racconto, penso che ogni racconto sia come costruire una strada: è necessario arrivare da qualche parte, e arrivarci con il lettore. Altrimenti, come dice Cees Nooteboom ne ‘Le montagne dei Paesi Bassi‘: Ci sono cartelli che segnalano l’approssimarsi di una fontana-pausa di riposo per il lettore- o di una cunetta o di un altro passaggio difficile. In quei punti il lettore deve fare attenzione, lo scrittore non può lasciarlo volar fuori da una curva, anche se so bene che ci sono scrittori che non cercano altro. Forse io ho visto troppi incidenti per imitarli.’

Anatomia di un racconto – La morte dell’impiegato di Mirko Tondi

Quando si parla di racconti, non esiste scuola, corso, laboratorio di scrittura che manchi di far riferimento a Cechov. E i motivi sono molti: le sue strutture minimali eppure blindate, i suoi personaggi descritti con poche e significative pennellate, i suoi intrecci basati su piccoli e spesso trascurabili episodi (che però divengono decisivi per lo svolgersi della trama), il suo umorismo sottile e pervasivo, il suo stile misurato e al limite dell’essenzialità. Lontano, forse agli antipodi, di suoi connazionali e contemporanei alla stregua di Dostoevskij e Tolstoj, non era solito compiere immersioni nel ventre dei personaggi (come il primo) né esercitare sulla pagina la supremazia del maestro (come il secondo). La sua prosa non era ardita né fiammeggiante, ma era – semplicemente – l’espressione di un’efficacia massima, presa a modello da un numero imprecisato di scrittori dopo di lui, da qualsiasi parte del mondo. Uno dei suoi racconti che faccio spesso leggere ai corsi è La morte dell’impiegato, prezioso esempio di una progressione perfetta nell’arco di due paginette.

L’incipit ci regala già, oltre a una prima frase d’impatto, alcune informazioni sul protagonista e sul contesto, così come sul tipo di narratore con cui abbiamo a che fare: “Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmìtric Cervakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma all’improvviso… Nei racconti si trova spesso questo «all’improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate. Ma all’improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò… allontanò il binocolo dagli occhi e… apscì!!! Starnutì, come vedete.” Il narratore fa un’incursione altrettanto improvvisa quanto l’utilizzo della medesima parola, per poi tornare sul personaggio e solo all’ultimo dire “Starnutì, come vedete”. Si tratta di un punto di vista originale e ironico, con il quale ci viene detto tra le righe “Ehi, questa è una storia e te la sto raccontando a modo mio, con tutte le licenze del caso… tu non devi far altro che metterti comodo e leggere.” Con tutta probabilità, poi, molti altri avrebbero glissato sulla reazione fisica per sintetizzare con quel semplice “Starnutì”, ma qui Cechov utilizza il famoso Show, don’t tell caro agli autori americani del 900 e tutt’ora in voga, poiché principio cardine della scrittura. Ci dice come cambia il suo corpo nell’attimo stesso in cui Cervakòv starnutisce, e non solo: ce lo mette davanti agli occhi, mostrandocelo. A questo punto il protagonista si accorge che là, nella prima fila, un vecchietto si sta asciugando col guanto la testa pelata e il collo; si tratta di “Sua Eccellenza Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero delle comunicazioni.” Ecco che un fatto, seppur potenzialmente insignificante o quantomeno perdonabile (del resto, non eravamo certo in tempo di Coronavirus…), è accaduto.

Ed è il vero motore della storia, perché d’ora in avanti il nostro Cervakòv, timoroso e imbarazzato (il testo infatti fa largo uso di puntini di sospensione) – ma soprattutto risucchiato dal senso di colpa e di inadeguatezza –, cercherà ossessivamente di scusarsi. Nel seguito del racconto sarà deferente, importuno, petulante, contrito, sempre con l’obiettivo di essere ascoltato, e il generale dapprima minimizzerà, poi passerà a irritarsi e infine manifesterà tutta la sua rabbia di fronte all’insistenza dell’impiegato per un fatto così futile.

Nel finale – estremizzato ma oltremodo simbolico – il vissuto di Cervakòv porta a un’implosione e alle sue conseguenze estreme: la morte. Il racconto è onesto, non nasconde niente, d’altra parte ci dice già dal titolo cosa succederà, eppure quasi ce ne dimentichiamo, non possiamo credere che l’impiegato muoia in questo modo assurdo, per una sciocchezza del genere. Ma qui abbiamo a che fare con un concetto importante, e lo si potrebbe dire con le parole di Cortazar (di cui abbiamo parlato la volta scorsa): “Un racconto è significativo quando spezza i propri confini con quell‟esplosione di energia spirituale che illumina bruscamente qualcosa che va molto oltre il piccolo e talvolta miserabile aneddoto che racconta”. Così La morte dell’impiegato trascende la semplice vicenda del protagonista e diventa una brillante satira sulle caste e sulle gerarchie che queste comportano, nonché uno spaccato della società russa di fine Ottocento. Fa niente se Cervakòv (a volte anche Cervjakòv o Lervjakòv, a seconda delle scelte dei traduttori) sia un personaggio grottesco, fantozziano ante litteram; ciò che importa veramente è la sua pervicacia, il suo scontrarsi contro un muro di convenzioni, il suo intraprendere un percorso senza ritorno. In fondo, è anche una storia sull’incomunicabilità, tema che nel corso del secolo successivo avrebbe nutrito la letteratura (Svevo, Pirandello), l’arte (Hopper, Magritte), il cinema (si pensi, per esempio, a certe pellicole di Antonioni) e la musica (per citare un titolo: The Wall dei Pink Floyd). E scusate se è poco.

In evidenza

Il teatro delle donne

APPELLO a sostegno del TEATRO delle DONNE Che sta perdendo la sua sede.

PER SOTTOSCRIVERE L’APPELLO, scrivi una mail con nome e cognome a: teatro.donne@libero.it
https://www.facebook.com/ilteatrodelledonne/

Il teatro, per millenni, ha escluso le donne dalle scene. La sacralità della parola teatrale era considerata assolutamente inadatta per una voce femminile. Ora le cose sono cambiate ma un fondo di discriminazione rispetto alla creatività femminile è rimasta. Non divieto ma sfiducia, non rifiuto ma mancanza di attenzione.
La drammaturgia d’altronde, con l’avvento del cinema e della televisione, con la prevalenza
dell’immagine sulla parola, ha finito per essere penalizzata. La creazione è stata, soprattutto in Italia,
più nelle mani dei registi che dei drammaturghi.
Questo è successo sia per gli autori che per le autrici, ma le autrici lo hanno pagato più caro, subendo una doppia discriminazione, come drammaturghe e come donne.
Da questa constatazione nascono in tutta Europa e nei paesi più avanzati, i teatri che incoraggiano,
raccolgono, mettono in scena testi scritti da donne.
Il teatro delle donne di Firenze è stato all’avanguardia nel superare, con la collaborazione di
grandi attrici, registe, drammaturghe e organizzatrici, queste difficoltà, creando un centro di produzione drammaturgica femminile italiana. Ha inoltre creato un archivio efficiente e molto ricco, gestendo alcuni dei teatri storici restaurati in Toscana. Stiamo parlando del Teatro Comunale Manzoni di Calenzano.
Solo in Germania e in Inghilterra si è fatto e si continua a fare altrettanto. Ma in questi paesi le iniziative delle donne non vengono continuamente rimesse in discussione. In Inghilterra hanno avuto il coraggio di affidare la direzione di importanti teatri di stato a drammaturghe anche molto giovani, mentre da noi si fa fatica a mantenere una sede ad un archivio e ad un centro di drammaturgia contemporanea delle donne unici in Italia.
Il Teatro comunale Manzoni di Calenzano, in area fiorentina, era rimasto chiuso per quasi sessant’anni e appena finito di ristrutturare quando nel 2002 il Teatro delle Donne ha vinto la gara per la sua gestione e hanno preso sede a Calenzano: l’archivio del teatro delle donne, il centro di drammaturgia, la scuola di scrittura teatrale, le attività di produzione e di formazion, il festival e una viva stagione teatrale, ne hanno fatto uno dei punti di riferimento nazionali più qualificati per la drammaturgia contemporanea, anche per l’ampio riscontro sul territorio.
La nuova giunta del Comune di Calenzano ha deciso, in un anno in cui le strutture teatrali sono già
pesantemente colpite dalle misure antipandemia, di rimettere a bando la gestione del teatro comunale in cui il Teatro delle Donne risiede da anni. E ripubblica il bando, contro ogni logica, alla fine dell’anno 2020, impedendone così la realizzazione di una stagione e di ogni altra attività teatrale 2020-2021, mettendo a rischio l’occupazione di tutto il personale, di tutti gli artisti e i docenti che collaborano da anni con l’associazione.
La decisione è a maggior ragione sconcertante se si considera che la Regione Toscana ha già stanziato un importante contributo per il 2021, che non potrà essere assegnato a nessun altro né speso altrove se non a Calenzano, e anche il Ministero sta per riconfermare il suo per il 2021.
Togliere la residenza al Teatro delle Donne a dicembre significa metterne a rischio la stessa
sopravvivenza.
CI APPELLIAMO QUINDI AL SINDACO E ALLA GIUNTA DEL COMUNE DI CALENZANO affinché rivaluti una decisione che potrebbe costare l’esistenza all’unico Centro di Drammaturgia delle Donne in Italia, E AGLI ALTRI COMUNI DELLA TOSCANA affinché qualcuno si faccia avanti per offrire una nuova sede.
Sostenere il teatro delle donne non significa agire in senso settoriale, ma portare la creatività femminile nell’alveo maggiore del rinnovamento linguistico che chiunque si occupi di teatro non può non volere.
“L’albero è sempre quello, ma ogni anno deve mettere foglie nuove”, diceva Eduardo De Filippo della drammaturgia italiana e il teatro delle donne va in quella direzione. Per questo è necessario sostenerlo e incoraggiarlo. Il teatro europeo ha già dato l’esempio. Vogliamo sempre essere gli ultimi della fila?
Roma 29 settembre 2020

Dacia Maraini
Maria Cristina Ghelli

In evidenza

Donne: una rivalsa a colpi di carta e penna. Una storia e una recensione

Una recensione che mi sono divertito a scrivere….

Donne arrabbiate e sfiduciate
nei confronti della società:
una rivalsa a colpi di carta e penna
Un’opera che alterna ironia al crudo realismo, con un genere
ancora poco diffuso in Italia. Scritto da Valeria Gangemi
di Massimiliano Bellavista
Questo settembre Ruth Bader Ginsburg, giudice liberale e icona pop, seconda donna della storia americana a far parte della Corte Suprema, (dopo Sandra Day O’Connor) è morta all’età di 87 anni, per complicazioni legate al cancro al pancreas. Ginsburg è stata prima di tutto un’architetta legale capace di trasformare negli anni Settanta la lotta per l’emancipazione femminile in qualcosa di più strutturato e meno urlato di una rivendicazione.
Diceva spesso che era diventata avvocata quando le donne non erano desiderate nella professione legale, riuscì nell’impresa di far equiparare a discriminazione razziale a quella sessuale, aprendo la strada a un lungo dibattito legale e prima ancora sociale.
Ora il libro Le donne lo fanno meglio di Valeria Gangemi (Città del sole Edizioni, pp. 120, € 10,00), manager impegnata nel sociale, condivide questo spirito. Questa raccolta di racconti non è un libro urlato, ma nemmeno da leggere sottovoce. È qualcosa a metà tra un diario e una galleria di ritratti. Ci sono narrazioni declinate sull’attualità e l’immediatezza, dove il dialogo gioca una parte preponderante.
L’uomo, gli uomini, è inutile dirlo, ne escono piuttosto malconci, a cominciare dalla Prefazione, che cita Simone de Beauvoir, e anche nei Ringraziamenti.
Proprio la Prefazione di Mariateresa Marino e i Ringraziamenti finali svolgono un ruolo non secondario in questo libro di esordio letterario dell’autrice.
La prima perché smarca il volume da ingombranti precedenti letterari, invocando per i ventidue racconti che compongono la raccolta una leggerezza da sketch teatrale e un gusto per il calembour (talvolta comunque un po’ troppo compiaciuto e fine a se stesso) che sono senza dubbio la cifra principale di quasi tutti i testi.
I secondi perché finalizzano l’esistenza del volume a uno scopo assai importante e concreto in quanto il ricavato del libro verrà devoluto alla Fondazione “Marisa Bellisario”. E qui la carrellata di grandi figure femminili non può non considerare il profilo della stessa Bellisario, prima grande donna manager italiana, guarda caso della stessa identica generazione della Bader Ginsburg. Il volumetto infatti si presta a nostro giudizio anche ad un’altra chiave di lettura.

La cultura imprenditoriale e manageriale femminile contro il mismanagement
La scrittrice, come già accennato, è anche un’affermata manager. Dettaglio certamente non trascurabile poiché, svolgendo tale professione da tempo, sa che alla fine non esistono molti tipi di management. Certo i nomi, gli stili e le sfumature cambiano nel tempo, ma fondamentalmente ne esistono solo due categorie: quello buono e quello cattivo. Ed è proprio quando si tocca questo ambito che con tutta probabilità, abbandonando per una volta il gioco di parole e le pennellate a volte monocordi nel definire l’inettitudine e la dabbenaggine maschile, il libro ci restituisce il meglio di sé.
Come nel racconto Tagli: «Ecco come in cinque minuti si chiude una questione di extra revenue. Risolvo il problema della Commessa che va bene e produce utile tagliando i costi sempre e solo con una ricetta basata su un unico ingrediente. Il personale. Taglio tre dipendenti che costano tanto perché hanno un contratto a tempo indeterminato (…) Tu insisti e gli fai notare: 1. il problema, se esiste, non lo risolvi ma lo stai trasformando in qualcosa di diverso che però continua a sussistere. Le tre dipendenti entrano, si trattengono con dignità (…) A prescindere, tranne me e le interessate, sembra che nessuno si renda conto del dramma». In questo racconto il capo-uomo utilizza una trita ricetta antica quanto efficace ma solo nel breve termine, licenziare. Tuttavia egli non tiene adeguatamente conto di ciò che il libro sottende e forse avrebbe potuto esprimere anche più apertamente e spregiudicatamente; ovvero che oggi non si tratta più di affrontare i problemi che affrontava la generazione della Bader Ginsburg (dove la questione era che le donne non erano nemmeno ascoltate), ma piuttosto quelli più sottili connessi all’apprezzamento della ricchezza connessa alla diversità del loro approccio. Dalla lettura del volume in questo senso emerge che la leadership al femminile è spesso capace di dare un contributo decisivo e di lungo respiro al buon management aziendale, come accade anche nel mondo imprenditoriale dove si è ormai acclarata una particolare abilità da parte delle imprenditrici di gestire in modo creativo e condiviso le situazioni di crisi.
Ma il volume mette opportunamente in luce anche dell’altro.

I lati inediti (e pericolosi) di un mondo spesso troppo declinato al maschile
Un altro racconto di impatto, stilisticamente molto simile a quello citato precedentemente è Cuore, per certi versi il più riuscito e bilanciato della raccolta. «Ma se si infartua il cuore delle donne come lo curano? Come quello di un uomo? Non mi dire che la parità la applicano quando non devono. Ma la diversità di genere intesa come fisici diversi non merita cure diverse? Ora capisco che diverso può presagire scenari degenerati ma giuro son seria, i farmaci e le dosi sono uguali a chi è diverso fisicamente da noi?».
L’inizio disorienta e invoglia a leggere. Così si scopre una insospettata e insospettabile miopia della capacità terapeutica della nostra medicina.
«E dopo una vita di stenti e noia, l’infarto può arrivare lo stesso. La differenza è che non sanno come curarci. Già, perché – assurdo ma vero – studi recenti sul tema hanno aperto il “vaso di Pandora”, scoprendo che alcune branche della medicina sottovalutano o non tengono conto delle condizioni di vita delle donne nella determinazione della diagnosi e del protocollo di cura. Per l’ischemia cardiaca, per esempio, le radiografie e i test sotto stress usati per la diagnosi sono “tarati” sul modello maschile e sono meno efficaci per le diagnosi nelle donne. Ancora, gli strumenti chirurgici come by-pass e angioplastica coronaria sono gli stessi di quelli usati per gli uomini e si presta poca attenzione al fatto che le donne hanno coronarie e vasi sanguigni più piccoli».
Vasi sanguigni più piccoli ma un grande cuore e una mente diversi ma di certo indispensabili e complementari, non sostituivi, a quelli maschili nella gestione di una realtà, quale quella odierna, di certo complessa e articolata. Alla fine, c’è da augurarsi, come in un certo senso fa l’autrice concludendo il suo volume con una spiazzante Ode agli uomini crediamo sentita e niente affatto ironica, che “il pensiero lungo rette parallele” che divide a volte i sessi alla fine converga. Se come dice la Gangemi, gli uomini migliori sono “i più”, non possiamo che augurarci di unire le forze “trovandoci” l’un l’altro, in un futuro che offra a tutti, uomini e donne, elementi di sinergia e intesa nella diversità per certi versi analoghi al vissuto personale della de Beauvoir, che pure ebbe il sodalizio intellettuale ed emotivo più forte della sua vita con un uomo così controverso come Jean-Paul Sartre e a quello della giudice Bader, la quale diceva che il marito e compagno di una vita Marty Ginsburg era l’unico uomo al quale importava davvero che lei avesse un cervello.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 178, novembre 2020)
In evidenza

In-fine, c’è sempre un nuovo inizio

Chi come il sottoscritto tiene in piedi più vite e interessi diversi contemporaneamente, per poi constatare con sorpesa che tante volte non si tratta di compartimenti stagni ma solo di diverse modulazioni di un unico e convergente percorso di vita, non può che ricevere la mia incondizionata stima. Se poi si tratta di qualcuno che sa bene e ama applicare il suo talento a un progetto/i originali, allora il senso di stima si accresce ulteriormente. Credo sia questo il caso di Laura del Veneziano, che vive e lavora come psicologo psicanalista nel Valdarno aretino. Mamma di due bambini, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura, svolge attività di ricerca sui temi della psicanalisi, del femminile e delle relazioni umane, è stata già autrice nei mesi scorsi di qualche bell’intervento su questo blog. In-fine è un libro-esperimento che fa parte di una serie coraggiosa, è la raccolta di racconti che conclude il ciclo triennale di sedute di psicanalisi ‘impossibili’ con personaggi più o meno famosi e conosciuti (vedi Lasciami parlare (2018) e Lasciami parlareancora (2019). Anche stavolta il format è più o meno lo stesso: si tratta di persone, tirate fuori dalle loro storie, a cui viene data la possibilità di raccontarsi ad un immaginario psicanalista. Il filo che lega questi ultimi sette personaggi li colloca non necessariamente al capitolo finale delle loro vita; non siamo più in attesa del tragico epilogo toccato loro in sorte, quanto piuttosto in un momento forse ancora più complesso. Siamo nel punto esatto in cui per ognuno di loro sta per iniziare un cambiamento. Il mutamento ha ancora da manifestarsi, e tutto dipende da come ognuno di loro, a modo suo, deciderà di agire e di segnare così la sua strada. Ci troveremo ancora una volta catapultati in mondi fantastici, strani ed oscuri grazie ad Alice, Medusa ed Alcesti, attraverseremo celebri periodi storici guardando ai fatti con occhi diversi in compagnia di Cleopatra e Rossella, ci lasceremo affascinare dai segreti delle scienze con Marie, per arrivare alla fine di questo meraviglioso viaggio in compagnia di Laura. Il taglio di questo lavoro è però, anche leggermente differente rispetto ai due lavori precedenti: non necessariamente le donne che vi si incontrano si trovano sul bilico del loro epilogo finale, ma sono colte un po’ più precisamente in un momento di snodo, in cui la loro vita ha mostrato la via giusta per reagire a qualcosa, per cambiare strada, per crescere e migliorare.

Ma torniamo a Alice, una delle protagoniste del libro. Piena di nevrosi e strane inquietudini, prova a spiegarsi durante la seduta, a ‘tradursi’, sentendosi in bilico tra due mondi che sembrano avere regole fisiche e parole diametralmente opposte ma di cui lei rappresenta allo stesso tempo le contraddizioni e il punto di congiunzione. E l’anticamera psicologica tra questi due mondi è il lettino dello psicanalista.

In effetti, una volta passata nell’altro mondo, oltre alle due case di passaggio che di­cevo prima, ho avuto un sacco di strane avventure, e nes­suna di quelle avrei mai potuto prevederla, quindi, anche se quando le ho vissute in effetti mi sono sentita dentro a un nonsenso, e per molto tempo ne ho parlato come di sogni, poi a forza di pensare e ri-pensare ho capito che si tratta semplicemente di un mondo parallelo a questo. Ho tentato di spiegarlo a mia sorella, ma lei evidentemente non riesce a capire, ma con Lei forse sarò più fortunata.

Vede Dottore, nello stesso momento in cui noi adesso viviamo tutto questo, anche nel Regno delle Meraviglie e dello Specchio si svolgono dei fatti, quelli però sono liberi dalle regole che governano questa nostra vita. Le faccio un esempio: per restare fermi in un posto, là dobbiamo cor­rere. Oppure: per raggiungere un certo altro luogo prima dobbiamo per forza averlo superato. Io stessa ho dovuto fare proprio così, per ritrovarmi sulla collinetta insieme alla Regina Rossa. Dopo aver provato più volte a raggiun­gerla camminando verso di lei come sono abituata a fare, ho deciso di camminare all’indietro e Lei non ci crederà ma, in pochissimi minuti mi sono ritrovata sulla collinet­ta con Sua Maestà. Non lo trova meraviglioso? Io sì lo adoro quel mondo parallelo al nostro, è come se aprisse a infinite possibilità ogni volta. Non sai mai cosa aspettarti, ma stai pur certo che qualcosa accadrà. Qui nella nostra realtà, siamo inevitabilmente legati a infinite regole, sono interminabili, e si intrecciano tra loro. Di là invece tutto è imprevedibile, tutto può succedere perché ogni possibilità è lasciata libera di esprimersi. Io lo trovo fantasioso oltre che fantastico. Ecco, le faccio un altro esempio, stavolta con il linguaggio. Pensi per un attimo a tutto quello che ci circonda: sono le cose e per ognuna di loro noi usiamo al contempo i nomi delle cose e i nomi dei nomi delle cose. Forse un esempio concreto mi aiuterà a spiegarmi: noi ab­biamo il libro (cosa), la parola libro (nome della cosa) e il sostantivo che usiamo per indicare la parola libro (nome del nome della cosa), che poi è sempre libro. È come se si trattasse di una matrioska, ogni oggetto lo è nel linguag­gio. Mi sono messa a fare delle ricerche ultimamente, ov­viamente esiste una parola che spiega esattamente questo fenomeno: metalinguaggio. Ora non vorrei sembrarle im­pertinente, ma oramai il mio modo di ragionare funziona allo stesso tempo sia con le regole del nostro mondo che con quelle del Regno delle Meraviglie e dello Specchio, perciò mi scusi, ma non riesco proprio a trattenermi dal farle notare che se la parola metalinguaggio per noi ha il significato che ho poco fa provato a spiegarle, nell’altro mondo questa semplicemente potrebbe indicare allo stes­so tempo un linguaggio a metà o una meta nel linguaggio. Non le sembra incredibile? Trovo davvero affascinante questa particolarità della lingua: essa è tremendamente arbitraria, non trova? Ogni cosa di per sé è, nel senso che sta, si manifesta, ma diventa una nostra esigenza il fatto di darle un nome, solo per poterne parlare con un’altra persona ancora. Se non avessimo l’esigenza di dire il nome della cosa all’altro, non avremmo bisogno di dare nomi alle cose, è semplice! Perché mia sorella non comprende queste banali regole, invece di dirmi sempre che sto sol­tanto farneticando o sognando?

Faccio io miei migliori auguri a In-fine, sapendo che ogni scrittore è al contempo un pellegrino della parola e all’occorrenza ( in senso buono) anche un mentitore. La fine di questa storia è l’equivalente di una doverosa sosta ristoratrice dopo un lungo cammino. E’ importante capire quando fermarsi. Ma la mattina dopo sicuramente ci si risveglierà con ancora più voglia di camminare ancora, magari verso altre direzioni. Ma se anche poi volessimo tornare sui nostri passi, saremmo liberi di fare anche questo. Nell’interesse del lettore.

In evidenza

Giallo Festival 2020

..stanno arrivando racconti brevi di ottima qualità. In modo anche superiore alle nostre aspettative. Non posso che essere contento ed esortare chi vuole e partecipare (siete ancora in tempo) a questa edizione davvero speciale di Giallo Festival. La cosa continuerà poi, in altra forma, per la successiva rassegna di Italia Book Festival.

Qui il video…https://www.facebook.com/watch/?v=663638777682468

Grazie per intanto a tutti coloro che finora hanno partecipato!!!

In evidenza

Macerie


Di Francesca Condò, architetto specialista in restauro dei monumenti in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT, abbiamo pubblicato storie e articoli di grande interesse. E’ con piacere che ora pubblichiamo questa storia.

“Le rovine dei terremoti somigliano a quelle delle guerre”

“Le rovine sono rovine. E poi non lo sa che la natura ce l’ha con noi?” Sladjo si voltò. Credeva di essere solo. Doveva toglierselo quel vizio di pensare a voce alta. L’uomo si avvicinò e gli tese la mano.

“Piacere, Giovanni. È qui per la ricostruzione?”.

L’uomo fece un ultimo tiro, spense la sigaretta contro un pilastro di cemento rimasto in piedi ma non la buttò a terra. La passò nella mano sinistra e rispose al saluto. Portava a tracolla un borsone di tela blu che faceva rumore di ferraglia.

“Non so” rispose “in qualche modo, si”.

Due occhi azzurro intenso disegnati come se avessero attorno una linea di matita lo studiarono.

“C’è ancora parecchio da fare, qui. Il problema è che Campotosto è un paese quasi tutto di seconde case. I romani ci vengono d’estate, quando giù l’asfalto diventa appiccicoso. Ci venivano, anzi. C’è l’aria del lago e poi da Roma non ci si mette tanto”.

L’uomo incrociò le braccia. La camicia di lino era un po’ consumata ma pulita e in ordine. I pantaloni da lavoro pieni di polvere. Non portava un cappello anche se il sole a quell’ora non era piacevole.

“Lei non è di Roma?” chiese Sladjo, che aveva riconosciuto l’inflessione dell’uomo. Giovanni sorrise. Era difficile, evidentemente, camuffare la cadenza pigra e disillusa del romano, anche se si usavano parole e sintassi perfettamente italiane.

“Venga, le offro un caffè”. Sedettero su due panche, una di plastica e una di legno, nel bar arrangiato, sotto a un ombrellone di tela gialla che faceva pensare al mare degli anni sessanta più che alle montagne che li circondavano silenziose. Una piccola tendopoli di prefabbricati era da qualche anno la piazza. Un paio di bandiere al vento. Due alimentari, per i panini, la frutta e prodotti del posto più o meno autentici, a seconda della confezione: quelli che erano abituati a vendere agli escursionisti.

“A quest’ora veramente sarebbe meglio un panino e una birra. Li conosce i coglioni di mulo?”

L’uomo scosse la testa sollevando un sopracciglio. “no, non pensi male, niente di strano. È una specie di salame: lo chiamano così per la forma. In effetti sembra un sacchetto di pelle spiegazzata. C’è dentro, in mezzo, un pezzo di lardo. È buono. Un po’ grasso forse per chi fa ormai una vita da scrivania come me. Ma lei è giovane”.

Doveva avere poco più di una trentina d’anni. Lo guardò, sperando che gli raccontasse qualcosa. Si trovava bene coi suoi libri ma da qualche giorno si annoiava perchè gli ex colleghi, dopo il terremoto, non erano più saliti. Aveva voglia di parlare.

“Un caffè va benissimo” disse. “devo fare alcune cose e poi rimettermi in macchina”

“E’ con qualche ditta per la ricostruzione?”.

“No. Faccio l’architetto per uno studio a Roma. Ma in realtà oggi non sono qui per lavoro”. Fece un cenno verso la grande casa quadrata che era rimasta isolata, su una collinetta di macerie.

“Era sua?”.

Sladjo scosse la testa. Un ragazzo, poco più di un bambino, con un grembiule bianco che arrivava sotto alle ginocchia, si era accostato e aveva preso le ordinazioni. Si spicciò perchè la madre lo chiamava dal bancone dove erano appoggiati due vassoi pronti per gli altri tavoli.

“Mia sorella è venuta qui a fare una camminata in montagna con un gruppo di amici, tanti anni fa, e ha visto che quella la vendevano. Ha fatto di tutto per comprarla, perchè le ricordava casa di nostra madre vicino a Blagaj. ”.

“Dove?”.

“In Bosnia. Era in un posto in mezzo alla campagna non lontano da Blagaj. Ma io penso che le piacesse anche guardare il lago laggiù. Magari era quello che le ricordava il fiume e la sorgente”.

Le nuvole proiettavano ombre alla base della montagna. La parte di sopra però continuava a riflettere la luce.

“Da quando siete qui?”.

“Dalla fine del 1992. Abitavamo a Mostar, coi nostri genitori. Sembra una vita fa. Forse è una vita fa”.

“Mi ricordo le cronache. Quando hanno minato il ponte”.

“Lo Stari Most”

Una nuvola velò per qualche istante il sole. Sladjo guardò verso le montagne.

Il ragazzo appoggiò sul tavolo i caffè e un piattino con quattro ciambelline al vino pallide e irregolari. Giovanni versò mezza bustina di zucchero nel caffè. “All’inizio ero addolorato. E impaurito. Non riuscivo a pensare che non avrei più avuto attorno mio padre e mia madre, che erano morti veramente. Poi è venuta la rabbia. Avrei voluto poter sparare infaccia a quegli assassini. Ma non ai cecchini. Ai padroni dei cecchini. A quelli che giocano con la vita degli altri. Stati Uniti, Italia. Perchè lasciarci in un bagno di sangue? Poi dopo ci mandano i patroni per la ricostruzione, quelli che ci insegnano il restauro e ci scrivono le linee guida per la conservazione del patrimonio architettonico. Dopo aver lasciato che lo bombardassero”

Pensò al ponte che aveva rivisto solo nei servizi alla tv. Una copia tutta nuova. Una copia ipocrita. Gli venne improvvisamente voglia di baklava. Gli era tornato alla mente, quel sapore di miele fresco e nocciole, assieme all’odore della polvere e del metallo di quando erano scappati. Spezzò una ciambellina e ne mangiò un frammento.

“Le guerre seguono logiche loro. Se ne sbattono della buona architettura. Se ne sbattono della storia. E poi che avete fatto?”.

“Poi ho conosciuto Emilio, che stava con un gruppo di medici italiani. Quando i miei sono stati portati in ospedale l’ho visto al pronto soccorso che armeggiava con fili e guanti in mezzo a una pozza di sangue per salvare una bambina. La bambina è morta. Lui è sparito. Sono uscito per far prendere aria a mia sorella e l’ho visto in un angolo, nell’intercapedine tra due pareti alte, dove stavano le caldaie e le prese d’aria dell’ospedale. Stava appoggiato a un muro e piangeva. Piangeva come se fosse la figlia. Mi sa che non aveva ancora tanta esperienza come medico”.

Accese una sigaretta e fece un tiro, guardando la casa smezzata all’orizzonte. “E’ lui che ci ha portati qua. Non so ancora bene come c’è riuscito ma lo ha fatto. Io avevo diciassette anni e lei venti”.

“Anche sua sorella è venuta a vivere a Roma?” Scosse la testa. “Ana abitava a L’Aquila”

Giovanni si morse l’interno della guancia.

“Deve scusarmi. Questo modo di chiedere cose può dare fastidio. È un mio difetto. Mi viene voglia di scoprire, di sapere cose che sono difficili da scoprire e da raccontare. Penso che per quello ho scelto di fare l’archeologo quando ero giovane. Avevo la ricerca del detective ma non l’assillo del dover mettere in galera un colpevole. E adesso che sono in pensione mi manca la terra. Posso stare tante ore in archivio, e lo faccio. Ma l’odore della terra. Lo sporco della terra. Sentirsi sfiancati la sera, al tramonto, anche solo per il gusto di farsi una doccia. Veder venire fuori le cose. E imbastirci sopra un racconto, perchè, alla fine, molte sono congetture, prove o non prove”

“Viene con me a vedere?”.

Giovanni sorrise. Sladjo prese il portafogli ma Giovanni lo fermò con un cenno e lasciò cinque euro sul tavolo salutando da lontano i gestori.

“Quindi viene da Mostar…aspetti, le mostro una cosa buffa. Venga, tanto è qua dietro” Lo portò nella direzione opposta a quella della casa di Ana e si infilò in un vicolo. Si vedevano puntelli di legno. I puntelli salivano lungo la facciata e si piegavano a sostenere il balcone di un caseggiato degli anni venti del Novecento ingabbiandolo in un telaio di legno che ne trasformava la percezione. Da diverse angolazioni quella puntellatura trasformava una casa abruzzese in una casa ottomana.

Sladjo si mise a ridere. “Assurdo no? Uno fa una puntellatura contro il crollo e una casa abruzzese, un blocco parallelepipedo con un balconcino appena accennato, diventa una casa tradizionale balcanica”

Sladjo incrociò le braccia. “E’ stato all’est?”,

“Solo in Turchia. Quando viaggiavo ancora con mia moglie. Ma so che da voi la tradizione costruttiva è simile”.

Sladjo si fermò a guardare un’altro edificio, più grande, all’angolo della via principale, con un porticato a grandi arcate. Doveva avere una sua dignità, in origine. Si chiese se avesse abbastanza tempo per avvicinarsi e guardare meglio la pietra, un calcare marnoso con una sfumatura nocciola. Ora, a parte le lesioni a “x” portate dalle scosse forti, mostrava i segni di un riuso a ribasso, indifferente a qualunque forma di coerenza e di armonia: intonaco di cattiva qualità, rinzaffi di cemento tra le pietre, tirate fuori senza motivo nella parte bassa, le solette di cemento dei balconcini e infissi che il porticato non riusciva a nascondere – se fosse stato più profondo almeno li avrebbe accolti in un’ombra pietosa- messi forse negli anni Settanta, probabilmente al posto dei grandi portoni in legno da rimessa che proteggevano gli ambienti al piano terra. Si accarezzò la barba di un giorno.

“Secondo lei ha fatto più danni il terremoto o l’alluminio anodizzato?” “Touché” rispose Giovanni ridendo.

Ripresero a camminare lungo il marciapiede, diretti verso la casa di Ana. Passarono di nuovo davanti alla piazza provvisoria. Sladjo si mise a guardare la parete massiccia di un edificio in pietra di fattura nuova, rimasta in piedi assieme alla scala. Solo un pezzo di facciata con la scala. Il resto era raso a terra. Da lì, almeno, le macerie le avevano tolte.

“Non era una casa, era un hotel. Bello nuovo, sistemato da poco. Guardi là. Graniti” indicò una sala di cui restava intatto il pavimento. Un rivestimento diverso saliva lungo le pareti, mozzate a cinquanta centimetri dal piano di calpestio. “aspetti, ce ne ho un altro, di confronto interessante” Si mise a cercare sul telefono. “spero di non averla cancellata. Ecco”

Gli mostrò lo schermo. C’era un buco, in mezzo a palazzi nuovi, di cemento. Cinque o sei piani. E nel buco muri rasati, pile di mattoni. Un apparente disordine.

“Cos’è?”

“Aspetti” allargò la foto coi polpastrelli. “È Beirut, ma non un posto bombardato e neanche crollato per il terremoto. Sono le terme romane. Guardi questa parete…” indicò i resti di un muro alto meno di un metro da terra. Un rivestimento in marmo chiaro venato correva su pavimento e parete. “Non è il risultato di una guerra, è uno scavo archeologico. Ce ne sono tanti, così, dappertutto: il pavimento resta intatto, magari spaccato ma è tutto là, perchè il crollo lo ricopre e andarsi a prendere i materiali per riusarli e difficile e faticoso. Allora chi viene dopo che il posto è stato abbandonato stacca fino dove può staccare, se restano in piedi le pareti, oppure cerca in superficie.

Invece quando si fa uno scavo archeologico succede come qua: arriva qualcuno con un camion e la pala meccanica e tira su le macerie, e lo scavo rimane vuoto. Di crolli e di persone”.

Sladjo si mise a ridere “Non mi fraintenda: ovviamente la tecnica è diversa, nello scavo si va più lenti per ricostruire la storia del posto, strato per strato, senza le pale meccaniche. Qui il terremoto c’è stato appena adesso, sono due anni, e non c’è molta storia da ricostruire. E per fortuna in questo caso neanche gente da tirare fuori. Però stanno tardando a intervenire. I ragazzini si sono abituati a giocare in mezzo alle macerie. Per loro è normale come fare i castelli di sabbia in riva al mare”.

“Che strano. Anche il Libano è un posto dove convivevano diverse genti con diverse religioni. E anche là a loro è venuto facile innescare una guerra. Disse Sladjo, quasi a sè stesso. “C’è da ricostruire le case” aggiunse ad alta voce, come a dare a sè stesso una spinta verso l’ottimismo. Poi gli venne in mente che anche la ricostruzione era un business. “Beh, in qualche caso a dire la verità è successo che le bombe tirassero fuori i resti antichi. Come a Palestrina. C’è stato?”.

“No. Mi piacerebbe”.

“Le bombe hanno distrutto le case moderne e sotto sono venuti fuori i resti del santuario. Uno dei più importanti dell’antichità”.

“Si, il Santuario della Fortuna. Questo lo so”.

“A quel punto hanno deciso di non ricostruire”.

Guardarono da lontano la casa, alta sul suo mucchio di macerie, pareva un piccolo castello su una collina. Dietro la montagna, coperta di boschi e ombre.

“Qui però non sono venuti fuori santuari”.

Girarono a destra, dopo il bar. Scesero lungo una stradina fino alla via parallela. Da là in giù la via ricoperta da un asfalto svogliato che si sfaldava in buche diventava un viottolo di campagna coperto di ciottoli calcarei e bordato da campi incolti. In fondo alla stradina c’era il lago. La luce calda faceva i verdi più verdi e l’azzurro denso contro le montagne sovrapposte all’infinito nella prospettiva aerea perfetta di un quadro quattrocentesco senza protagonisti. Si fermarono di fronte al cancello. Era in piedi, tra due colonnette di tufelli. A fianco c’era una finestra col telaio reso sbilenco dal peso. Dietro al vetro crepato e spaccato nel mezzo c’erano pezzi di pareti e solai, le frattaglie, le budella dell’edificio, assieme alle membra scomposte del crollo.

“Mi sa tanto che la chiave non serve” disse Sladjo. Giovanni scosse la testa. “Non è facile avere attorno queste cose. Però alla fine uno rimane ipnotizzato”. Fissò il quadro elettrico, intatto, appoggiato su pietre e pezzi di pavimento. Su uno di quei pezzi si leggevano gli strati: l’allettamento di cemento, le vecchie piastrelle, poi uno strato di colla recente e un parquet di quelli economici fatti da tanti listelli incollati assieme. “Pensa di poterla rimettere su?”

Silenzio. “Tutto, si può rimettere su. Sono ancora vivo, no? L’unica cosa..”

“L’unica cosa?”.

“Non so se sarà già a posto per quando mia sorella uscirà dall’ospedale. Mi piacerebbe farle unasorpresa. Ma ci vuole tempo. E soldi”. Giovanni rise. “Se ha bisogno di un operaio per scavare via queste macerie non faccia complimenti:mi fa piacere darle una mano. Così faccio un po’ di movimento”

“Le hanno dovuto ingessare tutte e due le gambe dopo il terremoto a l’Aquila. Però poi qualcosa è andato storto e adesso l’hanno dovuta operare di nuovo per sistemare un pezzo che si era saldato male. Ana non era contenta, di rientrare in ospedale. E ancora meno di dover stare di nuovo immobile. Sono felice che non sia mai venuta a vedere questo posto nè dopo il 2009 nè dopo il 2017. L’Aquila era già abbastanza”.

Camminarono per qualche metro senza parlare. Sladjo prese il pacchetto e offrì una sigaretta a Giovanni che la rifiutò. Si fermò ad accenderla e rimise il pacchetto nella tasca della camicia. Giovanni pensò alle cronache sulla guerra in Bosnia Tanti anni fa. Una vita fa. Cecchini appostati sui tetti. Macerie.

I terremoti, il tempo. Non sono già abbastanza? Perchè pure la guerra?

“Perchè ci hanno progettati male” rispose Sladjo, guardando il cielo in mezzo a due pareti in rovina dove era rimasta sospesa una nuvola bianca come un pezzo di cotone idrofilo.

Guardò verso il mucchio di macerie della casa. I tondini stavano nudi, sospesi nell’aria come bastoncini di liquirizia. Qualcuno penzolava in basso, frammenti di forati attaccati a distanza, come perline di una gigantesca collana. Giovanni pensò a certe opere di Kounellis.

“Mi sa che qui non c’è rimasto più niente” disse Sladjo.

“A volte le cose non sono quelle che sembrano”rispose Giovanni, alzando le spalle. Si arrampicò sulle macerie, nella parte in cui il muro era più basso, si chinò a raccogliere. Gli tese una cornice col vetro spaccato e dentro una fotografia con due bambini davanti al ponte di Mostar.

Lo Stari Most, ponte che attraversa la Neretva e che da il nome alla città di Mostar nell’attuale Bosnia, era stato costruito a metà Cinquecento per volere di Solimano I. Simbolo della città e della convivenza pacifica di culture diverse fu fatto saltare nel 1993 durante il corso della guerra della Bosnia-Erzegovina. La ricostruzione, finanziata dall’UNESCO, ha restituito alla città un simbolo ma non il vero monumento. Campotosto (AQ) sorge presso il lago artificiale omonimo. L’area è attraversata dalla faglia di Gorzano. Ad oggi non sono stati avviati lavori di ricostruzione dopo il sisma del 2017 che ha raso al suolo gran parte del paese.

In evidenza

Cortazar, il racconto breve e la notte supina

C’eravamo lasciati in Agosto con Borges. La quinta puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi. ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4)

Adesso è tempo di riprendere con un altro gigante e teorizzatore del racconto breve, Julio Cortázar.

Nel 1962 Julio Cortázar tenne un ciclo di conferenze pubbliche a l’Avana. Ne uscì un saggio, intitolato Algunos Aspectos del cuento. C’è un passaggio che ben si sposta,credo, a quanto segue e che dice più sulle dinamiche del racconto di tanti corposi saggi. ‘e’ necessario arrivare ad avere un’idea viva di ciò che è il racconto, e questo è sempre difficile nella misura in cui le idee tendono all’astratto, a devitalizzare il loro contenuto, mentre a sua volta la vita rifiuta angosciata quel guinzaglio che vuole metterle la concettualizzzione per fissarla e categorizzarla. Ma se non abbiamo un’idea viva di ciò che è il racconto, avremo perso tempo, perchè un racconto, in ultima istanza, si muove su quel piano dell’uomo dove la vita e l’espressione scritta di quella vita ingaggiano una lotta fraterna, se mi si concede il termine; e il risultato di tale lotta è il racconto stesso, una sintesi vivente e insieme una vita sintetizzata, qualcosa come un’incresparsi d’acqua dentro un bicchiere, una fugacità in una permanenza. Solo con immagini si può trasmettere quell’alchimia che è all’origine della profonda risonanza che un grande racconto ha in noi, e che spiega anche perchè ci siano pochissimi racconti veramente grandi.’

Anatomia di un racconto – La notte supina di Mirko Tondi

L’ultima volta ci eravamo lasciati con il racconto Le rovine circolari, così oggi riprendo la rubrica con quella che penso sia la continuazione naturale dell’opera di Borges, ovvero quella del suo connazionale Julio Cortazar (anche se possiamo considerarlo un vero autore giramondo: nato a Bruxelles, vissuto a Buenos Aires, poi trasferitosi in Francia, a Parigi, dov’è morto nel 1984). Del resto i punti di contatto tra i due autori sono molteplici, e due temi tra i più ricorrenti sono quelli che riguardano il doppio e il sogno. In particolare, nel racconto di cui parliamo oggi, La notte supina (qualche volta tradotto La notte, supino), si ritrovano entrambi le tematiche, nelle quali echeggiano il mondo segreto dell’inconscio e certe pellicole dalle atmosfere alla David Lynch, facendoci camminare in bilico sul filo dell’ambiguità. La fusione tra sogno e realtà genera un territorio altro, una dimensione intermedia che è possibile esplorare solo grazie all’ingegno di poche e geniali menti.

“E in certe epoche andavano a cacciare nemici, la chiamavano la guerra dei fiori.” Questa è la frase di partenza del racconto, nelle cui prime righe incontriamo il protagonista, intento a prendere la sua moto dallo scantinato di un hotel. Lo vediamo salire a bordo e avviare il mezzo (“La moto ruggiva tra le sue gambe”), poi seguiamo il suo tragitto attraverso la città: i negozi con le loro vetrine, i viali alberati, le grandi ville. Ma subito – per distrazione o per eccessivo rilassamento – accade un incidente. Ogni volta che mi accingo a cominciare un racconto non posso che ripensare a uno dei preziosi consigli di Kurt Vonnegut sulla scrittura delle storie brevi, che recita così: “Inizia il più vicino possibile alla fine”. Ecco dunque che l’incidente (ciò che aziona la storia, che le permette subito di prendere una deviazione rispetto alla normalità) compare senza tanta suspense, ma con l’obiettivo di accorciare le distanze proprio rispetto alle narrazioni più lunghe. In questo trovo che l’approccio di Cortazar abbia una certa impostazione cinematografica: d’altra parte, in un film c’è un fatto più o meno importante che accade nei primi dieci minuti, e quel fatto sarà solo il primo anello di una catena che si svilupperà per la sua intera durata. Per scansare una donna che si è gettata in mezzo alla strada nonostante il semaforo non glielo consenta, sbanda e finisce a terra perdendo conoscenza. Quando ritorna in sé, quattro o cinque persone lo stanno estraendo da sotto la moto. Seppur stordito e con diverse ferite sul corpo, trova sollievo nell’idea che l’incidente non sia avvenuto a causa sua; la donna poi ha solo qualche graffio alle gambe, ma niente di più. L’uomo viene trasportato in una vicina farmacia, dopodiché arriva un’ambulanza; il braccio è sicuramente rotto ma non gli fa male, intanto il sangue gli scende da un taglio al sopracciglio e lui se lo lecca dalle labbra. In ospedale lo spogliano e gli mettono un camice. “Lo portarono alla sala di radiologia, e venti minuti dopo, con la lastra ancora umida appoggiata sul petto come una lapide nera, passò in sala operatoria. Qualcuno vestito di bianco, alto e magro, gli si avvicinò e si mise a guardare la radiografia”. In questo passaggio, compare quella “lapide nera” che – oltre a costituire una notevole similitudine – porta con sé anche un presagio di morte; inoltre, spicca il contrasto di colori tra la lastra scura e il camice bianco del medico.

Sopraggiunge ora un sogno pieno di odori, “e lui non sognava mai odori”. Si tratta di una sorta di indizio, un’anomalia che sottintende la realtà delle cose. “Dapprima un odore di pantano […] Ma l’odore cessò, e al suo posto venne una fragranza composta e scura come la notte in cui si muoveva fuggendo dagli aztechi.” Si nasconde nella selva, ma gli odori tornano a perseguitarlo: “odore di guerra”, pensa toccando un pugnale di pietra. Un’altra abilità dei grandi scrittori è quella di far confluire i sensi nella scrittura, riuscire a farli percepire al lettore, e qui Cortazar li usa tutti quanti o poco ci manca, in una combinazione tipica del suo stile: abbiamo il colore del fuoco (“Molto lontano, probabilmente dall’altro lato del grande lago, dovevano ardere fuochi di bivacchi; uno splendore rossiccio riempiva quella parte del cielo”), un suono improvviso (“Era stato come un ramo spezzato. Forse un animale che fuggiva come lui dall’odore della guerra”), un odore foriero di paura (“questo incenso dolciastro della guerra dei fiori”) e infine una sensazione tattile (“acquattandosi a ogni istante per toccare il suolo più duro del sentiero”). Siamo di nuovo nella stanza d’ospedale, il protagonista è febbricitante e assetato, col gesso al braccio. Il racconto adesso oscilla come un pendolo tra il sogno e il risveglio, tra la staticità del letto e la fuga disperata nella selva. Ma i guerrieri riescono a trovarlo e lo catturano. E quando torniamo per l’ennesima volta nell’ospedale, l’uomo ripensa al suo incidente e si accorge di avere un vuoto, che va dallo scontro al momento in cui lo hanno sollevano dal suolo.

Nell’ultima parte del racconto tutto comincia a girare più velocemente, ed è magistrale la gestione dei due universi, quello reale e quello onirico, come Cortazar avesse in mano uno specchio e ci mostrasse l’una o l’altra dimensione a seconda dell’inclinazione scelta. Fino alla rivelazione conclusiva, che stavolta non anticiperò, per non sciupare la sorpresa delle ultime righe. Oppure accorgersi che è stato tutto un sogno.

In evidenza

Punto Triplo a Firenze

Grazie alla benevolenza di Mirko Tondi, eccellente scrittore (“Era l’11 settembre” -Toutcourt Edizioni), docente e amico di questo blog per cui scrive la Rubrica ‘Anatomia di un racconto‘ (https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/04/24/anatomia-di-un-racconto-per-caffe-19-una-nuova-rubrica-a-difesa-del-panda-della-narrativa/) il prossimo 27 Ottobre a Firenze, con la ‘scusa’ di Punto Triplo parleremo di letteratura, parola e racconto breve. Purtroppo le misure di sicurezza anti COVID 19 non consentono di aprirci ad ospiti esterni che non siano già partecipanti al corso, e quindi questo non vuol essere un invito, ma certamente dal mio punto di vista è invece un’ottima occasione per ringraziarlo (come faccio, lo sapete, con tutti coloro che in questi tempi difficili portano avanti eventi, festival o nel suo caso, una ben collaudata ed efficace Scuola di scrittura).

Il suo corso di scrittura creativa a Firenze si pone l’obiettivo di creare un punto di approdo per aspiranti scrittori del territorio fiorentino e dei suoi dintorni, persone che vogliano cimentarsi con la scrittura in senso generale, anche per puro divertimento, non tanto chi voglia provare a intraprendere una professione legata a questo campo artistico particolare. Quello che interessa è fornire strumenti per cominciare a scrivere con metodo oppure per affinare le proprie capacità, ma anche offrire il pretesto per un esercizio di scrittura continuo e duraturo.

In evidenza

A volte ritorna…

Vie brevi e Barzhaz si fondono. Se mi devo basare su quello che abbiamo fatto a Luglio di questo anno credo proprio che sia una bella occasione per tutti. A luglio la soddisfazione dei partecipanti è stata massima e adesso torna il laboratorio “Le vie brevi” . Sarà un laboratorio gratuito con sfumature giallo e noir. Se avete seguito il blog, sapete che in questo perido non è facile organizzare iniziative originali e di qualità. Ebbene questa è una di quelle, viste le tracce che ha lasciato.

Scrivere breve non è affatto facile! Mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo.
Il laboratorio di scrittura breve “Barzhaz – racconti brevi giallo noir” è una realtà e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte a pieno titolo. Forniremo un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Giallo Festival. I racconti vanno inviati a barzhaz@loggione.it entro il 4 novembre 2020.
Animerò l’iniziativa fornendo come sempre un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti.
I migliori racconti saranno premiati durante la seconda edizione di Giallo Festival e pubblicati sul sito www.giallofestival.it

In evidenza

Cassino: bello dialogare con i ragazzi e con il pubblico

Ringrazio Max Arcangeli per la bella introduzione a ‘Punto triplo‘.

COMUNICATO STAMPA 09-10-2020 PRIMA GIORNATA

ANTICOntemporaneo la prima giornata di una Rassegna unica e speciale: il messaggio del Presidente del Consiglio Conte

«Voglio augurare a tutti voi di vivere nel migliore dei modi il momento di confronto, scambio e arricchimento culturale offerto dall’iniziativa del Festival AntiContemporaneo, “La cultura contro il Covid”. È significativo che tante idee, proposte e opinioni sulla battaglia che l’Italia sta combattendo contro il Covid trovino spazio in un contesto unico come l’Abbazia di Montecassino, tante volte distrutta e tante volte ricostruita. Occasioni come questa amplificano lo spirito di coesione della nostra comunità, indicano spunti e suggerimenti utili per riflettere, con linguaggi innovativi e da angolature diverse, sul momento che stiamo attraversando con senso di responsabilità, resilienza e fiducia».


È con queste parole che Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è rivolto agli organizzatori del Festival ANTICOntemporaneo: LA CU(LTU)RA CONTRO IL COVID’ che questa mattina è iniziato con alcuni significativi interventi.

La rassegna ha visto succedersi ospiti importanti quali Vincenzo Lipari che ha discusso il tema L’esercito in prima linea contro il COVID,  Giacomo Marramao, professore di Filosofia teoretica e Filosofia politica presso l’Università di Roma Tre che ha intrattenuto il pubblico sul tema della ‘sindrome populista’ e della delegittimazione nel contesto politico che caratterizza e il suo ultimo libro (‘Sulla sindrome populista’), Massimiliano Bellavista scrittore, docente all’Università di Siena che ha parlato del potere della parola come anticorpo allo smarrimento dei nostri tempi in una carrellata sui personaggi della sua raccolta ‘Punto Triplo’ Noemi Urso redattrice editoriale, social media manager ha parlato del tema delle fake news fornendo utili e inediti accorgimenti ‘antibufala’ utili ad accrescere l’indipensabile bagaglio digitale che ci permette di ‘sopravvivere’ alla Rete e di usarla nel modo migliore.

Nel pomeriggio a partire dalle 18 e domani 10 Ottobre a partire dalle 9.30 molti altri ospiti si avvicenderanno, da  Giovanni Rezza a David Riondino,  da Roberto Battiston  a Roberto Bellotti e molti altri. Il tutto in piena sicurezza e nel rispetto delle norme anti-COVID. L’ingresso ai panel è limitato per permettere il distanziamento sociale.

.

COMUNICATO INTEGRALE GIUSEPPE CONTE

Voglio augurare a tutti voi di vivere nel migliore dei modi il momento di confronto, scambio e arricchimento culturale offerto dall’iniziativa del Festival AntiContemporaneo, “La cultura contro il Covid”. Ringrazio per l’invito Sua Eccellenza Reverendissima Donato Ogliari e l’associazione “La parola che non muore”.

È significativo che tante idee, proposte e opinioni sulla battaglia che l’Italia sta combattendo contro il Covid trovino spazio in un contesto unico come l’Abbazia di Montecassino, tante volte distrutta e tante volte ricostruita. Occasioni come questa amplificano lo spirito di coesione della nostra comunità, indicano spunti e suggerimenti utili per riflettere, con linguaggi innovativi e da angolature diverse, sul momento che stiamo attraversando con senso di responsabilità, resilienza e fiducia. Sono proprio queste ultime le risorse che ci hanno permesso, attraverso i comportamenti dei cittadini, di affrontare l’emergenza sanitaria e di contenere il virus nel momento più duro della nostra storia recente. Questo stesso spirito, che antepone a ogni cosa la difesa della vita e la solidarietà verso i più fragili, ci impone oggi di non abbassare la guardia per non vanificare i grandi sforzi economici e sociali compiuti. La battaglia non è stata ancora vinta, il nostro nemico comune non è stato ancora sconfitto, il momento è delicato. Vi assicuro che il Governo sarà vicino ai territori, che continuerà a seguire il metodo della massima precauzione e a lavorare senza sosta per la ripartenza.

Ai giovani della Terra di San Benedetto, della provincia di Frosinone e di tutta Italia voglio dire che abbiamo bisogno di voi per ricostruire, dobbiamo pensare a voi per essere più ambiziosi. Possiamo uscire da questa pandemia rigenerando la nostra comunità, a partire dall’esempio dei piccoli e grandi gesti che ci hanno permesso e che si stanno permettendo di resistere. Nei sacrifici e negli atti di responsabilità compiuti in questo periodo c’è già una nuova e ritrovata coscienza sociale, che permette al singolo di tornare a sentirsi parte di un tutto. Da qui, dalla lezione che abbiamo appreso da questa pandemia, può nascere lo sforzo di ognuno per contribuire a una rinascita, che passi per un nuovo modello di sviluppo più giusto, sostenibile, all’altezza delle ambizioni delle nuove generazioni. Dopo questa esperienza l’Italia non può accontentarsi, non può rimettersi in piedi per tornare a camminare nella “normalità” delle strade già esplorate. Siamo un Paese capace di correre su nuovi sentieri, anche grazie alle ingenti risorse del Recovery Fund, ottenute in sede europea.

Con questa consapevolezza, l’Italia “rigenerata” deve puntare su scuole nuove e digitali; sul potenziamento del sistema sanitario nelle tante periferie del Paese; sulla transizione green delle imprese e delle abitudini, a difesa dell’ambiente; sulla velocità dei collegamenti; sulla spinta alle aree depresse ma ricche di potenzialità, che sono alla ricerca da troppo tempo di riscatto e valorizzazione. Questo Paese “nuovo” deve poter contare anche su un nuovo welfare, su un’inclusività che non lasci indietro nessuno, a partire dalle famiglie e dalle giovani coppie.

Con le idee, l’entusiasmo e la voglia di rinascere che testimoniate in questa due giorni si può cogliere il senso più profondo di quello che stiamo vivendo e della sfida che abbiamo davanti: bisogna proteggere le cose essenziali; bisogna ricostruire per rinascere più forti, migliori.

Il Presidente del Consiglio

Giuseppe Conte

In evidenza

ANTICOntemporaneo Festival a Cassino: contro il virus maschere, ma anche arte, cultura e …anticorpi letterari.

Un nutrito programma di eventi e ospiti del mondo dello spettacolo, della scienza, della letteratura e delle arti ci aspettano a Cassino. Perché la cultura e gli eventi dal vivo continuino ad avere lo spazio e la rilevanza che meritan e che il pubblico dimostra di apprezzare. Nel contesto del festival ‘ANTICOntemporaneo: LA CU(LTU)RA CONTRO IL COVID’, grande è stato lo sforzo di sponsor e organizzatori per portare avanti anche nel 2020 il progetto pluriennale che, a partire dall’abbazia di Montecassino, arriva ad abbracciare la vasta area che si riconosce attorno a due punti cardine della storia della nostra  penisola: la Regola di San Benedetto e la nascita del volgare.


 La cultura, intesa anche come lotta alla pseudoscienza e alla falsa conoscenza sarà protagonista con eventi nei giorni 9 e 10 Ottobre che vedranno come protagonisti ospiti come Marco Accordi Rickards.-Giornalista, critico e scrittore, fondatore e  Direttore di Fondazione VIGAMUS,  Gianluca di Fratta, studioso di cultura e storia del fumetto, il collettivo satirico Kotiomkin, Giacomo Marramao. professore di Filosofia teoretica e Filosofia politica presso l’Università di Roma Tre e membro del Collège International de Philosophie di Parigi, David Riondino, Vincenzo Lipari, Roberto Battiston, Alessandro Cola, Micaela Romanini, Massimiliano Bellavista, Gilberto Corbellini, Noemi Urso, Giovanni Rezza e molti altri.

Il tutto in piena sicurezza e nel rispetto delle norme anti-COVID. L’ingresso ai panel è limitato per permettere il distanziamento sociale.