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Partiti i lavori per la sesta edizione del Premio Asimov 2020-2021: intervista a Sandra Leone

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Ho scritto e ho detto più volte che la partecipazione in giuria e nelle scuole all’organizzazione del Premio Asimov è stata un onore e una piacevolissima esperienza. Idem come sopra per la bella cerimonia finale. Per chi crede nella importanza della recensione come mezzo per entrare creativamente e costruttivamemnte nel mondo della lettura (e da lì in quello della scrittura) non poteva essere diversamente.

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Dopo i successi dell’ultima edizione, conclusasi lo scorso Maggio superando brillantemente i notevolissimi problemi organizzativi imposti dall’emergenza COVID (https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/05/14/domani-maxi-evento-con-la-finale-in-diretta-nazionale-del-premio-asimov/) con ben 18 studenti Toscani premiati, il premio Asimov (https://www.premio-asimov.it/ ) pensa già alla sua sesta edizione. Ho intervistato al riguardo Sandra Leone, infaticabile referente e coordinatore della Commissione Scientifica Regionale Toscana, con cui abbiamo inviato una proficua collaborazione a partire dal 2019. Esortiamo altre scuole toscane ad unirsi per tempo a questo magnifico progetto, completamente gratuito, di certo uno dei più lungimiranti e interessanti in Italia!

D- Cosa è il premio Asimov, cosa si propone?

R. Il premio Asimov, nato in Abruzzo nel 2015, istituito originariamente presso il GSSI e giunto alla sesta edizione, è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica. Il Premio si avvale della collaborazione di studenti e studentesse del triennio della scuola superiore, che agiscono nel ruolo di giurati. I giurati hanno l’incarico di leggere, discutere, valutare e recensire le opere in lizza, al fine di individuare la migliore tra di esse.  Il Premio intende avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara.

D.Dopo i numeri di tutto rispetto della scorsa edizione, cosa si propone il Premio Asimov per il prossimo anno?

R-Il premio Asimov si propone l’allargamento della platea di regioni, scuole e quindi studenti coinvolti, al fine di confermare la propria rilevanza, a livello nazionale, come premio letterario nell’ambito della divulgazione scientifica. Infatti altre regioni stanno aderendo, che si aggiungeranno quest’anno alle 14 che hanno preso parte all’edizione  2019-2020.


D-Vogliamo ricordare  i numeri relativi alla Toscana? Come si fa a partecipare?

R-Alla quinta edizione del Premio Asimov hanno partecipato in Toscana 12 scuole in 9 città, situate in 7 diverse province. In tutto 416 studenti hanno sottomesso la loro recensione. La commissione scientifica regionale è formata da circa 50 docenti, ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto e da importanti realtà scientifiche e culturali nazionali tra cui INFN, CNR, Radio3Scienza, ALI e CICAP. Tutte le scuole secondarie di secondo grado interessate possono partecipare. Basta contattare i coordinatori regionali della commissione scientifica, cioè Valerio Biancalana oppure la sottoscritta.

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Il Domino letterario fa 13

 

Gastone Nencini

Nuovo appuntamento con il nostro Domino Letterario, che per ora resta in ambito sportivo. Giancarlo Brocci, chiamato in causa la scorsa volta da Riccardo Lorenzetti, passa la palla a Giovanni Nencini e presenta il suo libro “Sulla cresta dell’onda. Gastone Nencini e quel 1960” (Sarnus), in cui restituisce il ritratto commovente del padre, vincitore del Tour de France nel 1960. Clicca qui per il video

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Il libro – Il 1960 è un anno fondamentale per il grande ciclista Gastone Nencini, che vince il Tour de France dopo aver sfiorato il trionfo al Giro d’Italia che perse per solo 28 secondi dopo aver duellato a lungo con Jacques Anquetil che si aggiudicò quell’edizione.. In un dialogo immaginario col giornalista Armand, il campione racconta sforzi, passioni, imprese, fortune e sfortune di quel Tour. Parallelamente è ricostruita la storia d’amore ‘clandestina’ tra Nencini e Maria Pia, ragazza fiorentina che poi riuscirà a sposare e che diverrà madre di suo figlio. Il libro restituisce un ritratto commovente del ciclista e dell’uomo, raccontandoci allo stesso tempo un’epoca che, con l’avvento degli sponsor, segnò il passaggio dal ciclismo “eroico” a quello moderno.

 

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Tayla

 

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Tayla è lì. Si muove a scatti attorno alla bara con l’imprevedibile dinamica dei sogni, metà corpo e metà vento. E non mi perde di vista neanche un momento. Tuttavia io so che per lei non rappresento una preda, infatti non è così che mi guarda, piuttosto come una rivale che insidia il suo territorio. Tutto questo è inconcepibile ma succede, e non è lei a sentirsi a disagio in quella chiesa, ma io, e certo questo lei lo percepisce benissimo.

Nessuno oltre me la vede perché siamo sole, io e lei, due femmine in quel silenzio. Le sole ad aver messo radici proprio in questo sogno. Sole nella chiesa. Sole con la morte che per ora è silenziosa e confinata nella bara. La bara è chiusa e tuttavia a tratti riesco a vederci attraverso. Il volto di Malcom non sembra sofferente, ma neanche sereno. Inquieto direi. Mi domando se anche lei riesce a vederlo.

Siamo sole. Ma se anche vi fosse qualcun altro ho il sospetto che nessuno oltre me potrebbe mai vedere Tayla. E viceversa.

So bene che è lì perché nella semioscurità della chiesa vedo la luce dei ceri scintillarle negli occhi, biancheggiare a tratti sulle orecchie che scattano nervose e sui lunghi canini, cercare perfino di abbozzare un sommario profilo sgocciolando incerta dal muso al collo.

Tayla si muove quasi danzando tra la navata esterna e quella centrale, sfiorando gli ostacoli di uno spazio relativamente piccolo e pieno di panche, fiori e candelabri, sottotraccia al silenzio, senza urtare niente, nemmeno l’aria, come sotto la spinta di un ritmo musicale.

A tratti, come arriva in prossimità di uno di quei grandi ceri, si distingue bene tutto il suo corpo, l’arancio acceso sferzato di nero del mantello sotto cui guizzano rigonfiandosi indelebili i muscoli possenti. Poi a un tratto quel corpo statuario si sgonfia, i muscoli si distendono e si contraggono a casaccio distorcendone le fattezze, e Tayla diviene una sorta di bozzolo color ocra che si contorce a terra come un bruco di gomma dentro cui in rapida successione spariscono le zampe, la testa e la coda. Ma fino a quando anche la testa non sparisce del tutto nella morbidezza del bozzolo, i suoi occhi continuano a fissarmi, senza cambiare espressione.

Questa gonfia crisalide gommosa si contorce davanti a me senza che io possa muovere un passo. Poi completa l’ultima fase di quella repentina gestazione e si fa immobile come un cristallo. Il tetto della chiesa brucia in un attimo come carta velina e subito tutto attorno è un susseguirsi di stagioni in un cielo rigato dal veloce passaggio di mille soli e mille lune che si inseguono. I capitelli delle colonne diventano gangli nervosi da cui si espande una matassa di rami. Il travertino si trasforma tutto in una corteccia cerebrale, rugosa e irregolare.

Finché, con un tremito profondo, il bozzolo si schiude con il rumore di un uovo. Dal bozzolo esce una enorme farfalla le cui ali per un attimo si frappongono tra me e il sole, tende iridescenti, rendendo la mia vista un vertiginoso e abbacinato caleidoscopio. L’aria che spostano profuma in modo indefinibile e vola decisa verso la linea dell’orizzonte, dipingendovi miraggi spiraleggianti. La farfalla è già lontana diretta verso quell’ondivaga meta quando vinco i miei timori e tendo le mani per sfiorarla. Non so come pretenda di riuscirvi, ma sento che non è lontana.

Se mi guardo attorno, ora non c’è più niente intorno a me. Svanita la chiesa, svanita Tayla, con tutte le sue molteplici incarnazioni. I miei piedi camminano tra sabbia e cenere lasciandovi impresse impronte liquide, attorno c’è una magnifica desolazione, deserta a ogni forma o dimensione, tutta dipinta dei colori di un cielo autunnale. Può essere aria di mare quella che ogni tanto inumidisce nelle mie narici l’odore acre e secco di bruciato che vi predomina, ma il mare di cui ho sete resta una leggera promessa che non impegna a niente l’orizzonte.  Allora il mio cervello deluso ripone bruscamente il sogno dentro una brutta scatola di cartone, interrompe la corsa del sonno e mi sveglia ancora ansimante.

Piove sui vetri del taxi. Non è la prima volta che mi capita di dormire in auto. Chi svolge un lavoro dagli orari così irregolari impara a rubare la sua libbra di sonno in ogni circostanza. Il tassista che mi ha pazientemente accompagnato alla polizia e in obitorio guida in modo molto regolare, sembra essere in grado di anticipare ogni manovra delle auto che le precedono, per quanto brusca, e la stessa nostra vettura pare farsi piccola e serpeggiare via da un pertugio ogni volta che davanti a noi si forma una fila o si profila un ostacolo. Ogni tanto getta un occhio su di me dallo specchietto retrovisore, e ha quello sguardo tra il curioso e il preoccupato che aveva mio padre le rare volte che mi portava a scuola, di solito in corrispondenza degli esami o quando c’erano interrogazioni importanti. Con il tassista comunque non abbiamo scambiato che poche parole, ma ormai ci comportiamo come un’affiatata coppia di amici, quasi che nell’arco del giorno ci fossimo raccontati tutto l’uno dell’altra.

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Malcom dopo l’incidente non l’ho voluto vedere. Dopo una vita passata assieme preferisco ricordarmelo come è stato, nel fiore degli anni, o anche solo come appariva quella sera. Non ci saranno foto sulla sua tomba, nessun oggetto, solo ricordi visibili a chi gli voleva bene. Sapeva concentrare la vecchiaia in pochi punti del suo corpo, in poche rughe ben profonde dove la seppelliva senza che nessuno se ne accorgesse. I ragazzi dello staff giù al circo da quella brutta sera sembrano addirittura più vecchi di lui, quasi che il tempo si sia accorto di loro e gli stia grandinando addosso tutti gli anni che non è riuscito a scaricare su Malcom. Come me, anche loro hanno perso la sincronia con la vita. Malcom era il nostro meridiano, il nostro tempo standard in base al quale tutto si organizzava.

Sono certa che il passare tempo nella mia mente sarà in grado di suturare quella gola spaccata come una mela. Per il resto niente, mi sforzerò di ricordare il suo bel corpo, la pelle tirata del viso, quella leggermente ruvida ma abbronzata del collo e delle braccia. Il fisico asciutto, la dentatura perfetta e le spalle da nuotatore, insolite in uno che odiava profondamente il mare e le piscine. Gli anni si sono accaniti assai di meno su di lui che su di me, che lo guardavo ogni sera e ogni mattina, mentre lavorava nella grande gabbia. Ora quella gola recisa di netto, l’ha svuotato. Quella sera, avevo visto il suo sangue morire via, allontanarsi a fiotti impetuosi come fa l’acqua dalle sorgenti nei giorni di pioggia. Il resto del corpo non si muoveva nemmeno, solo le braccia, solo la testa, con piccoli scatti. Gli occhi erano chiusi, ma anche scavando con le dita oltre le palpebre, le pupille non c’erano più, erano dilatate e sfocate, come perle sepolte sotto la sabbia. La sua mano destra fissa e contratta sul mio avambraccio era pesante, conoscevo quella stretta, ma quella sinistra era rilasciata su un fianco, rossa di sangue, abbandonata da ogni forza. Domata dalla morte. Inconsistente. Il sangue è strano, su di me ha un potere ipnotico. Il primo sangue, poi, non è rosso ma nero, ha lo stesso colore della notte. Ne ero già coperta, quando sono arrivati gridando i ragazzi dello staff. Roberto, Kevin, Javicia. Forse pensavano che avessi usato le mie mani per tentare di tamponare la ferita, ma non l’avevo fatto. Mi ero lasciata semplicemente coprire dai fiotti di sangue tenendo Malcom in braccio. Lui non c’era già più in quel corpo. L’anima era già fuggita da tempo con un lungo brivido che aveva frustato il suo corpo attraverso le sbarre di quell’ arena. Per la prima volta ne avvertivo l’odore acuto e sulla lingua mi sembrava di sentire contemporaneamente il sale del suo sudore e la dolcezza del suo sangue. E sentivo anche l’odore di Tayla, un penetrante odore di muffa. Tayla lo aveva quasi decapitato con una sola zampata. La tigre è così, è come al centro di due invisibili sfere. Quella più esterna, è quella in cui può entrare l’uomo, sempre ammesso che sia abbastanza abile da riuscirci. E Malcom lo era. La tigre può darti la sua vita, il suo territorio, dentro quella sfera è pronta a rinunciare a tutto per un uomo, anche alla dignità: ma la sfera più interna rimane sua, è la sua foresta invisibile che non può tradire. Là Malcom, come tutti, in quella seconda sfera era nulla più che un ospite, e non sempre gradito. Non sapremo mai cosa ha fatto di sbagliato. Forse proprio nulla, forse ha solo subito gli effetti di una reazione opposta e contraria all’azione inconsapevole di qualcun altro, cui era invisibilmente legato. E Tayla ne è stata solo l’altrettanto incolpevole meccanismo attuatore, il tramite fisico, e quindi è responsabile della sua morte tanto quanto la lama di una ghigliottina o l’elettrodo di una sedia elettrica lo sono per quella di un condannato.

Tuttavia ho dovuto, abbiamo dovuto, dire il contrario, perché non uccidessero Tayla: ufficialmente Malcom ha fatto un movimento sbagliato, come è riportato nel file dell’inchiesta. Con mio profondo stupore, tutti hanno dato per buona questa versione e nessuno ha chiesto quale fosse mai stato questo movimento sbagliato che aveva innescato la reazione della bestia. A tutti è bastato guardare gli occhi di Tayla per crederci. Erano occhi inespressivi, chiusi, quasi grigi come l’asfalto. Occhi non da animale ma da fantasma. Ci vedevi dentro intricarsi la matassa del dolore, Ma io so che era tutta una finta e che Tayla stava solo recitando una parte.

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Del resto, fate le circostanze, è la miglior cosa che poteva succedere e che un domatore può lasciare in eredità, anzi in dono, al proprio mondo. Dopo aver domato tigri per decenni con apparente facilità ecco che di colpo il suo lavoro torna pericoloso, rischioso, imprevedibile. E Malcom con la sua morte restituisce tutto ciò che ha preso in vita: il mistero si rinsalda, il pericolo si riafferma, lasciando sulla scena un fatto che nessuno saprà spiegarsi e il mito di una bellissima tigre che nessuno vedrà più esibirsi.

Dopo molte notti ho raggiunto a fatica un sonno malfermo, non lungo ma continuo. Senza le intermittenze e i continui risvegli riesco anche a sognare. Ma non sogno Malcom, nè il profondo taglio ricurvo sulla sua gola. Me lo aspettavo, senza una ragione precisa. Sogno l’occhio di un ciclone. L’occhio del ciclone è l’arena. Intorno ci sono soltanto nuvole nere e cariche di pioggia. Ne sento l’odore avvicinarsi. Tayla è lì. Si muove a scatti attorno a me con movimenti circolari e continui, metà corpo e metà voluta di fumo. Poi si ferma di colpo. A un cenno dei suoi occhi sento il mio corpo prodursi in salti e contorsioni indipendenti dalla mia volontà. Poi a un certo punto la fisso e anche le sue pupille smettono di muoversi: le corro incontro e un istante dopo Tayla fa lo stesso con me. Copriamo in un respiro la breve distanza che ci separa. Al momento del contatto provo un dolore intenso che sbianca la mia mente seguito da un fremito che percorre come un lampo nero il mio cervello sconnesso dal corpo e abbacinato. Ma questa sensazione dura pochissimo. Subito un piacere inumano mi riempie inesauribile la bocca come la polpa succosa di un frutto dopo che i denti ne hanno intaccato la superficie ruvida e secca. Per un secondo perdo la vista.

Poi con un rumore a metà tra il fragore di un applauso e lo schiocco di una frusta l’alba spacca la notte svegliandomi in Tayla.

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Glitter Eyes

Si direbbe:  se Poe avesse incontrato una  youtuber…

Da Romeo Lucchi un racconto nero e allo stesso tempo …glossy glossy!!!

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Ami essere una youtuber. La giornata promette bene: c’è il sole, il clima è gradevole e ieri hai ricevuto la nuova glitter palette. Naturalmente l’hai provata subito – come potevi resistere? – ma oggi la testerai alla luce del sole: girerai il tutorial in giardino. Luce alla luce – cosa puoi desiderare di più dalla vita? – sei giovane e bella, anche se a te non importa perché ciò che davvero conta è “sentirsi bella”. Sei molto sicura di te, nonostante i tuoi diciott’anni. Vai pazza per il glitter. Adori portare il luccichio addosso. Perché tu sei una ragazza brillante.

Si va in scena.

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Porti tutto in giardino: iPad, glitter palette, gloss glitterato e il resto dei prodotti per un trucco glamour e un look scintillante. Lei ti adocchia. Tu non riconosci la sua voce.

La gazza segue tutti i tuoi movimenti: la tua entrata in scena, la sistemazione sul tavolo del giardino di tutto il necessaire per il tutorial. Tu non lo sai, ma non sei la sola ad andare pazza per il glitter.

No, questo lo sapevi già. Chi è la pazza che non va pazza per il glitter? Sei pronta. No, cerchi lo specchio. Trovato? Sei bellissima anche senza trucco. Ti faresti subito un selfie, ma non ora, devi dare priorità alle priorità. Questa cosa l’hai imparata da tempo, sei una professionista. Il tuo è il mestiere più bello del mondo. Ami la tua vita. Un raggio di sole si riflette sullo specchietto e la gazza ha un sussulto. Combatte con l’istinto di agire. È una ladra. Anche lei è una professionista e sa sempre cosa deve fare, col tempo ha imparato ad aspettare e a controllare i suoi impulsi. È diventata brava, come te. Avete molte cose in comune. Anche lei odia fallire. Ma tutto questo tu non lo sai e in tutta franchezza non t’importerebbe neanche saperlo. Priorità alle priorità. Posizioni la webcam dell’iPad, apri la nuova glitter palette…  c’è un’esplosione di luce. La gazza ha più di un semplice sussulto. Difficile resistere alla tentazione, ma lei è brava. È una ladra professionista.

Dai, si gira! Un bel respiro e… azione.

Parti con i saluti, ma senza troppi convenevoli, sennò ci si annoia. Mostri la nuova palette e fai vedere bene gli swatches sul braccio: sono brillantissimi. La lingua sciolta, i gesti da esperta make-up artist e non perdi mai il sorriso. Un tocco di gloss glitterato e hai finito, dopo ti occuperai dell’editing. Sei soddisfatta. Ottima recensione, tutorial perfetto. Sei una dea. Ti alzi, cerchi la luce e guardi l’effetto del make-up allo specchio. Sei fantastica. Anche la gazza lo sa.

Gazza

Non ti resta che riporre tutto, magari dopo torni in giardino a prendere il sole. Chissà? Hai fatto un ottimo lavoro e ti meriti un po’ di riposo. Al momento non hai ancora deciso cosa fare? Ci penserai dopo. Torni al tavolo, senti il battere d’ali alle tue spalle e istintivamente ti giri. Lei è velocissima, molto più veloce di te, non riesci a proteggerti il viso e gridi in modo disumano. Lei soddisfatta si allontana con il suo tesoro, lo tiene ben saldo nel becco. Tu continui a gridare e a disperarti, lei ha finalmente preso ciò che voleva. Il tuo occhio è glitter and very glamour e di sicuro abbellirà il suo nido. Ha vinto e le tue grida non sono che dolce musica per le sue orecchie.

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Domino letterario nr 12

L’Italia è davvero il paese più sportivo del mondo, come racconta Riccardo Lorenzetti nel libro presentato la scorsa settimana da Mattia Nocchi. E, dunque, il nostro Domino Letterario non può che proseguire nel nome dello sport. Stavolta si parla di ciclismo e ad essere suggerito è il libro di Giancarlo Brocci “L’Eroica” (Giunti), in cui sono narrate storie, imprese e sogni sulle strade bianche. Clicca qui per il video sul canale YouTube

L'eroica

Il libro – L’Eroica, cicloturistica d’epoca che si svolge la prima domenica di ottobre con partenza da Gaiole in Chianti, è nata dall’amore di Giancarlo Brocci per gli impareggiabili scenari delle colline toscane e per il ciclismo dei pionieri, austero e genuino. Questo libro ne ripercorre la storia, che per un intero popolo di cultori della poesia della fatica è già leggenda. Nei bar e nei circoli del Chianti di mezzo secolo fa, dove ancora risuonava l’eco delle imprese di Bartali e Coppi, ha inizio il racconto. Che poi continua, nella parabola di Brocci, come consapevole ricerca e insieme coraggiosa riproposizione dei valori alle radici di uno sport tanto duro quanto popolare. Animati da questa solida passione, Giancarlo Brocci e i suoi compagni d’avventura hanno scritto negli ultimi vent’anni nuove pagine dell’epica del ciclismo: dalla Gran Fondo “Gino Bartali”, pensata per lanciare il Parco Ciclistico del Chianti, a L’Eroica, che ha dato il via in Italia e nel mondo a un movimento sempre più vasto e a un’autentica moda, passando per i recenti fasti de L’Eroica professionisti e l’esperienza utopica del Giro Bio (Giro d’Italia dilettanti).

Le puntate precedenti

domino 12

 

 

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La poesia è morta e altri versi

copertina la poesia è morta

Il tuo volto è un uovo che si schiude ogni giorno
brucia come un fuoco striato d’ombre sull’altopiano
dentro a un cerchio di sassi.
Troppo dolore troppa poca pace
sulla tua fronte in sonno dadi d’ebano
che rotolano tra polvere e gocce di rugiada.
Che sia un segno, un monumento oppure un fossile
certo nel tuo volto c’è una bellezza troppo breve e netta
nitida di vita
qualcosa
che intimorisce e allontana
e poi richiama tutto a sé
come l’arco che si tende attrae la freccia.
Sperando che per me non sia troppo tardi
per ricordarlo.
La mia memoria invecchia precocemente
come un’eco che si frantuma tra i calanchi
oltre il disabitato terreno del sogno.

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Il colibrì secondo…Kevin

Ecco uno degli ottimi frutti del progetto Recensio, ovvero una recensione chiara e ben fatta del libro di Veronesi fatta da Kevin Tushe, 16 anni, allievo del progetto Recensio.Alla faccia di chi dice che in Italia non si legge e non si legge bene. Come dimostrano tutte i migliori studi ed esperienze recenti, coltivare la lettura critica e quella collettiva è la strada maestra per acquisire ottime capacità critiche, di analisi del testo e anche di lettura.

Altre recensioni seguiranno, scritte da alcuni dei partecipanti di questo anno. Quello che personalmente mi ha fatto più piacere è forse proprio questo: l’abitudine alla lettura è rimasta, forte, indipendentemente dallo sviluppo annuale di Recensio.

colibri

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Secondo la teoria dell’“effetto farfalla”, da un evento di portata apparentemente irrilevante possono originarsi fenomeni su vasta scala, dal potenziale, talvolta, catastrofico: così un uragano può essere causato dallo stesso battito d’ali di una farfalla o perfino di un colibrì. Marco Carrera, protagonista dell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, che quest’anno ha bissato il successo ottenuto già nel 2006 guadagnandosi nuovamente il Premio Strega, si reincarna nello stesso colibrì, non tanto per la sua stazza esile, quanto per la sua leggiadria e al contempo pervicacia, che gli permettono di muovere con tanta abilità le proprie ali minute, garantendogli uno stato di immobilità che diviene resilienza, un accorato appello alla ricerca di un motivo per non darsi per vinto seppur tutto pare avverso. Carrera, infatti, è un uomo che ha incontrato nella propria vita innumerevoli ostacoli, a partire da un matrimonio che sta inesorabilmente volgendo al termine, a cui si aggiungono rimpianti dal passato e demoni dal futuro; nonostante ciò, la sua fiducia nell’umanità non accenna ad affievolirsi, in quell’uragano di sciagura che tenta in ogni modo di spegnere la sua fiamma Carrera ne esce redivivo, una fenice che risorge dalle ceneri del proprio fallimento in un homo novus. Il testo si presenta come un’alternanza di lettere, e-mail e narrazioni in terza persona, rendendo la vicenda più immersiva, permettendo di alternare il punto di vista dei singoli personaggi a quello di un narratore esterno, espediente che, seppur non del tutto originale ed a tratti quasi forzato, conferisce al libro un ritmo dapprima incalzante, per poi assumere progressivamente toni elegiaci, fino a giungere al momento della “rinascita”. Lo stile di Veronesi è ricco di descrizioni e digressioni che permetteranno al lettore di inserirsi nella vita dei personaggi come se li si conoscesse da una vita intera, finendo talvolta per perdersi nell’intreccio e in indagini retrospettive che, tuttavia, risultano spesso ridondanti. Nel complesso, un volume che esordisce in sordina, proprio come il battito d’ali di un colibrì, per poi divenire tempesta ed infine acquietarsi, lasciando spazio ad un cielo limpido ed intriso della tanto agognata felicità, a lungo perseguita dal colibrì-Carrera.

 

 

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Esce il 14 Luglio: ‘La poesia è morta e altri versi

Il 14 Luglio (..che data!!!) in uscita per ControlunaGruppo Lit la mia nuova raccolta. Gli ultimi ritocchi sono finiti proprio ora. Uscirà online e in anteprima a Luglio in contemporanea con alcuni eventi e poi sarà in distribuzione fisica in libreria da Settembre.

penna sul tavolo

Comincio da molti doverosi ringraziamenti….

Ringrazio Michele Caccamo per aver creduto nel progetto già nel 2019 e anche in piena emergenza, Gloria Di Rosa, cortese e attentissima Caporedattore e quanti hanno lavorato a rendere possibile la nascita di questo libro strano, diverso, insolito. In tempi così difficili e distopici è bello credere in una sorta di utopia letteraria. Forse sono proprio le utopie che ci salveranno. Del resto sono comi i fiori, crescono anche se nessuno li annaffia. Basta che ogni tanto qualcuno li degni di attenzione.

Nulla nel libro è quel che sembra..a cominciare dal titolo.

nulla è quel che sembra

A Francesco Ricci, che ha curato in tempi record la bellissima prefazione, come suo stile acuta, oggettiva e niente affatto celebrativa, un sincero abbraccio.

 

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#ioraccontolungo nr 1: il romanzo aperto e partecipato. I primi contributi

 

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Ci siete? Ecco il primo contributo che porta avanti, in maniera originale , la storia tra LOGAN, SPYGIRL e BOMBSHELL. Con Laura Del Veneziano, aspettiamo altri contributi come questo!!! (se vi ricordate già la storia, basta che andiate all’ultimo paragrafo e troverete anche il nome dell’autore).

Giorno uno
Sono Logan, ed ero un uomo. Ora mi sento più un bozzolo in evoluzione verso non so che cosa, vivo come dentro ad un proiettile sparato dalla canna di un fucile e ho paura del mondo. La mia unica amica è Spygirl ma amo Bombshell. Pago Spygirl per essermi amica, pagavo Bombhell per dormire con me ma ora non più. Bombshell ora è lontana, bloccata in un’altra città che una volta era anche la mia. Anche Spygirl è lontana, ma meno. Questa sarà la prima pagina del mio diario. Il mio diario lo scriverò su un rotolo di carta, di quelli da disegno, per due buone ragioni. Primo perché me il mio diario me lo sono sempre immaginato così, secondo perché avere paura del mondo significa grossomodo soffrire di tutte le fobie esistenti messe insieme oppure di nessuna e così mi illudo che questo grosso e rassicurante rotolo sia infinito tanto quanto il tempo che mi ci vorrà a capire. La terza delle due buone ragioni è che me lo ha chiesto proprio Spygirl nella nostra ultima seduta. E a lei non so dire di no come invece dico spesso a Bombshell. Quando Spygirl mi chiede qualcosa avverto uno spasmo freddo qui, alla bocca dello stomaco. Ora Spygirl dice che questo rotolo può servire a specchiarmi di nuovo la mattina, ma riconoscendo l’immagine. In questi mesi di arresti domiciliari forzati ho solo nutrito lo stomaco, chiuso la mente e coltivato paure. Qualcuno ha lavorato per me, qualcuno ha pulito per me le strade di questa città che non conosco, lucidato la scrivania del mio ufficio, pagato le bollette, fatto la spesa. Non io. Ricordo una frazione insignificante del tempo trascorso a casa in questi mesi. Se monto le immagini mentalmente mi trovo davanti quasi solo una serie stroboscopica di albe e tramonti intervallate dal cigolio della porta del frigo che si apre e dal coperchio tazza del cesso che si chiude. Il resto si è perso, e non c’è più niente di continuo nella mia vita, ma un orizzonte latteo e poroso, e solo intermittenze e curve cieche sul mio cammino. Un uomo sceglie una casa come ogni nave prima o poi sceglie un porto. C’è un’anima da mettere all’ancora, un corpo da mettere al riparo. Io non mi ricordo nemmeno più esattamente perchè un anno fa ho scelto questa casa, e comunque ora non vi trovo pace. È come avere un vestito di due taglie più stretto. Non vale la pena neanche di farlo allargare. E Spygirl complice il lockdown nel frattempo mi ha anche cacciato dal nostro rifugio. Il suo bello studio accogliente che profumava di pelle. Un po’ quella delle sedie e del lettino, un po’ la sua.  Così oggi ho protestato.
Spygirl a Logan: Vede, lei non mi ha detto niente di strano. Una delle cose che più spesso mi è capitato di sentirmi dire in anni di professione è stato che entrare-  fisicamente nella stanza dell’analisi al mio studio è come entrare in un mondo parallelo, diverso. Le confesso volentieri un piccolo tratto personale: In effetti io conservo lo stesso ricordo della stanza della mia analisi. Così quando dopo qualche tempo dalla fine del mio percorso sono tornata a trovare il mio analista, che nel frattempo aveva trasferito lo studio, mi sono sentita strana, fuori posto ed ho sentito che la mia analisi personale, ormai conclusa, era in effetti al tempo stesso custodita nello studio precedente e gelosamente conservata dentro di me. Oggi dobbiamo accontentarci, capisce?  Ci aspetta un compito in più in questa assurda situazione di chiusura, un altro compito: dobbiamo trovare, pensare un secondo spazio che le permetta di continuare a lavorare con sè stesso, uno spazio diverso, non fisico, che in fin de conti, forse non può nemmeno preoccuparci troppo perché si tratta solo di uno spazio parallelo, temporaneo, il suo spazio interno. Spygirl mi dà del Lei, si irrigidisce che provo a darle del tu. Dice che io posso scegliere come rivolgermi a lei ma che continuerà a darmi del “lei” fintanto che non sentirà una necessità diversa. Sembra quasi me ne faccia una colpa ed ho impressione che voglia dirmi tra le righe che dare del “tu” attenua le sue capacità è come mettere la sordina a una tromba. Beh, e che c’è di male, a me piace Miles Davis.

Giorno due
Logan a Bombshell: Ti ho odiato perché hai riso dei miei peccati, ti ho amato perché mi hai aiutato a commetterne infiniti altri.  Poi, un giorno la corrente si è invertita, ed è diventato precisamente l’opposto. Sorprendentemente, ci andava bene a tutti e due così. Tutto è possibile in fondo, stasera al tramonto la luna piena si è ingoiata una striminzita falce di sole. Subito dopo, qualche mese fa, ci hanno tolto lo spazio come si tira via l’aria da un sacchetto. E in quel sacchetto non c’è più tempo, non c’è più aria né gravità.  E sono triste, impaurito, disperato perché io sono il messaggio e tu la bottiglia. O forse il contrario, in fondo non cambia. Non possiamo chiedere aiuto che insieme, ma non possiamo farlo insieme perché siamo dispersi su due isole diverse. Ho pensato spesso che la tua faccia fosse uno specchio. Ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce. Ho pensato che le tue braccia fossero una giostra per il mio corpo. Sono preda delle mie paure adesso. Posso sentirti, qualunque cosa ciò voglia davvero dire.
Penso che la solitudine sia una specie perversa di cecità. Non vedi che parti di te stesso, ma non vedi te stesso. E i sensi si amplificano tanto da far male. L’udito soprattutto. Un po’ l’olfatto. Tutto quello che hai lasciato in questo appartamento non profuma più, marcisce. Fiori, maglioni, frutta. Solo il gusto è diminuito. Non mangio più, prevalentemente bevo. Non dormo più, prevalentemente bevo. Provo ad alzarmi, mi affaccio alla finestra. C’è una fila ordinata di persone che cammina sul bordo del fiume e file più piccole fuori ai negozi. Il mondo è diventato un terrario. La mia vicina di pianerottolo è una formica rossa e grassa, è vorace. Compra, stipa la casa, produce spazzatura che pressa e getta con passo lento. Ho pensato che la tua pelle fosse una vela. Se la carezzavi, si tendeva. La carezza è un pettine per l’anima. Dopo è bella liscia e lucente.  Belli anche i tuoi massaggi, ora li vorrei, ma mi mancano più le carezze. La carezza sta al massaggio come un vino bianco fermo sta a un rosso corposo. Non si può iniziare con un rosso.  Se apro il pc, va tutto male. Il mondo dentro il pc è un acquario. Ieri ha chiamato il mio capo. Il mio capo è un grosso pesce rosso.  Non intelligente, ma in compenso con la bocca sempre aperta. Mi ha detto che il lavoro che avevo mandato era soddisfacente. Mi manchi. Forse ti amo. L.
Bombshell a Logan: Io non ho mai riso dei tuoi peccati e nemmeno ne ho commessi altri con te. Ogni uomo è un po’ acqua e un po’ sale: oltre un certo limite non si può aggiungere altro sale, perché l’acqua non lo riceverebbe e il sale non si scioglierebbe più. E così io non ho aggiunto nessun peccato alle tue maledizioni.  Anche io ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce, poi che fosse un aereo con un grande amo attaccato capace di pescarmi via da questo brutto orizzonte. Io non mi sento dentro ad un acquario o ad un terrario. Almeno là dentro ci sarebbe vita. Io mi sento dentro ad una di quelle palle di vetro con la neve di plastica.  Ti amo pressappoco lo stesso. B.

Giorno tre
Oggi ho chiamato Spygirl. Spygirl è un pesce particolare, una carpa koi. Non mi so spiegare perché la immagino così, non lo saprei proprio dire. La immagino nuotare placida nel suo studio, ora che non ci viene nessuno. Odio quando cambia quello sfondo del pc e lo fa ogni volta. E poi quando muove il braccio destro, il suo corpo si deforma. Se invece muove il sinistro, quello addirittura sparisce. Questa volta il suo braccio sinistro pavesato a festa e carico di vistosi bracciali spariva inspiegabilmente inabissandosi dritto dritto come un galeone spagnolo nell’acqua cristallina davanti ai Faraglioni di Capri. Doveminchiaèlamiastanza doveèlamiastanza doveèlamiastanza ilmiolettinolihaivendutimessiinsoffitta cazzodimmiqualcosaperfavore. Vorrei dirle. E invece dico buongiorno. Poi le ho raccontato un sogno, senza fermarmi. Una storia in un singolo lungo sorso.
Logan a Spygirl. Il sogno è questo. Potremmo dire che all’inizio il sogno sono quasi solo io. Io nel sogno sono vecchio e le tre canne di bambù sono ancora al loro posto. Appoggiate alla porta della rimessa. Anni fa erano la spina dorsale di magnifiche orchidee. Adesso sono solo canne coperte di muffa. In giardino c’è come odore di rinchiuso; c’è un’erba alta e vuota, gialla, ispida e secca come i miei tappeti: ha messo in ombra e soffocato il prato. Quell’erba è dello stesso colore del sole, che martella sulle tempie come un vino di poco prezzo, e soffrigge nelle orecchie assieme al sangue che, nonostante tutto, tenta di scorrere. Inchiodato Ad una sedia vedo le ombre infrangersi come onde sulla battigia di pietra serena della soglia. Quelle del giardino sono sempre più grandi ed invadenti, segno evidente delle molte piante che ho lasciato incolte. Quelle della casa non le conto più, tanto sono onnipresenti, rabbiose, invadenti. Quando si è vecchi si accendono sempre meno luci in casa. Così, con le tende tirate, nei giorni peggiori l’alba si confonde con il tramonto. Leggo, ascolto musica, parlo di me con me stesso. Nel parco ci sono molti alberi secchi, malati. E poi ci sono tre alberi danzanti, all’apparenza perfettamente sani uno accanto all’altro, che la malattia nella sua conta ha saltato. Adesso ondeggiano pericolosamente, perché sotto l’azione del vento non possono più appoggiarsi alle fronde dei loro vicini. Le tre canne di bambù non sono più al loro posto.  Vi è un giovane che le taglia con una lama affilata, di quelle così acuminate che scintillano. Le netta con uno straccio, le taglia in pezzi più piccoli con la massima cura. Poi le pulisce dal di dentro e vi pratica dei fori. Soppesa il lavoro fatto, sembra scegliere il pezzo migliore. Vi pratica un invito per le labbra e si mette a suonare. Mi guarda un po’ sorpreso come se dovessi conoscere tanto quel viso che quella nenia. Poi mi sorride senza pretese come se osservasse un bambino e mi accarezza il volto con una mano profumata. Gli chiedo di tagliarmi la gola di netto proprio mentre tramonta il sole e sale l’aria fresca della notte. Lo fa in silenzio, sento la sua mano sinistra sui miei occhi le sue labbra sulla mia fronte, il freddo pizzico della lama che mi sbarra il respiro.
Spygirl a Logan: Quando ha detto di aver fatto questo sogno? Che ne penserebbe se le dicessi che ho impressione che sia piuttosto un pensiero a metà tra sogno e veglia?
Logan a Spygirl: Si, è vero non l’ho sognato, non è un sogno. Ma vorrei che lo fosse
Spygirl a Logan: È comprensibile, saprebbe dirmi perché?
Logan a Spygirl: No, Non posso dirglielo. Perché in realtà c’è un altro sogno. Riguarda Bombshell
Spygirl a Logan: Il sogno che non vuole dirmi riguarda Bombshell?
Logan a Spygirl: Si. Quello che non voglio raccontarle, quello vero.
Spygirl a Logan: Ogni racconto che lei mi porta è comunque parte di lei e quindi è importante lavorarci, ecco perché non importa se non vuole raccontarmi il sogno su Bombshell. Le farò comunque una domanda sul suo racconto.
Logan a Spygirl: Cosa…
Spygirl a Logan: Chi è quel giovane che le taglia la gola?

*****

Giorno tre, notte (di Romeo Lucchi)
Non sono una star. Non sono al Roxy bar e non sto bevendo whisky, ma il fondo di una bottiglia di sambuca in un bicchiere di plastica, stropicciato e per giunta sporco di vino. Quando ero giovane c’ero stato al Roxy bar e non era come mi aspettavo. Il locale era piccolo. Entravi e c’era il bancone che prendeva tutto il lato sinistro. Niente tavolini. Questo è quanto ricordo, ma si sa i ricordi ingannano. Come la vita. All’inizio è piena di aspettative e a mano a mano che passa il tempo ti accorgi che riesci a collezionare solo fallimenti e di delusione in delusione ti convinci che nulla ha un senso. Ho cominciato a stilare un elenco delle fobie che ho coltivato in questi mesi. Forse lo farò avere alla carpa. Ci devo ancora riflettere. Per il momento mi piace riportare gli ultimi acquisti fatti su questa pagina. Paura di essere sporco. Non solo in senso fisico. Paura degli specchi, paura dei missili e delle pallottole. Di questo ne parlerò sicuramente a Spygirl perché temo che la forma fallica degli oggetti in questione potrebbe suggerire un disturbo più profondo di carattere sessuale. Paura della gravità. Non solo terrestre. Paura del silenzio, paura del rumore, paura di guardare in alto, paura dei numeri, paura dei polli, dell’aglio e delle amnesie… paura di perdere Bombshell. Ho sete. Voglio versare altra sambuca, ma è finita. Anche la canzone alla radio è finita. Il vuoto è enorme, voglio reagire, ma non ne ho voglia. Anche di questo voglio parlarne con la carpa.

Continua… scegli tu come, scrivi a redazione@toscanalibri.it e/o bellmaxi@tin.it

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Sex Tree

Romeo Lucchi al suo meglio in questo curioso racconto inedito!

sex tree

Torno indietro di qualche pagina e do un’altra sbirciatina ai Sex Trees.  Il catalogo ha un vasto assortimento di articoli, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. La pubblicità a inizio pagina dice: TU CHE AMI LA NATURA PER SENTIRTI DENTRO LA NATURA. I prezzi degli alberi gonfiabili di ultima generazione sono inavvicinabili. Leggo le caratteristiche del Tandem. Per lui e per lei.

Si può scegliere tra ciliegio, tiglio, pesco oppure su richiesta – leggo testualmente – soddisfiamo ogni tuo desiderio. Tre versioni: mini, medium e maxi.

Tronco anatomico, corteccia vellutata, rami variabili in altezza e lunghezza. Funzione scossa tellurica a tre velocità con durata programmabile. La tana dello scoiattolo in morbido lattice envelopingSkin® che per dieci anni garantisce al suo interno la temperatura costante di 37 gradi centigradi e mezzo. Guardo il costo e rimango di ghiaccio. Sfoglio velocemente le pagine che seguono e salto alla sezione Arredo terrazzo. Mi devo concentrare su ciò che mi serve: un prato sintetico srotolabile. Il più economico costa 10 euro al metro quadro. Faccio il conto: due metri per un metro e cinquanta sono tre metri quadri e quindi 30 euro. Opto poi per una pianta di limone – da lontano sembra quasi vera – costa solo 29 euro e novanta. In tutto con le spese di spedizione fanno 62 euro e sessanta. Controllo se ho un buono. Niente, peccato. Ripenso a La tana dello scoiattoloFaccio l’ordine e aspetto il drone per la consegna.

 

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Il compianto

Prosegue una di quelle tante sperimentazioni cui teniamo particolarmente, legate alla narrazione e alle sue forme e ai suoi spazi, alla scrittura calata in spazi e contesti particolari. Con Francesca Condò continuiamo quella esperienza, iniziata qualche tempo fa  di approccio all’insolito e al meno noto nel mondo dell’arte sul limite sottile tra finzione e realtà. Potrebbe trattarsi di un diario di viaggio di pari passo nel reale e nell’immaginario o di altro… il tempo lo dirà. Il fatto che sia speciale ce lo confermano un fatto molto semplice: i diversi piani di lettura che si propongono e, al contempo, …quelli di osservazione . Sta di fatto che si tratta di una lettura davvero piacevole e per questo (e per tutto ciò che verrà) la ringraziamo.

compianto

Lo farete per me? Un cartone. Uno solo. Vi prego” accostò il volto per parlargli all’orecchio.
“Togliti. Sei un idiota, mi chiedi una cosa assurda. Davvero credi che non se ne accorgeranno?”
“Da queste parti non hanno mai visto Zorzi. Mai. E lui poi non voleva essere ritratto e anche di autoritratti mica ne ha fatti tanti”. Sebastiano si immalinconì.
“Avrei voluto averne un ritratto. Lo avrei tenuto per me. E ora invece niente. Se n’è andato. Possiamo essere così? Vento. Polvere. Qualche polvere colorata, se va bene”
“Hm. Non è lui il problema”, lo accarezzò sulla testa; accostò la mano alla gota e lo baciò con dolcezza. “Va bene. Avrai il tuo disegno. Almeno dopo fatti crescere la barba. Dannazione della mia vita. Non siete altro che sanguisughe. Tutti”.

compianto 4

Il ragazzo gridò la gioia della vittoria. Gli chiese se aveva già qualcosa in mente, se desiderasse qualcosa in particolare. Rispose di avere in sé solo immagini confuse. Tranne il suo volto, che stava inciso nella sua testa come se lo avesse di fronte, però prima che il male colpisse. Certamente il corpo perfetto, bello, amato, ai piedi della Madonna. Era morto proprio cogli stessi pochi anni di Cristo. Lo avrebbe poi fatto lui bianco, pallido, alla luce impietosa della luna, illuminato da un sudario ancora più bianco, bianco come il lenzuolo di Venere, in una notte cupa, buia e senza speranza. E così, fissato nella pala, non avrebbe mai smesso di piangerlo. Il maestro aveva scosso la testa, chiedendosi ancora come sperasse di non farsi riconoscere solo perchè portava un velo che neanche copriva il volto e una tunica azzurra, con quella sua mascella diritta, con quel collo taurino; quale idiota avrebbe potuto credere che quelle mani ossute e squadrate appartenessero a una donna? La vergine Maria, per giunta. Una sibilla, un angelo, va bene. Ma la Madonna?

Sebastiano non aveva sentito ragioni e quando il disegno fu completo si mise a guardarlo completamente assorbito, senza riuscire a spostare la testa da quel pensiero doloroso. Il Maestro pensò cupamente che se lo avessero riconosciuto nei panni di Maria lo avrebbero impiccato. Quasi si pentì di averglielo fatto, quel disegno. Poi però il giorno dopo gli era sembrato già più sereno, come se avesse finalmente iniziato a metabolizzare quella morte o almeno aveva finalmente smesso di parlare di Venezia e questo gli bastò. Quando finì il dipinto anche le sue lacrime erano asciutte, come se le avesse usate tutte per sciogliere i colori e fissare sul legno il dolore dell’assenza. A parte il fatto che sul fondo non c’erano le colline del nord con le case coloniche dalla perfezione maniacale, piuttosto scheletri di case e rami secchi – pure i bei resti antichi si erano fatti rovine, monconi che appena stavano in piedi. A parte lo sfondo infernale, però, era diventato bravo, il ragazzo. Niente da dire. E Zorzi, il magnifico veneziano, pensò il maestro guardando il corpo disteso a terra ai piedi della massiccia figura ammantata, era stato davvero una grande perdita.

Giorgio (Zorzo o Zorzi) da Castelfranco, noto come Giorgione, muore a Venezia nel 1510 a 33 anni durante un’epidemia. Sebastiano Luciani, che sarà poi soprannominato del Piombo, che lavorava presso la bottega di Giorgione, lascia Venezia e si trasferisce a Roma dove conosce Michelangelo. La Pietà della Chiesa di S. Francesco, ora nel Museo Civico di Viterbo, raffigura la Madonna col corpo del Cristo deposto ai piedi in un ambiente notturno. Il cartone sembra sia stato disegnato per Sebastiano da Michelangelo. Il volto del Cristo è assai simile a quello del San Giorgio raffigurato da Tiziano in una Sacra Conversazione ora al Museo del Prado.

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11 Domino 11

Come ogni lunedì, ci ritroviamo per il consueto appuntamento con il Domino Letterario che vi permette di assistere, stando a casa, a presentazioni a catena di libri. Tocca a Mattia Nocchi, classe 1979, toscano, batterista mancato, giornalista. Ha diretto la prima radio universitaria italiana, a Siena, prima di lavorare per cinque anni a Milano nel mondo delle emittenti nazionali (Rtl 102.5, Radio 24 – Il Sole 24 Ore). Da qualche anno si occupa di comunicazione politica, istituzionale e altre stranezze a Firenze, presso la Regione Toscana. Mattia raccoglie il testimone di Nicola Nucci e propone la lettura della raccolta di racconti di Riccardo Lorenzetti “Il paese più sportivo del mondo” (Absolutely Free Editore). Clicca qui per il video sula canale YouTube
Mattia Nocchi
Il libro – “Quando Paolo Rossi segnò il gol al Brasile… quando Villeneuve fece quello storico sorpasso… quando Coppi conquistò l’Alpe di Huez…”. Sono innumerevoli i quando entrati a far parte della nostra vita. Questo libro racconta quei momenti. La normalità dei protagonisti unita ai grandi momenti sportivi che si trovano ad assistere, anche solo davanti a una radio, a una televisione, a un maxischermo. Come quel tale che festeggiava i trent’anni di matrimonio e gli chiesero cosa ricordasse di quel giorno: “Praticamente nulla, se non che era domenica e che la Fiorentina vinse a Napoli. Segnò Antognoni, su punizione.” E poi c’è un piccolo paese toscano, più immaginario che reale. Lo chiamano “il paese più sportivo del mondo“, gli abitanti narrano storie alle quali non sarà difficile affezionarsi, perché parlano di noi. Gli abitanti del paese sono i motori delle storie: maestri e contadini, segretari comunali e preti, bottegai e bariste prosperose. Il paese più sportivo del mondo racconta storie così, dove ognuno è a suo modo protagonista di qualcosa che passa alla Storia.

 

Qui la playlist completa

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Quando mi vieni a trovare…

Penso alle parole che ti vidi nascere in bocca

a quelle che ti ho sottratto

sono piante le parole

piume di scintille d’ali lontane

penombre tra i movimenti terrestri.

dehy

Penso al saluto

che mi ricamasti sulla mano

stringendola un’ultima prima volta

velluto tra corone di rose.

 

Quando vieni a trovarmi

mi siedo con te ad un tavolo di nuvole

e discuto del progetto dei miei giorni.

La chiave di sole che squadernò il compasso delle colline

il primo senso del ritorno

lo stare sempre in bilico

sull’orlo delle cose.

dehy2

E poi

l’esperienza del giorno

la gracilità dei sensi slegati e confusi a sera

le intese liquidità del mio corpo

ciò che rubai e non ho mai restituito

l’avere e il non usare,

il rispondere senza sapere il domandar sapendo

la comunione del piacere

ciò che si perse nell’ombra del viaggio.

 

Se ti fermi con me abbastanza

Senti animarsi

il pianto del mio angelo

lo stupro delle idee e della volontà

l’accesa sarabanda dei ricordi

che sono comunque e allo stesso tempo

ovunque e introvabili

come particelle di Dio.

 

Come te

spesso non ci sono.

Ma nel buio

so che posso afferrarle

ne canto la certezza

 

Xavier Ilya Calosimos

 

 

 

 

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Hanno qualcosa i poeti…

 

Ragazza del Ponte Vecchio

I poeti riparano il mondo. Lo fanno stare insieme meglio che possono, e con tutto quello che hanno in tasca.

Le loro parole riparano i viventi e le loro piccole e grandi montagne che si sgretolano.

Denata balla- e a volte, con raro garbo- rima, le sue parole da sola. Se necessario anche immersa in un sottile silenzio dove a volte si sente il passo invisibile e unghiuto del dolore e della nostalgia.

I suoi passi nell’ultima raccolta La ragazza del  Ponte Vecchio (Edizioni Ensemble-2020) sono indubbiamente quelli del racconto di una vita. E sono passi difficili, a volte di corsa.  Ho scelto di fare da sola /in questo mondo di lupi./A piccoli passi – ma miei –/tutti. Sono quelli di un bambino cui si devono all’inizio legare le scarpe ma non i piedi. Perchè insegnare la libertà è importante.

Denata Ndreca non è nuova a queste nostre pagine perchè ha sostenuto e sostiene, senza mai far mancare i suoi commenti e i suoi like molte della cose che facciamo e faccio. Qualche tempo fa ci ha regalato una bella poesia per Caffè 19. Ora quella poesia fa parte di questa raccolta, che parla anche di stretta attualità.

Mi piace pensare che ogni raccolta sia in qualche modo assimilabile a un libro di viaggio, un taccuino di formazione dove la carta bianca diventa essa stessa, durante il tragitto, nitida mappa del . E le parole di Denata viaggiano nel tempo e nello spazio funzionando proprio come detonatori di sensazioni e idee. C’è in questa raccolta come si è detto il tema dominante dell’amore, in tutte le sue forme, e della memoria. Ma anche della bellezza.

La memoria  è cosa rilevante se si nasce a Scutari, la Firenze dei Balcani, cuore pulsante della cultura albanese, tra cristianesimo ed islam, tra un marciapiede dove c’è il campanile di una chiesa ed un altro dove c’è il minareto di una moschea e se poi si attraversa la storia di un Paese.

Noi albanesi,
emigranti senza le valige,
con un numero mai scritto
sopra le camice

Ma una grande anima, pur portando dentro il vento dei Balcani sa trovare autenticamente amore e bellezza dovunque si trovi, sa per esempio innamorarsi con sincerità di Firenze (Dio mio quanta bellezza), ma anche di oggetti elementari, come di una porta, di un muro,di un cuscino o di una goccia d’acqua.  Perchè ogni città, anche la più celebrata, è composta di oggetti e vite elementari

E una grande anima, soprattutto se è quella di un poeta, sa giocare. Ora, qui, quanto alla scelta del  tipo di gioco, mi capita di essere molto daccordo con Denata.  Si legge nel libro:

Facciamo che oggi nevica;
io divento terra,
e tu ti sdrai su di me.
Facciamo che oggi
le strade sono libere,
io ti vengo in contro
mentre tu corri verso di me.
Facciamo che poi
le strade si bloccano
e che non possiamo
tornare indietro.

Facciamo che …, mi ha sempre colpito questa espressione. E a voi? È qualcosa di simile al c’era una volta delle favole, in quanto come quel conosciutissimo incipit introduce di forza e senza ammettere repliche in un mondo fantastico ma è molto più potente, forse perché più simile ad un rituale magico.
Nelle favole infatti si ammette che c’era una volta proprio perché così grazie alla rapidità elementare della formula si accetta, quasi inconsapevolmente, che qualcosa effettivamente sia stato, anche se non sarà mai più, anzi forse proprio per questo, perché tanto si tratta di un lontano passato, di un’isola così remota e abbandonata che i ponti che la collegavano al corso della storia sono caduti da tempo e ciò non pone alcun imbarazzo alla nostra razionalità. Di fatto, non altera nessun elemento del mondo che conosciamo. Qui è diverso, qui non si tratta di evocare delle ombre ma di creare dal nulla un qualcosa, uno scenario che non è mai successo e  e di viverci tutti in prima persona dentro.
E se tutti sono d’accordo allora facciamo che eravamo. E quindi, siamo.

Ora mi domando, Vi domando, c’è migliore definizione della poesia?

Perciò buona fortuna, Denata, Ragazza del Ponte Vecchio.

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Festival dello scrittore: il laboratorio ‘Vie brevi’ inizia il suo lavoro, iscrivetevi se avete voglia di mettervi in gioco.

Le via brevi 2

Già nutrita come vedete sotto la community. Ecco i partecipanti allo stato. Iscrivetevi!Il laboratorio di scrittura breve è quindi adesso una realtà e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte a pieno titolo. Forniremo un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival.

iscritti regione per regione

 

 

 

 

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#ioraccontobreve numero speciale 9

Ebbenesì, ebbenesì a volte ritornano.

#ioraccontobreve fa (eccezionalmente) nove. Per molti singolari motivi che meritano tutti di essere raccontati. I motivi sono un problema informatico, un altro problema informatico più grave e un dinosauro.

Insomma dai, microraccontiamolo:

Ricevette un bel racconto e lo selezionò per la settimana a venire. Lo mise nella cartella dei pubblicabili, già bello che pronto. Ma venne un virus informatico che scombinò le cartelle e un po’ anche il suo stato mentale, e il racconto finì tra le sue fatture. Il racconto non ci stava male, tra tutti quei numeri, ma era perplesso. Alla fiera informatica dell’est, per due soldi, comprò un nuovo pc. Ma venne la notte e arrivò un bastimento di mail arretrate, cariche di nuovi pezzi e racconti. Due, un racconto e un articolo, erano era assai belli e finirono nella cartella dei pubblicabili. L’articolo parlava di un dinosauro. Ma venne la fetida tempesta che il computer di nuovo stonò. Il raccontino questa volta finì tra i file temporanei e lì si stava proprio male, sospesi come in un limbo di insicurezza sul proprio destino. Ma venne l’angelo del pc che i due files spersi finalmente trovò. Quando ritornarono nella loro cartella, l’articolo sul dinosauro era ancora lì….

Il racconto finito tra le mie fatture è quello di Simona Trevisi, anima di Toscanalibri.it e di tutte le sue attività online. Se siete stati pubblicati lì, lei vi ha letto di sicuro e altrettanto di sicuro lo dovete a lei. Mi scuso con lei quindi, doppiamente.  Giornalista, nata a Bergamo, è laureata in Scienze della Comunicazione. Dal 2005 collabora con la società Primamedia per conto della quale gestisce le attività e gli eventi curati da Toscanalibri.it. Qualcosina in più sulla sua biografia poi, mi sa che la potete immaginare leggendo il suo racconto…

MORFEO IN SMARTWORKING

morfeo

Finalmente era scivolato tra le braccia di Morfeo. Ci erano volute due ore di canti sussurrati, pacche sul sedere a ritmo di rumba, carezze amorevoli e storie raccontate a mezza voce. Riuscì a staccarsi dalla morsa del figlio dormiente e si mise in posizione supina. Con una mossa degna di un ninja tese le gambe fuori dal letto, poggiò i piedi a terra e lentamente si tirò su trattenendo il respiro, attenta a non compiere passi falsi. Con la testa era già in postazione davanti al computer, ma il suo ginocchio ebbe l’ardire di scricchiolare. Il rumore ruppe il silenzio in cui era immersa la stanza. Atterrita si girò verso il bambino che, subito desto, sbarrò gli occhi e cominciò a mugolare tendendo le braccia. L’impossibilità di praticare lo smartworking in solitaria era sempre più lampante.

Romeo Lucchi invece, non nuovo a questi lidi, è l’autore del racconto (quello svaporatomi davanti agli occhi durante un temporale qualche sera fa) e del pezzo che segue. Il racconto è di effetto, e non c’è affatto bisogno di commentarlo, se non forse di aggiungere una osservazione che mi viene spontanea, visto che lui è attore e si occupa di teatro e io in questo momento sto recensendo un libro su Sordi. Non so se lui sarà d’accordo, ma troverà certo il modo di dirmelo. C’è infatti una cosa che unisce un attore in gamba e uno scrittore altrettanto valente, ovvero il saper maneggiare i registri comici e tragici con la stessa efficacia. Leggete su questo sito i suoi La tazza del vate o Volare e poi questa storia e mi direte…

DUE DOMANDE

Catturfiore su tomba

Perché si muore? chiese il bambino al vecchio. Il vecchio spostò lo sguardo sulla tomba della moglie. Il bambino attese con gli occhi spalancati come se la risposta dovesse passare da lì. Il vecchio si piegò sulla tomba, prese il vasetto con i fiori appassiti e li gettò nel bidone vicino, andò alla fontana e mise l’acqua nel vaso dove sistemò un mazzetto di aster viola. Ripose il vaso sulla tomba e accarezzò la testa del piccolo. Perché si nasce se poi si deve morire? chiese il bambino. Il vecchio lo prese per mano e insieme si allontanarono senza risposte.

  E veniamo all’articolo, sempre dello medesimo Lucchi. La storia è nota, ed è quella dell’autore guatemalteco Augusto Monterroso, autore del microracconto cosiddetto più breve della storia Al suo risveglio, il dinosauro era ancora lì. (A.Monterroso). Ma non è questo il suo punto.

dinosauro

Persino Umberto Eco, oltre a Calvino, ci si è confrontato. La traduzione italiana sopra è per l’appunto sua, di Eco. Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì. recita la storiella in lingua originale. E qui casca l’asino, anzi, il dinosauro. È proprio necessario fare dotte analisi di questo racconto ovvero stabilire se A) un tizio si sveglia improbabilmente accanto ad un dinosauro , B) un tizio sogna molto realisticamente un dinosauro o C) chi si sveglia è esso stesso un dinosauro? Romeo Lucchi ha ragione, proprio non lo è, non ci è assolutamente necessario per apprezzare e giocare con il racconto nel modo tanto caro a Calvino: come dice in un film il saggio Samurai tentando di spiegare l’arte della spada a un occidentale no mente, troppa mente.  Apriamo solo le porte all’immaginazione e godiamoci i microracconti. Che poi in ogni caso, ci facciamo influenzare tanto, inconsciamente, da un buon racconto che spesso ogni nostro sofisticato sforzo di interpretazione oggettiva di un testo naufraga comicamente proprio sul nascere…il nostro pregiudizio sarà sempre più forte. Volete una prova? Fate caso a come è tradotto in inglese su wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/Augusto_Monterroso) il nostro racconto : When he awoke, the dinosaur was still there. Secondo voi, piazzando lì quel HE che idea della storia aveva in mente il traduttore? A), B) o C)?

LA POTENZA DELLA MICRONARRAZIONE

Al suo risveglio, il dinosauro era ancora lì. (A.Monterroso)

È potente la micronarrazione. Una sola frase apre la porta dell’immaginario.

Lasciamo da parte le incongruenze storico scientifiche e proviamo a immaginare la scena insieme.

Vediamo il cacciatore che diventa preda. Riesce a trovare rifugio in una caverna, passa una notte quasi insonne e finalmente dopo un breve riposo, al suo risveglio, vede il peggior incubo della sua breve vita fermo ad aspettarlo fuori dalla caverna. Ancora.Oppure potremmo dare un taglio più contemporaneo alla storia e immaginarci la mattina dopo una folle notte di eccessi (lascio alla fantasia del singolo stilare l’elenco delle sostanze psicotrope assunte nel corso della notte).

Risveglio.

Primo pensiero: mioddio sto ancora come i pazzi!

Secondo pensiero: quest’acido non mi lascia più!

Del racconto Il dinosauro Calvino diceva: “Io vorrei mettere insieme una collezione di racconti di una sola frase, di una sola riga. Ma finora non ho trovato nessuno che superi quello del guatemalteco Augusto Monterroso”.

In evidenza

Questa la raccontiamo insieme, al via il contest #ioraccontolungo. Ecco l’incipit

Al via il contest #ioraccontolungo. Eccoci qui con 3 personaggi nuovi nuovi in cerca di una storia. Ma non di un solo autore, bensì di molti, potenzialmente infiniti. A quattro mani con Laura Del Veneziano (che ringrazio tantissimo per la sua disponibilità, la finezza nella scrittura e soprattutto….l’amicizia!) e con l’aiuto di Toscanalibri.it ci siamo confrontati con quanto di più difficile uno scrittore possa e debba fare: dare vita a dei personaggi, plasmarli dalla creta delle parole e poi… soffiargli dentro una voce, anzi di più, farli dialogare tra di loro. È l’inizio di un romanzo, di un racconto, di un diario? Non lo sappiamo, non sappiamo chi esattamente sia Logan e che rapporto ci sia con Bombshell. E Spygirl, è quello che sembra? E che ruolo giocano il sogno raccontato da Logan e quello che invece si rifiuta di raccontare? Col vostro aiuto, se vorrete, tentiamo un esperimento: date a turno un giorno di vita a questi personaggi, portando la storia da voi, con voi, dove volete. Pubblicheremo, ormai lo sapete, fedelmente i vostri contributi. Speriamo siano molti, speriamo che siano perfino molto migliori del nostro incipit.  Come finirà?

senza volto

Ecco l’incipit.Qui invece se preferite lo si può scaricare

Mandate i Vs contributi, se volete a bellmaxi@tin.it e a redazione@toscanalibri.it

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GIORNO UNO

Sono LOGAN, ed ero un uomo. Ora mi sento più un bozzolo in evoluzione verso non so che cosa, vivo come dentro ad un proiettile sparato dalla canna di un fucile e ho paura del mondo. La mia unica amica è SPYGIRL ma amo BOMBSHELL. Pago SPYGIRL per essermi amica, pagavo BOMBHELL per dormire con me ma ora non più. BOMBSHELL ora è lontana, bloccata in un’altra città che una volta era anche la mia. Anche SPYGIRL è lontana, ma meno. Questa sarà la prima pagina del mio diario. Il mio diario lo scriverò su un rotolo di carta, di quelli da disegno, per due buone ragioni. Primo perché me il mio diario me lo sono sempre immaginato così, secondo perché avere paura del mondo significa grossomodo soffrire di tutte le fobie esistenti messe insieme oppure di nessuna e così mi illudo che questo grosso e rassicurante rotolo sia infinito tanto quanto il tempo che mi ci vorrà a capire. La terza delle due buone ragioni è che me lo ha chiesto proprio SPYGIRL nella nostra ultima seduta. E a lei non so dire di no come invece dico spesso a BOMBSHELL. Quando SPYGIRL mi chiede qualcosa avverto uno spasmo freddo qui, alla bocca dello stomaco. Ora SPYGIRL dice che questo rotolo può servire a specchiarmi di nuovo la mattina, ma riconoscendo l’immagine. In questi mesi di arresti domiciliari forzati ho solo nutrito lo stomaco, chiuso la mente e coltivato paure. Qualcuno ha lavorato per me, qualcuno ha pulito per me le strade di questa città che non conosco, lucidato la scrivania del mio ufficio, pagato le bollette, fatto la spesa. Non io. Ricordo una frazione insignificante del tempo trascorso a casa in questi mesi. Se monto le immagini mentalmente mi trovo davanti quasi solo una serie stroboscopica di albe e tramonti intervallate dal cigolio della porta del frigo che si apre e dal coperchio tazza del cesso che si chiude. Il resto si è perso, e non c’è più niente di continuo nella mia vita, ma un orizzonte latteo e poroso, e solo intermittenze e curve cieche sul mio cammino. Un uomo sceglie una casa come ogni nave prima o poi sceglie un porto. C’è un’anima da mettere all’ancora, un corpo da mettere al riparo. Io non mi ricordo nemmeno più esattamente perchè un anno fa ho scelto questa casa, e comunque ora non vi trovo pace. È come avere un vestito di due taglie più stretto. Non vale la pena neanche di farlo allargare. E SPYGIRL complice il lockdown nel frattempo mi ha anche cacciato dal nostro rifugio. Il suo bello studio accogliente che profumava di pelle. Un po’ quella delle sedie e del lettino, un po’ la sua.

senza volto 2

Così oggi ho protestato.

SPYGIRL a LOGAN: Vede, lei non mi ha detto niente di strano. Una delle cose che più spesso mi è capitato di sentirmi dire in anni di professione è stato che entrare-  fisicamente nella stanza dell’analisi al mio studio è come entrare in un mondo parallelo, diverso. Le confesso volentieri un piccolo tratto personale: In effetti io conservo lo stesso ricordo della stanza della mia analisi. Così quando dopo qualche tempo dalla fine del mio percorso sono tornata a trovare il mio analista, che nel frattempo aveva trasferito lo studio, mi sono sentita strana, fuori posto ed ho sentito che la mia analisi personale, ormai conclusa, era in effetti al tempo stesso custodita nello studio precedente e gelosamente conservata dentro di me.

Oggi dobbiamo accontentarci, capisce?  Ci aspetta un compito in più in questa assurda situazione di chiusura, un altro compito: dobbiamo trovare, pensare un secondo spazio che le permetta di continuare a lavorare con sè stesso, uno spazio diverso, non fisico, che in fin de conti, forse non può nemmeno preoccuparci troppo perché si tratta solo di uno spazio parallelo, temporaneo, il suo spazio interno.

SPYGIRL mi dà del Lei, si irrigidisce che provo a darle del tu. Dice che io posso scegliere come rivolgermi a lei ma che continuerà a darmi del “lei” fintanto che non sentirà una necessità diversa. Sembra quasi me ne faccia una colpa ed ho impressione che voglia dirmi tra le righe che dare del “tu” attenua le sue capacità è come mettere la sordina a una tromba.

Beh, e che c’è di male, a me piace Miles Davis.

GIORNO DUE

LOGAN a BOMBSHELL: Ti ho odiato perché hai riso dei miei peccati, ti ho amato perché mi hai aiutato a commetterne infiniti altri.  Poi, un giorno la corrente si è invertita, ed è diventato precisamente l’opposto. Sorprendentemente, ci andava bene a tutti e due così. Tutto è possibile in fondo, stasera al tramonto la luna piena si è ingoiata una striminzita falce di sole. Subito dopo, qualche mese fa, ci hanno tolto lo spazio come si tira via l’aria da un sacchetto. E in quel sacchetto non c’è più tempo, non c’è più aria né gravità.  E sono triste, impaurito, disperato perché io sono il messaggio e tu la bottiglia. O forse il contrario, in fondo non cambia. Non possiamo chiedere aiuto che insieme, ma non possiamo farlo insieme perché siamo dispersi su due isole diverse. Ho pensato spesso che la tua faccia fosse uno specchio. Ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce. Ho pensato che le tue braccia fossero una giostra per il mio corpo. Sono preda delle mie paure adesso. Posso sentirti, qualunque cosa ciò voglia davvero dire.

Penso che la solitudine sia una specie perversa di cecità. Non vedi che parti di te stesso, ma non vedi te stesso. E i sensi si amplificano tanto da far male. L’udito soprattutto. Un po’ l’olfatto. Tutto quello che hai lasciato in questo appartamento non profuma più, marcisce. Fiori, maglioni, frutta. Solo il gusto è diminuito. Non mangio più, prevalentemente bevo. Non dormo più, prevalentemente bevo.

 Provo ad alzarmi, mi affaccio alla finestra. C’è una fila ordinata di persone che cammina sul bordo del fiume e file più piccole fuori ai negozi.

Il mondo è diventato un terrario.

La mia vicina di pianerottolo è una formica rossa e grassa, è vorace. Compra, stipa la casa, produce spazzatura che pressa e getta con passo lento. Ho pensato che la tua pelle fosse una vela. Se la carezzavi, si tendeva. La carezza è un pettine per l’anima. Dopo è bella liscia e lucente.  Belli anche i tuoi massaggi, ora li vorrei, ma mi mancano più le carezze. La carezza sta al massaggio come un vino bianco fermo sta a un rosso corposo. Non si può iniziare con un rosso.

Se apro il pc, va tutto male. Il mondo dentro il pc è un acquario.

Ieri ha chiamato il mio capo. Il mio capo è un grosso pesce rosso.  Non intelligente, ma in compenso con la bocca sempre aperta. Mi ha detto che il lavoro che avevo mandato era soddisfacente.

Mi manchi. Forse ti amo. L.

BOMBSHELL a LOGAN: Io non ho mai riso dei tuoi peccati e nemmeno ne ho commessi altri con te. Ogni uomo è un po’ acqua e un po’ sale: oltre un certo limite non si può aggiungere altro sale, perché l’acqua non lo riceverebbe e il sale non si scioglierebbe più. E così io non ho aggiunto nessun peccato alle tue maledizioni.  Anche io ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce, poi che fosse un aereo con un grande amo attaccato capace di pescarmi via da questo brutto orizzonte. Io non mi sento dentro ad un acquario o ad un terrario. Almeno là dentro ci sarebbe vita. Io mi sento dentro ad una di quelle palle di vetro con la neve di plastica.  Ti amo pressappoco lo stesso. B.

GIORNO TRE

Oggi ho chiamato SPYGIRL. SPYGIRL è un pesce particolare, una carpa koi.  Non mi so spiegare perché la immagino così, non lo saprei proprio dire. La immagino nuotare placida nel suo studio, ora che non ci viene nessuno. Odio quando cambia quello sfondo del pc e lo fa ogni volta. E poi quando muove il braccio destro, il suo corpo si deforma. Se invece muove il sinistro, quello addirittura sparisce. Questa volta il suo braccio sinistro pavesato a festa e carico di vistosi bracciali spariva inspiegabilmente inabissandosi dritto dritto come un galeone spagnolo nell’acqua cristallina davanti ai Faraglioni di Capri.

Doveminchiaèlamiastanzadoveèlamiastanzadoveèlamiastanzailmiolettinolihaivendutimessiinsoffittacazzodimmiqualcosaperfavore. Vorrei dirle.

E invece dico buongiorno.

Poi le ho raccontato un sogno, senza fermarmi. Una storia in un singolo lungo sorso.

LOGAN a SPYGIRL. Il sogno è questo. Potremmo dire che all’inizio il sogno sono quasi solo io. Io nel sogno sono vecchio e le tre canne di bambù sono ancora al loro posto. Appoggiate alla porta della rimessa. Anni fa erano la spina dorsale di magnifiche orchidee. Adesso sono solo canne coperte di muffa. In giardino c’è come odore di rinchiuso; c’è un’erba alta e vuota, gialla, ispida e secca come i miei tappeti: ha messo in ombra e soffocato il prato. Quell’erba è dello stesso colore del sole, che martella sulle tempie come un vino di poco prezzo, e soffrigge nelle orecchie assieme al sangue che, nonostante tutto, tenta di scorrere. Inchiodato Ad una sedia vedo le ombre infrangersi come onde sulla battigia di pietra serena della soglia. Quelle del giardino sono sempre più grandi ed invadenti, segno evidente delle molte piante che ho lasciato incolte. Quelle della casa non le conto più, tanto sono onnipresenti, rabbiose, invadenti. Quando si è vecchi si accendono sempre meno luci in casa. Così, con le tende tirate, nei giorni peggiori l’alba si confonde con il tramonto. Leggo, ascolto musica, parlo di me con me stesso. Nel parco ci sono molti alberi secchi, malati. E poi ci sono tre alberi danzanti, all’apparenza perfettamente sani uno accanto all’altro, che la malattia nella sua conta ha saltato. Adesso ondeggiano pericolosamente, perché sotto l’azione del vento non possono più appoggiarsi alle fronde dei loro vicini. Le tre canne di bambù non sono più al loro posto.  Vi è un giovane che le taglia con una lama affilata, di quelle così acuminate che scintillano. Le netta con uno straccio, le taglia in pezzi più piccoli con la massima cura. Poi le pulisce dal di dentro e vi pratica dei fori. Soppesa il lavoro fatto, sembra scegliere il pezzo migliore. Vi pratica un invito per le labbra e si mette a suonare. Mi guarda un po’ sorpreso come se dovessi conoscere tanto quel viso che quella nenia. Poi mi sorride senza pretese come se osservasse un bambino e mi accarezza il volto con una mano profumata. Gli chiedo di tagliarmi la gola di netto proprio mentre tramonta il sole e sale l’aria fresca della notte. Lo fa in silenzio, sento la sua mano sinistra sui miei occhi le sue labbra sulla mia fronte, il freddo pizzico della lama che mi sbarra il respiro.

SPYGIRL a LOGAN: Quando ha detto di aver fatto questo sogno? Che ne penserebbe se le dicessi che ho impressione che sia piuttosto un pensiero a metà tra sogno e veglia?

LOGAN a SPYGIRL: Si, è vero non l’ho sognato, non è un sogno. Ma vorrei che lo fosse

SPYGIRL a LOGAN: È comprensibile, saprebbe dirmi perché?

LOGAN a SPYGIRL: No, Non posso dirglielo. Perché in realtà c’è un altro sogno. Riguarda BOMBSHELL

SPYGIRL a LOGAN: Il sogno che non vuole dirmi riguarda BOMBSHELL?

LOGAN a SPYGIRL: Si. Quello che non voglio raccontarle, quello vero.

SPYGIRL a LOGAN: Ogni racconto che lei mi porta è comunque parte di lei e quindi è importante lavorarci, ecco perché non importa se non vuole raccontarmi il sogno su BOMBSHELL. Le farò comunque una domanda sul suo racconto.

LOGAN a SPYGIRL: Cosa…

SPYGIRL a LOGAN: Chi è quel giovane che le taglia la gola?

 

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Il domino fa 10

Il libro suggerito. Nicola Nucci propone “Come cerbiatti sulle strisce pedonali”

Decimo appuntamento con il Domino Letterario che vi permette di assistere, stando a casa, a presentazioni a catena di libri. Nicola Nucci, chiamato in causa l’ultima volta da Silvia Roncucci, propone la lettura del romanzo “Come cerbiatti sulle strisce pedonali” (Edizioni Effigi) di Mattia Nocchi. Clicca qui per il video

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Nicola Nucci,  ha lavorato come sceneggiatore in ambito teatrale e attualmente si sta dedicando ad alcuni progetti in campo cinematografico, settore nel quale si è già distinto arrivando in finale al concorso bandito nell’ambito di Uno Sguardo Raro – Festival Internazionale di Cinema sulle Malattie Rare (2018).Ha ottenuto alcuni significativi riconoscimenti: la segnalazione al Premio InediTO (2013) al Salone Internazionale del Libro di Torino, due volte in finale al Premio Mario Luzi (2014 e 2015), il premio della giuria al concorso La Città di Murex (2013), il secondo posto al concorso Under 29 di Modena (2013).
Nel 2018 il suo primo romanzo, Trovami un modo semplice per uscirne.
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https://www.youtube.com/watch?v=qNWlELiIicw&feature=emb_logo

Il libro – Federico Fiumani è un giovane giornalista televisivo che lavora a Milano nei primi anni duemila e vive le (a)normali condizioni di una generazione fragile, ambiziosa e precaria. Giano è un contadino della mezzadria toscana, chiamato alla leva durante la seconda guerra mondiale. Federico sogna di fare lo scrittore di racconti per bambini. Giano di sposare Tina, una maestra anarchica di origine piemontese. Due vite normali, distanti nel tempo, che saranno sconvolte entrambe da un evento imprevedibile. Due storie che si alternano e procedono in parallelo, finché una si legherà indissolubilmente con l’altra, interrogandola. Un romanzo che intreccia molti fili e molte voci, ambientato tra l’Italia e gli Stati Uniti. Una piccola saga familiare dove i segreti si annidano coperti dalla polvere e dal silenzio. La ricerca della verità, come unica arma di difesa nei confronti del male che muove il mondo.

 

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La partita

In letteratura quanti confronti tra personaggi sono basati su rituali non scritti ma reiterati all’infinito, quanti dialoghi, quanti incontri sono assimilabili a una partita?

Non sembrano sfuggire a questa logica i personaggi di questa storia, per cui ringraziamo Romeo Lucchi, già su queste pagine per #ioraccontobreve nr 8 e nr 7e per una insolita rilettura di Volare.

La partita

Ogni sera mi raccontava la stessa storia.

Rientravo a casa dopo una dura giornata di lavoro, cenavamo e poi lui mi raccontava la stessa storia. Tutti i giorni. Prima però dovevamo giocare la nostra partita.

«Lo sai Jack…» diceva restando in attesa. Mi chiamava Jack perché amava dare un tocco di internazionalità ai nostri nomi.

«Cosa Frank?» gli chiedevo. Era come giocare una partita a tennis: scambi di palla veloci, e tanta fatica.

«Molti anni fa quando ero giovane» continuava lui «ho fatto un viaggio. E sai dove sono andato Jack?»

poker

«E dove sei andato Frank?» non potevo non chiederglielo, se non lo avessi fatto lui avrebbe continuato all’infinito. Una sera avevo provato a non giocare, lui era diventato sempre più insistente e poi siamo arrivati alle mani. Era una furia. Non avevo scampo: dovevo giocare la mia partita. Non spettava a me decidere se farlo o no.

«Sono andato a Barcellona, in treno. Ero partito da Genova a mezzanotte. I miei amici mi avevano accompagnato in stazione, e c’era anche lei. Sei mai stato a Barcellona Jack?»

«No Frank. Mai.»

«È una bella città. Ci devi andare. Lo farai Jack?»

«Lo farò Frank.»

«Promettilo.»

«Te lo prometto.»

A quel punto, dopo avermi estorto la promessa, la nostra partita era giunta al termine e io ascoltavo la sua storia. Nel nostro gioco non c’erano né vinti né vincitori, si giocava e basta.

«Avevo appena conosciuto Lory» diceva «e fino all’ultimo ero indeciso se partire o no. Mi piaceva molto quella ragazza, ma non volevo rinunciare al mio viaggio in solitaria. Era la mia prima volta. Ormai avevo detto a tutti che sarei andato a Barcellona da solo e non potevo più tirarmi indietro, avrei perso la faccia. C’era anche Lory in stazione con gli altri. Ci salutammo come si fa tra amici, non volevo far vedere agli altri che ero pazzo di lei. Arrivai a Barcellona la mattina dopo. Non ricordo quanti treni cambiai, ma ricordo che l’ultimo era veramente scomodo, spartano, con i sedili di legno. Non riuscii a chiudere occhio e ascoltai musica tutta la notte col mio walkman. Avevo una tipa seduta di fronte molto più vecchia di me, truccatissima, sembrava una battona. A un certo punto tirò fuori la lingua e si leccò le labbra guardandomi dritto negli occhi, io li chiusi e feci finta di dormire. Girai per due giorni in città come uno zombie. Mi spostavo tutto il giorno in taxi e in metropolitana senza una meta. Non avevo pace e decisi di tornare. Mi fermai a dormire una notte a Nimes e rientrai a casa. Per prima cosa chiamai Lory. Mi prendeva in giro, diceva che invece di star via una settimana dopo due giorni ero tornato solo per lei, perché anch’io l’amavo. Due anni dopo ci siamo sposati. Siamo stati felici, ma poi lei se ne è andata».

nimes

Quello era il momento più doloroso. Frank cominciava a piangere e a nulla valevano i miei tentativi per consolarlo. Era straziante. A volte piangeva tutta la sera e spesso mi era capitato di sentirlo disperarsi anche la notte, quando ormai c’eravamo coricati da tempo.

Ci sono voluti mesi e tanta dedizione, ma un paio di settimane fa ho trovato Loredana, la Lory di Frank. All’inizio non voleva incontrarmi, ho insistito parecchio e sono riuscito a invitarla a pranzo. Siamo andati in un posto molto carino, cucina casalinga. Abbiamo parlato per tutto il tempo, ci siamo dilungati fino a tarda sera.

Tra meno di un’ora Lory sarà qui, con Frank… chissà, magari per sempre.

 

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Parte il laboratorio di scrittura (e lettura) ‘Le vie Brevi’

 

LABORATORIO “LE VIE BREVI” –  FESTIVAL DELLO SCRITTORE. UNA ‘VERA’ OCCASIONE.

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Nell’ambito del Festival dello Scrittore 2020 che è giunto alla sua terza edizione, l’organizzazione ha deciso di dare agli scrittori la stessa possibilità di conquistarsi nuovi lettori utilizzando per esprimersi ‘le vie brevi’. Tuttavia scrivere breve non è affatto facile! Per questo (li ringrazio della fiducia!) si sono affidati a me.Il modello è molto innovativo e adatto a questi tempi (non è affatto il ‘classico’ sito online, come non lo era, se ricordate, Italia Book Festival)

Il mondo di ogni scrittore si sa, è un peculiare e irripetibile misto di ordine e magia, e la brevità nella scrittura è sempre una strategia vincente per raccontarlo. Mai come di questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. Il laboratorio di scrittura breve è quindi adesso una realtà e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte a pieno titolo.

Animerò l’iniziativa fornendo un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival.

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E’ nato prima l’uovo o l’impresa?

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Ora facciamo sul serio. Dopo il rilascio del comunicato stampa la scorsa settimana e la pubblicazione sui principali giornali in edizione cartacea e online, Arezzo Ethic Academy”, in partenza a settembre 2020, è giunto alla vigila della sua seconda edizione. Le iscrizioni già cominciano ad arrivare. Adesso iniziano gli webinar di presentazione e di intereazione con interessati e semplici curiosi, visto che parleremo di startup e impresa. Si tratta di un progetto fortemente voluto da Fondazione Monnalisa, dal Convitto Nazionale di Arezzo e Licei annessi e dal Consorzio Arezzo Fashion. L’idea è sostenuta inoltre da altri importanti imprenditori aretini e non (Monnalisa spa, Giovanni Raspini, Sintra consulting, Max Mile srl, Del Siena, ecc), decisi a dare un volto nuovo all’economia del territorio. Prende vita una scuola di formazione che rappresenta una opportunità formativa e imprenditoriale di alto livello per giovani startupper interessati a cimentarsi con la concreata creazione di imprese, con particolare attenzione ai settori green, ethics and welfare e dell’economia circolare. Il corso, erogato in modalità blended con lezioni frontali in aula per 3 giorni alla settimana e la restante parte in e-learning tenute da un team di esperti estremamente qualificati nei settori di competenza, impegnerà gli allievi sino a Giugno 2021

QUINDI MARTEDI’ 30 GIUGNO VI ASPETTIAMO PER UN WEBINAR PROVOCATORIO E DIVERTENTE.  E’ NATO PRIMA L’UOVO O L’IMPRESA? DOBBIAMO PER FORZA TUTTI ESSERE IMPRENDITORI? 10 BUONE REGIONI PER CUI VARREBBE, FORSE, LA PENA DI ISCRIVERSI. ACCANTO A ME, VIRTUALMENTE,  PIERO IACOMONI, FONDATORE DI MONNALISA.

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#ioraccontobreve8. Ultima puntata (per ora)

Come si scrive un commiato in 100 parole?

Meglio usarne una sola, ma bella grossa: GRAZIE!!!

Ciao

Questa per ora è l’ultima puntata di #ioraccontobreve, la nostra fortunatissima iniziativa che ci ha permesso di fare la piacevole conoscenza di un sacco di persone e autori.

Però, prima di chiudere in bellezza, fatemi ringraziare Francesco Ricci, Riccardo Boccardi e Stefano Scanu per la loro diponibilità e cortesia (oltre al talento, ma questo lo sanno benissimo senza che glielo diciamo noi). Per parte mia, debbo ringraziare Simona Trevisi e Luigi Oliveto di Toscanalibri per averci creduto e per aver reso possibile la cosa.

Però però, prima di chiudere in bellezza fateci dire che siamo degli incoerenti di prima categoria: sì perché dopo aver sostenuto che raccontare breve fosse tutto, adesso dalla settimana prossima facciamo una inversione a U di proporzioni marziane e diciamo #ioraccontolungo o anche #questalaraccontiamoinsieme. O anche #lastaffettaletteraria.  (no, non stiamo seriamente bandendo un concorso per scegliere il nome di un concorso).

E sarà sfidante, molto sfidante perché abbiamo scritto a quattro mani con Laura del Veneziano un incipit (più di un incipit in verità) di una storia che vi chiediamo, con non più di una cartella A4 (alla volta se volete…) di portare nella direzione che vorrete voi! Cambiatele i connotati, assecondatela, stravolgetela, complicatela! Un romanzo aperto? Una specie. Un’opera aperta? Forse. Del resto lo sapete, no? È raccontare lungo che è la cosa di gran lunga più difficile. Noi lo abbiamo sempre detto.

Mandate tutto (appena vedrete pubblicato l’incipit) al solito indirizzo mail, ovvero bellmaxi@tin.it

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I tre racconti di questa settimana non sono particolarmente legati tra loro, lo ammettiamo. Ma uno ci ha colpito dati anche i fatti di cronaca di questi giorni. Vedere i giovani in piazza, organizzati per una vera manifestazione, credo la più autentica degli ultimi anni, ha attirato l’attenzione e il sostegno di molti.  Era da tempo, comunque la si voglia pensare al riguardo, che gente di 14-15-16 anni non veniva colpita a tal punto da un fatto di cronaca da prendere e manifestare. Alludiamo ai fatti di Minneapolis. Alludiamo a Kevin Tushe, studente liceale, che già ha partecipato due volte con successo a questa rassegna. Si vede la passione in quello che scrive.

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SOGGIOGAMENTO

Il suo sguardo livido incrocia il mio, il suo respiro si fa sempre più affannato, man mano che il suo petto affonda sotto la pressione esercitata dall’agente, la stessa che mi opprime mentre rimango impassibile innanzi a tale orrore. Al collo quel giogo che lo umilia da secoli, le catene che cingono invisibili le sue membra, come un fardello che la vita gli ha arbitrariamente imposto. Perché America? Perché hai fatto credere che non valgono nulla? Perché li hai trattati come se il sangue sparso, raffigurato in rosso vivo sul nostro stendardo, non sia anche il loro? L’aquila non dispiega più le sue ali all’orizzonte, ma scruta dall’alto del suo nido l’eterna lotta per l’uguaglianza 

Quante volte avremmo voluto che i protagonisti tormentati di un libro, rivoltandolo aperto a testa in giù e scuotendolo ben bene, scivolassero nel mondo reale per godersi un po’ di tranquillità, un meritato riposo? Ma non è mica così semplice passare da una dimensione all’altra…anche per una ‘fuitina’ letteraria.

FUGA D’AMORE

Aspettarono di essere vicini l’una all’altro. Volevano cambiare il loro destino, fuggire e chiudere per sempre con le famiglie che si opponevano al loro amore. Si presero per mano e si aggrapparono a un punto di domanda, saltarono da un trattino all’altro, scivolarono su una virgola, aprirono una parentesi, si diedero un bacio, chiusero la parentesi. Proseguirono la loro fuga riga dopo riga verso la fine della pagina. Quando fecero l’ultimo salto non si voltarono. Fuori dalle pagine del libro però i loro corpi non avevano forma, non potevano esistere, cominciarono a svanire perché il loro era un amore impossibile.

  usciti da un libro

E poi a volte si perdono le parole, e non solo per amore…perché sopra non abbiamo riportato,l’autore? Perché è lo stesso del prossimo racconto, ovvero l’autore e attore Romeo Lucchi (che ringraziamo per il suo generoso apporto che vedrete anche nei prossimi giorni…’la tazza del Vate’ comunque ce la ricorderemo per un bel pezzo! https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/06/12/volare/ )

L’UOMO CHE NON SI CAPIVA

non ti capisco

Quando parlava era un disastro. Ometteva sempre il soggetto della frase, dimenticava pezzi della storia – più o meno lunghi – coniugava male i verbi e, cosa ancora più insopportabile, era un continuo ripetere e intercalare di mhmm…, eh…, cioè… In giugno prese parte a una rapina. Fu l’unico della banda a farsi pinzare. In commissariato gli chiesero di vuotare il sacco. Lui cominciò a parlare, ma non si capiva niente di quello che diceva. Credettero che volesse fare lo spiritoso e lo pestarono. Lo torchiarono per ore. Lui era sempre più criptico. Un duro, pensarono i poliziotti. E giù altre botte

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L’ora del domino…

Il domino letterario travolge tutti inarrestabile e fa cadere la sua nona tessera...

domino

Per l’appuntamento di oggi con il nostro Domino Letterario Silvia Roncucci(nata nelle Crete Senesi, classe 1979, autrice di articoli storico-artistici, racconti, scritti umoristici, romanzi, guide per ragazzi – quest’ultime nate dalla sua formazione come storica dell’arte e dalla decennale esperienza come guida turistica a Siena e provincia cfr ad es  “L’anno della morte di Kurt” (La Ruota edizioni, 2018) del cui libro aveva parlato Annalisa Coppolaro, propone la lettura del romanzo “Trovami un modo semplice per uscirne” (Dalia Edizioni) di Nicola Nucci. Clicca qui per il video

Il libro – Cosa possono fare due ventenni annoiati in una settimana di ferie? La rivoluzione. Nick e il suo amico trascorrono le giornate sul divano di uno scantinato a parlare di musica, a bere e a fumare ma, nel momento indefinito in cui questo dialogo prende forma, qualcosa in loro cambia. Nick, il più audace tra i due, cerca di trascinare l’indolente amico, operaio di un’azienda conserviera, in un progetto che, a suo dire, li farà alzare finalmente dal divano e che cambierà il mondo: “Rivoluzione!” si chiamerà. Sarà una sorta di grande varietà, un bel “prodotto”: corpi che ondeggiano, belle ragazze, cuochi famosi. Ci siamo, la rivoluzione è pronta. Se non fosse per un temporale…

Ecco qua tutte ke puntate precedenti disponibili sul Canale YouTube

domino tutte le puntate

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La trama e l’ordito di un mistero

Questa storia vi piacerà. E’ un misto inedito di realtà, ordine e magia.

Quando abbiamo presentato i racconti della settima settimana di #ioraccontobreve abbiamo detto che uno di quei tre racconti nascondeva un enigma. Alcuni di Voi hanno fatto delle ipotesi, con nostra grande soddisfazione tutte sbagliate (vuol dire che poi non era così ovvio indovinare),

Per meglio dire, non si trattava in fin dei conti di un’opera della fantasia, ma della rielaborazione, pure letterariamente assai valida,  di un fatto vero, per quanto sconcertante.

Si trattava de LA TOVAGLIA NUZIALE di Francesca Condò, che vi invitiamo a rileggere.

Cosa c’è di misterioso o magico in un’antica tovaglia nuziale?

tovaglia

 

Ora, abbiamo parlato spesso del concetto di spazio, e proprio con Francesca ne abbiamo discusso in relazione agli spazi museali e alla loro ‘narrazione’. Per narrare un museo ci vuole tanta tecnica, tanta conoscenza, ma anche, crediamo, un pizzico di creatività al posto giusto e delle storie curiose che possano invogliare il pubblico non esperto alla visita. Vi ricordate il mio manifesto per il Museo Marino Marini? quello è stato un bell’esempio di coinvolgimento e creatività. Tanti Musei importanti hanno scelto la strada della gestione intelligente e consapevole dei social, esistono ad esempio bellissimi account Instagram che, giorno dopo giorno, lavorano proprio su piccoli oggetti e curiosità che scatenano l’interesse di milioni di follower (tra cui, insospettabilmente, tanti teenager)

Ora, leggete questa storia e diteci se non sareste invogliati a visitare il Museo cui appartiene la nostra famosa…tovaglia magica.

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DALLA MATERIA AL RACCONTO: GLI OGGETTI HANNO UN’ANIMA? di F. Condò

 

Un lavoro di squadra può portare a risultati densi, spesso inattesi.  Come nei romanzi complicati emergono, anche per chi si occupa di beni culturali, istanze diverse, dissapori e gelosie che portano fuori obiettivo. A volte, però, la squadra funziona, si verificano imprevisti fortunati e un oggetto conservato in deposito apre a mondi che vanno al di là della materia più o meno preziosa e della forma più o meno gradevole. Lasciarli emergere è  compito collettivo: di chi decide di affrontare la sfida, di chi ha la competenza scientifica di decodificarli,  di chi ha la capacità di andare oltre e vedere l’uomo al di là dell’oggetto, con le sue credenze, dolori e paure che esorcizza con azioni e riti.[1]

Dal deposito.

Nel 2016 il MiBACT ha avviato la ristrutturazione e riallestimento del Museo Nazionale Giovanni Antonio Sanna di Sassari. Come molti dei musei italiani il Sanna nasce da una donazione privata mista di arte e archeologia e si arricchisce negli anni con altre cesssioni e acquisti, molte di beni di interesse etnoantropologico, con una successiva prevalenza di materiali archeologici provenienti dagli scavi della Soprintendenza nel nord Sardegna[2]. Il lavoro di riallestimento prevedeva che, senza togliere importanza ai contresti provenienti da scavi recenti, si mettesse in luce la figura del fondatore e il fenomeno del collezionismo, la cui memoria nei primi anni dell’archeologia scientifica si era scelto di ignorare, forse perchè modus operandi superato ma ancora troppo vicino per essere valutato in una prospettiva storica.

Molti reperti di interesse etnografico erano stati nel tempo posti in deposito per lasciare spazio a quelli archeologici di recente scoperta e, forse, perchè considerati, in una certa fase, meno rilevanti per la mission del museo[3]. Già nel 2011 l’allora Soprintendente Bruno Massabò lo aveva notato e aveva operato in modo che si tornasse a esporre al pubblico almeno una selezione scelta di abiti tradizionali. Per la raccolta etnografica non si era ancora verificato, come avvenuto altrove, un passaggio da “oggetti del come eravamo”, testimonianza fossile di usi cambiati rapidamente nel secondo dopoguerra, allo status di  “museo interpretativo”[4] con quel valore dinamico che, anche attingendo alla lettura degli oggetti del passato recente, permette di comprendere e ripensare quanto ritenuto fondativo per una comunità e di comunicarlo all’esterno.

Il museo conserva tra le altre la collezione donata da Gavino Clemente. Clemente, ebanista, direttore di un’affermata ditta di mobili artigianali, raccolse oggetti per la sezione dedicata alla Sardegna della  rassegna etnografica seguita da Lamberto Loria per l’expo di Roma del 1911, rassegna che poi costituì il nucleo del Museo delle arti e tradizioni popolari[5].  Clemente disegnò la camera da pranzo di Grazia Deledda e presso il Museo Sanna è conservata una credenza che ha lo stesso disegno di quella realizzata per lei. Con Clemente fece amicizia Amelie Posse Brazdova, svedese,vera europea impegnata nella lotta per l’indipendenza ceca e, di seguito, in quella contro il nazismo, che descrive oggetti della collezione nel libro in cui racconta del suo confino in Sardegna tra 1915 e 1916[6]. Fu Grazia Deledda a consigliare alla Posse la scelta di Alghero come domicilio coatto. Queste, assieme agli oggetti, sono le storie che vorremmo tirar fuori dai depositi.

Il lavoro di studio in vista del riallestimento è in corso. Nuovi spunti di narrazione potrebbero emergere da qui in poi. Così come è accaduto per la tovaglia nuziale della storia di cui vi riporto, di seguito, la genesi.

dettaglio 2

L’antefatto.

Nel 1954 il Museo Sanna acquisisce la collezione di tessuti e merletti di Amilcare Dallay.  Nella collezione è presente, seconto quanto recita l’inventario,  un “piccolo telo ricamato a punto croce con disegni e diciture. 0,76×0,75”. Il telo non è ritenuto di grande importanza e, considerata anche la vulnerabilità dei manufatti in fibra naturale, subisce il destino di quasi tutti i tessuti della collezione, ossia viene conservato in deposito.

Nel 2007 l’antropologa V. Sanna Randaccio è incaricata di una schedatura dei manufatti tessili[7]; l’analisi, di cui si riporta il testo per intero, evidenzia gli aspetti tecnici e iconografici, indicando la presenza di una scritta:

“n.20-00157331 -donazione Dallay; XIX sec. Barbagia. Tela di lino, filo di cotone; Taglio, cucitura manuale, ricamo a punto croce.

Tovaglietta quadrata in tela ricamata a punto croce con cornice a motivi geometrici e ricamo centrale a motivi di alberi fioriti e un cavallino (?) stilizzati in colore verde e rosa. Presenta due scritte in rosa lungo i bordi di due lati opposti, mentre lungo gli altri sono ripetute in serie delle iniziali in verde. Alla fine delle scritte compaiono due ricami simili a figurine maschili stilizzate. L’estremità dei bordi è decorata da motivi geometrici simili a piccole arcate.”

Nel 2014 la storica dell’arte Alex Rusu,  presente presso il museo per un tirocinio sui tessuti tradizionali, esamina il manufatto e lo aggiunge alla sua schedatura come:

 “Tovaglietta in tela ricamata sui bordi con il motivo dela casa (o chiesa) e nel campo centrale con motivi fitomorfi e zoomorfi. I bordi sono ricamati anche con uno scritto. I colori del ricamo sono: azzurro, giallo, verde, arancione.”

* manufatto di particolare interesse antropologico, di cui non è sicuro l’uso come “tovaglietta”.

Qualcosa rispetto al presunto uso del manufatto non la convinceva del tutto.

Un mistero svelato?

Fino a un paio di generazioni fa le donne dedicavano molte ore al cucito e al ricamo: la preparazione del corredo nuziale era considerata di grande importanza. Ma che succede a una persona inserita in una realtà sociale e storica in cui il matrimonio è fondamentale e una donna è portata a investire tutto nel suo ruolo di sposa e custode della famiglia se, mentre prepara il corredo pensando alla persona che sta per sposare – e di cui magari è innamorata, quella persona la tradisce o cambia idea?

Che succede dentro di lei se il germoglio fiorito (che dall’antichità a oggi è simbolo evidente di fertilità) le muore tra le mani mentre lo sta ancora finendo di raffigurare?

Nel 2018 l’antropologa Gianna Saba è incaricata della redazione dei contenuti per la nuova sezione etnografica. In tale circostanza intraprende un esame approfondito dei materiali presenti in deposito e delle schedature pregresse e redige una nuova scheda tecnica.

“un pezzo unico, rarissimo e di grandissimo valore socio-antropologico. Si tratta indubbiamente di un’ingiuria o una maledizione scagliata da una donna verso un uomo e probabilmente anche verso un’altra donna.  (…)  L’iscrizione sembra recitare: “Flammasa tiene de provare no te llames gadoni mundane e traitori te deves llamare o vitoria palma chi gadoni se lama a ds no lo amas de su ferru is  – ma chi provas su inferru no fes la gloria i es de sempre eternu no pasas agonia cun la virgen maria tiengo de cuntratari no te lames gadoni mundane e traitori te deves lamare”

 Da questa base di lavoro nasce il testo, sempre a firma di Gianna Saba, chiaro e completo, che potremmo definire “narrazione museale scientifica” e di cui si prevede l’uso nell’allestimento con due diversi livelli di approfondimento:

  • primo livello:

“UNA STRANA TOVAGLIETTA

Questa tovaglietta quadrata in tela ricamata a punto croce proveniente dalla collezione di tessuti di Amilcare Dallai veniva definita dal collezionista “rarissima”.

Il manufatto contiene, infatti, su due lati opposti, alcune frasi in lingua sarda di non facile interpretazione:

 “MACHI PROVAS SU INFERRU NO FES LA GLORIA IES DE SEMPRE ETERNU NO PASAS AgONIA CON LA VIRGEN MARIA TIENgO DE CONTRATTARI NO TE LAMES GAdONI MUNDANU E TRAITORI TE PUEDES LAMARE [“Ma che tu provi l’inferno non (ti) faccia la gloria Gesù (IESus) di sempre eterno (riposo), (che tu abbia) un agonia interminabile (non abbia riposo l’agonia), con la Vergine Maria devo contrattare, non ti chiami Gadoni, mondano e traditore ti puoi chiamare”]

dettaglio 1

FLAMASA TIENES DE PROVARE NO TELAMES GADONI MUNDANE E TRAITORI TEPUEDES OVITORIA PALMA CHI GADONI SE LAMA A d.S NO LO AMAS DE SU FERRU IS. [Le fiamme devi provare, non ti chiami Gadoni mondano e traditore ti puoi chiamare. O Vitoria Palma che Gadoni si chiama a D.S. non lo ami, del ferro (inferno) [è] lui].

Negli altri due bordi, “AS [ripetuto più volte] AA [ripetuto più volte] I D E T I”

Il resto dell’oggetto è decorato da una cornice a motivi geometrici. Il motivo centrale pare essere una variante dell’albero della vita che sembra dipanarsi da una sorta di figura femminile stilizzata culminante in trifogli e girasoli. Compaiono poi altre figure, tra cui un leone rampante e delle figure di difficile interpretazione (scorpioni? esseri cornuti?)

  • secondo livello o di approfondimento:

“Sull’oggetto sembra esser stata ricamata una vera e propria maledizione. Dopo averlo descritto come “mondano” e “traditore”, l’autrice del ricamo scaglia la propria ira verso un uomo (D.S.?) augurandogli di provare in eterno le fiamme dell’inferno.

Non è poi chiaro se la frase successiva “O Vitoria Palma chi gadoni se lama a d.s. no lo amas” [O Vittoria Palma/ che si chiama gadoni/ a d.s. (iniziali?) non lo ami”] costituisca un ammonimento a se stessa o ad una presunta rivale in amore.

Al di là delle circostanze specifiche, l’iscrizione ha chiaro intento malevolo. È presumibile immaginare uno scenario in cui l’oggetto potesse esser stato confezionato, in un primo momento, con intenti benefici, magari inizialmente destinato al corredo nuziale. In questo senso sembrano andare i ricami centrali e parte dei motivi ornamentali dispiegati sui bordi, di significato eminentemente protettivo, come il leone rampante, gli elementi vegetali e il ricamo da alcuni autori definito come “arca dell’alleanza” ripetuto sul bordo. In un secondo momento l’oggetto, persa l’originaria connotazione di “tovaglia della sposa”, si è trasformato in mezzo di attacco magico.

L’oggetto costituisce un’importante attestazione etnografica del rilievo conferito, nelle magie delle culture tradizionali, alla parola pronunciata, considerata forza agente. Ancor di più, scrivere qualcosa significa invocare il potere della parola. È variamente attestata dalle fonti, ad esempio, la capacità comunemente attribuita agli uomini di chiesa di utilizzare con intento magico le sacre scritture presso culture, come quella sarda, a forte maggioranza illetterata. In Sardegna la scrittura di formule magiche si ritrova in amuleti conosciuti come “breves” o “pungas”, che contengono spesso preghiere, invocazioni o formule magiche. Ricamare, come in questo caso, una maledizione, equivale a renderla eterna.”

L’oggetto, la vicenda e non ultima la capacità di intuizione e la chiarezza nel porgere i contenuti di questa narrazione scientifica hanno determinato l’urgenza di far emergere in superficie il dolore tutto umano e la rabbia della protagonista del breve racconto, nato quasi per germinazione spontanea.

La vicenda non è del tutto chiara e non sappiamo con crtezza assoluta chi fossero i protagonisti, quindi una parte di mistero rimane insoluta. Certamente non sono personaggi famosi. Sono uomini e donne ”normali” impegnati nella lotta del quotidiano e gettati nell’angoscia del veder negata la realizzaione di un sogno di normalità scandito da un sacramento.

NOTE

[1]Un ringraziamento a Gianna Saba, che ha lavorato sui materiali della collezione etnoantropologica del Museo Nazionale G.A. Sanna, nel frattempo divenuta funzionario antropologo per il MiBACT e ora in servizio presso la SABAP di Cagliari, per la gentile disponibilità e professionalità.

[2] Il progetto è nato mentre il museo era ancora gestito dalla Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro e col direttore Gabriella Gasperetti; il gruppo di lavoro che ha curato il progetto era composto da diverse professionalità; v. F. Condò, G. Gasperetti, L’eredità negata: il Museo Nazionale G.A. Sanna in Sassari dal recupero delle origini alle nuove connessioni, in  – Romarchè. Roma 2016. Si ringrazia l’attuale direttore, Bruno Billeci, per la possibilità di pubblicare la foto della tovaglia e la ditta Fallani per aver fornito il fotogramma.

[3] Colpisce la lungimiranza di Antonio Taramelli, che nel 1927 afferma, a proposito dell’abito tradizionale sardo: “…questa grazia antica che non trova piu accoglienza che tra i buon gustai stranieri  o nella claustrale pace delle Gallerie e dei Musei; necessità è quindi che nei Musei regionali si accolgano almeno le prineipali, se non le estreme reliquie di un mondo, scomparso forse senza ritorno” A. Taramelli, La collezione di merletti e tessuti sardi di Amilcare Dallay, in BA serie II, n. IV, ottobre 1927

[4]Essenziale su questo la riflessione degli antropologi, una sintesi operativa molto chiara in Vito Lattanzi, VincenzoPadiglione, Storie estreme, storie future, 2012

[5]Il Museo delle arti e tradizioni popolari, intitolato a Loria, è ora parte del MuCIV, Museo delle Civiltà.

[6]vi fa cenno V. Sanna Randaccio nella sua schedatura del 2007; Amelie Posse Brazdova, Interludio di Sardegna, 1933. v. un’efficace sintesi del personaggio in L. Candiani https://www.dols.it/2016/02/18/amelie-posse-brazdova/

[7]     La schedatura contiene  riferimenti a usi tradizionali e simbologie di grande interesse e che sono stati in parte inclusi nella sezione oggetto di riallestimento.

 

In evidenza

I numeri al lotto di Settembre e lo scandalo della scuola chiusa

14, 23 Settembre, anzi no, fine Agosto. La comunicazione sulla riapertura della scuola assomiglia a quella sul buco  dell’ozono. Si riapre, si richiude…si riaprirà?

scuola chiusa

Ma solo da noi peraltro. Dove la scuola è davvero poco considerata. Ce lo spiega bene Massimo ArcangeliQuesto giro di orizzonte internazionale, inedito e fatto con molta cura, ci fornisce un panorama sconfortante sul valore che attribuiamo all’istruzione. Linguista, sociologo della comunicazione, critico letterario, scrittore, insegna Linguistica italiana e Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Cagliari, Massimo Arcangeli è anche Garante per l’italianistica presso l’’Università di BanskaBystrica (Repubblica Slovacca) dirige, per l’editore Zanichelli, l’Osservatorio della Lingua Italiana e collabora con l’Istituto dell’Enciclopedia italiana. Numerose le sue collaborazioni con testate nazionali quali La Stampa, Il Manifesto, L’Unità, Liberazione, L’Unione Sarda; per Repubblica ha curato la rubrica “Il linguista” con Alessandro Aresti, per “Il fatto quotidiano” con Sandro Mariani tiene il blog “Il giocabolario”.

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La chiusura protratta e le misure di contenimento adottate per la ripresa dell’anno scolastico (azzeramento di ogni forma di socializzazione per bambini e adolescenti, costretti a evitare qualunque contatto fisico coi loro compagni e obbligati, dalla scuola elementare in su, a indossare le mascherine per quasi tutto il tempo trascorso a scuola – come i loro insegnanti –, e perfino, qualora il virus dovesse riaffacciarsi, divisori fra i banchi in plexiglas), non hanno di fatto equivalenti nelle scuole dei diversi paesi europei.

A Malta, in Ucraina e in Bulgaria la situazione è simile a quella italiana per la riapertura,  ma non per le previsioni sulle restrizioni da adottare agli esami di maturità (per la Bulgaria) o alla ripresa, mentre in Albania le scuole potrebbero riaprire a luglio. Anche in Romania si riaprirà a settembre, ma dal 2 giugno si svolgono attività di preparazione agli esami per agli studenti delle classi finali, tenuti a indossare le mascherine (come i loro insegnanti). In Russia, anche se la maggior parte delle regioni non le ha poi fatte riaprire (le stesse regioni decideranno se far indossare le mascherine agli studenti durante l’esame di maturità), le scuole sono rimaste chiuse solo dal 23 marzo al 12 aprile.

In Islanda le scuole sono riaperte dal 4 maggio: niente mascherine in aula per gli alunni. In Irlanda – nessun obbligo di mascherine neanche qui, nemmeno per gli insegnanti – il governo ha stilato una road map in cinque fasi (la prima si è avviata il 18 maggio). Le scuole sono ancora chiuse in Galles, Scozia e Irlanda del Nord. In Inghilterra, dov’è perlopiù sconsigliato l’uso delle mascherine nelle scuole, il rientro (graduale) è stato avviato il 1° giugno.

In Portogallo, dove i bambini in età prescolare hanno fatto rientro in aula il 1° giugno (gli studenti degli ultimi due anni delle superiori il 18 maggio), le mascherine sono obbligatorie sia per gli studenti di età superiore ai 6 anni sia per gli insegnanti. In Spagna dal 21 maggio la mascherina è obbligatoria, per i maggiori di 6 anni, solo se non si mantiene la distanza di sicurezza. Il 1° giugno il 70% del territorio spagnolo è entrato nella fase due dell’emergenza sanitaria. Il piano per il graduale ritorno alla normalità prevede, per questa fase, il rientro ufficiale a scuola in settembre ma, prima di allora, la possibilità di predisporre attività di rinforzo.

Il primo paese europeo a riaprire le scuole è stata la Danimarca: a rientrare per primi nelle aule (15 aprile) gli alunni di materne ed elementari, il 18 maggio è stato il turno dei maturandi (niente mascherine). In Lussemburgo gli studenti sono già tutti a scuola (ultimi i bambini delle elementari, in aula dal 25 maggio e a settimane alterne), in Norvegia la scuola dell’infanzia ha riaperto il 20 aprile, seguita da elementari e medie, in Finlandia l’emergenza è cessata il 13 maggio. Dal 14 maggio le scuole finlandesi hanno riaperto per gradi, col rientro delle primarie e della secondaria inferiore. Le mascherine non sono obbligatorie, e neanche consigliate, né per gli alunni né per gli insegnanti, mentre la Svezia (come la Bielorussia) ha adottato misure molto blande per contenere il virus. Niente mascherine, e le scuole, per chi ha meno di 16 anni, sono state tenute aperte per aiutare i genitori degli alunni che lavorano nei settori più delicati.

In Belgio le scuole hanno riaperto dal 18 maggio (alcune, specie in area fiamminga, tre giorni prima). I primi a rientrare, due giorni a settimana, sono stati gli alunni delle primarie e secondarie impegnati nell’esame di Stato (i bambini della primaria torneranno tutti in aula l’8 giugno). Una circolare del Ministero dell’Educazione (27 maggio) ha chiesto agli insegnanti delle elementari di mettersi d’impegno nel far osservare la distanza di sicurezza, raccomandando loro di portare la mascherina in aula se parlano a voce alta dalla cattedra o non sono distanziati dagli alunni.

La Francia, divenuta quasi ovunque zona verde, ha riaperto dal 2 giugno (gradualmente) tutte le scuole. Qui i bambini della primaria non devono indossare le mascherine, vietate nelle materne e obbligatorie per gli alunni delle medie solo quando si spostano o non possano rispettare il distanziamento; gli studenti tedeschi, coi loro insegnanti, sono invece tenuti a portarle (o a coprire naso e bocca). La Germania è ripartita il 4 maggio col ritorno in classe dei diplomandi (ma sulla riapertura ogni Land ha deciso in autonomia); l’obiettivo del governo federale è di far ritornare tutti in aula, almeno per un giorno, prima della fine dell’anno scolastico.

In Polonia, dal 25 maggio, sono riprese le attività educative, ma non in forma di lezioni, per le prime tre classi delle elementari, e dal 1° giugno sono possibili “consultazioni in presenza” a vantaggio degli studenti degli ultimi anni. Anche in Ungheria, dove la didattica a distanza proseguirà fino al termine dell’anno scolastico (15 giugno), si possono utilizzare i locali scolastici, dal 2 giugno, per consultazioni. In Repubblica Ceca, dove sono gli insegnanti a valutare se fare indossare le mascherine agli studenti durante le lezioni, il rientro in aula è avvenuto anche qui su base facoltativa (11 maggio), oppure rinviato a settembre (per gli studenti delle superiori, con l’eccezione dell’ultima classe). In Croazia, dove le mascherine in aula sono solo raccomandate, dal 3 giugno, per i primi quattro anni delle elementari (riaperte l’11 maggio), il rientro è divenuto obbligatorio; prima decidevano i genitori se far tornare i figli a scuola. Anche in Slovacchia, dove le materne e (in parte) le  elementari sono ripartite il 1° giugno – sempre facoltativamente – le mascherine in aula non sono obbligatorie. Consigliate in Grecia e, per gli studenti a rischio, in Estonia, non sono obbligatorie nemmeno nelle scuole svizzere, mentre in Lituania le deve indossare il solo personale amministrativo.

Nelle scuole slovene, quando sono state riaperte (il rientro dei primi alunni è iniziato il 18 maggio), già non era più obbligatorio indossare le mascherine nei luoghi chiusi accessibili al pubblico. In Austria, dove il ritorno a scuola si è completato il 29 maggio, le mascherine non saranno più portate a partire dal 15 giugno. Da questa data cesserà quasi ovunque l’obbligo di indossarle.

Ma ecco il quadro, paese per paese (quasi tutti).

Albania

Il 1° giugno, oltre agli asili nido, hanno riaperto (parzialmente) le materne. Dalla stessa data è possibile spostarsi privatamente ovunque (a piedi, in bici, in auto, in moto o in motorino), mentre il trasporto pubblico – urbano e interurbano – continua a essere sospeso. Le scuole riapriranno presumibilmente a settembre (oppure, nella migliore delle ipotesi, a luglio).

 

Austria

Il 4 maggio sono tornati nelle aule gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori (della durata di quattro anni), il 18 maggio quelli di medie ed elementari (la riapertura ufficiale è stata però il 15 maggio, con la realizzazione di una serie di lavori preparatori), il 29 maggio quelli delle superiori dal primo al terzo anno. Le classi si sono perlopiù avvicendate a giorni alterni: una settimana si seguono le lezioni dal lunedì al mercoledì e la settimana successiva il giovedì e il venerdì. Le mascherine, obbligatorie per studenti e insegnanti, non saranno più portate a scuola a partire dal 15 giugno: da questa data, ha dichiarato (29 maggio) il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, verrà meno quasi ovunque l’obbligo di indossarle pubblicamente (fanno eccezione i mezzi di trasporto, gli ospedali, le farmacie, gli enti di ricerca e i luoghi di fornitura di servizi e gli esercizi commerciali – come i negozi di barbieri e parrucchieri – in cui è impossibile mantenere la distanza di sicurezza di un metro).

 

Belgio

Le scuole hanno cominciato a riaprire il 18 maggio (alcune, specialmente in area fiamminga, sono però ripartite tre giorni prima). I primi a rientrare (10 al massimo per classe), due giorni a settimana, sono stati gli alunni delle primarie e secondarie impegnati nella preparazione dell’esame di Stato: i bambini della sesta elementare (conclusiva del terzo ciclo) e gli studenti della seconda e sesta superiore (conclusive del primo e terzo ciclo). I bambini della scuola dell’infanzia sono rientrati in aula a tempo pieno il 2 giugno, quelli della primaria torneranno a sedersi tutti ai loro banchi l’8 giugno. Una circolare del 27 maggio (n. 7599) del Ministero dell’Educazione, destinata a materne ed elementari, stabilisce che i piccoli non devono rispettare il social distancing nell’interagire fra loro né indossare le mascherine. Agli insegnanti della primaria il documento chiede di fare invece i maggiori sforzi possibili per l’osservazione della distanza di sicurezza (1 metro e mezzo) fra loro, e con gli allievi e loro genitori,  e  gli raccomanda l’uso in aula della mascherina (sconsigliata ai colleghi della materna) quando parlino a voce alta dalla cattedra o non siano sufficientemente distanziati dagli alunni.

Bielorussia

La Bielorussia, l’unico paese europeo a non avere interrotto i campionati di calcio, ha adottato minime misure per contenere l’epidemia. Ultimamente, con l’aumento dei casi di contagio, sono stati predisposti protocolli sanitari per i passeggeri in arrivo dai paesi a rischio.

Bulgaria        

Lo stato di emergenza sanitaria è stato dichiarato il 13 marzo, e quel giorno tutte le attività scolastiche sono state sospese (chiusi anche gli asili, riaperti su base volontaria – decidono i genitori se mandare i bambini – il 22 maggio). Le scuole non sono ancora state riaperte, ma gli esami per l’ultima classe delle medie inferiori (la settima) e per l’ultima delle medie superiori si svolgeranno in presenza. Gli studenti entreranno in aula indossando le loro mascherine, ma potranno toglierle durante le prove.

Croazia

In Croazia, dove il distanziamento sociale è di 2 metri, non vige alcun obbligo, ma la semplice raccomandazione, di indossare le mascherine di protezione nelle aule. Gli asili nido e i primi quattro anni delle elementari hanno riaperto l’11 maggio, con l’avvio della terza fase di allentamento delle misure sanitarie emergenziali (la prima fase era iniziata il 27 aprile, la seconda il 4 maggio), su base volontaria. Questo fino al 2 giugno. Dal 3 giugno non sono più i genitori a decidere se far ritornare i figli a scuola: il rientro a scuola è divenuto obbligatorio.

Danimarca

La scuola dell’infanzia e la Folkeskole, la primaria e secondaria pubblica di primo grado (9 anni in tutto, più un anno di materna – o “preprimaria”  – e uno facoltativo), frequentata da chi ha un’età compresa fra i 7 e i 16 anni, hanno già riaperto: i primi a rientrare nelle aule (15 aprile) sono stati i più piccoli, della scuola materna ed elementare. Il 18 maggio si sono riaperti i cancelli anche per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori (17-19 anni), quelli che dovranno sostenere l’esame di maturità.  Il modello adottato è quelle delle aggregazioni per piccoli gruppi di allievi (“bolle protettive”) che non siano in contatto fra loro. Anche la ricreazione si fa a piccoli gruppi. I banchi sono distanziati (più o meno di 2 m), ma niente mascherine per gli allievi e neanche per gli insegnanti. La Danimarca è stato il primo paese europeo a riaprire le scuole.

Estonia, Lituania, Lettonia

Dal 15 maggio i cittadini delle tre repubbliche baltiche possono spostarsi liberamente dall’una all’altra. La Lituania ha riaperto gli asili nido il 18 maggio, la Lettonia il 12 maggio. In Estonia le scuole sono state parzialmente riaperte dopo il 15 maggio (il numero massimo di studenti per aula è stato fissato a 10), e agli studenti e agli insegnanti considerati a rischio si consiglia l’uso di mascherine protettive (fornite dalla scuola). In Lettonia l’anno scolastico – esami finali a parte – si è chiuso o si chiuderà in  remoto per tutte le scuole. In Lituania, dal 1° giugno: non c’è l’obbligo del distanziamento sociale (2 metri) per i bambini delle materne (ma si consiglia di limitare a 15 minuti la durata dei contatti), e le mascherine sono obbligatorie solo per il personale amministrativo; le lezioni possono svolgersi in remoto o in presenza (il distanziamento sociale è in questo caso di 1 metro), preferibilmente all’aria aperta.

Federazione Russa

Per prevenire la diffusione del virus il​ Ministero dell’Istruzione russo ha chiuso le scuole di ogni ordine e grado dal 23 marzo al 12 aprile. Per il successivo periodo lo stesso ministero ha raccomandato alle scuole di proseguire con l’insegnamento a distanza; la decisione finale spettava però alle autorità regionali, la maggior parte delle quali non le ha riaperte. Gli esami di maturità prevedono, fra le norme sanitarie adottate, l’uso delle mascherine da parte degli insegnanti; ogni decisione sulla necessità di farle portare anche agli studenti che devono sostenere l’esame di maturità spetta ancora alle autorità regionali, che dovranno tener conto dell’evolversi della situazione per il loro territorio.

Finlandia

Lo stato d’emergenza, dichiarato il 17 marzo, è qui cessato il 13 maggio. Dal 14 maggio le scuole finlandesi hanno riaperto gradualmente, col rientro in aula degli alunni della primaria e della secondaria inferiore. Mascherine o altri dispositivi di protezione individuale non sono obbligatori, e nemmeno consigliati, né per gli alunni né per i loro insegnanti.

Francia

Il governo francese ha deciso di chiudere le scuole il 16 marzo. Le scuole elementari sono state riaperte a partire dall’11 maggio, le prime e seconde medie (collèges) – ma solo quelle ubicate nelle zone verdi – dal 18 maggio; la formula, in entrambi i casi, è consistita nel rientro volontario (15 studenti al massimo per classe) e non sono mancati problemi (compresi i dietrofront di molti istituti, costretti a chiudere nuovamente i cancelli per sopravvenuti casi sospetti di nuovi contagi). A partire dal 2 giugno, con la Francia divenuta quasi per intero zona verde (salvo in tre regioni, ancora arancioni: l’Ile-de-France, la Guyane et Mayotte), si aggiungeranno, sempre progressivamente, tutte le altre. I bambini della primaria non sono tenuti a indossare le mascherine protettive, espressamente vietate nelle scuole materne. Le stesse sono obbligatorie per gli alunni delle medie inferiori e superiori nei soli momenti in cui si spostano, a meno dell’impossibilità di rispettare nelle aule le regole di distanziamento sociale (1 metro), e per i loro insegnanti se in presenza degli allievi (decreto dell’11 maggio 2020, n. 548, art. 12, comma II); le regole per le scuole superiori sono identiche.

Germania

Il 16 marzo, dopo una riunione coi presidenti dei Länder, Angela Merkel ha annunciato rigide misure di contenimento sanitario che hanno portato a decretare la chiusura, da parte dei 16 stati federati tedeschi, di scuole e giardini d’infanzia (Kindergarten). Dal 4 maggio il paese è ripartito col ritorno in aula dei diplomandi, ma sulla riapertura scolastica ogni Land ha preso le sue decisioni (l’Assia e la regione di Berlino avevano già riaperto, gradualmente, dal 27 aprile); l’obiettivo del governo federale è comunque di far ritornare tutti in aula, almeno per un giorno (bambini delle materne compresi), prima della conclusione dell’anno scolastico. Il modello adottato è quello dei piccoli gruppi (15 studenti al massimo per aula), il distanziamento sociale è di 1 metro e mezzo e gli studenti, coi loro insegnanti, indossano le mascherine (o sono tenuti, in qualche modo, a coprire naso e bocca).

Grecia

Qui la riapertura (graduale) è partita dalle ultime classi del liceo (non obbligatorio, dura tre anni), rientrate in aula l’11 maggio, ed è proseguita con le medie (Gymnasium, obbligatorio, sempre triennale) e con le restanti classi liceali. Il distanziamento sociale è di 1 metro e mezzo e le mascherine, come nella maggior parte dei luoghi chiusi (l’obbligatorietà di indossarle, per gli utenti, sussiste solo sugli ascensori, sui mezzi pubblici di trasporto, negli ospedali, negli ambulatori e nei centri diagnostici), sono solo consigliate per studenti e personale scolastico.

Irlanda

Le scuole hanno chiuso in Irlanda a partire dal 12 marzo. Il governo, per graduare meglio la riapertura, ha stilato una dettagliata road map in cinque fasi. La prima, avviata il 18 maggio, avrà il suo epilogo il 7 giugno; la terza, che partirà il 29 giugno, vedrà la progressiva riapertura delle scuole materne per i figli dei lavoratori impegnati nei servizi essenziali; la quarta, dal 20 luglio, estenderà l’apertura delle materne ai figli degli altri lavoratori; nella quinta, dal 10 agosto, riapriranno i loro cancelli tutte le altre scuole. Per studenti e insegnanti, come per gran parte della popolazione irlandese,  non c’è alcun obbligo di portare guanti o mascherine. La tabella di marcia del governo irlandese prevede il ricorso a mezzi di protezione, in aggiunta al distanziamento sociale (2 metri), solo per limitare i rischi quando si erogano servizi o si prestano cure mediche.

Islanda

Il 13 marzo viene annunciata la chiusura delle scuole secondarie e di tutte le scuole dell’area di Reykyavík a partire dal 16 marzo. Le scuole materne ed elementari (oltre agli asili nido), fuori del territorio della capitale, non hanno mai chiuso i battenti. Tutte le scuole sono state riaperte il 4 maggio. I bambini di materne e  primarie non sono soggetti a nessuna regola di affollamento o di distanziamento sociale. Gli studenti delle superiori devono mantenere gli uni dagli altri – nei limiti del possibile – una distanza di 2 metri e non oltrepassare, negli spazi condivisi, il numero di 200 persone. Niente mascherine per nessuno.

Lussemburgo

Gli studenti dell’ultimo anno delle superiori sono tornati in aula il 4 maggio. L’11 maggio si sono riaperte le secondarie per gli anni diversi dal primo. Il 25 maggio sono ritornati sui banchi i bambini delle elementari (écoles fundamentales), a settimane alterne, mentre per l’éducation précoce (l’età prescolare) continuano a essere i genitori a dover decidere se mandare o no i loro figli a scuola. Tutti i bambini sono tenuti a indossare girocolli (tours de cou), che gli dà la scuola, con cui coprire naso e bocca (o, in alternativa, maschere protettive proprie); i loro insegnanti ricevono in dotazione maschere.

Malta

Tutte le scuole (insieme agli asili) sono state chiuse a partire dal 13 marzo. Il primo ministro maltese, Robert Abela, ha annunciato la ripresa di tutte le attività per il 5 giugno, ma le scuole sono state escluse dalla ripartenza (gli asili, invece, riapriranno a breve) e gli stessi esami di Stato, di primo (per gli studenti di 15-16 anni) e di secondo livello (per quelli di 18-19 anni), si svolgeranno solo alla ripresa dell’anno scolastico. Non sono stati ancora forniti dettagli sull’uso dei dispositivi di protezione nelle aule.

Norvegia

La scuola dell’infanzia ha riaperto il 20 aprile, seguita da elementari e medie (le superiori, invece, sono ancora chiuse). Il modello è lo stesso che ha adottato la Danimarca: la formazione di piccoli gruppi fissi di bambini (tre o sei, secondo l’età).

 

Paesi Bassi

Le scuole sono state chiuse il 16 marzo. Le primarie hanno riaperto parzialmente (al 50% del tempo) il 1° maggio, le secondarie hanno riaperto del tutto il 2 giugno (l’8 giugno torneranno a pieno regime anche primarie e materne). Il personale scolastico, docente e non docente, deve osservare un distanziamento di 1 metro e mezzo dagli allievi, che si raccomanda stiano il più lontano possibile gli uni dagli altri (ma nessun obbligo di mascherine).

Polonia

Le scuole materne hanno riaperto dal 6 maggio (molte sono però rimaste chiuse, per decisione delle autorità regionali o perché non in grado di soddisfare i richiesti requisiti di sicurezza). Dal 25 maggio è stata autorizzata la ripresa delle attività educative (non però nella forma delle tradizionali lezioni) per le prime tre classi delle elementari, e sono possibili “consultazioni dirette” in presenza – dal 1° giugno disponibili per le scuole di ogni ordine e grado –  richieste ai loro insegnanti dagli studenti in procinto di sostenere l’esame scritto di maturità (8 giugno) e dagli alunni dell’ultimo anno (l’ottavo) delle elementari, impegnati in un test.

 

Portogallo

In Portogallo la sospensione delle attività didattiche ha avuto inizio il 16 marzo. I bambini in età prescolare hanno fatto rientro in aula il 1° giugno. Gli studenti degli ultimi due anni delle superiori (l’undicesimo e il dodicesimo), i sedicenni e i diciassettenni che saranno impegnati negli esami, sono già rientrati a scuola il 18 maggio. Le mascherine, secondo quando fissato dal decreto legge del 1° maggio (n. 20, art. 13b, comma 1), sono obbligatorie sia per gli studenti (di età superiore ai 6 anni) sia per il personale scolastico, docente e non docente.

Regno Unito

In Scozia, Galles e Irlanda del Nord le scuole sono ancora chiuse. In Inghilterra, invece, il rientro (graduale) è stato avviato il 1° giugno, con la ripartenza delle quinte e seste classi della primaria (frequentate dai bambini di età compresa, rispettivamente, fra i 5 e i 6 anni e i 10 e gli 11 anni), compatibilmente con le condizioni locali, della secondaria (dell’obbligo, per studenti fino ai 16 anni), dei college per la “formazione ulteriore” (further education), ecc. La distanza di sicurezza è di 2 metri, e anche qui si è proceduto a ridurre il numero di alunni per classe. Sconsigliato l’uso delle mascherine nelle scuole di ogni ordine e grado; si può pensare di adottarle, in situazioni specifiche (esclusivamente al chiuso) o per particolari ragioni, solo per un breve periodo.

Repubblica Ceca

Gli studenti delle superiori, con l’eccezione di quelli dell’ultima classe, rientrati (facoltativamente) l’11 maggio, torneranno a sedersi sui loro banchi il 1° settembre. Gli alunni del nono anno della primaria, l’ultimo del secondo ciclo (con esame di ammissione alle secondarie), sono ritornati in aula sempre l’11 maggio, mentre per i bambini delle altre classi delle elementari il rientro a scuola è avvenuto il 25 maggio (anche qui il rientro, in tutti e due i casi, è stato previsto su base facoltativa). In Repubblica Ceca le mascherine sono obbligatorie negli spazi scolastici condivisi, ma nelle aule decidono gli insegnanti se farle indossare oppure no, durante le lezioni, ai loro studenti.

Repubblica di Serbia

Qui scuole e asili sono stati chiusi il 15 marzo. Gli asili sono stati riaperti (11 maggio), le scuole ancora no. Nessun obbligo di mascherine.

Romania

Le scuole riapriranno a settembre, ma dal 2 giugno è consentito lo svolgimento, negli istituti scolastici, di attività di preparazione agli esami, per la durata di due settimane, rivolte agli studenti delle classi finali (l’ottava, la dodicesima e la tredicesima). In aula gli studenti (non più di 10) e i loro insegnanti sono tenuti a rispettare le norme di distanziamento sociale (2 metri) e a indossare mascherine di protezione (chirurgiche o no).

Slovacchia

Dal 1° giugno sono ripartite – l’apertura è però facoltativa – le scuole materne, con un massimo di 15 bambini, e poi le scuole elementari del primo ciclo (della durata di quattro anni) e le prime classi del secondo ciclo (della durata di altri quattro anni), entrambe con un massimo consentito di 20 alunni. In aula le mascherine non sono obbligatorie né per gli studenti né per gli insegnanti, anche se il consiglio, per questi ultimi, è di indossarle.

Slovenia

Le scuole slovene sono già state riaperte (il 18 maggio il ritorno in aula dei primi alunni: i bambini degli asili e delle tre classi iniziali delle elementari, e gli studenti dell’ultima classe delle superiori). Erano state chiuse il 16 marzo, quattro giorni dopo la proclamazione dello stato d’emergenza sanitaria (cessata dal 31 maggio). Già a partire da quel 18 maggio, con l’entrata in vigore di un nuovo decreto governativo, non era più obbligatorio indossare le mascherine nei luoghi chiusi accessibili al pubblico. Quel decreto, che non modificava le misure di distanziamento sociale (1 metro e mezzo), ne raccomandava comunque l’uso.

Spagna

Il 1° giugno il 70% del territorio spagnolo (per una popolazione di circa 32 milioni di persone) è entrato nella fase due dell’emergenza sanitaria. Il piano approntato per il graduale ritorno alla normalità (Plan de desescalada) prevede, per questa fase, il rientro ufficiale a scuola in settembre ma, prima di allora, la possibilità di predisporre attività di rinforzo, di affidare ai centri scolastici i bambini di età inferiore a 6 anni, qualora entrambi i genitori lavorino in presenza, e di svolgere la prova di ammissione all’università.  Dal 21 maggio la mascherina, il cui uso è comunque raccomandato se si è fuori dalla propria abitazione, è obbligatoria, per i maggiori di 6 anni, solo qualora non si riesca a mantenere la distanza di sicurezza (2 metri) dagli altri; questo vale anche per studenti e insegnanti.

Svezia

È un paese a parte, come la Bielorussia, per aver adottato misure molto blande per il contenimento del virus. Qui le mascherine appaiono quasi una stranezza – figuriamoci doverle indossare fra i banchi – e le scuole frequentate da chi ha meno di 16 anni sono state tenute aperte per consentire ai genitori degli alunni di continuare a svolgere il loro lavoro nei settori di primaria importanza. Il governo svedese, a metà marzo, si è limitato a  raccomandare l’insegnamento a distanza nelle scuole secondarie superiori.

Svizzera

Nelle scuole svizzere di ogni ordine e grado la mascherina non è obbligatoria. Possono però decidere di indossarle, in particolari situazioni o in determinati contesti formativi, gli studenti di età superiore ai 16 anni.

Ucraina

Dal 12 marzo sono chiuse tutte le scuole, comprese quelle materne. Riapriranno presumibilmente nel mese di settembre, e non si è  ancora deciso se si dovranno indossare le mascherine al loro interno (le mascherine sono attualmente obbligatorie sui mezzi pubblici, negli uffici aperti al pubblico, ecc.)

Ungheria

Le scuole materne – con gli asili nido – sono state autorizzate a riaprire dal 25 maggio ma non a Budapest, dove la riapertura è possibile dal 2 giugno; a partire da questa data si può anche decidere di utilizzare i locali scolastici per consultazioni (gli interessati: piccoli gruppi o singoli studenti). L’apertura è facoltativa in tutti i casi: la didattica a distanza proseguirà fino al termine dell’anno scolastico (15 giugno).

In evidenza

Volare…?

Dopo averci fatto sorridere con l’incauto acquisto de La Tazza del Vate per #ioraccontobreve  solo due giorni fa, Romeo Lucchi  qui si è fatto decisamente più caustico, e si è preso, giustamente, tutte per se 250 parole invece che 100.

Sulla celeberrima canzone di Modugno gli aneddoti, anche quelli politici e persino di politica estera, si sprecano. Nei momenti di depressione in Italia si mette in discussione tutto, anche l’Inno nazionale, e pur di far le corna al povero Goffredo si oscilla dal  sostituto illustre tipo il Va pensiero verdiano al sostituto pop, ovvero Volare.

Volare

Questo aneddoto del 2029, però, ci mancava. E come poteva essere altrimenti. essendo nel futuro. Ci fa ridere? Sì, ma a denti stretti. Ci lascia un senso di disagio.  Non riusciamo a toglierci dalla testa che in fondo… oddio potrebbe anche succedere!!!!

 

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Volare

 

Spinse l’acceleratore sino in fondo e si lanciò nel vuoto.

Il monitor indicava la durata prevista della diretta streaming: 4 secondi e 521 millesimi.

Aveva precedentemente impostato la funzione regia automatica che prevedeva il montaggio del video da trasmettere in diretta sfruttando le due telecamere esterne e le quattro interne.

Per colonna sonora aveva scelto una vecchia canzone: Volare di Domenico Modugno. Calzante, pensò. Questa volta nessuno gli avrebbe rubato la scena, anche lui avrebbe avuto il suo minuto di gloria. Fanculo agli uragani, alle inondazioni, alle trombe marine e pure alle bombe d’acqua e all’alta marea. Fanculo alla fame, alla disoccupazione, alle migrazioni e alle guerre. Fanculo ai genocidi, fanculo a tutto e a tutti. Finalmente la scena era sua. Sfruttando l’App che aveva scaricato la sera prima aveva stimato almeno 500.000 spettatori connessi e quasi certamente il video avrebbe fatto il giro del mondo raccogliendo così milioni di visualizzazioni. Forse il suo sarebbe stato il video più visto al mondo. Di sempre. Primi like, trecento wow, commento: CHE FIGATA. 4500 like, 34 sigh, 866 wow, commenti: VAI COSI’, SEI UNA BOMBA! FIGO! SPAAACCAA!  8999 like, 1911 wow, 84 love, 50 sigh, 3842 wow, 112.543 like, commento: SIIIIII!  499.995 like, 88.912 commenti…

back future

Al momento dell’impatto al suolo apparve sul monitor la scritta “data odierna: 25 maggio 2029”.

Lo stesso giorno il Presidente degli Stati Uniti d’America George Clooney insieme al primo ministro Leonardo di Caprio si incontravano alla Casa Bianca con Rocco Siffredi, Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana per discutere dei futuri scenari del Mediterraneo.

 

In evidenza

I barbari in giardino. Chi è senza pensiero scagli la prima pietra.

La linea retta (che in grafico fiancheggia ahimé fedelmente le ascisse, non le ordinate) dell’encefalogramma culturale italiano  dispiega i suoi nefasti effetti, oggi anche su Montanelli. E non siamo che all’inzio, temiamo. Del resto essere incompreso era un destino che gli si addiceva molto ( ‘La sconfitta è il blasone dell’hidalgo‘-diceva ogni tanto).E il bello è che trova spazio sui giornali e anche nelle fauci di alcuni  pseudointellettuali, cui il nostro darebbe a buon ragione e alla maniera toscana la ‘patente’ di bischeri.

Montanelli

 

In fin dei conti non serve dire niente:  Montanelli si difendeva da sè e anche il suo monumento. Del resto non è la prima volta che lo attaccano (anche materialmente)

Per dirla con Mario Cervi e un suo pezzo di alcuni anni fa a proposito di alcuni politici, lui odiava i personaggi minori o insignificanti e probabilmente nemmeno si sarebbe sprecato a dare importanza ai barbari che vogliono tirare giù la sua statua nei giardini pubblici di Milano (‘tutti costoro hanno il grave difetto di non saperlo ispirare o di ispirarlo il minimo necessario per scrivere‘ diceva Cervi nell’articolo).

Ma il fatto in sè è poi tutto sommato irrilevante. E’ lo scenario che indica che dovrebbe preoccupare più dei virus.Quel che fa paura è l’ignoranza imperante e la riduzione di intere storie e percorsi intellettuali a  pappette precotte etichettate in un modo o nell’altro secondo il bisogno.

C’è ancora qualcuno che legge e si fa le sue personali idee, ma con l’onestà intellettuale e la solidità che caratterizzava Montanelli?

In evidenza

#ioraccontobreve: settima settimana!

Ed ecco anche il settimo sigillo su questa bella manifestazione online.

     SETTE

Diciamo subito che uno di questi racconti nasconde un fatto molto curioso, ma assolutamente reale. Un mistero che sveleremo più avanti.

Per ora, lasciando intatta la suspense, visto che si parla anche di settimo sigillo, diciamo che il filo conduttore dei premiati di questa settimana, è stato il tempo e l’inesorabilità delle cose. Viene il dubbio che vi siate parlati, prima di spedirci i racconti, perché, come vi sarete accorti leggendo i testi delle precedenti 6 settimane, non è stato poi difficile trovarvi temi e situazioni assai vicine. I pensieri a volte sono davvero contagiosi, riecheggiano di testa in testa per giungere fino a noi.

Il tempo nelle sue manifestazioni, si sa, va preso al volo. Dare tempo al tempo, quando di può, ci porta a sedimentare le idee e a volte a cambiarle.  Ma attenti allora, in quel fatidico momento, ad afferrare l’occasione e fare la mossa giusta, potrebbe non esserci ‘tempo’ per rimediare! Ce lo spiega, con humour stile oltremanica, Romeo Lucchi, genovese, uomo di teatro, affabulatore che da trent’anni si dedica ad attività legate al palcoscenico e al movimento espressivo. Suoi racconti sono stati premiati e antologizzati (La farinata, Se tornassi indietro), alcuni li trovate in rete e sulle principali piattaforme di podcasting.

LA TAZZA DEL VATE

TAZZINA CAPODIMONTE

Era la prima volta che partecipava a un’asta. Aveva con sé contanti e libretto degli assegni. Il battitore presentò l’articolo: tazza da tè appartenuta al sommo poeta. Unico pezzo rimasto di un prezioso servizio in porcellana di Capodimonte. Base d’asta: cento euro. Accarezzò l’idea di acquistarla. Col Gabriele erano conterranei anche se lui era milanese d’adozione. Magari l’aveva portata alle labbra la Duse, pensò. A cinquecento euro ebbe un’epifania: come faceva a essere certo che fosse veramente del Gabriele? Decise di lasciar perdere. Fanculo la tazza– disse tra sé con un gestaccio che gli assicurò il pezzo per seicento euro. 

Poi c’è il tempo fra i tempi: il tempo della vita e quello della morte. Il tempo possiede una soluzione di continuità? Riflessioni macabre? Forse, ma in questi mesi c’è stato tempo per riflettere su tutto, come non si faceva da lungo tempo.  Qui è Daniele Possanzini Daniele Possanzini pisano, manager ed esperto forense di informatica e di sicurezza informatica, a prendersi la patata bollente e tentare di spiegarcelo. Il suo romanzo d’esordio,  Pervinca – enigma della molestia per una donna geniale, è stato pubblicato nel 2019.

SENZA SOLUZIONE DI INCOMPRENSIBILITA’.

Non c’è mai tempo di chiedere informazioni a chi muore, di chiederle proprio in quell’istante misterioso in cui sta vivendo la sua morte. Prima e dopo non è come nell’istante in cui esattamente accade.

VITA MORTE

È come quando ci si addormenta. Prima si è svegli e poi si è addormentati. Ma nel passaggio?Chi si è mai fermato a gustare quel momento sottile, guardando di qua e di là?Dove sono il tempo e lo spazio quando si perde coscienza?

Non è anche quello un immenso silenzio improvviso che avvolge? Non è un mistero anche quello?

E poi c’è l’amore, che talvolta supera il tempo, ma qualche volta invece non gli resiste e poi c’è l’immortalità…perché qualcosa ci lasciamo sempre dietro, le nostre opere restano. Ma non è detto che questo, come si potrebbe pensare, abbia sempre una connotazione positiva e rosea: anche le maledizioni per le promesse tradite del tempo e dell’amore, a volte restano eterne. Francesca Condò, nell’inviarci questo racconto, il suo terzo per #ioraccontobreve, ci dice che si sta abituando a prendere il caffè da voi. Me lo immagino coi tavoli di legno consumati, il Caffè letterario 19, una bella luce come è in questa stagione, e qualche tavolo fuori in mezzo a vasi di fiori un po’ in disordine. Bella immagine. Grazie, queste 41 parole ce le teniamo con piacere per noi!!!! Può tornare quando vuole, come tutti Voi!

LA TOVAGLIA NUZIALE

Aveva consumato tutte le sue ore di luce su quel ricamo. Aveva scelto i disegni uno a uno: fiori, foglie, anche l’arca dell’alleanza perché come nella Bibbia il loro sarebbe stato un patto eterno. Forte come la morte. E invece l’amore non era durato.

LA CASSAPANCA

E della forza era rimasta solo la morte. E l’odio. Lo aveva proseguito, il ricamo. Lo aveva proseguito e punto dopo punto aveva intessuto lacrime e sangue e la promessa d’amore era diventata maledizione; l’albero della vita era ora mandragora che la lacerava, un infinito lamento. Prima solo nella mente. Dopo si era fatta verbo nella sua bocca. Aveva evocato tutte le forze celesti perché la aiutassero a dannarlo. A dimenticare il traditore. Mundane e traitori! Ma la maledizione si era fatta parola scritta e il dolore, intessuto, era diventato anche lui eterno.

In evidenza

Raccontare per il futuro. La generazione ‘C-19’ si racconta.

‘La scrittura è sempre una strategia vincente quando dobbiamo ricostruire i nostri riferimenti identitari’ questa frase di Alessandra Merighi ci ha molto colpito.

I giovani sono le vere vittime di tutta questa situazione che stiamo vivendo.

sposta la tua mente al doèpo

 

Per Caffè 19, su questo sito, ci sono stati giovani (come ad esempio per #ioraccontobreve, o per il Premio Asimov) che ci hanno raccontato questi mesi e che si sono raccontati.

Per questo riteniamo importante quanto segue, e volentieri lo promuoviamo.

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Hanno perso settimane e mesi che nella vita sono irripetibili: momenti complessi e insieme entusiasmanti, come possono esserlo le interrogazioni e i compiti in classe,
gli esami per la patente di guida ma anche i campionati sportivi, le gite scolastiche, la festa di compleanno propria o dei loro amici. Attimi di quotidianità improvvisamente svaniti per tutti gli studenti italiani – e di gran parte del mondo – e un periodo di vita che per i teenager delle “zone rosse” si è trasformato in un incubo ancora più raccapricciante, un’impresa ardua da affrontare, proprio mentre ci si trovava alle prese con uno dei momenti per definizione complicato, l’adolescenza. La pandemia 2020, con le sue regole opprimenti, ha costretto i giovani fra le mura domestiche, lontani dalla scuola, dagli amici, dalla libertà e soprattutto da una visione di futuro. «Proprio per questo da alcune delle zone più terribilmente colpite ci è arrivato un forte impulso perché i loro ragazzi potessero raccontarsi e raccontare il loro “dopo”; la voglia di ritornare a respirare», spiega Valentina Gasparet, curatrice di pordenonelegge e coordinatrice del progetto di scrittura “Sposta la tua mente al dopo… e raccontalo”, ideato e promosso da Istituto Flora e Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione dell’Area Giovani CRO, dell’Assessorato alla Cultura della Regione Friuli Venezia Giulia e con la partecipazione delle scuole Superiori del territorio regionale. «Alcune scuole delle zone rosse di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto hanno richiesto di poter partecipare in qualche modo al contest, per favorire uno scambio di esperienze fra giovani adolescenti. Abbiamo accolto con entusiasmo questa proposta, che ha per noi un forte valore simbolico. I testi degli studenti di Piacenza, Brescia, e dell’area veneta di Conegliano e Pieve di Soligo ci arriveranno già selezionati dagli insegnanti di quelle scuole, e saranno inseriti, insieme ai testi degli studenti FVG, nell’area del sito dedicata al progetto. Naturalmente ci piacerebbe molto che una rappresentanza di questi ragazzi potesse partecipare a pordenonelegge 2020, quando sarà presentato l’ebook con i racconti selezionati».
In particolare, saranno coinvolti gli studenti del Liceo Scienze Umane e Liceo Scienze Applicate “G. Colombini” di Piacenza, del Liceo “Veronica Gambara” di Brescia, coordinati dall’insegnante Eugenia Maranesi; degli ISISS “Cerletti” e “Da Collo” di Conegliano, del Liceo Marconi e dell’ISIS “Fanno” sempre di Conegliano, dell’ISISS “Casagrande” di Pieve di Soligo, coordinati dall’insegnante Ivana Abiti con il Progetto Giovani di Conegliano.
Con rinnovato slancio, dunque, i promotori del contest guardano alla prima scadenza del progetto, il 15 luglio 2020, deadline di consegna degli elaborati: a tutti i ragazzi delle scuole Superiori del Friuli Venezia Giulia si propone di scrivere un testo breve (file word, 1800 caratteri spazi inclusi max), narrativo o poetico, e di inviarlo via mail alla propria docente, che veicolerà il componimento.
Un atto corale di scrittura per sentirsi più vicini, insieme, verso il futuro, per guardare al tempo che verrà: per riannodare il filo di un desiderio rimasto forse sospeso nel periodo di pandemia, ma che si può adesso riprendere per i mesi e gli anni che verranno. Spiega infatti la docente e presidente di Giuria Alessandra Merighi che «la scrittura è sempre una strategia vincente quando dobbiamo ricostruire i nostri riferimenti identitari: il contest nasce dal desiderio di offrire ai giovani uno strumento di confronto e condivisione per idee, stimoli e prospettive nuove, per il progetto di un mondo diverso da quello che ci siamo lasciati alle spalle con la pandemia. Le riflessioni e le intuizioni di ciascuno, se condivise, possono diventare patrimonio di tutti: “Sposta la tua mente al dopo” significa proprio questo, un varco per lasciar fluire le migliori idee dei giovani e traghettarle verso il futuro».
I testi dei partecipanti saranno inoltrati all’organizzazione direttamente dai docenti,
accedendo alla sezione dedicata al progetto nel sito web http://www.pordenonelegge.it, compilando il form e allegando il file con l’elaborato, entro e non oltre il 15 luglio 2020. Gli elaborati saranno vagliati da una commissione tecnica presieduta “super partes” dalla docente Alessandra Merighi dell’Istituto Flora – che non prenderà parte alla selezione e votazione dei testi – e composta da Francesca Pavan (esperta in progettazione partecipata), Sergio Maistrello (Responsabile comunicazione CRO di Aviano), Marzia Mazzoli (Biblioteca civica, Assessorato alla cultura del Comune di Pordenone), Antonella Santin (Centro Orientamento Regionale, C.O.R., PN), Sabrina Zanghi (insegnante, Istituto Flora), Roberto Cescon (poeta), per il coordinamento
di Valentina Gasparet, curatrice di pordenonelegge. I lavori selezionati saranno pubblicati nel blog del progetto “Sposta la tua mente al dopo… e raccontalo”. Incipit o brevi citazioni verranno apposte sui canali social degli organizzatori per promuovere l’iniziativa. E quelli pubblicati nel sito, o una loro selezione, saranno successivamente
raccolti in un ebook che verrà presentato alla XXI edizione di pordenonelegge.it _ Festa del libro con gli autori (16-20 settembre 2020). (Info & Dettagli: Fondazione Pordenonelegge.it, tel. 0434.1573200 fondazione@pordenonelegge.it http://www.pordenonelegge.it)

 

In evidenza

Il coraggio e la festa della cultura. Una breve intervista ed un omaggio a Pordenonelegge 2020

 

pordenone legge

Pordenonelegge si farà.  Quando abbiamo letto questa notizia sulla stampa la cosa ci ha fatto molto piacere. Per la 21esima edizione della Festa del libro con gli autori ci sono già le date: 16 al 20 settembre. Si tratta di un prestigioso festival letterario organizzato dalla Fondazione Pordenonelegge.it che si svolge a Pordenone durante il mese di settembre. Come si legge sul sito il festival Pordenonelegge nasce nel 2000 dalla volontà di attirare l’attenzione sul territorio ed esprimerne le grandi potenzialità turistiche e culturali. Questo obiettivo si rafforza con la decisione di affidare il programma a curatori locali, fortemente radicati in ambito editoriale ma anche nel tessuto di Pordenone. La missione del festival è quella di raccontare il mondo, sentire le sue voci, orientare in una realtà a volte sfuggente se non incomprensibile, con l’idea di fondo che i libri siano il luogo dove il sapere si stratifica e si intreccia. pordenonelegge èun luogo di confronto ampio, vario e senza pregiudiziali. In due decenni di attività pordenonelegge è diventata la Festa del Libro con gli Autori, occasione di incontro e confronto per tutti gli attori della realtà editoriale e letteraria del Nord-Est d’Italia e non solo: negli ultimi anni il festival è cresciuto fino a diventare una tra le più attese manifestazioni dell’agenda culturale italiana, vantando importanti relazioni con altri festival nazionali e collaborazioni con eventi internazionali, confermandosi come palcoscenico per autori famosi e scrittori emergenti.

Al format tradizionale quest’anno si affiancherà potenziata la parte online e social. Questo per permettere agli scrittori di essere non soltanto raggiunti in ogni parte del mondo ma anche di parlare con il pubblico che, da casa o dall’ufficio, potrà comodamente assistere alle presentazioni. Il programma, che è ancora in fase di definizione, non avrà lo stesso numero degli incontri dell’anno scorso. Ma ci sarà pubblico, ci sarà interazione fisica e non solo virtuale. Le incognite, come si comprende,  sono molte e sono ovviamente legate soprattutto all’emergenza da coronavirus ma, come già fatto con Italia Book Festival, ci siamo prefissi il compito di promuovere e mettere in luce quanto di buono si sta facendo, con grande coraggio e in modo propositivo e talvolta molto creativo, per evitare che in questo periodo la cultura in Italia entri in completa ibernazione. E quindi viva chi riesce a pianificare una inedita edizione 2020 in attesa (speriamolo) di un più tradizionale 2021.

pordenone legge 1

Per Caffè 19 abbiamo quindi rivolto 3 domande a Michela Zin Direttore della Fondazione Pordenonelegge

Lei è stata così gentile da darci queste risposte. La ringraziamo sentitamente, come ringraziamo l’Ufficio stampa della Manifestazione.

D. Progettare un evento culturale di rilievo in tempi di pandemia: a quali criteri e modelli (se ce ne sono) vi siete ispirati? riformulerete la Vs mission?  Quali sono le Vs attese?

R. Va detto che siamo ancora in fase di progettazione. Il nostro evento è in programma a settembre dal 16 al 20 e questo ci consente di avere del tempo per trovare quella che ci sembrerà la soluzione migliore. Di certo abbiamo da subito confermato la realizzazione del festival anche quando non si sapeva cosa sarebbe accaduto nei mesi a seguire e come avremmo potuto realizzarlo. L’abbiamo confermato perché sentiamo di avere un impegno importante a livello culturale ma anche sociale (lo scorso anno con Università Bocconi abbiamo realizzato proprio un’indagine sulla legacy dei nostri vent’anni di attività). E l’online poteva già essere una soluzione perseguibile. A oggi stiamo immaginando un festival ibrido: con presenza e online (ad ampio raggio). Ovviamente per la parte in presenza dipenderà dall’evolversi della situazione ma pensiamo che, confermando le disposizioni sul distanziamento sociale, potremo trovare la soluzione migliore in accordo con le istituzioni locali. In questo modo anche la nostra città potrà beneficiarne.

Siamo consapevoli che i numeri della scorsa edizione (600 ospiti, 360 incontri in 5 giorni. 130.000 presenze) non sarà possibile confermarli. Ma siamo fiduciosi di riuscire a proporre comunque un festival di alto profilo dal punto di vista culturale mantenendo un po’ di quel clima magico che si crea all’interno degli spazi che ospitano gli incontri e nella città. Perché in fondo ogni luogo “utilizzato” dal festival ci ha dimostrato di avere un’anima.

D. Vedete la tecnologia in questo senso come un supporto o come una ‘nuova strada’?. E se sì, fino a che punto sostitutiva dell’interazione fisica?

R. Quando siamo nati (nel 2000) il nome scelto è stato pordenonelegge.it pensando che forse il libro sarebbe stato soppiantato dalla tecnologia e dall’online. In realtà poi non è stato così e questo .it negli anni lo avevamo un po’ abbandonato. Ora è il momento di riutilizzarlo considerato che questa emergenza ci ha spinto inevitabilmente verso questa direzione. Quindi assolutamente sì, sarà una nuova opportunità che non deve sostituire la presenza ma che può aprire nuovi orizzonti e farci conoscere ancor più ad ampio raggio

D.Letteratura, spazio e territorio: come gestire il contatto col territorio e la fruizione di spazi ed eventi culturali di questi tempi? Qual è il rapporto e il supporto degli altri stakeholder, principalmente le Istituzioni?

R.Cercando di mixare al meglio tutti e tre gli elementi. In questi mesi di lockdown, per esempio, alcune iniziative come i “Viaggi digitali d’autore” hanno provvisoriamente sostituito le “gite” di una giornata nei luoghi degli scrittori. Abbiamo realizzato dei video creando una sorta di anticipazione di quello che speriamo il pubblico decida di venire a vedere proprio nei luoghi che hanno ispirato alcuni autori come Hemingway, Pasolini o Nievo. Il progetto è realizzato con la Regione Friuli Venezia Giulia e  la sua agenzia per la promozione. I video resteranno visibili per sempre nel nostro canale YouTube e sicuramente saranno un ottimo strumento di promozione del turismo culturale.

Le istituzioni sono sempre state al nostro fianco e ci hanno sempre supportato. Va sottolineato che già la nostra Fondazione ha come soci la Camera di Commercio e le associazioni di categoria del territorio. Mentre il Comitato Strategico è rappresentato da tutte le istituzioni locali. Quindi abbiamo sempre lavorato insieme con intenti comuni. E continueremo a farlo anche in questo momento di difficoltà.

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Seguiremo ancora gli sviluppi di questa importante manifestazione, nella speranza, che è anche un sincero augurio, di potercela presto pienamente godere dal  vivo!

 

In evidenza

Vision Project: a great chance and an honor/ Il progetto globale Vision una chance ed un onore

Vision 1It is a recognition that goes to all those with whom I have tried to work in an innovative way on the subjects of higher education in the strategic and entrepreneurial field, combining both creativity and innovation, in terms of methods and content.

E’ un riconoscimento che va a tutti coloro con cui ho cercato di lavorare in modo innovativo sui temi dell’alta formazione in campo strategico e imprenditoriale, conciliando creatività e innovazione, sia nei metodi che nei contenuti.

Ringrazio i 13 global sponsor per avermi scelto/I’d like to thank the 13 global sponsors for choosing me:

sponsor vision

The Vision project is supported by the Erasmus+ programme projects and it aims to engaging with 120 global stakeholders and experts across higher education, business, policy, and society to pave the way for the future of teaching and training for creativity, innovation and entrepreneurship.

Il progetto Vision è supportato dal programma Erasmus+ e si basa sul coinvolgimento di 120 stakeholders e esperti dell’alta formazione, del business e apparteneti al modno della politica e della società per definire il futuro dei processi di teaching e training improntandoli alla creatività, all’innovazione e all’imprenditorialità.

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In evidenza

Narrazione ex machina: il museo dai mille volti/2 parte

Abbiamo già detto che questo è un articolo che non dovete perdervi. Lo ribadiamo ma non ce n’è bisogno perchè gli apprezzamenti ricevuti ci hanno ampiamente confermato che è un tema da seguire e lo toccheremo ancora.

Intanto, per chi si fosse perso la prima parte, eccola qui.

Il concetto di come ripensare tutti assieme con originalità ed efficacia  lo spazio, forzati certo da questo momento di emergenza ma seguendo una linea di pensiero ed un’esigenza ben più antica, ci coinvolge tutti, e con grande, grandissima urgenza.

Lo spazio come cornice, setting, ambientazione, contesto, tutti da ripensare, praticamente in ogni ambito professionale e sociale.

spazio4

Lo spazio sconvolto dall’emergenza che diventa un’allegoria e una figura dell’inversione, questa strana inversione di ruoli che viviamo tra quinte e personaggi, per cui quel mondo caotico che cercavamo di tenere a distanza avvolti nel nostro guscio adesso è precisamente ciò che rivogliamo indietro, e il guscio ci fa paura, perchè ci ricorda l’isolamento, quello passato e quello prossimo venturo. La comfort zone divenuta prigione, chi l’avrebbe mai detto?

Lo spazio di fruizione dei nostri territori, da ripensare perchè la grande bellezza non diventi una grande (e incolmabile) distanza.

Francesca Condò, ci propone la seconda parte del suo lavoro. La ringraziamo nuovamente per il suo contributo.  Merita il tempo che vorrete dedicarvi. 

Francesca Condò è architetto specialista in restauro dei monumenti con esperienze nel campo della pianificazione territoriale e conservazione del paesaggio, degli allestimenti museali e della divulgazione scientifica.
Da settembre 2015 è in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT con incarichi relativi a rapporti internazionali bilaterali, progettazione di mostre in Italia e all’estero. È attualmente coordinatore presso la stessa direzione dell’unità organizzativa che si occupa di allestimenti museali, ambito nel quale si sta occupando di attività per il miglioramento del racconto museale.

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IL MUSEO DAI MILLE VOLTI/2

spunti di lavoro per una narrazione museale post covid-19

  1. Cosa e come raccontare?

Essendo il termine racconto museale ancora in corso di definizione, o avendone accettato la polisemia o, meglio, il suo essere un termine che include tante categorie, possiamo considerare tutte le possibilità che ci si offrono vedendo quale di esse sia più vicina al museo in questione. Romanzo o racconto? Racconto breve? Poesia? Una guida oggettiva? Un diario di viaggio? Una guida di viaggio su micro itinerari tematici? Di un viaggio lungo un percorso a bivi in cui diventiamo parte della narrazione?

Nella scrittura non è corretto imporre una regola. Se la narrazione però ha lo scopo di essere a servizio di un preciso obiettivo la regola si dovrà invece scegliere. Quello che importa è che, una volta scelta, essa venga seguita con coerenza.

Pongo sul piatto la mia versione della regola, una scelta accanto alle tante possibili.

Raccontare per il museo. Per raccontare nel museo o raccontare il museo si dovrebbe partire da qualcosa che ne è parte. Sembra una banalità ma non lo è. Siamo circondati, specie dopo il lancio delle aziende che si occupano di realtà virtuale, da numerose animazioni che non hanno un legame reale con l’istituzione che le ospita. Non ritengo corretto prendere a pretesto un elemento del museo per non dire di fatto nulla né su esso, né sul museo. Il museo diventerebbe l’astratta cornice di un esercizio letterario che potrebbe essere svolto in qualsiasi altro luogo.

Riconoscibilità dell’integrazione artistica. La narrazione museale non può inventare una realtà che induca il visitatore a credere in un’informazione non verificata. Esattamente come avviene nel restauro, la riconoscibilità, in un’istituzione scientifica, è fondamentale. La narrazione può e deve essere meravigliosa e onirica ma in quel caso deve sempre essere riconoscibile in quanto tale, ossia come narrazione o interpretazione e non come verità oggettiva se gli elementi a nostra disposizione sono insufficienti a porgerla al pubblico come dato scientifico. Vale per la realtà virtuale visuale, per le installazioni artistiche e vale anche (o forse di più, dato il valore testimoniale che storicamente ancora attribuiamo alla scrittura in questa parte di mondo) per un testo.

Tutti questi potenziali veicoli di coinvolgimento sono utili a creare un rapporto emozionale e a suggerire interpretazioni ma vanno, in ogni caso, chiaramente letti come opere d’arte legate al proprio tempo di creazione e non devono generare falsi verosimili deformando la storia e la morfologia di quello che è esposto.

Cercare l’uomo dietro al reperto.  Spesso guardiamo a ciò che esposto come a oggetti inerti perchè abbiamo dimenticato che chi li ha fatti ci assomigliava. Averli pensati e fatti nasce da esigenze simili alle nostre. Le epigrafi che lamentano la morte di un compagno, i recipienti per cucinare e conservare, le tabulae honestae missionis dell’agognato e raggiunto pensionamento dopo i pericoli della guerra. Questa umanizzazione degli oggetti esposti  sta già emergendo in forme narrative che si stanno sperimentando in diversi istituti museali[1]. Leggere l’uomo dietro all’oggetto ce lo rende familiare e crea un’affezione più difficilmente attingibile attraverso un testo puramente scientifico-descrittivo.

uomo nell'ombra

Parola e segno. L’iconografia dimenticata. In Italia negli ultimi anni il lavoro degli illustratori è stato ritenuto marginale, come se il disegno dovesse servire unicamente ad abbellire un pannello o un testo. Da poco tempo stanno emergendo libri in cui l’immagine ha riacquisito un ruolo importante. Salvo rari casi, nei musei italiani questo strumento narrativo è molto trascurato pur essendo una potente modalità di amplificazione nella trasmissione del contenuto permettendo anche di limitare la traduzione.

Lo scarso uso dell’immagine per comunicare un contenuto ha una sorta di triste parallelo nella diffusa perdita di capacità di decodificare il linguaggio visuale delle opere. Non siamo più abituati a leggere oltre, non siamo più abituati a interpretare i simboli del passato. È un fenomeno da non trascurare: l’arte e la raffigurazione, dall’antichità a oggi, attinge a piene mani al doppio, al simbolo, al segno significante.  Perdere questa capacità interpretativa non è soltanto perdere frammenti di conoscenza: è come perdere materialmente pezzi dell’opera[2]. Questa incipiente perdita costituisce paradossalmente una grande occasione di narrazione. Permette di raccontare interi mondi nascosti e seppelliti in opere che, per la maggior parte delle persone, ormai sono solo quello che sembrano.

  1. Governare la barca: apologia del timone

“Il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”

 J.L. Borges, L’aleph[3]

Dal punto di vista oggettivo è utile, nel momento in cui si affronta un nuovo allestimento, ossia una nuova narrazione (penso infatti che non sia possibile distinguere le due cose: nella macchina-museo si narra con tutto: con lo spazio, coi colori, con la scrittura, con la musica, con la poesia, con le superfici lisce o ruvide, con odori e sapori) avviare l’operazione con la redazione di un timone.

borges

Timone, oltre che un termine nautico, è un termine del gergo tipografico che funziona perfettamente anche per la gestione di un racconto museale più o meno complesso.

È spesso difficile, in media, far accettare l’idea di uno strumento potentemente organizzativo e progettuale al direttore di un museo o ad amministratori che hanno molta fretta e poco tempo a disposizione e che sono abituati a gestire l’emergenza innescando un accrescimento caotico nella fretta di dimostrare l’efficienza.

Il timone può essere un potente e versatile strumento di organizzazione dei contenuti.

Contiene ogni elemento, ogni oggetto, ogni testo, ogni impianto analogico o virtuale che costituisca la macchina-museo inserito nello spazio; non è rigido perchè può essere nel tempo arricchito, deformato, modificato in una dilatazione potenzialmente infinita. Ci permette però, allo stesso tempo, una visione d’insieme, ossia di essere consapevoli in ogni momento e per ogni pezzetto di spazio che cosa c’è e accade, di immaginare come e cosa ci potrebbe essere, e, soprattutto, di valutare le parti nelle loro relazioni reciproche e in relazione al fruitore.

Lo si può considerare un ibrido fra la composizione grafica di un libro e l’organizzazione dello spazio scenico di uno spettacolo teatrale -spazio e movimento degli attori- o la sceneggiatura di un film.

Avere un timone per ogni museo – che associa la descrizione, anche grafica, dello spazio fisico, alla narrazione che genera i percorsi, permetterebbe oggi, superato lo scoglio iniziale della prima redazione, una più facile gestione, inclusa la modifica degli spazi per il contenimento di un’emergenza.  È probabile ad esempio che, per ragioni di sicurezza, almeno in alcuni casi, si debba accantonare la fruizione libera dei siti e favorire quella vincolata a un percorso che proceda a senso unico dall’entrata all’uscita.

Un timone permette di gestire nel complesso cosa vogliamo raccontare, come vogliamo farlo, dove vogliamo lasciare maggiore spazio di libertà e dove invece, per le ragioni più varie (dalla conservazione dei pezzi alla sicurezza delle persone, dalla limitazione del tempo alla difficoltà interpretativa) decidiamo di condurre il visitatore su binari precisi. E permette soprattutto di lavorare a più mani: come in una barca a vela, se si è in grado, si può stare alla barra a turno; in ogni caso l’apporto di tutti è essenziale a manovrare in modo da godere del viaggio ma anche di arrivare salvi in porto. Il covid-19 è un’inattesa tempesta: probabilmente passerà, ma nulla ci esime dal considerare la possibilità che il mare torni ad agitarsi.

La strutturazione fisica del timone è semplice: una tabella elettronica, un foglio dedicato a ogni sezione del museo. Il foglio conterrà, per ogni sezione e nell’ordine di percorrenza, il tema principale, i sottotemi, il testo generale, I testi specifici, ogni oggetto con le sue dimensioni fisiche, la descrizione, la relativa didascalia, gli approfondimenti e la bibliografia. Per ogni ambiente o porzione di ambiente dovranno essere descritte le modalità di comunicazione e le possibili interazioni fra esse.

Il timone, quindi, viene a contenere non solo la descrizione di ogni tematica e di ogni strumento presente, ma avrà in sè loci deputati a ospitare i testi di ogni livello di lettura in una casella che corrisponde a una precisa localizzazione dello spazio fisico (dalla didascalia al pannello grafico complesso, dallo storyboard del filmato alla musica di sottofondo) a cui ognuno dei partecipanti alla formazione dei contenuti e degli strumenti veicolo di contenuti potrà lavorare in tempo reale aggiungendo e modificando fino al varo finale e nella contemporanea consapevolezza di quello che apportano gli altri. Il timone, infatti, può essere gestito come un unico contenitore/portale coordinato da un responsabile e accessibile ai partecipanti con chiavi che permettono la modifica dei settori di pertinenza.

  1. Fuori dopo il virus: dallo spazio concluso ai legami col territorio; dalla visita collettiva alla visita selettiva.

Cosa cambia con un’emergenza di tipo virale? Alcune riflessioni e spunti di lavoro

Le regole legate al rischio di contagio impongono di considerare nuove soluzioni per I luoghi aperti al pubblico. Questo coinvolge direttamente i musei per i quali, oltre ai dispositivi cha abbiamo imparato a conoscere negli ultimi mesi e che in ogni caso verranno adottati – mascherine, distanziamento, possibilità di disinfettare le mani, et c. – dobbiamo chiederci come il percorso/la narrazione si possano relazionare alle nuove esigenze in modo da garantire una fruizione soddisfacente.

percorso museale

Se il percorso tornerà obbligato non sarà comunque un ritorno al percorso ottocentesco. Non è infatti solo la possibilità di libera fruizione quello che ha connotato il mutamento – diversi musei conservano un percorso lineare e non tutti gli utenti lo disprezzano. Quello che è cambiato (o sta cambiando) è il modo di porgere i contenuti, il modo di interagire con le opere; e tale flusso informativo, direttamente collegato alla narrazione, prescinde dall’orientamento del percorso.

Itinerari selettivi paralleli

La narrazione può suggerire itinerari tematici che connettano alcune delle opere o ne prendano in esame un numero preciso, o anche una soltanto, favorendo l’approccio approfondito attraverso un percorso. Il percorso potrà essere attivato in parallelo ad altri percorsi con cui non si presentino interferenze.

Questo lavoro di scelta e sviluppo narrativo verrebbe enormemente agevolato dalla mappatura delle tematiche e delle opere data da un rilievo multilayer legato al timone cui si è sopra accennato permettendo una prima verifica virtuale sul modello 3D in merito alle possibili interferenze.

La modalità di “visita selettiva”, già sperimentata in alcuni musei in circostanze normali per chi avesse poco tempo per visitare un determinato museo e per aiutarlo a selezionare le opere da vedere in base ai suoi interessi, potrà essere in circostanze come quella che stiamo vivendo, incoraggiata.

Se non risulterà pensabile evitare che il visitatore che arriva da lontano possa vedere I capolavori per I quali ha intrapreso il viaggio, con rinnovata energia si dovrà percorrere la via tracciata negli scorsi anni che incoraggia la fidelizzazione attraverso abbonamenti e carte per chi non vive troppo lontano. Questo permetterà non solo di creare comunità, anche attraverso eventi, ma di favorire una fruizione slow, in cui si torna al museo più volte per soffermarsi su un numero limitato e sempre diverso di opere o per seguire itinerari suggeriti da narrazioni sviluppate ad hoc.

Rivalutazione dello spazio esterno

L’arrivo del covid e la conseguente esigenza di distanziamento sociale potrebbe portare a una nuova attenzione verso i musei all’aperto e a una loro migliore fruizione. Non tutte le aree archeologiche o storiche o di interesse paesaggistico sono dotate di una narrazione sufficiente. Lo stesso vale per le pertinenze esterne dei musei, considerate, salvo rare eccezioni, un’appendice meno importante della parte “al chiuso”.

Le aree di questo tipo sono state spesso vissute come luogo di scampagnata o meta della visita scolastica outdoor. Forse l’occasione, considerando che nelle aree aperte il distanziamento sociale risulta più facile e il contagio meno pericoloso, è preziosa per dotarle di quella narrazione che è stata affidata, nella maggior parte dei casi, alla visita guidata o a scarsi pannelli costantemente in stato di degrado per l’impossibilità di manutenerli.

Ancora di più rispetto a prima si potrebbe sollecitare il turista a visitare non solo l’opera all’interno del museo ma i luoghi che ne hanno determinato la nascita, ossia approfittare della circostanza attuale per ricucire finalmente le connessioni con l’esterno, facendo del museo un organismo che convive con ciò che è fuori (sfruttando la peculiarità del nostro paese che conserva molto dei monumenti, dei tessuti urbani e dei paesaggi storici che erano cornice o luogo di origine di quelle opere[4]), rendendo ogni museo un ecomuseo.

Nei casi in cui questo fosse possibile si potrebbe pensare a una redistribuzione sul territorio almeno di alcune opere che sono state negli anni scorsi, per diversi motivi, accentrate in uno stesso edificio museale importante a livello regionale[5].

Incremento degli spazi introduttivi

 Con le nuove esigenze di limitazione del numero orario di fruitori sarà necessario ampliare la comunicazione all’esterno, sia quella disponibile su web e reti museali dedicate, che quella informativa generale che introduce agli ambienti da visitare, dando, ove possibile, maggiore spazio per la sosta agevole e dotazioni informative (dai video alle brochure tematiche, anche come gioco o narrazione) alle “sale d’attesa” in caso si dovessero rispettare turnazioni per gli ingressi. Si andrebbe in sostanza a realizzare ex novo oppure ad ampliare quegli ambienti introduttivi che già esistono per quei monumenti in cui, per ragioni di conservazione, ci si mette di buon grado ad aspettare il proprio turno ascoltando una narrazione che ci permetterà, una volta all’interno, di cogliere dettagli che altrimenti potremmo trascurare a causa del tempo regolamentato della visita[6].

Incremento dell’uso dei mezzi elettronici

Saranno necessariamente potenziati gli strumenti che permettono di prenotare e acquistare biglietti on line, esigenza su cui il MiBACT stava già lavorando prima dell’emergenza.

Il pannello, la didascalia, le narrazioni scritte e parlate in via indiretta restano, salvo la necessità di trasferire le informazioni di ognuno di questi livelli informativi su un portale da cui il visitatore possa liberamente attingere attraverso il suo dispositivo per evitare assembramenti.  L’uso del dispositivo personale offre maggiore sicurezza ed ha già di fatto in molti casi sostituito l’audioguida; nei nuovi interventi si dovrà agevolare la predisposizione di connessioni wi-fi e reti interne utili alla trasmissione di tutti i contenuti della visita.

museo informatico

Per chi preferisse comunque la lettura tradizionale si dovranno predisporre fogli di sala plastificati che permettano la disinfezione, oppure lasciare la possibilità di acquistare con un costo contenuto fogli di sala in formato di semplice riproduzione.

Si dovrà ampliare la disponibilità di supporti tattili ad personam come schede di sala a rilievo piuttosto che l’uso di dispositivi comuni per tutti, in modo da poterli disinfettare adeguatamente ad ogni uso.

Una lancia si può spezzare a favore di dispositivi come I visori del tipo oculus: essi, nonostante la grande qualità di riproduzione che permettono (si veda l’impianto realizzato per un ambiente della Domus Aurea a Roma) sono stati spesso accantonati nelle scelte allestitive non tanto per i costi quanto per la limitata possibilità di farne fruire contemporaneamente un grande numero di persone. In questa fase potremmo dunque riguadagnare in qualità approfittando del fatto che il gruppo di persone che può fruire dell’animazione è già di per sé limitato dalla disponibilità di postazioni. La necessità di prenotazione e organizzazione di gruppi limitati non scoraggia la domanda se l’esperienza che si ottiene dalla visita è di grande soddisfazione.

Anche in questo caso si dovrà aggiungere ai costi di gestione la disinfezione del visore e della postazione prima della fruizione da parte del gruppo successivo.

Visite guidate

La narrazione diretta affidata alla guida è difficilmente sostituibile: l’interazione con una persona cui si possono porre domande è per una parte di pubblico gradita e normalmente utilizzata; non dovrebbe comunque risultare difficile, ferma restando la necessità di dotare il gruppo di dpi, rispettare il distanziamento prescritto attraverso l’uso, già diffuso, di trasmettitori audio con cuffie. La visita guidata in ogni caso permette una migliore gestione del tempo e del percorso. Più complicata la possibilità di interazione per lo spettacolo dal vivo  nella modalità di visita teatrale: prima del covid si è iniziato infatti a progettare sperimentazioni di interpretazione teatrale dei luoghi della cultura, tema in cui il lavoro del narratore/sceneggiatore diventerebbe vitale. Sarà purtroppo necessario limitare gli spostamenti degli artisti coinvolti mantenendo la giusta distanza dai visitatori.

Due piccoli vantaggi

Accanto ai numerosi problemi possiamo considerare le occasioni di rinnovamento: dovremo attenerci a un orario stabilito, ma quell’orario ci permetterà finalmente di godere di capolavori con la corretta distanza e senza dover assalire I nostri vicini; la concentrazione sarà stimolata dalla limitatezza temporale della visita. La condivisione consisterà non nel contendersi una sala con altre cento persone ma nel rispettare il tempo a propria disposizione per poi cedere il passo agli altri.

Altra conseguenza interessante potrebbe essere l’incentivo verso la visione di opere diverse da quelle più note e pubblicizzate. Il processo che stava lentamente portando il fruitore verso un maggiore interesse per la comprensione di un contesto più ampio era in corso e ora forse subirà un’accelerazione: il  museo non potrà più coincidere con l’opera-icona[7]Forse il virus riuscirà a farci uscire dall’idea romantica del genio isolato e a farci entrare, per tutelare le opere e noi stessi, in una logica di comunità, in cui Leonardo, Raffaello, Michelangelo sono, oltre che uomini eccezionali, il frutto della cultura del loro tempo, di chi c’era a fianco e attorno a loro e di quanto detto e fatto da chi li ha preceduti: contesto che merita di essere anch’esso apprezzato e conosciuto.

intreccio

Work in progress

L’anno scorso ha portato al varo del Sistema museale nazionale. L’emergenza covid ha rallentato il processo ma stimolato il MiBACT a riflettere sugli strumenti adottati e a chiedere agli utenti in via diretta, attraverso un questionario ad hoc da poco diffuso, cosa si vorrebbe per il prossimo futuro[8].

La Direzione generale musei si sta muovendo in diverse direzioni, molte le sperimentazioni concluse o in atto. Una di esse è il concorso che ha coinvolto I giovani designer[9] nella progettazione di oggetti per il merchandising e di servizi museali. Oltre a discutere e raffinare le indicazioni per migliorare il racconto museale, o, meglio, per l’allestimento e I suoi molti racconti, si potrebbero favorire gare e premi per elementi narrativi specifici, ad esempio la redazione di didascalie e pannelli, come avviene in altri paesi, con interessanti stimoli e risultati[10].

L’emergenza in atto ci porta ad aggiustare il tiro ma non ferma il percorso verso l’obiettivo che ci siamo posti: provare, quando usciamo dal museo, complessa macchina culturale, soddisfazione e arricchimento, ossia quello che avviene quando leggiamo un buon libro: iniziamo senza sapere bene cosa aspettarci e all’ultima pagina ne vorremmo avere ancora altre perchè senza di lui ci sentiamo incompleti.

[1]     Ad esempio presso il Museo Nazionale Romano

[2]     Questo porta a gravi conseguenze anche nelle operazioni di conservazione: il restauro infatti è strettamente legato alla capacità di riconoscere l’opera. Se non si riconoscono parti importanti si rischia di cancellarle anche solo con un banale intervento di pulitura.

[3]      J.L. Borges, L’aleph, 1952; citazione da ed. Feltrinelli 1989

[4]Ad esempio,vedere la Pietà Bandini è un’esperienza che non necessariamente si conclude nel Museo dell’Opera del Duomo di Firenze: posso visitare le Alpi Apuane, vedere le cave di Carrara, scoprire la vita dei cavatori dal 1500 a oggi, imparare che cos’è il marmo e cosa lo rende diverso da altri materiali, quando si è cominciato a utilizzare quel particolare marmo e le politiche protezionistiche dei Romani , cosa mangiavano i cavatori e assaggiare cosa si mangia oggi in lunigiana: le diramazioni nello spazio e nel tempo sono infinite e le occasioni di narrazione si moltiplicano di conseguenza

[5]     Il MiBACT aveva avviato progetti in tal senso per le opere conservate nei depositi dei grandi musei; v. I progetti Sleeping Beauty (http://musei.beniculturali.it/progetti/progetto-sleeping-beauty )  per la valorizzazione all’estero e un nuovo progetto rivolto ai musei italiani attualmente in corso

[6]     Si veda ad es. La Cappella degli Scrovegni dove, dopo il delicato restauro, per motivi conservativi si è limitato l’accesso che avviene a orari prestabiliti. nell’attesa del proprio turno di visita si può vedere un video introduttivo in una sala appositamente predisposta.

[7]Quanto è bello e importante in sè, per la cultura, per la bellezza, per la storia, e quanto viene invece cercato dal visitatore per la notorietà mediatica? Riporto l’esperienza fatta dalla collega storica dell’arte Federica Zalabra in merito a una sua visita al Louvre lo scorso anno durante la quale risultava impossibile riuscire a vedere propriamente la Monna Lisa per l’affollamento nella sala ma si poteva in compenso stare da soli a guardare i Caravaggio e gli altri seicenteschi dimenticati nella sala  accanto.

[8]il questionario è in atto e può essere compilato a questo link: https://docs.google.com/forms/d/1nqaT_Ge9MraJIoCeTZWYDD9kCZ3yiow7_ES84URPn04/viewform?edit_requested=true

[9]     http://musei.beniculturali.it/notizie/notifiche/dam-design-and-museums-2018

[10]   Si veda ad es. Il concorso annuale dell’Amarican Alliance for Museums, https://www.aam-us.org/programs/awards-competitions/excellence-in-exhibition-label-writing-competition/

In evidenza

#ioraccontobreve: i vincitori della sesta settimana

Mai e poi mai pensavamo di andare così avanti con #ioraccontobreve. Questa passione sincera e disinteressata per raccontare di tutto, da ambiti personali a fatti del passato, da oggetti ad emozioni, merita molta attenzione, merita l’ascolto che in effetti sta avendo.

Oggi partiamo da quelle piccole e grandi scelte che ogni tanto nella vita, si impongono. Anche se stavolta è doloroso, per il protagonista di questo racconto, scegliere tra Lei e…lei.

Di Letizia Lusini di Monteroni d’Arbia, si nota subito una certa dimestichezza con la scrittura e un taglio sottilmente ironico. Ha gestito per molti anni un banco nei mercati antiquari, scrive da oltre dieci anni con alcune pubblicazioni al suo attivo.

LA SCELTA

Scelta

Erano stati insieme per diciotto anni. Lui l’aveva curata, coccolata, amata. Era orgoglioso di lei anche dopo tanto tempo, la portava con fierezza ad ogni evento; e lei cresceva forte, decisa, senza difetti. Poi, un giorno, arrivò Lei. Guardò lei subito con disprezzo, e dette a Lui un aut-aut. Fu costretto a scegliere.  Lui la guardava ora: lei era ai suoi piedi, distrutta. Gli venne da piangere, poi “Caro, hai finito?” Lei lo chiamò dal soggiorno. “Sì, arrivo subito” rispose. Gli salirono agli occhi due lacrime, prima che uscisse dal bagno, e scivolarono giù, finendo sulla sua barba tagliata.

Di tutt’altro ambito e certo di tutt’altra scelta si parla in questa storia, in cui torna sui nostri schermi Francesca Condò, architetto specialista in restauro dei monumenti in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT, bissando il successo della terza settimana con un racconto elegante (interessante la sequenza del titolo che se si vuole è in sé un’altra narrazione sintetica) e di gran ritmo.

ACQUA, ARIA, FUOCO, TERRA.

La gamba legata si faceva spazio nell’acqua trascinandolo verso il fondo. Sergius pensò che aveva fatto qualcosa di non rimediabile. Lo pensò con la testa e col corpo che cominciava a cercare aria prima ancora di averne bisogno. Lo aveva fatto, doveva accettarlo. Lo aveva fatto. Non ci sarebbe stato più quel dolore ottuso ma neanche l’odore dei fiori e il senso di attesa della primavera. Quando sentì il flusso addensarsi attorno al corpo pensò che l’acqua stesse spietatamente prendendo il posto dell’aria. L’acqua invece lo respinse. La gamba smise di pesare e il corpo di dibattersi e cercare aria. Salì in superficie, al canneto. Sentiva la testa vuota riempirsi di braccia o serpi o animali sinuosi. Nel suo corpo affiorò un ricordo che non trovò una collocazione nel tempo o in uno spazio fisico. Era un ricordo solido, sessuale, pieno di energia e di forza che rasentava la violenza fisica. Le braccia afferrarono l’acqua e trovarono i fusti fitti delle canne.

4 elementi

E di bis in bis ecco un altro ‘narratore seriale’ del nostro contest, Kevin Tushe, vincitore della quarta settimana, senese e Liceale che a soli16 anni, che ama rievocare con ottima tecnica momenti di un passato certamente non vissuto ma di cui non gli sfugge l’intensità. Stavolta sono l’amore e la nostalgia a fare da padroni, ma anche un fatto storico accaduto quell’anno: per la prima volta nella storia a Città del capo un droghiere di mezza età, Louis Washkansky subisce un trapianto di cuore ad opera di Christiaan Barnard, carismatico e trasgressivo chirurgo 45enne.

Città del Capo,

Dicembre 1967, la calda brezza oceanica scompigliava i tuoi capelli corvini, il sole faceva rilucere la tua pelle color dell’ebano sotto quel tiepido crepuscolo d’estate australe. La Baia del Capo era il nostro anfiteatro, noi protagonisti di un’opera che pareva infinita, il mondo spettatore inconsapevole di una vicenda dai toni fiabeschi, predestinata a vita effimera.

Barnard

In quel mio breve soggiorno in Sudafrica l’apartheid ci aveva resi trasgressivi, seppur giovani e innocenti le nostre anime si intrecciavano, le nostre pelli si mescolavano alla stregua della costa con le onde dorate, in cui il tuo sguardo ambrato si confondeva. La sera della mia partenza la televisione racconta del primo trapianto di cuore, io che a te soltanto, a Città del Capo, ho aperto il mio cuore, perché tu del mio cuore eri diventata il capo, la mia anima, ora sbiadita nei flutti sanguigni dell’Atlantico.

In evidenza

Un’altra tessera del domino…

domino

Altra puntata, la settima del Domino letterario: Silvia Schiavo, che era in scena su YouTube la scorsa settimana,  ha tirato in ballo  Massimiliano Milanesi, il quale a sua volta oggi ci propone la lettura di “Luoghi arcani” (ARA Edizioni) di Annalisa Coppolaro, un piccolo tour del mistero tra Siena e provincia.

Il libro – Quello di Annalisa Coppolaro è un viaggio attraverso la notte. Renderla magica sta anche alla nostra sensibilità, alla misura in cui ci apriamo alla sua ricerca che cuce insieme storia e mistero. Due ingredienti tipici dalle nostre parti. Questi non sono racconti “strani” come sono intesi da altre parti, ma i segni di un’antica convivenza fra passato e presente, fra uomini di ieri e uomini di oggi.

luoghi arcani

 

 

Per le puntate precedenti…

In evidenza

Narrazione ex machina: il museo dai mille volti

Questo è un articolo che non dovete perdervi. Pochi giorni fa, nel corso di un riuscitissimo seminario, mi sforzavo insieme ad altri conosciuti e assai competenti ospiti di capire (e far capire), che fine avrebbe fatto il turismo nel nostro Paese.  Gira e rigira, le parole ricorrenti, a parte quella scontata di ‘crisi’: erano ‘parola’, ‘narrazione’, ‘accoglienza‘, ‘ rispensare gli spazi‘, ‘turismo diffuso’.

Il concetto di come ripensare tutti assieme con originalità ed efficacia  lo spazio, forzati certo da questo momento di emergenza ma seguendo una linea di pensiero ed un’esigenza ben più antica, ci coinvolge tutti, e con grande, grandissima urgenza.

Provate a pensarci, non riuscirete a smentirci. E’ la gestione dello spazio la vera frontiera del mondo nel contesto attuale.

spazio vuoto

Lo spazio come cornice, setting, ambientazione, contesto, tutti da ripensare, praticamente in ogni ambito professionale e sociale.

Lo spazio sconvolto dall’emergenza che diventa un’allegoria e una figura dell’inversione, questa strana inversione di ruoli che viviamo tra quinte e personaggi, per cui quel mondo caotico che cercavamo di tenere a distanza avvolti nel nostro guscio adesso è precisamente ciò che rivogliamo indietro, e il guscio ci fa paura, perchè ci ricorda l’isolamento, quello passato e quello prossimo venturo. La comfort zone divenuta prigione, chi l’avrebbe mai detto?

Lo spazio di fruizione dei nostri territori, da ripensare perchè la grande bellezza non diventi una grande (e incolmabile) distanza.

wunderkammer

Stiamo affrontando e affronteremo questo tema da varie angolature, perchè lo riteniamo letterariamente e materialmente fondamentale. Nello spazio, il materiale e l’immaginario si saldano. La narrazione museale è un fantastico modo per entrare nel tema: pochi ne sanno davvero qualcosa, molti ne sottovalutano l’importanza.  Dopo il 18 Maggio, in compagnia di pochi guardinghi e mascherati temerari, mi sono recato in un noto Museo d’arte contemporanea, che riapriva dopo mesi: c’era la voglia di riappropriarsi della vita, anche di quella culturale, di ridare un senso a quei bellissimi luoghi da troppo tempo vuoti. Ma percorrendo le sale smisuratamente vuote, le installazioni concepite per folle di visitatori, gli spazi esterni concepiti come mere vie di deflusso e respiro tra un’orda di pullman, ho avuto come la sensazione di trovarmi a cavallo tra due epoche storiche, come se quegli  spazi mi parlassero una lingua sempre meno comprensibile, ma un’altra stentasse ancora a  farsi largo.

Ho condiviso queste mie sensazioni con Francesca Condò, che abbiamo già avuto la fortuna di conoscere e leggere su queste pagine e che ha avuto la bontà di starmi ad ascoltare, aggiungendo ai miei magri concetti la sua grande esperienza e capacità di sintesi e riflessione. Ne è nato qualcosa di inedito, interessante e molto significativo, che leggeremo in due parti. Merita il tempo che vorrete dedicarvi. 

Francesca Condò è architetto specialista in restauro dei monumenti con esperienze nel campo della pianificazione territoriale e conservazione del paesaggio, degli allestimenti museali e della divulgazione scientifica.
Dopo gli studi, presso l’Università Sapienza di Roma, e la libera professione (storia dell’architettura, rilievo, restauro, valorizzazione del paesaggio, editing e ricerche per realizzazione musei, illustrazione e grafica) e collaborazioni col MiBACT ha lavorato presso la Soprintendenza Archeologica per le Province di Sassari e Nuoro (2012-2015) svolgendo lavoro di progettista e direttore dei lavori per interventi di restauro e per la realizzazione di mostre. Da settembre 2015 è in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT con incarichi relativi a rapporti internazionali bilaterali, progettazione di mostre in Italia e all’estero. È attualmente coordinatore presso la stessa direzione dell’unità organizzativa che si occupa di allestimenti museali, ambito nel quale si sta occupando di attività per il miglioramento del racconto museale.

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IL MUSEO DAI MILLE VOLTI

spunti di lavoro per una narrazione museale post covid-19

“We have only to follow the thread of the hero-path. And when we had thought to find an abomination, we shall find a god; where we had thought to slay another, we shall slay ourselves; where we had thought to travel outwards, we shall come to the center of our own existence; where we had thought to be alone, we shall be with all the world

Joseph Campbell, The hero with a thousand faces[1]

  1. Racconto museale / racconti museali.

Quale è il significato che diamo alla locuzione “narrazione museale”? Forse non a caso non se ne è data una definizione stretta, lasciando così la possibilità a ogni entità coinvolta dal tema di scegliere la direzione che più le si confacesse.  La definizione stessa di museo[2] si applica a  realtà anche molto diverse tra loro accomunate da uno scopo definito dall’ essere al servizio della società, dall’apertura, dalla ricerca, e non soltanto, come era in un passato non troppo remoto, dalla necessità di rappresentare un paese o conservare beni culturali mobili. Sulla definizione di museo l’estesa comunità dei membri di ICOM – International Council of Museums – costantemente discute, fino alle recenti e ancora controverse proposte emerse dal convegno di Kyoto[3].

Se partiamo quindi da un oggetto, il museo, di per sè difficilmente definibile in modo univoco, non si potrà pretendere di avere una definizione di “narrazione museale” stretta.   E forse, per il narratore, è meglio così.

wurmiani

  1. Museo come macchina.

Quando penso al museo non mi vengono in mente definizioni statiche. Quando penso a un museo penso a una macchina complessa, composta da elementi eterogenei che svolgono la loro mansione ai fini di un unico scopo: essere, appunto, al servizio della comunità umana e del suo sviluppo. Si entra nella macchina, si viene frullati o cullati, a seconda della natura della macchina, e si esce cambiati. 

La complessità della macchina fa si che la narrazione non possa essere affidata al solo linguaggio scritto: sono diverse le componenti che narrano, diversi per ognuna delle componenti i registri di lettura.

Distinguiamo le discipline per avere la possibilità di descriverle scientificamente, secondo un’attitudine classificatoria che aiuta la nostra memoria e la nostra tendenza a ordinare il caos del mondo; ma è davvero possibile separare gli ingranaggi di una macchina? Distinguere, come si è quasi sempre fatto finora, l’allestimento dall’ordinamento scientifico di un museo?

Nella macchina-museo la comunicazione del contenuto dovrebbe avvenire attingendo a tutti i mezzi espressivi a disposizione e scegliendo quale privilegiare a seconda del caso, e a più livelli:

– il linguaggio scritto e parlato (pannello e didascalia – in tutte le loro versioni – strumenti audio, teatro e lettura)

– lo spazio e gli arredi (organizzazione delle sale, morfologia di arredi e vetrine, organizzazione fisica dei percorsi)

– il linguaggio visuale (uso dei colori, uso dell’illuminazione)

– il linguaggio sonoro (musica, rumori)

– altri linguaggi sensoriali (tatto, olfatto, gusto)

– le installazioni complesse (fisiche o virtuali: installazioni interattive, realtà aumentata, ricostruzioni, gaming, performance in generale etc.)

La narrazione museale include tutte queste e magari altre forme espressive.

Una narrazione museale davvero efficace dovrebbe porsi l’obiettivo di attingere a queste forme senza pregiudizi selezionando, considerate anche le possiblità concrete di realizzarle, quello che di più si avvicina al contenuto da trasmettere, ossia a quel particolare museo, a quella particolare collezione.

  1. La narrazione scritta e parlata

I musei offrono infinite possibilità di racconto.  Partire da un oggetto è sempre un grandioso pretesto e i musei sono pieni di oggetti densi e quiescenti che aspettano di essere svegliati: è come avere in mano un mazzo di tarocchi con molte, molte più carte di quelle che ha utilizzato Calvino. Infinite alla infinito storie.

Pensiamo a una statua antica. Il primo soggetto che viene in mente al narratore è la storia del personaggio raffigurato o la storia del mito di cui quello rappresentato è uno dei personaggi. Si potrebbe invece attingere in via più diretta all’essenza di ciò che abbiamo di fronte, all’inconscio collettivo, ossia a un’invariante, a ciò che quel reperto rappresenta per il nostro essere umani a dispetto del tempo, come nelle poesie di Gabriele Tinti[4] o ancora a qualcosa che allude a un significato simbolico nascosto  – e che per noi è diventato incomprensibile, o a un elemento concreto che connetta l’opera alla regione di provenienza: il materiale – e da qui le cave, il paesaggio delle cave, la lavorazione, il paese dove quella lavorazione venne fatta per la prima volta, perchè venne adottata, l’operaio che morì in quella cava, la statua rimasta nella cava perchè era troppo grande e si ruppe durante la lavorazione, quella che mai raggiunse il posto a cui era destinata perchè la nave fece naufragio o perchè i pirati se la portarono per venderla altrove, come erano stivati questi pezzi nella nave perchè non venissero danneggiati. Può essere una descrizione ecfrastica esauriente e puntigliosa oppure una descrizione vaga e fluttuante che riflette analogie e differenze spezzandole in mille frammenti di specchio.

chiavi

E così, accanto alle classificazioni scientifiche, pullulano le classificazioni di un Linneo a nostro uso e consumo, come in un caleidoscopico manuale di zoologia fantastica. In fondo nulla ha impedito al chimico Levi, scrittore di cose tanto reali e concrete da ricordarci con dolore di che pasta è fatto l’uomo, di nuotare nella pura fantascienza di un parimenti inventato Damiano Malabaila. L’importante è che sussista un’intesa, un patto di sangue alla base, tra chi racconta e chi ascolta, un’intesa che permetta sempre, in fondo alla narrazione, di distinguere ciò che è racconto e ciò che è ipotesi da ciò che è invece il frutto di un’indagine scientifica: perchè non tutti quei peculiari viaggiatori che chiamiamo visitatori hanno bisogno della stessa cosa. E per questa ragione non è affatto detto che tutti bramino il videogioco: tra i visitatori ci sono anche quelli che in un’occhiata sono soddisfatti e passano a sedersi in caffetteria a fantasticare in assenza dell’oggetto, quelli che cercano ciò che conoscono per il piacere di ri-raccontarsi una storia mitologica, quelli che stanno tanto tempo a guardare solo la stessa opera (e per i motivi più diversi, dall’attrazione sessuale per il bel torace di un eroe all’estasi estetico-materica del marmo polito), o quelli che la guardano con la lente per vedere che forma hanno i cristalli o l’inclinazione della pennellata.

Così, come in un bar della mente, nel museo entrano pubblici diversi: qualcuno vorrà un caffè senza zucchero, qualcuno un bicchiere di vino strutturato di cui coglierà i profumi complessi, qualcun altro non saprà nulla di enologia ma entrerà ad annusare perchè va di moda e resterà prigioniero del gusto della scoperta. Prodotti diversi ci sono, possono convivere sullo stesso scaffale: possiamo berli nello stesso luogo – ognuno il suo, secondo le sue preferenze, oppure assaggiarle tutte noi, quelle bevande, in diversi momenti della nostra vita non necessariamente lontani nel tempo.

 

  1. A che serve il racconto museale? Dalla cittadella fortificata alla capanna delle riunioni

Il racconto museale è uno degli strumenti con cui il museo può parlare a più persone. Scrivere per più pubblici non vuol dire instupidire il linguaggio ma al contrario affrontare il difficile compito di veicolare contenuti anche complessi senza tradirne la scientificità per renderne palpabile l’importanza per tutte le persone che formano la comunità.

La necessità di scrivere per comunicare il proprio sapere – le proprie scoperte scientifiche, storiche, archeologiche, et c. a chi non conosce il linguaggio specialistico di una disciplina presuppone al contrario una capacità in più. Fino a qualche anno fa questa esigenza è stata nel nostro paese ignorata per diverse ragioni legate probabilmente a un particolare modo di considerare il ruolo della cultura. A questo modo era associata una concezione del museo come luogo riservato agli esperti in cui si concedeva di entrare ai non iniziati purchè restassero in rispettoso silenzio, senza chiedere nulla dei misteri: non comprendere un oggetto esposto, una didascalia, era considerato motivo di vergogna. Il visitatore è stato così non solo abituato a non chiedere ma anche, dopo i primi frustranti tentativi, indotto a disertare luoghi di cui non vedeva la necessità visto che conservavano oggetti di cui non riusciva a comprendere l’importanza.

Non è un caso se l’avvicinamento al pubblico dei non esperti è iniziato da musei legati alle scienze e ai valori naturalistici del territorio: in quel frangente, infatti, non si esponeva il bel quadro, che comunque si considerava suscettibile di apprezzamento anche in assenza di informazioni, ma ci si trovava a dover porgere oggetti – o a parlare di fenomeni in assenza di oggetti- di non immediata apparente comprensione. Musei scientifici, musei antropologici e centri visita-musei del territorio così hanno sviluppato una maggiore attitudine alla didattica e una capacità di raccontare che è rimasta a lungo esclusa dai nostri musei celebri e ricchi di opere d’arte.

Altro fattore  che per i musei scientifici risultava vitale e che è sembrato a torto inutile per quelli artistici o archeologici era la connessione diretta col territorio, la spinta a condurre il visitatore anche fuori dell’edificio-museo per ritrovare contesti di cui nel museo si faceva menzione: in un museo geologico posso esporre un campione di calcare a rudiste ma non – se non in foto – l’intera parete alta duecento metri contenente la fascia alta 5 metri del livello che contiene quei fossili, parete che però il visitatore, investito del ruolo attivo di esploratore, può andare a vedere di persona con una mappa su cui è tracciato un itinerario.

Col mutare del concetto di museo, di cui si è finalmente sottolineato il ruolo di servizio pubblico, e con uno sforzo, da noi recente, per arrivare al cuore dei visitatori di ogni tipo, ci si è cominciati a interrogare sulla necessità di porgere in modo diverso anche i contenuti dei musei artistici e archeologici, e più in generale di tutti i musei rimasti fermi a una concezione iniziatica.

Non si tratta di sminuire il ruolo del curatore scientifico: si tratta di affiancare all’esperto di una certa materia che magari non ha approfondito aspetti legati alla divulgazione e al racconto, un professionista in grado di comprendere, masticare e riformulare il contenuto in modo nuovo. Qui entra in gioco il narratore il cui ruolo – che può andare da quello dell’editor/comunicatore a quello dello scrittore vero e proprio, ossia di chi dà vita a un’opera indipendente che però, grazie al legame col museo, aggiunge valore al dato scientifico.

Lo scrittore può avere da ognuno dei soggetti che partecipano alla creazione di un museo (storico, antropologo, architetto, scenografo, archeologo, storico dell’arte, illuminotecnico, impiantista et c.)  oltre che dalla visione diretta delle opere e dei luoghi, le diverse chiavi di lettura, ossia ciò ognuno di quei soggetti ritenga importante comunicare, e lavorare il testo in modo che esse siano presenti e vitali.

(fine parte I)

[1]Joseph Campbell, The hero with a thousand faces, 1949; cit. Da ed.New World Library -2008, p.18

[2] art.1 DM 2014: 1. “Il museo è una istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. è aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e le espone a fini di studio, educazione e diletto, promuovendone la conoscenza presso il pubblico e la comunità scientifica.”

[3]Nel corso del convegno è stata proposta una nuova definizione di museo non accettata da tutti i comitati nazionali partecipanti perchè spinta verso una funzione meno ancorata al patrimonio da trasmettere e più legata a funzioni per le quali esistono già altri luoghi deputati rispetto al museo, che perderebbe così la sua identità tipologica specifica.

[4]https://www.raicultura.it/arte/articoli/2019/09/Poesia-e-Arte—3d975ccc-fbd7-402f-a89d-3e2ed0004350.html; http://www.raiscuola.rai.it/articoli/rovine-di-gabriele-tinti-legge-alessandro-haber/38484/default.aspx

In evidenza

Anatomia di un racconto Nr. 3: la prospettiva dei giorni perduti

Appena due giorni fa, a conferma del fatto che non è andato affatto tutto bene, e che in tanti siamo usciti dal guscio più stanchi e stressati che mai, e per di più con le solite vecchie idee in testa, (perchè le idee le cambi se apri le finestre e fai entrare aria fresca, ovvero fuor di metafora se incontri gente e viaggi, non se stai chiuso nell’ovattato ombelico domestico, mummificato davanti a un pc o in gabbia come i cardellini in terrazzo a cantare) mi son sentito ancora dire da addetti ai lavori che i racconti hanno un pubblico esiguo. Certo, può succedere, specialmente se non li leggiamo o se pubblichiamo solo quelli tradotti, magari di qualche decennio fa. E’ una delle più lampanti dimostrazioni del nostro provincialismo letterario. Ma lasciamo stare.

Nelle due puntate precedenti abbiamo parlato di varie cose. L ‘altra volta di che cos’è un racconto, la volta successiva, usando come apripista Thomas Bernhard, di come a volte basti una scena, una frase, un contrasto a ‘fare’ un racconto.  Questa volta  il discorso si fa più sottile, e lo introduce Buzzati. Questa rubrica, che Mirko Tondi ci sta regalando con una cadenza fissa, si chiama come ormai sapete  Anatomia di un racconto. Grazie di nuovo, Mirko, per gli spunti che ci dai!

Da parte mia e da disturbatore qual sono aggiungo che da questo testo di Buzzati emerge come ogni Editore dovrebbe pubblicare racconti di qualità, perchè chi li scrive deve possedere non solo talento, ma un bagaglio tecnico completo e fine, e non si può permettere errori (forse invece a pensar male scrivendo 500 o mille pagine, sì). Non si tratta solo di pennellare, nè di accostare colori sgargianti, come si potrebbe pensare, ma di prospettiva:  soffermatevi su quel che dice Mirko e vi accorgerete che il testo è una ablissima, fantastica sequela di vedute prospettiche, di punti di fuga che si inanellano e di susseguono, prima dalla villa, poi verso il parco, dal parco verso la discarica, dalla discarica al ventre del lettore (quel bellissimo ‘qui’ di cui Mirko parla magistramente) e infine…verso un punto irraggiungibile…

…e  poi scusare, ma oggi anche se qualcuno graziosamente legge, chi ‘rilegge’? un racconto invece da modo di farlo, e anche tante volte, dai punti di vista e dall’alto degli stati d’animo più disparati.

anatomia

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Anatomia di un racconto –I giorni perduti 

 

i giorni perduti

In questo brevissimo, microscopico (per dimensioni ma non certo per temi e significati) racconto di Dino Buzzati, tratto dalla raccolta Le notti difficili (1971), abbiamo un protagonista dal nome insolito, Ernst Kazirra, e sappiamo che da poco si è trasferito in una “sontuosa villa”. Il racconto comincia così, con l’avvistamento di un uomo misterioso, il quale porta sulle spalle una cassa uscendo da una porticina secondaria e la carica sul camion. Kazirra lo insegue a piedi, e non riuscendo a raggiungerlo lo segue in auto. Il camion giunge alla periferia della città, fermandosi al bordo di un fosso. “Lo sconosciuto”, come viene definito da Buzzati, scarica la cassa e la getta nel dirupo, cosicché questa vada a fare compagnia a migliaia di altre. A questo punto Kazirra si avvicina e rivolge la parola all’uomo, chiedendogli cosa ci sia in quelle casse. L’uomo, con un sorriso che stride con la situazione, risponde che là dentro ci sono i giorni. I dialoghi sono pochi e tutti serrati, e da questi si rivela che i giorni contenuti nelle casse non siano

 

perspettiva

giorni qualsiasi, ma i suoi giorni, quelli di Kazirra. Non solo: si tratta dei suoi giorni perduti. Siamo a metà di questo piccolo racconto (una paginetta in tutto) e siamo nel cuore della storia, laddove si scopre il mistero che ha condotto il protagonista a seguire uno sconosciuto. Kazirra guarda le casse ammucchiate laggiù nella scarpata, questo disordine fisico che ne riflette uno interiore, scende e ne apre una. Ecco che spunta “una strada d’autunno”, ma soprattutto Graziella, “la sua fidanzata che se n’andava per sempre”, e lui non riesce nemmeno a chiamarla.

Forse non vuole chiamarla. Preso da questa smania di scoprire quali altri giorni perduti contengano le casse, ne apre una seconda e ne esce una camera d’ospedale: questa volta l’immagine è dedicata al fratello morente e in sua attesa, ma lui è troppo concentrato sui suoi affari per recarsi a trovarlo. Terza cassa: c’è una “vecchia misera casa” – simbolo di un passato lontano, le umili origini abbandonate in virtù di agi e ricchezze – e davanti a un cancelletto Duk, il cane che lo attende da due anni, ormai rinseccolito e malandato.

Ed ecco la frase che cambia le carte in tavola, anzi la parola, una parola talvolta striminzita e insignificante e invece ora potente perché utilizzata nel posto giusto al momento giusto, e per questo in grado di fare la differenza: “Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco”. La parola è “qui”, perché d’improvviso avvicina incredibilmente chi legge al narratore, fino a rendere universale quella sensazione, che in fondo abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita, di aver perso un’occasione importante o magari più d’una, un rimpianto che comincia a circolare dentro di noi ed esplode nello stomaco. È come se il narratore si spogliasse dei suoi panni di cronista distaccato e ci indicasse sul suo corpo il punto esatto in cui si materializza quella “certa cosa”. Buzzati avrebbe potuto dire “lì”, oppure avrebbe potuto dire “Si sentì prendere da una certa cosa alla bocca dello stomaco”. Invece no: la frase rimane semplicissima nella sua costruzione e nel linguaggio, eppure quella parola piazzata in quel punto la rende decisiva.

                               perspectiv2

La figura dello scaricatore di casse adesso viene descritta “come un giustiziere”. Chi incarna allora lo sconosciuto? La sua coscienza, la voce della ragione, una giustizia terrena, il suo doppio, la morte, il tempo scaduto? Kazirra ora inizia a supplicarlo, chiedendo di lasciargli almeno quei giorni, solo quei tre. Crediamo che il protagonista abbia realizzato ormai i suoi errori e speriamo in una svolta dettata dai suoi sentimenti, ma ecco che invece propone in cambio dei soldi dicendo di essere ricco, di essere disposto a dare tutto quello che serve per ottenere quei giorni.

Vorrebbe contrattare con lo scaricatore, vorrebbe comprarlo così come ha comprato tutte le altre cose materiali, compresa la sua sontuosa villa. Ma no, non è possibile. Poi il finale: un gesto dell’uomo a indicare che è ormai troppo tardi, tutto ciò che è stato ha assunto il carattere dell’irreparabile, e dopo avviene la sua scomparsa insieme alle casse. Tutto svanisce, come in un racconto di fantasmi o in una scena immaginaria. Infine c’è un’ultima, eloquente frase: “E l’ombra della notte scendeva”. Kazirra, non c’è nessuna speranza per te in questa notte impietosa.

Numerose sono le domande alla fine della lettura nonostante la brevità del racconto, ma una necessaria selezione mi impone di privilegiarne alcune più di altre, e allora eccone un paio: visto che Buzzati sognava molto e da quanto riferisce in delle interviste scriveva anche dei suoi sogni, può darsi che queste atmosfere angosciose e rarefatte siano state proprio ispirate da un sogno? Considerato l’impianto kafkiano del racconto e l’adorazione di Buzzati per il genio praghese, sarà mica un caso che il nome del protagonista cominci con la lettera K?

I giorni perduti è un racconto fantastico e allegorico, ma anche capace di lanciare messaggi precisi, indiscutibili. Il protagonista ha passato la sua vita ad accumulare soldi e in preda all’avidità del possesso, e questo lo sappiamo da pochi ed efficaci elementi. I giorni che ha vissuto rappresentano il simbolo di tutti quelli che al contrario non è riuscito a vivere, perché troppo impegnato su sé stesso. Vien da dire che oltre ai suoi giorni, Kazirra abbia perso per sempre anche la felicità. O che, magari, non l’abbia mai trovata.

 

In evidenza

Quando i racconti sono asteroidi

Ho conosciuto Giorgio Simoni in una fiera del libro virtuale pochi giorni fa. Almeno questo lo si può fare, anche a distanza. Intendo valutare quando una persona, prima ancora che uno scrittore, ha qualcosa di interessante e profondo da dire su sé e sul suo territorio. E’ il suo caso

A breve parleremo del suo ultimo libro, vorrei però partire dalla grande cortesia che ha fatto per me e soprattutto per Caffè 19 con un suo inedito, uno di quei racconti da leggere e rileggere, perchè ogni volta dice qualcosina in più…

Giorgio Simoni abita a Pomarance in provincia di Pisa è amante della storia, molto interessato all’attualità e da sempre ama leggere. Nel nostro seminario online di qualche giorno fa ha detto di voler descrivere un territorio, il suo,  attraverso i suoi libri: già per questo per il sottoscritto è degno di ammirazione. Il suo territorio in verità un po’ in questo lo favorisce, se non altro nell’abbondanza di storie peculiari: oltre ad essere una zona bellissima, vi si svolge tra l’altro una delle storie industriali più singolari d’Italia, la storia dell’industria boracifera di Larderello.

larderello

Dal 2009 ha iniziato un percorso letterario che lo ha visto dal 2011 al 2016, con i suoi romanzi e racconti, finalista nei principali premi di genere quali: il Premio Tedeschi, Delitto d’autore, Gran Giallo Cattolica, Giallolatino, Nebbia Gialla e Garfagnana in giallo.  Per la casa editrice Delos Digital nella collana History Crime ha pubblicato quattro ebook dal titolo “La strada ferrata della vita”, “La sacra scheggia”, “Maremma amara” e “Il prezzo dell’ingenuità”. Ha appena finito di scrivere il romanzo storico “Il diavolo non abita qui” e iniziato il sequel di “Nati per morire”.

ASTEROIDS

Nonostante le grandi ombre rotonde sopra di me, il caldo è soffocante. Tutto intorno sento le grida. Cerco di concentrarmi, ma è così difficile.

Guardo gli asteroidi in avvicinamento, sempre più grandi, le traiettorie andranno a incrociarsi, ma entrambi sono in rotta di collisione con la Terra. È impossibile rimanere freddi e concentrati. Ma il prescelto sei tu! Sei tu l’uomo decisivo che deve evitare la catastrofe.

Mi asciugo la fronte e controllo l’energia disponibile nell’accumulatore del “raggio di forza”. Adesso è di nuovo sufficiente. Imposto il puntatore per colpire l’asteroide “A” per deviarlo sull’asteroide “B” e farli autodistruggere. Aspetto la sovrapposizione delle linee di mira guidate dal computer e schiaccio il pulsante di sparo. L’asteroide “A” è colpito!

asteroids

Lo vedo deviare verso “B” ma non avviene nessun impatto gli asteroidi si sovrappongono e si oltrepassano ancora intatti.

− Ho sbagliato ancora la generatrice! − sbotto.

Mi concentro sullo schermo e analizzo. La traiettoria della sezione conica originata dall’incontro tra la retta generatrice del piano inclinato e l’asse del cono origine non è una parabola ma un’iperbole, devo impostare di nuovo il programma.

Ammiro lo splendore del cielo così maledettamente bello con le sagome sempre più grandi di quei corpi celesti impazziti. All’improvviso un piccolo settore in basso s’illumina: − Impostare generatrice “A”

Devo iniziare di nuovo la sequenza per assecondare questo maledetto programma.

Improvvisamente, intorno a me, è sceso il silenzio. Sento il peso degli sguardi; sono tutti atterriti in attesa dell’inevitabile. La tensione è alle “stelle”; è il caso di dirlo. Sulla console digito velocemente i dati che ho ricalcolato. Tra qualche attimo avverrà l’ultimo incrocio di orbite degli asteroidi prima dell’impatto col pianeta. Se la generatrice impostata è corretta, la deviazione li farà scontrare e si neutralizzeranno a vicenda, altrimenti sarà la fine.

Ci siamo! Il periodo di rivoluzione è quasi completo, gli astri sono di nuovo in rapido avvicinamento, non è più questione di prospettiva, questa volta non possono evitarsi.

− Ora! – grido, premendo il pulsante di sparo.

− Andiamo Gianni… smettila di giocare con quell’Ipad. Non senti che caldo? Invece di stare sempre sotto l’ombrellone a rimbecillirti il cervello con quelle cazzate perché non vai a fare un bagno!

Guardo mio padre con odio. Riesce sempre a rovinarmi tutto. Sbircio ancora il tablet e vedo gli asteroidi sovrapporsi senza scontrarsi. Il pianeta è perduto e “Asteroids” ha vinto ancora.

− Fanculo – impreco.

− Come? – Papà mi guarda male.

− No niente. Vado a fare un tuffo… è meglio.

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Italia Book Festival: un’esperienza con numeri importanti

Cercare nuove strade fuori della crisi e magari, alla fine dell’emergenza, soluzioni vincenti da aggiungere alle ‘vecchie’.

Come evidenziato in questi giorni, c’è chi ci prova con impegno.

fine italia book festival

Si è conclusa la prima edizione di Italia Book Festival, la fiera virtuale reale nei contenuti organizzata da Edizioni del Loggione/Damster Edizioni. Alla fiera hanno partecipato 85 case editrici proveniente da tutta Italia, oltre 10mila visitatori e 30mila visualizzazioni delle oltre 90 interviste proposte.
Lettori e autori hanno potuto curiosare fra gli stand, parlare con gli editori attraverso una chat personalizzata e sfogliare più di 4000 titoli proposte dalle case editrici.
Tanti i laboratori e le letture animate proposte nell’area bambini. Concorsi, corsi di scrittura creativa e presentazioni libri per lettori curiosi.
Novanta interviste in diretta streaming con scrittori, registi, editori e giornalisti. Fra loro Carlo Lucarelli, Michele Cucuzza, Francesco Gagliardi, Gabriella Genisi e Valerio Varesi.
Una prima edizione che ha catturato l’attenzione di tanti lettori e autori emergenti. Un modo per interagire e conoscere il variegato mondo delle piccole e medie case editrici.
Una prima edizione che ha raccolto tante adesioni e un buon riscontro di pubblico. Un appuntamento che si ripeterà molto probabilmente nel mese di novembre 2020.

Ne sono nate nuove interessanti relazioni e per quanto ci riguarda ciò si concretizzerà a breve su queste pagine anche per Caffè 19. Come si dice…stay tuned!!!!

festival dello scrittore

festival scrittore

 

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#ioraccontobreve: i vincitori della quinta settimana

Dunque, procediamo con ordine:

Partiamo da Milano, una Milano alla Gaber, più che una Milano da bere, come si legge nell’abilissimo quadro che ci propone Stefano Scanu, che non finiremo mai di ringraziare per il suo sostegno a questa iniziativa, che ha riscosso anche più gradimento di quanto ci aspettassimo. In fin dei conti chi ha partecipato non ha vinto niente, al limite speriamo un buon articolo, un po’ di visibilità e di sicuro la nostra stima, ma noi di sicuro abbiamo vinto il sincero piacere di leggerVi!

VIA CAPPUCCINI N. 3 di Stefano Scanu

gaber

Volevo farti una sorpresa. Avrei dovuto mettere le Clark per non fare rumore proprio come diceva Gaber in una vecchia canzone, invece rimbombano solo i miei passi in questo quadrilatero fitto di silenzio.

Quando mi hai detto: “alle sei davanti a Villa Invernizzi, quello dei formaggini”, ho annuito fingendo di conoscerlo per non deluderti.

Poi il silenzio è cresciuto con la sera e mi spiace non ci fossi, perché avrei voluto ringraziarti.

Ormai sono qui da ore, a spiare solo e sedotto dei fenicotteri rosa dietro il cancello del palazzo.

Non ricordo neanche più che ci sono venuto a fare.

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Viviamo tempi di difficile interpretazione. E di frasi fritte, fritte, fritte come direbbe Benigni. Soprattutto sui media.

Siamo come in guerra; siamo come nel ’29; siamo come nel dopoguerra …uffa!!!

Erik Scortecci, studente liceale del secondo anno, ci dice che ha deciso di scrivere questo racconto rifacendosi per l’appunto alla frase che oggi sentiamo spesso: “siamo come in guerra”.

Allora –dice- ho pensato di intrecciare il desiderio del ritorno alla normalità e alla quotidianità con la storia di un uomo, sconosciuto, ma di cui è intuibile lo stato d’animo. Ho cercato di raccontare una situazione tipica vissuta dai soldati che tornarono dal fronte, e che oggi in qualche modo stiamo vivendo di nuovo, aspettando di ritornare alla normalità.

la guerra è finita

RITORNO ALLA NORMALITÀ

Il cielo era di un grigio piombo e i tuoni annunciavano un temporale. Le sue lacrime si confondevano alla pioggerellina che iniziava a scendere. Stremato per il lungo viaggio, si ristorò nei pressi di un boschetto. Rimase lì, a contemplare dopo tanto tempo quei colli della sua Toscana. Era autunno, i campi arati sembravano mostrare le loro cicatrici. Intanto ripensava alla loro fioritura: agli steli di grano, che ad ogni soffio di vento, iniziavano a danzare. Ricordavano le increspature di un mare agitato. Presto, al di là di quel mare, Piero avrebbe incontrato la salvezza, e la sua angosciosa attesa sarebbe finita.

E quindi via con Stefano Vallini, nato a Siena 40 anni esatti dopo Dizzy Gillespie. Lasciamo a voi stabilire quando… Ha pubblicato per Betti Editore Quante storie per un menu! – Racconti di cucina toscana e Il vento frusciava – Un suo racconto “Asfalto” ha trovato posto sul portale di Toscanalibri.it.

E siccome Dizzy Gillespie nella sua Stardust diceva Besides the garden wall, when stars are bright/You are in my arms il suo racconto non poteva che parlare di stelle …e di cose ahimè ben più terrene,

…A RIVEDER LE STELLE

stardust

Roman l’avevo visto davanti al supermarket, raramente davanti alla chiesa. Tendeva la mano e basta. Io vi appoggiavo solo sguardi colpevoli e facili da dimenticare. Non credo che abbia mai lavorato, ma è sempre vivo. Non posso dire lo stesso dei miei ex-colleghi. Lo saluto quando si affaccia dalla sua baracca dall’altro lato della strada.

Le auto ci dividono con i loro fumi di polveri sottili e ossido di azoto, che a respirarle fanno lo stesso effetto della vita. Il ponte che abbiamo sopra la testa ci protegge dalla pioggia. La notte, per vedere le stelle è sufficiente spostarsi nella scarpata di fianco.

Terminiamo con un tema che avevamo già approfondito nella puntata numero 3, quello dei negozi e dei mercati in questo periodo.  Ce ne parla Susanna Daniele, giornalista e scrittrice, che è nata e vive a Pistoia. Ha pubblicato con vari editori testi teatrali, e racconti gialli e noir. Il suo ultimo volume è Serra si racconta, la raccolta di un secolo di memorie degli anziani abitanti di un paese della montagna pistoiese.

I COLORI DELLA VITA

i colori della vita

È uno dei due negozi rimasti aperti in una piazza che da secoli è centro di scambi commerciali e di vita cittadina. Il verde scuro di cavoli e broccoli, le gradazioni del rosso di peperoni, pomodori, radicchio e melanzane, il bianco di finocchi, porri e cavolfiori.C’è la bandiera italiana su quelle mensole di pietra vecchie di sette secoli, e molto altro.C’è cibo per il corpo, ma anche un sorriso per l’anima che trapela dagli occhi della venditrice, c’è una parola scambiata in un momento in cui la solitudine ha il sapore acre di una cattiva medicina.

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Tutti i colori del tempo, tutti i colori di Laura

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato per #ioraccontobreve un racconto di Laura del Veneziano

Quel racconto ci aveva colpito molto perchè trattava, anzi esaltava il tema del dettaglio e del colore/non colore, e di quei piccoli spazi e anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si soffermava complice la quarantena, assai più di prima. (e si sofferma ancora, perchè tanto ora la quarantena non sta scritta nelle autocertifcazioni ma peggio ancora nelle nostre paure).

Il racconto si intitolava ‘Bianco’ e funzionava, essendo una introspettiva inversione tonale, come un negativo in fotografia: non poteva non lasciare la porta aperta a un positivo, cioè al racconto  che segue...

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La pianta di capperi, le lucciole e tutti gli altri miei colori

Quando ero bambina, ero particolarmente affascinata dalla pianta di capperi, non da una pianta di capperi generica, ma proprio da quella pianta di capperi che, ai miei occhi,
inspiegabilmente cresceva sul muro esterno della casa di mia nonna. Mi si presentava alla vista ogni volta che, svoltato l’angolo dovevo salire le scale. Me la ricordo con estrema chiarezza proprio perchè la mia curiosità era attratta dal come. Come era possibile per una piccola piantina sbucare dal nulla in mezzo al grigio edificio? Come le riusciva di vivere rimanendo giorno e notte, attraverso le stagioni, abbarbicata ad un muro? Le sue foglie verdi, tondeggianti, regolari, di diverse dimensioni ma pur sempre in una composta armonia, attiravano la mia attenzione verso il centro della pianta, dove i fiori, che dal bianco sfumavano verso il fucsia e quasi il viola, mi piacevano da matti perché ostentavano una forza incredibile. La forza della sopravvivenza, di chi resisite incurante di tutto e di tutti, di che ci riesce sempre: quella pianta di capperi mi mostrava in tutta la sua essenza la capacità che oggi noi esseri umani nominiamo come resilienza, senza poi riuscire più di tanto a provocarla dentro di noi.
Fermo guarda eccone due, ce ne sono soltanto due”. E’ buio il primo giovedì di libera
uscita qui tra i campi intorno casa e l’idea di uscire fuori con i bambini per cercare le lucciole mi viene in mente durante la cena, guardando appunto il cielo che muta i suoi colori verso lo scuro.

Le lucciole, nelle mia memoria di bambina riempivano la natura ed il paesaggio intorno casa. Ne ricordo talmente tante, nelle calde notti di maggio! Quasi da poter suscitare spavento nel mio cuore infantile, per stranezza e sorpresa. Gialle, alternate, lucenti, illuminavano il nero scuro di quel buio che non poteva farmi paura, essendo io completamente padrona di quei luoghi.

A distanza di qualche decina di anni invece, qui ne vediamo soltanto due. Sono sufficienti per lasciarmi andare. Chiudo gli occhi. Il silenzio. Il vento caldo. Il mio respiro si nutre di una sensazione benefica ritrovata, rinnovata, inaspettata. Per qualche istante torno bambina a riscoprire dentro di me la gioia, la bellezza e il calore di una fanciullezza e di una vita meno in bilico di quella di questi giorni. Una vita piena, colorata di libertà. Che colore ha la libertà? Il colore delle nostre due piccole lucciole, poche, troppo poche, ma ben salde, nel loro tentativo di tenersi stretto quell’angolo di natura che abbiamo riservato a loro.

colori primari
Di mattina presto oggi ho deciso di dare una svolta a questi giorni, ed esco per una
camminata solitaria. Stare sola mi ha sempre dato conforto e continua a farlo anche adesso, che tutti, sono preoccupati della mancanza forzata di legami sociali. Il colore della solitudine mi si addice, perché è pieno intenso, vivo, mio, se dovessi dipingerlo sarebbe un blu immensamente profodo. Mentre procedo per le strade ancora un po’ sonnecchianti, mi accorgo che i colori della mia città sono cambiati, complici le pochissime persone in giro.

Osservo che il rosso dei papaveri ha invaso anfratti inaspettati e mi sorprendo di adocchiarli laddove non avrei mai pensato fosse possibile. A tratti il verde delle foglie degli alberi si lascia mescolare in tutte le diverse tonalità che questo colore vitale è in grado di offrire, per poi, all’improvviso, spostarsi per una folata di vento e mostrarmi un azzuro incredibilmente pieno: il cielo è di una limpidezza sorprendente.

Camminando sulla stradina sterrata, un sapore lievemente terroso si alza dai miei piedi e mi accorgo che anche il colore marrone sembra parlarmi e diffondere tutto intorno, nelle sue sfumature cangianti, la sembianze della vita che ha custodito gelosamente al caldo durante tutto l’inverno. Una domanda mi accompagna nel ritorno verso casa: è il sole che, come il resto della natura, si è ripreso il diritto di far risplendere di una intensità più viva tutti questi colori? O forse sono io, che adesso, da sola, mi concedo una diversa possibilità di guardarmi intorno, posando la mia attenzione su particolari che prima, la vita frenetica non mi permetteva di cogliere? Sono forse questi che solo adesso riesco a notare, tutti i miei colori?

Capperi

Il dubbio si scioglie quando decido di fermarmi a comprare la mia pianta di capperi.

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Cadono le tessere del domino…

 

Effetto domino

Allora dunque: oggi tocca a Silvia Schiavo che per  il nuovo appuntamento con il nostro Domino Letterario, che vi permette di assistere stando a casa a presentazioni a catena di libri. Silvia Schiavo, chiamata in causa la scorsa settimana come ricorderete da Elisa Mariotti, propone la lettura di “Il copione maledetto” (ARA Edizioni) di Massimiliano Milanesi.

domino

Il libro – lI celebre e ormai anziano attore e regista teatrale Marco Rini torna a Siena per il solitario atto finale della sua esistenza. La parabola della sua lunga vita sembra infatti ormai destinata a concludersi nel rimpianto per la perdita della moglie e per il difficile rapporto con il figlio, quando dal passato riemerge un antico testo teatrale dai poteri inquietanti: Il copione maledetto. Tra vecchi teatranti alle prese con le grazie e le tragedie del proprio passato e giovani attori che affrontano le benedizioni e le maledizioni del proprio presente, la vicenda culmina con la messa in scena del Copione. Sarà infatti quest’ultima rappresentazione a portare a compimento i destini di tutti, nella gloria e nell’amore, nella miseria e nella rovina.

 

 

Per le puntate precedenti…

domino puntate precedenti

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Marinifesto: pubblicato il mio contributo.

Ringrazio il Museo Marino Marini per questa bella sorpresa:  sono onorato che sia parte del Marinifesto. Sono contento in generale quando si affrontano in modo così creativo le questioni, attualissime, della fruizione della cultura, del racconto delle città d’arte e dell’interazione con gli spazi museali.

Marinifesto

Quando i futuristi pubblicarono il primo manifesto artistico del 20° secolo nel 1909 stavano aprendo la strada a qualcosa di più di una rivoluzione creativa. Stavano offrendo, insieme ad artisti e pensatori , soluzioni ai problemi del tempo che ancora oggi segnano il nostro presente culturale.
La vita non è la contemplazione delle cose fatte” (cit. Marino Marini) ma investimento per il futuro con un pensiero “laterale” creativo diverso.
Il #Marinifesto vuole per questo andare oltre le parola/guida dell’artista Marino Marini e aprirsi a tutti i creativi , artisti, designers, architetti, musicisti, scrittori, grafici, visionari di tutte le latitudini che vogliano contribuire a costruire i contenuti per la cultura del futuro con il loro apporto. Una “chiamata all’arte” attraverso le parole, i sentimenti, il pensiero di chi vuole lasciare un segno oggi per fondare il domani.

Questo il contributo che ho inviato in Aprile per il  #Marinifesto:

“Quando è fuoco non brucia il mondo, lo trasforma. È sia torcia che focolare.
Quando è tempo non consuma, è taumaturgo che sana, anticorpo che difende.
Quando è pensiero non è astratta, è artefice in opere del futuro.
La cultura sarà questo tempo, pensiero e fuoco. Di tutti.
Questo tempio sacro montato su di un carro di Tespi.”

 

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Italiabook Festival: video della tavola rotonda sull’ambientazione dei romanzi. Aggiungo i link a Rai Radio 3 e RadioSiena TV per il premio Asimov

Ringrazio sentitamente Stefano Zanerini (anche per la pazienza dimostrata nei primi minuti di difficoltoso collegamento!!!) e Katia Brentani (per il suo instancabile lavoro di questi giorni)

 

Seguiteci in diretta streaming  o su QuiBolognaTv

 

Italia book Festival 2020 4

 

 

Radio Siena TV: Premio Asimov

sienatvradio

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Oggi alle 14.30 a Italia Book festival parleremo di racconti e loro ambientazione

Seguiteci in diretta streaming  o su QuiBolognaTV

 

Italia book Festival 2020 4

Ultimo week end con Italia Book Festival. Ecco il programma! Non mancate.
Oltre 80 case editrici e quasi 4mila libri a disposizione
 Potete riguardare tutte le interviste di questi giorni nella sezione “Appunti di viaggio”
23 maggio
10:30 Incontro con l’Editore – Pandilettere Edizioni
11:00 Incontro con l’Editore – Ecogeses cooperativa
11:30 Incontro con l’Editore – Buendia Books Edizioni
12:00 Selezione di Booktrailer
14:30 Incontro con l’Autore Incontro con l’Autore – Luca Martinelli – Giorgio Simoni – Massimiliano Bellavista- giornalista
I libri:
15:00 Incontro con l’Editore – All Around Edizioni
15:30 Incontro con l’Editore – La memoria del mondo Edizioni con Luca Malini
16:00 Incontro con l’Autore – Valeria Masciantonio (Ensemble Edizioni)
17.00 Incontro con l’Autore – Marino Bartoletti e Roberto Mugavero
17:30 Ospite IBF – Vito (Stefano Bicocchi) sarà presente Marcello Trazzi dei Rems
19:00 Incontro con … il regista Francesco Gagliardi
24 maggio
10:00 L’Angolo di Mastro Pennello – Vignette-live con Pietro Peo
10:30 Incontro con l’Editore – Terra Nuova Edizioni con Nicholas Bawtree
11:00 Incontro con l’Editore – CTL Edizioni
11:30 Incontro con l’Editore Tomolo-Edigiò Edizioni
12:00 Incontro con l’Autore
15:00 Incontro con l’Editore- Errekappa Edizioni con Monica Fava
Incontro con l’Autore – Simone Metalli curatore di Misteri e manicaretti a Bologna. Interviene Federica Mazzoni, Presidente Commissione Istruzione, cultura giovani, comunicazione
17:30 Ospite IBF – lo scrittore Carlo Lucarelli
18:30 Ospite IBF -lo scrittore Valerio Varesi
19:00 Incontro con i curatori dell’ebook Quadrifoglio-1 – Cristina Orlandi- Lorena Lusetti – Simone Metalli

 

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Bruciate i romanzi, i Paridi delle lettere

 

GAETANO ANGELI

A FUOCO I ROMANZI, I PARIDI DELLA LETTERATURA

Da sempre sosteniamo che la buona scrittura viene da/dopo una lettura assidua e curiosa.

Oggigiorno, ci lamentiamo che i giovani leggono troppo poco, e ogni cosa o quasi ci va bene, purché leggano un po’. Ai tempi di Gaetano Angeli, quando alla conclusione dell’Anno scolastico 1820 lui tenne il suo discorso in un Collegio di Verona davanti alle studentesse, immortalato nel libro che vedete, sembra che invece ci fossero problemi di abbondanza.

Non era in discussione che si leggesse, il problema era solo stabilire cosa. E, se ne necessario, i libri si potevano ancora proibire e addirittura minacciare di bruciarli. Bei tempi. Vuol dire che quanto meno erano importanti!

Duecento anni dopo il mondo è capovolto: chissà cosa direbbe il pio Gaetano Angeli vedendo la nostra situazione. Lui ce l’aveva coi romanzi.

GEREMIA

Sì. I romanzi.  E non perché non li capiva. Anzi, tecnicamente li capiva fin troppo bene: dal momento che presenta una parte di invenzione e una parte di realtà storica, per esempio quello del romanzo storico è in effetti un genere “ibrido”, un ossimoro letterario basato sula fiducia che il lettore ( il quale non mancherà di chiedersi quanta parte di verità ci sia nei fatti narrati) ripone nella sua controparte, lo scrittore, il quale in concambio accetta di limitare la propria libertà inventiva, sottoponendola al vincolo della verità storica. E lui infatti si lamenta nel suo pamphlet proprio di questo: va studiata storia, non una storia sulla storia, perché nel migliore die casi sarà una lettura parziale dell’Autore, nel peggiore addirittura un travisamento della ‘realtà’.

Letterariamente il 1820 rientra tra gli anni di svolta, il genere romanzesco deve ancora dare  il suo meglio : Walter Scott aveva pubblicato Waverley 6 anni prima, Ivanhoe solo un anno prima. Renzo e Lucia si agitavano ancora nella testa di Manzoni, visto che la prima edizione dei Promessi sposi è del 1827.

Gaetano Angeli però si sente già accerchiato: le lettere sono un dono del cielo il cui primo nobilissimo ufficio è il foco delle umane passioni estinguere e la nave dirigere dei troppo fervidi desiderj mentre i romanzi fanno invece il contrario e aggiungano legne all’incendio e vele e remi al misero legno che va per filo a urtar negli scogli

Per cui in guardia, o fanciulle: Or questa inclinazione che lasciata andare a sua posta può riuscir funestissima vi fa avvertite che vi guardiate dal legger Romanzi siccome quelli che questa inclinazione assecondano e le danno la spinta e sono mantici che d’una scintilla innocente una gran vampa accendono struggitrice d’ogni virtù.

Angeli tuona sempre più forte, in una escalation che ai nostri occhi si fa tragicomica:

Sono dessi (i Romanzi) la peste dei giovani il disonore degli studj o più vivamente Paridi della letteratura

Libro maledetto

I romanzi nell’ordine dovrebbero essere messi al rogo perchè:

Hanno distrutto interi popoli, a cominciare dal rammollimento dei vigorosi  Greci perché colla mollezza di sdolcinati racconti la virtù snervano e quella forza le tolgono necessaria a durare costante all’urto delle passioni e rendono l’uomo femmina e la femmina canna e vincastro arrendevole ad ogni vento Di qual tempera uomini erano i Greci delle Termopile e di Maratona Di qual rovere impastata avevano la persona se nè fame nè sete nè sole nè vento nè pioggia domavali. Di qual metallo cinto avevano il cuore se lo squillo Ma poichè ricevette la Grecia e si diede al leggere i Milesj Romanzi che già avevano e Jonia e Lidia e Sibari contaminato Greci non furon più Ma delle fatiche e paurosi dei rischi e infrolliti nell’ozio i figli di que Leoni si lasciavano siccome zebe vendere in branco lieti e contenti d ogni servaggio purchè non proibisse loro il padrone ungersi la persona arricciarsi la chioma e quali vittime coronate inghirlandarsi di fiori Quello impertanto che nè venti anni di guerra nè tremila navi nè tre milioni di agguerriti nemici poterono contro la Grecia senza gloria e strepito d armi fecero le molli oscenità di Mileto

Apocalisse

Hanno traviato intere generazioni di adolescenti tanto che, venuta a contatto con un Romanzo, pietà mi strinse al vedere come giovinetta fanciulla spirato ch’ ebbe fuori del Monistero per pochi mesi l’aria della casa paterna e del mondo cangiò d’improvviso così di affetti e contegno e costumi da più non distinguerla le educatrici a loro alunna se non era alle lagrime del dolor loro quasi materno Ella per lo innanzị nel parlar savia nel vestire onestissima vereconda nel portamento ad ogni nuova persona selvatichella e foresta ad ogni menomo scherzo pudicizia sulle sue guancie la vermiglia insegna stendeva Ma passarono pochi mesi che pareva la sfacciataggine in dalla prudenza de suoi educatori avviata

Sono generatori di allucinazioni collettive in grado di alterare completamente la nostra percezione del mondo: a chi legge Romanzi pare accadere in breve quello che succede a noi quando leggiamo gl’Idillj di Teocrito e Gesner i quali tanta freschezza spirano e amenità e con tanto d incantesimo ci descrivono le pastorali delizie che quasi ne verria voglia di andare a pascere pecore e fare ricotte Se stiamo ai Buccolici gli abitatori della campagna sono o venerandi vecchioni d una vispa e verde vecchiaja o giovinotti ricciuti e biondi o villanelle con guancie impastate di latte e rose a cui anche dolci poetici nomi appiccano di Testili Corische e Amarillidi . Ma la realtà, come si sa,  è ben diversa: Quando invece nei mandriani e coltivatori de non poetici nostri campi veggiamo bruni volti maceri corpi sudici vestiti e stento ed inopia e quelle Amarillidi de poeti sono Antonie Bartolommee Mattee plebei nomi e tapine femmine cotte dal sole e dalla fatica dilombate e diserte E lo stesso pur dite e del godere l’aperto Sole e del sedere all’ombra e del camminare scalzi per l’erba e del raccogliere senza una spesa al mondo le insalate i grappoli i frutti E non ricordano che il Sole li brugia che all’ombra non vi possono stare che ciottoli e spini frugano loro le piante e che conviene lor mani incalliscano sopra la vanga e si dilombino prima che giungano a raccorre un gambo d indivia o una rapaSi sa, niente è più distante dai vapori della letteratura di chi in realtà, con bellissimo termine si ammazza di lavoro cioè  ‘si dilomba’: romanzieri braccia rubate all’agricoltura, sembra dirci l’Angeli , gente che ti fa voglia di andar a fare ricotte e chissà che qui non abbia ragione.

e giù un profluvio di sciagure da Armageddon fino all’inevitabile tramonto della civiltà causato sempre da loro, i romanzi. Non so voi, ma pagherei molto per poter vedere solo un attimo la faccia di quegli studenti che ascoltavano il suo discorso.

Eccovi il mondo una nuda campagna una landa un deserto Già l’uno dopo l’altro ruinano gli edifici chè non v’è tempo d ergerne di nuovi o ristaurarne di antichi Già si chiudono i sacri templi chè non han tempo i Sacerdoti da consacrarlo in cantici e sacrificj Si chiude il foro che non han tempo i giudici da ascoltar le ragioni de litiganti Già non v è chi muova le calcole di un telajo chi aggiri una ruota ed ecco spegnersi l arti Già non si fabbrican negli arsenali le navi non v è chi reggale in mare ed ecco morto il commercio Non v è chi guidi una doccia o affondi un canale o argini un fiume ed ecco l acque uscite dagli alvei venire con nuovo diritto a innondar l’universo Che cercare allora o Fanciulle vestiti di seta pannilini merli opera di tante mani Una pelle d Orso fetida e insanguinata gettatavi indosso come va va vi coprirebbe alla trista Che parlar poi d’arti belle d’utili scienze di musiche armonïose

Insomma chi legge i Romanzi rattrista l’anima l’ammollisce ed istracca ne smugne il primo fiore purissimo delle giovenili passioni e ruba finalmente e disperde il fior degli anni per acquistarsi la peggior merce che v’abbia al mondo melanconia menzogne ed errori

Ma il peggio di tutti è altro: i Romanzi trovano la felicità dove non in realtà non c’è, e i romanzieri, gente perversa, oltre essere colpevoli di non rappresentare un mondo perfetto sono colpevoli di immaginazione. E per giunta con più scandaloso vocabolo dicono altri ammazzare il tempo per questo solo innocenti ancor non sarebbero. Il tempo non va mai ammazzato, perché è il dono più grande, e deve essere tutto devoto alla realtà.

D’ora in poi converrà leggere i romanzi con molta più precauzione.

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Recensio, un progetto di lettura e scrittura che funziona. Una intervista che lo dimostra

Perchè i giovani dovrebbero scrivere, o leggere? Come aiutarli a trovare la loro via di accesso ad un mondo così meraviglioso, e vasto, che rischia però molto spesso, complici cattivi esempi e cattivi maestri, di rimanere loro precluso?  Si tratta a volte di accendere una piccola luce nel buio e nel vento, perchè fatto questo poi l’amore per la lettura e qualche volta anche per la scrittura, si propagherà da sé dove loro giustamente meglio vorranno.

Questo anno ho lavorato al progetto Recensio con gli studenti dell’IIS Piccolomini di Siena, con classi comprese dalla prima alla quarta, per un periodo che va da Ottobre 2019 fino a Febbraio 2020.

Questo secondo anno ha portato molte novità a Recensio, ora assai più articolato e che si è esteso ad altre Scuole. Segno che piace. O meglio, che è utile. Non si tratta affatto di una scuola di scrittura, termine abusato e inflazionato, ma di un progetto di scrittura, che mira a ripensare il concetto stesso di lettura prima ancora che il gesto e la tecnica dello scrivere.

Perchè prima di ogni scrittura, c’è,  ci deve essere, una lettura consapevole, coinvolta, critica.  E questo non mira ad un astratto, anche se già di per sé più che interessante, obiettivo di scrivere bene: mira molto più in alto perchè un lettore consapevole, critico, in grado di ‘recensire’ un testo, sarà un uomo o una donna consapevole, in grado di comprendere, interpretare ciò che gli viene proposto, in qualunque forma e in qualunque contesto capace di scegliere e orientarsi. Se poi sarà o vorrà essere anche un bravo scrittore o recensore, nel merito, tanto meglio.

Questo splendido lavoro, assai gratificante, quest’anno ha dato molti frutti. Basta credo leggere questa brevissima intervista a Beatrice D’Amico, fresca vincitrice del Premio Asimov, e magari leggere la sua recensione del libro ‘Hello World‘ che casualmente è stato, come sapete se ci leggete, anche il libro vincitore del premio nella sezione Scrittori.

beatrice

L’INTERVISTA

D. Cosa spinge una ragazza della Tua età a leggere e a scrivere, e cosa Ti piace leggere?

R.Sono sempre stata abituata a leggere fin da piccola e crescendo ho continuato a mantenere questa passione per la lettura. Ciò che di più mi spinge a leggere è la curiosità. La curiosità di sapere cosa possano pensare gli altri, di comprendere ciò che mi circonda e di conoscere nuove storie. Inoltre, mi piace molto viaggiare e anche questo forse spiega bene il perché mi piaccia leggere, che in fondo è un po’ come viaggiare con la mente e la fantasia soprattutto quando, come in questo periodo, non c’è la possibilità di farlo fisicamente. In particolare, in questi giorni di quarantena forzata, così strani e diversi dalla normalità, mi piace rifugiarmi nella lettura cercando di fuggire dalla monotonia della routine, immergendomi nella vita e nelle vicende del protagonista di qualche libro. Anche la scrittura mi sta aiutando a superare le costrizioni di questo periodo perché, cercando le parole che possano descrivere i miei pensieri e le mie emozioni, riesco a conoscermi meglio, scavando a fondo in me stessa: questo spesso allevia le mie preoccupazioni.Amo leggere principalmente romanzi storici e biografici, gialli e libri di divulgazione filosofica, ma mi piace molto sperimentare nuovi generi. A questo proposito, infatti, attraverso la partecipazione al Premio Asimov, ho molto apprezzato il testo scientifico Hello World.

D.A cosa è servito il progetto Recensio? lo ritieni utile, cosa Ti è piaciuto e cosa miglioreresti?

R.Grazie a questo progetto, il cui fine era quello di imparare a recensire libri, ho imparato a sintetizzare in poche battute sia la trama sia le impressioni che un testo suscita in chi legge. Credo che esercitarsi nel produrre recensioni sia molto utile per diffondere l’importanza della lettura anche tra noi giovani dato che, raccontando attraverso brevi e accattivanti resoconti il contenuto di un libro ad amici e conoscenti, si viene a creare un passaparola, una sorta di “tam-tam culturale”, capace di incentivare anche i meno avvezzi alla lettura.Inoltre, credo che il progetto Recensio permetta di esprimere la propria inventiva e creatività nella scrittura, qualità che a volte a scuola, a causa della ristrettezza dei tempi, noi ragazzi non riusciamo ad esercitare. Pertanto, il mio unico consiglio è quello di dare ancora più spazio alla scrittura individuale.

LA RECENSIONE VINCITRICE DEL PREMIO

«Hello World!», due parole, una frase apparentemente semplice, che segnò l’inizio del viaggio nel mondo della programmazione, della collaborazione tra uomo e macchina: l’era degli algoritmi. Il saggio della matematica Hannah Fry, proprio come la celebre frase da cui prende nome il suo libro, ha la capacità di aprire le porte della conoscenza verso un mondo che sembra essere sconosciuto nelle sue piene potenzialità e nei suoi rischi, sebbene tutti vi siano immersi quotidianamente.
La trattazione si focalizza sugli algoritmi, sequenze di precise istruzioni volte alla risoluzione di problemi, a cui, come tiene a ribadire più volte la Fry, «dobbiamo tutto». Attraverso esempi pratici e curiosi aneddoti, racconta in modo scientifico, ma, allo stesso tempo, con fare ironico, gli utilizzi più disparati e talvolta inaspettati, degli algoritmi nella vita di ogni giorno. Infatti, il libro spazia dalle problematiche derivanti dall’uso degli algoritmi, i loro segreti, il rapporto che hanno gli uomini con questi procedimenti, fino agli utilizzi più insoliti come, ad esempio quello che ne hanno fatto alcuni matematici per cercare di smascherare l’inafferrabile street artist Banksy.
Lo stile di scrittura della Fry è sempre fluido e limpido, per cui la lettura risulta essere molto scorrevole e anche l’argomento più ostico diventa semplice e accessibile anche ai non esperti di computer science. Ciò che indubbiamente aiuta a rendere il tutto chiaro e intuitivo è il machiavellico connubio di teoria e prassi adottato, che evita di dare al testo
un taglio puramente accademico. Proprio per questo stesso motivo, il libro è forse meno consigliabile a esperti informatici o matematici, i quali non troverebbero molti approfondimenti e dettagli sulla matematica alla base dei codici.
Un aspetto molto apprezzabile e che forse suscita maggiore curiosità nel lettore, è il fatto che l’autrice tenda a non avere una posizione netta nella questione legata al rapporto tra l’uomo e la macchina. Non si schiera quasi mai dalla parte delle macchine o da quella del genere umano, pur facendone parte. La Fry cerca inoltre di portare esempi bilanciati che
mostrino gli aspetti positivi e negativi dell’utilizzo degli algoritmi e che rivelino sia il giusto che il cattivo approccio che ha l’uomo con essi. All’interno del saggio infatti, non si troveranno certezze, né risposte definitive, ma la lettura servirà come invito a usare il proprio pensiero critico e a mettere in discussione sia se stessi in quanto uomini, sia l’onnipotenza conferita a un algoritmo perché offre «una fonte di autorevolezza particolarmente comoda».

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