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Il MAB è aperto: Giani presente alla inaugurazione

Comunicato stampa

“MUSEO ARCHIVIO BIANCIARDI”

(Un’imponente collezione privata tutta da scoprire apre le porte a Castellina in Chianti- Alla inaugurazione ha partecipato il Presidente Eugenio Giani)

“Un viaggio nel tempo alla portata di tutti”. Potrebbe essere questa la sintesi della missione del Museo Archivio Bianciardi (MAB), inaugurato oggi in Via delle Volte 36 a Castellina in Chianti alla presenza del Sindaco Marcello Bonechi e del Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani.

Si tratta di un’autentica scoperta, parzialmente ancora in fase di studio, che getta nuova luce sulla storia locale, chiantigiana e non solo. Raramente infatti si può fare in uno spazio espositivo quello che il MAB garantisce al visitatore, ovvero di trovare pressoché intatti e fruibili, anche attraverso l’uso di supporti multimediali e di originali note esplicative che corredano le teche, gli archivi, il patrimonio librario, le lettere, le reliquie e gli oggetti di cui una importante famiglia del territorio ha fruito per oltre cinque secoli, dalla fine del Trecento al Novecento. Non solo, ma tutto questo si trova disponibile proprio nelle stanze e nei luoghi dove questo patrimonio storico e artistico si è formato, ovvero nel cuore di Castellina in Chianti, proprio all’interno di Palazzo Bianciardi. Il Palazzo, la Cappella di famiglia ancora perfettamente integra sono parte integrante del fascino del MAB: proprio nel 1434 la famiglia Bianciardi acquistò il Palazzo dai Ricasoli ed il contratto originale d’acquisto è un esempio dei tesori ancora consultabili nell’archivio.

A questo scopo, coronando in questo modo un lavoro assai lungo e laborioso, tutto finanziato con mezzi propri, gli eredi della famiglia Bianciardi hanno creato l’Associazione Amici di Palazzo Bianciardi.  

 “Sono cresciuta con la consapevolezza del valore di queste carte e di questi preziosi volumi, ma per la prima volta nella mia vita ho sentito che se non li avessi trasformati in qualcosa di vivo nel presente, probabilmente la memoria storica di questo patrimonio sarebbe andata perduta”.

Gaia Bianciardi, Responsabile progetto MAB- Presidente Associazione Amici Palazzo Bianciardi

Ma diamo un po’ di numeri di questa imponente collezione privata da oggi fruibile su appuntamento a chiunque ne faccia richiesta: oltre trecento volumi antichi, alcuni di estrema rarità, un archivio storico che copre oltre cinquecento anni di storia, pergamene che documentano una quantità di atti e in estrema sintesi la vita della famiglia nel territorio da fine Trecento, oltre duecento reliquie integre e ancora corredate dei certificati di autenticità e dei sigilli dell’autorità ecclesiastica.

Il MAB costituirà il punto di partenza per una serie di progetti sul territorio, tutti collegati alla storia racchiusa nei documenti a disposizione ed in sinergia con l’Amministrazione Comunale di Castellina in Chianti ed i privati che ne vorranno far parte.

Un immenso lavoro di censimento e catalogazione, quindi, che è stato possibile anche grazie alla consulenza del Professor Massimiliano Bellavista – Università degli Studi di Siena – che ha seguito Gaia e la sua famiglia durante la manutenzione e il restauro di tutto il patrimonio librario.

 “Abbiamo di fronte un patrimonio di assoluto interesse, sia per la rarità di alcuni volumi e la particolarità degli oggetti e delle reliquie, ma anche, e soprattutto, per il fatto di essere miracolosamente rimasto intatto nel corso dei secoli che pure non hanno risparmiato al territorio eventi tumultuosi e molti danneggiamenti. Storia, arte, legge, economia, medicina, religione, nella collezione esposta al MAB si può entrare in una macchina del tempo in grado di restituirci con estremo realismo e profondità il senso di un periodo storico, degli interessi e delle curiosità che animavano gli uomini e le donne tra Cinquecento e Ottocento “

Massimiliano Bellavista, Coordinatore tecnico e organizzativo del progetto MAB

Il materiale già catalogato costituisce il cuore del MAB, che sorge in un fondo di Palazzo Bianciardi, di proprietà della famiglia, affacciato sulla storica Via Delle Volte disegnata dal Brunelleschi prima e da Giuliano da Sangallo poi.

Il Presidente Giani nel suo intervento ha sottolineato come egli ritenga uno dei compiti primari del suo mandato quello di prodigarsi per proteggere ed aiutare a far conoscere il patrimonio di una Regione ricca di cultura come la Toscana, nel quale certamente rientra la colleziona esposta al MAB. Giani ha inoltre evidenziato che proprio nel 2021, e precisamente il primo Dicembre, si celebrano i 500 anni della morte, avvenuta nel 1521, di Papa Leone X, Giovanni de’ Medici il secondo figlio di Lorenzo il Magnifico La figura di questo Papa, oggi poco conosciuta, è assai peculiare. Raffigurato benedicente nel Salone dei Cinquecento, giocò un ruolo fondamentale nel consolidare il potere della casata nel Cinquecento. Ma soprattutto questo Papa che nel 1517 concedeva le indulgenze ai pellegrini che raggiungessero la “Gerusalemme” di San Vivaldo è lo stesso che in segno di gratitudine per le molte occasioni in cui vi era stato ospitato, lascia il suo stemma (stemma della famiglia Medici) sopra la porta di Palazzo Bianciardi. Lo stesso Leone X con bolla papale conferisce un particolare e unico onore alla Cappella di famiglia: ancora oggi è possibile conferire l’indulgenza plenaria nel giorno di San Francesco (4 di ottobre) e nel giorno del perdono di Assisi (2 agosto). Un ultimo punto che Giani ha portato all’attenzione dei partecipanti è che proprio nel Salone dei Cinquecento sono raffigurati i territori chiantigiani, ovvero quelli stessi territori che dal 2021 sono candidati per l’iscrizione nella lista del patrimonio mondiale culturale e naturale dell’Unesco. E proprio per l’ottenimento di questo importante riconoscimento per il ‘paesaggio culturale del Chianti classico’ sta prodigando i suoi sforzi il Consorzio Vino Chianti Classico, i cui rappresentanti hanno partecipato alla cerimonia di inaugurazione. Il MAB sembra essere un ottimo esempio delle ragioni che supportano e rafforzano questa candidatura. È seguita una visita ai locali del MAB.

Il MAB, da oggi debutta quindi nel mondo culturale come museo online

                                                        http://www.mab-it.org

in attesa di diventare museo a tutti gli effetti una volta ottenuti i finanziamenti necessari.

Nel frattempo la collezione privata può essere visitata su prenotazione.

Il concept del MAB nasce in un anno difficile, il 2020, ma forse proprio per questo è stato ben progettato e ideato in tutti i suoi aspetti come parte di un necessario rilancio turistico del territorio, comprendente anche una destagionalizzazione dei flussi. Due elementi l’hanno caratterizzato fin da subito: una forte interazione con l’Amministrazione Locale, dal primo momento coinvolta nel progetto e molto attenta al suo sviluppo e la collaborazione con l’Università di Siena che consentirà di creare una Start Up dedicata alla gestione ed alla valorizzazione e promozione dei beni culturali, incentrata sull’animazione di questa nuova struttura museale, attraverso la formazione di 3 giovani imprenditori

Per info e contatti:

 Ufficio stampa:

Massimiliano Bellavista
tel. 335 6148685, e-mail: bellmaxi@tin.it

www.thenakedpitcher.com

Organizzazione:

Gaia Bianciardi

Cell: +329 6102028 mail: info@palazzobianciardi.com

Palazzo Bianciardi – Via Ferruccio 32, Castellina in Chianti 53011 (SI)

Sulla stampa

https://www.oksiena.it/news/inaugurato-a-castellina-in-chianti-il-museo-archivio-bianciardi-251021183529.html

https://www.lanazione.it/siena/cronaca/castellina-viaggia-nel-tempo-e-il-dono-dei-bianciardi-1.6959103

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Il perfetto viaggio (a breve poi pubblichiamo tutti i racconti)

Cosa è un racconto breve? L’esaltazione della parola e della sua efficacia, ma anche della lettura condivisa. Con questo intento il Festival della Lingua Italiana di Siena ha creduto in un progetto, coordinato da Massimiliano Bellavista sul blog thenakedpitcher.com, che parte da lontano e che già da tempo coinvolge molte scuole e giovani di tutta la Penisola.

La versione messa in campo per il Festival a Siena grazie all’aiuto dell’associazione La Voce della Scuola e indirizzato agli studenti delle scuole medie e superiori di Siena e della Toscana ha visto il suo atto finale presso la sede cittadina del Comitato della Società Dante Alighieri. Ai partecipanti è richiesto di scrivere un breve racconto di 250 parole al massimo, in tema di viaggio (in senso fisico o metaforico),

Viaggiare, come dice lo scrittore olandese Cees Nooteboom, più volte citato nella premessa al premio a cura di Diego Palma (La Voce della Scuola) e Massimiliano Bellavista (www.thenakedpitcher.com) è spesso un fatto istintivo, non meditato, qualcosa che insomma ‘è come il mulino da preghiere dei tibetani: il movimento precede il pensiero’.

Questa componente istintuale e di spontaneità non è mancata affatto ai giovani partecipanti:in un tempo brevissimo, che ha coinciso con i giorni del Festival, sono arrivati moltissimi racconti brevi, in un numero che ha sorpreso per primi gli organizzatori.  I premiati, anche grazie alle pubblicazioni offerte dalla Casa Editrice Betti e dalla Società Dante Alighieri, sono stati sei, accompagnati dalle famiglie e dai loro docenti di riferimento.

Paola Panico, quattordicenne studente del Liceo Classico Galilei di Pisa ha narrato con grande forza e capacità tecnica il viaggio di uno scrittore che cerca ispirazione nelle vite degli altri fino ad esserne sopraffatto (Lo scrittore non pubblicò un libro. Uno solo non sarebbe bastato).

Ludovica Fei e Margherita Rolla, della seconda liceo Scientifico ‘Tito Sarrocchi’ di Siena hanno scritto a quattro mani trattando con grande delicatezza e sensibilità un viaggio dentro l’anoressia, una narrazione, dove oltre alle cure professionali, diventano fondamentali le attenzioni di tutta la classe, che riescono alla fine a far intravedere la luce alla fine del tunnel. (Il 30 Settembre 2020 il medico entrò nella mia stanza, gli occhi pieni di felicità, mi disse che il mio lungo viaggio era finalmente terminato. La campanella sta suonando, prendo dallo zaino il panino al prosciutto e gli do felicemente un morso!)

Valentina Nicolucci dell’Istituto Monna Agnese di Siena con Rimbalzando disordinatamente è riuscita nella difficilissima impresa di rendere il convulso vorticare dei pensieri di un’adolescente in quello stato di dormiveglia che, poco prima del sonno, confonde in una lunga sinestesia colori, suoni e ricordi E piano piano, questi pensieri ingarbugliati sfumano in baleni casuali di luci e immagini, che pongono fine al mio viaggio.

Margherita Caramanico, della quarta Liceo Musicale ’E.S. Piccolomini’ di Siena ci ha regalato forse l’immagine più bella, al culmine di un percorso di crescita e presa di coscienza delle proprie capacità che, proprio grazie alla Scuola, le ha insegnato come ci racconta nel suo breve   a non sentirmi il pesce che gareggiava contro le scimmie in una gara di arrampicata’ e le ha aperto le porte del prestigioso Conservatorio di Santa Cecilia di Roma.

Dalla stessa scuola proviene l’ultima vincitrice, Priscilla Panichi che, paragona con dolcezza e abilità tecnica il viaggio nella vita propria e altrui a un interminabile puzzle ognuno misterioso ognuno diverso, e che nessuno, e questo è il bello, vedrà mai finito, perché la troppa perfezione è nemica della vita vera, quella vissuta con intensità. Mai come fai a dire di aver concluso un viaggio bello come la vita?

Dopo la cerimonia di Siena, tra i cinque finalisti verrà scelto un ‘super vincitore’ che sarà premiato nel prossimo Festival di Firenze, che sarà organizzato tra l’11 e il 13 Novembre prossimi in vari siti del capoluogo toscano.

Non resta che dare appuntamento alla prossima edizione di ‘Per Vie Brevi’ prevista per la primavera del 2022.

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Per Vie Brevi, un successo

Complimenti a tutti i vincitori

Grazie agli insegnanti di tutti gli Istituti e Licei partecipanti

Grazie al Festival della liingua Italiana/ Parole in Cammino

Grazie a ‘La voce della Scuola’

Grazie a Betti editore

Grazie alla Società Dante Alighieri di Siena

…e naturalmente un gigantesco grazie ai ragazzi che ci hanno stupito ancora una volta coi loro vivacissimi racconti brevi.

Per pubblicazione foto e altro, come si dice …..stay tuned!!!

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I programmi definitivi delle giornate del Festival di Siena

Ricordiamo il termine per la presentazione dei racconti da 250 parole per il concorso ‘Vie Brevi’ è Venerdì. I migliori saranno premiati Sabato durante questo evento:

Comitato della Società Dante Alighieri, via Tommaso Pendola 37

Ore 17.00 Fiorella Atzori, Sgrammaticando

Ore 17.45 Marco Ferrari, “Romanae disputationes” eOpera prima”. La parola alla prova tra filosofia e letteratura (nella scuola) Ore 18.30 Massimiliano Bellavista e Luca Betti, Premiazioni per il concorso “Per vie brevi”. Modera Diego Palma

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Parole in cammino…venite ci divertiremo 14-16 p.v.

Visioni. Retrospettive, scenari, nuovi linguaggi

Siena, 14-16 ottobre 2021

Parole in cammino

Visioni. Retrospettive, scenari, nuovi linguaggi

Siena, 14-16 ottobre 2021

L’organigramma

Associazione organizzatrice

La Parola che non muore

Direttore artistico

Massimo Arcangeli

Direzione organizzativa

Diego Palma

Comitato scientifico

Carla Bagna, Marco Mancassola, Fiammetta Papi, Carlo Pulsoni, Alessio Ricci, Laura Ricci

Segreteria organizzativa

Andrea Ciarrocchi, Fabio Di Nicola, Edoardo Ottaviani (contatti con gli ospiti)

Fabio Di Nicola (tecnico audio e video)

Alessandro Russo (diretta streaming)

Comunicazione e ufficio stampa

Letizia Pini, Massimiliano Bellavista

Riprese e montaggio video

Gianni Gadaleto

Con il sostegno della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e la collaborazione dell’Università di Siena, dell’Università per Stranieri di Siena, del Comune di Siena, della contrada della Chiocciola, dell’Accademia della Crusca, della Società Dante Alighieri, delle case editrici Mondadori e Zanichelli, della Rete dei Licei Classici e dell’associazione culturale “Il Liceone”

Il progetto generale

Il progetto generale, promosso dall’associazione La parola che non muore e sviluppato, con il sostegno della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, in collaborazione con il Comune di Siena e con la partecipazione dell’Università per Stranieri di Siena e dell’Università di Siena, è pensato come un itinerario sull’italiano fra passato, presente e futuro, senza trascurare il contributo portato alla storia linguistica, sociale, culturale del nostro paese dalle tante altre “lingue” presenti sul territorio (dialetti, lingue minoritarie, linguaggi giovanili, lingue di contatto, gerghi tecnologici, ecc.), dalle maggiori lingue di cultura (con riferimento alla traduzione letteraria, alle parole “in viaggio”, alle nuove forme di “capitalismo linguistico”, ecc.), dalla comunicazione non verbale (la lingua dei segni, il linguaggio del corpo).

Il progetto, nato nel 2017, punta a fare di Siena il centro strutturale, organizzatore, propulsore di una manifestazione annuale in grado di coinvolgere, negli anni, città, cittadine e borghi italiani (toscani e non toscani) disposti a realizzare uno o più eventi, per un percorso tematico comune, all’interno di altre manifestazioni culturali. Saranno quest’anno direttamente coinvolte, oltre ai festival italiani già gemellati in un progetto culturale di “cultura in cammino” (la Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, il Festival della Crescita di Milano, ANTICOntemporaneo di Cassino e Montecassino, La parola che non muore di Civita di Bagnoregio (VT), il Borgo dei Libri di Torrita di Siena), manifestazioni che si svolgono in varie regioni italiane, fra le quali il Festival delle Corrispondenze di Magione (PG), il Roma Videoclip Festival e In Costiera amalfitana, le Conversazioni sul futuro e Io non l’ho interrotta di Lecce, le Feste Archimedee di Siracusa. 

Premio “Per vie brevi”

Il premio, organizzato dall’associazione La Voce della Scuola e indirizzato agli studenti delle scuole medie e superiori, intende esaltare il potere della narrazione, dimostrando che, per raccontare una storia, si possono usare anche pochissime parole, purché efficaci. Ai partecipanti è richiesto di scrivere un breve racconto di 250 parole al massimo, in tema di viaggio (in senso fisico o metaforico), da spedire entro venerdì 15 ottobre (all’indirizzo bellmaxi@tin.it).

Giovedì 14 ottobre

L’invenzione della lingua. Cinema, teatro, letteratura

Università per Stranieri di Siena, piazza Rosselli 27-28, Aula Magna

Ore 14.45 Saluti di Giuseppe Marrani, direttore del Dipartimento di Studi Umanistici

Coordina Laura Ricci

Ore 15.00 Roberto Barzanti, Riccardo Castellana, Marco Marchi, Silvia Tozzi, Cent’anni dopo. Sull’attualità di Federigo Tozzi. Modera Valentino Baldi

Ore 15.30 Stefania Carpiceci,Federico e Giulietta. Tra Pinocchio, i clown e Cabiria 

Ore 16.00 Enrico Terrinoni e Fabio Pedone, Un “labirincubo” di parole

Ore 16.30 Anilda Ibrahimi e Laura Proja, Convergenze albanesi. Modera Carlo Pulsoni

Ore 17.00 Premio “Visioni” a Barbara De Rossi per lo spettacolo teatrale Dante e le donne

Pausa caffè

La lingua fra ambiente, territorio ed ecosistema

Ore 18.00 Simone Bastianoni e Massimo Arcangeli, Comunicare la sostenibilità. Un dizionario minimo

Ore 18.30 Maurizio Masini e Valentina Canu, “Se ci credi lo vedi”. Promuovere il territorio fra parola e mito

Buffet

Castellina in Chianti, Palazzo Bianciardi, costituendo Museo Archivio Bianciardi, via delle Volte 33

Ore 18.o0 Gaia Bianciardi Bastreghi e Massimiliano Bellavista, Le parole del Chianti: un cammino letterario tra autori e libri (antichi e moderni) chiantigiani. La famiglia Bianciardi, nell’omonimo palazzo a Castellina in Chianti, tra Siena e Firenze, ha custodito per secoli, oltre a un’importante biblioteca, un archivio di pergamene, documenti e carte che, a partire dal XIV secolo, racchiude la storia di questo territorio. Gli eredi della famiglia hanno creato l’Associazione Amici di Palazzo Bianciardi con l’intento di rendere fruibile questo patrimonio attraverso la creazione del MAB (Museo Archivio Bianciardi), che sarà a breve inaugurato come Collezione privata e Museo online.

Venerdì 15 ottobre

Istituto Tecnico Biotecnologie e Liceo Linguistico Monna Agnese, via del Poggio 16

Ore 11.00 Massimo Arcangeli,Visualizzare le parole, verbalizzare i gesti, dare un nome alle cose

Nel corso dell’incontro gli studenti partecipanti saranno sollecitati a dare significato a tanti gesti compiuti più o meno abitualmente, ad abbinare le parole selezionate durante la lezione a una o più immagini in grado di rappresentarle, ad attribuire un nome a tanti oggetti del passato trasmessi al nostro sguardo da dipinti famosi.

Fondazione Monte dei Paschi di Siena, via Banchi di Sotto 34, Sala Conferenze

L’italiano fuori d’Italia

Saluti di Carlo Rossi, presidente della Fondazione Monte dei Paschi  

17.00 L’italiano fuori d’Italia. Con Carla Bagna, Giuseppe D’Anna, Enrico De Agostini, Silvio Mignano. Modera Carlo Pulsoni 

San Miniato, Centro di Aggregazione Giovanile “La base”, Via Enrico Berlinguer (emiciclo)

Ore 17.00 Massimiliano Bellavista, Laura Del Veneziano, Francesco Ricci, Comunicare, scrivere (o digitare) giovane. Evento in collaborazione col Centro di Aggregazione Giovanile (CAG) locale e con la cooperativa sociale onlus ALIOTH

Contrada della Chiocciola, via S. Marco 37

Ore 18.00 Ouvertures. Incontri tra musica e cultura. Premio “Visioni” a Massimo Bernardini

Sabato 16 ottobre

Lingue e linguaggi fra cinema e canzone d’autore

Università degli Studi di Siena, via Banchi di Sotto 55, Aula Magna Storica del Rettorato

Ore 9.15 Saluti di Francesco Frati, rettore dell’Università degli Studi di Siena

Coordina Alessio Ricci

Ore 9.30 Fabrizio Franceschini, Le lingue della commedia all’italiana (ma solo “all’italiana”)

Ore 10.00 Fabio RossiFederico Fellini e Giulietta Masina. Dal parlato rarefatto realistico all’iperparlato creativo

Pausa caffè

Ore 11.00 Marco PontiScrivere per lo sguardo. Come il cinema nasce da parole e spazio e li trasforma in immagini e tempo

Ore 11.30 Marianna Marrucci, Sulle tracce del “mosaicista” De André: studiare le carte di un cantautore. Introduce Giulia Giovani

Buffet

Comitato della Società Dante Alighieri, via Tommaso Pendola 37

Ore 17.00 Fiorella Atzori, Sgrammaticando

Ore 17.45 Marco Ferrari, Romanae disputationes” eOpera prima”. La parola alla prova tra filosofia e letteratura (nella scuola)

Ore 18.30 Massimiliano Bellavista e Luca Betti, Premiazioni per il concorso “Per vie brevi”. Modera Diego Palma

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Varie: due articoli, una intervista, una recensione dell’ultimo libro

Bella tre giorni a Bagnoregio e Montefiascone con molti giovani. Brillanti gli interventi di Lello Voce (che ringrazio per il divertentissimo pomeriggio passato assieme e la bella dedica) e Marcello Fois.

Anno XVII, n. 189 ottobre 2021  
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vertigini dell’anima:
una rivelazione in ogni senso
Dal “padre” di Adelphi
uno studio su Hitchcock
di Massimiliano Bellavista Il terzultimo libro di un grande scrittore e di un ancor più grande editore quale Roberto Calasso si intitola curiosamente Allucinazioni Americane (Adelphi, pp. 766, € 14,00) ed è il primo che ha dato alle stampe nel suo ultimo anno di vita, il 2021. Gli altri due sono decisamente più in linea con la sua precedente produzione, e assai più autobiografici. Qui il protagonista è il cinema. Nell’ambito del cinema, si tratta di un suo interprete assoluto, Hitchcock. Nell’ambito della produzione del grande regista, si affrontano due film tra i suoi più sibillini ed enigmatici, La finestra sul cortile e La donna che visse due volte.
Il punto di vista di Calasso sui due film è assai originale, e il libro che ne risulta è godibile, mentre lo si legge si ha come l’impressione di esserne parte in causa e di dialogare direttamente con l’autore. Ma è un abile gioco di specchi che spesso inganna. «Questo è un libro su un rompicapo ed è un rompicapo esso stesso».

Le mille madeleine e gli infiniti dettagli di due capolavori gemelli
È una ben ambigua e sofisticata madeleine proustiana quella che compare ne La donna che visse due volte. L’avvocato e poliziotto John Ferguson soffre di vertigini: durante un inseguimento sui tetti dei grattacieli di San Francisco, aggrappato a una grondaia e sospeso nel vuoto, vede un collega precipitare al suolo nel tentativo di salvarlo. Quest’incidente sarà la causa della sua acrofobia. Un suo ex compagno di college, Gavin Elster gli affida l’incarico di sorvegliare sua moglie Madeleine, vittima di strane ossessioni, durante le quali la donna s’identifica con la bisnonna materna, Carlotta Valdés, la quale, abbandonata dall’amante e privata della figlia nata dalla loro relazione, morì suicida a 26 anni, la stessa età di Madeleine. Nomen omen, madeleine/Madeleine entra in scena come immagine mentale dagli effetti però molto reali, in quanto la sua “esistenza” impone che «un’altra donna muoia: la moglie di Elster prima, Judy dopo». Ferguson sprofonda lentamente (la lentezza caratterizza tutti e due i film di Hitchcock a differenza di altre sue pellicole caratterizzate da paradigmi ritmici e temporali assai più immediati) in un passato insondabile, al contempo esistente e irreale e qui l’indagine di Calasso si fa fine. «Il segnale che manifesta il contatto con Madeleine è il colore verde: nello scialle, lungo fino a terra, della donna seduta al ristorante con Elster, nel vestito da giorno con colletto di Judy che cammina con le sue colleghe del grande magazzino. Fra l’uno e l’altro, ci sono anche molti altri verdi, introdotti dalla Jaguar verde chiaro di Madeleine, fino al canopy dell’Hotel Empire dove vive Judy e alle tende nella sua stanza, illuminate dall’insegna al neon dell’albergo».
Allo stesso modo, il mondo de La finestra sul cortile è un mondo autosufficiente, ricco di dettagli simbolici che tutto risucchia in quel teatro, a eccezione delle ventate di eleganza ed erotismo upper class di Lisa Freemont, una sofisticata ragazza e indossatrice non professionista, la quale si reca regolarmente a fare visita a Jeff, il fotoreporter di successo protagonista del film ed immobilizzato su una sedia a rotelle a causa di un infortunio. «La ruota vorticosa dei fantasmi, ombra sempre più irresistibile di Grace Kelly che si proietta (da dietro) sul fotografo addormentato (…) creano una tensione che cresce, insieme al caldo umido di New York. Soprattutto in due persone: il fotografo e il commesso viaggiatore, che si appresta ad uccidere la moglie. Che cosa lega questi due esseri che si ignorano? Un filo sottilissimo, un filo femminile. Il commesso viaggiatore Lars Thorwald uccide la moglie: il fotografo lo scopre con l’aiuto con l’aiuto della donna che vuole diventare sua moglie (e a sua volta rischierà di essere uccisa dall’assassino). Come sempre sacrificio ed ierogamia sono avvolti l’uno nell’altra».

Un’argomentazione elegante e non dirompente o distruttiva
Quest’ultimo riferimento non è espresso a caso, perché è proprio una rilettura mitica dei due film quella che l’autore ci propone: «Che aria tira in quel cortile della nona strada? Più o meno quella che tirava a Tebe con Edipo o a Elsinore con Amleto. “C’è qualcosa di marcio nel cortile”. Ad accorgersene, come al solito, è il coro, che qui delega a rappresentarlo la mirabile Thelma Ritter, infermiera delle assicurazioni». Alla fine, non è proprio questo il ruolo del cinema, ovvero quello di costituirsi come “macchina mitopoietica” capace di generare visioni e narrazioni che invadono tutti i nostri ambiti personali, da quello razionale a quello etico ed onirico? Secondo Calasso le star hollywoodiane sono quindi le nuove divinità e le opere di Alfred Hitchcock possono addirittura essere re-interpretate alla luce della dottrina vedantica. Una provocazione, si capisce, ma non priva di fascino e di spunti inediti per questo volume, che rappresenta la sintesi e la sedimentazione di un pensiero durato anni.
Ma in cosa consiste questa sorta di legame di sangue, di “gemellità” che lega due capolavori assoluti della storia del cinema e che quindi, a prima vista, potrebbe anche fare a meno di questo accostamento? Tutti i motivi, anche quelli più reconditi, sono puntualmente esplorati dall’autore: «La gemellità si dichiara già nel casting: in entrambi i casi James Stewart e una indefessa fidanzata bionda, che lavora nella moda (Grace Kelly e Barbara Bel Geddes). James Stewart ha (o ha avuto) in tutti e due i casi un mestiere inquisitivo: fotoreporter avventuroso o brillante detective. (…) In entrambi i casi, il primo dialogo ruota intorno al fatto che l’uomo è impedito nel movimento, per la gamba ingessata ne La finestra sul cortile, per le vertigini in La donna che visse due volte».
Del resto a ben vedere l’inesorabilità degli accadimenti che è tipica del mito, e anche della tragedia greca, è l’ingrediente fondamentale dei due film. Difficile in questo senso dar torto all’autore, che pagina dopo pagina argomenta alla sua, particolarissima, maniera. Nelle due pellicole ciò che accade nella rispettiva trama narrativa è assai meno importante di ciò che accade nella testa dei personaggi, l’azione è sacrificata alla stasi perché sono le menti dei personaggi a rincorrersi, talvolta a sovrapporsi e a cannibalizzarsi come nel caso de La donna che visse due volte «il finale è implicito fin dall’inizio del film: lieto ne La finestra sul cortile (il fotoreporter allevia il prurito con un calzascarpe, in attesa di liberarsi dal gesso); funesto in La donna che visse due volte (l’ex poliziotto vuole liberarsi a poco a poco delle vertigini, ma ha una crisi appena sale al terzo gradino di una scaletta».
Il lettore, cinefilo e non, quindi potrà quindi trovare pane per i suoi denti in questo libro sui generis marcato da uno stile elegante e colto, come sarà d’ora in poi trovare in libreria data la scomparsa di un autore che aveva saputo affascinare e fidelizzare generazioni di lettori attorno alla sua cristallina capacità affabulatoria.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 189, ottobre 2021)
http://www.bottegaeditoriale.it/Uneditorealmese.asp?id=232

http://www.bottegaeditoriale.it/Uneditorealmese.asp?id=232

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La parola che non muore: Bagnoregio e Montefiascone 1-3 Ottobre 2021

LA PAROLA CHE NON MUORE

Tre giorni di incontri a Bagnoregio e Montefiascone

(1°-3 ottobre)

VIa edizione

Dante, la memoria, la scuola, la malattia

Festival gemellato con 

LA FESTA DELLA SCUOLA (ASCOLI PICENO)

FESTA DI SCIENZA E FILOSOFIA (FOLIGNO)
FESTE ARCHIMEDEE (SIRACUSA)

FESTIVAL DELLA CRESCITA (MILANO)
ANTICONTEMPORANEO (CASSINO)
PAROLE IN CAMMINO (SIENA)

X-OFF. CONVERSAZIONI SUL FUTURO (LECCE)

DANTE SENZA FRONTIERE (SALERNO)

Un progetto in collaborazione

con

la SOCIETA’ DANTE ALIGHIERI

Con il sostegno di ZANICHELLI e MONDADORI EDUCATION

Direzione artistica: Massimo Arcangeli, Raffaello Palumbo Mosca

Direzione organizzativa: Diego Palma

Coordinamento generale: Fabio Di Nicola

Comitato scientifico: Edda Cancelliere, Milton Fernàndez, Riccardo Gualdo, Pierluigi Mingarelli, Mario Morcellini, Carlo Pulsoni, Davide Rondoni, Ottavio Rossani

Civita in giallo: Fabio Mundadori

Ufficio stampa: Massimiliano Bellavista

Coordinamento locale: Andrea Ciarrocchi

Coordinamento Premio poesia “Caro poeta”: Patrizia Marchei

Contributi video: Gianni Gadaleto

Tecnico audio e video: Andrea Artemi

Diretta Streaming: Alessandro Russo

Coordinamento per il territorio: Doriana D’Elia

Realizzazione grafica e sito web: Antonio Silvestri e Stefano Palma

Ne ha parlato perfino il “New York Times”. Con le sue erosioni dal basso, con le sue magiche e rarefatte prospettive aeree, con la sua capacità di dominare dall’alto il territorio al pari di una fortezza, con i suoi “ponti” quasi sospesi nel tempo e nello spazio, il borgo di Civita di Bagnoregio è un simbolo naturale della cultura che resiste, attraverso la conservazione caparbia di una memoria che si tramanda da secoli. Un luogo ideale per avviare riflessioni e letture fra narrativa e poesia, filosofia e scienza, lavoro critico ed esperienza personale (per una parola che è ancora fortunatamente viva, e intende anzi continuare a vivere), come primo passo per la realizzazione di un progetto di ampio respiro che trae ben più d’uno spunto dalle celebrazioni dantesche (nell’anno in corso ricorre il settecentesimo dalla morte del poeta).

La parola che non muore, che si svolge sotto la direzione artistica di Massimo Arcangeli e Raffaello Palumbo Mosca, parte dalla necessità della conservazione della memoria libraria e della memoria poetica che prende a modello proprio la Commedia di Dante, simbolo di una poesia universale che continua a parlare, in tante lingue disseminate per il mondo, a milioni e milioni di lettori.

La memoria poetica, ultimamente al centro di un animato – e in alcuni casi aspro – dibattito sulla presunta morte dell’oggetto sul quale si fonda e si esercita, sarà chiamata innanzitutto in causa dalla quarta edizione del premio dedicato ad Annibal Caro poeta (gemellato con quello dedicato al Caro traduttore, anch’esso giunto alla sua quarta edizione), che vedrà premiato, da una giuria di qualità, il miglior libro di poesia uscito fra il 2019 e il 2021.  

Quanto alla memoria libraria, nel corso della manifestazione si metterà a disposizione, per un poeta o uno scrittore, uno studioso o un artista, Casa Greco, a Civita di Bagnoregio, perché l’ospite che vi sia accolto ne faccia, soggiornandovi, luogo di ritiro, di concentrazione, di riflessione per il suo lavoro. Nell’occasione della sua nascita il compianto maestro Stelvio Cipriani ha donato a Civita, nel 2016, una sua composizione inedita.

I temi portanti dell’edizione di quest’anno, focalizzata sulle celebrazioni dantesche, ruoteranno intorno ai rapporti fra scienza e letteratura, al giallo d’autore, ai luoghi e alle parole (e ai linguaggi) da riabitare e al visibile parlare. Arricchiranno il programma alcuni eventi incentrati sulla scuola (al tempo della pandemia) e una sezione tematica intitolata Un male chiamato umanità (ispirata a Norman Oliver Brown, e a Ferdinando Camon), anche per ribaltare la prospettiva dalla quale si è perlopiù affrontata l’emergenza sanitaria.

Nei giorni del festival sarà infine conferito il premio itinerante “Visioni” a una o più personalità di spicco del panorama nazionale o internazionale. Il premio, nato nel 2015, viene attribuito, di tappa in tappa, a personaggi che si siano distinti nel campo del giornalismo, della cultura, dell’arte, dell’imprenditoria, dello spettacolo, ecc., ed è stato assegnato, negli anni, ad Antonio Ricci, Cristina Comencini, Enrico Mentana, Corrado Augias, Carlo Freccero, Gian Antonio Stella, Lucia Annunziata, Zygmunt Bauman, Sergio Castellitto, Agnes Heller, Luciano Canfora, Piergiorgio Odifreddi, Franco Cardini, Teresa Forcades, Alberto Asor Rosa, Antonio Presti, Michele Mirabella, Francesco Bruni (regista), Mario Martone, Livio Leonardi, Carlo Degli Esposti, Lamberto Giannini e molti altri.

Nascono con questa edizione anche il premio “Civita in giallo”, che sarà attribuito a uno scrittore di gialli o di noir, e il premio “Torre di Chia” (per il centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini che si celebrerà nel 2022), indirizzato agli studenti delle scuole superiori di ogni ordine e grado e dal tema Scrittura, arti visive e identità. Un altro premio, intitolato al “Tronco d’Artista”, sarà lanciato in occasione della realizzazione di un’opera di Andrea Gandini, dedicata alla figura di Annibal Caro, traduttore dell’Eneide, che sarà mostrata per la prima volta al pubblico, alla Commenda di Montefiascone, nella giornata del 3 ottobre. Qui di seguito il regolamento del premio.

Regolamento

Art. 1

Non ci sono limitazioni di nessun tipo per la partecipazione al premio. A tutti i partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione. Agli studenti universitari e delle scuole secondarie di primo e secondo grado che avranno aderito all’iniziativa, oltre all’attestato, verrà riconosciuto un premio in libri.

Art. 2

I partecipanti al premio dovranno inviare via e-mail, entro il 30 giugno 2022, un progetto (sviluppato in 5.000 caratteri al massimo, spazi inclusi) per la realizzazione di un “tronco d’artista”: il tronco di un albero antico su cui lavorare (dipingendolo, modellandolo, trasformandolo in un qualunque altro oggetto, ecc.) per renderlo un manufatto. I progetti ritenuti migliori, secondo il giudizio di un’apposita commissione, saranno presentati durante l’edizione della “Parola che non muore” che si svolgerà nell’autunno del 2022.

L’iscrizione al premio, e la partecipazione al festival dei migliori selezionati dalla giuria, implica l’autorizzazione, da parte dei partecipanti, alle riprese fotografiche e audiovisive che saranno effettuate durante la manifestazione, nonché la loro libera utilizzazione, per fini promozionali, giornalistici, documentari o altro, da parte dell’organizzazione. L’iscrizione al premio implica altresì la cessione a titolo gratuito dei diritti di immagine in favore dell’organizzazione stessa o dei suoi incaricati, e la rinuncia a ogni eventuale azione tesa a ottenere il pagamento di corrispettivi, indennità, rimborsi o altro connessi a quei diritti.

Art. 3

I primi tre classificati saranno ospitati, per un soggiorno di una settimana per due persone, al Borgo “La Commenda”. Al vincitore assoluto sarà offerta l’opportunità di partecipare a uno dei festival della rete “La Parola che non muore” per un soggiorno, sempre per due persone, comprensivo della copertura, da parte dell’organizzazione, delle spese di trasporto. 

Art. 4

I progetti spediti via e-mail potranno essere illustrati secondo le seguenti modalità:

– verbale/espositiva (un riassunto del progetto, in chiave espositiva o narrativa);

– grafica (un dipinto, un esercizio di tecnica grafica o altro);

– multimediale (un videoclip).

Nella loro presentazione i partecipanti spiegheranno come intendono realizzare i loro progetti. La presentazione, se in modalità audiovisiva, non dovrà superare i 10 minuti di durata.

Programma

Venerdì 1° ottobre

Istituto omnicomprensivo F.lli Agosti (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Ore 11.30

Massimo Arcangeli, La parola e l’immagine. Con gli studenti delle terze classi (sezioni A e B) della scuola media dell’istituto, coordinati da Francesca Fiorentini

Ore 15.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Culture da salvare, da trasmettere, da condividere  

Luca Profili, sindaco di Bagnoregio, Civita, la “città che non vuole morire”

Francesco Bigiotti, amministratore unico di Casa Civita, Una residenza d’artista per il libro e la cultura

Luigi De Simone, imprenditore, Come far rinascere un antico borgo

Elisabetta Ferrari, Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF)

Beatrice Curci, associazione GIULIA (GIornaliste Unite LIbere Autonome), Dare voce alle differenze di genere

Massimo Arcangeli e Diego Palma, La voce della scuola

Ore 16.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Luoghi da riabitare

Filippo Arcelloni, Il teatro che cammina (sulla via Francigena)

Ore 16.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Civita in giallo. I luoghi

Premio “Visioni” a Marcello Fois

Introduce Fabio Mundadori. Premia Luca Profili

Ore 17.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (ETICA)

“Impossibile è essere savio chi non è buono”

Eugenio Coccia e Filippo La Porta, Dante e l’etica. Fra letteratura e scienza. Coordina Massimo Arcangeli

Ore 17.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Silvio Barbieri, Rita Biganzoli, Antonio De Nigris, Carlo Montanari, La scuola che potremmo avere: il futuro dopo l’emergenza

L’emergenza Covid ha posto in evidenza i problemi strutturali di una scuola non più al passo coi tempi. Problemi amplificati dalla didattica a distanza (DAD), anche se, quando il Covid ci ha colpiti di sorpresa, chi era già preparato a gestire una didattica innovativa in presenza ha saputo farlo anche a distanza. Una didattica on-line da non intendersi come una  forma sostitutiva della didattica in presenza, ma come un suo complemento.

Coordina Diego Palma

Ore 18.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Rosario Alfano e Giuseppe Mancuso, La scuola (da rifondare) che non c’è

Abbiamo bisogno di una tensione ideale che faccia della scuola riformata il luogo dove crescere insieme come comunità. Un luogo dove alimentare il senso civico e far maturare la consapevolezza di essere cittadini attraverso un percorso di studi, di esperienze, di scambi, di condivisione, di apprendimento. Un luogo dove si coltivi anche il rispetto per il lavoro. Per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) è aumentato il carico lavorativo (gli organici ridotti non riescono a soddisfare l’enorme mole di lavoro degli ultimi vent’anni), oltre alla responsabilità, ma non lo stipendio. Si combatte il Covid, nella realtà, senza il personale ATA.

Coordina Diego Palma

Ore 18.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Tiziana Mari, Se i quadri potessero pensare

Tanti dipinti famosi reinterpretati in chiave attualizzante, sotto la guida della docente che racconta qui il suo progetto (ideato e realizzato in tempi di pandemia), dagli studenti di una quarta classe del liceo scientifico Ettore Majorana di Orvieto. 

Ore 19.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Emma Sabatini e Gianmarco Silvano, L’Unione (degli Studenti) fa la forza. Un manifesto per la scuola del futuro

Con l’introduzione della DAD (marzo 2020) abbiamo assistito alla progressiva esplosione delle contraddizioni e delle problematiche strutturali che il sistema di scuola pubblica del nostro paese presenta ormai da decenni. Viviamo una scuola sempre più esclusiva, spesso determinata dalle logiche meritocratiche e competitive di un sistema capitalista in cui è immersa, in cui studenti e studentesse non sono condotti alla formazione di un pensiero critico ma alla mera acquisizione di sterili nozioni, con processi frontali e punitivi che non mirano a una reale crescita dell’individuo. Ci hanno lasciato una scuola in macerie, distrutta dai processi di aziendalizzazione e sottofinanziata. Abbiamo così deciso di mobilitarci e di ricostruire un modello di scuola alternativo. A partire dallo scoppio della pandemia siamo scesi nelle piazze per pretendere che l’istruzione pubblica costituisse la priorità del nostro governo, abbiamo preteso che tutti avessero accesso ai device e alla connettività. Siamo stati da sempre in prima linea per un ritorno in presenza in sicurezza e abbiamo preso parte a numerose mobilitazioni per sottolineare il carattere trasversale della didattica e la funzione sociale dei luoghi della formazione. Dal gennaio del 2021 abbiamo deciso di ricostruire le nostre scuole a partire dalla riapertura di cantieri, di spazi assembleari che garantissero un confronto reale tra le componenti sociali della scuola per immaginarne un cambiamento dal basso, in forma radicale e strutturale, dalla valutazione all’edilizia, dal diritto allo studio alla didattica. Un processo di costante riflessione pedagogica che non si può interrompere.

Coordina Diego Palma

Sabato 2 ottobre

Bagnoregio  

Ore 15.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (felicità)

“Altro ben è che non fa l’uom felice; / non è felicità”

Lello Voce, Il manifesto per una scuola della felicità

Il manifesto, proposto da un poeta che è anche un insegnante, è una provocazione che prova a immaginare una scuola superiore radicalmente diversa da quella attuale, una scuola che rifiuti di basarsi su controllo, valutazione ossessiva, competenze e competitività per diventare invece un luogo capace di creare felicità, solidarietà e rispetto per tutti coloro che ne fanno parte (allievi, insegnanti, personale tecnico). Una fabbrica di sogni e felicità, cultura e futuro. Ispirato al pensiero libertario di grandi figure come Ivan Illich e Danilo Dolci, il Manifesto per una scuola della felicità ribalta molti dei luoghi comuni della scuola così com’è (e come viene progettata oggi), lanciando il guanto di una sfida a ripensarla dalle fondamenta, mettendo al suo centro non questa o quella necessità economica e produttiva ma la voglia di stare assieme e la responsabilità di farlo nell’interesse comune, oggi più che mai. Pubblicato inizialmente sul sito del «Fatto quotidiano», il manifesto è stato poi rilanciato da Rai Radio 3 (nella trasmissione La lingua batte).

Ore 15.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (MENTE e MEMORIA)

“Apri la mente a quel ch’io ti paleso / e fermalvi entro: che non fa scïenza, / sanza lo ritenere, avere inteso”

La mente memore. Premio “Visioni” a Giorgio Vallortigara. Premia Francesco Bigiotti

Ore 16.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Il visibile parlare

Lucia Battaglia Ricci, Dante in immagini

Un affascinante viaggio, lungo i secoli, tra dipinti, miniature e altre rappresentazioni artistiche di personaggi ed episodi famosi della Commedia dantesca.

Ore 16.30 

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Civita in giallo. I tempi

Franco Forte e Fabiano Massimi, Storie gialle nell’Italia fascista e nella Germania nazista

L’uranio di Mussolini (Franco Forte) e I demoni di Berlino (Fabiano Massimi). Due gialli storici ambientati nei primi anni Trenta, alla vigilia del periodo più oscuro della storia europea nel “secolo breve”, che avrebbe precipitato il mondo nell’inferno della guerra più terribile che l’umanità ricordi. Due storie (quella italiana è ambientata in Sicilia) che ci fanno respirare il clima che fece da incubatore al fascismo e al nazismo e ne accompagnò il montare delle ideologie che li sostennero.    

Coordina Fabio Mundadori

Ore 17.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Una male chiamato umanità

“Io vidi una di lor trarresi avante / per abbracciarmi, con sì grande affetto, / che mosse me a far lo somigliante”

Salvatore Malizia, Patrizia Marchei Romano, Daniela Turi, Il “contagio” degli affetti. Malattie, cure, guarigioni

Modera Massimiliano Bellavista

Ore 17.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (cambiamento)

“Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?”

Massimiliano Bellavista, Marina Morbiducci, Antonella Palmitesta, Bianca Piergentili, Francesco Ricci, Sessualità “fluttuanti”, passaggi di stato, identità ibride

Modera Massimo Arcangeli

Ore 18.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Civita in giallo. I tempi

Mauro Valentini e Mirko Zilahy, Storie criminali da città eterne (Roma) e paesi che muoiono (Civita)

Tutti lo chiamavano Tyson (Mauro Valentini) e L’uomo del bosco (Mirko Zilahy). Il primo romanzo è la storia di un uomo cui si offre un giorno l’opportunità di cambiare il corso di una vita passata a rimediare alle conseguenze dei propri errori (ma di mezzo c’è Tyson…). Il secondo romanzo ci accompagna in un viaggio nel cuore di sangue e di pietra di Civita di Bagnoregio, e alla fine scopriamo che le sue viscere non sono poi così diverse da quelle covate nell’animo umano. 

Coordina Fabio Mundadori

Ore 18.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Una male chiamato umanità

Giorgio Nisini e Luca Ricci, Il tempo e la malattia

Un dialogo sull’umano e sulla malattia a partire dai libri Gli estivi (Luca Ricci) e Il tempo umano (Giorgio Nisini).

Coordina Raffaello Palumbo Mosca

Ore 19.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La voce della scuola

Nicola Maulucci, Figli di un dio minore. Racconti di discontinuità didattica e di precarietà affettive

Dall’affidamento temporaneo, della durata al massimo di diciotto mesi, all’affidamento sine die (fino ai 18 anni). Esperienze di genitori affidatari piene di gioie ma anche ricolme di dolori, fra incomprensioni e ricongiungimenti, discussioni e riappacificazioni. Esperienze che ti riempiono in ogni caso la vita, anche se ci si chiede che senso abbia lasciare qualcuno nelle mani di una famiglia affidataria fino al compimento del diciottesimo anno senza poterlo adottare prima.

Ore 19.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Il visibile parlare

“E tu che se’ costì, anima viva, / pàrtiti da cotesti che son morti”

Lisa Flores (direttrice della scuola Flores), Antonella Arduini, Cristina Bombasaro, Monica Pesciarelli, Santina Petrosilli, Il flamenco. La tradizione che non vuole morire

La scuola di flamenco Flores è una realtà consolidata che propone spettacoli di danza e musica flamenca coi più importanti artisti della scena internazionale. Il flamenco, originario dell’Andalusia, è l’espressione più vivida e magnifica dell’arte gitana. È una danza sensuale, che produce un’intima unione fra il corpo e lo spirito, e arriva a farci comprendere in modo intuitivo l’energia ancestrale sopita dentro ciascuno di noi. Il flamenco è ritmo, armonia e contrasto, creatività e tradizione, suoni e musica alternati a profondi e magici silenzi.

Conduce Fabio Di Nicola

Domenica 3 ottobre

Borgo La Commenda (Montefiascone)

Ore 10.00

“Vorrei essere scrittore di musica, / vivere con degli strumenti / dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”

I premi “Caro poeta”, “Caro traduttore”, “Torre di Chia”, Luigi De Simone (proprietario del Borgo La Commenda), Lucianna Argentino (vincitrice del premio “Caro Poeta” nel 2019), Federica Alessandri (per il premio “Caro traduttore”), Ivana Pagliara (cofondatrice di PromoTuscia)

Modera Elisabetta Ferrari

Ore 10.30

La Voce della Scuola

Cosimo Forleo, Maddalena Giocondo, Giusy Versace, La “nuova” scuola fra aziendalismo, precarizzazione ed educazione alla cittadinanza attiva

Nell’anno 2000, col Reg. 275 del 1999 e il successivo riconoscimento giuridico della dirigenza, è nata ufficialmente l’autonomia scolastica. La scuola è organizzata come un’azienda e le varie attività dei docenti sono sempre più burocratizzate e sempre meno collegiali. Sono passati vent’anni, e quali sono i risultati di queste scelte? Il lavoro dell’insegnante, in termini di efficacia, soprattutto dell’apprendimento degli allievi, se ne è avvantaggiato? Quali decisioni da prendere sarebbero necessarie, a livello politico e normativo, per una scuola italiana diversa? Come potrebbe intervenire utilmente, nel quadro generale, il Terzo Settore, e come accompagnare i giovani, grazie alla cultura del volontariato, verso la costruzione di una società democratica, equa ed inclusiva, in un percorso di consapevolezza dell’esercizio dei propri diritti, dei propri doveri e delle proprie responsabilità? Nasce intanto, in risposta a una crisi scolastica strutturale, il Movimento Lavoratori Precari (MLP.), che unisce il personale docente e il personale ATA e il cui doppio obiettivo è di cementare in un movimento politico i lavoratori precari di ogni categoria, sbeffeggiati nonostante una direttiva europea (1999/n. 70) preveda l’assunzione a titolo definitivo di tutti i dipendenti della scuola che abbiano svolto almeno 36 mesi di servizio.

Modera Diego Palma

Ore 11.15

La Voce della Scuola

Antonio Cosentino, Didattica della comunità di ricerca e “Philosophy for Children” (F4Ch)

La didattica della comunità di ricerca è stata definita all’interno del curricolo della philosophy for children alla luce di una rilettura del pensiero di John Dewey. La logica della ricerca, negli auspici di Dewey, dovrebbe essere estesa a tutti i campi della conoscenza e corrispondere a un incremento diffuso di riflessività. Il pensiero riflessivo in azione, infatti, non è altro che la ricerca. L’espressione comunità di ricerca implica, da un punto di vista scolastico, una proposta complessiva e articolata di didattica includente nei suoi elementi fondamentali: a) spostamento della didattica da un paradigma standard a uno riflessivo; b) trasformazione della dinamica del gruppo classe in una comunità di interazione; c) primato della comunicazione orale; d) primato di una dimensione sociale e costruttiva dei processi di apprendimento; e) spostamento dell’attenzione dal prodotto al processo; e)  riposizionamento della figura dell’insegnante nella sua funzione di “facilitatore”. 

Un male chiamato umanità

(intermezzo)

Alessandro Cola, Memorie romanesche al tempo del Covid

Un breve excursus tra i momenti salienti del periodo pandemico, fra ironia e canzonatura, satira e disagio. La quarantena fa brutti scherzi, e la prima prova a uscire fuor di… mascherina.

Ore 11.45

Trifone Gargano, Dante pop, tra un selfie e un tweet

Celebrare Dante con una versione divergente, in quanto classico attivo, nonostante i 700 anni trascorsi dalla sua morte. Un classico ancora capace di ispirare artisti e intellettuali contemporanei, e di trovare riscontro nei più diversi canali e codici espressivi (dai fumetti ai videogiochi, dalla canzone pop e rock ai brand pubblicitari, dalla narrativa ai social). Dante come “lievito”, insomma, o, per dirla con le sue stesse parole, “favilla” che “gran fiamma seconda”.  

Ore 12.15

Premio “Visioni” a Giorgio Colangeli. Premia Luigi De Simone

Ore 12.45

Luoghi da riabitare

Andrea Gandini e Valter Lazzarin, Artisti di strada. Lo scultore del legno che resuscita i tronchi, e l’enigmista che batte tautogrammi a tema sulla macchina da scrivere e poi li recita

Due “creativi” ci raccontano i loro progetti on the road per la presentazione ufficiale del tronco riportato in vita al Borgo La Commenda (realizzato in onore di Annibal Caro) e per il lancio del premio annuale al miglior “tronco d’artista”.

Coordinano Massimo Arcangeli e Raffaello Palumbo Mosca

In evidenza

Un maestro assoluto del breve…

A Marzo avevamo parlato dell’inquietante Shirley Jackson , per il numero 8. La nona puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8) ci parla di uno scrittore raffinato, anzi raffinatissimo, ma assai poco o per niente conosciuto in Italia. Uno scrittore tormentato Stig Dagerman, complesso, un vero maestro del breve. Nato nel 1923 e segnato da una drammatica infanzia, ha scritto nella sua breve vita ( si suicidò nel 1954 proprio all’alba del suo successo letterario e di pubblico in Svezia) quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova con facilità in rete, ad esempio qui.

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – Uccidere un bambino

Ci sono racconti che ti rimangono dentro e te li porti dietro per sempre, racconti che in qualche modo ti hanno segnato nel profondo e che – proprio dalla prospettiva di uno scrittore di racconti – hanno persino cambiato il tuo modo di intendere la scrittura. Da quando, anni fa, ho letto per la prima volta Uccidere un bambino di Stig Dagerman, ho provato questa sensazione, e in ogni occasione che lo rileggo mi capita di pensare a quanto possa essere completa e potente anche una storia di cinque pagine scarse come questa. È stato per me necessario citarlo nella parte iniziale del romanzo Era l’11 settembre (ripubblicato in questi giorni da Nati per Scrivere), che parla – tra le altre cose – proprio di scrittura. Inutile dire, dunque, quanto ritenga indispensabile la lettura di questo racconto da parte di ogni persona che intenda scrivere; che si tratti di narratori di storie brevi o romanzieri non fa indifferenza, perché la bellezza non conosce limiti di forma né di dimensioni.

Ma qui, in questa rubrica, tentiamo soprattutto di analizzare i racconti migliori che si possano trovare in circolazione. E allora seguite innanzitutto il narratore onnisciente, che compie una panoramica sul paesaggio e dopo entra ed esce dalle case della gente, andando dal generale al particolare. La prima frase reca già un forte contrasto rispetto al titolo: “È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura”. Difatti l’atmosfera è idilliaca in questa domenica nella quale tra poco udiremo il suono delle campane, e intanto assistiamo alla scena di uomini che si radono, donne che canterellano, bambini che si abbottonano le camicette. Ma se ancora ci fosse qualche dubbio su ciò che sta per accadere, ecco la sentenza alla decima riga: “È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice”. Se sappiamo quanto sta per accadere, ancora però non sappiamo come. Seguiamo il bambino nel suo quadro familiare di una domenica qualsiasi, anzi l’ultima domenica della sua vita. Si sviluppa inevitabilmente tensione perché è vero – lo ripeto – che noi sappiamo cosa gli sta per succedere, ma lui no, non ne è al corrente (su questo concetto leggetevi la differenza tra suspense e sorpresa di cui si parla nel libro fondamentale Il cinema secondo Hitchcock scritto da Francois Truffaut. Hitchcock docet, sempre e comunque). Le persone che saranno implicate in questo dramma fanno programmi per un futuro imminente che non ci sarà.

Poi ci spostiamo sull’uomo che ucciderà un bambino: è felice, e mentre il benzinaio sta riempiendo il serbatoio fa una fotografia alla ragazza. Quando ripartono, l’uomo spiega che arriveranno al mare e lì affitteranno una barca; la ragazza lo ascolta e chiudendo gli occhi vede il mare. Attenzione ai dettagli: “Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue”, così come nella scena precedente il narratore aveva detto “Non vi sono ombre nella cucina”. Insomma, niente lascerebbe presagire al peggio, non ci sono segnali avversi. Continuiamo a seguire i due personaggi che tra poco si incontreranno, e lo facciamo in una sorta di montaggio alternato: l’uomo è ancora nel primo villaggio, il bambino è nel terzo. La madre nel frattempo si accorge di aver finito lo zucchero. I dettagli sono anche nei gesti, nei piccoli movimenti: il bambino che si allaccia le scarpe, il padre che piega lo specchio dopo la rasatura. Piccole e brevi inquadrature che mostrano gli oggetti (alla maniera di Martin Scorsese in Toro scatenato, per fare un accostamento cinematografico): “Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche.”

Ora la madre manda suo figlio a prendere lo zucchero da una famiglia che abita dall’altra parte della strada. Deve far presto, il padre gli grida che c’è una barca ad aspettarlo e insieme remeranno nel fiume; lui pensa a questo, “al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e che la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e per molti altri ancora”. È un impietoso conto alla rovescia. Attenzione anche alla simbologia della barca, la quale non solcherà nessun mare, nessun fiume, rimarrà ferma dov’è, così come il bambino la cui vita tra poco sarà interrotta. Il bambino attraversa la strada e l’auto blu dell’uomo che lo ucciderà entra nel secondo villaggio, in cui tutto è tranquillo, e ne leggiamo la descrizione: “È un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina con la tazza del caffè in mano”. L’auto al momento viaggia veloce e compaiono “i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie”, ed ecco dunque primi segnali funesti, l’avvisaglia di una tragedia incombente. L’autore ci tiene a rimarcare che “Non è certo un uomo cattivo” come a dire che questa è una disgrazia che potrebbe capitare a tutti, “Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino”. Siamo vicini al terzo villaggio, la donna chiude di nuovo gli occhi e immagina il mare. C’è ora il periodo più bello e d’impatto del racconto, che non riporterò (è un’unica frase di una quindicina di righe, e non voglio togliervi il piacere di leggerla nel flusso della storia). Ci troviamo un minuto prima dello scontro e prima che le vite di tutti gli attori coinvolti cambino drasticamente. La scena è di una nitidezza incredibile, come nel cinema. “Dopo è troppo tardi”, il fatto è già compiuto. Dopo, ogni cosa è perduta. Fra tutte le ferite, il tempo non potrà guarire questa, e ancora scorrono frasi di una saggezza lucidissima. Al ritorno, per l’uomo che ha ucciso un bambino e la donna ci sono solo ombre e silenzio. La vita si è rivelata in tutta la sua spietatezza, in un solo e decisivo attimo, e per loro – così come per i genitori del bambino – niente sarà più come prima.

In evidenza

11 Settembre: a Pari (GR). Un libro da (ri)scoprire un evento da vivere

il 12 Maggio 2020, in piena tempesta, ho scritto una recensione ad un libro cui tengo molto. Il libro in questione è quello di Mirko Tondi, che dopo varie vicissitudini, torna sugli scaffali in una veste tutta nuova, una gran bella veste (va detto) curata da NPS Edizioni. Mirko mi ha anche fatto un bel regalo, facendo diventare quella recensione la postfazione del nuovo volume. Gliene sono come ovvio grato. Così Sabato 11 Settembre alle 18.30 ne festeggiamo l’uscita alle 18.30, nello spazio dedicato ai Borghi della Lettura, dietro Piazza Castelfidardo a Pari (GR), nei pressi del pozzo. Il libro poi materialmente sarà sugli scaffali dal giorno 15/09.

“Era l’11 settembre” è la storia di un uomo che ha perso suo figlio, proprio il giorno degli attentati a New York e al Pentagono, e che da allora non si dà pace, certo di averne causato la morte. Adesso, alla soglia degli ottant’anni, decide di raccontare la sua storia a un ghost-writer, e il normale rapporto di lavoro tra cliente e professionista genera un’intimità tale da far scoprire a entrambi qualcosa su loro stessi. Un cammino di espiazione e rivelazione, che si snoda tra eventi pubblici e privati, rimpianti e memorie scomode, accompagnato da fitte citazioni musicali, artistiche e cinematografiche, quasi l’arte potesse ordinare il caos delle loro vite.

Mirko, lo sapete, è il curatore della rubrica di questo blog ‘Anatomiam di un racconto’, in quanto sia lui che io crediamo molto nella forma breve del narrare. Ma di quando in quando c’è tempo anche per qualche romanzo e qualche buon saggio!

In evidenza

Rivisitare l’Inferno o della cura dell’anima.

Un’argomentazione chiara
e semplice su temi complessi
di Massimiliano Bellavista
L’immaginario diffuso e condiviso oggigiorno, in egual misura tra chi crede e chi no, prevede che l’inferno che ci raffiguriamo mentalmente alla sola evocazione della parola o del concetto sia, sostanzialmente, quello dantesco. E esattamente come non occorre essere religiosi per avere una certa idea dell’inferno, non occorre nemmeno aver letto Dante per sintonizzare la propria mente sugli scenari angoscianti più tipici e scontati della Commedia. Perché?
La commistione di registri stilistici tipica della Commedia e l’ampio uso del registro realistico ai fini della trasposizione della realtà mondana nella dimensione ultraterrena forniscono una tale e vivida rappresentazione realistica che non poteva non influenzare, attraverso i secoli, schiere di lettori e artisti. Poi è arrivato Gustave Doré, e il suo novum nell’immaginario occidentale che ha definitivamente imposto un canone fatto di abissi, demoni, forconi, contrappassi e stridore di denti.
Per Dante tutto ciò in ultima analisi derivava da una specifica esigenza di categorizzare e analizzare il mondo in cui viveva, per la Chiesa, c’era la necessità di trasferire e restituire ai credenti, anche visivamente, il concetto del castigo eterno e della sofferenza dei dannati.
Dal punto di vista teologico, il tema della punizione eterna è a tutti, fedeli e non, assai ben noto. Tuttavia, come l’arcivescovo Andrè Lèonard ben riporta nella sua Prefazione al volume del sacerdote e mistico Yvon Kull, Rivisitare l’Inferno. O come divenire immortale (Rubbettino, pp. 186, € 18,00), «Dopo decenni, sono convinto che il problema più difficile della teologia sia quello dell’inferno, concepito come castigo eterno e sofferenza eterna dei dannati. Già Origene, nel terzo secolo, non sopportava il pensiero di una punizione eterna, senza alcuna prospettiva di riparazione di colpa e di salvezza». Singolare ma fondamentale tema, quello degli ultimi fini, su cui stranamente sia la predicazione della Chiesa che la riflessione teologica sono negli ultimi decenni quasi mute, lasciandoci di fatto spiritualmente ancorati alle immagini dantesche. E l’orizzonte laico non è meno silente, essendo del resto la nostra storicamente la società più ritrosa e refrattaria a temi come la morte e l’aldilà. E allora merito a chi almeno prova a discuterne.
Un’argomentazione elegante e non dirompente o distruttiva
Ma l’autore, dall’alto della sua lunga esperienza e del suo lunghissimo percorso di fede nella Congregazione ospedaliera del Gran San Bernardo, si guarda bene dal porsi in modo distruttivo, fuori dai canoni della Chiesa. Lo dice a più riprese, anzi sottopone volutamente il suo pensiero, attraverso questo libro, all’esame di tutti, in primis della Chiesa stessa. A ben vedere in effetti, il volume di Yvon Kull non è stato scritto per mettere in discussione la fede o la religiosità di alcuno, ma solo per suggerirci un altro e forse più fertile paradigma interpretativo dell’aldilà.
L’autore dispone di una larga cultura filosofica e teologica, ma deliberatamente ha voluto scrivere in un linguaggio semplice, pedagogico si direbbe, e non specialistico.
La tesi centrale è semplice quanto immensa. Si tratta della libertà individuale, ovvero e con altre parole, ciò che Dio ci impone e ciò che rimane nelle nostre mani, ancorato alla nostra personale decisione. In principio, vi è una sorta di imposizione che caratterizza un Dio che, senza evidentemente poterci consultare, ha imposto all’uomo l’esistenza con l’intento di potergli far vivere una vita destinata all’eternità. Ma, secondo l’autore, qui si ferma l’imposizione e l’esistenza non è uguale all’immortalità. Se quindi Dio ci offre l’opportunità di rispondere con un sì o con un no alla sua offerta, in questo secondo caso la punizione eterna di connotazione dantesca non avrebbe alcun senso. Dio quindi, secondo l’autore, che fonda le sue considerazioni su fonti autorevoli a cominciare dalla dottrina di Sant’Ireneo, «risponderebbe al nostro rifiuto non imponendoci l’esistenza eterna ma lasciandoci ritornare al nulla. L’inferno eterno sarebbe quindi la caduta nell’inesistenza eterna».
Tesi che come si comprende subito non lascia indifferenti e che si scontra prima di tutto con il nostro immaginario, cui ci si riferiva poc’anzi, e anche e di conseguenza con la più corrente interpretazione dei testi biblici. Tuttavia, questa tesi, come l’autore notare ricorrendo alla sua esperienza di interazione con i credenti, risponde a una esigenza che trova riscontro e consenso tra molte categorie di fedeli. Come dire insomma, che il nostro modo di pensare, come la società, è cambiato e che quindi con tutta probabilità occorrono nuovi pensieri e testi in grado di rispondere a un crescente disagio.

La crisi della fede e la ricerca di nuove categorie
«Non so perché, tu che tieni questo libro tra le mani t’interessi all’inferno» dice l’autore all’inizio del volume. Probabilmente accade perché il lettore sente, al di là delle possibili critiche, la genuinità del suo pensiero, la volontà costruttiva e non distruttiva con cui si è strutturato nel tempo. In poco meno di duecento pagine sono condensati trent’anni di riflessioni profonde, che hanno in primis plasmato la vita dell’autore stesso. «Un giorno ho pensato che se non avessi scritto questo libro, nessuno l’avrebbe mai scritto al mio posto, perché nessuno ha vissuto ciò che ho vissuto io stesso». Non sembri superbia. È che quote via via maggiori di fedeli esprimono un disagio e una difficoltà a inquadrare questo concetto, il convitato di pietra della fede, l’inferno. «Sarei in torto se volessi dare una lezione a chicchessia. So che il dogma dell’inferno è una pietra d’inciampo per molti sul cammino della fede cristiana. Sono numerosi quelli che non possono più credere in Dio a causa dell’inferno e della spiegazione che e ne dà. Numerosi sono quelli che credono in Dio, ma si domandano come amarlo veramente, se le sofferenze dell’inferno devono essere eterne. Come potrebbe un Dio permettere una tale atrocità ed essere amabile?».
La “seconda morte” che l’autore ci prospetta è un concetto chiaro e che restituisce il destino nelle mani dell’uomo stesso, in quanto sarà il suo libero rifiuto della grazia di Dio a determinarla. Anche questo inferno a ben vedere, alla fine è comunque eterno poiché la cessazione della vita è per sempre, l’annullamento, l’assenza totale intesa come ritorno al nulla, è irreversibile. Ma questa congettura è per certi aspetti rivoluzionaria e, a detta dell’autore, restituirebbe alla dottrina cristiana una parte significativa della sua originalità, della sua identità distinta rispetto a tante ‘religioni alla moda’. «Non ci sarà –non potrà esserci – una “vera” nuova evangelizzazione finché per così lungo tempo la Chiesa cattolica lascerà credere – peggio insegnerà – che l’anima è di natura immortale. Come volete che gli Hindu, i Buddisti, gli gnostici, quelli della New Age… – tutti quelli che per errore si credono immortali – abbiamo bisogno del nostro Gesù crocefisso per essere salvati dalla morte? Ai loro occhi, non hanno bisogno – come i cristiani – d’essere salvati dalla morte da un Altro perché si credono “immortali” in loro stessi».
Si tratta come si vede di un testo difficilmente classificabile, a metà com’è tra la teologia e il racconto di una vita, ma che ha l’indubbio merito di sollevare molteplici interrogativi, e anche di fornire alcune interessanti, originali e plausibili risposte, stimolando sicuramente la riflessione e il pensiero di tutti, non solo dei credenti.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 187, settembre 2021)
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Il canto di Jimmie Blacksmith

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Il canto di Jimmie Blacksmith non è un romanzo ma la descrizione di un mito. Un mito, in tempi moderni, può nascere da poche parti, perché servono molti ingredienti: un’ambientazione esotica, o addirittura vergine nell’immaginario collettivo, dei personaggi forti, che dicano o facciano almeno qualcosa che non è mai stato detto o fatto prima, un tessuto di rappresentazioni immaginarie del mondo e di evocazioni potenti, una storia che metta in discussione o faccia vacillare quei valori e quelle convinzioni consolidate di cui la società si nutre. 

Certo, quando nel 1972 Thomas Keneally decise di romanzare la vera storia di Jimmy Governor, il mezzosangue domatore di cavalli che con il fratello uccise nove bianchi terrorizzando l’Australia per mesi (precisamente tra il Luglio e l’Ottobre del 1900), voleva affrontare, da un nuovo punto di vista, il tema per lui consueto dell’influsso che certi eventi o cambiamenti storici e sociali hanno sulla moralità e la vita individuale Non vi è alcun dubbio su questo. Ma se si legge bene il volume si giunge presto alla conclusione che forse voleva fare anche dell’altro (e ci è riuscito): scrivere una fiaba tragica, far nascere un mito.

Solo così si spiega un incipit come questo: Nel giugno del 1900, lo zio materno di Jimmie Blacksmith, Tabidgi-Jackie Smolders per il mondo bianco-fu turbato dalla notizia che il nipote aveva sposato una ragazza bianca nella chiesa metodista di Wallah. Pertanto prese il dente dell’iniziazione di JImmie e si mise in cammino per Wallah, una distanza di cento miglia.

Questo non è l’inizio di una cronaca né tantomeno di un romanzo, ma è l’equivalente di un c’era una volta, l’incipit di una favola tragica, della narrazione di un mito del riscatto degli emarginati e della fondazione di una nazione che però non è mai sbocciato.

E sì che i tempi sembravano maturi nel 1900, quando, tra la curiosità dell’opinione pubblica mondiale, stava per nascere una grande e giovane Nazione, finalmente indipendente dal giogo coloniale, una Nazione che voleva essere aperta, anzi precorritrice dei cambiamenti sociali del secolo breve (il voto alle donne. La pensione ai vecchi e alle vedove. Tribunali industriali benevoli con i sindacalisti si legge nel libro), ma che, questa l’amara constatazione che lo stesso autore fa nella sua prefazione alla ricca e ben curata traduzione del romanzo edita a cura di Viceversa Publishing, a distanza di oltre cento anni non è stata invece capace di affrontare in modo risolutivo il tema degli aborigeni. Lo dimostra molto bene tanta letteratura recente che proprio da quel Paese viene, tra tutti la Sally Morgan de La mia Australia (1987).

E allora, come capita di sovente in letteratura, il protagonista non può che essere che qualcuno la cui vita il confine tra le due culture, quella bianca e quella nativa, lo rappresenta plasticamente. Qualcuno come Jimmie Blacksmith per esempio, che vede il suo mondo antico sfaldarsi (Gli uomini tribali erano mendicanti che vomitavano sherry bruciabudella dell’Hunter River al riparo dei cessi dietro i pub. Gli anziani tribali (…) prestavano le loro mogli agli uomini bianchi per un sorso da una bottiglia di brandy) ma decide comunque di reagire, di farsi apprezzare per il suo lavoro, di integrarsi come si direbbe oggi.

Quando però il mondo bianco tanto agognato gli volta le spalle, negandogli il giusto compenso per il suo duro lavoro (simbolo quest’ultimo del riscatto sociale nel passaggio da una società tribale ad una fondata sul denaro) e mirando per giunta a spezzare il suo matrimonio con Gilda allontanandolo anche dal suo bambino, qualcosa in lui si spezza. Non ci sarebbe davvero bisogno di sottolineare come Keneally sia un ottimo scrittore, ma ci son pagine dove riesce addirittura a superare sé stesso. Come in un mito greco infatti, il lettore sa benissimo cosa sta per succedere, non è quello il punto, non è il cosa ma il come cui il lettore è interessato, cioè in ultima analisi la cifra stilistica e il registro che lo scrittore sceglierà di utilizzare per il suo racconto. Una famiglia bianca sarà massacrata, altri quattro morti seguiranno, ma c’era modo e modo di esprimere questa brutale cesura, il sangue rifiutato e ancestrale dei riti aborigeni che torna in scena inondandola di terrore, i processi mentali che alla velocità della luce si succedono nella mente del protagonista che oscilla sempre più vorticosamente tra le estremità degli istinti tribali, la sua nuova normalità e un futuro di orrore. Ecco, Keneally fa tutto questo da maestro, come quando descrive la visita del protagonista al cattivo padrone Newby, che lo vuole far fuggire senza pagarlo con la scusa che anche i suoi parenti vivono con lui e che questi rappresenterebbero per lui un pericolo.  Era infatti contro tutte le ragioni portare Tabidgi con sé in una missione di reclamo. Tabidgi era il pretesto di Newby per sospenderli le provviste. Tuttavia, all’altra estremità degli istinti tribali, Jimmie forse voleva semplicemente mostrare Jackie ai Newby, far loro vedere quale innocuo vecchio bastardo fosse. Ecco, quella espressione all’altra estremità degli istinti tribali, è un vero tocco da maestro, perché dice metaforicamente tutto quello che c’è da dire.

Tuttavia Il compito non gli riesce e Jimmie lasciò entrare nel suo corpo una maestà di giudizio inebriante, la sensazione che erano le stelle appuntite nel cielo a spingerlo. Obbedendo ad una ben nota regola della tragedia greca, Keneally sembra quasi esitare a mettere in scena la crudezza di quanto sta per succedere (lo esplicita a chiare lettere quando scrive che il lettore ne dovrebbe essere risparmiato). Da scrittore elegante e completo infatti, ci ha già introdotto a sufficienza nel delirio di Jimmie, ci ha, per così dire, già fatto sentire molto forte l’odore del sangue: l’ultimo magia della sua scrittura è dunque trasformare tutto quello che assurdamente segue in una conseguenza ovvia e ‘normale’ utilizzando uno stile volutamente non lirico, anzi piatto e quasi disimpegnato. (…) e poi con calma fece a pezzi Miss Graf tra il fianco e le costole.  Mentre colpiva e continuava a colpire, Jimmie apprese la facilità dell’uccidere. Le persone erroneamente lo vedevano come un atto estremo, terrificante.

Ciò che segue è una terrificante parabola, nel senso che il destino di Jimmie Blacksmith in questa favola è segnato da una strana e inquietante ciclicità, anche questa tipica caratteristica di un mito. Uscito in modo traumatico dal mondo tribale, dopo essere stato capace di introiettare piuttosto profondamente la cultura bianca dominante al punto di vivere, lavorare, pregare e persino amare come i bianchi, Jimmie, guidato non più dalla razionalità ma dall’istinto del suo cervello rettiliano, sprofonda mortalmente nel profondo del suo passato aborigeno.

Il simbolo e il segnale di questo passaggio ultimo e irreversibile è la foresta, dove fugge con il fratello: essa nel volume è descritta frequentemente. È allo stesso tempo la madre, il luogo che gli accoglie, quando viene descritta esplicitamente come soprannaturale: fitta, più familiare, pullulante di insetti industriosi, ma è anche la matrigna, cioè il luogo che, insopportabilmente, sembra imprigionarli (Per liberarsi degli interminabili alberi, di nuovo si facevano venire intenzionalmente delle crisi).

Jimmie e il fratello attingono a piene mani, nella loro definizione e marcatura come personaggi della storia, dal bagaglio mitologico. Un po’ Eteocle e Polinice, in quanto vittime della stessa maledizione, un po’ Castore e Polluce, in quanto inseparabili condivisori di un destino di morte, di una discesa nel mondo delle ombre proiettate dalla loro coscienza.

E l’Australia? L’Australia che sta sempre sullo sfondo del volume nel frattempo diviene festosamente una realtà, una Federazione ma, lo si capisce subito, non così diversa come essa per prima si credeva dai Paesi dell’antica Europa. Anch’essa non è più una terra vergine e ha ora la sua polvere da cacciare sotto i tappeti, i suoi scheletri da stipare nell’armadio e sono assai belle significative le ultime pagine del libro, che descrivono il limbo, si potrebbe dire il Miglio Verde, in cui è sospeso il protagonista, in attesa di una assoluzione che forse, anche contro la sua volontà razionale il lettore gli ha già dato.

M l’Australia lo condanna invece ad una morte sospesa che certo avverrà, poichè tutta la nazione vuole in fondo la sua libbra di carne, ma non subito, senza fretta e solo quando si spegneranno gli echi della festa, perché Non si potevano impiccare dei neri in una simile occasione.

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Il 5 Settembre a S. Giovanni Valdarno in Piazza Masaccio

Il 7 Marzo scorso abbiamo infranto tutti i record con la premiazione online, ma sarà bello, anzi bellissimo, incontrare tutti fisicamente (tutti no perchè erano quasi tremila…ma insomma una buona parte!!!) il prossimo 5 Settembre e leggere anche l’Antologia che ne è uscita grazie all’Editore Setteponti. Per info e prenotazioni https://www.comunesgv.it/premiazione-concorso-letterario-opportunita/

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Ascoli 1-3 Settembre

La Festa della Scuola

Ascoli Piceno (1°-3 settembre 2021)

L’idea

Chissà quante volte ti sarà capitato di ascoltare discorsi che ti hanno lasciato insoddisfatto (perché chi parla non sempre conosce i problemi della scuola), di raccogliere le testimonianze di colleghi meno fortunati di te o di sottoscrivere appelli d’intellettuali per un ritorno alla cultura, all’istruzione, alla vera scuola. Chissà quante volte ti sarai indignato per una legge scritta male, per un provvedimento sbagliato, per un ordine illegittimo o ingiustificato da rispettare, per un’accusa infondata o per una responsabilità che non è tua, e quante volte avresti voluto gridare la tua insoddisfazione, avresti voluto che qualcuno ti capisse, ti rappresentasse, ti dicesse come stavano davvero le cose. Chissà quante volte hai scioperato, o hai sfilato sperando di far sentire la tua voce. Quasi sempre te ne sei andato deluso, perché eravate troppo pochi, o non eravate abbastanza, perché dai portoni, dalle finestre, dai balconi o dalle entrate dei negozi le persone ti guardavano senza capire il senso della tua protesta, quando avresti voluto dirgli che quella protesta era anche la loro. Chissà quante volte te la sei presa coi sindacati, perché non ti sentivi rappresentato, senza capire che anche i sindacati soffrono della tua stessa malattia, la mancanza di strategie, la sindrome da accerchiamento, l’isolamento. Chissà quante volte ti sei indignato per essere considerato un fannullone, un laureato che ruba uno stipendio che non merita, non lavora abbastanza, né a casa né a scuola, ha un sacco di privilegi, ha troppe vacanze e così via. Chissà quante volte ti sei indignato coi politici, che ti imponevano riforme sempre più stringenti, e ti chiedevano sempre di più, dandoti poco o niente in cambio, e quante volte te la sei presa col tuo dirigente, che ti accusava di non saper insegnare, di non sapere gestire le classi, di non lavorare abbastanza, o coi tuoi stessi colleghi, quelli che, anziché schierarsi dalla tua parte, ti lasciavano solo. Troppo spesso avresti voluto protestare, ma non l’hai fatto. Hai preferito startene buono, in disparte, per non avere problemi e non crearti nemici, senza accorgerti che più agivi così più il discredito, la rivalità e l’arroganza dei tuoi avversari crescevano.

Tutto questo soffre degli stessi mali: l’impotenza, la rassegnazione, la solitudine in cui è stata costretta (e si è costretta) la scuola.  Gli insegnanti hanno imparato a inviarsi mail, messaggi o appelli, si sono crogiolati nella dignità della loro professione, si sono compiaciuti per quanto erano bravi a raccontarsi la loro condizione, hanno solidarizzato e, tuttavia, hanno finito per autoescludersi e isolarsi e, senza rendersene conto, hanno accettato di dividersi in mille sottocategorie. Hanno accettato di farsi valutare e di autovalutarsi, pur sapendo che il loro parere non contava niente, e hanno imparato a pubblicizzare le loro scuole nascondendo la polvere (le tante magagne) sotto la cattedra, senza capire che, se fuori della scuola sono visti in un certo modo, è perché sono i primi a nascondere a se stessi la verità dicendosi che tutto va bene. Hanno considerato nemici i genitori dei loro alunni, accusandoli di non essere dei buoni educatori, dimenticando che i genitori sono a loro volta vittime di una società imbalsamata e, ultimamente, regredita. Hanno spesso considerato nemici i loro stessi studenti, li hanno accusati di non saper neppure protestare senza capire che questa scuola non insegna neanche a protestare perché non sa davvero ribellarsi. Hanno inviato i loro appelli ai politici, e hanno continuato a farlo anche quando si sono accorti che non erano in realtà interessati ai problemi della scuola e degli insegnanti. Pensavano di avere il diritto di protestare, convinti che, prima o poi, qualcuno li avrebbe sentiti, ma non si sono accorti che nessuno li ascoltava perché nessuno poteva sentirli. Alla fine sono rimasti da soli a raccontarsi tutto questo, a confondere la scuola con la loro categoria, a difendere i loro ragazzi e le loro ragazze dai disastri di un’istruzione sempre più avara di cultura e di risorse.

C’è sempre una venatura eroica, e al tempo stesso un po’ malinconica, nei discorsi degli insegnanti, come di chi abbia sperimentato tante volte il fallimento di un’idea inseguita per un’intera vita senza riuscire mai a realizzarla: insegnare. Se in anni di grandi trasformazioni, più subite che condivise, non sono mancati i richiami alla mobilitazione e alla protesta, e poi le manifestazioni e gli scioperi in difesa dell’istruzione e della scuola, i vari appelli sono purtroppo caduti ogni volta nel vuoto anche per l’impotenza di una categoria delusa, divisa, demotivata, inascoltata e, spesso, rassegnata alla sconfitta. Una soluzione a tutto questo è però stata sempre a portata di mano, davanti ai nostri occhi: anziché alimentare le divisioni è necessario unirsi e allearsi con chi abbia veramente a cuore la scuola, per rompere definitivamente il suo isolamento. Piuttosto che nascondersi la verità, come troppe volte è accaduto, è necessario far conoscere anche all’esterno ciò che succede nelle nostre scuole. Solo così si può pensare di raggiungere una piena consapevolezza di sé e di proiettarla in un disegno, in una visione del futuro. Soltanto quando avranno condiviso il loro lavoro con le famiglie degli alunni, perché conoscano a fondo il contesto in cui studiano i loro figli, e le reali condizioni in cui operano, gli insegnanti potranno chiedere e ottenere – quando necessario – il loro aiuto. L’isolamento si può spezzare solo con l’informazione e la trasmissione culturale, e lo si può fare attraverso la nascita di un movimento, aperto a tutti, che organizzi ogni anno un meeting sulla scuola pubblica,confeste, concerti, conferenze, dibattiti, mostre o concorsi, le testimonianze degli insegnanti, degli alunni e dei loro genitori, la presenza di intellettuali e scrittori e la partecipazione di lavoratori e persone comuni, così da creare una cassa di risonanza tanto potente da non poter essere ignorata.

La Voce della Scuola non vuole essere un movimento di protesta, non vuole sostituirsi ai sindacati o alle associazioni di categoria e non è neppure un’organizzazione di soli insegnanti. La Voce della Scuola è un movimento di persone che si uniscono per ridare senso e dignità (oltreché voce) all’istruzione pubblica, che hanno a cuore la scuola e vogliono cambiarla, che vogliono poter condizionare, con la forza dei numeri e delle idee, dell’entusiasmo e dell’impegno, le scelte politiche dei prossimi governi. La Voce della Scuola è ora anche una manifestazione culturale, aperta alla collaborazione di tutti: La Festa della Scuola.

Aderisci e diffondi la nostra idea, scrivendo a: redazione@lavocedellascuolalive.it

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Massimo Arcangeli e Diego Palma

Il progetto

“La Scuola Secondo me”. Potrebbe essere il titolo di un libro, ed esprime nei fatti un desiderio recondito, un sogno, un obiettivo spesso coltivato da chi vive la scuola. Nasce da questa semplice frase “La festa della Scuola”, un evento culturale organizzato da Massimo Arcangeli, responsabile dell’associazione La Parola che non Muore, in collaborazione con l’associazione La Voce della Scuola di Diego Palma. La Festa della Scuola, aperta alla partecipazione di tutti e di cui è in preparazione il sito (www.lafestadellascuola.it), si terrà il 1°, il 2, il 3 settembre 2021 ad Ascoli Piceno. Vi chiediamo di partecipare. Sarà una preziosa occasione per poterci conoscere, per poterci confrontare, per poter immaginare e progettare insieme la scuola di domani. Questi i temi principali al centro della manifestazione: una politica per la scuola; un manifesto per la scuola futura; i docenti precari, “ingabbiati” e “immobilizzati”; trasparenza, sicurezza, programmazione e dispersione scolastica; inclusione e bisogni “speciali”; didattica, cultura scolastica, saperi disciplinari.

All’evento prenderanno parte docenti, studenti, famiglie, gruppi di coordinamento e associazioni di categoria, sindacati, giornalisti e rappresentanti della politica. Il nostro principale obiettivo, perché la scuola esca dal suo isolamento, è di progettare lascuola di domani partendo dai problemi del presente, di lavorare tutti insieme per la ricostruzione di un sistema scolastico che valorizzi il lavoro degli insegnanti, che ne riconosca e ne salvaguardi la professionalità, che metta in primo piano i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Una scuola unilaterale, separata dalle vite dei giovani, ne favorisce la dispersione; una scuolache coinvolga attivamente gli studenti al fine di contribuire a migliorarla li richiama invece a sé, e quegli studenti così non si perderanno (né oggi, a scuola; né domani, all’università o nel mondo del lavoro). Solo così si può puntare seriamente a una scuola che, anziché essere considerata un costo, possa rappresentare per lo Stato italiano, come per qualunque nazione abbia a cuore l’istruzione, la formazione e l’educazione alla cittadinanza, il suo più grande investimento. Una scuola che riparta dalla cultura, il vero capitale da tutelare e incrementare

Per info e contatti: maxarcangeli@tin.it, redazione@lavocedellascuolalive.it

La manifestazione

PROGRAMMA

1° settembre

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Ore 14.30 Saluti istituzionali

Marco Fioravanti, sindaco del Comune di Ascoli Piceno, Ascoli candidata a capitale italiana della cultura per il 2024

Monica Acciarri, assessore all’Istruzione, all’Università e al Turismo del Comune di Ascoli Piceno

Giorgia Latini, assessore alla Cultura, all’Istruzione e allo Sport della regione Marche

Guido Castelli, assessore al Bilancio, alle Finanze, alla Ricostruzione della Regione Marche 

Marco Ugo Filisetti, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della regione Marche

Rossano Sasso, sottosegretario alla Pubblica Istruzione

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

15.15 Giorgia Latini, assessore all’Istruzione della Regione Marche, e Massimo Rocchi, Dirigente P. F. Istruzione, Formazione, Orientamento e Servizi territoriali per la Formazione della Regione Marche, La digitalizzazione nella scuola. I progetti sperimentali della Regione Marche

Per una scuola del merito  

Ore 15.45 Donatella Ferretti, La scuola del futuro

Ore 16.00 Michele Zannini e Gioconda Martucci, Concorsi e accesso ai ruoli. Il Comitato “Trasparenza è Partecipazione” e l’ultimo concorso per dirigenti scolastici

Il concorso per dirigenti scolastici del 2017 è stato annullato dal Tar del Lazio con due sentenze (n. 8655/2019 e n. 8670/2019) per l’incompatibilità di tre commissari. Tali sentenze sono state ribaltate dal Consiglio di Stato con un’altra sentenza (12 gennaio 2021). Oggi, sui fatti relativi alla procedura concorsuale, indagano 6 procure (Napoli, Roma, Ravenna, Bologna, Catania e Santa Maria Capua Vetere), e ciò che stupisce della sentenza del Consiglio di Stato è la mancata applicazione delle norme sul conflitto di interessi e sull’anticorruzione, disposizioni che lo stesso giudice aveva in precedenza utilizzato (sentenza n. 178/2019, dove si legge che i membri di una commissione di concorso “devono astenersi in caso di conflitto di interessi, segnalando ogni situazione di conflitto, anche potenziale”, come previsto dall’art. 51 c.p.c. e dall’art 6 bis della Legge 241/1990). Il 14 gennaio 2021 il Consiglio di Stato (sentenza n. 451/2021) ha disposto l’ostensione dell’intera documentazione concorsuale (elaborati, griglie di valutazione, verbali di commissione), riguardante i 3.795 candidati che hanno superato lo scritto e sono stati ammessi alla prova orale. Dalla lettura dei documenti emergono evidenti anomalie: attribuzione di punteggi elevati nelle competenze normative a candidati che nei propri elaborati non citano alcuna norma; griglie di valutazioni errate, con attribuzione di punteggi oltre il massimo assegnabile; gravissime disparità di trattamento, con valutazioni macroscopicamente travisate che hanno portato alla promozione di candidati che hanno risposto a una domanda anche solo con tre parole (“Didattica per competenze”) e alla bocciatura di altri candidati i cui compiti sono risultati completi; correzioni di compiti in orari non corrispondenti agli orari dei verbali (o avvenute addirittura alle quattro di notte). Ciò che sta emergendo è l’arbitrarietà di comportamento delle 38 sottocommissioni, che non si sono minimamente attenute al principio di omogeneità valutativa a cui si erano vincolate. A volte la valutazione è il semplice frutto della somma algebrica necessaria a raggiungere la fatidica soglia di 70/100, ottenuta utilizzando in maniera impropria punteggi non consentiti. Altra nota dolente della procedura concorsuale riguarda i codici sorgente del software Cineca, che ha palesato enormi problemi di funzionalità, non permettendo il salvataggio dei compiti di molti candidati (molti i dubbi, inoltre, su presunte violazioni dell’anonimato). Tutte le evidenze emerse necessitano di ottenere risposte dalla politica, chiamata a dare soluzioni serie e concrete a centinaia di ricorrenti. Gli aspiranti dirigenti scolastici, beffati dalla procedura selettiva, chiedono tutela delle proprie violate posizioni mediante l’attuazione di una soluzione extragiudiziale al contenzioso in atto. Come per i concorsi del 2004 e del 2006, d’altronde, una norma già c’è: si tratta dell’art. 1, comma 87 della Legge 107/2015. La soluzione extragiudiziale comporterebbe un risparmio alle casse dello Stato, ed eviterebbe ai ricorrenti i tempi biblici della giustizia amministrativa (il contenzioso non si è esaurito con la sentenza del Consiglio di Stato, riguardante solo circa 350 ricorrenti) e risolverebbe l’annoso problema delle reggenze. 

Coordina Aldo Torchiaro (“Il Riformista”)

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Lavoro, editoria e nuovi modelli didattici

Ore 17.00 Cosimo Forleo, Conoscenze vs competenze. Discipline e classi di concorso

Da oltre vent’anni la scuola italiana ha vissuto trasformazioni che hanno stravolto non solo la sua organizzazione, con l’introduzione dell’autonomia scolastica a seguito della riforma Bassanini, ma anche i programmi di studio. Era proprio necessario? Questi cambiamenti hanno portato reali vantaggi in termini di apprendimento, di conoscenze, di spendibilità dei titoli di studio nel mondo del lavoro? Le varie indagini effettuate (nazionali e comunitarie), anche dopo l’introduzione della “didattica delle competenze”, non hanno prodotto risultati soddisfacenti per i nostri studenti. Permane, in particolare, una grave crisi nelle materie scientifiche. Senza solide conoscenze e abilità non ci può essere vera consapevolezza, nei nostri allievi, del loro valore e delle loro aspirazioni, e per molti la didattica dev’essere specialmente indirizzata proprio alle conoscenze, cioè a quei “saperi forti” senza i quali non ci può essere né una crescita intellettuale né il raggiungimento degli obiettivi formativi. La revisione delle classi di concorso, a metà degli anni ’90, ha portato all’accorpamento di diverse discipline e la riforma Gelmini (2010) ne ha eliminate alcune fondamentali per il curricolo scolastico. Oggi siamo arrivati al punto che tutti possono insegnare tutto, con le ovvie conseguenze. A essere penalizzate sono soprattutto le discipline che presentano un’articolata struttura interna ed esibiscono un metalinguaggio che il docente, prima di dimostrarsi in grado di trasmetterne i contenuti, deve poter maturare.

Ore 17.15 Pino Turi (Uil Scuola, segretario generale), Ieri, oggi, domani. La Uil per la scuola

Ore 17.30 Uniti per la scuola. Tavola rotonda. Ornella Cuzzupi (Ugl), Andrea De Giorgi (Cobas), Salvatore Inglima (Cisl), Marcello Pacifico (Anief), Antonio Renga (Fil Cgil), Fabrizio Reberschegg (Gilda), Silvia Silvestri (Snals), Paolo Pizzo (Uil Scuola)

Modera Gioacchino Onorati

Ore 18.15 Marco Di Martino e Maria Serrone, L’Associazione Libera Scuola (ALS) per il precariato

Modera Diego Palma

Ore 18.30 Stefano Della Posta e Alessandro Maiorana, Alla faccia della meritocrazia. Gli “ingabbiati”

Formatosi in modo spontaneo e dal basso, il gruppo degli “ingabbiati” di ruolo di ogni ordine e grado comprende tutti quei docenti che, in possesso dei titoli previsti dalla normativa vigente per l’accesso all’insegnamento, aspirano a conseguire un’ulteriore abilitazione per accedere alla mobilità professionale. Il gruppo porta avanti da anni una battaglia di civiltà e giustizia, ponendo agli interlocutori di turno sempre la stessa domanda: “Perché non possiamo avere la possibilità di un avanzamento professionale come avviene negli altri settori della Pubblica Amministrazione (attraverso il conseguimento di un ulteriore abilitazione) e, quindi, di accedere alla mobilità professionale?” Nel tempo sono state avanzate varie proposte (PAS, concorsi straordinari abilitanti, ecc.), nessuna della quali, a tutt’oggi, ha però risposto alla domanda posta dai docenti ingabbiati, che ritengono fondamentale la formazione professionale. La richiesta è di avviare un processo di apprendimento permanente (long life learning) mediante l’attivazione di percorsi abilitanti con selezione in itinere e in uscita, banditi e svolti con una regolare cadenza temporale come avviene in molti paesi europei. La progressione di carriera e il cambio di cattedra sono una risorsa per le nostre scuole e per i nostri studenti, e i docenti di ruolo con esperienze in ordini, gradi e cattedre differenti, in molti casi in grado di padroneggiare alcune delle più importanti metodologie didattiche (cooperative learning, circle time, project based learning, flipped classroom, ecc.), sono perfettamente in grado di implementare una didattica per competenze.

Ore 19.00 Trifone Gargano, “Disingabbiare” i classici. Proposte per una nuova didattica della letteratura

Liberare la didattica della letteratura… dal didattichese. Dante e la flipped class-room; il dialogo umanistico, Galileo Galilei e il Debate; le aule tematiche del Purgatorio dantesco. Uno, nessuno, centomila tweet: il finto profilo Facebook di Adriano Meis; i meme di Vitangelo Moscarda (come tu mi vuoi). Selfie e letteratura: Dante (100 selfie, per 100 canti); Foscolo (sonetto autoritratto); Govoni (autoritratto). Tweet e post letterari: i tweet fulminanti della Divina Commedia; cinguettii e catena rimica. «M’insegnavate come l’uom s’etterna»: la nozione di classico (e quella di canone); il classico per don Lorenzo Milani; il classico per Italo Calvino. Dis-appunti per il nuovo Ministro del MI: il caso Benedetto Croce (1921); Compagni di scuola (Venditti); Io sono Francesco (Tricarico); Il tramonto della luna (Leopardi); La scuola grande come il mondo (Rodari)

Pausa cena

Teatro Ventidio Basso

Il presente nel futuro, il futuro nel passato

Ore 21.00 Lucio Russo, Perché la cultura classica. La risposta di uno scienziato

Ore 21.30 Giancarlo Visitilli, “è bravo ma potrebbe fare di più” ovvero “Ha le capacità ma non le sfrutta”

Un ritornello che le madri, i padri (ma sempre di meno), e soprattutto i figli, sentono dirsi ripetutamente dagli insegnanti. Da generazioni. Due frasi inutili e senza senso cui tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo creduto. È come se gli insegnanti, alla nascita, prima di lallare, mostrassero di averle connaturate nel loro dire. La scuola italiana procede così, senza alcuna assicurazione, da generazioni, incurante del tempo (e dei tempi). Il suo, compreso quello della scuola a distanza, che è un meraviglioso ossimoro (ma per nulla poetico), dovrebbe essere scandito dalla lezione di Italo Calvino sulla leggerezza e la rapidità, sull’esattezza e la molteplicità. Tutte cose che mancano però ai padri e ai figli, agli studenti e agli insegnanti e a un paese che, pur avendo le capacità di comprenderle, non le sfrutta o non s’impegna abbastanza per farlo.

Ore 22.00 Lamberto Giannini e i suoi giovani “speciali”, Augenblick”. Uno spettacolo “normale”. Con Erika Bonura, Rachele Casali, Marika Favilla, Andrea Lo Schiavo, Giuditta Novelli, Aurora Paoli, Marta Petracchi, Marco Visconti

Un breve estratto dell’ultimo spettacolo della compagnia Mayor Von Frinzius, fondata nel 1996 dal regista Lamberto Giannini, e formata da 80 attori per metà disabili e per l’altra metà composta da ragazzi e ragazze livornesi, che ha realizzato un teatro che intermezza testi e movimenti pulsionali. La rappresentazione è dedicata ad Andrea Matteucci, uno studente scomparso del regista, che è stato anche docente. Una riflessione tragica, e al tempo grottesca, sull’attimo che cambia.

Premio speciale Visioni

Premia Marco Fioravanti (sindaco di Ascoli Piceno)

2 settembre

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Per una nuova scuola “costituzionale”. Proposte e strategie

Ore 15.00 Salvatore Iannone e Giuseppe Pellegrino, La scuola a misura di apprendente: la Consulta provinciale degli studenti

Ore 15.30 Scuola, università, informazione. Tavola rotonda. Roberta Balzotti (Giulia Giornaliste), Felice Manti (“Il Giornale”), Laura Margottini (“Il Fatto Quotidiano”), Andrea Scarpa (“Il Messaggero”)

Modera Massimo Arcangeli

Ore 16.30 Doriana D’Elia (presidente CNDI), Ylenia Franco (vicepresidente CNDI) e Margherita Stimolo (presidente VOOG), Lavoro o famiglia? Docenti “immobilizzati” e “abilitati e vincolati”

La neonata associazione Vincolati di Ogni Ordine e Grado (VOOG) lotta insieme ai colleghi di ogni ordine e grado, senza distinzioni di alcun genere, contro la legge dei vincoli. Contro ogni vincolo, poiché tutti i docenti hanno il diritto di riunirsi alle proprie famiglie; madri e padri, mariti, mogli e figli devono poter stare vicini ai propri cari e scegliere la scuola in cui lavorare. I docenti di ogni ordine e grado forniscono un contributo importante anche perché ciascuno abbia le stesse opportunità e sia seguito lungo il suo percorso per raggiungere i propri obiettivi. Una caratteristica importante dell’associazione è infine la sinergia tra gli educatori per compattare il “corpo docente”, per unirlo al suo interno contro la frammentazione. Per raggiungere obiettivi comuni e produrre cambiamenti importanti bisogna operare uniti; solo così è possibile ottenere risultati visibili. I docenti immobilizzati, rappresentati dal CNDI (Coordinamento Nazionale Docenti Immobilizzati), sono tutti quei docenti la cui sede di titolarità è fuori della provincia di residenza o che, per motivi oggettivi, hanno l’esigenza di dover cambiare provincia di titolarità. Il senso dell’immobilizzazione è dovuto principalmente all’abbattimento del 75% delle disponibilità per la mobilità interprovinciale, ma ben altre criticità ruotano intorno allo status del docente immobilizzato: il ricorso reiterato alle precedenze nelle procedure di mobilità territoriale, in alcuni casi totalizzante; i controlli non adeguati sul possesso dei titoli; organici scarni nell’organico di diritto ma abbondanti nell’organico di fatto; la continua riduzione oraria dell’offerta formativa; ricognizioni incomplete delle cattedre per le procedure di mobilità annuale; le disponibilità rese note dopo la convalida della mobilità; l’erogazione superflua di titoli di specializzazione in territori saturi. Sono solo alcune delle criticità lamentate dai docenti immobilizzati, la cui battaglia opera per il riconoscimento di diritti che sono alla base del funzionamento ottimale della scuola. Percorsi più chiari e ottimali per la mobilità costituiscono percorsi chiari per le famiglie e per gli alunni che necessitano di accompagnamento lineare per il pieno sviluppo delle potenzialità di tutti; a cominciare dai più fragili, che non sono soltanto gli alunni e le loro famiglie ma anche gli insegnanti che, da anni, non ottengono risposte in termini di certezza e di rispetto.

Ore 16.45 Celestino Tartaro, Insegnare da precario   

Storie di insegnanti precari in trincea, che continuano a lavorare con gli studenti più fragili o bisognosi senza chiedere niente, oltre la scadenza contrattuale, dopo la chiusura dell’anno scolastico.

Ore 17.15 Carla Sambrotta, Sapere, saper fare, saper essere

La scuola non fornisce occasioni per sviluppare quella che Daniel Goleman chiama intelligenza emotiva. Gli studenti sono monadi, destinati a non incontrarsi mai: studiano da soli; non gli vengono assegnati lavori di gruppo; le lezioni sono quasi tutte frontali; il solo rapporto previsto è tra il docente e il singolo allievo. Troppe discipline, troppi compiti. Le proposte: implementare l’intelligenza emotiva con gruppi di lavoro e laboratori (sulle tecniche narrative, sugli strumenti musicali, sulla cucina, sulla cinematografia, ecc.); garantire l’alternanza scuola-lavoro con stage legati alle attività di laboratorio; prevedere un certo numero di discipline di base per tutti, alle quali affiancarne altre a scelta (Musica, Storia e critica del cinema, Educazione alimentare, ecc.); eliminare i compiti nella scuola primaria e ridurli nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

Ore 17.45 Anna Angelucci, La classe come “comunità ermeneutica”. Il dialogo sul testo e l’educazione al mondo

Una classe può ancora configurarsi come una comunità ermeneutica, vale a dire come una comunità democratica (che non è una community digitale, in cui, oggi più che mai, sembra davvero urgente recuperare forme in presenza di collettività perduta) che, attraverso l’esercizio dialogico del confronto, anche tra posizioni molto diverse o antagoniste, si allena all’assunzione di una responsabilità etica e civile, da agire nella scuola e nel mondo. Se, a ben guardare, la crisi della scuola ha in larga parte coinciso con la crisi dell’insegnamento della letteratura – testimoniata quantitativamente dalla riduzione diffusa delle ore di italiano in tutti gli ordini e gradi, e qualitativamente dalla rimessa in causa dello statuto epistemologico della disciplina –, allora non forse è inopportuno provare a ripartire da una prospettiva formativa particolare e generale: nella classe come comunità ermeneutica la dimensione educativa dell’interpretazione critica e dialogica della letteratura e del testo, nel suo darsi simbolicamente come possibilità espressiva soggettiva, consente di recuperare la funzione educativa della scuola nel suo farsi materialmente luogo di quella possibilità.

Ore 18.15 Sara Cencetti, A. Valeria Saura, L’Accademia della Crusca per la scuola. Strumenti per la didattica dell’italiano: dizionari e risorse in rete

L’intervento è diviso in due parti: nella prima ci si soffermerà sui principali tipi di dizionari a disposizione degli insegnanti, nella seconda sulle risorse in rete per l’aggiornamento della didattica dell’italiano. Il ricorso al dizionario (cartaceo o digitale) si rivela estremamente efficace, dal punto di vista didattico, per approfondire la competenza lessicale, a scuola e durante tutto l’arco della vita.  La rassegna partirà dai dizionari sincronici (o dell’uso) e dai dizionari storici per approdare al DOP (Dizionario d’Ortografia e di Pronunzia), e ai repertori etimologici, e ai dizionari analogici o concettuali, e quindi concludersi, nell’anno di Dante, col Vocabolario dantesco. Quanto alle risorse virtuali, il discorso si avvierà dal servizio di Consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca e proseguirà con l’illustrazione del sito www.cruscascuola.it (interamente rivolto al mondo della scuola), che offre, tra l’altro, le videoregistrazioni delle lezioni magistrali tenute presso l’Accademia su temi di interesse per l’insegnamento della lingua italiana e i materiali didattici prodotti dagli accademici e dai docenti che seguono le iniziative formative della Crusca.

Ore 18.45 Guido Castelli, assessore alla Ricostruzione della Regione Marche, e Stefano Babini, direttore Ufficio Speciale Ricostruzione Marche, Scuola e ricostruzione post-sisma

Pausa cena

Teatro Ventidio Basso

Classici e moderni. Lingua, musica, letteratura

Ore 21.00 Ivano Dionigi, Segui il tuo demone. A tu per tu con i classici

Ore 21.30 Francesco Sabatini, Plurilinguismo e centralità della lingua 1

Ore 22.00 Ernesto Assante, Non sono solo canzonette. La musica “leggera” sul tema della scuola

3 settembre

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

L’organizzazione, la programmazione, le sfide didattiche

Ore 10.30 Una politica per la scuola. Didattica, formazione, programmazione. Tavola rotonda. Ella Carmela Bucalo (Fratelli d’Italia, deputata), Flora Frate (Gruppo Misto, deputata), Bianca Laura Granato (L’Alternativa c’è, deputata), Riccardo Nencini(Psi, senatore, presidente VII Commissione Permanente “Istruzione pubblica e beni culturali”), Mario Pittoni (Lega, senatore, vicepresidente VII Commissione Permanente “Istruzione pubblica e beni culturali”)

Modera Valentina Santarpia (“Corriere della Sera”)

Ore 11.30 Rosanna Fanzo, La musica a scuola. Una rivoluzione endogena

Un mosaico orfano di molte tessere: questa l’immagine d’insieme che emerge osservando l’offerta formativa riguardante la musica nei diversi gradi d’istruzione. Non tessere perdute, ma tessere mai allocate. Ci siamo preoccupati di difendere le classi di concorso e non ci siamo adoperati per mettere al mondo l’unica azione necessaria che avrebbe cambiato le sorti della questione: la condivisione reale di senso tra gli attori della scuola. L’obiettivo più autentico che un musicista-docente dovrebbe avere l’obbligo di perseguire è insegnare che l’ascolto è un’intenzione. L’ascolto è uno spazio in cui ci concediamo la possibilità di essere. L’ascolto produce bellezza. La bellezza è un incontro potente, al punto da farci sentire in costante contatto con le nostre forze e in comunione con l’universo. “Sono qui e ti ascolto”: è la condizione che percepiamo di aver trovato quando stabiliamo rapporti autentici di amicizia, di coppia, di crescita. Quando ci scopriamo educatori. Quando ci scopriamo genitori. Quando ci scopriamo famiglia. La musica può descriverci, sa “metterci su pentagramma”: è in grado di generare un ritmo simile a quello del nostro respiro e dei nostri pensieri. La musica rassicura l’essere umano. La musica può sostenerci nell’affrontare la complessità del nostro divenire, ci dimostra che “si può fare”. La musica è dotata della capacità di farci da specchio. Ci aiuta ad accorgerci che siamo interi. Ci permette di capire che il nostro intero è fatto di parti che convivono, emergono a turno, a volte sono in conflitto ma spesso s’intendono e si sostengono, crescono con tempi diversi ma maturano, desiderano essere ascoltate. Dobbiamo convincerci che siamo “orchestre”.

Ore 12.00 IdeaScuola. La scuola in sicurezza. Tavola rotonda. Rocco Davide Guerra, Alessandro Ferretti, Luigi Moccia, Vincenzina Salvatore

Coordina Stefania Sambataro

Ore 12.30 Clorinda Razzino, Un incontro tutto “speciale”

Tutto ha avuto inizio nell’anno scolastico 2016-2017, quando Marco è stato iscritto alla prima classe di una scuola di Vasto. Ero appena rientrata dalla maternità, la mia bimba aveva pochi mesi, e io fui assegnata a quella classe. Il primo giorno lo ricordo come fosse ieri. Tutti i bambini erano in fila ad attendere di entrare. Marco, accompagnato dalla mamma, era in un angolo che si dimenava. Entrano tutti i bambini, prendono posto, ma Marco no: resta impalato davanti alla porta, con la mamma che a fatica lo sorregge. Urla, piange. Io mi avvicino e il primo approccio è catastrofico: Marco mi dà uno schiaffo fortissimo, facendomi cadere gli occhiali. Li raccolgo da terra con molta tranquillità, e dico alla mamma di lasciarlo. Prendo quindi la mano di Marco, ma il bambino era molto agitato e spaventato. Così, in accordo con una collega, lo portiamo in un’auletta adiacente alla classe. Proprio lì avverrà un piccolo, grande miracolo…. 

Ore 13.00 Premiazioni

Lancio del premio letterario La festa della Scuola. Premiazioni per il miglior progetto didattico sperimentale. Premio all’insegnante dell’anno. Premio per giovani “speciali”

Coordina Corrado Zunino (“la Repubblica”)

Premia Lucia Albano (Fratelli d’Italia, deputata)

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Tutela del territorio, professione insegnante, didattica a distanza

Ore 15.00 Le piccole associazioni sindacali a supporto territoriale. Tavola rotonda. Davide Lercara, Adele Sammarro e Francesco Tulone (Confasi Nazionale), Antonio D’Ascoli e Giacomo Vitale (Adesso Scuola)

Modera Massimiliano Bellavista

Ore 15.30 Antonio De Nigris, Roberta Falagiani Benini, Carmelo Ficara, Renato Imbriani, Angela Loritto, ANAPS. Professione insegnante: il merito e l’esperienza didattica a distanza

Modera Giulia Menzietti

Il 20 maggio 2021 è stato firmato il Patto per la scuola. È un documento molto importante e ben strutturato, ma ci chiediamo quanti lo abbiano letto bene e fino a che punto ci sia la volontà di applicarlo. «Il Paese ha la responsabilità di superare l’emergenza in atto con una visione strategica in grado di affrontare le molteplici sfide per la ripresa, con la consapevolezza che il futuro dell’Italia sarà nelle mani dei giovani che oggi frequentano le nostre scuole […]. Le risorse europee, a partire dal Next Generation EU, rappresentano l’occasione per rilanciare la centralità della scuola per il Paese. Oggi il sistema educativo italiano è chiamato ad una sfida straordinaria: valorizzare come opportunità di profonda innovazione l’esperienza vissuta da tutta la comunità educante durante il periodo pandemico. Un nuovo modello culturale è la base di una nuova organizzazione del lavoro nelle scuole e di ogni capacità di utilizzare l’innovazione tecnologica per il miglioramento del benessere collettivo. Diviene indifferibile rilanciare il sistema scolastico, compresi Convitti, Educandati Nazionali, CPIA [Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti], e affrontare in maniera organica e strutturata i temi della formazione iniziale, del reclutamento, della formazione in ingresso e in servizio e della valorizzazione della professionalità di tutto il personale della scuola, ivi compreso il personale educativo». Più volte, in altri punti del documento, viene sottolineata l’importanza dell’istruzione e della formazione, ma sono parole al vento: in concreto non è stato fatto, salvo demonizzare la DAD come punizione per chi non potrà esibire il green pass. A non tenere in considerazione i primi mesi del 2020, quando l’intero paese si è fermato, allibito e preoccupato di fronte a una situazione cui non era preparato, nonostante la didattica online rappresenti una realtà quasi ventennale (ma pressoché ignorata nel mondo scolastico) molte decisioni non sono state prese sebbene si potessero prendere per evitare il protrarsi delle chiusure scolastiche. Abbiamo scuole utilizzate solo in parte e scuole dismesse dato il calo demografico, perché non si è intervenuti con investimenti sull’edilizia scolastica, aumentando il numero dei locali disponibili e riducendo gli alunni per classe? Sono stati buttati al vento migliaia di euro in banchetti inutili e finiti in disuso, in inutili scuole estive, in organico Covid, e si doveva invece investire nell’assunzione mirata per titoli e servizio per dare un organico stabile alle scuole, agli alunni e alle famiglie. E per la formazione? Dove sono gli investimenti mirati ed efficaci per imprimere la spinta innovativa alla scuola sbandierata come motore propulsivo della società del futuro? I risultati INVALSI sono l’esito di una didattica di emergenza in cui, chi avrebbe dovuto, non ha saputo predisporre per tempo un piano di formazione adeguato. Una didattica innovativa che può divenire la molla per un rinnovamento del sistema scolastico, sollecitando l’introduzione di nuove modalità di insegnamento, la revisione dei criteri di valutazione (ma non due mesi prima degli scrutini) e altri parametri e interventi da prendere in considerazione, se si vuole veramente mettere in atto il Patto per la scuola. Abacusonline e Anaps Formazione si sono già attivati, offrendo ai colleghi un primo approccio utile per affrontare il nuovo anno con strumenti più adeguati. La nostra proposta è di mettere a disposizione di tutti strumenti didatticamente validi per dirigenti e docenti, studenti e famiglie, partendo da una formazione specifica mirata.

Ore 16.30 Rita Biganzoli, Raffaela Castrignanò, Carlo Montanari, Il gruppo Abacus: i pionieri italiani dell’e-learning

Ore 17.00 Aldo Domenico Ficara, Divulgare un progetto didattico: dal self publishing al social network

La visione del laboratorio povero, che esulando dallo spazio fisico è soprattutto un luogo mentale, costituisce una scelta metodologica da sperimentare in modo sistemico e può divenire buona prassi di insegnamento secondo una modalità learning by doing applicata agli stessi docenti: elemento di innovazione sarà, pertanto, anche la possibilità di realizzare i kit insieme ai colleghi fruitori del percorso formativo. La metodologia applicata, basandosi su contenuti tecnici e su competenze trasversali di tipo comunicativo, può considerarsi di tipo smart. Il docente dev’essere al contempo un trasmettitore di conoscenze consolidate e un ‘insegnante-ricercatore’, che progetta, sperimenta e attua, con creatività, il percorso scientifico in funzione del processo educativo e formativo dei suoi allievi anche con percorsi in cooperative learning. Le attività sperimentali previste sono strutturate con diverse modalità di formazione, in aula e in piattaforma digitale, fra loro connesse e integrate, anche attraverso la metodologia didattica peer to peer tra docenti, che scambiano e mettono a confronto i risultati delle loro esperienze in una logica di arricchimento e di osservazione reciproche (tutoring in practice). In questo contesto risulta fondamentale, per una buona divulgazione del progetto didattico, l’uso dei social network e delle piattaforme digitali di self publishing, fondato sulla presenza di un sito o una piattaforma on line in cui l’autore ha la possibilità di creare il suo libro e, quindi, di divulgare i propri intendimenti progettuali.

Ore 17.30 Paola Grillo, La scuola si racconta. Il “kintsugi”, ovvero l’arte di curare le ferite

Un salto di specie ci ha catapultati in una pandemia. Con un salto interiore ne usciremo: stiamo imparando a dare valore alle piccole cose, ad apprezzare la quotidianità, ad amare la normalità. Impariamo a rammendare le nostre comunità e le nostre vite, a rendere preziose le cuciture, a raccontare gli strappi. Impariamo il “kintsugi”, l’arte giapponese di riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto con oro o argento liquido, esaltandone le cicatrici e rendendo quell’oggetto unico e irripetibile, con una propria trama da raccontare. Così “kintsugi” diventa un’esperienza di scrittura creativa a scuola, l’arte di curare
le ferite dell’anima attraverso la narrazione autobiografica.

Ore 18.00 Fare il dirigente scolastico in tempi di emergenza sanitaria.Tavola rotonda. Rosanna Moretti, Marco Saccucci e Sabrina Morrea, Sabrina Vallesi.Coordina Arturo Verna

La riapertura delle scuole tra certezze e “raccomandazioni” (il Protocollo sulla ripresa delle attività didattiche in presenza, le azioni del dirigente scolastico, ecc.), le criticità da affrontare alla ripresa (vaccinazione totale, tamponi per il personale, organico docenti e personale ATA, ecc.), il rapporto scuola-famiglia (patto educativo di corresponsabilità, interventi di supporto psicologico e pedagogico-educativo, ecc.). Sono solo alcune delle questioni “calde” che dovranno essere fronteggiate, alla ripresa dell’anno scolastico, da dirigenti investiti anche, mai come ora, di pesanti responsabilità di controllo, dettate da una perdurante emergenza pandemica vissuta in un clima di generale incertezza. 

Ore 19.00 Rosario Alfano, Sara Gori, Angela Loritto (Anaps), Racconti di insegnanti, racconti sugli insegnanti

Coordina Roberta Falagiani Benini (Anaps)

Storie di maestre “usa e getta” con un anno di prova superato. Storie professionali e umane costellate da disuguaglianza e disuguaglianze e disparità di trattamento, come per gli insegnanti di religione, attraverso i silenzi di una politica sorda e di una giustizia incoerente. Storie che raccontano della centralità del ruolo docente per l’insegnamento dell’educazione civica per la formazione dei cittadini di domani.  

In evidenza

Vino e poesia: spettacolo in scena questa estate

Il 6 Agosto spettacolo di parole in piazza. Segue degustazione perchè non restino solo parole!! Lo scopo è creare una parallelo che in effetti è pienamente nelle cose, nelle pagine di autori famosi e meno famosi, nei versi di tanti poeti di ogni epoca. In questo spettacolo ricorderemo anche autori chiantigiani noti e meno noti. Un grazie agli altri membri del ‘cast’, Kevin Tushe e Vito De Meo. Per le istruzioni vedere https://www.cosafareintoscana.it/manifestazioni-toscana/calici-di-stelle-a-castellina-in-chianti-2021/

Calici di Stelle Castellina in Chianti 2021
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Il nuovo libro è uscito. Preview il 2 Agosto

Una ricerca partita un anno fa

Tante persone intervistate in giro per l’Italia e l’Europa. Così è nato Per Amore e per Arte

Una biografia che è più di un romanzo, perchè una vita così intensamente vissuta dentro alle pagine ci stava a stento. Così è venuto fuori un libro strano, che probabilmente sembrerà quasi un romanzo a chi Vanna la conosceva e viceversa una biografia immaginaria a chi non la conosceva affatto. E’ un pò come per il principio di indeterminazione: una vita, più cerchi di descriverla con le parole più lei si articola, cambia forma e si sottrae ad ogni tentativo di misura.

Adesso si debutta in pre-presentazione il 2 Agosto alle 18 con una bella Piazza da riempire.!!!! Poi andremo in guro per i luoghi dove Vanna è vissuta.

Il libro sarà in distribuzione dalla prossima settimana.

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1 articolo 1 recensione

Periodo estivo ricco di scrittura. Spero se ne vedano i frutti a Settembre.

Quel gran pezzo dell’Italia…https://www.sound36.com/quel-gran-bel-pezzo-ditalia-tutta-pura-e-tutta-bianca/

Un recensione sullì’ultimo libro di Labatut su Scriptamanent—

omunicazione e Sociologia (a cura di La Redazione) . A. XV, n, 166, luglio 2021

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Scienza
in modo unico

di Massimiliano Bellavista
Un saggio Adelphi
sulle astrazioni tra
aneddoto e invenzione

I personaggi che animano il volume Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Banjamìn Labatut (Adelphi, pp. 180, € 18,00) soffrono un dolore psichico, crescente, quello tipico degli schizofrenici. Da una parte c’è la vita reale, per cui il nostro cervello è biologicamente impostato, e dall’altro c’è il loro sconfinato, soverchiante amore per la scienza, che invece, non offre verità ma un metodo, per sua natura pieno di incertezze: una domanda scottante ed eterna che conosce solo risposte parziali e transitorie. È inevitabile che questo si rifletta sulle loro vite. Fritz Haber, Werner Heisenberg, Ervin Schrödinger e Alexander Grothendieck sono in questo volume di volta in volta sotto i riflettori, come stazioni di una Via Crucis del pensiero scientifico che consta di scene memorabili, anche se talvolta al limite del grottesco e del surreale. Prendete il brillante chimico al servizio del Kaiser, Fritz Haber, le cui scoperte hanno contribuito alla morte di tanti uomini a Ypres o che dal cianuro di idrogeno estratto dal blu di Prussia riesce a ricavare un pesticida efficacissimo, lo Zyklon, poi usato come agente tossico nelle camere a gas. Nella lettera scritta alla moglie al momento della morte, scrive Labatut spiazza ogni possibile ed elementare senso di umanità quando «Confessa un senso di colpa insopportabile, non per il ruolo che, direttamente o indirettamente, aveva giocato nella morte di tanti essere umani, ma perché il suo metodo di estrarre l’azoto dall’aria aveva talmente alternato l’equilibrio naturale che temeva che il futuro del mondo non sarebbe appartenuto all’essere umano, ma alle piante»

Una voragine senza fine
Labatut è senza alcun dubbio un dotatissimo sensibilissimo narratore. Le sue incursioni, sempre maggiori al progredire della storia, nel modo della supposizione e dell’irrealtà, sono così ben congegnate che è difficile comprendere il limite tra realtà e finzione nelle vite di questa galleria di personaggi. È anche un ottimo affabulatore, con una grande cura degli incipit e delle descrizioni «il 24 dicembre 1915, mentre prendeva il tè nel suo appartamento, Albert Einstein ricevette una busta inviata dalle trincee della prima guerra mondiale. La busta aveva attraversato un continente in fiamme; era sporca, stropicciata, e coperta di fango. Un angolo era stato strappato via, e il nome del mittente era nascosto da una macchia di sangue. Einstein la presa con i guanti e l’aprì con un coltello. La lettera conteneva l’ultima scintilla di un genio: Karl Schwarzschild, astronomo, fisico, matematico e tenete dell’esercito tedesco».
Nessuna parola, nessun aggettivo come si vede è fuori posto, e l’attenzione del lettore è subito catturata. Sarà andata esattamente così? Poco importa, è l’atmosfera che queste righe trasmettono che è funzionale a farci capire cosa sta succedendo, cosa c’è in ballo. In un momento così atroce, confrontato con un “eccesso” di realtà quali molti che il Novecento ha tragicamente saputo proporre all’umanità, il fisico fornisce ad Einstein la soluzione delle sue equazioni della relatività generale: ma si apre un nuovo baratro, in cui tuttora siamo dentro «C’era tuttavia qualcosa di molto strano nei risultati di Schwarzschild, […]. Il problema sorgeva quando una massa troppo grande si concentrava in un’area piccola, come accade quando una stella gigante esaurisce il suo combustibile e comincia a collassare su se stessa. […] in quel caso lo spazio e il tempo non si alteravano: si laceravano». Il risultato era inconcepibile: «Il risultato era una voragine senza fine, separata per sempre dal resto dell’universo».
Ecco il punto ed ecco anche la rinuncia cui allude il titolo del volume: per salire di livello nella comprensione della realtà dobbiamo in qualche modo accettare che essa si espanda dismisura verso territori dove l’astrazione logica e filosofica sembra prevalere sul dato empirico, sull’intuizione e anche sul senso comune. Dobbiamo accettare in questo caso l’emergere di singolarità fisico matematiche, come i buchi neri, cui non sappiamo dare una spiegazione. Cosa difficile da accettare per primi dai diretti interessati. Schwarzschild sente crescere dentro di sé una sorte di vuoto, di male oscuro e di chi li a pochissimo muore, e non per mano del nemico, ma per colpa di una malattia che lo svuota letteralmente di energie vitali.

Il caso e la nostra comprensione del mondo
Pensateci bene. Di certo viviamo in un mondo sempre meno meccanicistico e sempre più probabilistico: computer, meteo, rischio, economia, sono domini conquistati metro a metro da nuvole di densità probabilistiche. Come ci sentiamo? Disorientati, inevitabilmente. E questo senso di inadeguatezza e di disorientamento emerge con forza e grande efficacia narrativa quasi da ogni pagina del libro. Uomini, persino grandi uomini dotati di capacità del tutto uniche e particolari, sono descritti da Labatut come dei fragili Prometeo che per un attimo stringono la scintilla della conoscenza tra le mani, capaci anche a regalarcela spesso a costo della loro vita e dei loro salute mentale; questo però ha in ultima analisi solo l’effetto di rivelarci come sia sconfinata l’oscurità della grotta di ignoranza e inconoscibilità in cui siamo imprigionati. Il caso ci governa e talvolta ci sovrasta, ma le sue regole sfuggono al nostro senso comune, a volte sembrano addirittura invertire causa ed effetto, come ne caso della meccanica quantistica. Einstein ne diviene il più acerrimo, e questo accentua ancora di più il fascino sinistro delle ultime belle pagine del volume: si ha l’impressione di essere di fronte al caso di un padre che ripudia suo figlio con lui il lettore tende ad identificarsi. E le voragini, come in un terreno carsico, continuano ad aprirsi sotto i nostri piedi: il principio di indeterminazione, il mistero della funzione d’onda di Schrödinger. Insomma, sembra proprio che Dio abbia deciso di giocare a dadi con l’universo, e che la direzione imboccata dalla scienza sia irreversibile, ma sta anche a noi accrescere e padroneggiare questo immenso bagaglio di conoscenze. E una via ce la offre proprio Labatut attraverso questo originalissimo libro, dicendoci che c’è un modo per tornare a capire, per così dire a ‘misurare’ il mondo, e che è costituito dalla narrazione. Lo ha dichiarato lo stesso autore in una recente intervista alla Lettura: «non abbiamo mai veramente capito il mondo, però abbiamo capito le storie che ce ne siamo detti l’un l’altro, I fatti grezzi dell’esperienza hanno senso solo se puoi metterli insieme in una narrazione. E oggi, con il cambiamento incessante e l’interconnessione illimitata, l’unica capacità fondamentale dell’umanità, cioè la capacità narrativa (dono che certo viene dagli dèi) ci sta venendo meno. Non possiamo mettere il mondo in parole, non sappiamo dare un senso al vortice turbolento della realtà». Come dire che la narrativa, quando è raffinata e “buona” ci restituisce sempre moltiplicate chiavi interpretative e di sintesi di ogni scenario, per quanto complesso esso sia.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 166, luglio 2021)

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Una volta ero Flesherman…

«Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora. Ma una parte di me sta franando in me stesso. È come se ai piedi della mia identità si fosse spalancato».
Il concetto di frana è quanto mai appropriato nel romanzo di Giuseppe Aloe Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino, pp. 196, € 16,00). Scritto dall’autore in due riprese intervallate da qualche anno, delle lettere di Hagenbach, che occupano molte intense pagine al cuore del romanzo, Aloe in una recente intervista ha dichiarato: «era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer». Questa malattia è di per sé, in effetti, una tragica caduta in se stessi, una implosione vista al rallentatore. Il termine “frana” poi suggerisce per assonanza quello di “trama”. Ma la trama, la chiave del libro, gli è venuta alcuni anni dopo, da un episodio di cronaca che riguardava il presunto ritrovamento a Berlino negli scantinati dell’ospedale della Charité nel 2009 della salma di Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria il cui corpo nel 1919 fu gettato in uno dei canali della Sprea che incrociano la celebre Unter den Linden. Ora, succede di frequente in letteratura che quando una storia poggia su solide realtà e incontrovertibili accadimenti personali e storici la narrazione che ne scaturisce subisca una deriva verso dimensioni insolite, oniriche al confine con il fantastico. Pare sia questo il caso del criminologo di fama internazionale Flesherman, cui viene diagnosticata una forma di demenza senile e che recatosi a Berlino per l’affaire Luxemburg, apprende della scomparsa dello scrittore Hagenbach, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca dello scrittore. «Si tratta di Hagenbach. Così esordì. Hagenbach?, chiesi. Sì, lo scrittore. Lo conoscevo. Avevo letto qualche suo libro. Anche di recente. Passando davanti a una libreria avevo comprato un suo romanzo. Forse l’ultimo». Questa ricerca ossessiva, condotta in una singolare Germania onirica, acquatica, sospesa tra passato e futuro, è come si intuisce, omericamente una ricerca di sé stesso. Flesherman è una sorta di Ulisse, che deve sfuggire ai mostri che la mente malata gli mette continuamente sulla strada, a frapporsi tra lui e la verità, tra lui e la realtà.

La metamorfosi
«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente. Quasi fossi un ragazzo, proprio uno di quelli che vedi correre sulla spiaggia, senza pena e rimorsi e non un uomo di sessantanove anni, affacciato sul limite del niente. Certo ho ancora un sistema per riconoscere le cose. Le so valutare. Riesco a trovare il bandolo delle vicende, anche se a volte si confondono. Diventano come una maglia con innumerevoli fili. Allora lascio perdere».
Il romanzo, costellato di richiami colti alla psicanalisi e alla grande letteratura, si incentra sul concetto di metamorfosi, e lo fa dichiaratamente. La malattia perseguita il protagonista, è una lebbra dell’anima che gli strappa pezzi di identità e di memoria via via che la sua ricerca continua. Il parallelo con Kafka è dichiarato e aperto, come si legge a più riprese nel romanzo: «Una mattina Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme insetto. Che ora se ne stava nell’orecchio di un cartellone pubblicitario, proprio nel condotto uditivo, e rimaneva fermo. Impassibile, proprio in vista. Tutti lo potevano osservare. Aveva superato il senso della vergogna, evidentemente. Non sentiva più vergogna. Era alla luce del sole. Aprii la finestra e gridai: ritorna nella tua stanza Gregor. Nasconditi, e poi la richiusi con forza». Solo che i mostri adesso non sono confinati in una stanza, hanno libero accesso a tutta la vita di un uomo e a tutto il suo mondo, presente passato e futuro e sono, anche per l’innegabile abilità dell’autore di intrecciare reale e immaginario senza far percepire al lettore i punti di sutura tra i due mondi, indistinguibili dalle entità reali. E così, di rimando letterario in rimando viene da pensare che forse il vecchio professore sia in realtà già morto senza saperlo, come sarebbe piaciuto a Kafka. In effetti, quando il protagonista raggiunge il mare e approda a Travemunde succede qualcosa di strano: «Avevo preso alloggio all’Hotel Riva proprio di fronte al mare. Chissà perché questo nome italiano?, mi ero detto varcando la soglia». Quel nome ci sembra un neanche tanto velato richiamo a Il cacciatore Gracco, scritto da Kafka nella prima metà del 1917. Lo scrittore ebbe un rapporto curioso con il lago di Garda, e in particolare con la città di Riva del Garda e la storia del racconto è quella di un “non vivo” che però è condannato a un eterno peregrinare per mare nel mondo reale. Come Flesherman.
«Lei è morto?. Sì – disse il cacciatore – come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto. Eppure lei vive ancora, disse il sindaco. In un certo senso – disse il cacciatore – in un certo senso». Tutti i protagonisti di una buona storia non l’attraversano ma indenni, cambiano, in un certo senso. E il professore che cerca lo scrittore scomparso non fa eccezione, subisce una metamorfosi tremenda, inesorabile e che tuttavia è allo stesso tempo ancora un poco aperta verso la speranza, verso la possibilità di recuperare sé stessi e il senso della propria vita.

Un treno allegorico che unisce personaggi di grande spessore
Il treno (i treni che sono onnipresenti nella storia), è il vero motore della narrazione. Il treno è allegoria del viaggio e della ricerca in se stessi, congiunge parti della storia e parti della vita del protagonista, la cui distanza relativa si è dilatata a dismisura a causa degli effetti della malattia che lo affligge, conferisce alla narrazione e al ricordo il giusto colore e il giusto ritmo, permette di dar fiato a belle descrizioni di ciò che fisicamente e spiritualmente circonda Flesherman. Non a caso la brusca cesura della fine della ricerca e del ritorno a casa che caratterizza la parte finale del volume, è caratterizzata da un mezzo di trasporto assai più veloce e in un certo senso al di sopra delle cose terrene, l’aereo, con cui la moglie lo accompagna simbolicamente verso l’epilogo.
Ma la maestria di Aloe si manifesta anche nel tratteggio dei molti personaggi femminili che costellano la storia come la prostituta Vanderlei, compagna di avventure del protagonista oppure Odette, la sua passione giovanile. Donne sensuali, forti e intelligenti al punto da sembrare a tratti onnipotenti a cui fa da contraltare la moglie di Flesherman, che assomiglia più a una madre che a una compagna di vita, una madre che allo stesso tempo asseconda e veglia il figlio, lasciandolo partire per la sua ultima avventura ma sorvegliandone a distanza il percorso, pronta ad intervenire come in effetti fa (non è un caso del resto che l’autore abbia dichiarato di immaginare di scrivere delle lettere alla madre quando stendeva le prime pagine del libro).
D’altra parte la figura della prostituta è essa stessa oggetto nella narrazione di un complesso gioco di specchi: «Mentre avanzavo nella piazza iniziai a pensare alla donna che avevano ucciso al posto di Rosa Luxemburg. Dovevano pur mettere qualcuno nella bara. Immaginavo un gruppetto di Freikorps che si aggira per la piazza alla ricerca di qualche prostituta. Una di quelle solitarie che fanno il mestiere da poco. Magari ancora giovane, inesperta. Uno del gruppetto va in avanscoperta, adesca la donna, la porta in un vicolo e qui viene raggiunto dagli altri, e la uccidono. Poi la buttano nel fiume. Se Bausch aveva ragione migliaia di persone in quasi cento anni erano andate sulla tomba di Rosa Luxemburg e avevano rivolto un pensiero a una prostituta innocente, uccisa senza motivo. Così è la storia, pensai: una beffa. Una colossale beffa».

Il tempo del commiato
Notevole la parte terminale del romanzo, dove il protagonista, ormai assediato dalla malattia, è poco più che un’ombra: «E invece ecco: accelerazione. La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. Era più vicina di quanto pensassi. L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo. Forse fu proprio dopo quella rivelazione, mi sembra, sdraiato nel letto a guardare il cielo estivo dalla finestra, che iniziai a maturare la decisione di scrivermi delle lettere. Ma forse non proprio lettere. Riflessioni, brevi messaggi, valutazioni da un altro universo. Come Hagenbach aveva fatto con la moglie. Il senso della vita che si eclissa riversato su carta. Solo che questa volta io le avrei scritte a me stesso».
Chi scrive con regolarità a se stesso, fondamentalmente sta tenendo un diario. E il romanzo, che ora da epistolare si fa intimo e personale, sancisce con pagine costellate di immagini degne di nota questo percorso di dissoluzione e fuga dalla vita «Ognuno sa di avere un’alleanza con sé stesso. Ed è l’unico concordato che non si deve infrangere. Altrimenti arriva veloce e senza riguardi la necrosi del cuore. Mi sento alla fine di un mandato. Manca solo qualche atto formale, poi ecco la scadenza naturale. Fra poco presenterò le mie dimissioni dal genere umano. Il mare della tranquillità. Io voglio arrivare lì».
Ed è qui, alla fine di questo viaggio, che Aloe depone il suo mandato di narratore nelle mani del lettore, che crediamo ne resterà soddisfatto.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

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Finali regionali e nazionali del premio Asimov. Abbiamo numeri record (e ci fa piacere)

Il premio Asimov chiude una edizione da record. Se volete partecipare ai due eventi finali, siete tutti invitati!!!
ll “Premio Asimov” è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli. Esso vede come protagonisti sia gli autori delle opere in lizza che migliaia di studenti italiani, che decretano il vincitore con i loro voti e con le loro recensioni, a loro volta valutate e premiate.

Il Premio intende avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara. Nasce da un’idea del fisico Francesco Vissani, che si è ispirato ad analoghe iniziative della Royal Society. Inizialmente istituito dal Gran Sasso Science Institute, grazie alla collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e di molte altre realtà scientifiche, si qualifica oggi come Premio di livello nazionale.Il Premio è intitolato allo scrittore Isaac Asimov.

Domani, Venerdi` 28 Maggio alle ore 15, si svolgera` la cerimonia conclusiva Toscana, a cui sono stati invitati a partecipare i ragazzi  toscani che hanno scritto le  recensioni giudicate migliori e il/la migliore per ogni scuola. Verranno inoltre annunciati i nomi dei ragazzi che hanno ricevuto una  “menzione speciale” per aver scritto una ottima recensione, pur non essendo risultati vincitori.

Infine Sabato 29 Maggio alle ore 16 si svolgera` la cerimonia nazionale conclusiva del Premio Asimov: sono stati invitati a partecipare al dibattito uno studente o studentessa per ogni regione, e alla fine sara`annunciato il libro vincitore della sesta edizione.

Sara`possibile seguire in diretta streaming i due eventi sul canale You Tube del Premio Asimov, sia Venerdi` 28 che Sabato 29 Maggio: https://www.youtube.com/PremioAsimov
Cogliamo l’occasione per ringraziare tutte le scuole che anche quest’anno, con la loro collaborazione ed il loro impegno, hanno permesso che il Premio  Asimov avesse successo, e naturalmente tutti i componenti della commissione scientifica toscana che hanno svolto una enorme mole di lavoro per leggere e valutare le recensioni
Questi alcuni dei fantastici numeri del Premio 2021
numero di studenti aderenti: quasi 15.000
numero di regioni coinvolte 15
numero di scuole coinvolte 197
numero di professori coinvolti 668
numero di ‘giudici’ in aggiunta ai professori 192
Numero di recensioni  valide 9439  (di cui in Toscana: 890)

Vi Aspettiamo!!!

Quanto a me, mi occuperò delle interviste in relazione al libro di Telmo Pievani che fa parte della cinquina 2021

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La Festa della Scuola Ascoli 1-3 Settembre

“La Festa della Scuola”

(Ascoli Piceno, dal 1° al 3 settembre 2021)

“La Scuola Secondo me”. Potrebbe essere il titolo di un libro, ed esprime nei fatti un desiderio recondito, un sogno, un obiettivo spesso coltivato da chi vive la scuola. Nasce da questa semplice frase “La festa della Scuola”, un evento culturale organizzato dal professor Massimo Arcangeli, docente ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari e responsabile dell’associazione La Parola che non Muore, in collaborazione con l’associazione La Voce della Scuola del prof. Diego Palma.

La Festa della Scuola, aperta alla partecipazione di tutti e di cui è in preparazione il sito (www.lafestadellascuola.it), si terrà il 1°, il 2, il 3 settembre 2021 ad Ascoli Piceno.

I temi al centro della manifestazione: precariato; docenti “ingabbiati”; trasparenza, sicurezza, programmazione e dispersione scolastica.

C’è sempre una venatura eroica, e al tempo stesso un po’ malinconica, nei discorsi degli insegnanti, come di chi abbia sperimentato tante volte il fallimento di un’idea inseguita per un’intera vita senza riuscire mai a realizzarla: insegnare. Se in anni di grandi trasformazioni, più subite che condivise, non sono mancati i richiami alla mobilitazione e alla protesta, e poi le manifestazioni, gli scioperi, gli appelli del ceto intellettuale (di cui anche gli insegnanti dovrebbero essere parte) in difesa dell’istruzione e della scuola, i vari appelli sono purtroppo caduti ogni volta nel vuoto anche per l’impotenza di una categoria delusa, divisa, demotivata, inascoltata e, spesso, rassegnata alla sconfitta.            

Una soluzione a tutto questo è però stata sempre a portata di mano, davanti ai nostri occhi. Anziché alimentare le divisioni è necessario unirsi e allearsi con chi abbia veramente a cuore la scuola, per rompere definitivamente il suo isolamento. Piuttosto che nasconderci la verità, come troppe volte è accaduto, è necessario far conoscere anche all’esterno ciò che succede nelle nostre scuole. Solo così si può pensare di raggiungere una piena consapevolezza di sé e di proiettarla in un disegno, in una visione del futuro. Per questo, e per tanti altri motivi, vi chiediamo di partecipare alla Festa della Scuola. Sarà una preziosa occasione per poterci conoscere, per poterci confrontare, per poter immaginare e progettare insieme la scuola di domani. All’evento prenderanno parte docenti, studenti, famiglie, gruppi di coordinamento e associazioni di categoria, sindacati, giornalisti e rappresentanti della politica.

Il nostro principale obiettivo, perché la scuola esca dal suo isolamento, è di progettare lascuola di domani partendo dai problemi del presente, di lavorare tutti insieme per la ricostruzione di un sistema scolastico che valorizzi il lavoro degli insegnanti, che ne riconosca e ne salvaguardi la professionalità, che metta in primo piano i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Una scuola unilaterale, separata dalle vite dei giovani, ne favorisce la dispersione; una scuolache coinvolga attivamente gli studenti al fine di contribuire a migliorarla li richiama invece a sé, e quegli studenti così non si perderanno (né oggi, a scuola; né domani, all’università o nel mondo del lavoro). Solo così si può puntare seriamente a una scuola che, anziché essere considerata un costo, possa rappresentare per lo Stato italiano, come per qualunque nazione abbia a cuore l’istruzione, la formazione e l’educazione alla cittadinanza, il suo più grande investimento. Una scuola che riparta dalla cultura, il vero capitale da tutelare e incrementare

Con preghiera di pubblicazione e diffusione.

Per info e contatti:

 Ufficio stampa:

Massimiliano Bellavista
tel. 335 6148685, e-mail: bellmaxi@tin.it

www.thenakedpitcher.com

Organizzazione:

Prof. Massimo Arcangeli, per La Parola che non Muore

Cell. 3473420905 – mail: maxarcangeli@tin.it

Prof. Diego Palma, per La Voce della Scuola

Cell. 3209326963 – mail: redazione@lavocedellascuolalive.it

LA VOCE DELLA SCUOLA – LIVE SOCIAL

Sito web: https://www.lavocedellascuolalive.it Facebook: https://www.facebook.com/vocedellascuola

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Laboratorio vie brevi: la classifica finale dei brevi

https://www.italiabookfestival.it/fiera-del-libro/palco

TERZO POSTO

Fuori dall’ombra di Laura Tarchetti

È inutile cercare responsabilità da caricare su qualcosa o su qualcuno. A volte le vite vanno semplicemente come devono andare. Alla mia è successo così. Non sopporto chi mi dice: “se avessi fatto”, “se avessi scelto” o peggio: “avresti dovuto”. Molti anni fa, mi è capitata una strada e l’ho percorsa con i mezzi a mia disposizione. Per proteggermi ho eretto muri e scavato fossati, circondandoli di rovi spinosi. Ho chiuso ermeticamente la porta e anche, il più possibile, la bocca. Gli occhi, non è stato necessario. Sono fortunata, faccio per mestiere quello che mi più amo: gioco a scacchi. Chi critica la mia solitudine, il buio delle mie stanze, le mie giornate silenziose, può dirsi altrettanto soddisfatto di sé? Sicuri che la felicità faccia rumore? Che debba brillare sfacciata sotto il sole?

Quando, come oggi, abbandono per lavoro i luoghi a me familiari, scivolo nel mondo magico delle partite, dove mi sento altrettanto a mio agio. Devo tenere al sicuro il mio Re, magari capiterà di incontrarlo ancora. Sono perfettamente concentrata.

Ma un rumore di passi, ora, fa scricchiolare la mia quiete, incrinandola pericolosamente.

Decido veloce, alfiere in D4, scacco. Fermo il cronometro, devo fare una pausa. Prendo il bastone e mi alzo, allontanandomi dalla scacchiera.

La crepa si allarga. Due parole, le sue, e il silenzio si spezza.

  • Ciao, Anna.

Una lama di luce irrompe attraverso la breccia, si rovescia nella sala e mi avvolge in un calore dimenticato, splendente.

Sono cieca, è vero. Ma io, comunque, vedo.

SECONDO POSTO

SOTTO I RIFLETTORI di Andrea Mariani

La sagoma di Anne Binoche emerse dal fondo del palcoscenico un tratto alla volta. Si fermò a un metro dal proscenio, abbozzò un sorriso che tanto ricordava una ferita aperta e sollevò un braccio scheletrito tirando la manica del costume di scena.

“Sotto i riflettori, ho sempre finto di essere una donna forte, brillante, dalla battuta pronta.” Si sfiorò l’ovale quasi a volersi liberare di una maschera immaginaria. “E ora sono qui per mostrarvi il buio che si nasconde dietro l’attrice che tutti conoscono.” La voce le s’incrinò e le spalle ondeggiarono quasi sferzate da un colpo di vento. “Se mi guardo indietro, vedo una ragazzina travolta troppo presto dalla celebrità; una ventenne anoressica dipendente dall’anfetamina; una trentenne con manie suicida; una quarantenne dedita all’alcol e, infine, una cinquantenne che si guarda allo specchio e si riconosce a stento…”

Le luci del teatro si accesero d’improvviso, scontornando la seduta delle poltrone e le modanature del loggione. L’attrice sbatté le palpebre, si guardò intorno e le parole le morirono in gola.

Il tecnico del suono le si avvicinò, le sistemò il piccolo microfono nascosto sotto l’orlo della scollatura e se ne tornò dietro le quinte.

La voce del regista rimbombò un attimo dopo.

“Anne, ci prendiamo cinque minuti di pausa. Poi ripassiamo le battute. Attieniti al copione ed evita d’improvvisare. Tra due ore vai in scena e gli spettatori vogliono vedere l’attrice sotto i riflettori, non una donna che si piange addosso; quella lasciala nel camerino, possibilmente al buio.”

PRIMO POSTO

LA LUCE di Roberta Grugni

Le mie amiche hanno detto che sarà un viaggio spettacolare. Non so dove l’hanno sentito dire, nessuno è mai tornato da laggiù. Ma tra otto minuti lo scoprirò.

Sono un po’ emozionata, mi dispiace lasciare casa, ormai mi ero abituata a fluttuare sulle onde del nostro lucente padre. Ma è da tempo che è irrequieto e ha deciso di mandar via tante di noi. Forse ormai siamo troppo vecchie e dobbiamo far spazio alle più giovani.

Così prendo un bel respiro, deglutisco, chiudo gli occhi e parto. 300.000 chilometri al secondo potrebbero far vomitare chiunque, ma non me, anzi io mi diverto. È come salire in giostra, una volta partiti, non vorresti mai scendere.

E allora via! Il buio dello spazio mi avvolge, non è bello stare qui fuori, c’è troppo silenzio. Ma è questione di un attimo e all’orizzonte già vedo la mia meta. Wow! Avevano ragione le mie amiche: è blu! Mi fiondo a capofitto ed entro nella sua atmosfera. E anche se il blu, sopra e sotto, è il colore dominante, c’è anche tanto verde, e qua e là del rosso, del giallo. Sono macchie irregolari e invitanti. Ma io non ho il controllo della mia direzione; vorrei andare verso quell’azzurro che si muove in onde cadenzate, e invece finisco dritta dritta verso una macchia scura, grigia, fumosa. Una macchia triste da cui si levano lamenti. Cado in uno stretto vicolo, un coacervo di finestre, sporcizia, puzza, dove quelli come me faticano a entrare e sembrano malaccetti. Poi vedo una minuscola creatura con i pantaloni rotti che alza il viso al cielo e mi sorride. E capisco di essere finita nel posto giusto.

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Parte Italia book Festival ,7-9 Maggio siamo in ballo…

Venerdi 7 maggio

In grassetto gli appuntamenti che mi riguardano più da vicino

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Diastema Edizioni

ore 15,30 Presentazione di Incipit 23 Cafè

ore 16,00 Incontro con l’Editore – Levania Edizioni

ore 16,30 Incontro con  Leonardo Taiuti e Massimiliano Innocenti di Bookdealer i tuoi librai a domicilio

ore 17,00 Incontro con l’Editore – ErreKappa Edizioni

ore 17,30 Marco Tarozzi, giornalista, presenta il libro “L’oro di Ondina, il primo trionfo di un’italiana alle Olimpiadi” (Minerva Edizioni). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 18,00 Incontro con l’Editore – Pandilettere Edizioni

ore 18,30 Semifinale 1 di SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 19,00 Semifinale 2 di SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 19,30 Incontro con Gianni Bugno,  A trent’anni dai suoi più grandi successi, Bugno si racconta nella sua prima autobiografia “Per non cadere. La mia vita in equilibrio (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 20,30 Incontro con l’Editore – Atile Edizioni

ore 21,00 Incontro con Franco D’Aniello, musicista e fra i fondatori dei Modena Cty Ramblers autore del libro “E alla meta arriviamo cantando” (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

Sabato 8 maggio

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Baglieri Editrice

ore 15,30 Marta Bolognesi presenta il libro “Il cangiante mondo di Elia” (Nepturanus Edizioni)

ore 16,00 Pierfranco Bianchetti presenta il suo libro “L’altra metà del pianeta cinema” (Aiep Edizioni). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 16,30 Incontro con l’Editore – Fiori d’Asia Edizioni

ore 17,00 Incontro con Enrico Quaglia – Libri da asporto

ore 17,30 Incontro con l’Editore – Nep Edizioni

ore 18,00 Incontro con Daniela Mena, direttrice della Microeditoria di Chiari

ore 18,30 Reading light show con lo scrittore Filippo Nibbi, il giornalista Francesco Ricci e il professore Massimiliano Bellavista

ore 19,00 Incontro con l’editore – Mimep Docete Edizioni

ore 19,30 FInale prima parte SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 21,00 “Emilia nera – tra Aurora e la scrittura”. Incontro con la scrittrice Barbara Baraldi. Dialoga con la scrittrice Simone Metalli 

Domenica 9 maggio

ore 11,00 Stefano Cavina presenta il libro “Marte e le origini della vita (Aiep Editore). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini.

ore 12 Incontro con l’Editore – Pagine in progress

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Gruppo Il Viandante Chiaredizioni

ore 15,30 Fiori Picco presenta la “Trilogia del Guangdong – tre raccolte di narrativa, poesia e saggistica di autori cinesi contemporanei” (Fiori d’Asia Editore). Dialoga con l’editrice il giornalista Stefano Zanerini

ore 16,00 Incontro con l’Editore – AltrEdizioni

ore 16,30 Francesco Barone presenta il libro “I musulmani dell’Italia medievale” (Officina di Studi Medievali Editore). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 17,00 Lettura Day – Incontro con  Annarita Corrado  – Adei associazione degli editori indipendenti

ore 17,30 Incontro con l’Editore – Puntidiivista Edizioni

ore 18,00 Premiazione racconti “Le vie brevi – luce” con il professore Massimiliano Bellavista

ore 18,30 Incontro con l’Editore – Tomolo Edigiò Edizioni

0re 19,00 Incontro con la scrittrice Federica Bosco. Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 19,30 Andrea Bertolini presenta i suoi libri “Viaggio nella gnosi”, “Manuale di quarta via” e “Universo simbolico dei tarocchi” (Bastogi Libri Edizioni). Dialoga con l’autore il giornalista Stefano Zanerini.

ore 20,00 Incontro con Andrea Mingardi, cantante e scrittore. Presentazione del suo nuovo libro “Dopo l’uragano” (Edizioni Cidem). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 21,00 Incontro con Simone Cristicchi, cantante e scrittore. Presentazione del suo nuovo libro “Happy Next – alla ricerca della felicità (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

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Un libro interessante e fuori dagli schemi

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Un articolato omaggio
di Mario Segni al padre

di Massimiliano Bellavista
Da Rubbettino un volume che getta nuova luce
su un’epoca grigia, destinato a far discutere

C’è stato il tintinnar di sciabole di Nenni e poi il tintinnar manette di Scalfaro. Siamo senza dubbio un paese dove i tintinnaboli di antica memoria sono ancora vivi e vitali e continuano a risuonare nella testa dei nostri politici.
Illo tempore servivano a scopi varî. Talora erano considerati come strumenti musicali, ma spesso venivano semplicemente usati per dare il segnale della chiusura o dell’apertura di edifici di interesse pubblico. Soprattutto era proprio col suono del tintinnabulum che il nuntius indicava, come più tardi nella religione cristiana, il momento del sacrificio. Nel contesto degli anni Sessanta e poi anche oltre, l’evocazione del tintinnio diviene sinonimo di rivelazione di una presunta oscura minaccia fondata sul possibile uso della violenza, sulla percepita imminente violazione intenzionale, da parte di non si sa chi, dei diritti e dei limiti dei poteri su cui questa Repubblica è ancora fondata. E il sacrificio reale seguito al presunto tintinnabolo cui si accennava è stato in Italia quello del capro espiatorio di turno, quello insomma in cui iniettare tutti i veleni di un’epoca per poi farlo affondare nell’assurdo, moralmente e spesso anche fisicamente.
Ma uno Stato serio non può mica fondarsi sui campanelli, se non vuole diventare il paese dei tintinnaboli, e per uscire da ogni ambiguità deve o dovrebbe discutere di fatti concreti, storicamente fondati.
Pare questa la miglior sintesi del tema e dell’obiettivo del libro di Mario Segni, Il colpo di Stato del 1964 – La madre di tutte le fake news (Rubbettino editore, pp. 180, € 13,00). Un libro appassionato, sicuramente, ma anche obiettivo, equilibrato nei giudizi e di grande interesse.
Certo, come sottolineato da Agostino Giovagnoli nella sua ottima introduzione «Figlio dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è in qualche modo parte in causa e non lo nasconde affatto. È evidente ed esplicita la preoccupazione di tutelare la memoria di suo padre e di rendergli ciò che gli spetta, in primo luogo il riconoscimento della sua rettitudine morale prima ancora che il ricordo della sua figura di democratico e antifascista. Un proposito che non è solo legittimo, ma anche utile per la ricerca della verità: qui Mario Segni riporta, infatti, un’ampia serie di fatti, documenti e argomenti di grande importanza per fare chiarezza». Il seguito del volume sembra dargli ragione su tutta la linea. In un paese culturalmente provinciale, politicamente comunale e per tutto il resto ancora legato agli interessi di quartiere o alle beghe di condominio è proprio questo che manca, un confronto serio e fondato riguardo a un’epoca grigia, condotto da più punti di vista, almeno quelli ancora disponibili. Un’epoca, quella della crisi del 1964, destinata probabilmente a rimanere tale, cioè grigia, oscura, vista la dipartita di tanti testimoni diretti e l’istituzionale e sistematica reticenza di molte parti in causa, nazionali e soprattutto internazionali. Invece questo confronto franco e costruttivo latita, lo vediamo in questi giorni, a libro non ancora uscito, con il susseguirsi di prese di posizione sui più diffusi quotidiani. E intanto quei fatti importantissimi, forieri di ampie e gravi implicazioni storiche per la Penisola, rimangono appannaggio di un pubblico di iniziati, non vengono spiegati se non propinando vulgate rituali e coinvolgono i giovani nelle scuole e università più o meno quanto le guerre puniche.

Tirare in ballo per la storia italiana recente il concetto di fake news
Abbiamo detto che il libro è un’ampia e originale disamina dei fatti della crisi apertasi nel torrido giugno 1964. La crisi del governo Moro, l’ostilità di Segni alla politica di collaborazione Dc-Psi, i profondi imbarazzi a destra e a sinistra per opposti ma coincidenti motivi, le difficoltà dell’Italia in politica economica. E un presidente che si trova stretto in una morsa che a tratti pare senza via di uscita e che lo scuote non solo politicamente, ma anche fisicamente, psicologicamente, con le ben note nefaste conseguenze che questo avrà a breve sulla sua salute. Prosegue il libro di Segni: «Premesse importanti in questo senso erano già state poste dall’esito delle elezioni del 1963, pesantemente negative per il centro-sinistra, e successivamente la “congiuntura economica” dette una spinta decisiva per il cambiamento. Alla svolta del luglio 1964, in altre parole, concorsero processi e forze ben più potenti delle azioni di qualche militare. Il tema vero di quella crisi fu soprattutto un altro: la continuazione o meno della collaborazione di governo tra democristiani e socialisti, per impedire la quale si attivò anche Antonio Segni. Come altri, infatti, il Presidente della Repubblica era convinto che, con la loro politica economica, i socialisti indebolissero la struttura economica del Paese e minacciassero di portarlo fuori dall’Occidente. Che cioè aprissero la strada al pericolo comunista. Ritenne perciò suo dovere prendere posizione contro il centro-sinistra per difendere gli interessi supremi dell’Italia. Del resto, Segni era stato eletto Presidente della Repubblica, anche per volontà di Moro, proprio perché presidiasse la collocazione atlantica e occidentale del Paese».
Il volume, in uno stile piano e posato ma molto chiaro, ripercorre un periodo colmo di sfumature e ambiguità (si direbbe una infinita scala di tonalità grigie) con una sola pretesa, che però anima tutte le pagine, ovvero quella di richiamare tutti all’obiettività e all’immedesimazione nel modo di pensare e nelle logiche dell’epoca, perché è fin troppo facile giudicare ex post, vestiti con gli abiti del poi. Per fare questo, Segni parte da basi semplici e incontrovertibili, pubblicando lettere e documenti di notevole interesse, documenti che sono stati ritrovati di recente, ancora in fase di riordino e che saranno poi a disposizione all’interno dell’Archivio Antonio Segni.
A tutto questo si accompagna, provocatoriamente, l’uso del termine fake news. Termine che, certamente, fa alzare il sopracciglio a molti che hanno vissuto la compostezza e la solennità della comunicazione giornalistica di quegli anni, ma che tuttavia non è uno slogan inventato per aumentare le tirature e anzi è strutturalmente legato a ogni pagina, a ogni considerazione contenuta nel libro. Insomma, una volta letto il volume non si può fare a meno di pensare che abbia ragione Giovagnoli quando dice che «Molte opinioni diffuse sul “golpe” del 1964 prescindono sic et simpliciter dalla verità dei fatti perché si sono formate e consolidate sulla base di motivazioni politico-ideologiche impermeabili alle verifiche fattuali. Non accade solo per le vicende del luglio 1964, ma questo caso è particolarmente emblematico». Fake news insomma.
In effetti è così, e il libro lo dimostra in modo disarmante. La vicenda del piano Solo ha inizio il 10 maggio del 1967. L’intera prima pagina de L’Espresso è occupata dal titolo a caratteri cubitali: 14 luglio 1964 – Complotto al Quirinale. E sotto, a caratteri ancora più estesi, Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato. Nel novembre di quello stesso anno si apre un processo e tutta la storia, ricostruita in modo puntuale nei capitoli che si susseguono, ha un esito singolare: l’indagine giudiziaria smentisce i giornalisti su tutta la linea, ma le fake news hanno invece l’esito opposto, conquistano spazio e fuorviano menti. «Mentre l’indagine giudiziaria si conclude, come sappiamo, con una clamorosa sconfitta dei giornalisti de L’Espresso, l’orientamento della pubblica opinione si sposta gradualmente verso le tesi dell’accusa. Non esistevano sondaggi in quel periodo. Ma l’andamento della stampa, che al processo dedica spazi amplissimi, è indicativo. Molti dei giornali non pregiudizialmente schierati con una delle parti, cambiano sensibilmente opinione, e da un atteggiamento neutro e distaccato, passano a considerare fondate le affermazioni de L’Espresso». È del resto, quello, un periodo di inchieste aggressive e a tratti anche feroci, basti pesare allo scandalo Lockheed, l’azienda americana produttrice di aeroplani che rivelò nel 1976 a una commissione del Senato americano che aveva corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia. Leone dovette dimettersi sotto gli attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito radicale e dal settimanale L’Espresso, salvo poi essere riabilitato come «capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese». Come si legge nella lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.
In questo sta forse uno degli indubbi meriti dell’opera di Mario Segni, ovvero quello di obbligarci a investigare un’epoca ma soprattutto un distorto atteggiamento mentale, che anima ancora la nostra politica: le fonti sembrano secondarie, la verità storica anche, mentre l’interpretazione ideologica e distorta è tutto. Per far presa sull’opinione pubblica non conterebbe insomma la verità, ma come e quanto forte si è capaci di urlare una menzogna. Questa è un’epoca di perniciosa sfiducia nei mezzi del confronto culturale e dell’argomentazione fondata, dove ognuno ama rinchiudersi nella propria bolla comunicativa, fatta solo e soltanto di altri individui che la pensano allo stesso modo. Provate se volete in questo senso a vedere cosa riporta Wikipedia alla voce “Piano Solo”. Un libro che si proponga di coltivare il dubbio di fronte a interpretazioni monocordi (si vedano a questo proposito le pagine del libro che smontano la famosa storia sulle ragioni dell’ictus che colpì Segni impedendogli l’esercizio delle funzioni presidenziali il 7 agosto 1964) è già per questo solo fatto meritevole di lettura.

La testimonianza e il dovere di un figlio
Ma il libro ha anche un’altra valenza. È il generoso e costruttivo atto di riabilitazione, prima di tutto morale, di un figlio verso il padre. Prendendo a prestito, visto che se è parlato a più riprese, un termine caro alle vicende giudiziarie, si potrebbe dire che si tratti di un atto dovuto. A lungo meditato, di certo non improvvisato (lo si intuisce subito sfogliando le pagine del volume) e come anticipato forse anche necessario. Ora, è singolare e sintomatico del livello attuale del dibattito politico nel paese, che anche questo atto sia oggetto di ironia e di inconcludente ridicolizzazione, invece che di apprezzamento o perlomeno di rispetto. È successo di recente sulle colonne di Repubblica, dove lo storico Miguel Gotor ha parlato commentando il libro di «una testimonianza interessante, riprova di un tenerissimo amore filiale di cui sarebbe sbagliato non tenere conto in un Paese pieno di buoni sentimenti come il nostro». Una delegittimazione che appare certamente eccessiva anche se, in effetti, qualche passaggio appare più rispondente al desiderio di un figlio di difendere la memoria del padre che all’onere di raccontare momenti così delicati della Storia italiana.
Con il presente volume Mario Segni segna anche un altro punto a suo favore, quello di richiamare alla sensibilità del lettore come sia importante rileggere con attenzione il passato. Attraverso un’approfondita analisi anche semantica e filosofica di questo “periodo di mezzo” post Scelba e Tambroni, egli sa mettere in luce quei comportamenti, quei linguaggi e quelle scelte che, spesso anche oltre la volontà e la consapevolezza di chi li mise in atto, posero le basi della strategia della tensione. Una semina di terrore che proprio in quegli anni trovò il terreno ideale dove mettere radici.
Non resta al lettore che trarre le sue personali conclusioni e forse cogliere l’invito che Segni fa concludendo il volume: «La Repubblica ha quindi una storia di cui possiamo andare fieri, non dobbiamo vergognarci. Il Partito comunista non ha avuto la forza di rivedere gli errori e le tragedie della sua storia. È un peccato, perché al grande merito di essere approdato alle rive della democrazia, pur partendo da tanto lontano, e anzi di avere contribuito moltissimo a salvarla nel periodo più pericoloso del terrorismo, avrebbe aggiunto quello della sconfessione degli errori del passato, e avrebbe dato un grande credito alla nuova sinistra, e a tutta la classe politica nel suo complesso. Ma ormai anche quella storia è finita. E forse adesso è più facile per tutti guardare indietro con serenità».
Sapremo farlo, o tentennando ci limiteremo al tintinnio?

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

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In memoria di Wopke Kleinhoek, lo scienziato che sapeva quando tacere

Quando si dice che la matematica è o dovrebbe essere più al centro dei nostri programmi scolastici si dice una grande verità. Per le giovani generazioni, la cultura matematica e scientifica è tutto. Lo dimostra in questi ultimi anni, ad esempio il ruolo dei ricercatori, dei virologi e degli epidemiologici divenuti autentiche star e personalità di riferimento a livello sociale. Proprio oggi 26-04-2021 si festeggiano i dieci anni dalla scomparsa del matematico macedone naturalizzato olandese Wopke Kleinhoek, probabilmente il più grande esponente del suo campo negli ultimi trent’anni.

Il nome forse non vi dirà molto ma non c’è matematico, anche di infimo livello, che non si sia confrontato con almeno una parte della sua sterminata produzione, che i suoi allievi (il famoso scienziato non scriveva e non pubblicava) ebbero cura di raccogliere, trascrivere dai suoi appunti ed editare pazientemente nei cinquantacinque volumi della fondamentale opera Monumenta.

Nato nel 1927 a Higrornick, un piccolo paese agricolo, figlio di un rigido e austero pastore protestante, il giovane Wopke fu ben presto avviato agli studi scientifici, viste le sue qualità del tutto eccezionali e la vivacità della sua intelligenza. Quando aveva otto anni, inventò un particolare orologio, che installò sulla locale torre campanaria, il quale era praticamente in grado di autoregolarsi e autolubrificarsi, nonchè di segnalare con particolari suoni e grande frastuono, di volta in volta diversi, ma anche con la più accurata precisione le fasi lunari, le eclissi, i passaggi di comete, gli eventi atmosferici particolarmente avversi alle colture e i cambi di stagione. Grande fu lo stupore della comunità e continuo l’afflusso di turisti e curiosi, che ad ogni ora del giorno e della notte si accampavano a centinaia in piazza per ascoltare le melodie dell’orologio, accompagnandole con festosi boati di ammirazione. A dieci anni inventò un parafulmine portatile per il bestiame con lo scopo di risolvere l’annoso problema di quei quattro o cinque capi che ad ogni stagione venivano uccisi da una scarica sui pascoli alti. Convinse gli allevatori del luogo a dotare tutto il bestiame del suo ritrovato, che chiamò il campanaccio di Kleinhoek, praticamente una cuffia in rame per bovini, ma un’estate metereologicamente molto instabile con molti temporali causò una moria di vacche a causa sia di reazioni allergiche al metallo che di terribili folgorazioni quale non si era mai vista a memoria d’uomo e consigliò l’istantanea rimozione del dispositivo. Successivamente si concentrò con incoraggianti risultati sulle tecniche di conservazione del formaggio fresco con l’arsenico e anche sulla geologia, elaborando un metodo per riportare in piena attività i vulcani spenti della zona che suscitò grande attenzione da parte dell’amministrazione regionale.  Da quel momento in poi un esponente dell’amministrazione lo affiancò quotidianamente nei suoi studi senza perderlo mai di vista.

Per l’undicesimo compleanno il suo primo professore di scienze gli regalò un trattato di oltre mille pagine che enucleava i problemi allora aperti nella matematica contemporanea, invitandolo, se ne avesse avuto il tempo, a tentare di risolverne almeno uno di sua scelta.  Dopo oltre un mese, visto che il giovane Wopke non accennava più al libro, l’insegnante gli domandò a che conclusioni fosse arrivato e se avesse risolto qualcuno di quei dilemmi. Lui per tutta risposta gli disse che li aveva risolti tutti la notte del suo compleanno, ma che ormai si era scordato tutte le soluzioni, tanto esse gli erano apparse ovvie e banali. Il professore, estasiato, lo segnalò piangendo al migliore liceo locale.  Quando partì per il liceo, c’erano tutti i suoi concittadini a salutarlo. Kleinhoek disse che parevano felici e sollevati che avesse avuto quella chance.  Per l’occasione il sindacò gli riconsegnò il suo orologio, ritenendolo troppo importante e avanzato per quella piccola comunità di pastori e agricoltori sempliciotti dalle abitudini banali e ripetitive, che desideravano fare vita ritirata e dormire la notte, invece che ascoltare i preziosi suggerimenti dell’orologio e le sue vivaci melodie con i turisti di tutto il mondo. Oltretutto i frequenti colpi di fucile di cui l’oggetto era stato in passato fatto segno da ignoti nemici del progresso scientifico, richiedevano una manutenzione costosa e continua che solo lo stesso Kleinhoek poteva garantire.

Kleinhoek ebbe una lunga e gloriosa carriera. Laureatosi con il massimo dei voti con una tesi così avanzata che il relatore, il celebre matematico Franz Dilbert, rinunciò a interpretarla dichiarandosene non all’altezza, cosa che suscitò grande emozione nell’ambiente accademico, emigrò in Olanda, dove conobbe in una birreria il ricco e celebre mercante di diamanti Oliver Ganzfalsch. Costui, affascinato dalla personalità del matematico, gli garantì una cattedra speciale a vita presso l’Università di Delft. Ganzfalsch dovette scontrarsi con le perplessità dell’ambiente scientifico, che generalmente giudicava l’approccio di Kleinhoek geniale ma criptico e troppo complesso, anche perché lo studioso non pubblicava mai i suoi risultati, né accettava di confrontarsi con i suoi colleghi, e si limitava ad annunciarli diffondendo delle note vergate di suo pugno in una grafia di difficile decifrazione (Kleinhoek vergava i suoi appunti su block notes formato A5 a quadretti, usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio). Ganzfalsch si disse certo che si trattava di difficoltà passeggere, in quanto lo studioso lavorava alla matematica del futuro, che non poteva essere compresa con chiarezza dai suoi contemporanei. La stampa infatti parlava di sovente degli studi di Kleinhoek come di una ‘matematica visionaria e profetica’. Kleinhoek accettò il posto offertogli da Ganzfalsch e dall’Università a condizione di non dovere insegnare, non dover mai pubblicare i suoi lavori e a patto che fosse costruito per lui un sottopassaggio che collegasse direttamente la cantina del suo appartamento con la portineria dell’Università. Kleinhoek soffriva infatti di gravi forme combinate di agorafobia, fotofobia, pluviofobia amaxofobia e fobia sociale. 

In effetti ebbe molti devoti discepoli, ma dettava loro i suoi appunti stando sempre in una stanza dei laboratori diversa dalla loro e, per quel che si sa, ebbe una sola relazione nella sua vita, con Nadja Dadusc, sua studentessa, per la cui intelligenza nutriva una stima sconfinata. Non vissero mai insieme, frequentandosi pochissimo anche dopo il matrimonio, perché lui abitava e passava le notti quasi sempre nei locali dell’università.  Si diceva che, ancora dopo dieci anni dal loro matrimonio, ogni volta che Wopke incontrava Nadja nei corridoi dell’università, si togliesse il cappello e le baciasse la mano per presentarsi, segno di un amore imperituro che resistette agli anni e alle difficoltà,

 Il suo contributo alla scienza è stato sconvolgente, grazie all’enorme modernità delle sue scoperte, combinate con un profondo senso dell’etica e dell’umiltà. Infatti Kleinhoek annunciava le sue scoperte, ma ne condivideva sempre il merito con i suoi allievi, cui magnanimamente lasciava il compito di formularle, testarle e comunicarle all’ambiente scientifico. Tali scoperte, stranamente, erano spesso assai distanti dai suoi studi e gli stessi allievi elogiavano il suo metodo, che puntava a renderli assolutamente autonomi. Tanto è vero che hanno spesso raccontato di aver avuto più volte l’impressione di esserci arrivati tutti da soli. Per questa sua capacità quasi maieutica, Kleinhoek viene spesso indicato come ‘Il Socrate della matematica’. Il suo motto preferito, che aveva trascritto in un cartello appeso alla porta del suo ufficio recitava: ‘Socrate supponeva di non sapere, io sono certo di non sapere un accidente. Quindi se entrate non chiedetemi niente’. Succedeva che molti si commovessero per questo esercizio di modestia, piangendo prima di entrare nel suo ufficio e continuando a piangere anche quando ne uscivano. E dire che la sua corporatura esile, e la sua faccia bianca e slavata, spesso inespressiva, non suggerivano affatto questa profondità spirituale.

I sui detrattori dicevano che in realtà era freddo e impassibile come un giocatore di poker. E che, essendo totalmente non empatico e anaffettivo ‘Kleinhoek era bravo a dissimulare le emozioni perchè in realtà non le provava affatto’. Ma questo francamente appare un travisamento della realtà.

I suoi studi si basano tutti sulla dimostrazione della congettura di Alphonse Le Chat che a sua volta si proponeva di risolvere il famoso e antico ‘dilemma dei felini’ di Casarini, un tipico problema di ordinamento dal caos. Tuttavia Le Chat non era mai arrivato ad una prova inappellabile. Il dilemma consiste in questo: dato un numero pari e costante di entità uguale a 44 si deve dimostrare che è sempre possibile ordinarle in una matrice di 6 file di 7 elementi ciascuno, con resto costante pari a 2. In pratica:

                                                                44 (G)F(6×7)=R(2)

Kleinhoek ricercò questa soluzione ininterrottamente, avidamente, sette giorni su sette, per oltre cinquant’anni, vivendo nella grigia cantina del palazzone che l’università gli aveva concesso per ospitare i suoi laboratori. Nel 1980, per i suoi instancabili sforzi gli fu conferita la medaglia Fields, il Nobel per la matematica, che lui però non ritirò mai in protesta contro il costo eccessivo dei trasporti aerei, che riteneva antidemocratico. Questo episodio, interpretato da alcuni biografi come rivelatore e anticipatore di una crescente vocazione sociale che poi sfocerà di lì a pochi anni in un gesto clamoroso, lo ha reso celebre alle generazioni successive come il profeta dei voli low cost. Il primo volo low cost, tra Dublino e Londra, fu in effetti organizzato su un 747 che portava il suo nome.

Nel 1997 trovò finalmente la soluzione del dilemma matematico cui aveva dedicato la vita, ma sorprendentemente non la rese pubblica, semplicemente postò sul suo blog senza darne eco la notizia dell’avvenuta scoperta. Dopo alcuni mesi tuttavia un suo ex allievo, Junichiro Sakamoto, docente presso l’Università di Tokyo, navigando in internet si imbattè casualmente nel post e la voce iniziò a diffondersi nell’ambiente scientifico. Alla chetichella, tutti i migliori cervelli dell’epoca si recarono in pellegrinaggio negli scantinati dell’Università di Delft rimanendo sconvolti e confermando che la soluzione in effetti era lì, a portata di mano. E che avrebbe per sempre cambiato il modo in cui le generazioni future avrebbero guardato alla matematica, alla scienza e anche alla vita pratica. Solo che era praticamente impossibile capire come Kleinhoek ci fosse arrivato e che cosa esattamente avesse scoperto, tanto il suo ragionamento era fuori dagli schemi e pieno di sottintesi.

Tuttavia, nonostante le enormi pressioni internazionali affinché rendesse pubblica la sua scoperta la sera del 24 Maggio 1997 Kleinhoek dette intenzionalmente fuoco ai suoi laboratori, bruciò i suoi appunti e licenziò tutti i suoi collaboratori, poi chiuse il suo blog con un ultimo post formato da un’unica frase ‘ Sono arrivato alla irrevocabile conclusione che certe cose forse è meglio non le sappiate’. 

Il senso delle sue dichiarazioni è oscuro. C’è chi dice che ritenesse l’umanità non pronta all’impatto della sua scoperta. In questo senso secondo alcuni Kleinhoek fu pioniere di quel movimento di pensiero che esalta il ruolo della scienza, dall’alto dell’enorme bagaglio di conoscenze ormai accumulate, come ultimo e supremo decisore su quali scoperte e innovazioni tecnologiche rendere disponibili all’Umanità. Un decisore molto più lungimirante, obiettivo ed efficace, a detta di chi la pensa così, dei sistemi democratici.

Fatto tutto questo lo scienziato si ritirò in meditazione presso i monaci ortodossi del monte Athos, che lo ospitarono a condizione che non tentasse mai di realizzare sul posto le sue invenzioni, dove morì nel 2011 in circostanze misteriose, schiacciato pare da un pesante icona che stava dipingendo usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio. Non ha mai rivelato la sua scoperta. Il suo testamento è anch’esso composto di poche parole: ‘Non lascio al mondo eredi, parole, scoperte e studi postumi. Lascio invece al mondo intatti, irrisolti, anzi esaltati e disponibili allo studio, tutti i dubbi e le questioni aperte che ho trovato, esattamente come li ho trovati.’

Il testamento stanziava anche un lascito per la realizzazione del premio Kleinhoek-Ganzfalsch, a tutt’oggi uno dei riconoscimenti scientifici più ambiti a livello internazionale, che si conferisce ogni anno allo scienziato più saggio del mondo, ovvero quello che raggiunge la scoperta più sensazionale, ma che si impegni anche solennemente e contestualmente a non farne mai uso e a non rivelarla mai ad anima viva.

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Lo strano caso del mondo capovolto: fine pandemia mai

Permettetemi due o tre pensieri acidi, reflussi gastrico-spirituali da ‘fine ‘ pandemia.

Si dice spesso che questo è un mondo dove la comunicazione è tutto. Anche come la comunicazione viene incartata e impacchettata,cioè a dire l’apparenza è, o dovrebbe essere, il nostro pane quotidiano. A cominciare da istituzioni e imprese.

La sensazione che invece si ricava dalle comunicazioni degli ultimi giorni è che comunicare non si sappia. O, peggio, che non si voglia. E che in fondo si conti sulla memoria corta o sulla distrazione dell’uditorio. Ci sono alcuni paradigmi classici di questa comunicazione a rovescio.

Il 25 Aprile festeggiamo.

Il 26 Aprile festeggiamo ancora: la liberazione dal Covid per decreto. Tra cinquantanni la ricorrenza sarà festeggiata riunendosi a distanza attorno a un monumento raffigurante una mascherina di marmo e poi cantando l’inno dal balcone di casa.. Però attenzione, ci dicono gli stessi che hanno dato il lieto annuncio, il Covid’non è finito’. I ristoranti possono aprire, ma …se piove? Falliscono. Le scuole riaprono al 100% ma, i mezzi di trasporto? e le aule una volta arrivati? Gli stadi: mezzi aperti ma i teatri no. Anzi si: tanto comunque se li aprono li aprono quando normalmente in anni felici le stagioni erano già finite. Il decretismo italiano è l’equivalente governativo della pietra filosofale: per decreto si può creare più o meno tutto, lavoro, immunità di gregge, ordine dal caoos, oro dal piombo, qualcosa dal vuoto.

I vaccini? sono efficaci, anzi no, anzi forse. A giorni alterni. Ma comunque si faranno i richiami per le targhe dispari e comunque conviene farli i vaccini perchè sono come la maglietta della salute, che fa sempre bene. Il fatto che poi sudando venisse la bronchite perchè la maglietta ti si appiccicava addosso era un trascurabile effetto collaterale.

Shit happens, come dice qualcuno (But does why this shit always happens to me, dice il malcapitato direttamente coinvolto, che a proposito oggi si chiama ‘resiliente’ in quanto uso ad essere circondato di escrementi e anzi, ad assorbirli un poco alla volta).

La Superlega è il calcio dei ricchi: lo dicono anzi lo strillano quelli di Fifa e Uefa (in puro stile demi vierge) che negli ultimi anni hanno mercificato anche i fili d’erba dei campi da calcio, spesso facendo un quantomeno discutibile impiego dell’etica sportiva asservita al business. Il calcio attuale è invece, notoriamente, un calcio da poveri che favorisce le squadre di quartiere e i dilettanti. Infatti I campionati europei sono oasi di uguaglianza di mezzi e li vincono sempre squadre non pronosticate.

Fissare regole in contraddizione, dire cose che si situano all’apposto di ciò che si sta facendo. E’ uno sport praticatissimo. Viene in mente il ‘corri ma non sudare’ o ‘urla piano’ delle nostre mamme, il ‘Bellavista venga volontario’ del Liceo, oppure il noto monologo di Al Pacino: ‘Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate‘.

E poi ci sono in sondaggi che dicono ciò che la gente vuole, che però in realtà dice quello che pensa il sondaggista vorrebbe sentire, che interpreta e riporta a chi prende le decisioni che a sua volta fa quello che crede che la gente voglia. In tutto questo, nessuno che guardi ad un orizzonte più ampio dei tre giorni. Governare coi sondaggi è come correre la maratona con l’enfisema polmonare acuto.

Imperversa, si sa, il politicamente corretto: ovvero l’impossibilità di applicare il diritto fondamentale all’universale uguaglianza del cretino, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso e appartenenza politica. Adesso ci sono categorie ai cui appartenenti del cretino non lo puoi dare a prescindere. Perchè si offendono e si sentono discriminati. Strano visto che i cretini sono numericamente (largamente)prevalenti sul globo. Oltretutto è un gruppo cui mi sono sentito sempre simpaticamente vicino. Questo viola un sacrosanto principio che dovrebbe essere riconosciuto dall’ONU. Dare modo al cretino di riconoscersi come tale e prendere coscienza è fondamentale. E se non è proprio un cretino, così potrebbe prendere provvedimenti.

Memoria corta: se non riusciamo a programmare oltre i tre giorni, non riusciamo neanche a ricordare fatti oltre il mese trascorso e quindi anche il perchè ce l’abbiamo con qualcuno. Se possiamo lo crocifiggiamo e poi passiamo oltre. E la politica se ne approfitta, ripulendo il sangue e riproponendoci dopo un pò la stessa minestra. Che accettiamo senza problemi, al massimo annusando un po’ il cucchiaio prima di ingerirne il contenuto. Siamo in lock down su un presente continuo.

Genericità: a furia di non sapere più conservare l’attenzione necessaria a leggere un messaggio più lungo di mezza pagina, approviamo tutto non capendo più niente.Sapendo poco di tutto e qualcosa di niente. Basta naturalmente che suoni bene e sia rassicurante, ovvero assomigli esattamente quello che ci aspettiamo che si dica. Sennò crea problemi. Ad esempio il politico deve parlare di sinergia e resilienza, il Papa benedire urbi et orbi, Miss e Mister Universo parlare della pace nel mondo, il cantante in voga usare un linguaggio che riesca a trasgredire ancora qualcosa etc etc

Bolla: sostantivo che sostituisce la parola fiducia. Significa guardare il mondo da uno specchio concavo. Se la pensi come me sei nella mia bolla. La bolla ospita solo quelli che la pensano come me. Ma se la pensi come me la mia non può essere che la verità. Cio che è nella bolla perciò è degno di fiducia, se è fuori è una fake fatto ad arte per fuorviarmi.

Terrapiattismo: alla fine hanno ragione loro, i terrapiattisti. Il mondo, per come lo vedono tanti, è piatto. Il trionfo di flatland. Anzi è fatto a fette, ognuno vive in una fetta. Chi finisce negli spigoli è fregato. La terza dimensione, quella curvilinea, è per i sempre più ridotti romantici amanti della filosofia, della politica con la P maiuscola e della cultura,.Per il resto ogni fetta è una tavola verde di forma quadrata con tanti circuiti stampati sopra e alcuni canali di comunicazione per i mezzi fisici. Uno è Suez: se si ostruisce, siamo rovinati. Se invece per un po’ non ci fossero le rotondità non sarebbe un problema.Si può vivere senza filosofia, democrazia e romanticismo: senza carta igienica e mascherine si tratterebbe di fronteggiare, disarmati e per giunta da due lati opposti, un problema insormontabile di contenimento degli orifizi.

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Luce e altro

A Maggio ci sarà di nuovo Italia Book festival con tante cose interessanti

Il Laboratorio ‘Vie brevi’ questa volta è dedicato al tema della luce. Stanno arrivando brevi interessanti, avete tempo fino al 3 Maggio

Torna “Le vie brevi” nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio! Leggete le istruzioni e inviate i vostri racconti a barzhaz@loggione.it Se il noir vi ha intrigato e se l’amore vi ha colpito (dato il numero dei racconti ricevuti dobbiamo dire che è stato peggio di Cupido!), perché questa volta non cimentarsi con..la luce?Questa volta tema del laboratorio di Barzhaz ‘Le vie brevi’ nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio sarà dedicato proprio alla luce. La luce è tante cose: chiarezza e benessere, ma anche rivelazione e accecamento. Traguardo ma anche inizio. A voi scegliere il punto di vista. Sorprendeteci!Racconti brevi, diciamo sulle 250 parole che sappiano illuminare questi nostri bui giorni . Se di amore era difficile scrivere (ma ci siete riusciti) scrivere di …luce rischia di essere ancora più arduo. Anche perchè scrivere breve di per sè non è affatto facile!Allo stesso tempo però mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. E viceversa la brevità è stata il trampolino di lancio per tanti autori.Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a Settembre ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Italia Book Festival.#racconti#raccontibrevi#barzhaz#italiabookfestival

Altra cosa, anzi due :

1.Scriptor è arrivato alle semifinali …

2. Maibuk è un social assai interessante e in crescita: dategli un’occhiata se potete…

è inoltre possibile che durate il festival ci siamo delle sorpese interessanti…stiamo registrando e provando qualcosa in questi giorni

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D.A.D.: Delirio a Distanza

E’di oggi la notizia della studentessa bendata per assicurarsi che non copiasse.

Crediamo che non esista immagine più rappresentativa del fallimento di un sistema cui corrisponde l’altrettanto iconica immagine che rappresenta l’atteggiamento delle istituzioni e di certi docenti:

Che non vogliono vedere i danni che stanno procurando a più generazioni e non vogliono constatare la totale inadeguatezza di un approccio didattico ottocentesco che tentano, inutilmente di rendere fruibile con qualche goffa iniezione di tecnologia

Che non vogliono sentire le richieste di genitori e studenti, tese almeno a superare con un comune sentire questo periodo, trincerandosi dietro ordini di servizio, l’immancabile privacy e regolamenti scritti sulla luna.

Che non comunicano o comunicano a sproposito, sventagliando compiti agli orari più impensati e non pianificando compiti, interrogazioni ed esercitazione, traformando in un rodeo o meglio in un assalto alla diligenza ogni finestra di ritorno (fisico ) a scuola, invece di dedicare questo tempo all’ascolto dei ragazzi, che accusano un disagio sempre più sordo, acuto ed evidente.

A quando una scuola che sappia tornare alla parola, alla centralità della persona e alla cultura della relazione e dell’ascolto? Lavorando da anni con i ragazzi di tante scuole sappiamo che questo è quello che vorrebbero e che vorremmo anche noi…

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A settembre ripartono i corsi di Barzhaz

Incredibile ma vero in un attimo siamo alla terza edizione di Barzhaz corso base e alla seconda del corso avanzato.

Quindi a settembre 2021 partirà il terzo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Sono aperte le iscrizioni! Per partecipare inviare una mail a: barzhaz@loggione.it se volete più info vedete qua , e qui sotto.

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori
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Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)
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La lotteria è una cosa seria. Shirley Jackson anche…

A dicembre dello scorso anno avevamo parlato di Paul Auster , per il numero 7. L’ottava puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7) ci parla di una storia insolita e di un’epoca allo stesso tempo ricca e complessa nella storia del racconto e del raccontare. Singolare è infatti la storia di Shirley Jackson, scrittrice californiana deceduta nel 1965 e troppo ferquentemente e sbrigativamente liquidata come scrittrice di storie insolite, forse un po’ vintage, aventi a tema una degenerazione psichica, gotiche e ‘di fantasmi’. C’è di più. Molto di più. E Mirko ce lo spiega, concentrandosi sul racconto e su quel che successe dopo. Così, per non sovrappormi a lui, provo a riflettere su quanto sta cronologicamente a valle di questa storia, in quanto credo che in proposito bisogna farsi alcune domande, domande che credo dovrebbero interessarci molto perchè attuali. Queste domande, o meglio questi temi, li porrò solamente, perchè non c’è una sola risposta e forse perchè conta, alla fine, solo essere capaci di porsi alcuni interrogativi e, se si può, di rifletterci un attimo.

  1. La scrittura (e lo scrittore conseguentemente) sono da considerarsi i sensori storici più fini e anticipatori di quelli che a prima vista sembrano repentini cambiamenti sociali e politici? e lo sono ancora ai nostri tempi? In altre parole, perchè nei rispettivi campi e media, i marziani in diretta radio del 1938 di Orson Welles e questo racconto dieci anni dopo sul «New Yorker» furono presi da molti così sul serio, fecero paura e scatenarono un putiferio di reazioni che si ricorda ancora (La lotteria è incredibilmente ancora il testo più letto nella gloriosissima storia del «New Yorker»)? Non è che forse anticipavano, di qualche anno, quella terribile voglia di cercare una capro espiatorio a livello sociale che poi fu il maccartismo negli anni cinquanta?
  2. La lotteria come sistema sociale, come via di arruolamento del caso (e del caos) nella società in sostituzione di una democrazia zoppicante. La lotteria è del 1948, del 1941 è “La lotteria a Babilonia” il breve, scolvolgente racconto di Borges inserito nella raccolta “Finzioni”. Questo rispecchia la paura e lo scetticismo verso un sistema democratico dimostratosi debole, vunerabile e in alcuni casi incapace di modernizzarsi?
  3. Leggete la fine del racconto: che ne è stato della nostra sensibilità ? è quasi inevitabile trarne la conclusione che sia stata almeno in parte anestetizzata dalla tanta violenza e dal tanto menefreghismo che popola da anni le nostre cronache. Non si spiega in altro modo che una storia che per noi, come dice giustamente Mirko, è ora al più disturbante e relegabile al piano letterario, scatenò all’epoca una reazione vasta e indignata e una valanga di lettere al giornale che la pubblicò che ora non ci sogneremmo nemmeno di scrivere. Visto che con un pò di sfortuna ne troveremmo tutti i prodromi e le conferme in cronaca.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – La lotteria di Mirko Tondi

A chiunque sarà capitato di ritrovarsi a una festa di paese, una sagra o una simile occasione. E spesso in quelle circostanze si presenta il momento della tradizionale lotteria; che sia rappresentata da una ruota che gira, da un blocchettino di fogli o da un sacchetto di numeri dal quale estrarre quello vincente, questo poco cambia: il concetto rimane lo stesso, con uno o pochi vincitori e tutti gli altri con un pugno di mosche. Ciò che cambia può essere il premio ricevuto. In questo originalissimo racconto di Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1948, si parte in effetti dalla consueta amenità della lotteria. Eppure (e l’originalità consiste proprio in questo) la lotteria diventa qui imprevista fonte di angoscia, l’ingranaggio che funziona al contrario in un meccanismo perfetto.

Ciò che l’autrice ci presenta all’inizio è la tranquilla atmosfera di un piccolo villaggio americano, trecento persone appena. Fine giugno, una splendida mattinata di sole, quando “i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta”. Gli abitanti del villaggio si radunano nella piazza principale, si inizia a parlare di lotteria: oggi è il gran giorno. A ragion veduta, si potrebbe considerare un primo indizio di ciò che accadrà in seguito la scena di alcuni ragazzi con delle pietre in tasca, mentre altri le ammonticchiano in un angolo, ma sfido chiunque a cogliervi qualcosa di perturbante la prima volta che si legge il racconto. Tutto è sereno, niente lascia presagire al peggio. Le ragazzine parlano tra di loro, intanto i bambini giocano liberamente. La piazza comincia a riempirsi, gli uomini discutono dei loro affari, del tempo e della terra che coltivano; sorridono ma non sono allegri (ed ecco, volendo, un secondo indizio). C’è tempo anche per qualche pettegolezzo. Poi il signor Summers, che dirige la lotteria (“Era un uomo allegro e dalla faccia tonda”), arriva portando una cassetta nera di legno, contenente dei foglietti ripiegati. La cassetta ci viene descritta in maniera dettagliata (“in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata”), se ne racconta persino la storia e dove viene custodita durante l’anno. Summers fa un breve discorso introduttivo, mentre chi estrae i foglietti dovrà pronunciare un giuramento. Una signora arriva in leggero ritardo, ride per la dimenticanza insieme a un’altra.

C’è un assente in base agli elenchi, ha una gamba rotta e verrà sostituito dalla moglie, che dovrà “tirare”, questo è ciò che viene detto. Di seguito – poco prima che i capifamiglia vengano chiamati in ordine alfabetico a estrarre i foglietti – viene presentato nonno Warner, vero personaggio simbolo del racconto. Sarà lui infatti a dire “C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria”; è orgoglioso di questa tradizione, non vuole che la sospendano come è successo in altre città. “Sono settantasette anni che partecipo alla lotteria”, aggiunge.

Finiti i nomi chiamati a estrarre, piomba un lungo silenzio. Poi Summers dà il via all’apertura dei foglietti: chi lo ha trovato?, si chiedono tutti. Bill Hutchinson. Polemiche, la moglie grida all’ingiustizia. I cinque foglietti della famiglia vengono ritirati e rimessi nella cassetta, si passa a una nuova estrazione. È la moglie Tessie ad aver trovato il foglio con il cerchio nero. La gente sa quello che deve fare, adesso. C’è voglia di finire in fretta. Adulti e bambini hanno le pietre in mano, avanzano verso Tessie, che prova per l’ultima volta a lamentarsi. Nonno Warner carica la folla.

La lotteria ha ispirtato senz’altro molto racconti nati in epoche successive, e in generale la produzione letteraria della scrittrice americana ha ispirato molti autori, non ultimo Stephen King, che lo ha pure dichiarato. Questa passaggio progressivo da un inizio disteso e insospettabilmente pacifico fino all’impressionante finale non costituisce comunque una virata improvvisa, ma un lavoro calibrato sulla tensione, che da impercettibile si fa palpabile. Non ci sono innocenti, qui. Nemmeno i bambini sono esenti, anzi partecipano pur con tutta la loro inconsapevolezza a un evento che sarà formativo – in un modo o nell’altro – nelle loro esistenze. Inserisci dei bambini in una storia horror e avrai creato un efficace contrasto, inquietante al punto giusto: questa lezione la Jackson ce l’aveva data prima ancora che vedessimo tutti i film horror degli anni a venire. Il suo è un racconto sull’orrore quotidiano, una storia del terrore senza mostri, oppure sì: perché i veri mostri sono gli esseri umani. Un unico elemento dissonante che piazzato nel contesto della vita di tutti i giorni fa la differenza, modificando per intero il tono del racconto. Un pugno in pieno stomaco. È così che alcune storie rimangono, che ti abbiano commosso, fatto sorridere, procurato un shock o disturbato. E sì, il racconto di Shirley Jackson è profondamente disturbante, non si può negarlo. Ma è il risultato che conta, no?

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Dantedì e il girone degli ignoranti

In prossimità del Dantedì un evento ha fatto di sicuro rigirare nella tomba il Sommo Poeta.

La costituzione di un girone degli ignoranti, o meglio di quel particolare tipo di ignoranti che non sono in questo status per cause indipendenti dalla loro volontà, ma che sono invece compiaciuti del loro stato o peggio, lo usano malignamente per generare altra ignoranza, ovvero e in breve gli idioti, è quanto mai necessaria.

Il fatto è quello, riportato oggi dai giornali olandesi, del Dante ‘purgato’. Un piccolo editore olandese ha omesso il nome Maometto dal suo nuovo adattamento olandese dell’Inferno di Dante Alighieri, per non “ferire inutilmente” i lettori musulmani. Il brano del Canto XVIII non è stato cancellato, ma è stato ‘anonimizzato’.

Sabato, alla Radio 1 belga, la traduttrice ha spiegato la sua scelta. Secondo lei, il punto di vista su Maometto è ora cambiato a tal punto da non corrispondere più al “messaggio che vogliamo trasmettere con il libro”. L’intenzione dell’editore era di rendere l’Inferno accessibile al pubblico più vasto possibile, e anche giovane.

L’editore ha aggiunto, “il fatto che il brano non sia necessario per la comprensione del testo letterario”.

I lettori e gli studiosi, di ogni credo religioso, hanno bollato molto chiaramente questo tenativo come un nonsense e c’è chi ha detto chein fondo per chi preferisce leggere la Divina Commedia nel 700 ° anno della morte dell’autore in una versione con Maometto, fortunatamente ce ne sono abbastanza da scegliere: solo in olandese ci sono già una quindicina di traduzioni diverse.

Ma non è questo il punto: nel girone degli ignoranti, o peggio, con contrappasso da stabilirsi, dovrebbero finire coloro che pensano che il miglior modo per approcciarsi alla cultura e alla storia sia la cancellazione e la censura, coloro che pensano che la relativizzazione della cultura e la suddivisione della società in bolle culturali edulcorate sia davvero il futuro e un rimedio alle incomprensioni, coloro che pensano che la cultura sia una sorta di fast food dal menù banalizzato, prestabilito e omologato e anche coloro che sulle polemiche e sui veri problemi ci speculano solo per vendere qualche libro in più. Che si vendano libri o saponette, per loro è la stessa cosa.

Questi sono di sicuro i degni amici di chi qualche giorno fa ha messo in condizione di rinunciare all’incarico Marieke Lucas Rijneveld, la poetessa e traduttrice olandese, ventinovenne, che la casa editrice Meulenhoff a suo tempo aveva scelto per tradurre le poesia di Amanda Gorman, e che è stata considerata “troppo bianca” per svolgere un simile compito.

Ma la poesia, si sa, supera tutto e non si cura troppo di costoro, che passano e vanno. Lo sapeva Dante, lo sa Marieke che ha risposto alle polemiche proprio con una poesia, Everything inhabitable.

Ma di certo occorre vigilare su certe derive…