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Vino e poesia: spettacolo in scena questa estate

Il 6 Agosto spettacolo di parole in piazza. Segue degustazione perchè non restino solo parole!! Lo scopo è creare una parallelo che in effetti è pienamente nelle cose, nelle pagine di autori famosi e meno famosi, nei versi di tanti poeti di ogni epoca. In questo spettacolo ricorderemo anche autori chiantigiani noti e meno noti. Un grazie agli altri membri del ‘cast’, Kevin Tushe e Vito De Meo. Per le istruzioni vedere https://www.cosafareintoscana.it/manifestazioni-toscana/calici-di-stelle-a-castellina-in-chianti-2021/

Calici di Stelle Castellina in Chianti 2021
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Il nuovo libro è uscito. Preview il 2 Agosto

Una ricerca partita un anno fa

Tante persone intervistate in giro per l’Italia e l’Europa. Così è nato Per Amore e per Arte

Una biografia che è più di un romanzo, perchè una vita così intensamente vissuta dentro alle pagine ci stava a stento. Così è venuto fuori un libro strano, che probabilmente sembrerà quasi un romanzo a chi Vanna la conosceva e viceversa una biografia immaginaria a chi non la conosceva affatto. E’ un pò come per il principio di indeterminazione: una vita, più cerchi di descriverla con le parole più lei si articola, cambia forma e si sottrae ad ogni tentativo di misura.

Adesso si debutta in pre-presentazione il 2 Agosto alle 18 con una bella Piazza da riempire.!!!! Poi andremo in guro per i luoghi dove Vanna è vissuta.

Il libro sarà in distribuzione dalla prossima settimana.

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1 articolo 1 recensione

Periodo estivo ricco di scrittura. Spero se ne vedano i frutti a Settembre.

Quel gran pezzo dell’Italia…https://www.sound36.com/quel-gran-bel-pezzo-ditalia-tutta-pura-e-tutta-bianca/

Un recensione sullì’ultimo libro di Labatut su Scriptamanent—

omunicazione e Sociologia (a cura di La Redazione) . A. XV, n, 166, luglio 2021

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Scienza
in modo unico

di Massimiliano Bellavista
Un saggio Adelphi
sulle astrazioni tra
aneddoto e invenzione

I personaggi che animano il volume Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Banjamìn Labatut (Adelphi, pp. 180, € 18,00) soffrono un dolore psichico, crescente, quello tipico degli schizofrenici. Da una parte c’è la vita reale, per cui il nostro cervello è biologicamente impostato, e dall’altro c’è il loro sconfinato, soverchiante amore per la scienza, che invece, non offre verità ma un metodo, per sua natura pieno di incertezze: una domanda scottante ed eterna che conosce solo risposte parziali e transitorie. È inevitabile che questo si rifletta sulle loro vite. Fritz Haber, Werner Heisenberg, Ervin Schrödinger e Alexander Grothendieck sono in questo volume di volta in volta sotto i riflettori, come stazioni di una Via Crucis del pensiero scientifico che consta di scene memorabili, anche se talvolta al limite del grottesco e del surreale. Prendete il brillante chimico al servizio del Kaiser, Fritz Haber, le cui scoperte hanno contribuito alla morte di tanti uomini a Ypres o che dal cianuro di idrogeno estratto dal blu di Prussia riesce a ricavare un pesticida efficacissimo, lo Zyklon, poi usato come agente tossico nelle camere a gas. Nella lettera scritta alla moglie al momento della morte, scrive Labatut spiazza ogni possibile ed elementare senso di umanità quando «Confessa un senso di colpa insopportabile, non per il ruolo che, direttamente o indirettamente, aveva giocato nella morte di tanti essere umani, ma perché il suo metodo di estrarre l’azoto dall’aria aveva talmente alternato l’equilibrio naturale che temeva che il futuro del mondo non sarebbe appartenuto all’essere umano, ma alle piante»

Una voragine senza fine
Labatut è senza alcun dubbio un dotatissimo sensibilissimo narratore. Le sue incursioni, sempre maggiori al progredire della storia, nel modo della supposizione e dell’irrealtà, sono così ben congegnate che è difficile comprendere il limite tra realtà e finzione nelle vite di questa galleria di personaggi. È anche un ottimo affabulatore, con una grande cura degli incipit e delle descrizioni «il 24 dicembre 1915, mentre prendeva il tè nel suo appartamento, Albert Einstein ricevette una busta inviata dalle trincee della prima guerra mondiale. La busta aveva attraversato un continente in fiamme; era sporca, stropicciata, e coperta di fango. Un angolo era stato strappato via, e il nome del mittente era nascosto da una macchia di sangue. Einstein la presa con i guanti e l’aprì con un coltello. La lettera conteneva l’ultima scintilla di un genio: Karl Schwarzschild, astronomo, fisico, matematico e tenete dell’esercito tedesco».
Nessuna parola, nessun aggettivo come si vede è fuori posto, e l’attenzione del lettore è subito catturata. Sarà andata esattamente così? Poco importa, è l’atmosfera che queste righe trasmettono che è funzionale a farci capire cosa sta succedendo, cosa c’è in ballo. In un momento così atroce, confrontato con un “eccesso” di realtà quali molti che il Novecento ha tragicamente saputo proporre all’umanità, il fisico fornisce ad Einstein la soluzione delle sue equazioni della relatività generale: ma si apre un nuovo baratro, in cui tuttora siamo dentro «C’era tuttavia qualcosa di molto strano nei risultati di Schwarzschild, […]. Il problema sorgeva quando una massa troppo grande si concentrava in un’area piccola, come accade quando una stella gigante esaurisce il suo combustibile e comincia a collassare su se stessa. […] in quel caso lo spazio e il tempo non si alteravano: si laceravano». Il risultato era inconcepibile: «Il risultato era una voragine senza fine, separata per sempre dal resto dell’universo».
Ecco il punto ed ecco anche la rinuncia cui allude il titolo del volume: per salire di livello nella comprensione della realtà dobbiamo in qualche modo accettare che essa si espanda dismisura verso territori dove l’astrazione logica e filosofica sembra prevalere sul dato empirico, sull’intuizione e anche sul senso comune. Dobbiamo accettare in questo caso l’emergere di singolarità fisico matematiche, come i buchi neri, cui non sappiamo dare una spiegazione. Cosa difficile da accettare per primi dai diretti interessati. Schwarzschild sente crescere dentro di sé una sorte di vuoto, di male oscuro e di chi li a pochissimo muore, e non per mano del nemico, ma per colpa di una malattia che lo svuota letteralmente di energie vitali.

Il caso e la nostra comprensione del mondo
Pensateci bene. Di certo viviamo in un mondo sempre meno meccanicistico e sempre più probabilistico: computer, meteo, rischio, economia, sono domini conquistati metro a metro da nuvole di densità probabilistiche. Come ci sentiamo? Disorientati, inevitabilmente. E questo senso di inadeguatezza e di disorientamento emerge con forza e grande efficacia narrativa quasi da ogni pagina del libro. Uomini, persino grandi uomini dotati di capacità del tutto uniche e particolari, sono descritti da Labatut come dei fragili Prometeo che per un attimo stringono la scintilla della conoscenza tra le mani, capaci anche a regalarcela spesso a costo della loro vita e dei loro salute mentale; questo però ha in ultima analisi solo l’effetto di rivelarci come sia sconfinata l’oscurità della grotta di ignoranza e inconoscibilità in cui siamo imprigionati. Il caso ci governa e talvolta ci sovrasta, ma le sue regole sfuggono al nostro senso comune, a volte sembrano addirittura invertire causa ed effetto, come ne caso della meccanica quantistica. Einstein ne diviene il più acerrimo, e questo accentua ancora di più il fascino sinistro delle ultime belle pagine del volume: si ha l’impressione di essere di fronte al caso di un padre che ripudia suo figlio con lui il lettore tende ad identificarsi. E le voragini, come in un terreno carsico, continuano ad aprirsi sotto i nostri piedi: il principio di indeterminazione, il mistero della funzione d’onda di Schrödinger. Insomma, sembra proprio che Dio abbia deciso di giocare a dadi con l’universo, e che la direzione imboccata dalla scienza sia irreversibile, ma sta anche a noi accrescere e padroneggiare questo immenso bagaglio di conoscenze. E una via ce la offre proprio Labatut attraverso questo originalissimo libro, dicendoci che c’è un modo per tornare a capire, per così dire a ‘misurare’ il mondo, e che è costituito dalla narrazione. Lo ha dichiarato lo stesso autore in una recente intervista alla Lettura: «non abbiamo mai veramente capito il mondo, però abbiamo capito le storie che ce ne siamo detti l’un l’altro, I fatti grezzi dell’esperienza hanno senso solo se puoi metterli insieme in una narrazione. E oggi, con il cambiamento incessante e l’interconnessione illimitata, l’unica capacità fondamentale dell’umanità, cioè la capacità narrativa (dono che certo viene dagli dèi) ci sta venendo meno. Non possiamo mettere il mondo in parole, non sappiamo dare un senso al vortice turbolento della realtà». Come dire che la narrativa, quando è raffinata e “buona” ci restituisce sempre moltiplicate chiavi interpretative e di sintesi di ogni scenario, per quanto complesso esso sia.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 166, luglio 2021)

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Una volta ero Flesherman…

«Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora. Ma una parte di me sta franando in me stesso. È come se ai piedi della mia identità si fosse spalancato».
Il concetto di frana è quanto mai appropriato nel romanzo di Giuseppe Aloe Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino, pp. 196, € 16,00). Scritto dall’autore in due riprese intervallate da qualche anno, delle lettere di Hagenbach, che occupano molte intense pagine al cuore del romanzo, Aloe in una recente intervista ha dichiarato: «era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer». Questa malattia è di per sé, in effetti, una tragica caduta in se stessi, una implosione vista al rallentatore. Il termine “frana” poi suggerisce per assonanza quello di “trama”. Ma la trama, la chiave del libro, gli è venuta alcuni anni dopo, da un episodio di cronaca che riguardava il presunto ritrovamento a Berlino negli scantinati dell’ospedale della Charité nel 2009 della salma di Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria il cui corpo nel 1919 fu gettato in uno dei canali della Sprea che incrociano la celebre Unter den Linden. Ora, succede di frequente in letteratura che quando una storia poggia su solide realtà e incontrovertibili accadimenti personali e storici la narrazione che ne scaturisce subisca una deriva verso dimensioni insolite, oniriche al confine con il fantastico. Pare sia questo il caso del criminologo di fama internazionale Flesherman, cui viene diagnosticata una forma di demenza senile e che recatosi a Berlino per l’affaire Luxemburg, apprende della scomparsa dello scrittore Hagenbach, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca dello scrittore. «Si tratta di Hagenbach. Così esordì. Hagenbach?, chiesi. Sì, lo scrittore. Lo conoscevo. Avevo letto qualche suo libro. Anche di recente. Passando davanti a una libreria avevo comprato un suo romanzo. Forse l’ultimo». Questa ricerca ossessiva, condotta in una singolare Germania onirica, acquatica, sospesa tra passato e futuro, è come si intuisce, omericamente una ricerca di sé stesso. Flesherman è una sorta di Ulisse, che deve sfuggire ai mostri che la mente malata gli mette continuamente sulla strada, a frapporsi tra lui e la verità, tra lui e la realtà.

La metamorfosi
«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente. Quasi fossi un ragazzo, proprio uno di quelli che vedi correre sulla spiaggia, senza pena e rimorsi e non un uomo di sessantanove anni, affacciato sul limite del niente. Certo ho ancora un sistema per riconoscere le cose. Le so valutare. Riesco a trovare il bandolo delle vicende, anche se a volte si confondono. Diventano come una maglia con innumerevoli fili. Allora lascio perdere».
Il romanzo, costellato di richiami colti alla psicanalisi e alla grande letteratura, si incentra sul concetto di metamorfosi, e lo fa dichiaratamente. La malattia perseguita il protagonista, è una lebbra dell’anima che gli strappa pezzi di identità e di memoria via via che la sua ricerca continua. Il parallelo con Kafka è dichiarato e aperto, come si legge a più riprese nel romanzo: «Una mattina Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme insetto. Che ora se ne stava nell’orecchio di un cartellone pubblicitario, proprio nel condotto uditivo, e rimaneva fermo. Impassibile, proprio in vista. Tutti lo potevano osservare. Aveva superato il senso della vergogna, evidentemente. Non sentiva più vergogna. Era alla luce del sole. Aprii la finestra e gridai: ritorna nella tua stanza Gregor. Nasconditi, e poi la richiusi con forza». Solo che i mostri adesso non sono confinati in una stanza, hanno libero accesso a tutta la vita di un uomo e a tutto il suo mondo, presente passato e futuro e sono, anche per l’innegabile abilità dell’autore di intrecciare reale e immaginario senza far percepire al lettore i punti di sutura tra i due mondi, indistinguibili dalle entità reali. E così, di rimando letterario in rimando viene da pensare che forse il vecchio professore sia in realtà già morto senza saperlo, come sarebbe piaciuto a Kafka. In effetti, quando il protagonista raggiunge il mare e approda a Travemunde succede qualcosa di strano: «Avevo preso alloggio all’Hotel Riva proprio di fronte al mare. Chissà perché questo nome italiano?, mi ero detto varcando la soglia». Quel nome ci sembra un neanche tanto velato richiamo a Il cacciatore Gracco, scritto da Kafka nella prima metà del 1917. Lo scrittore ebbe un rapporto curioso con il lago di Garda, e in particolare con la città di Riva del Garda e la storia del racconto è quella di un “non vivo” che però è condannato a un eterno peregrinare per mare nel mondo reale. Come Flesherman.
«Lei è morto?. Sì – disse il cacciatore – come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto. Eppure lei vive ancora, disse il sindaco. In un certo senso – disse il cacciatore – in un certo senso». Tutti i protagonisti di una buona storia non l’attraversano ma indenni, cambiano, in un certo senso. E il professore che cerca lo scrittore scomparso non fa eccezione, subisce una metamorfosi tremenda, inesorabile e che tuttavia è allo stesso tempo ancora un poco aperta verso la speranza, verso la possibilità di recuperare sé stessi e il senso della propria vita.

Un treno allegorico che unisce personaggi di grande spessore
Il treno (i treni che sono onnipresenti nella storia), è il vero motore della narrazione. Il treno è allegoria del viaggio e della ricerca in se stessi, congiunge parti della storia e parti della vita del protagonista, la cui distanza relativa si è dilatata a dismisura a causa degli effetti della malattia che lo affligge, conferisce alla narrazione e al ricordo il giusto colore e il giusto ritmo, permette di dar fiato a belle descrizioni di ciò che fisicamente e spiritualmente circonda Flesherman. Non a caso la brusca cesura della fine della ricerca e del ritorno a casa che caratterizza la parte finale del volume, è caratterizzata da un mezzo di trasporto assai più veloce e in un certo senso al di sopra delle cose terrene, l’aereo, con cui la moglie lo accompagna simbolicamente verso l’epilogo.
Ma la maestria di Aloe si manifesta anche nel tratteggio dei molti personaggi femminili che costellano la storia come la prostituta Vanderlei, compagna di avventure del protagonista oppure Odette, la sua passione giovanile. Donne sensuali, forti e intelligenti al punto da sembrare a tratti onnipotenti a cui fa da contraltare la moglie di Flesherman, che assomiglia più a una madre che a una compagna di vita, una madre che allo stesso tempo asseconda e veglia il figlio, lasciandolo partire per la sua ultima avventura ma sorvegliandone a distanza il percorso, pronta ad intervenire come in effetti fa (non è un caso del resto che l’autore abbia dichiarato di immaginare di scrivere delle lettere alla madre quando stendeva le prime pagine del libro).
D’altra parte la figura della prostituta è essa stessa oggetto nella narrazione di un complesso gioco di specchi: «Mentre avanzavo nella piazza iniziai a pensare alla donna che avevano ucciso al posto di Rosa Luxemburg. Dovevano pur mettere qualcuno nella bara. Immaginavo un gruppetto di Freikorps che si aggira per la piazza alla ricerca di qualche prostituta. Una di quelle solitarie che fanno il mestiere da poco. Magari ancora giovane, inesperta. Uno del gruppetto va in avanscoperta, adesca la donna, la porta in un vicolo e qui viene raggiunto dagli altri, e la uccidono. Poi la buttano nel fiume. Se Bausch aveva ragione migliaia di persone in quasi cento anni erano andate sulla tomba di Rosa Luxemburg e avevano rivolto un pensiero a una prostituta innocente, uccisa senza motivo. Così è la storia, pensai: una beffa. Una colossale beffa».

Il tempo del commiato
Notevole la parte terminale del romanzo, dove il protagonista, ormai assediato dalla malattia, è poco più che un’ombra: «E invece ecco: accelerazione. La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. Era più vicina di quanto pensassi. L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo. Forse fu proprio dopo quella rivelazione, mi sembra, sdraiato nel letto a guardare il cielo estivo dalla finestra, che iniziai a maturare la decisione di scrivermi delle lettere. Ma forse non proprio lettere. Riflessioni, brevi messaggi, valutazioni da un altro universo. Come Hagenbach aveva fatto con la moglie. Il senso della vita che si eclissa riversato su carta. Solo che questa volta io le avrei scritte a me stesso».
Chi scrive con regolarità a se stesso, fondamentalmente sta tenendo un diario. E il romanzo, che ora da epistolare si fa intimo e personale, sancisce con pagine costellate di immagini degne di nota questo percorso di dissoluzione e fuga dalla vita «Ognuno sa di avere un’alleanza con sé stesso. Ed è l’unico concordato che non si deve infrangere. Altrimenti arriva veloce e senza riguardi la necrosi del cuore. Mi sento alla fine di un mandato. Manca solo qualche atto formale, poi ecco la scadenza naturale. Fra poco presenterò le mie dimissioni dal genere umano. Il mare della tranquillità. Io voglio arrivare lì».
Ed è qui, alla fine di questo viaggio, che Aloe depone il suo mandato di narratore nelle mani del lettore, che crediamo ne resterà soddisfatto.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

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Finali regionali e nazionali del premio Asimov. Abbiamo numeri record (e ci fa piacere)

Il premio Asimov chiude una edizione da record. Se volete partecipare ai due eventi finali, siete tutti invitati!!!
ll “Premio Asimov” è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli. Esso vede come protagonisti sia gli autori delle opere in lizza che migliaia di studenti italiani, che decretano il vincitore con i loro voti e con le loro recensioni, a loro volta valutate e premiate.

Il Premio intende avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara. Nasce da un’idea del fisico Francesco Vissani, che si è ispirato ad analoghe iniziative della Royal Society. Inizialmente istituito dal Gran Sasso Science Institute, grazie alla collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e di molte altre realtà scientifiche, si qualifica oggi come Premio di livello nazionale.Il Premio è intitolato allo scrittore Isaac Asimov.

Domani, Venerdi` 28 Maggio alle ore 15, si svolgera` la cerimonia conclusiva Toscana, a cui sono stati invitati a partecipare i ragazzi  toscani che hanno scritto le  recensioni giudicate migliori e il/la migliore per ogni scuola. Verranno inoltre annunciati i nomi dei ragazzi che hanno ricevuto una  “menzione speciale” per aver scritto una ottima recensione, pur non essendo risultati vincitori.

Infine Sabato 29 Maggio alle ore 16 si svolgera` la cerimonia nazionale conclusiva del Premio Asimov: sono stati invitati a partecipare al dibattito uno studente o studentessa per ogni regione, e alla fine sara`annunciato il libro vincitore della sesta edizione.

Sara`possibile seguire in diretta streaming i due eventi sul canale You Tube del Premio Asimov, sia Venerdi` 28 che Sabato 29 Maggio: https://www.youtube.com/PremioAsimov
Cogliamo l’occasione per ringraziare tutte le scuole che anche quest’anno, con la loro collaborazione ed il loro impegno, hanno permesso che il Premio  Asimov avesse successo, e naturalmente tutti i componenti della commissione scientifica toscana che hanno svolto una enorme mole di lavoro per leggere e valutare le recensioni
Questi alcuni dei fantastici numeri del Premio 2021
numero di studenti aderenti: quasi 15.000
numero di regioni coinvolte 15
numero di scuole coinvolte 197
numero di professori coinvolti 668
numero di ‘giudici’ in aggiunta ai professori 192
Numero di recensioni  valide 9439  (di cui in Toscana: 890)

Vi Aspettiamo!!!

Quanto a me, mi occuperò delle interviste in relazione al libro di Telmo Pievani che fa parte della cinquina 2021

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La Festa della Scuola Ascoli 1-3 Settembre

“La Festa della Scuola”

(Ascoli Piceno, dal 1° al 3 settembre 2021)

“La Scuola Secondo me”. Potrebbe essere il titolo di un libro, ed esprime nei fatti un desiderio recondito, un sogno, un obiettivo spesso coltivato da chi vive la scuola. Nasce da questa semplice frase “La festa della Scuola”, un evento culturale organizzato dal professor Massimo Arcangeli, docente ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari e responsabile dell’associazione La Parola che non Muore, in collaborazione con l’associazione La Voce della Scuola del prof. Diego Palma.

La Festa della Scuola, aperta alla partecipazione di tutti e di cui è in preparazione il sito (www.lafestadellascuola.it), si terrà il 1°, il 2, il 3 settembre 2021 ad Ascoli Piceno.

I temi al centro della manifestazione: precariato; docenti “ingabbiati”; trasparenza, sicurezza, programmazione e dispersione scolastica.

C’è sempre una venatura eroica, e al tempo stesso un po’ malinconica, nei discorsi degli insegnanti, come di chi abbia sperimentato tante volte il fallimento di un’idea inseguita per un’intera vita senza riuscire mai a realizzarla: insegnare. Se in anni di grandi trasformazioni, più subite che condivise, non sono mancati i richiami alla mobilitazione e alla protesta, e poi le manifestazioni, gli scioperi, gli appelli del ceto intellettuale (di cui anche gli insegnanti dovrebbero essere parte) in difesa dell’istruzione e della scuola, i vari appelli sono purtroppo caduti ogni volta nel vuoto anche per l’impotenza di una categoria delusa, divisa, demotivata, inascoltata e, spesso, rassegnata alla sconfitta.            

Una soluzione a tutto questo è però stata sempre a portata di mano, davanti ai nostri occhi. Anziché alimentare le divisioni è necessario unirsi e allearsi con chi abbia veramente a cuore la scuola, per rompere definitivamente il suo isolamento. Piuttosto che nasconderci la verità, come troppe volte è accaduto, è necessario far conoscere anche all’esterno ciò che succede nelle nostre scuole. Solo così si può pensare di raggiungere una piena consapevolezza di sé e di proiettarla in un disegno, in una visione del futuro. Per questo, e per tanti altri motivi, vi chiediamo di partecipare alla Festa della Scuola. Sarà una preziosa occasione per poterci conoscere, per poterci confrontare, per poter immaginare e progettare insieme la scuola di domani. All’evento prenderanno parte docenti, studenti, famiglie, gruppi di coordinamento e associazioni di categoria, sindacati, giornalisti e rappresentanti della politica.

Il nostro principale obiettivo, perché la scuola esca dal suo isolamento, è di progettare lascuola di domani partendo dai problemi del presente, di lavorare tutti insieme per la ricostruzione di un sistema scolastico che valorizzi il lavoro degli insegnanti, che ne riconosca e ne salvaguardi la professionalità, che metta in primo piano i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Una scuola unilaterale, separata dalle vite dei giovani, ne favorisce la dispersione; una scuolache coinvolga attivamente gli studenti al fine di contribuire a migliorarla li richiama invece a sé, e quegli studenti così non si perderanno (né oggi, a scuola; né domani, all’università o nel mondo del lavoro). Solo così si può puntare seriamente a una scuola che, anziché essere considerata un costo, possa rappresentare per lo Stato italiano, come per qualunque nazione abbia a cuore l’istruzione, la formazione e l’educazione alla cittadinanza, il suo più grande investimento. Una scuola che riparta dalla cultura, il vero capitale da tutelare e incrementare

Con preghiera di pubblicazione e diffusione.

Per info e contatti:

 Ufficio stampa:

Massimiliano Bellavista
tel. 335 6148685, e-mail: bellmaxi@tin.it

www.thenakedpitcher.com

Organizzazione:

Prof. Massimo Arcangeli, per La Parola che non Muore

Cell. 3473420905 – mail: maxarcangeli@tin.it

Prof. Diego Palma, per La Voce della Scuola

Cell. 3209326963 – mail: redazione@lavocedellascuolalive.it

LA VOCE DELLA SCUOLA – LIVE SOCIAL

Sito web: https://www.lavocedellascuolalive.it Facebook: https://www.facebook.com/vocedellascuola

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Laboratorio vie brevi: la classifica finale dei brevi

https://www.italiabookfestival.it/fiera-del-libro/palco

TERZO POSTO

Fuori dall’ombra di Laura Tarchetti

È inutile cercare responsabilità da caricare su qualcosa o su qualcuno. A volte le vite vanno semplicemente come devono andare. Alla mia è successo così. Non sopporto chi mi dice: “se avessi fatto”, “se avessi scelto” o peggio: “avresti dovuto”. Molti anni fa, mi è capitata una strada e l’ho percorsa con i mezzi a mia disposizione. Per proteggermi ho eretto muri e scavato fossati, circondandoli di rovi spinosi. Ho chiuso ermeticamente la porta e anche, il più possibile, la bocca. Gli occhi, non è stato necessario. Sono fortunata, faccio per mestiere quello che mi più amo: gioco a scacchi. Chi critica la mia solitudine, il buio delle mie stanze, le mie giornate silenziose, può dirsi altrettanto soddisfatto di sé? Sicuri che la felicità faccia rumore? Che debba brillare sfacciata sotto il sole?

Quando, come oggi, abbandono per lavoro i luoghi a me familiari, scivolo nel mondo magico delle partite, dove mi sento altrettanto a mio agio. Devo tenere al sicuro il mio Re, magari capiterà di incontrarlo ancora. Sono perfettamente concentrata.

Ma un rumore di passi, ora, fa scricchiolare la mia quiete, incrinandola pericolosamente.

Decido veloce, alfiere in D4, scacco. Fermo il cronometro, devo fare una pausa. Prendo il bastone e mi alzo, allontanandomi dalla scacchiera.

La crepa si allarga. Due parole, le sue, e il silenzio si spezza.

  • Ciao, Anna.

Una lama di luce irrompe attraverso la breccia, si rovescia nella sala e mi avvolge in un calore dimenticato, splendente.

Sono cieca, è vero. Ma io, comunque, vedo.

SECONDO POSTO

SOTTO I RIFLETTORI di Andrea Mariani

La sagoma di Anne Binoche emerse dal fondo del palcoscenico un tratto alla volta. Si fermò a un metro dal proscenio, abbozzò un sorriso che tanto ricordava una ferita aperta e sollevò un braccio scheletrito tirando la manica del costume di scena.

“Sotto i riflettori, ho sempre finto di essere una donna forte, brillante, dalla battuta pronta.” Si sfiorò l’ovale quasi a volersi liberare di una maschera immaginaria. “E ora sono qui per mostrarvi il buio che si nasconde dietro l’attrice che tutti conoscono.” La voce le s’incrinò e le spalle ondeggiarono quasi sferzate da un colpo di vento. “Se mi guardo indietro, vedo una ragazzina travolta troppo presto dalla celebrità; una ventenne anoressica dipendente dall’anfetamina; una trentenne con manie suicida; una quarantenne dedita all’alcol e, infine, una cinquantenne che si guarda allo specchio e si riconosce a stento…”

Le luci del teatro si accesero d’improvviso, scontornando la seduta delle poltrone e le modanature del loggione. L’attrice sbatté le palpebre, si guardò intorno e le parole le morirono in gola.

Il tecnico del suono le si avvicinò, le sistemò il piccolo microfono nascosto sotto l’orlo della scollatura e se ne tornò dietro le quinte.

La voce del regista rimbombò un attimo dopo.

“Anne, ci prendiamo cinque minuti di pausa. Poi ripassiamo le battute. Attieniti al copione ed evita d’improvvisare. Tra due ore vai in scena e gli spettatori vogliono vedere l’attrice sotto i riflettori, non una donna che si piange addosso; quella lasciala nel camerino, possibilmente al buio.”

PRIMO POSTO

LA LUCE di Roberta Grugni

Le mie amiche hanno detto che sarà un viaggio spettacolare. Non so dove l’hanno sentito dire, nessuno è mai tornato da laggiù. Ma tra otto minuti lo scoprirò.

Sono un po’ emozionata, mi dispiace lasciare casa, ormai mi ero abituata a fluttuare sulle onde del nostro lucente padre. Ma è da tempo che è irrequieto e ha deciso di mandar via tante di noi. Forse ormai siamo troppo vecchie e dobbiamo far spazio alle più giovani.

Così prendo un bel respiro, deglutisco, chiudo gli occhi e parto. 300.000 chilometri al secondo potrebbero far vomitare chiunque, ma non me, anzi io mi diverto. È come salire in giostra, una volta partiti, non vorresti mai scendere.

E allora via! Il buio dello spazio mi avvolge, non è bello stare qui fuori, c’è troppo silenzio. Ma è questione di un attimo e all’orizzonte già vedo la mia meta. Wow! Avevano ragione le mie amiche: è blu! Mi fiondo a capofitto ed entro nella sua atmosfera. E anche se il blu, sopra e sotto, è il colore dominante, c’è anche tanto verde, e qua e là del rosso, del giallo. Sono macchie irregolari e invitanti. Ma io non ho il controllo della mia direzione; vorrei andare verso quell’azzurro che si muove in onde cadenzate, e invece finisco dritta dritta verso una macchia scura, grigia, fumosa. Una macchia triste da cui si levano lamenti. Cado in uno stretto vicolo, un coacervo di finestre, sporcizia, puzza, dove quelli come me faticano a entrare e sembrano malaccetti. Poi vedo una minuscola creatura con i pantaloni rotti che alza il viso al cielo e mi sorride. E capisco di essere finita nel posto giusto.

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Parte Italia book Festival ,7-9 Maggio siamo in ballo…

Venerdi 7 maggio

In grassetto gli appuntamenti che mi riguardano più da vicino

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Diastema Edizioni

ore 15,30 Presentazione di Incipit 23 Cafè

ore 16,00 Incontro con l’Editore – Levania Edizioni

ore 16,30 Incontro con  Leonardo Taiuti e Massimiliano Innocenti di Bookdealer i tuoi librai a domicilio

ore 17,00 Incontro con l’Editore – ErreKappa Edizioni

ore 17,30 Marco Tarozzi, giornalista, presenta il libro “L’oro di Ondina, il primo trionfo di un’italiana alle Olimpiadi” (Minerva Edizioni). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 18,00 Incontro con l’Editore – Pandilettere Edizioni

ore 18,30 Semifinale 1 di SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 19,00 Semifinale 2 di SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 19,30 Incontro con Gianni Bugno,  A trent’anni dai suoi più grandi successi, Bugno si racconta nella sua prima autobiografia “Per non cadere. La mia vita in equilibrio (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 20,30 Incontro con l’Editore – Atile Edizioni

ore 21,00 Incontro con Franco D’Aniello, musicista e fra i fondatori dei Modena Cty Ramblers autore del libro “E alla meta arriviamo cantando” (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

Sabato 8 maggio

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Baglieri Editrice

ore 15,30 Marta Bolognesi presenta il libro “Il cangiante mondo di Elia” (Nepturanus Edizioni)

ore 16,00 Pierfranco Bianchetti presenta il suo libro “L’altra metà del pianeta cinema” (Aiep Edizioni). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 16,30 Incontro con l’Editore – Fiori d’Asia Edizioni

ore 17,00 Incontro con Enrico Quaglia – Libri da asporto

ore 17,30 Incontro con l’Editore – Nep Edizioni

ore 18,00 Incontro con Daniela Mena, direttrice della Microeditoria di Chiari

ore 18,30 Reading light show con lo scrittore Filippo Nibbi, il giornalista Francesco Ricci e il professore Massimiliano Bellavista

ore 19,00 Incontro con l’editore – Mimep Docete Edizioni

ore 19,30 FInale prima parte SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 21,00 “Emilia nera – tra Aurora e la scrittura”. Incontro con la scrittrice Barbara Baraldi. Dialoga con la scrittrice Simone Metalli 

Domenica 9 maggio

ore 11,00 Stefano Cavina presenta il libro “Marte e le origini della vita (Aiep Editore). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini.

ore 12 Incontro con l’Editore – Pagine in progress

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Gruppo Il Viandante Chiaredizioni

ore 15,30 Fiori Picco presenta la “Trilogia del Guangdong – tre raccolte di narrativa, poesia e saggistica di autori cinesi contemporanei” (Fiori d’Asia Editore). Dialoga con l’editrice il giornalista Stefano Zanerini

ore 16,00 Incontro con l’Editore – AltrEdizioni

ore 16,30 Francesco Barone presenta il libro “I musulmani dell’Italia medievale” (Officina di Studi Medievali Editore). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 17,00 Lettura Day – Incontro con  Annarita Corrado  – Adei associazione degli editori indipendenti

ore 17,30 Incontro con l’Editore – Puntidiivista Edizioni

ore 18,00 Premiazione racconti “Le vie brevi – luce” con il professore Massimiliano Bellavista

ore 18,30 Incontro con l’Editore – Tomolo Edigiò Edizioni

0re 19,00 Incontro con la scrittrice Federica Bosco. Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 19,30 Andrea Bertolini presenta i suoi libri “Viaggio nella gnosi”, “Manuale di quarta via” e “Universo simbolico dei tarocchi” (Bastogi Libri Edizioni). Dialoga con l’autore il giornalista Stefano Zanerini.

ore 20,00 Incontro con Andrea Mingardi, cantante e scrittore. Presentazione del suo nuovo libro “Dopo l’uragano” (Edizioni Cidem). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 21,00 Incontro con Simone Cristicchi, cantante e scrittore. Presentazione del suo nuovo libro “Happy Next – alla ricerca della felicità (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

In evidenza

Un libro interessante e fuori dagli schemi

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Un articolato omaggio
di Mario Segni al padre

di Massimiliano Bellavista
Da Rubbettino un volume che getta nuova luce
su un’epoca grigia, destinato a far discutere

C’è stato il tintinnar di sciabole di Nenni e poi il tintinnar manette di Scalfaro. Siamo senza dubbio un paese dove i tintinnaboli di antica memoria sono ancora vivi e vitali e continuano a risuonare nella testa dei nostri politici.
Illo tempore servivano a scopi varî. Talora erano considerati come strumenti musicali, ma spesso venivano semplicemente usati per dare il segnale della chiusura o dell’apertura di edifici di interesse pubblico. Soprattutto era proprio col suono del tintinnabulum che il nuntius indicava, come più tardi nella religione cristiana, il momento del sacrificio. Nel contesto degli anni Sessanta e poi anche oltre, l’evocazione del tintinnio diviene sinonimo di rivelazione di una presunta oscura minaccia fondata sul possibile uso della violenza, sulla percepita imminente violazione intenzionale, da parte di non si sa chi, dei diritti e dei limiti dei poteri su cui questa Repubblica è ancora fondata. E il sacrificio reale seguito al presunto tintinnabolo cui si accennava è stato in Italia quello del capro espiatorio di turno, quello insomma in cui iniettare tutti i veleni di un’epoca per poi farlo affondare nell’assurdo, moralmente e spesso anche fisicamente.
Ma uno Stato serio non può mica fondarsi sui campanelli, se non vuole diventare il paese dei tintinnaboli, e per uscire da ogni ambiguità deve o dovrebbe discutere di fatti concreti, storicamente fondati.
Pare questa la miglior sintesi del tema e dell’obiettivo del libro di Mario Segni, Il colpo di Stato del 1964 – La madre di tutte le fake news (Rubbettino editore, pp. 180, € 13,00). Un libro appassionato, sicuramente, ma anche obiettivo, equilibrato nei giudizi e di grande interesse.
Certo, come sottolineato da Agostino Giovagnoli nella sua ottima introduzione «Figlio dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è in qualche modo parte in causa e non lo nasconde affatto. È evidente ed esplicita la preoccupazione di tutelare la memoria di suo padre e di rendergli ciò che gli spetta, in primo luogo il riconoscimento della sua rettitudine morale prima ancora che il ricordo della sua figura di democratico e antifascista. Un proposito che non è solo legittimo, ma anche utile per la ricerca della verità: qui Mario Segni riporta, infatti, un’ampia serie di fatti, documenti e argomenti di grande importanza per fare chiarezza». Il seguito del volume sembra dargli ragione su tutta la linea. In un paese culturalmente provinciale, politicamente comunale e per tutto il resto ancora legato agli interessi di quartiere o alle beghe di condominio è proprio questo che manca, un confronto serio e fondato riguardo a un’epoca grigia, condotto da più punti di vista, almeno quelli ancora disponibili. Un’epoca, quella della crisi del 1964, destinata probabilmente a rimanere tale, cioè grigia, oscura, vista la dipartita di tanti testimoni diretti e l’istituzionale e sistematica reticenza di molte parti in causa, nazionali e soprattutto internazionali. Invece questo confronto franco e costruttivo latita, lo vediamo in questi giorni, a libro non ancora uscito, con il susseguirsi di prese di posizione sui più diffusi quotidiani. E intanto quei fatti importantissimi, forieri di ampie e gravi implicazioni storiche per la Penisola, rimangono appannaggio di un pubblico di iniziati, non vengono spiegati se non propinando vulgate rituali e coinvolgono i giovani nelle scuole e università più o meno quanto le guerre puniche.

Tirare in ballo per la storia italiana recente il concetto di fake news
Abbiamo detto che il libro è un’ampia e originale disamina dei fatti della crisi apertasi nel torrido giugno 1964. La crisi del governo Moro, l’ostilità di Segni alla politica di collaborazione Dc-Psi, i profondi imbarazzi a destra e a sinistra per opposti ma coincidenti motivi, le difficoltà dell’Italia in politica economica. E un presidente che si trova stretto in una morsa che a tratti pare senza via di uscita e che lo scuote non solo politicamente, ma anche fisicamente, psicologicamente, con le ben note nefaste conseguenze che questo avrà a breve sulla sua salute. Prosegue il libro di Segni: «Premesse importanti in questo senso erano già state poste dall’esito delle elezioni del 1963, pesantemente negative per il centro-sinistra, e successivamente la “congiuntura economica” dette una spinta decisiva per il cambiamento. Alla svolta del luglio 1964, in altre parole, concorsero processi e forze ben più potenti delle azioni di qualche militare. Il tema vero di quella crisi fu soprattutto un altro: la continuazione o meno della collaborazione di governo tra democristiani e socialisti, per impedire la quale si attivò anche Antonio Segni. Come altri, infatti, il Presidente della Repubblica era convinto che, con la loro politica economica, i socialisti indebolissero la struttura economica del Paese e minacciassero di portarlo fuori dall’Occidente. Che cioè aprissero la strada al pericolo comunista. Ritenne perciò suo dovere prendere posizione contro il centro-sinistra per difendere gli interessi supremi dell’Italia. Del resto, Segni era stato eletto Presidente della Repubblica, anche per volontà di Moro, proprio perché presidiasse la collocazione atlantica e occidentale del Paese».
Il volume, in uno stile piano e posato ma molto chiaro, ripercorre un periodo colmo di sfumature e ambiguità (si direbbe una infinita scala di tonalità grigie) con una sola pretesa, che però anima tutte le pagine, ovvero quella di richiamare tutti all’obiettività e all’immedesimazione nel modo di pensare e nelle logiche dell’epoca, perché è fin troppo facile giudicare ex post, vestiti con gli abiti del poi. Per fare questo, Segni parte da basi semplici e incontrovertibili, pubblicando lettere e documenti di notevole interesse, documenti che sono stati ritrovati di recente, ancora in fase di riordino e che saranno poi a disposizione all’interno dell’Archivio Antonio Segni.
A tutto questo si accompagna, provocatoriamente, l’uso del termine fake news. Termine che, certamente, fa alzare il sopracciglio a molti che hanno vissuto la compostezza e la solennità della comunicazione giornalistica di quegli anni, ma che tuttavia non è uno slogan inventato per aumentare le tirature e anzi è strutturalmente legato a ogni pagina, a ogni considerazione contenuta nel libro. Insomma, una volta letto il volume non si può fare a meno di pensare che abbia ragione Giovagnoli quando dice che «Molte opinioni diffuse sul “golpe” del 1964 prescindono sic et simpliciter dalla verità dei fatti perché si sono formate e consolidate sulla base di motivazioni politico-ideologiche impermeabili alle verifiche fattuali. Non accade solo per le vicende del luglio 1964, ma questo caso è particolarmente emblematico». Fake news insomma.
In effetti è così, e il libro lo dimostra in modo disarmante. La vicenda del piano Solo ha inizio il 10 maggio del 1967. L’intera prima pagina de L’Espresso è occupata dal titolo a caratteri cubitali: 14 luglio 1964 – Complotto al Quirinale. E sotto, a caratteri ancora più estesi, Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato. Nel novembre di quello stesso anno si apre un processo e tutta la storia, ricostruita in modo puntuale nei capitoli che si susseguono, ha un esito singolare: l’indagine giudiziaria smentisce i giornalisti su tutta la linea, ma le fake news hanno invece l’esito opposto, conquistano spazio e fuorviano menti. «Mentre l’indagine giudiziaria si conclude, come sappiamo, con una clamorosa sconfitta dei giornalisti de L’Espresso, l’orientamento della pubblica opinione si sposta gradualmente verso le tesi dell’accusa. Non esistevano sondaggi in quel periodo. Ma l’andamento della stampa, che al processo dedica spazi amplissimi, è indicativo. Molti dei giornali non pregiudizialmente schierati con una delle parti, cambiano sensibilmente opinione, e da un atteggiamento neutro e distaccato, passano a considerare fondate le affermazioni de L’Espresso». È del resto, quello, un periodo di inchieste aggressive e a tratti anche feroci, basti pesare allo scandalo Lockheed, l’azienda americana produttrice di aeroplani che rivelò nel 1976 a una commissione del Senato americano che aveva corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia. Leone dovette dimettersi sotto gli attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito radicale e dal settimanale L’Espresso, salvo poi essere riabilitato come «capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese». Come si legge nella lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.
In questo sta forse uno degli indubbi meriti dell’opera di Mario Segni, ovvero quello di obbligarci a investigare un’epoca ma soprattutto un distorto atteggiamento mentale, che anima ancora la nostra politica: le fonti sembrano secondarie, la verità storica anche, mentre l’interpretazione ideologica e distorta è tutto. Per far presa sull’opinione pubblica non conterebbe insomma la verità, ma come e quanto forte si è capaci di urlare una menzogna. Questa è un’epoca di perniciosa sfiducia nei mezzi del confronto culturale e dell’argomentazione fondata, dove ognuno ama rinchiudersi nella propria bolla comunicativa, fatta solo e soltanto di altri individui che la pensano allo stesso modo. Provate se volete in questo senso a vedere cosa riporta Wikipedia alla voce “Piano Solo”. Un libro che si proponga di coltivare il dubbio di fronte a interpretazioni monocordi (si vedano a questo proposito le pagine del libro che smontano la famosa storia sulle ragioni dell’ictus che colpì Segni impedendogli l’esercizio delle funzioni presidenziali il 7 agosto 1964) è già per questo solo fatto meritevole di lettura.

La testimonianza e il dovere di un figlio
Ma il libro ha anche un’altra valenza. È il generoso e costruttivo atto di riabilitazione, prima di tutto morale, di un figlio verso il padre. Prendendo a prestito, visto che se è parlato a più riprese, un termine caro alle vicende giudiziarie, si potrebbe dire che si tratti di un atto dovuto. A lungo meditato, di certo non improvvisato (lo si intuisce subito sfogliando le pagine del volume) e come anticipato forse anche necessario. Ora, è singolare e sintomatico del livello attuale del dibattito politico nel paese, che anche questo atto sia oggetto di ironia e di inconcludente ridicolizzazione, invece che di apprezzamento o perlomeno di rispetto. È successo di recente sulle colonne di Repubblica, dove lo storico Miguel Gotor ha parlato commentando il libro di «una testimonianza interessante, riprova di un tenerissimo amore filiale di cui sarebbe sbagliato non tenere conto in un Paese pieno di buoni sentimenti come il nostro». Una delegittimazione che appare certamente eccessiva anche se, in effetti, qualche passaggio appare più rispondente al desiderio di un figlio di difendere la memoria del padre che all’onere di raccontare momenti così delicati della Storia italiana.
Con il presente volume Mario Segni segna anche un altro punto a suo favore, quello di richiamare alla sensibilità del lettore come sia importante rileggere con attenzione il passato. Attraverso un’approfondita analisi anche semantica e filosofica di questo “periodo di mezzo” post Scelba e Tambroni, egli sa mettere in luce quei comportamenti, quei linguaggi e quelle scelte che, spesso anche oltre la volontà e la consapevolezza di chi li mise in atto, posero le basi della strategia della tensione. Una semina di terrore che proprio in quegli anni trovò il terreno ideale dove mettere radici.
Non resta al lettore che trarre le sue personali conclusioni e forse cogliere l’invito che Segni fa concludendo il volume: «La Repubblica ha quindi una storia di cui possiamo andare fieri, non dobbiamo vergognarci. Il Partito comunista non ha avuto la forza di rivedere gli errori e le tragedie della sua storia. È un peccato, perché al grande merito di essere approdato alle rive della democrazia, pur partendo da tanto lontano, e anzi di avere contribuito moltissimo a salvarla nel periodo più pericoloso del terrorismo, avrebbe aggiunto quello della sconfessione degli errori del passato, e avrebbe dato un grande credito alla nuova sinistra, e a tutta la classe politica nel suo complesso. Ma ormai anche quella storia è finita. E forse adesso è più facile per tutti guardare indietro con serenità».
Sapremo farlo, o tentennando ci limiteremo al tintinnio?

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

In evidenza

In memoria di Wopke Kleinhoek, lo scienziato che sapeva quando tacere

Quando si dice che la matematica è o dovrebbe essere più al centro dei nostri programmi scolastici si dice una grande verità. Per le giovani generazioni, la cultura matematica e scientifica è tutto. Lo dimostra in questi ultimi anni, ad esempio il ruolo dei ricercatori, dei virologi e degli epidemiologici divenuti autentiche star e personalità di riferimento a livello sociale. Proprio oggi 26-04-2021 si festeggiano i dieci anni dalla scomparsa del matematico macedone naturalizzato olandese Wopke Kleinhoek, probabilmente il più grande esponente del suo campo negli ultimi trent’anni.

Il nome forse non vi dirà molto ma non c’è matematico, anche di infimo livello, che non si sia confrontato con almeno una parte della sua sterminata produzione, che i suoi allievi (il famoso scienziato non scriveva e non pubblicava) ebbero cura di raccogliere, trascrivere dai suoi appunti ed editare pazientemente nei cinquantacinque volumi della fondamentale opera Monumenta.

Nato nel 1927 a Higrornick, un piccolo paese agricolo, figlio di un rigido e austero pastore protestante, il giovane Wopke fu ben presto avviato agli studi scientifici, viste le sue qualità del tutto eccezionali e la vivacità della sua intelligenza. Quando aveva otto anni, inventò un particolare orologio, che installò sulla locale torre campanaria, il quale era praticamente in grado di autoregolarsi e autolubrificarsi, nonchè di segnalare con particolari suoni e grande frastuono, di volta in volta diversi, ma anche con la più accurata precisione le fasi lunari, le eclissi, i passaggi di comete, gli eventi atmosferici particolarmente avversi alle colture e i cambi di stagione. Grande fu lo stupore della comunità e continuo l’afflusso di turisti e curiosi, che ad ogni ora del giorno e della notte si accampavano a centinaia in piazza per ascoltare le melodie dell’orologio, accompagnandole con festosi boati di ammirazione. A dieci anni inventò un parafulmine portatile per il bestiame con lo scopo di risolvere l’annoso problema di quei quattro o cinque capi che ad ogni stagione venivano uccisi da una scarica sui pascoli alti. Convinse gli allevatori del luogo a dotare tutto il bestiame del suo ritrovato, che chiamò il campanaccio di Kleinhoek, praticamente una cuffia in rame per bovini, ma un’estate metereologicamente molto instabile con molti temporali causò una moria di vacche a causa sia di reazioni allergiche al metallo che di terribili folgorazioni quale non si era mai vista a memoria d’uomo e consigliò l’istantanea rimozione del dispositivo. Successivamente si concentrò con incoraggianti risultati sulle tecniche di conservazione del formaggio fresco con l’arsenico e anche sulla geologia, elaborando un metodo per riportare in piena attività i vulcani spenti della zona che suscitò grande attenzione da parte dell’amministrazione regionale.  Da quel momento in poi un esponente dell’amministrazione lo affiancò quotidianamente nei suoi studi senza perderlo mai di vista.

Per l’undicesimo compleanno il suo primo professore di scienze gli regalò un trattato di oltre mille pagine che enucleava i problemi allora aperti nella matematica contemporanea, invitandolo, se ne avesse avuto il tempo, a tentare di risolverne almeno uno di sua scelta.  Dopo oltre un mese, visto che il giovane Wopke non accennava più al libro, l’insegnante gli domandò a che conclusioni fosse arrivato e se avesse risolto qualcuno di quei dilemmi. Lui per tutta risposta gli disse che li aveva risolti tutti la notte del suo compleanno, ma che ormai si era scordato tutte le soluzioni, tanto esse gli erano apparse ovvie e banali. Il professore, estasiato, lo segnalò piangendo al migliore liceo locale.  Quando partì per il liceo, c’erano tutti i suoi concittadini a salutarlo. Kleinhoek disse che parevano felici e sollevati che avesse avuto quella chance.  Per l’occasione il sindacò gli riconsegnò il suo orologio, ritenendolo troppo importante e avanzato per quella piccola comunità di pastori e agricoltori sempliciotti dalle abitudini banali e ripetitive, che desideravano fare vita ritirata e dormire la notte, invece che ascoltare i preziosi suggerimenti dell’orologio e le sue vivaci melodie con i turisti di tutto il mondo. Oltretutto i frequenti colpi di fucile di cui l’oggetto era stato in passato fatto segno da ignoti nemici del progresso scientifico, richiedevano una manutenzione costosa e continua che solo lo stesso Kleinhoek poteva garantire.

Kleinhoek ebbe una lunga e gloriosa carriera. Laureatosi con il massimo dei voti con una tesi così avanzata che il relatore, il celebre matematico Franz Dilbert, rinunciò a interpretarla dichiarandosene non all’altezza, cosa che suscitò grande emozione nell’ambiente accademico, emigrò in Olanda, dove conobbe in una birreria il ricco e celebre mercante di diamanti Oliver Ganzfalsch. Costui, affascinato dalla personalità del matematico, gli garantì una cattedra speciale a vita presso l’Università di Delft. Ganzfalsch dovette scontrarsi con le perplessità dell’ambiente scientifico, che generalmente giudicava l’approccio di Kleinhoek geniale ma criptico e troppo complesso, anche perché lo studioso non pubblicava mai i suoi risultati, né accettava di confrontarsi con i suoi colleghi, e si limitava ad annunciarli diffondendo delle note vergate di suo pugno in una grafia di difficile decifrazione (Kleinhoek vergava i suoi appunti su block notes formato A5 a quadretti, usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio). Ganzfalsch si disse certo che si trattava di difficoltà passeggere, in quanto lo studioso lavorava alla matematica del futuro, che non poteva essere compresa con chiarezza dai suoi contemporanei. La stampa infatti parlava di sovente degli studi di Kleinhoek come di una ‘matematica visionaria e profetica’. Kleinhoek accettò il posto offertogli da Ganzfalsch e dall’Università a condizione di non dovere insegnare, non dover mai pubblicare i suoi lavori e a patto che fosse costruito per lui un sottopassaggio che collegasse direttamente la cantina del suo appartamento con la portineria dell’Università. Kleinhoek soffriva infatti di gravi forme combinate di agorafobia, fotofobia, pluviofobia amaxofobia e fobia sociale. 

In effetti ebbe molti devoti discepoli, ma dettava loro i suoi appunti stando sempre in una stanza dei laboratori diversa dalla loro e, per quel che si sa, ebbe una sola relazione nella sua vita, con Nadja Dadusc, sua studentessa, per la cui intelligenza nutriva una stima sconfinata. Non vissero mai insieme, frequentandosi pochissimo anche dopo il matrimonio, perché lui abitava e passava le notti quasi sempre nei locali dell’università.  Si diceva che, ancora dopo dieci anni dal loro matrimonio, ogni volta che Wopke incontrava Nadja nei corridoi dell’università, si togliesse il cappello e le baciasse la mano per presentarsi, segno di un amore imperituro che resistette agli anni e alle difficoltà,

 Il suo contributo alla scienza è stato sconvolgente, grazie all’enorme modernità delle sue scoperte, combinate con un profondo senso dell’etica e dell’umiltà. Infatti Kleinhoek annunciava le sue scoperte, ma ne condivideva sempre il merito con i suoi allievi, cui magnanimamente lasciava il compito di formularle, testarle e comunicarle all’ambiente scientifico. Tali scoperte, stranamente, erano spesso assai distanti dai suoi studi e gli stessi allievi elogiavano il suo metodo, che puntava a renderli assolutamente autonomi. Tanto è vero che hanno spesso raccontato di aver avuto più volte l’impressione di esserci arrivati tutti da soli. Per questa sua capacità quasi maieutica, Kleinhoek viene spesso indicato come ‘Il Socrate della matematica’. Il suo motto preferito, che aveva trascritto in un cartello appeso alla porta del suo ufficio recitava: ‘Socrate supponeva di non sapere, io sono certo di non sapere un accidente. Quindi se entrate non chiedetemi niente’. Succedeva che molti si commovessero per questo esercizio di modestia, piangendo prima di entrare nel suo ufficio e continuando a piangere anche quando ne uscivano. E dire che la sua corporatura esile, e la sua faccia bianca e slavata, spesso inespressiva, non suggerivano affatto questa profondità spirituale.

I sui detrattori dicevano che in realtà era freddo e impassibile come un giocatore di poker. E che, essendo totalmente non empatico e anaffettivo ‘Kleinhoek era bravo a dissimulare le emozioni perchè in realtà non le provava affatto’. Ma questo francamente appare un travisamento della realtà.

I suoi studi si basano tutti sulla dimostrazione della congettura di Alphonse Le Chat che a sua volta si proponeva di risolvere il famoso e antico ‘dilemma dei felini’ di Casarini, un tipico problema di ordinamento dal caos. Tuttavia Le Chat non era mai arrivato ad una prova inappellabile. Il dilemma consiste in questo: dato un numero pari e costante di entità uguale a 44 si deve dimostrare che è sempre possibile ordinarle in una matrice di 6 file di 7 elementi ciascuno, con resto costante pari a 2. In pratica:

                                                                44 (G)F(6×7)=R(2)

Kleinhoek ricercò questa soluzione ininterrottamente, avidamente, sette giorni su sette, per oltre cinquant’anni, vivendo nella grigia cantina del palazzone che l’università gli aveva concesso per ospitare i suoi laboratori. Nel 1980, per i suoi instancabili sforzi gli fu conferita la medaglia Fields, il Nobel per la matematica, che lui però non ritirò mai in protesta contro il costo eccessivo dei trasporti aerei, che riteneva antidemocratico. Questo episodio, interpretato da alcuni biografi come rivelatore e anticipatore di una crescente vocazione sociale che poi sfocerà di lì a pochi anni in un gesto clamoroso, lo ha reso celebre alle generazioni successive come il profeta dei voli low cost. Il primo volo low cost, tra Dublino e Londra, fu in effetti organizzato su un 747 che portava il suo nome.

Nel 1997 trovò finalmente la soluzione del dilemma matematico cui aveva dedicato la vita, ma sorprendentemente non la rese pubblica, semplicemente postò sul suo blog senza darne eco la notizia dell’avvenuta scoperta. Dopo alcuni mesi tuttavia un suo ex allievo, Junichiro Sakamoto, docente presso l’Università di Tokyo, navigando in internet si imbattè casualmente nel post e la voce iniziò a diffondersi nell’ambiente scientifico. Alla chetichella, tutti i migliori cervelli dell’epoca si recarono in pellegrinaggio negli scantinati dell’Università di Delft rimanendo sconvolti e confermando che la soluzione in effetti era lì, a portata di mano. E che avrebbe per sempre cambiato il modo in cui le generazioni future avrebbero guardato alla matematica, alla scienza e anche alla vita pratica. Solo che era praticamente impossibile capire come Kleinhoek ci fosse arrivato e che cosa esattamente avesse scoperto, tanto il suo ragionamento era fuori dagli schemi e pieno di sottintesi.

Tuttavia, nonostante le enormi pressioni internazionali affinché rendesse pubblica la sua scoperta la sera del 24 Maggio 1997 Kleinhoek dette intenzionalmente fuoco ai suoi laboratori, bruciò i suoi appunti e licenziò tutti i suoi collaboratori, poi chiuse il suo blog con un ultimo post formato da un’unica frase ‘ Sono arrivato alla irrevocabile conclusione che certe cose forse è meglio non le sappiate’. 

Il senso delle sue dichiarazioni è oscuro. C’è chi dice che ritenesse l’umanità non pronta all’impatto della sua scoperta. In questo senso secondo alcuni Kleinhoek fu pioniere di quel movimento di pensiero che esalta il ruolo della scienza, dall’alto dell’enorme bagaglio di conoscenze ormai accumulate, come ultimo e supremo decisore su quali scoperte e innovazioni tecnologiche rendere disponibili all’Umanità. Un decisore molto più lungimirante, obiettivo ed efficace, a detta di chi la pensa così, dei sistemi democratici.

Fatto tutto questo lo scienziato si ritirò in meditazione presso i monaci ortodossi del monte Athos, che lo ospitarono a condizione che non tentasse mai di realizzare sul posto le sue invenzioni, dove morì nel 2011 in circostanze misteriose, schiacciato pare da un pesante icona che stava dipingendo usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio. Non ha mai rivelato la sua scoperta. Il suo testamento è anch’esso composto di poche parole: ‘Non lascio al mondo eredi, parole, scoperte e studi postumi. Lascio invece al mondo intatti, irrisolti, anzi esaltati e disponibili allo studio, tutti i dubbi e le questioni aperte che ho trovato, esattamente come li ho trovati.’

Il testamento stanziava anche un lascito per la realizzazione del premio Kleinhoek-Ganzfalsch, a tutt’oggi uno dei riconoscimenti scientifici più ambiti a livello internazionale, che si conferisce ogni anno allo scienziato più saggio del mondo, ovvero quello che raggiunge la scoperta più sensazionale, ma che si impegni anche solennemente e contestualmente a non farne mai uso e a non rivelarla mai ad anima viva.

In evidenza

Lo strano caso del mondo capovolto: fine pandemia mai

Permettetemi due o tre pensieri acidi, reflussi gastrico-spirituali da ‘fine ‘ pandemia.

Si dice spesso che questo è un mondo dove la comunicazione è tutto. Anche come la comunicazione viene incartata e impacchettata,cioè a dire l’apparenza è, o dovrebbe essere, il nostro pane quotidiano. A cominciare da istituzioni e imprese.

La sensazione che invece si ricava dalle comunicazioni degli ultimi giorni è che comunicare non si sappia. O, peggio, che non si voglia. E che in fondo si conti sulla memoria corta o sulla distrazione dell’uditorio. Ci sono alcuni paradigmi classici di questa comunicazione a rovescio.

Il 25 Aprile festeggiamo.

Il 26 Aprile festeggiamo ancora: la liberazione dal Covid per decreto. Tra cinquantanni la ricorrenza sarà festeggiata riunendosi a distanza attorno a un monumento raffigurante una mascherina di marmo e poi cantando l’inno dal balcone di casa.. Però attenzione, ci dicono gli stessi che hanno dato il lieto annuncio, il Covid’non è finito’. I ristoranti possono aprire, ma …se piove? Falliscono. Le scuole riaprono al 100% ma, i mezzi di trasporto? e le aule una volta arrivati? Gli stadi: mezzi aperti ma i teatri no. Anzi si: tanto comunque se li aprono li aprono quando normalmente in anni felici le stagioni erano già finite. Il decretismo italiano è l’equivalente governativo della pietra filosofale: per decreto si può creare più o meno tutto, lavoro, immunità di gregge, ordine dal caoos, oro dal piombo, qualcosa dal vuoto.

I vaccini? sono efficaci, anzi no, anzi forse. A giorni alterni. Ma comunque si faranno i richiami per le targhe dispari e comunque conviene farli i vaccini perchè sono come la maglietta della salute, che fa sempre bene. Il fatto che poi sudando venisse la bronchite perchè la maglietta ti si appiccicava addosso era un trascurabile effetto collaterale.

Shit happens, come dice qualcuno (But does why this shit always happens to me, dice il malcapitato direttamente coinvolto, che a proposito oggi si chiama ‘resiliente’ in quanto uso ad essere circondato di escrementi e anzi, ad assorbirli un poco alla volta).

La Superlega è il calcio dei ricchi: lo dicono anzi lo strillano quelli di Fifa e Uefa (in puro stile demi vierge) che negli ultimi anni hanno mercificato anche i fili d’erba dei campi da calcio, spesso facendo un quantomeno discutibile impiego dell’etica sportiva asservita al business. Il calcio attuale è invece, notoriamente, un calcio da poveri che favorisce le squadre di quartiere e i dilettanti. Infatti I campionati europei sono oasi di uguaglianza di mezzi e li vincono sempre squadre non pronosticate.

Fissare regole in contraddizione, dire cose che si situano all’apposto di ciò che si sta facendo. E’ uno sport praticatissimo. Viene in mente il ‘corri ma non sudare’ o ‘urla piano’ delle nostre mamme, il ‘Bellavista venga volontario’ del Liceo, oppure il noto monologo di Al Pacino: ‘Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate‘.

E poi ci sono in sondaggi che dicono ciò che la gente vuole, che però in realtà dice quello che pensa il sondaggista vorrebbe sentire, che interpreta e riporta a chi prende le decisioni che a sua volta fa quello che crede che la gente voglia. In tutto questo, nessuno che guardi ad un orizzonte più ampio dei tre giorni. Governare coi sondaggi è come correre la maratona con l’enfisema polmonare acuto.

Imperversa, si sa, il politicamente corretto: ovvero l’impossibilità di applicare il diritto fondamentale all’universale uguaglianza del cretino, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso e appartenenza politica. Adesso ci sono categorie ai cui appartenenti del cretino non lo puoi dare a prescindere. Perchè si offendono e si sentono discriminati. Strano visto che i cretini sono numericamente (largamente)prevalenti sul globo. Oltretutto è un gruppo cui mi sono sentito sempre simpaticamente vicino. Questo viola un sacrosanto principio che dovrebbe essere riconosciuto dall’ONU. Dare modo al cretino di riconoscersi come tale e prendere coscienza è fondamentale. E se non è proprio un cretino, così potrebbe prendere provvedimenti.

Memoria corta: se non riusciamo a programmare oltre i tre giorni, non riusciamo neanche a ricordare fatti oltre il mese trascorso e quindi anche il perchè ce l’abbiamo con qualcuno. Se possiamo lo crocifiggiamo e poi passiamo oltre. E la politica se ne approfitta, ripulendo il sangue e riproponendoci dopo un pò la stessa minestra. Che accettiamo senza problemi, al massimo annusando un po’ il cucchiaio prima di ingerirne il contenuto. Siamo in lock down su un presente continuo.

Genericità: a furia di non sapere più conservare l’attenzione necessaria a leggere un messaggio più lungo di mezza pagina, approviamo tutto non capendo più niente.Sapendo poco di tutto e qualcosa di niente. Basta naturalmente che suoni bene e sia rassicurante, ovvero assomigli esattamente quello che ci aspettiamo che si dica. Sennò crea problemi. Ad esempio il politico deve parlare di sinergia e resilienza, il Papa benedire urbi et orbi, Miss e Mister Universo parlare della pace nel mondo, il cantante in voga usare un linguaggio che riesca a trasgredire ancora qualcosa etc etc

Bolla: sostantivo che sostituisce la parola fiducia. Significa guardare il mondo da uno specchio concavo. Se la pensi come me sei nella mia bolla. La bolla ospita solo quelli che la pensano come me. Ma se la pensi come me la mia non può essere che la verità. Cio che è nella bolla perciò è degno di fiducia, se è fuori è una fake fatto ad arte per fuorviarmi.

Terrapiattismo: alla fine hanno ragione loro, i terrapiattisti. Il mondo, per come lo vedono tanti, è piatto. Il trionfo di flatland. Anzi è fatto a fette, ognuno vive in una fetta. Chi finisce negli spigoli è fregato. La terza dimensione, quella curvilinea, è per i sempre più ridotti romantici amanti della filosofia, della politica con la P maiuscola e della cultura,.Per il resto ogni fetta è una tavola verde di forma quadrata con tanti circuiti stampati sopra e alcuni canali di comunicazione per i mezzi fisici. Uno è Suez: se si ostruisce, siamo rovinati. Se invece per un po’ non ci fossero le rotondità non sarebbe un problema.Si può vivere senza filosofia, democrazia e romanticismo: senza carta igienica e mascherine si tratterebbe di fronteggiare, disarmati e per giunta da due lati opposti, un problema insormontabile di contenimento degli orifizi.

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Luce e altro

A Maggio ci sarà di nuovo Italia Book festival con tante cose interessanti

Il Laboratorio ‘Vie brevi’ questa volta è dedicato al tema della luce. Stanno arrivando brevi interessanti, avete tempo fino al 3 Maggio

Torna “Le vie brevi” nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio! Leggete le istruzioni e inviate i vostri racconti a barzhaz@loggione.it Se il noir vi ha intrigato e se l’amore vi ha colpito (dato il numero dei racconti ricevuti dobbiamo dire che è stato peggio di Cupido!), perché questa volta non cimentarsi con..la luce?Questa volta tema del laboratorio di Barzhaz ‘Le vie brevi’ nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio sarà dedicato proprio alla luce. La luce è tante cose: chiarezza e benessere, ma anche rivelazione e accecamento. Traguardo ma anche inizio. A voi scegliere il punto di vista. Sorprendeteci!Racconti brevi, diciamo sulle 250 parole che sappiano illuminare questi nostri bui giorni . Se di amore era difficile scrivere (ma ci siete riusciti) scrivere di …luce rischia di essere ancora più arduo. Anche perchè scrivere breve di per sè non è affatto facile!Allo stesso tempo però mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. E viceversa la brevità è stata il trampolino di lancio per tanti autori.Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a Settembre ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Italia Book Festival.#racconti#raccontibrevi#barzhaz#italiabookfestival

Altra cosa, anzi due :

1.Scriptor è arrivato alle semifinali …

2. Maibuk è un social assai interessante e in crescita: dategli un’occhiata se potete…

è inoltre possibile che durate il festival ci siamo delle sorpese interessanti…stiamo registrando e provando qualcosa in questi giorni

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D.A.D.: Delirio a Distanza

E’di oggi la notizia della studentessa bendata per assicurarsi che non copiasse.

Crediamo che non esista immagine più rappresentativa del fallimento di un sistema cui corrisponde l’altrettanto iconica immagine che rappresenta l’atteggiamento delle istituzioni e di certi docenti:

Che non vogliono vedere i danni che stanno procurando a più generazioni e non vogliono constatare la totale inadeguatezza di un approccio didattico ottocentesco che tentano, inutilmente di rendere fruibile con qualche goffa iniezione di tecnologia

Che non vogliono sentire le richieste di genitori e studenti, tese almeno a superare con un comune sentire questo periodo, trincerandosi dietro ordini di servizio, l’immancabile privacy e regolamenti scritti sulla luna.

Che non comunicano o comunicano a sproposito, sventagliando compiti agli orari più impensati e non pianificando compiti, interrogazioni ed esercitazione, traformando in un rodeo o meglio in un assalto alla diligenza ogni finestra di ritorno (fisico ) a scuola, invece di dedicare questo tempo all’ascolto dei ragazzi, che accusano un disagio sempre più sordo, acuto ed evidente.

A quando una scuola che sappia tornare alla parola, alla centralità della persona e alla cultura della relazione e dell’ascolto? Lavorando da anni con i ragazzi di tante scuole sappiamo che questo è quello che vorrebbero e che vorremmo anche noi…

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A settembre ripartono i corsi di Barzhaz

Incredibile ma vero in un attimo siamo alla terza edizione di Barzhaz corso base e alla seconda del corso avanzato.

Quindi a settembre 2021 partirà il terzo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Sono aperte le iscrizioni! Per partecipare inviare una mail a: barzhaz@loggione.it se volete più info vedete qua , e qui sotto.

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori
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Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)
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La lotteria è una cosa seria. Shirley Jackson anche…

A dicembre dello scorso anno avevamo parlato di Paul Auster , per il numero 7. L’ottava puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7) ci parla di una storia insolita e di un’epoca allo stesso tempo ricca e complessa nella storia del racconto e del raccontare. Singolare è infatti la storia di Shirley Jackson, scrittrice californiana deceduta nel 1965 e troppo ferquentemente e sbrigativamente liquidata come scrittrice di storie insolite, forse un po’ vintage, aventi a tema una degenerazione psichica, gotiche e ‘di fantasmi’. C’è di più. Molto di più. E Mirko ce lo spiega, concentrandosi sul racconto e su quel che successe dopo. Così, per non sovrappormi a lui, provo a riflettere su quanto sta cronologicamente a valle di questa storia, in quanto credo che in proposito bisogna farsi alcune domande, domande che credo dovrebbero interessarci molto perchè attuali. Queste domande, o meglio questi temi, li porrò solamente, perchè non c’è una sola risposta e forse perchè conta, alla fine, solo essere capaci di porsi alcuni interrogativi e, se si può, di rifletterci un attimo.

  1. La scrittura (e lo scrittore conseguentemente) sono da considerarsi i sensori storici più fini e anticipatori di quelli che a prima vista sembrano repentini cambiamenti sociali e politici? e lo sono ancora ai nostri tempi? In altre parole, perchè nei rispettivi campi e media, i marziani in diretta radio del 1938 di Orson Welles e questo racconto dieci anni dopo sul «New Yorker» furono presi da molti così sul serio, fecero paura e scatenarono un putiferio di reazioni che si ricorda ancora (La lotteria è incredibilmente ancora il testo più letto nella gloriosissima storia del «New Yorker»)? Non è che forse anticipavano, di qualche anno, quella terribile voglia di cercare una capro espiatorio a livello sociale che poi fu il maccartismo negli anni cinquanta?
  2. La lotteria come sistema sociale, come via di arruolamento del caso (e del caos) nella società in sostituzione di una democrazia zoppicante. La lotteria è del 1948, del 1941 è “La lotteria a Babilonia” il breve, scolvolgente racconto di Borges inserito nella raccolta “Finzioni”. Questo rispecchia la paura e lo scetticismo verso un sistema democratico dimostratosi debole, vunerabile e in alcuni casi incapace di modernizzarsi?
  3. Leggete la fine del racconto: che ne è stato della nostra sensibilità ? è quasi inevitabile trarne la conclusione che sia stata almeno in parte anestetizzata dalla tanta violenza e dal tanto menefreghismo che popola da anni le nostre cronache. Non si spiega in altro modo che una storia che per noi, come dice giustamente Mirko, è ora al più disturbante e relegabile al piano letterario, scatenò all’epoca una reazione vasta e indignata e una valanga di lettere al giornale che la pubblicò che ora non ci sogneremmo nemmeno di scrivere. Visto che con un pò di sfortuna ne troveremmo tutti i prodromi e le conferme in cronaca.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – La lotteria di Mirko Tondi

A chiunque sarà capitato di ritrovarsi a una festa di paese, una sagra o una simile occasione. E spesso in quelle circostanze si presenta il momento della tradizionale lotteria; che sia rappresentata da una ruota che gira, da un blocchettino di fogli o da un sacchetto di numeri dal quale estrarre quello vincente, questo poco cambia: il concetto rimane lo stesso, con uno o pochi vincitori e tutti gli altri con un pugno di mosche. Ciò che cambia può essere il premio ricevuto. In questo originalissimo racconto di Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1948, si parte in effetti dalla consueta amenità della lotteria. Eppure (e l’originalità consiste proprio in questo) la lotteria diventa qui imprevista fonte di angoscia, l’ingranaggio che funziona al contrario in un meccanismo perfetto.

Ciò che l’autrice ci presenta all’inizio è la tranquilla atmosfera di un piccolo villaggio americano, trecento persone appena. Fine giugno, una splendida mattinata di sole, quando “i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta”. Gli abitanti del villaggio si radunano nella piazza principale, si inizia a parlare di lotteria: oggi è il gran giorno. A ragion veduta, si potrebbe considerare un primo indizio di ciò che accadrà in seguito la scena di alcuni ragazzi con delle pietre in tasca, mentre altri le ammonticchiano in un angolo, ma sfido chiunque a cogliervi qualcosa di perturbante la prima volta che si legge il racconto. Tutto è sereno, niente lascia presagire al peggio. Le ragazzine parlano tra di loro, intanto i bambini giocano liberamente. La piazza comincia a riempirsi, gli uomini discutono dei loro affari, del tempo e della terra che coltivano; sorridono ma non sono allegri (ed ecco, volendo, un secondo indizio). C’è tempo anche per qualche pettegolezzo. Poi il signor Summers, che dirige la lotteria (“Era un uomo allegro e dalla faccia tonda”), arriva portando una cassetta nera di legno, contenente dei foglietti ripiegati. La cassetta ci viene descritta in maniera dettagliata (“in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata”), se ne racconta persino la storia e dove viene custodita durante l’anno. Summers fa un breve discorso introduttivo, mentre chi estrae i foglietti dovrà pronunciare un giuramento. Una signora arriva in leggero ritardo, ride per la dimenticanza insieme a un’altra.

C’è un assente in base agli elenchi, ha una gamba rotta e verrà sostituito dalla moglie, che dovrà “tirare”, questo è ciò che viene detto. Di seguito – poco prima che i capifamiglia vengano chiamati in ordine alfabetico a estrarre i foglietti – viene presentato nonno Warner, vero personaggio simbolo del racconto. Sarà lui infatti a dire “C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria”; è orgoglioso di questa tradizione, non vuole che la sospendano come è successo in altre città. “Sono settantasette anni che partecipo alla lotteria”, aggiunge.

Finiti i nomi chiamati a estrarre, piomba un lungo silenzio. Poi Summers dà il via all’apertura dei foglietti: chi lo ha trovato?, si chiedono tutti. Bill Hutchinson. Polemiche, la moglie grida all’ingiustizia. I cinque foglietti della famiglia vengono ritirati e rimessi nella cassetta, si passa a una nuova estrazione. È la moglie Tessie ad aver trovato il foglio con il cerchio nero. La gente sa quello che deve fare, adesso. C’è voglia di finire in fretta. Adulti e bambini hanno le pietre in mano, avanzano verso Tessie, che prova per l’ultima volta a lamentarsi. Nonno Warner carica la folla.

La lotteria ha ispirtato senz’altro molto racconti nati in epoche successive, e in generale la produzione letteraria della scrittrice americana ha ispirato molti autori, non ultimo Stephen King, che lo ha pure dichiarato. Questa passaggio progressivo da un inizio disteso e insospettabilmente pacifico fino all’impressionante finale non costituisce comunque una virata improvvisa, ma un lavoro calibrato sulla tensione, che da impercettibile si fa palpabile. Non ci sono innocenti, qui. Nemmeno i bambini sono esenti, anzi partecipano pur con tutta la loro inconsapevolezza a un evento che sarà formativo – in un modo o nell’altro – nelle loro esistenze. Inserisci dei bambini in una storia horror e avrai creato un efficace contrasto, inquietante al punto giusto: questa lezione la Jackson ce l’aveva data prima ancora che vedessimo tutti i film horror degli anni a venire. Il suo è un racconto sull’orrore quotidiano, una storia del terrore senza mostri, oppure sì: perché i veri mostri sono gli esseri umani. Un unico elemento dissonante che piazzato nel contesto della vita di tutti i giorni fa la differenza, modificando per intero il tono del racconto. Un pugno in pieno stomaco. È così che alcune storie rimangono, che ti abbiano commosso, fatto sorridere, procurato un shock o disturbato. E sì, il racconto di Shirley Jackson è profondamente disturbante, non si può negarlo. Ma è il risultato che conta, no?

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Dantedì e il girone degli ignoranti

In prossimità del Dantedì un evento ha fatto di sicuro rigirare nella tomba il Sommo Poeta.

La costituzione di un girone degli ignoranti, o meglio di quel particolare tipo di ignoranti che non sono in questo status per cause indipendenti dalla loro volontà, ma che sono invece compiaciuti del loro stato o peggio, lo usano malignamente per generare altra ignoranza, ovvero e in breve gli idioti, è quanto mai necessaria.

Il fatto è quello, riportato oggi dai giornali olandesi, del Dante ‘purgato’. Un piccolo editore olandese ha omesso il nome Maometto dal suo nuovo adattamento olandese dell’Inferno di Dante Alighieri, per non “ferire inutilmente” i lettori musulmani. Il brano del Canto XVIII non è stato cancellato, ma è stato ‘anonimizzato’.

Sabato, alla Radio 1 belga, la traduttrice ha spiegato la sua scelta. Secondo lei, il punto di vista su Maometto è ora cambiato a tal punto da non corrispondere più al “messaggio che vogliamo trasmettere con il libro”. L’intenzione dell’editore era di rendere l’Inferno accessibile al pubblico più vasto possibile, e anche giovane.

L’editore ha aggiunto, “il fatto che il brano non sia necessario per la comprensione del testo letterario”.

I lettori e gli studiosi, di ogni credo religioso, hanno bollato molto chiaramente questo tenativo come un nonsense e c’è chi ha detto chein fondo per chi preferisce leggere la Divina Commedia nel 700 ° anno della morte dell’autore in una versione con Maometto, fortunatamente ce ne sono abbastanza da scegliere: solo in olandese ci sono già una quindicina di traduzioni diverse.

Ma non è questo il punto: nel girone degli ignoranti, o peggio, con contrappasso da stabilirsi, dovrebbero finire coloro che pensano che il miglior modo per approcciarsi alla cultura e alla storia sia la cancellazione e la censura, coloro che pensano che la relativizzazione della cultura e la suddivisione della società in bolle culturali edulcorate sia davvero il futuro e un rimedio alle incomprensioni, coloro che pensano che la cultura sia una sorta di fast food dal menù banalizzato, prestabilito e omologato e anche coloro che sulle polemiche e sui veri problemi ci speculano solo per vendere qualche libro in più. Che si vendano libri o saponette, per loro è la stessa cosa.

Questi sono di sicuro i degni amici di chi qualche giorno fa ha messo in condizione di rinunciare all’incarico Marieke Lucas Rijneveld, la poetessa e traduttrice olandese, ventinovenne, che la casa editrice Meulenhoff a suo tempo aveva scelto per tradurre le poesia di Amanda Gorman, e che è stata considerata “troppo bianca” per svolgere un simile compito.

Ma la poesia, si sa, supera tutto e non si cura troppo di costoro, che passano e vanno. Lo sapeva Dante, lo sa Marieke che ha risposto alle polemiche proprio con una poesia, Everything inhabitable.

Ma di certo occorre vigilare su certe derive…

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Le lacrime di Andromeda

Un grazie a Romeo Lucchi per questo suo inedito

«Quella un po’ più a nord è la costellazione di Perseo» disse inclinando la testa verso Miryam.

Poi indicò il cielo con il braccio teso: «Là in basso all’orizzonte…  quella è Myrfak la sua stella più luminosa. Se sposti lo sguardo a destra vedi Andromeda e il quadrato di Pegaso».

Marco abbassò il braccio e posò la mano su quella di Miryam, lei ebbe un sussulto, lui tolse la mano e le guardò il volto. Stava fissando il cielo, ma la sua mente era altrove.

«Sapevi che Perseo salvò Andromeda da un mostro marino?»

«No» disse Miryam rannicchiandosi vicino a lui e appoggiando la testa sul suo petto.

Marco l’avvolse col braccio.

«La madre di Andromeda andava dicendo che la figlia era più bella di tutte le ninfe del mare. Ovviamente loro s’infuriarono e chiesero a Poseidone di punirla».

«Là, ne ho vista una» disse Miryam.

«Esprimi un desiderio.»

«Fatto».

«A cosa hai pensato?»

«Se te lo dico non si avvera.»

«Posso almeno sapere a cosa stavi pensando prima?»

«A niente.»

«È difficile non pensare a niente.»

«A niente d’importante» tagliò corto la ragazza.

Per un po’ non parlarono. Intorno regnava la calma più assoluta. C’era un silenzio che si sarebbe potuto sentire anche il suono delle stelle, pensò Marco.

«Ne ho vista un’altra» disse Miryam indicando il cielo con un piccolo gesto.

Poi altre scie luminose si susseguirono in una manciata di secondi e i due ragazzi, sotto il magico influsso di quello spettacolo, si strinsero l’una all’altro.

«I tuoi mi odiano.»

«Non è vero, non ti odiano.»

«Non sono stupida, mi sono accorta di come mi guardano» disse Miryam sciogliendosi dall’abbraccio e allontanandosi.

«Perché fai così? Non è colpa mia.»

«Lo so. È colpa del colore della mia pelle» disse lei caustica.

«Dai vieni qui» e si avvinò alla ragazza, ma Miryam fece un movimento con la mano per allontanarlo.

Calò di nuovo il silenzio e i due ragazzi rimasero a fissare il cielo senza più interesse.

«Voglio tornare a casa» disse Miryam.

Marco cercò di recuperare: «Non prima di aver finito di raccontarti la storia di Perseo e Andromeda» disse sorridendo.

Poi scrutò il suo viso in cerca di un segnale di pace. Ma Miryam era assente, aveva il volto turbato. Marco riusciva a sentire il fragore dei suoi pensieri. Si rattristò. Afflitto, si coricò sul prato e vide una stella cadente.

«Andromeda fu incatenata a una roccia a picco sul mare. Perseo la vide e fu rapito dalla sua fragile bellezza in preda all’angoscia. In principio la scambiò per una statua di marmo» fece una lunga pausa perché la stava osservando con attenzione «poi vide il vento scompigliarle i capelli e… le lacrime scorrerle sulle guance…»

Miryam stava piangendo.

«Sai che Andromeda aveva il colore della tua pelle?» e senza aspettare la risposta proseguì nel racconto «sua madre, Cassiopea, era la regina d’Etiopia. La cosa divertente è che durante le nozze, dopo che Andromeda era stata concessa in sposa a Perseo, la regina ordì una congiura ai danni del futuro genero perché Perseo non le andava a genio. Forse perché era bianco. Sporca razzista».

Marco spostò lo sguardo sulla ragazza e la vide sorridere.

«Cassiopea, la suocera, è quella a forma di doppia vu, sopra Perseo e Andromeda. E sopra Cassiopea c’è suo marito Cefeo, il suocero»

«Mi dai un bacio?» chiese Miryam.

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Il programma di Italia Book Festival: siamo in ballo 20 e 21 Marzo

I racconti arrivati sono più di tutte le altre volte, una tendenza in crescita costante che ci sorprende ogni volta che proponiamo il Laboratorio dentro al Festival. Che bello sarebbe farlo dal vivo! (ma ci arriveremo). Da Barzhaz noir del 2020 adesso nella prima parte del 2021 abbiamo il tema dell’amore, assai impegnativo per uno scrittore che si rispetti, E molti lo hanno gestito con eleganza e imprevedibilità. Quanto alla ‘lettura anatomica’ di un racconto del Sabato 20, quello è un esperimento e credo anche una gradita sorpresa per chi vorrà collegarsi: toccheremo almeno una piccola parte dei temi che affrontiamo abitualmente nel corso Master di Barzhaz. (così se vi piace, poi potete iscrivervi!)

Sabato 20 marzo ore 18,30 ANATOMIA DI UN RACCONTO – uno sguardo dentro la narrazione con il prof. MASSIMILIANO BELLAVISTA – Lettura “anatomica” di un racconto. Se avete palato fino e stomaco forte vediamo cosa c’è dentro e sotto le parole di una storia. E soprattutto, come funziona una narrazione

Domenica 21 marzo ore 18,30 PREMIAZIONE RACCONTI “LE VIE BREVI” – premiazione dei migliori racconti brevi 

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Le fiabe di Matilde. Giovani che di certo non stanno con …le ‘manintasca’!

Qualche giorno fa, a margine della bella e frequentatissima cerimonia di premiazione del Concorso di scrittura ‘O’pport’unità‘ abbiamo avuto la gradita sorpresa di conoscere Matilde Brogi, quattordici anni pieni di freschezza ed entusiasmo, che ha vinto sbaragliando la concorrenza con una fiaba assai originale (per chi la volesse ascoltare dalla sua viva voce consigliamo di portarsi sul minuto 50 circa della registrazione, mentre in questo articolo riproduciamo solo la parte che lei ha letto, essendo il testo nel suo complesso oggetto di una prossima pubblicazione). Ma non è tanto o solo la fiaba in sè, pur molto bella e che per la cronaca si intitola ‘Manintasca’una fiaba pensata per i bambini di oggi che saranno i nonni di domani, che ci ha colpito, ma la maturità e la capacità mostrate da Matilde nello scriverla e nel leggerla. Si capiva subito che dietro c’erano doti non comuni e una speciale passione per la lettura.

Ora sapete che questi sono chiodi fissi in questo blog, e da anni un pilastro fondamentale del progetto Recensio con ormai migliaia di studenti coinvolti, quindi non potevamo davvero non intervistarla. E crediamo che quello che ne è uscito sia molto interessante, anche in considerazione di un momento storico critico quale quello che stiamo vivendo, che proprio sui giovani dell’ età di Matilde si sta abbattendo come un macigno. Se nonostante tutto la parola scritta e letta può aiutare a far crescere una generazione con questo tipo di rappresentanti e questo spirito, allora ce la possiamo davvero fare!!! Un abbraccio ideale ai tanti giovani che ci aiutano con Recensio e ai più di 11 mila che attualmente stanno partecipando al Premio Asimov!!! E naturalmente…grazie Matilde, con l’augurio di sempre maggiori successi.

Quali sono le tue letture preferite? Di che genere prevalente, se c’è? Mi sapresti dare due titoli letti negli ultimi tempi?

Non ho un genere letterario preferito ma in base al mio umore mi piace leggere libri di narrativa dedicati ai ragazzi, come quello dell’autrice Sabrina Rondinelli intitolato Camminare Correre Volare o storici come Se questo è un uomo di Primo Levi. Ultimamente ho letto Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane  V. Felscherinow che mi ha appassionato ma anche sconvolto perché a tratti è molto forte. Adesso sto leggendo Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda e mi sta piacendo molto. Spesso la sera leggo storie a voce alta a mia sorella che frequenta la prima elementare e che fin da piccolissima si è mostrata appassionata all’ascolto delle fiabe.

Scrivi spesso? Da dove trai spunto per storie come quella che ha vinto il concorso?

Dalla terza elementare ho iniziato a scrivere alcuni racconti di avventure o fiabe ma prima d’ora non avevo mai partecipato ad un concorso di scrittura.

Riguardo alla fiaba Manintasca ho preso spunto dal titolo del concorso vale a dire La crisi come opportunità di miglioramento, cambiamento e crescita … ho pensato che anche noi stiamo vivendo un momento di crisi a causa del Covid. Ho riflettuto sul fatto che anche noi come i bambini abbiamo bisogno di credere in un lieto fine, come accade sempre nelle fiabe. Il primo passo è stato la scelta della protagonista, attribuirle un’età, un volto, delle caratteristiche… mi sono immaginata di essere io stessa il personaggio principale della fiaba e di calarmi nei suoi panni, provando così le sue stesse emozioni …

Mi sono ispirata anche alla leggenda natalizia della Renna Rudolph la quale inizialmente veniva presa in giro dalle sue compagne a causa del suo naso eccessivamente rosso ma che in una notte di nebbia fu scelta proprio per questa sua caratteristica da Babbo Natale per illuminare il cammino. Questo per me era un chiaro esempio di disabilità che diventa un’opportunità. Quindi posso dire di essermi ispirata anche a questa storia.

Come stai vivendo questo difficile momento che dura da un anno ormai? Cosa ti da forza e cosa ti manca? Leggere ti aiuta a superare la noia, stanchezza o i momenti più tristi?

In questo difficile anno si sono alternati momenti di sconforto dovuti al fatto che le lezioni in presenza fossero state sospese così come lo sport, che per me è molto importante o semplicemente le uscite con gli amici a momenti in cui ho cercato di non abbattermi ma di tirare fuori tutta la mia vitalità. Un po’ come Manintasca ho cercato di dedicare il mio tempo libero a preparare torte e a suonare il pianoforte …

Come vedi il tuo futuro? Cosa ti piacerebbe fare come studio? Continuerai a scrivere?

Leggere è un’attività rilassante a cui mi dedico soprattutto la sera quando non ho il permesso di usare il telefono.

Come percorso di studio ho scelto il liceo Scienze Umane con indirizzo musicale che mi darà l’opportunità di studiare anche musicoterapia. Non so con esattezza cosa voglio fare da grande: certi giorni penso di diventare una fisioterapista altri un’insegnante; in ogni caso la mia famiglia mi lascia libera di ascoltare la mia voce interiore.

In questi anni ho sempre scritto per trovare risposta ad un bisogno di comunicare le mie idee, fantasie ed emozioni; non so se continuerò a scrivere ma posso solo augurarmi di farlo.

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Un amore di pronomi

All’inizio c’ero io.

Ma poco dopo conobbi lui. Che bei tempi! Spensierati!

Lei molto, ma molto più tardi entrò nel nostro noi.

Lei e lui. Certe cose le capisco al volo, io.
Si però, prima lei.
Anche se a ben vedere prima prima lui…
Si ma poi anche lei. Ma quasi subito, eh!
E poi diventarono loro. Inevitabile. E non c’era quasi più tempo per noi. Ma non è che mi dispiacesse, tuttaltro. Io se serviva, c’ero sempre per loro.
Finito qui, dite Voi ?Macché.
Perché quasi subito lei, lei …va beh. E poi ad alcuni di essi non erano mai piaciuti né lei né lui. Figuriamoci adesso che erano diventati loro.
Ma anche lui. Lui si insomma…sotto sotto…ci metteva del suo. E poi veniva disperato da me e mi diceva…senti, ma non è che Tu…
Insomma c è proprio da dire che lui, faceva di tutto, lui, per lei, purché però poi lei e lui…
Insomma. Insomma. Sapete come succede a volte. Lei qua, lei là. Lei sotto, lei sopra. A sentir lui…Ma via, lui doveva comprendere fin da subito che a una come lei può anche capitare che a un certo punto incontri un altro lui… E anche uno come lui forse non era come lei ma di altre lei d’intorno ne aveva sempre avute parecchie pure lui. E questo ben prima che conoscesse lei. E che ne volete sapere voi? Non c’eravate voi quando noi eravamo già noi da un bel pezzo.
Però poi alla fine quando contava davvero lui era lui. Sempre da lei. Ma intanto lei, uh, lei. Non era mica più in lei. E di conseguenza lui era fuori di sè.
E così da quel momento lei e lui non sono stati mai più loro. Né noi potevamo come se niente fosse tornare ad essere noi come eravamo prima che lei e lui diventassero loro. O addirittura prima prima quando eravamo solo io e lui senza di lei.

Poi qualcos’altro è cambiato.

Anche perché io a un certo punto una sera che non ne potevo più presi il coraggio a due mani e dissi a lei: ..senti, ma se io e Te, insomma….noi…

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I lati. Scrivo pietre per le mie mura

2 inediti di Filippo Nibbi

La vita è una battaglia

Io mi difendo con la penna

La mia piccola lancia in resta sempre stretta nella mano destra

Ma resta la paura

Così con la penna scrivo pietre per le mie mura.

I QUATTRO ACCORDI

Io e i miei fratelli siamo in quattro. Loro sono gli altri tre miei lati. Insieme siamo stati il numero giusto per costruire una casa al cuore. E’ lì dentro che abito, nella mia solidissima casa interiore. Quando uno di noi morirà crollerà il tetto, saremo esposti alle intemperie. L’ultimo di noi vivrà (vivrà) tra le macerie.

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La diretta di oggi: tante persone e tanta voglia di ‘parole’. Ora più che mai

Uno spettacolo con un solo protagonista. la parola.

—-e quasi tremila visualizzazioni in diretta!!!! (oltre ogni previsione)

I miei più sentiti complimenti ai premiati e a tutti gli organizzatori, ma anche a tutti i partecipanti e all’editore Setteponti.

Se voltete vedere qualcosa di veramente gradevole con qualche bella sorpresa ecco qua il collegamento

https://comunesgv.civicam.it/live49-Premiazione-della-Prima-Edizionedel-Concorso-di-scrittura-della-Cittaa-di-San-Giovanni-Valdarno-uO-pport-unitaa.html?fbclid=IwAR2YTkcCKbTDpBx5Y95l6r94Y6METlTNrk-UlSyaLz6XPK3GyfIlIgcOlkw

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08-03-2021 WWWWWW

WHAT WOMEN WANT WHAT WOMEN WRITE

Quando l’amico Massimiliano Bellavista mi ha chiesto di scrivere queste righe ne sono stato onorato. Sono Nick Marshall e sono americano, forse il mio nome non vi giungerà del tutto nuovo. Da tempo ormai ho perso il dono di sentire cosa pensano le donne, quella cosa che mi ha reso famoso per un po’, assieme al mio lavoro di pubblicitario. Ma ormai non ne ho più bisogno. Né dell’uno, né dell’altro. Io e la mia compagna Darcy siamo ormai nonni. Ci siamo trasferiti in Italia anni fa, per la precisione nel 2002. È stata una decisione d’impulso: il nostro sogno era di tornare nel Paese da cui, più di cento anni fa, alcuni dei nostri parenti sono partiti con poche lire in tasca. John, il nostro ultimo figlio, quello che abbiamo avuto insieme intendo, era piccolissimo mentre adesso frequenta il liceo in Italia.  Col tempo siamo diventati padroni della lingua (italiana) e grandi frequentatori dei Parchi letterari.

Amo la letteratura, non l’avrei mai nemmeno pensato vent’anni fa, ma adesso nelle nostre lunghe sere romane, allungate pigramente sul divano pagine e pagine di audiolibri, recitati da grandi attori, si alternano alla voce da crooner del mio amato, mitico Frank. I’ve got you under my skin

Cosa pensano le donne. Adesso direi cosa scrivono le donne. Sui magazine, ho gustato degli articoli splendidi su Grazia Deledda, Emma Perodi, e altre autrici di cui assieme a Darcy, nel nostro instancabile girovagare per l’Italia, abbiamo più volte visitato i parchi loro dedicati. Ho compreso col tempo che per capire cosa pensano davvero le donne, basta sfogliare i loro libri, o sentire le loro parole addolcire l’aria delle sere di questo strano inverno che dura da un anno.

Poi questa settimana, mentre prendevo qualche appunto per l’articolo, attorno a me sono successe alcune cose. Intanto, quattro giorni fa, c’era il Super Bowl. Beh, anche se l’Italia è il mio secondo Paese, fatemi essere almeno un po’ patriottico. Quanto Amanda Gorman, con quella sua bella e radiosa faccia da ventenne ha recitato davanti a tutti ii versi della suo nuovo poema, il Chorus of the Captains, il “Coro dei capitani”, dedicato a tre americani che si sono distinti durante la pandemia, mi sono commosso. Today we honor our three captains/For their actions and impact in/A time of uncertainty and need./They’ve taken the lead,/Exceeding all expectations and limitations,/Uplifting their communities and neighbors. Il vecchio Walt, che di capitani se ne intendeva, ne sarebbe stato contento. D’altronde a ben vedere anche lui scrisse la sua poesia in un momento topico della storia americana.  Ma non è questo il punto. Il punto è che si è data importanza alla poesia, alla letteratura. A versi scritti da una donna.

Il secondo fatto è legato a una semplice osservazione. La camera di John, come quella di tutti gli adolescenti, è un autentico disastro. La sua ‘Antologia della letteratura italiana’, mentre riordinavo rassegnazione la camera, mi è caduta di taglio su di un piede. Ora dovete sapere che, quando le cose mi cadono addosso, per me è un segno. Dopo un po’ di ghiaccio e un paio di imprecazioni (non proprio in quest’ordine). mi sono messo a sfogliarla, proponendomi di realizzare un semplice conteggio: di quante scrittrici si parlava in quella antologia, a cominciare da quelle rappresentate nei Parchi Letterari? Se volete sapere come è andata vi dico subito due cose. La prima.  Ala fine mi sono comprato altre quattro antologie, per rendere più seria la mia ricerca. La seconda, che è poi anche la mia conclusione: le donne sono fuori dal canone. Quasi invisibili. O relegate e trattate come una scuola o al più un genere letterario. Dovreste fare qualcosa al riguardo. Ce ne sono poche nei volumi destinati ai primi anni del liceo e pochissime nelle antologie degli ultimi anni. Il giorno dopo ho scoperto che un’autrice, Marianna Orsi, aveva già fatto, e assai meglio di me, questa stessa indagine (vedete l’articolo Donne invisibili – Come i manuali di Letteratura ignorano il contributo femminile, è disponibile in rete.) Concludendo ad esempio che Il Nobel ottenuto nel 1926 non basta infatti a Grazia Deledda per avere un capitolo a lei dedicato nei libri testo in uso nelle scuole e nelle università italiane, nei quali di solito non le spetta più di un paragrafo o un breve testo, quando non è ignorata del tutto (compare solo in 2 dei 6 volumi per il triennio qui analizzati). Stupiscono le proporzioni. Leggo i dati del rapporto autori/autrici in una delle antologie analizzate dalla Orsi (le altre non si discostano poi molto):

    1A, Dalle origini al Trecento: 24 autori contro 1 autrice

    1B, Quattrocento e Cinquecento: 33 a 4 autrici

    2A, Seicento e Settecento: 45 a 0.

    2B Il primo Ottocento: 40 a 4

    3A Il secondo Ottocento e il primo Novecento: 51 a 2

    3B, Dal Novecento a oggi: 75 a 7

Lalla Romano, Annamaria Ortese, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Igiaba Scego, Alda Merini, Antonella Anedda sono le autrici citate in quel volume per il Novecento.  Dove sono tante autrici ‘sommerse’ come ad esempio la Banti o la Mancinelli? Vado matto per queste due scrittrici. Ma nelle Antologie non ci sono. E nelle librerie, poco o per niente. E come loro, è successo a tantissime altre.

Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da  «donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna»; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni, quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi «Fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo».

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile.

La Mancinelli invece è la narratrice e novellatrice di un Medioevo che sembra vero, come si legge sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi de I dodici abati di Challant del 1981.

Ci sono altre molte donne nelle storie della Mancinelli, donne abili e intraprendenti, furbe, che danno agli uomini l’illusione di comandare. Ne Il miracolo di santa Odilia di Odilie ce ne sono in realtà due: la prima badessa del convento, tutta zelo e santità, ma che santa non fu mai, anche se «Perché non fosse santa, era difficile dirlo il paradiso doveva esserselo conquistato di sicuro. Ma miracoli, niente». Qui le pennellate atte a descrivere un personaggio in poche righe sono magistrali «Sapeva benissimo che tra le mura del convento la attendeva una vita più tranquilla…se fosse andata sposa a qualche signore dei dintorni, avrebbe corso il rischio di essere ripudiata con pretesto qualsiasi, e aveva la certezza di dover sopportare una gravidanza l’anno, mentre i giochi d’amore il suo signore e marito li avrebbe fatti con qualche altra donna».

Sembra davvero di sentire la suor Teodora di Calvino «Dovete compatire: si è ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate, in sperduti castelli e poi in conventi; fuor che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d’eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non si è visto niente. Cosa può sapere del mondo una povera suora?».

La seconda Odilia è invece la nipote, che le succede alla morte, bella e amabile a tal punto, che tutto lascia supporre che «il velo le sarebbe pesato più di una corazza». Però sarà proprio lei a compiere alla fine del libro l’unico vero miracolo, un miracolo tutto umano.

E poi ci sono le donne capaci di trame, complotti e maneggi familiari orditi nell’ombra, dipinte pregevolmente in quell’affresco che è l’opera La sacra rappresentazione ovvero Come il forte di Exilles fu conquistato ai francesi del 2001, ambientato gli albori del 1700 quando la piccola comunità di Exilles è in fermento per la preparazione di una Sacra Rappresentazione in onore di San Rocco.  In questo piccolo centro, gli uomini, probi cittadini e stimati padri di famiglia, scivolano nottetempo «lungo i muri senza lume» diretti verso «i loro amori clandestini a qualche fienile». Le mogli, pensano loro, sono buone solo per fare figli. Qui sembra di leggere il dialogo tra il principe e il confessore nel Gattopardo «Ma che volete da me? Sono un uomo vigoroso. E come posso accontentarmi di una donna che a letto si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio, e che dopo non sa dire che “Gesummaria”? Sette figli ho avuto da lei, sette, e sapete che vi dico, padre? Non ho mai visto il suo ombelico».

Ma forse c’è ancora speranza per trovare tra donna e uomo sinergia e intesa nella diversità per certi versi analoghe, sempre per restare nell’ambito letterario, al vissuto personale della de Beauvoir, che pure ebbe il sodalizio intellettuale ed emotivo più forte della sua vita con un uomo così controverso come Jean-Paul Sartre.  Insomma, le stesse autrici che ho citato ammettono che in fondo gli uomini in gamba sono ancora i più.

Mentre scrivo, penso ancora al Paese dove sono nato: lo scorso settembre Ruth Bader Ginsburg, giudice liberal e icona pop, seconda donna della storia americana a far parte della Corte Suprema, (dopo Sandra Day O’Connor) è morta all’età di 87 anni, per complicazioni legate al cancro al pancreas. La Ginsburg è stata prima di tutto un architetto legale capace di trasformare negli anni Settanta la lotta per l’emancipazione femminile in qualcosa di più strutturato e meno urlato di una rivendicazione.

Diceva spesso che era diventata avvocato quando le donne non erano desiderate nella professione legale, riuscì nell’impresa di far equiparare a discriminazione razziale a quella sessuale, aprendo la strada a un lungo dibattito legale e prima ancora sociale. Ma diceva anche che il marito e compagno di una vita Marty Ginsburg era l’unico uomo al quale importasse davvero che lei avesse un cervello.

Poi ci sono dei fatti davvero singolari che ho scoperto grazie ai libri. Le donne hanno un gran cuore, certo. Ma noi ne sappiamo pochissimo, su come è fatto. In senso metaforico, ma anche fisiologico. Valeria Gangemi, scrittrice e manager, nel suo Le donne lo fanno meglio, dice «E dopo una vita di stenti e noia, l’infarto può arrivare lo stesso. La differenza è che non sanno come curarci. Già, perché – assurdo ma vero – studi recenti sul tema hanno aperto il “vaso di Pandora”, scoprendo che alcune branche della medicina sottovalutano o non tengono conto delle condizioni di vita delle donne nella determinazione della diagnosi e del protocollo di cura. Per l’ischemia cardiaca, per esempio, le radiografie e i test sotto stress usati per la diagnosi sono “tarati” sul modello maschile e sono meno efficaci per le diagnosi nelle donne. Ancora, gli strumenti chirurgici come by-pass e angioplastica coronaria sono gli stessi di quelli usati per gli uomini e si presta poca attenzione al fatto che le donne hanno coronarie e vasi sanguigni più piccoli».

Adesso è tempo di terminare queste mie note. Non posso che concludere a mio modo, suggerendovi di saper ascoltare. Sempre. E, credetemi, per farlo non c’è alcun bisogno che un fulmine vi colpisca conferendovi strani poteri. Parlo per esperienza. Basta che leggiate. Che leggiate quello che le donne scrivono.

Pubblicato su https://parchiletterari.com/parktime/articolo.php?ID=04789

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Tre anime: un romanzo laboratorio

Tre anime sono sospese
dentro e fuori la vita.
L’equilibrio è deciso dall’autore
Da Rubbettino, un romanzo crudo,
realistico, quasi cinematografico
di Massimiliano Bellavista
Chi fa il portiere o sta comunque sulla porta occupa una posizione di confine. Sulla soglia, né fuori né dentro, ha il preciso compito di sorvegliare, osservare, ritmare accessi e deflussi tra una realtà, quella confinata del palazzo, e l’altra, quella del mondo che il palazzo circonda e talvolta assedia. Un po’ Cerbero, un po’ Caronte.
Il filone “del portiere” ha del resto padri nobili in letteratura, da Simenon alla Nothomb e possiede un innegabile fascino.
Perché diciamo questo? Perché anche se il lettore non ha naturalmente alcun obbligo di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore per stabilire se un’opera sia apprezzabile o meno, ci sono comunque delle eccezioni alla regola. E come è stato sottolineato da qualcuno il fatto che Gianluigi Bruni, autore dell’opera Luce del nord (Rubbettino, pp. 220, € 17,00) sia arrivato al romanzo dopo sessantacinque anni travagliati, spesi tra cinema e sceneggiature e poi convivendo con l’abisso di una crisi economica, lavorativa e personale, gestita però con dignità e tenacia, non è in questo caso un fatto secondario. L’autore alla fine si è ritrovato a lavorare come portiere in un condominio della Garbatella. Ma non si è arreso, e ha conosciuto anche grazie a questo lavoro una seconda fase del suo rapporto con la scrittura.
La sua attuale professione c’entra moltissimo in questa narrazione a tre voci, dove Frank è un anziano e scorbutico ex stuntman, alcolizzato, Cristian è un ragazzo dalla personalità complessa e disturbata, Eva una badante nostalgica e tetra, scrittrice e studente fallita. Cristian vive nel sottoscala, Frank ed Eva sono dirimpettai. Ha avuto il tempo di osservare molto, Bruni, in questi anni. Uomini e donne di tutti i tipi, con ogni tipo di problema e di croce sulle spalle. Ed è indubbio che sia attratto dalle contraddizioni e dalle ambivalenze di un’umanità così problematica, diseredata, e per certi aspetti invisibile.
Il linguaggio è crudo, duro, gli amanti di questo registro espressivo avranno pane per i loro denti, in uno stile che fa indubbiamente il verso a molta letteratura anglosassone, soprattutto americana, ma anche del filone scandinavo.
«Io non li leggo mai i libri. Magari, qualche volta, se me ne capita qualcuno in mano lo apro, leggo il titolo e qualche altra cosa… Uno ancora me lo ricordo, era un libro di Maria, gliel’aveva dato il prete e a un certo punto c’era scritto così: Io sono il primo. Sono anche l’ultimo. Chi vuole essere come me?… E io ci ho pensato al significato, ma non è che è proprio chiaro… perché secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, e se uno vuole essere come quello è perché lui è il primo. Io invece no, io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la merda». Così si esprime Frank, nell’incipit del volume, che non lascia molti dubbi sul seguito.

Una convergenza progressiva tra le varie proiezioni narrative dell’autore
La visione filmica dell’opera è evidente, così come il legame a un certo periodo e con una certa impostazione cinematografica che l’autore, avendo lavorato nell’ambiente ai massimi livelli con registi quali Federico Fellini (fu il suo assistente alla regia nel film La città delle donne), Luigi Comencini, Franco Zeffirelli, Dino Risi, Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Claudio Caligari conosce di certo assai bene, avendovi anche contribuito. Ma il nome chiave secondo chi scrive non si trova tra quelli appena citati ma piuttosto in quello di Bergman, soprattutto il Bergman di ispirazione kafkiana de Il rito.
Questo per un duplice motivo: da un lato siamo di fronte a una sorta di romanzo a chiave, allegorico, dove tutti e tre i personaggi sono alla fin fine proiezioni metaforiche della personalità dell’autore che infatti dichiara in una intervista: «Qualcuno ha detto che mi sono rappresentato nel personaggio di Eva e nella sua inconcludenza, nel suo essere una scrittrice fallita (…) È vero, ma è vero anche che c’è parte di me in Frank. Di gente come lui ne ho vista tanta nel mondo del cinema, spacconi, maneschi e bugiardi. Piuttosto sono, come lui, un vecchio rancoroso. Da ragazzo, poi, non ero né dotato né brillante, un po’ come Cristian». Dall’altro lato c’è l’assoluto scetticismo sulla possibilità di una redenzione, e di contrasto la quasi certezza sulla irreversibilità di una condanna sociale già definitivamente emessa.

Tre personaggi in cerca di un destino
I personaggi del libro partono per la loro navigazione letteraria all’inizio del volume come se si trattasse di una regata in solitario, ma poi si trovano, legandosi e intrecciandosi sempre di più e comunque garantendo in ogni capitolo il triplice punto di vista alla narrazione. Questa strana solidarietà che si sviluppa tra loro cercherà, con alterna efficacia, di fare scudo a esistenze difficilissime, sempre sull’orlo del baratro. È come se i personaggi del romanzo non potessero affatto rinunciare a questo schema di gioco narrativo, far sempre e comunque sentire, separatamente, la loro voce, il loro punto di vista, pena la loro definitiva disfatta, la loro dissoluzione, che però alla fine avviene comunque, in quanto per l’appunto inevitabile.
Di particolare impatto “cinematografico” è proprio l’epilogo, specialmente la parte conclusiva, che rende ben chiare la tecnica e l’impostazione molto vivida e d’impatto del linguaggio usato nel libro.
«Ma se ora volgiamo lo sguardo dallo schermo alla platea, notiamo che non c’è più nessuno. Dei tre solitari spettatori rimangono solo un cappello, una sciarpa e quello che sembra il residuo di un panino mangiucchiato infilato fra gli schienali di due poltrone. Se qualcuno oltre a loro tre fosse stato presente, avrebbe detto di aver visto le loro figure dissolversi lentamente per unirsi in una massa tremolante che avrebbe cominciato a levitare, per alzarsi verso l’alto soffitto della sala, dissolversi infine in una nube luminosa».
Queste tre anime sconclusionate hanno insomma, in qualche modo, trovato il loro autore e sul palco c’è il lettore, che può se vuole afferrarne la storia, prima che si dissolvano del tutto in quella nuvola.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 182, marzo 2021)
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Le Ninfee di Nibbi

Ringrazio Filippo Nibbi per questo (i) inedito (i)

(Soggetto per film?)

Un ultraricco, ultramiliardario compra a un’ asta storica le ninfee di Monet.

Paga il quadro 100 milioni di euro. Appena gli viene aggiudicato, si alza tra gli applausi dei presenti si avvicina al quadro, tira fuori di tasca un pennarello e mette la sua firma sopra quella di Claude Monet. È mio, dice, ne faccio quello che voglio. Putiferio. Pandemonio. Sdegno, urla, caos, reazioni violentissime in tutto il mondo su ogni organo di comunicazione.
Il miliardario non arretra di un millimetro anzi, ribadisce il suo diritto di mettere sé stesso, il suo nome sul cammino di quel capolavoro . Anch’ io diventerò eterno. Si è comprato il mondo, il tempo, non solo un quadro: il prezzo così risulta perfino economico.
Anni dopo rimette all’asta l’opera sfregiata. Andrà invenduta pronostica qualcuno. Ma non si parla d’altro. All’asta partecipano migliaia di ricchissimi compratori da tutto il Mondo. E il Monet rifirmato viene venduto a mille milioni all uomo piu ricco della terra. Appena aggiudicato, il nuovo proprietario si alza, estrae di tasca un pennarello e “dipinge” una ninfea in alto a destra.
Scompiglio, putiferio, pandemonio…. Eccetera eccetera… Tutto ricomincia. Tutto si ripete nel secolo 4,5,7, 10,20 volte. Alla fine il quadro non è quasi più leggibile se non per l ultimo cm quadrato.
C’è ancora Monet, ma ci sono anche tanti uomini qualsiasi pazzi e distruttori. Diventa l’emblema dell’umanità. L’opera d’arte assoluta della nostra folle razza.

Questo quadro non più quadro , questo quadro che cammina nel Tempo, che si è fatto carne. Che si sporca , si consuma, che morirà di zozzura e di contaminazione diventa il quadro più famoso del mondo, il più prezioso. Come un razzo sorpassa la ieratica, gelida Gioconda. È lui, il quadro che morirà, il Quadro per eccellenza dell ‘umanità.

………………………………………..


-Cosa stai facendo?
-Niente
Ma il mio niente non è come il tuo
Non è un niente bianco, pacifico
È malefico infido e ignoto
In un attimo da niente si trasforma in vuoto

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Note varie su meraviglia, fantasia, virtuale e autofinzione

Parlando con i ragazzi di Recensio e stasera con gli allievi, anzi gli amici , di Barzhaz, oggi sono venute a galla alcune piccole/grandi riflessioni.

Non è che la narrativa emergente è, con tutta evidenza, quella scritta e vissuta in prima persona.?

Cosa ricerca il lettore in una narrazione? Sempre più, sembra, ciò che non trova nei racconti costruiti su personaggi deboli, scontati o mal costruiti, ovvero almeno alcuni ingredienti di questa lista: autenticità, credibilità. svago, intrattenimento, possibilità di lettura a vari livelli di comprensione, sensibilità, profondità e impegno . Ecco l’interesse crescente nella lettura di saggi (se ben scritti), biografie, libri di viaggio o di testimonianza degli argomenti più vari.

Libri insomma dove c’è un io narrante, più o meno autentico, vero o verosimile, che si traduce in parole. Un narratore che fa un viaggio insieme a chi legge, qundi; lo fa forse perchè quel narratore come obiettivo sembra avere non solo quello di raccontare storie, ma quello di curarsi, di ‘crescere’ e di liberarsi dal peso di sentimenti e contenuti forti, che necessariamnete deve condividere con qualcuno. Il lettore. Il tutto giocando in un campo in cui può sicuramente dare qualcosa in più, senza essere smentito, perchè lo conosce bene (o almeno crede): la propria vita. e il bagaglio di conoscenze apprese vivendola.

Ingegneria del sé, come sostiene Sergio Blanco, autodafè del proprio vissuto, fabbrica e reinvenzione dell’io che può anche sconfinare facilmente nel narcisismo e nella noia, l’autofinzione equivale a narrare ponendo l’io come guida di una storia: è una prospettiva da una parte rassicurante, dall’altra inquietante.

Di fatto per il narratore è come fare entrare la propria anima in un tunnel di specchi, in un gioco infinito di rimandi tra vero e verosimile.

Nel gioco che facciamo spesso del chi, come cosa dove quando e perchè, l’autofinzione sembra appiattire e relativizzare i sei servitori di Kipling. Come nella teoria della relatività, le prospettive cambiano nll’autofinzione: il chi e il cosa e il perchè sembrano quasi coincidere, il dove di per sè è quasi un personaggio, il quando può anche non contare niente, perchè l’io narrante per definizione spazia nel tempo, senza regole.

La realtà. Ecco l’altra riflessione. Abbiamo parlato della narrazione e del suo rapporto con il dominio del fantastico. Ma poco o quasi per niente si parla della narrazione, delle storie letterarie, in rapporto all’emergere prepotente del virtuale. Se lo si fa, ci si approccia al tema essenzialnente da un punto di vista strumentale. La realtà virtuale insomma è per lo più vista come potenziamento del testo, come ‘letteratura aumentata’. E-book, videogiochi, algoritmi creativi, una stampella per la realtà tangibile dei libri di carta…è veramente tutto qui? Molti avvertono che c’è, o sta per nascere, qualcosa di più. A quando una letteratura autenticamente ‘nativa’ del mondo virtuale, cioè di una dimensione nuova, che non è completamente ascrivibile alla realtà, ma nemmeno al dominio del fantastico? Dovremo forse riscoprire il vecchio senso del ‘meraviglioso’ al posto di quello del fantastico?. E che ruolo giocano davvero i nostri sensi e la fantasia in tutto questo?

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Varie (relativamente) importanti

Barzhaz 1 è arrivato oggi al suo secondo appuntamento mentre il corso avanzato partirà come da programma il 10 Febbraio. E’ una formula interessante e vedo con piacere che sta crescendo.

Il premio Asimov sta arrivando alle sue fasi più vive e sta avendo (anche per quello che posso vedere con le scuole e gli incontri che facciamo in giro, purtroppo ancora a distanza) dei risultati di partecipazione eccezionali, nonostante la crisi, nonostante la pandemia, nonostante tutto, a testimonianza di come i giovani abbiano più di tutti la voglia e la capacità di reagire. Anche grazie ad iniziative come questa.

Recensio III sta continuando e a breve compariranno nuovi articoli su Sherwood/Parktime

Intanto il giorno 13 p.v. con Toscanalibri c’è un evento a cui tengo molto.

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Jack & Jill e…Viceversa

Anno XVII, n. 181 febbraio 2021  
 

Ambientato nella lontana Australia
un romanzo molto disturbante
che non può lasciare indifferenti
L’edizione italiana, per Viceversa Publishing,
di un romanzo a firma di un talento meritevole
di Massimiliano Bellavista Chapeau. Questo il primo pensiero per chi, come Viceversa Publishing, casa editrice indipendente anglo-italiana, si è imbarcato nell’impresa di far conoscere per la prima volta gli scritti di Helen Hodgman al pubblico italiano cominciando dalla traduzione del suo romanzo del 1978 Jack & Jill (Viceversa Publishing, pp. 144, £ 12,00). Tra l’altro, si tratta di un’elegante e accurata traduzione a cura di Valentina Rossini.
Tanto di cappello, insomma, perché si tratta di quel genere di libri che al lettore può dare molto, ma che gli chiede anche qualcosa in cambio.
Quando un libro inizia così: «Annoiata, Jill pestava i piedi nella veranda, aspettando che sua madre venisse a cercarla. Non lo fece, Morì quel pomeriggio. Furiosa per essere trascurata, Jill si mise a saltare sul letto, tirando i capelli alla madre, tubando le sue prime parole nell’orecchio freddo e ceroso», vuol dire infatti due cose.
La prima: quel libro richiede al lettore, soprattutto quello che non è mai stato nell’outback australiano, uno sforzo di immedesimazione. Immedesimazione nel paesaggio, immedesimazione in una diversa e spiazzante logica sociale e familiare, immedesimazione in un territorio dove le enormi distanze che separano uomo da uomo, fattoria da fattoria, e le fattorie da Sidney, schiacciano e appiattiscono la vita come una forza di gravità moltiplicata, rendendola giocoforza semplice, quasi elementare, per non dire rude. Come un funerale talmente sbrigativo da scivolare in un peculiare humour nero.
«“Allora, dove? Dove la mettiamo?”
“Giù al ruscello, suppongo” disse il marito. (…) Douggie ritornò facendo dondolare il badile. Arrancarono fino al ruscello, dove ci misero delle ore per sotterrarla, il suolo era duro e roccioso. Sudando e con aria cupa, rovistarono la radura in cerca di rocce adatte a marcare il punto».
La seconda: che questo clima si riflette nel linguaggio, particolarissimo, una lingua e delle parole che, per molti aspetti restituiscono, soprattutto nella prima parte del libro, la sensazione di un idioma vergine dove la lingua inglese si ripiega nelle sonorità e nella dimensione orale delle lingue aborigene e dove le parole mantengono alla lettura una ruvidezza non filtrata da secoli di letteratura.
«Dall’alto, in alto tanto quanto il paradiso, la risata di un kookaburra attraversò fragorosa il bush, finché venne ingoiata dalla nebbia che avvolgeva come un sudario le lontane colline. Il suono svanì in un luccicante stormire di foglie, e si lasciò dietro una quiete enorme».

Un libro che attraversa la storia
Un padre solo e distante non è il massimo per crescere una figlia. E poi c’è quella distanza coperta di polvere, da tutto e da tutti, e di certo i libri fatti venire dalla città e legati con lo spago e le lezioni scolastiche via radio-ricetrasmittente che «crepitavano nell’etere ogni mattino» non bastano allo sviluppo di una ragazzina. E così Jill ruba quello che può, quel che le serve a trasformarsi da bambina in adolescente con la stessa difficoltà con cui il padre gratta via i frutti a una terra dura come pietra.
Ma a scombinare le carte ci pensa il giovane Jack, che arriva alla fattoria di Douggie in cerca di lavoro e vi rimane perché percepisce che Jill e il padre avevano«l’aspetto di persone a cui una mano poteva servire». Douggie ne necessita di certo per mandare avanti la fattoria, Jill per crescere. Ma non si tratta certo di un principe su un cavallo bianco, forse anzi proprio dell’opposto.
Tra i due nasce un rapporto complesso, violento e contorto che dalla Grande depressione ci porta dritti fino agli anni Sessanta. Questo rapporto dove attrazione e repulsione giocano in parti uguali, è onnipresente, anche quando lui parte militare, anche quando lei va all’università e poi si trasferisce in Inghilterra. Se non sono insieme fisicamente, sono le loro menti a essere interconnesse, nonostante tutto, nonostante la violenza, l’egoismo e la brutalità di Jack.
Il romanzo si muove su due piani all’inizio paralleli, si potrebbero definire due contrappunti, dove non è presente solo il tema di un amore tanto brutale da sembrare improbabile, ma anche quello della vita come è e come dovrebbe essere. Non è un caso che Jill diventi un’affermata scrittrice di libri per l’infanzia come non è frutto di coincidenze che il suo eroe immaginario, Barnaby, ragazzo dalla testa a forma di alluce, si aggiri tra le quinte, costruite ad arte nella mente turbata di Jill, di un perfetto mondo infantile. Quello che per lei non c’è mai stato.
È qui, nella convergenza di questi due piani che compete al lettore scoprire a poco a poco, che sta una buona parte dell’originalità del romanzo. Sorprendentemente, la Hodgman riesce a creare un altro grottesco binomio come solo gli scrittori più dotati sanno fare. Dalla fattoria persa nella polvere con Jill e il padre che vivono da soli, adesso sono passati gli anni e siamo nella casa di una famosa scrittrice, che manda avanti con Jack un matrimonio sterile e vuoto, uno scenario quasi allegorico. Lei scrive i suoi libri perdendone il conto, lui intaglia i suoi crocifissi di legno costellati di gocce di smalto color sangue. Stiamo assistendo a una rappresentazione del dolore, a una pièce teatrale, lo dice la scrittrice stessa: «La loro era una commedia a due interpreti, gli aveva ricordato lei in caso lui si fosse sentito chiamato fuori».

L’attesa di un figlio che può nascere solo dalle parole
Quella ossessione per la lavorazione del legno sembra quasi una grottesca versione di un mastro Geppetto molto noir che cerca di cavare dal dolore una qualche speranza, magari quella di avere un figlio, esattamente come Barnaby cresce con Jill e in Jill. Una situazione esplosiva, come si capisce, che non può durare. Si intuisce subito pertanto che la storia è solo in attesa di un catalizzatore, di un detonatore in grado far esplodere la stasi che si è ancora una volta creata. La figura di Raelene, l’ammiratrice segretaria che si insinua come un fiume carsico nelle loro vite separandole di nuovo e svuotando di senso dall’interno la loro unione ed è quindi quanto mai necessaria.
Ha insomma un che di mitico e inesorabile questa storia d’amore che pare caratterizzata da una sorta di legge fisica, perché si ha chiara percezione sin dall’inizio che Jack e Jill non possano far altro che vivere assieme, ma questa attrazione non può fare a meno di periodici Big Bang seguiti da altrettanti Big Crunch.
Ma se la storia in questo senso è prevedibile, e come ogni Pinocchio diventa alla fine un bravo ragazzo ogni parola non può che farsi carne, e quindi Barnaby diventare qualcosa di più di un personaggio letterario, la scrittura e lo sviluppo della storia non lo sono affatto, così come il finale.
Non si può da ultimo non rilevare come questo stile “acido” e questo ritmo narrativo grottescamente ironico e graffiante siano caratteristici di tutto un filone che anche al giorno d’oggi caratterizza un nutrito ventaglio di interessanti scrittrici, per esempio di area scandinava, tra cui non si può non menzionare Hanne Ørstavik, autrici che in qualche modo condividono con la Hodgman una certa difficoltà ad arrivare al grande pubblico, a farsi scoprire e tradurre. Il titolo di un libro ruvido che ricorda qualcosa di questo romanzo come Like Sant Som Jeg Er Virkelig, che in italiano suonerebbe più o meno Questo è quello che sono davvero sembrerebbe un bell’epitaffio per Jill, tanto quanto quello scelto per lei dalla Hodgman, «Jack avrà la sua Jill, e a male niente andrà». Di certo, come e tanto quanto il libro, si tratta di uno stravagante lieto fine.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)
 
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Filippo Nibbi, Polifemo e Rodari

Franco Loi, che ci ha lasciato di recente, teneva sul comodino una copia del suo poema, Parlando di mio nonno Polifemo pubblicato nel 1973.

Rodari lo considerava un prezioso collaboratore, tanto che curò il suo ultimo libro, uscito postumo.

Lui è uno scrittore insolito, imprevedibile, difficile da incasellare in un genere.

Stiamo parlando di Filippo Nibbi

Strana opera Parlando di mio nonno Polifemo. Scritta in decasillabi, un verso piuttosto raro. Ancora più raro è ascoltare qualcuno che ancora sa leggere (leggere, non declamare) una poesia. Siamo nel suo appartamento, nel centro di Arezzo, una casa ricca di memorie, libri, quadri e fotografie.

Filippo, in questo pomeriggio invernale, mi legge il Polifemo  a volte quasi sussurrando, a volte battendo il tempo con il piede sinistro.  Le parole corrono, si fermano, tornano a fluire e (come dovrebbe essere) il suo canto aggiunge alle loro frequenze timbri e significati che non sono sulla carta, ma tra le righe.  Dice che non c’è niente da fare, le mie poesie le devo leggere io.

Matematico e fisico di formazione, Nibbi è Poeta nel senso più autentico del termine, dice, rifacendosi a Dante, che ogni Poeta è una Sibilla (Così la neve al sol si disigilla, / così al vento nelle foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla”). La sua scrittura si potrebbe definire probabilistica, quantistica, nel senso che nasce, per certi versi come quella di Rodari, dallo scontro di parole che, come particelle elementari, da questa collisione liberano qualcosa di nuovo e sconosciuto.

È questo in breve Filippo Nibbi. Qualche anno più degli ottanta (non vogliamo subito dire quanti) portati con grandissima lucidità, creatività e vivacità intellettuale. Nella stanza che ospita la sua biblioteca, nel centro di Arezzo la letteratura si respira. Si tocca. Si sente.  La sua lettura galoppa e si riverbera sui muri, sulle finestre, sui tavoli ingombri di carte.

La mia terra conosce i bei volti

e i dolori coperti di vigne.

I paesi le stanno a ridosso

come tante pietruzze celesti:

la mia terra conosce quei sassi

che non hanno potuto riempirla.

Veglieremo su tutti una volta:

i cipressi ne sanno qualcosa.

La mia terra lo disse ai suoi morti,

e i suoi morti le danno ragione:

c’è chi vive imbiancando di dentro

catapecchie ridotte a presepi.

Chi avvicina i paesi di notte

può trovare le pietre al suo posto.

(…) Molte case finiscono in niente

perché l’alba non crede più a loro.

Le finestre rimangono chiuse

anche quando la luce ci batte.

Le parole per Nibbi sono importanti. Cita Vico e le sue picciole metafore. Vico che per primo affermò che la metafora è la forma originaria del linguaggio, ciò che è necessario ad afferrare e sedimentare la conoscenza, umanizzandola con immagini come il sole ride.

Vede, mi ricordo che una volta, con Rodari, un bambino osservando la pancia della mamma, in dolce attesa, disse ‘Toh, un panciullo’.  I bambini, dice, sono fantastici, perché possiedono innata questa capacità metaforica alla base del linguaggio, questa abilità di creare che poi col tempo viene sviata, repressa e a volte frustrata da una scuola e da una società che ci vuole ‘razionali’. Ma lui stesso è in questo senso ancora bambino, un ‘acceleratore di parole’ che fa scontrare di continuo. Mi esorta anche qui, ora a giocare con lui.

Del resto anche il termine che inconsapevolmente ho scelto, ‘bambini fantastici’ è anch’esso in qualche modo figlio della razionalità e dell’Illuminismo. Prima dell’Illuminismo avrei forse detto ‘bambini meravigliosi’, perché per gli uomini di quel tempo l’immaginario, l’irreale’ era o poteva essere a buon diritto parte della realtà. Solo dopo, con la parola ‘fantastico’, abbiamo imprigionato e relegato la nostra fantasia su di un altro piano, come si fa con un ospite tollerato ma imbarazzante, sottolineando con ciò che eravamo diventati ‘razionali’, e forse anche un po’ più tristi e disillusi.

Sta bene sembra dirmi Nibbi, non c’è problema. Lui in fondo con le parole ci gioca da una vita. Rodari, nella primavera di quel lontano 1979, quando fece visita in una scuola di Arezzo per parlare della sua idea di scrittura, lo ha ‘infettato con la parola’. È proprio questo il termine che usa. La parola è un virus, ma di quelli buoni.

Nibbi dice di sé stesso di sentire nelle sue vene sangue contadino ma in lui c’è anche la fierezza della nobile bisnonna. Nasco in casa Angori, dove la capocasa è la bisnonna Emilia Ugurgieri, di Siena. Era giunta a Camucìa con un paggio, Generoso. La sua famiglia apparteneva a quella Magistratura di Siena che aveva costretto Carlo V a entrare in città appiedato

Gli piace parlare del suo passato, ma sempre in senso non retorico ma costruttivo, per pescarvi quanto serve ad illuminare un angolo di futuro.

Rodari quel 23 Marzo di molti anni fa incontrò e lavorò alacremente circondato dall’entusiasmo di quei bambini che ora sono cinquantenni, e allora formavano gli alunni di una classe quinta elementare e una prima media.

Rodari in quegli anni girava l’Italia, vedeva quel suo modo speciale di narrare e scrivere come una missione, la missione di divulgare la fantasia. Per quegli incontri poneva due sole condizioni: la prima era quella di non lavorare con nessun altro che i bambini e qualche insegnante, la seconda era quella di non registrare alcunché di quegli eventi. Condizioni rispettate senza eccezioni, almeno fino a quella primavera del ’79., quando invece si registrò tutto su nastro.  A me lo permise perché intuì che sapevo lavorare con le parole, mi dice Nibbi. Nibbi capisce che quella esperienza potrebbe diventare un progetto, un ideale complemento operativo della Grammatica della fantasia, A gennaio del 1980 in questo senso Rodari scrive a Nibbi ma sfortunatamente poco dopo, nell’Aprile 1980 lo scrittore muore. Ed ecco che quelle sbobinature diventano preziosissime, costituiscono quel contributo che confluisce nel libro Esercizi di Fantasia, che esce grazie al lavoro di Nibbi appena un anno dopo, nel 1981.

Mi trovo qui perché sono rimasto colpito dall’articolo comparso su un quotidiano qualche giorno prima, che a un certo punto recitava: Filippo Nibbi cambia casa e regala una buona parte della sua biblioteca. Una lunga lista di libri, di ogni genere, dalla quale scegliere per arricchire il proprio bagaglio, basta fare una telefonata. Una cosa inusuale, un atto di generosità e di fede nella lettura e nella cultura; mi chiedevo come gli fosse venuta l’idea, e se qualcuno avesse raccolto l’invito. Gli telefono e il giorno dopo sono da lui.

Ci sono tre giovani a piano terra. Aspettano con pazienza. A quanto pare non sono gli unici, i libri di Nibbi forse popoleranno molte e varie biblioteche, come scintille che si propagano di focolare in focolare. È una cosa confortante saperlo.

I libri del resto sono essi stessi una metafora. Secondo Nibbi, una metafora della propria ignoranza. Sulle prime non capisco, ma poi afferro tutta l’originalità di quel punto di vista. Più sono, dice Nibbi, più evidentemente c’era bisogno di colmare dei vuoti. È vero, non ci avevo pensato. Ma sono anche la prova di una incolmabile curiosità che mantiene tuttora Nibbi entusiasta e assetato ricercatore di tutto e su tutto.

La gente viene, e si ferma a parlare con lui, che gli legge brani delle sue opere alternandoli in modo inscindibile ad episodi della sua vita. Sembra lui la Sibilla di cui parlava e forse in quei libri che ora viaggeranno chissà dove c’è da qualche parte un suo personalissimo oracolo.

Anni prima, anche Rodari come Loi aveva letto quel suo poema, Parlando di mio nonno Polifemo. Per cui tutto il gioco ad Arezzo fu strutturato come nonsense, iniziò con “Ho conosciuto un tale/un tale di Arezzo/ che mangiava sua nonna/ e provava ribrezzo

Ma sono molti e assai diversi gli scritti di Nibbi, figli di varie epoche, ma sommamente di un’Italia in cui ogni libro nasceva tra la gente e svolgeva una precisa funzione portando valore nel contesto sociale. E tutti sono particolari, interessanti e leggibili i suoi testi, su più piani sensoriali e temporali. Come del resto le sue letture e riletture, ad esempio quella dell’Alice di Carrol ne Il Cappellaio matto.  Tanto materiale è disponibile online, ad esempio sul suo sito personale, http://filipponibbi.altervista.org/

Gli auguriamo di proseguire il suo lavoro e di continuare a spiazzarci, continuando a cavare storie originalissime e parole nuove dove gli altri vedono solo linguaggio comune routine, come scintille dalle pietre focaie.

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Festival dello scrittore 19-20-21 Marzo (quarta edizione) : torna il laboratorio ‘Vie Brevi’

Evviva le vie brevi della scrittura al Festival dello Scrittore!!!

http://www.festivaldelloscrittore.it/

Visto il successo delle precedenti edizioni, vi proponiamo una nuova/diversa sfida all’interno del Festival dello Scrittore che si terra nei giorni 19–20-21 marzo 2021. (Per informazioni e iscrizioni scrivere a redazione@festivaldelloscrittore.it).

Scrivere breve non è affatto facile! Mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo.
Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a breve ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival dello Scrittore.

La partecipazione è gratuita. I racconti vanno inviati a barzhaz@loggione.it entro il 15 marzo 2020.
I migliori racconti saranno pubblicati sul sito www.festivaldelloscrittore.it e su http://www.thenakedpitcher.com

Questa volta Vi proponiamo le seguenti semplicissime  due ‘regole’ per la stesura dei Vostri racconti:

-Distanza: 250 parole (come prima)

-Tema: l’amore (nelle sue varie e infinite forme e sfumature). 

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Le rose di Kathryn. Su Toscanalibri una mia recensione che è anche un racconto sul tempo.

Paolo Cesarini in un racconto a me particolarmente caro, La ragazza in Verde, narra con il suo bello stile che mescola ironia caustica, memoria minuziosa e tragicità una vicenda sospesa tra amore e Palio. Una storia d’amore nasce e finisce durante il Palio del ’33, e il racconto si conclude così: Fu l’ultimo Palio che godei da senese intero. Dopo ne ho visti molti altri, ma da senese all’estero, voglio dire fuori dal confine dell’antico Stato: che è una cosa diversa, intensa e incompleta, sempre un poco amara, con l’orario delle ferrovie che appare dietro al gioco delle bandiere. Quando ho letto d’un fiato Le rose di Kathryn di Luigi Oliveto, e non si tratta del solito trito cliché di circostanza (ho ‘profetizzato’ il successo che il libro sta avendo in tempi non sospetti!), mi è subito venuto in mente questo frammento. Sarà perché le Avventure ritrovate di Cesarini quasi quarant’anni dopo si potrebbero ben commentare come il libro di Luigi, che racchiude racconti che sottolineano il passare del tempo e tratteggiano la vita per induzione e mai per deduzione, avventure ordinarie che racchiudono sentimenti universali.

Sarà perché alla fine quel libretto del 1983 evocava magistralmente fatti e periodi storici in parte sovrapponibili, ma in larga parte precedenti e complementari a quelli ripercorsi nel volume di Oliveto, che invece ha, anche per ovvie ragioni anagrafiche, il suo fulcro temporale dagli anni Sessanta in poi. Sarà perché si tratta di storie che abbracciano tutta Italia, con uno sguardo e un’attenzione lessicale anche al dialetto (non toscano) da senese all’estero. Sarà perché l’amore, in tutte le sue forme, ma certamente l’archetipo femminile, talvolta ironico, talvolta malizioso, più spesso materno e insondabile gioca in questi racconti brevi un ruolo importante. Sarà per via delle ferrovie. Fateci caso, a Siena gli scrittori arrivano sempre a piedi, a cavallo o, come nel caso di un noto racconto dedicatole da Saramago, Terra di Siena bruciata, in macchina. Non si associa facilmente Siena coi treni, perché la ferrovia per come è disposta la città, sembra un corpo estraneo. Che ci sia tutti lo sanno, ma dove sia rimane un po’ vago, come la Diana, il fiume sotterraneo che la leggenda vuole scorra nelle viscere della città. Eppure o forse proprio per questo, quel racconto, Maso che sentiva i treni ti colpisce eccome. Maso il folle, Maso il pazzo con licenza di essere angelo e demone, è davvero uno dei ritratti più riusciti della raccolta. E Maso, rinchiuso all’ospedale psichiatrico di Siena, il San Niccolò, dall’età di otto anni è un personaggio che piacerebbe a Simone Cristicchi, un personaggio da conoscere. Maso sente il treno, ripete in continuazione oggi si sente il treno. Quel treno ha una valenza metaforica molteplice e potente: ve lo ricordate il Belluga de Il treno ha fischiato di Pirandello? Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo: – Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato… È così anche per Maso, il treno gli fischia in testa e un bel giorno se lo porterà anche via.

Tutti i personaggi di questa raccolta sono trascinati dal destino individuale e dalla storia, fuori dalla Guerra e dentro la pace. Ma anche la pace sa essere subdola, lo sanno bene Paoletto e Irma di Seconde nozze i quali sopravvissuti alla guerra, non sopravvissero alla pace. Poi si va oltre, si abbandona questi protagonisti morti sulla soglia del boom e se ne trovano altri per i quali cominciano i mali del benessere. Ci si può permettere di tutto, divorzi, tradimenti, depressione, eccessi finanziari. Con uno strano e costante retrogusto agrumato, amarognolo in bocca però: nella vita di questi personaggi non manca mai l’insolito, l’inspiegabile e anche il fantastico.  In L’orologio di Colzana, racconto notevole specialmente nella sua parte iniziale, dove una specie di bolla magnetica avvolgeva l’intero paese e tutti gli orologi si fermavano sembra che Buzzati si sia temporaneamente impadronito del libro. Lo stesso si potrebbe dire anche per Black Christmas che gira attorno alle dimissioni di un Babbo Natale sfiduciato nel genere umano. Ma tutti i protagonisti della raccolta vorrebbero alla fin fine fermare il tempo come Fausto Pavanti, se non altro per vederci chiaro nelle loro vite che perdono continuamente entusiasmo e ingenuità e invecchiano e diventano più ciniche e subdole esattamente come fa la beneamata Repubblica italica.

Lo si dice benissimo in un passo veramente notevole del libro ai piedi del faro non c’è luce. (…). Se non riusciamo a vedere la luce, non è detto che non ci sia e soprattutto non è detto che non ci riesca la nostra coscienza. E inoltre, ancora più importante, se si inizia la nostra esistenza nel buio, non è detto che non si possa terminarla in piena luce. I santi si sa, come diceva Giovanni Maria Vainney, non tutti hanno cominciato bene, ma tutti hanno finito bene.  Lo sa benissimo il Don Liborio di Santo subito, racconto veramente azzeccato anche dal punto di vista tecnico vista la vividezza delle immagini e delle descrizioni. Ma c’è anche chi nel buio rimane senza riuscire a frenare minimamente l’emorragia del tempo, ed è in questo senso molto forte e realistica l’atmosfera de Gli anni di piombo, anche per quella bellissima virata che Luigi ha saputo impartire alla narrazione, una strambata alle vele con vento forte, e perciò assai difficile, impressa dopo appena un paio di pagine a una storia che parte un po’ alla De Sica di Matrimonio all’italiana, con le prodezze erotiche e le acrobazie (bi) familiari dell’Onorevole Ciro Imbiancato per poi incattivirsi fino all’estremo. In quella vicenda, le colpe dei padri ricadono sui figli, anche quelli avuti fuori dal matrimonio, nel Delitto Perfetto apparentemente, parrebbe di no, ma siccome si tratta di una storia a tinte gialle, non va rivelato il finale. Va detto solo che merita di essere letta.

Un discorso a parte, a mio giudizio, merita Amore di lontano.  È un racconto veramente insolito, dove questo elogio dell’amore lontano alla Jaufré Rudel sconfina nel masochismo e un pochettino anche nella follia. La protagonista, Dolores, sopporta tutto il calvario di un divorzio in una famiglia ipertradizionalista in un piccolo paese ma, con il suo nuovo amore, tutto sommato le va bene così, vicini nel cuore ma distanti chilometri con ancora il treno, il maledetto treno, che torna nel mezzo. Ci sono dei passi del racconto, come l’incontro con la suora in treno, che valgono il libro. C’è in certi passi anche un uso del dialetto, milanese in questo caso brianzolo ne Un’ordinaria storia di provincia che ricorda l’Hans Tuzzi del ciclo del Commissario Melis.
Luigi, lo si percepisce da quasi ogni pagina di questo volume e lo sa bene chi collabora con lui o lo legge abitualmente su Toscanalibri.it, è un lettore attento, curioso, esigente, meticoloso. Non sfuggirà agli amanti della letteratura italiana del secondo novecento che il libro ne è animato e vitalizzato come nei casi più felici succede tra un film e la sua colonna sonora. Per esempio: accarezzò la schiena di Alessandro come un rendimento di grazie, si addormentò pure lei. Sul limitare di questo paradiso li ritrovò la luce novembrina del giorno. La Milano del sabato mattina poltriva ancora sotto piumoni e nebbia. Lui alle dieci aveva la prova in teatro… Se a Milano sostituite Venezia, quella città nebbiosa e indefinita descritta nel bellissimo racconto già citato, complice anche l’ambientazione ‘musicale’ della storia, ricorda da vicino il Berto di Anonimo Veneziano. Comunque l’amore o ciò che gli assomiglia cerca sempre di gettare un ponte, anche oltre la storia, anche oltre l’esistenza. Per tutte queste ragioni, ‘le poste di bilancio della vita’ cui Luigi Oliveto si riferisce nella poesia che costituisce il desinit del volume, saranno anche scombinate dal tempo ma la loro somma è sempre in attivo e produce un sicuro profitto per il lettore.