In evidenza

Al Futuro memoria festival

Parola d’ordine cooperazione al confronto L’Italia centrale unita per un grande progetto culturale condiviso, sposato dal nostro festival, insieme al Festival del Medioevo, alla Festa di Scienza e Filosofia e alla realtà ReWriters Magazine, Massimo Arcangeli, Annalisa Nicastro, Eugenia Romanelli, Pierluigi Mingarelli, Massimiliano Bellavista, Gino Troli e l’asessore alla Cultura di Ascoli, Donatella Ferretti. La cultura come volano per la costruzione di prospettive future, puntando sul patrimonio territoriale umano, storico, intellettuale, con un occhio di riguardo ai giovani. Roma, Gubbio, Spoleto, Assisi, Cassino, Ascoli, Foligno, insieme nel presente per creare progetti forti e condivisi.

Moto interessante la realtà di ReWriters e il suo recente e velocissimo sviluppo.

Ringrazio Antonio Sgobba conduttore di TGR Petrarca per il bellissimo confronto sul suo libro centrato sul cruciale tema della fiducia.

Prosegue il Futuro Memoria Festival dopo il  successo  dei primi due giorni che hanno visto relatori di grande notorietà illustrare alla numerosa platea argomenti di attualità come lo scenario odierno dell’editoria (con la partecipazione di case editrici quali Laterza, Bollati Boringhieri e Il Saggiatore), temi filosofici insoliti e a accattivanti quale quello posto da Nuccio Ordine Nuccio Ordine, letterato e accademico italiano, professore ordinario di letteratura italiana riconosciuto come uno dei massimi

studiosi del Rinascimento e di Giordano Bruno, sull’utilità dell’inutile e sul culto talvolta sterile che la nostra società pratica spesso dei soli saperi ritenuti ‘utili’, o la questione della difesa del cielo (dichiarato patrimonio UNESCO)  dalla proliferazione esponenziale dei satelliti e della fonti luminose che ne impediscono l’osservazione. Partendo dal principio che ‘il cielo è di tutti’ (omonimo titolo del libro presentato) due grandi scienziati, Patrizia Caraveo e Eugenio Coccia hanno affrontato il tema della conoscenza del cielo e della sua osservazione attraverso nuovi strumenti e con obiettivi più avanzati. Consegnati anche i Premi Visioni a a due grandi intellettuali italiani che hanno illuminato in questi anni il dibattito culturale nel nostro Paese, Luciano Canfora e Franco Cardini, che hanno offerto alla città due indimenticabili lectio. Oggi Sabato 26 settembre, il programma prosegue con una serie di appuntamenti di grande interesse. Si comincia alle ore 10 alla Libreria Rinascita con un incontro con Antonio Sgobba sul tema Fiducia/sfiducia introdotto da Massimiliano Bellavista; alle ore 12 si prosegue nella Sala della Ragione con un confronto tra i direttori dei maggiori festival culturali dell’Italia centrale che per la prima volta discutono su un grande progetto condiviso di azione e visibilità comune. Il programma riprende alle ore 17 al Chiostro di San Francesco con Gabriele Ferraresi e un viaggio tra gli stereotipi nazionali alla ricerca delle differenze con una introduzione di Alessandro Poli. Sempre al Chiostro alle 18 si confrontano due tra i più grandi dantisti italiani, Alberto Casadei e Giulio Ferroni, che aprono ad Ascoli e in anticipo le iniziative previste per il settimo centenario della morte di Dante con due libri di cui già tutti parlano (modera Maria Chiara Fratoni). Il momento culminante della giornata si terrà nel Teatro Ventidio Basso alle ore 21 con la lectio di Roberto Battiston, per molti anni presidente dell’Agenzia Spaziale italiana, fisico di fama internazionale, che terrà un intervento intitolato “La prima alba del cosmo”. La serata si concluderà con la consegna del Premio Visioni al grande regista Mario Martone che sarà in seguito intervistato da Fabrizio Corallo e Gilberto Santini.

In evidenza

Barzhaz, parte oggi con il primo gruppo e la prima tornata

Sono stati tanti i contatti e le visualizzazioni. Alle 18 si parte con la prima classe. I numeri in gioco saranno cadenzati nel tempo (e nello spazio virtuale, almeno per ora) in attesa che le condizioni ci consentano di fare incontri fisici.

Oggi si parte con la prima classe e la prima serata

Per iscriversi alle successive classi/edizioni http://www.concorsiletterari.it/concorso,10106,Barzhaz

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Punto triplo e altri racconti pubblicato da Castelvecchi

Questo è un giorno speciale: la mia nuova raccolta ‘Punto triplo‘ è pubblicata da Castelvecchi nella collana di narrativa Tasti, disponibile a giorni. Ringrazio Carlo Bolli per il bellissimo lavoro di editing e i preziosi consigli e tutte le persone della Casa Editrice che hanno interagito con me per aver creduto in questo testo (loro sanno bene a chi mi riferisco!!!).

Punto triplo è un libro e un progetto speciale, che spero piaccia a molti.

In evidenza

Futuro memoria festival: il programma di dettaglio. Per una rete della cultura.

Ci sono due aspetti che vale la pena sottolineare, nello sforzo prodotto in queste settimane per raggiungere questo risultato.

Fare rete è importante: è quasi scontato oggigiorno. Ma non sempre alla dichiarazione di intenti segue poi un impegno pratico.Nel campo degli eventi culturali, l’importanza di una solida governance e di una altrettanto concreta capacità di creare un vasto network territoriale di operatori culturali è stata sicuramente compresa molto più al nord che al centro e al sud. In questi frangenti e anche in futuro, la cultura richiede invece un forte connubio con adeguate capacità di mamagement e programmazione. E’ stato così per lo sport, è così da tempo per i musei, deve esserlo ora anche per la cultura. Per questo l’evento di Sabato prossimo è importante. L’Italia centrale unita per un progetto centrato sulla cultura. Le Marche, insieme al Lazio, all’Umbria e alla Toscana, sono state la culla linguistica, letteraria, artistica della nostra penisola, il luogo di un’imprescindibile origine. Quattro regioni legate le une alle altre in  una rete naturale, da ridisegnare con eventi culturali strutturati a loro volta in rete come frutto della collaborazione fra grandi festival culturali, nuovi o già radicati, in grado di attirare un largo pubblico: Il Futuro Memoria Festival, il Festival del Medioevo di Gubbio, la Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, il Festival dell’Italiano di Siena, il costituendo Festival di Roma sulla riscrittura dell’immaginario (progetto Rewriters) e altri. Finora molti festival culturali italiani, quelli più noti, sono stati realizzati nel nord Italia. Ora i direttori di alcuni dei principali festival dell’Italia centrale s’incontrano per una strategia comune, per un’alleanza culturale che sia in grado di produrre nuovi modi collettivi, partecipati e condivisi, di fare cultura.

il lavoro con le scuole e con i giovani. Dati recenti dimostrano che c’è una inversion di tendenza. Anche la mia esperienza lo conferma. I giovani SONO buoni, anzi ottimi e critici lettori. Per questo è importante che eventi come questi pongano le loro radici in un intenso lavoro preparatorio cul territorio all’interno delle scuole.

PROGETTO SULLA COSTITUZIONE

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21 della Costituzione Italiana).

GIORNO DI APERTURA DELLE SCUOLE: EVENTO DI LANCIO DEL PROGETTO

Evento di lancio del progetto sulla Costituzione. Sarà stampata (l’aggancio è a un lavoro fatto precedentemente, la consegna di diverse centinaia di copie della Costituzione ad altrettanti studenti di scuole di ogni ordine e grado) e consegnata agli studenti al momento della riapertura delle scuole, in particolare a quelli delle ultime e penultime classi, perché possano lasciare un segno concreto del loro “passaggio” da un ciclo all’altro o del loro avvicinamento al ciclo di studi successivo. Si coinvolgeranno le seguenti classi: 

la quinta elementare di ogni scuola

la terza media di ogni scuola

la quarta o la quinta liceo di ogni scuola.

L’obiettivo è di sensibilizzare i giovani su temi civici importanti, ruotanti attorno alle corrispondenti parole (libertà, lavoro, diritti e doveri, ecc.).

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IPOTESI DI SVILUPPO 

FASE 1 (LAVORO INDIVIDUALE) 

settembre-ottobre

Dopo aver ristampato il testo, migliorandone/adattandone la veste grafica, vi inseriremo alcune pagine finali vuote da far riempire dagli studenti. Gli studenti dovrebbero:

– scegliere una parola-tema (per es. “libertà”);

– stendere un nuovo articolo della Costituzione contenente la parola scelta.

Gli studenti delle scuole coinvolte lavorerebbero anche sull’etimologia della parola-tema scelta. Svolgerebbero funzione analoga alla pagina bianca i dazebao della libreria Rinascita, da affiggere in tutta la città di Ascoli perché chiunque possa arricchirli con post contenenti la parola-tema e un breve commento a spiegazione della scelta.

FASE 2 (LAVORO INDIVIDUALE) 

novembre-dicembre

Gli studenti girerebbero dei minuti Lumière in presa diretta rappresentativi delle parole scelte (cfr. il lavoro fatto dagli studenti delle medie di Teramo:  https://www.youtube.com/watch?v=CX_RyCgpAn0).

FASE 3 (LAVORO DI GRUPPO) 

gennaio-febbraio

Il minuto Lumière sarebbe montato all’interno di un cortometraggio della durata di 4-5 minuti che racconti una storia sulla parola-tema scelta. Potremmo anche coinvolgere professionisti (registi, sceneggiatori, youtuber, ecc,) che aiutino i ragazzi nella realizzazione dei video.

FuturoMemoriaFestival (FTM)

Ascoli sulla scena del tempo

(Ascoli Piceno, 24-27 settembre 2020)

martedì 22 settembre

ore 11 (Sala Cola d’Amatrice)

Conferenza stampa

(annuncio ufficiale per l’assegnazione del premio Visioni)

giovedì 24 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

UTOPIA/DISTOPIA

Visione del film Buio (2020), di Emanuela Rossi. A seguire dibattito con gli studenti a cura di Emanuela Rossi ed Elettra Mallaby

Emanuela Rossi. Marchigiana (di Fermo), ha studiato storia del cinema al Dams di Bologna. Dopo un’esperienza come giornalista in alcuni magazine (“Grazia”, “Marie Claire”, “D-Donna”, “Casa Vogue”) decide di andare a Roma a fare la regista. Al primo corto, Il bambino di Carla (2017), entrato nella cinquina dei David di Donatello e dei Nastri d’Argento, fa seguito la co-regia della serie tv Non uccidere (prima serie: 2015) e la regia di Buio, premio speciale SIAE per la sceneggiatura ai Nastri d’Argento. Il film è stato presentato (nella sezione Alice nella Città) alla Festa del Cinema di Roma (2019).

Elettra Mallaby. Nel 2010, dopo diversi anni di dedizione alla fotografia, soprattutto in campo musicale e teatrale, inizia a studiare recitazione e a prendere parte ai primi cortometraggi e spettacoli teatrali. Ha lavorato con Alberto di Stasio, Manuela Cherubini, Alessandro Berdini, con diversi maestri americani, come Susan Batson, Xavier Galito Oliva e Doris Hicks, e con Paolo Virzì, Checco Zalone e Alessandro Gassman. L’ultimo film in cui ha recitato è Andrà tutto bene di Francesco, in uscita a breve. Fra le sue serie tv: Don Matteo, Un passo dal cielo e Una pallottola nel cuore. Nel 2018 ha ricevuto il premio come miglior attrice emergente a “Cortinametraggio”.

ore 18.30 (chiostro di San Francesco)

TRADIZIONE/MODERNITà

Giovanni Carletti (Laterza), Andrea Gentile (il Saggiatore), Michele Luzzatto (Bollati Boringhieri), Scommettere sul futuro senza dimenticare il passato

Modera Eleonora Tassoni 

Tre esponenti di spicco di Bollati Boringhieri, Laterza e il Saggiatore si confrontano sulle politiche di ieri e di domani delle loro case editrici, ognuno con il compito di indicarne un libro del catalogo storico e una recente scommessa editoriale al fine di ricostruirne un preciso profilo fra i lasciti della tradizione e i libri che verranno, per nuove sfide, per nuove relazioni fra i saperi, per la costruzione di un nuovo immaginario, per traghettare elementi importanti della nostra identità culturale verso il futuro.    

Andrea Gentile. È scrittore e, dal 2014, è direttore editoriale del Saggiatore. È autore dei romanzi L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore, 2012), Volevo tutto. La Vita nuova (Rizzoli, 2014), I vivi e i morti (minimum fax, 2018) e, insieme a Giuseppe Genna, del poema cosmogonico Etere divino (2015, il Saggiatore).

Giovanni Carletti. Versiliese, trapiantato a Roma, è editor presso Laterza dal 2008. Appassionato di storia e di politica, si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Pisa e ha conseguito un dottorato di ricerca e un post-dottorato presso lo stesso ateneo occupandosi di storia dei ceti dirigenti, di storia delle professioni e di storia dell’editoria.

Michele Luzzatto. Dopo un dottorato e un post-dottorato in Biologia è entrato nel mondo dell’editoria, ed è attualmente direttore editoriale di Bollati Boringhieri. Si è occupato in particolare di evoluzionismo e del pensiero darwiniano, scrivendone su diverse testate. Tra le sue pubblicazioni: Preghiera darwiniana (Raffaello Cortina, 2008).

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

UTILE/INUTILE

Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile

Introduce Donatella Ferretti

Utile e inutile non significano per tutti la stessa cosa. Una grande maggioranza, per esempio, considera utile solo ciò che produce profitto e denaro. Per altri, invece, è utile soprattutto ciò che non produce profitto e denaro. Esistono, nelle democrazie mercantili, saperi ritenuti ingiustamente inutili (letteratura, filosofia, scienza di base, arte, musica) che si rivelano, al contrario, di una straordinaria utilità. Grandi filosofi (da Platone ad Aristotele, da Montaigne a Giordano Bruno, da Kant ad Heidegger) e grandi scrittori (tra cui Ovidio, Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Cervantes, Dickens, García Lorca, Ionesco, Calvino, ecc.) hanno mostrato come l’ossessione del possesso e il culto dell’utilità possano finire per inaridire lo spirito, mettendo in pericolo non solo l’arte e la formazione (scolastica e universitaria) ma anche alcuni valori fondamentali come la dignità, l’amore o la verità.

Nuccio Ordine. Letterato e accademico italiano, professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università della Calabria, è internazionalmente riconosciuto come uno dei massimi studiosi del Rinascimento e di Giordano Bruno. È presidente del Centro Internazionale di Studi telesiani, bruniani e campanelliani e membro del Comitato scientifico dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. Collabora  alle pagine culturali del “Corriere della Sera”, dirige i “Classici della letteratura europea” per Bompiani e in Francia, con Yves Hersant, due collane presso Les Belles Lettres.  Fra i suoi libri più recenti, oltre al best seller Lutilità dell’inutile (Bompiani, 2013): Classici per la vita. Una piccola biblioteca ideale (La Nave di Teseo, 2016) e Gli uomini non sono isole. I classici ci aiutano a vivere (La Nave di Teseo, 2018).

ore 22 (teatro Ventidio Basso)

TERRA/CIELO

Patrizia Caraveo ed Eugenio Coccia, Giù le mani dal cielo

Modera Gino Troli

Il cielo stellato è parte integrante della cultura di tutte le civiltà che si sono sviluppate sul nostro pianeta. L’UNESCO l’ha definito patrimonio dell’umanità e, come tutti i patrimoni, deve essere conservato per le generazioni future. Purtroppo questo impegno è spesso disatteso e l’oscurità della notte è messa in serio pericolo dalla mancanza di attenzione degli esseri umani. Troppe luci spengono le stelle. Preservare il buio non è una missione impossibile, con un po’ di attenzione tutti possiamo contribuire a limitare l’inquinamento luminoso per tenere accese le stelle che hanno moltissimo da raccontarci. Due tra i più grandi protagonisti della scienza italiana si incontrano per un dialogo sull’ultimo libro di Patrizia Caraveo, Il cielo è di tutti (Dedalo, 2020), che affronta il tema della conoscenza del cielo e della sua osservazione attraverso nuovi strumenti e con obiettivi più avanzati. “Siamo polvere di stelle – dice Caraveo –, e questo spiega la ragione del grande fascino che il cielo ha sempre esercitato sul genere umano, fin dalla notte dei tempi. Oltre a essere affascinante, l’astronomia è stata per millenni una scienza utile. Il Sole, la Luna e le stelle sono stati l’orologio e il calendario dell’umanità, e hanno anche indicato ai viaggiatori la direzione da seguire”. A confrontarsi con Patrizia Caraveo (che non risparmia critiche a una certa superficialità nell’affrontare temi che necessiterebbero di maggior spazio nel dibattito culturale contemporaneo) un protagonista molto noto della fisica italiana, Eugenio Coccia, che è fra gli scopritori delle onde gravitazionali e tra i primi osservatori dei buchi neri. Cielo e terra è l’endiadi sulla quale i due scienziati saranno chiamati a cimentarsi per riflettere sulle nuove frontiere dell’astrofisica.

Patrizia Caraveo. Dirigente di Ricerca all’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Astrofisica di fama mondiale, nel 2003 è stata nominata “man of the year” (un titolo che la dice lunga sui pregiudizi di genere, contro i quali non ha mai smesso di lottare). Nel 2009 è stata insignita del Premio Nazionale Presidente della Repubblica. Fa parte del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica e delle “100 donne contro gli stereotipi”. È Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Fra i suoi libri più recenti: Uomini e donne: stessi diritti? (Castelvecchi, 2017); L’universo violento (Corriere della Sera, 2018); Conquistati dalla Luna (Raffaello Cortina Editore, 2019); Il cielo è di tutti (Dedalo, 2020).

Eugenio Coccia. Fisico sperimentale, rettore del Gran Sasso Science Institute (Centro di Studi Avanzati dell’INFN) e ordinario di Fisica all’Università di Roma “Tor Vergata”, ha compiuto studi importanti nel campo della ricerca sulle onde gravitazionali. È stato direttore dei Laboratori INFN del Gran Sasso, e presidente della Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione e della Commissione Scientifica dell’INFN sulla fisica astroparticellare. Tra i riconoscimenti ricevuti: la medaglia “Giuseppe Occhialini”, conferitagli dall’Institute of Physics del Regno Unito (2012), e l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2011).

venerdì 25 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

PADRI/FIGLI

Andrea Franzoso, La Costituzione spiegata ai giovani

Un incontro che costituirà un’occasione per affrontare valori e principi, attraverso le modalità del racconto, più con l’empatia che con la teoria, perché discutere degli uni e degli altri, soprattutto con i ragazzi, è prima di tutto un grande esercizio empatico. Un percorso, tra vita e narrativa, in cui l’autore ci racconterà la sua storia e quella dei protagonisti del suo ultimo libro, riflettendo sull’etica e sull’educazione civica.

Andrea Franzoso. Vive a Milano, ha una laurea in Giurisprudenza, un baccalaureato in Filosofia e un master in Business Administration. È stato cadetto dell’Accademia Militare di Modena e per otto anni ha prestato servizio come ufficiale dei carabinieri, congedandosi col grado di capitano. Ha vissuto quattro anni coi gesuiti, e ha lavorato in azienda. Oggi si occupa di educazione civica, dalla primaria alle superiori. Ha scritto due libri per ragazzi (e per le loro famiglie), entrambi per De Agostini: #disobbediente! Essere onesti è la vera rivoluzione Viva la Costituzione.

ore 10 (cinema Odeon)

NATURA/CULTURA

Anna Oliverio Ferraris, La famiglia tra natura e cultura

Introduce Natalia Encolpio

La famiglia è una struttura primaria che esiste in tutte le società (ha i suoi riti, il suo lessico, le sue routine), ma deve anche coordinarsi con le regole di quella specifica società in cui è inserita. Al suo interno, in un sovrapporsi di piani che rendono difficile fissarla in un’unica fotografia, si giocano da sempre dinamiche cruciali che tornano ciclicamente al centro del dibattito pubblico: il confronto e la relazione tra i sessi, la gerarchia e la costrizione dei ruoli, la costruzione dell’identità e il senso di appartenenza. Simbolo del calore umano, luogo di consuetudini complici e di un vocabolario intimo, la famiglia vive di un equilibrio costante tra ricerca di fusione e bisogno di autonomia.  Capace di creare alleanze per la vita ma anche di alimentare rivalità distruttive, la famiglia può proteggere i suoi membri, aiutandoli a costruire identità serene e sicure, oppure controllarli e costringerli in ruoli estranei e dolorosi.

Anna Oliverio Ferraris. Psicologa, psicoterapeuta e professore ordinario di Psicologia dello sviluppo all’Università della Sapienza di Roma. Dirige la rivista degli psicologi italiani “Psicologia Contemporanea” ed è autrice di saggi, articoli scientifici e testi scolastici. Collabora regolarmente da anni con le riviste “Vita Scolastica”, “La scuola dell’infanzia”, “Vita dell’infanzia”, “Prometeo”. È stata collaboratrice fissa per molti anni del “Corriere Salute” (“Corriere della Sera”) e scrive ora saltuariamente su alcuni quotidiani e altre riviste. Fra i suoi volumi più recenti: Tuo figlio e il sesso. Crescere figli equilibrati in un mondo con troppi stimoli (BUR, 2015) e Più forti delle avversità. Individui e organizzazioni resilienti, con Alberto Oliverio (Bollati Boringhieri, 2014). La sua ultima opera (per Boringhieri) è una guida laica sulla famiglia attraverso tutte le epoche e le diverse società.

ore 11 (cinema Odeon)

Visione del film Scialla! (Stai sereno) (2011), di Francesco Bruni

ore 18 (chiostro di San Francesco)

REALE/VIRTUALE

Marco Bracconi e Mario De Caro, La mutazione postepidemica

Modera Alessandro Pertosa

Cos’è esattamente la realtà? Le entità non osservabili della fisica esistono oggettivamente o sono solo costrutti teorici? Come possiamo determinare che cosa esiste veramente e che cosa è solo un prodotto della nostra mente? In ciò che chiamiamo abitualmente realtà è depositata un’intera mitologia, che concorre a farne uno dei temi prediletti della discussione filosofica. Nonostante i ricorrenti tentativi di postmodernisti, relativisti e fautori del pensiero debole di estrometterla, nessun filosofo è riuscito a dimostrare che possiamo rinunciare all’idea che una realtà indipendente da noi non solo esiste, ma pone vincoli ineludibili alla correttezza dei nostri giudizi. In due mesi è successa in ogni caso una cosa nuova, dirompente: la Rete sembra essersi impossessata di noi ed essere diventata definitivamente diventata necessaria. La repentina accelerazione dell’immateriale è passata quasi inosservata mentre eravamo tutti impegnati nel lockdown e ora, improvvisamente, pare che i corpi soffrano o non ci siano più, sostituiti da connessioni, e-learning, smart working. Abbiamo lasciato che accadesse, ma quali saranno le ricadute su quel che saremo e su quel che faremo?

Marco Bracconi. Giornalista di “Repubblica”, per dieci anni ha operato a Italia Radio e fino al 2014 ha curato il blog Politica Pop. Dopo alcuni anni a “Robinson”, inserto culturale del quotidiano, oggi lavora a Milano, dove è responsabile del supplemento sugli eventi della città. Ha scritto la prefazione all’inchiesta di Matteo Pucciarelli Larmata di Grillo. Biografia del MoVimento Cinque Stelle (Alegre, 2012), ed è tra gli autori della raccolta di saggi Alfabeto Grillo. Dizionario critico ragionato del Movimento 5 Stelle (Mimesis, 2014). Il suo ultimo libro, La mutazione (Bollati Boringhieri, 2020), ha avuto un’ampia eco mediatica, contribuendo alla riflessione sugli effetti del virus sul nostro quotidiano e sui rapporti sociali.

Mario De Caro. Insegna Filosofia presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre. Fra i suoi temi principali figura il libero arbitrio all’interno della riflessione filosofico-teologica occidentale, con particolare attenzione al dibattito analitico. Si è occupato anche di storia della scienza, con particolare riguardo alle ascendenze filosofiche nel pensiero di Galileo e all’influenza del darwinismo. È stato presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica (SIFA) ed è attualmente vicepresidente della Consulta nazionale di Filosofia. Con Maurizio Ferraris e Achille Varzi ha condotto Zettel. Filosofia in Movimento, programma televisivo Rai dedicato alla filosofia. Il suo ultimo libro è Realtà (2020, Bollati Boringhieri).

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

CONSERVAZIONE/CAMBIAMENTO

Luciano Canfora, Inventare la tradizione

Introduce Flavia Mandrelli

“Inventare la tradizione” è una delle procedure ideologiche più frequenti volte al consolidamento, e, quando possibile, alla sacralizzazione del potere. Potere di Stati e Governi, ma anche di singoli (nobili romani che pretendono di discendere da Enea o da Venere). È, di per sé, un’operazione antistorica e disinvoltamente non scientifica, anche se – apparentemente – si nutre dei frutti di indagini storiografiche molto faziose e ideologicamente orientate. Basti pensare ad escogitazioni stravaganti come l’identificazione di Saint Denis con Dionigi Areopagita che San Paolo avrebbe (secondo gli Atti degli Apostoli) convertito ad Atene e che sarebbe finito in Francia; o alla connessione recta via tra i «Romani di Romolo» e quelli «di Mussolini» durante gli anni che precedettero immediatamente le leggi razziali (settembre 1938): l’idea sottintesa era che gli italiani erano rimasti “puri” per qualche migliaia di anni. Molti intellettuali si prestarono a sostenere questa tesi aberrante. Anche il nazismo cercò di rivendicare per sé, con l’aiuto di “scienziati” e “archeologi”, una discendenza più o meno pura dei Tedeschi dagli antichi Germani. Il meccanismo retroattivo-tradizionale funziona anche per le grandi rivoluzioni: meriterà particolare attenzione il caso della ascendenza greco-romana nella ideologia della Rivoluzione francese.

Luciano Canfora. Professore emerito presso l’Università di Bari, è autore prolifico di filologia classica, storia e politica dall’età antica all’età contemporanea e partecipa attivamente al confronto culturale nel Paese contribuendo con la sua profonda cultura e la forte personalità intellettuale al dialogo sul presente e sulle prospettive future. Dirige la rivista “Quaderni di storia” e collabora col “Corriere della Sera”. Fra le sue ultime pubblicazioni:La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone (Laterza, 2014); Augusto figlio di Dio (Laterza, 2015); Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio (Laterza, 2016); La schiavitù del capitale (il Mulino, 2017); Cleofonte deve morire. Teatro e politica in Aristofane (Laterza, 2017); Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza, 2019).

ore 22 (teatro Ventidio Basso)

PASSATO/FUTURO

Franco Cardini, La storia per il futuro: rendiconto obiettivo o proposta programmatica?

Introduce Arturo Verna

Franco Cardini. Tra i più grandi storici italiani, specializzato nei grandi temi medievali, si muove con grandi letture complessive anche su quelli della modernità e della contemporaneità. Attualmente è professore emerito presso l’Istituto di Scienze Umane e Sociali aggregato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e fa parte del Consiglio scientifico della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino. Vincitore di molti premi internazionali, e punto di riferimento di tutta la programmazione storico-scientifica della Rai, è autore di numerose opere. Fra i suoi studi più recenti: Andalusia. Viaggio nella terra della luce (2018, il Mulino), Il grande racconto delle crociate (insieme ad Antonio Musarra; il Mulino, 2019), Hitler in Italia. Dal Walhalla a Pontevecchio, maggio 1938 (insieme a Roberto Mancini; il Mulino, 2020)

sabato 26 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

IERI/DOMANI

Franco Cardini, Accadde domani o accadrà ieri?

Scheda

ore 10 (cinema Odeon)

evento per le scuole

CLASSICI/CONTEMPORANEI

Alberto Casadei, Dante narratore contemporaneo

Di solito pensiamo a Dante come a un autore del Medioevo, tutto immerso in una scrittura allegorica che a volte facciamo fatica a decodificare e addirittura, nel Paradiso, in complesse questioni teologiche. In realtà la Commedia segue molte regole che valgono ancora per la narrativa attuale, compresa quella delle più recenti serie televisive, e in molti canti il poeta ci chiede di immergersi nel suo mondo, come i creatori di fantasy o di fantascienza. Comprendere come Dante ci sia contemporaneo è perciò importante tanto quanto conoscerlo nella sua propria dimensione storica.

ore 11 (libreria Rinascita)

FIDUCIA/SFIDUCIA

Antonio Sgobba, La società della fiducia, il “virus” della sfiducia

Introduce Massimiliano Bellavista

Dalle riflessioni di Platone sulla fiducia a quelle di David Foster Wallace, dalle fake news sui giornali della Parigi ottocentesca a quelle che girano su Facebook e su WhatsApp, dalla peste nell’Atene classica alla pandemia globale di Coronavirus, l’autore ci guida in un viaggio nella storia della nostra inesauribile diffidenza e dei modi che abbiamo trovato per vincerla ogni volta e continuare a credere gli uni negli altri.

Antonio Sgobba. Giornalista, è stato il responsabile delle pagine culturali di “IL”, mensile del “Sole 24 Ore”, e ha collaborato con “La Lettura” del “Corriere della Sera”, “Wired”, “Pagina 99” e altre testate. Dal 2016 lavora in Rai ed è tra i conduttori di “TGR Petrarca. Le parole della cultura” (Rai 3). Fra i suoi ultimi libri: Il paradosso dellignoranza da Socrate a Google (2017) e La società della fiducia. Da Platone a WhatsApp (2020), pubblicati entrambi dal Saggiatore.

ore 11 (cinema Odeon)

GIOVANI/ADULTI

Francesco Bruni. Speriamo che sia giovane

Conduce Massimo Arcangeli

Tra i più sensibili sceneggiatori del nostro cinema, fin dalle sue storie scritte per Paolo Virzì (da Ovosodo, 1997, a Caterina va in città, 2003), Francesco Bruni ha scelto di affrontare il tema del rapporto giovani-adulti, genitori-figli in film che hanno analizzato, con ironica pensosità, un nodo fondamentale della società contemporanea che non sempre il cinema ha affrontato con la stessa consapevolezza e profonda attenzione. Nei film che lo hanno visto autore e regista il tema è tornato con la stessa forza (Scialla, 2011; Tutto quello che vuoi, 2017), e l’abilità di scrittura e di tessitura registica e la scelta degli attori hanno dato vita a opere memorabili, con una grande accoglienza di pubblico e di critica.

Francesco Bruni. Sceneggiatore e regista, insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia ed è tra i maggiori protagonisti delle opere cinematografiche più importanti del cinema italiano degli ultimi venti anni. Ha collaborato alle sceneggiature dei film del regista Paolo Virzì (La bella vita, Ferie d’agosto, Ovosodo, Tutti i santi giorni, Il capitale umano e altri), è stato sceneggiatore di Mimmo Calopresti, Francesca Comencini, Roberto Faenza ed è autore dei recenti successi cinematografici di Ficarra e Picone. Per la televisione ha adattato i romanzi di Andrea Camilleri ed è lo sceneggiatore di tutte le serie del successo mondiale della Rai. Passa alla regia con Scialla! (Stai sereno) (2011), con cui vince il David di Donatello e il Nastro d’Argento. I suoi film più recenti sono Tutto quello che vuoi (2017) e Cosa sarà (2020).

ore 12.00 (sala della Ragione)

Saluti istituzionali

Massimo Arcangeli, Pierluigi Mingarelli, Annalisa Nicastro, Eugenia Romanelli, Gino Troli, L’Italia centrale unita per un grande progetto culturale condiviso 

L’Italia centrale unita per un progetto centrato sulla cultura. Le Marche, insieme al Lazio, all’Umbria e alla Toscana, sono state la culla linguistica, letteraria, artistica della nostra penisola, il luogo di un’imprescindibile origine. Quattro regioni legate le une alle altre in  una rete naturale, da ridisegnare con eventi culturali strutturati a loro volta in rete come frutto della collaborazione fra grandi festival culturali, nuovi o già radicati, in grado di attirare un largo pubblico: Il Futuro Memoria Festival, il Festival del Medioevo di Gubbio, la Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, il Festival dell’Italiano di Siena, il costituendo Festival di Roma sulla riscrittura dell’immaginario (progetto Rewriters) e altri. Finora molti festival culturali italiani, quelli più noti, sono stati realizzati nel nord Italia. Ora i direttori di alcuni dei principali festival dell’Italia centrale s’incontrano per una strategia comune, per un’alleanza culturale che sia in grado di produrre nuovi modi collettivi, partecipati e condivisi, di fare cultura.

Annalisa Nicastro. Direttrice del mensile “Leggere: tutti”, ha fondato, e dirige da 12 anni, la testata digitale “SOund36”, una finestra affacciata e proiettata verso il futuro della cultura musicale di qualità. Innamorata delle lingue, su tutte il tedesco, ha abitato tanti anni a Berlino (da dove collaborava stabilmente con l’ANSA), città preferita tra le tante altre in cui ha vissuto. Ha tre figli e, anche grazie a loro, trova l’energia di coltivare le sue passioni da sempre: leggere a più non posso (in lingua originale possibilmente), ascoltare musica come se non ci fosse un domani, e, naturalmente, scrivere i suoi editoriali.

Pierluigi Mingarelli. Laureato in matematica, è direttore del Laboratorio di Scienze Sperimentali di Foligno e ideatore e animatore della Festa di Scienze e Filosofia, nata nel 2011 nella stessa Foligno e della quale, nel 2021, si celebrerà il decennale.

Eugenia Romanelli. È fondatrice e direttrice della scuola europea di scrittura Writers Factory, dedicata alla scrittrice statunitense Ursula Le Guin, e dirige attualmente la testata giornalistica “ReWriters”. Scrive per “Vanity Fair”, è blogger per “Il Fatto Quotidiano” e “L’Espresso” e ha insegnato scrittura creativa all’Università “La Sapienza” e all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” e giornalismo e nuovi media, business writing e social media writing alla Luiss di Roma e alla Scuola di Scienze Aziendali di Firenze. Fra le sue più recenti pubblicazioni il romanzo Mia (Castelvecchi, 2019) e la curatela, insieme a Giusy Mantione, del volume Il corpo della terra, la relazione negata (Castelvecchi, 2020).

ore 17 (chiostro di San Francesco)

IDENTITA/ALTERITA

Gabriele Ferraresi, Il mad in Italy e le identità “diffratte”

Introduce Alessandro Poli

Il paradosso italico, fra storia (sociale, letteraria, antropologica, ecc.), politica e cultura (alta, trash e popolare), nel dibattito sull’identità e sui suoi recenti trascorsi. Un viaggio fra gli stereotipi nazionali e la continua ricerca di forme eterogenee o “differenti” di rappresentazione e di proiezione del sé.

Gabriele Ferraresi. Giornalista e scrittore, collabora con “Esquire” e “Domus”. Nel 2006, neolaureato, è cooptato da “Cronaca Vera”, cui collabora come inviato per tre incredibili anni in giro per l’Italia. Ha pubblicato: Il testimone (Aliberti, 2007), L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione (Il Saggiatore, 2012) e Cortocircuito (2019, Quant/Ledizioni). L’ultimo suo libro è Mad in italy. Manuale del trash italiano 1980/2020 (il Saggiatore, 2020).

ore 18 (chiostro di San Francesco)

MEMORIA/ATTUALITA’

Alberto Casadei e Giulio Ferroni, La “Commedia” di Dante fra storia della critica e memoria dei luoghi 

Modera Maria Chiara Fratoni

Un percorso a tappe, dal Trecento a oggi, che ripercorrerà la storia della “Commedia”, con la sua varia fortuna e i suoi lasciti poetici, e riscoprirà i luoghi citati nel poema per un confronto tra quel che erano al tempo di Dante e quel che sono diventati ora. Un viaggio fra stroncature ed esaltazioni, tra bellezza del paesaggio e degrado ambientale.

Alberto Casadei insegna Letteratura italiana all’Università di Pisa. Si è occupato di testi dal Tre al Cinquecento (in particolare di Ariosto), nonché di poesia e narrativa contemporanee, anche in una prospettiva comparatistica e teorica. Su Dante ha pubblicato numerosi articoli e i volumi Dante oltre la “Commedia” (il Mulino, 2013), Dante. Nuovi accertamenti e punti critici (FrancoAngeli, 2019). È uscito nel 2020, per il Saggiatore, Dante. Storia avventurosa della “Divina Commedia”. Dalla selva oscura alla realtà aumentata.

Giulio Ferroni. Ha insegnato fino al 2013 Letteratura italiana all’Università di Roma “La Sapienza”, presso la quale è professore emerito. Ha rivolto i suoi studi ai più vari autori della letteratura italiana (da Dante a Tabucchi), alla teoria della letteratura e alla produzione letteraria contemporanea. È autore, tra l’altro, dell’ampia Storia della letteratura italiana in 4 volumi (1991 e 2013) e di molteplici saggi critici e teorici. Tra le sue più recenti pubblicazioni: La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere (Salerno, 2019) e L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della “Commedia” (La Nave di Teseo, 2019, premio Viareggio 2020).

ore 18 (libreria Rinascita)

IMMAGINI/PAROLE

Presentazione della mostra Le figure del paesaggio (di Tullio Pericoli) e della raccolta Le storie del paesaggio (a cura di Alessio Romano). Col curatore Alessio Romano e gli autori delle storie. Evento in collaborazione con la Scuola Holden. 

Coordina Eleonora Tassoni

La prima presentazione di un libro che è anche la tappa finale del corso Le storie del paesaggio, un progetto della Scuola Holden realizzato in collaborazione con la Libreria Rinascita e la mostra Le figure del paesaggio, dedicata a Tullio Pericoli (autore della copertina). Tredici storie nate durante la quarantena che raccontano altrettanti paesaggi, reali o immaginari, e sono accompagnate da tredici ricette culinarie. Tredici racconti che sono anche una storia di resistenza: il corso, pensato in presenza ad Ascoli Piceno, è stato poi realizzato in streaming grazie alla creazione di un gruppo di lavoro i cui componenti avranno ora la possibilità di incontrarsi dal vivo.

Alessio Romano. è autore di Solo sigari quando è festa (Bompiani, 2015), Paradise for All (Bompiani, 2016), D’amore e baccalà (EDT, 2018). Ha curato l’antologia di racconti Gli stonati (NEO, 2017) e il libro fotografico Una stanza tutta per loro (Avagliano, 2018). Per Lisciani è autore dei libri per l’infanzia Gli Irregolari di Salita Sospiro (2019) e Ulisse e Polifemo (2020).  Insegna scrittura creativa, e organizza eventi culturali e reading musicali. 

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

INDIVIDUO/UNIVERSO

Roberto Battiston, La prima alba del cosmo

Introduce Riccardo Schiavi

Cosa sappiamo davvero del pianeta che abitiamo, del cosmo che lo ospita, della loro nascita ed evoluzione? Cosa sono il tempo e lo spazio? Come sono collegati al Big Bang? Qual è il nostro posto nell’universo? Da dove veniamo? Cosa ci attende in futuro? Siamo una specie interplanetaria o addirittura interstellare? Queste ed altre domande, all’orizzonte delle conoscenze attuali, sono sospese tra ciò che sappiamo e l’alba di un sapere futuro, sconosciuto e probabilmente sorprendente. 

Roberto Battiston. Fisico sperimentale, specializzato nel campo della fisica fondamentale e delle particelle elementari, è uno dei maggiori esperti di raggi cosmici. È professore ordinario di Fisica Sperimentale presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento e ha alle spalle una lunga e prestigiosa carriera accademica e scientifica, cominciata subito dopo la laurea con lode in Fisica alla Normale di Pisa (1979) e il dottorato presso l’École Normale Supérieure di Parigi, ricca di riconoscimenti internazionali, tra cui la Legion d’Onore, il Premio Lacchini  e il Premio Space Economy. È il secondo italiano ad essere stato inserito nella Hall of Fame dell’International Astronautical Federation. Dal 2014 al 2018 è stato presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI).

ore 22 (teatro Ventidio Basso)

VERITà/IMMAGINAZIONE

Mario Martone, Tra cinema e teatro

Conducono Fabrizio Corallo e Gilberto Santini

Cinema e teatro possono convivere? Esiste un linguaggio della regia che attraversa i generi? Dove sta andando il racconto cinematografico? Un grande regista, che ha attraversato il teatro, il cinema e la grande lirica, si racconta nelle sue passioni, nelle sue idee e nelle sue scelte. A intervistarlo Fabrizio Corallo, giornalista e documentarista notissimo nel mondo cinematografico (l’ultimo suo lavoro è Siamo tutti Alberto Sordi, dedicato al grande attore romano), e Gilberto Santini, direttore dell’Amat ed esperto teatrale di assoluto valore.

Mario Martone. È uno dei più importanti registi italiani. Lavora in teatro (premi della critica per Tango glaciale, Rasoi, Operette morali, Il sindaco del rione Sanità), al cinema (David di Donatello per Morte di un matematico napoletano, L’amore molesto, Noi credevamo, Il giovane favoloso), all’opera (premi Abbiati per Matilde di Shabran, Antigone, The Bassarids, Chovanščina). Ha fondato Teatri Uniti, diretto i teatri stabili di Roma e di Torino, realizzato produzioni nei più grandi teatri del mondo e raccontato costantemente Napoli, sua città natale.

domenica 27 settembre

Unapasseggiata sulle orme dell’“apocalittico” Cecco d’Ascoli

partenza, ore 10 (piazza Cecco, Porta Romana)

Cecco, poeta eretico e antagonista

arrivo, ore 11.30 (chiostro di San Francesco)

Le apocalissi nella storia. Con Mario Polia

Mario Polia. Storico, antropologo, etnografo e archeologo italiano, è specialista in antropologia religiosa e storia delle religioni. Professore di Antropologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, protagonista di studi e ricerche nelle Ande e esperto di temi di antropologia delle missioni coloniali con importanti scoperte d’archivio sulla esistenza  mitica città di Eldorado. Ha svolto ricerche demo-antropologiche nel territorio ascolano ed è presidente del Centro Studi Tradizioni Picene. Tra i suoi libri: Tra Sant’Emidio e la Sibilla. Forme del sacro e del magico nella religiosità popolare ascolana (Forni, 2004) e L’Aratro e la Barca. Tradizioni picene nella memoria dei superstiti (Lìbrati, 2013).

ore 17 (chiostro di San Francesco)

IDENTITà/DIFFERENZA

Sandra Petrignani e Giulia Ciarapica, Lingua, letteratura e identità di genere

Modera Donatella Ferretti

Due scrittrici appartenenti a due diverse generazioni si confrontano sui possibili modelli di una letteratura di genere fra stili, contenuti narrativi e implicazioni socio-culturali, riflettendo anche su alcuni temi centrali nell’attuale dibattito su aspetti particolarmente sensibili della lingua e della letteratura italiana contemporanea: 1) la ridefinizione del concetto di canone; 2) il cambiamento linguistico conseguente alla sempre più forte percezione di una grammatica “al femminile” che spinge a ripensare la norma in una chiave più inclusiva e, al tempo, distintiva.

Sandra Petrignani. Nata a Piacenza, vive oggi tra Roma e la campagna umbra. Ha svolto una lunga attività nel giornalismo culturale per quotidiani e settimanali e ha partecipato alla fondazione di Theoria, che rappresentò negli anni ’80 un’esperienza editoriale innovativa e coraggiosa. Autrice di romanzi, racconti, libri di viaggio, memorie e biografie, ha pubblicato (tutti per Neri Pozza), fra le altre cose: La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (2018); i racconti di fantasmi Care presenze (2004); Marguerite (2014), un romanzo dedicato alla figura della Duras; La scrittrice abita qui (2002), un libro di viaggio nelle case-museo di grandi autrici del Novecento; Addio a Roma (2012), un ritratto della società letteraria nella capitale dal dopoguerra agli anni Settanta.  

Giulia Ciarapica. Classe 1989, è blogger culturale, collaboratrice del “Foglio” e scrittrice. Ha pubblicato con Cesati il saggio Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché (2018). Il suo primo romanzo è Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli (2019). Tiene corsi di scrittura e bookblogging nelle scuole.

ore 18 (chiostro di San Francesco)

ESTASI/TORMENTO

Antonio Forcellino, Michelangelo e Raffaello: il duello infinito

Introduce Stefano Papetti

La competizione nel Rinascimento, intesa come strumento di continuo affinamento del linguaggio formale, nell’appassionante confronto tra due dei massimi esponenti dell’arte italiana. Una sfida che li vede impegnati a lungo, anche in quanto occasione per trarne la linfa vitale necessaria a spingere la propria ricerca oltre i limiti posti ai linguaggi artistici fino a quel momento.

Antonio Forcellino. È tra i maggiori studiosi europei di arte rinascimentale. Architetto e scrittore, ha realizzato restauri di opere di valore assoluto come il Mosè di Michelangelo, l’Arco di Traiano e il Duomo di Siena. La sua attenzione si rivolge da sempre ai contesti storici, alle tecniche e ai materiali, alle radici psicologiche e biografiche dei grandi capolavori. Fra i suoi numerosi saggi: Michelangelo. Una vita inquieta (2005), Raffaello. Una vita felice (2006), 1545. Gli ultimi giorni del Rinascimento (2008), Leonardo. Genio senza pace (2016), tutti per Laterza. Fra i suoi romanzi si segnalano quelli del ciclo Il secolo dei giganti: Il cavallo di bronzo (2018); Il colosso di marmo (2019); Il fermaglio di perla (2020), tutti per HarperCollins.

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

Saluti istituzionali

CITTADINO/NAZIONE

Fulco Lanchester e Mario Morcellini, Agire la Costituzione

Modera Oscar Buonamano

Agire la Costituzione repubblicana significa applicarla, spingerla innanzi e innovarla, ma per farlo in maniera opportuna bisogna prima comprendere cosa sia una Costituzione documentale, come nasca, come si sviluppi, quale sia la sua elasticità e quale il suo punto di rottura. La conversazione cercherà di inquadrare la nascita del testo costituzionale italiano del 1948 nell’ambito della seconda ondata di democratizzazione (1945-1962), che ha prodotto – dopo l’esperienza dei totalitarismi degli anni Venti e Trenta – gli Stati di diritto costituzionali democratici. Si descriveranno i tratti fondamentali della Costituzione italiana nel viaggio dallo Stato nazionale all’epoca dell’integrazione sovranazionale e della globalizzazione, evidenziandone le fasi e le tappe  essenziali di sviluppo, per mettere in luce anche i pericoli che essa corre se non viene vissuta e compresa come il patto fondamentale della convivenza societaria.

Fulco Lanchester. Professore ordinario di Diritto costituzionale italiano e comparato alla Sapienza Università di Roma, è una delle massime autorità in Italia sui temi della costituzione e del diritto. I suoi interessi sono prevalentemente indirizzati sui temi della rappresentanza politica, dei sistemi elettorali, delle forme di Stato e di governo, della storia costituzionale e del pensiero giuridico italiano e tedesco. È stato coordinatore generale della rivista “Nomos”, edita dall’Istituto Poligrafico dello Stato, di cui è attualmente direttore responsabile, e dirige la collana “Archivio di storia costituzionale e di teoria della costituzione” per Giuffrè.

Mario Morcellini. Studioso e docente di comunicazione, giornalismo e reti digitali, dal 2017 è commissario all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e consigliere alla Comunicazione presso Sapienza Università di Roma. È stato preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione per due mandati e, dal 2010, direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale. Spiccano, tra le sue pubblicazioni, Il declino dell’università. Appunti e idee per una comunità che cambia, con Valentina Parlato (Il Sole 24 Ore, 2005), e la curatela di un volume importante: Il Mediaevo italiano. Industria culturale, tv e tecnologie tra XX e XXI secolo (Carocci, 2005).

ore 22 (teatro Ventidio Basso)

SALVEZZA/DANNAZIONE

Barbara De Rossi e Massimo Arcangeli, Dante, Cecco e le donne. Un reading teatrale. Con la partecipazione di Francesco Eleuteri

Dante contro Cecco, Dante e Cecco (la cultura contro la natura, la ragione contro l’istinto, la teologia contro l’astrologia, il libero arbitrio contro il determinismo), ma soprattutto le donne che i due poeti hanno conosciuto nella loro vita e la condizione femminile nell’età medievale, con riferimento a vari personaggi ed episodi: la donna Pietra, che Dante ha immaginato di seviziare; Pia de’ Tolomei, vittima di femminicidio; suor Lucia, che qualcuno ha supposto Cecco avesse voluto sottrarre alla condizione monacale per assecondare la sua passione amorosa; la distinzione (dantesca, ma non solo) fra le donne e le femmine, e le feroci tirate misogine dell’Acerba; il lamento struggente di Compiuta Donzella (forse la prima donna a poetare in volgare toscano), sposata a forza.

Barbara De Rossi. Attrice e conduttrice televisiva. Ha lavorato per il cinema e per il teatro (Il bacio, 2016; Coro di donna e uomo, 2016-2017; Diario di Adamo ed Eva, 2018-2019; ecc.), oltre ad aver recitato in molte fiction e miniserie. Nel 2013 ha debuttato in Amore criminale (Rai 3), trasmissione che ha guidato fino al 2016, quando è passata alla conduzione di un programma per Rete 4 (Il terzo indizio). Candidata ai David di Donatello come attrice protagonista per Maniaci sentimentali (1994), ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui il premio Giffoni (2011), il premio Antinoo (2019) e il premio Caesar per il teatro (2016).

Francesco Eleuteri. Diplomato presso la Scuola di Teatro Roma, alterna l’attività di attore alla partecipazione o all’ideazione di progetti e allestimenti artistici. Nel 2001 realizza la sua prima regia teatrale, l’anno dopo viene messo in scena il suo primo lavoro come autore. Dal 2010 è il direttore artistico del Fluvione Film Festival, un concorso cinematografico, giunto alla sua decima edizione, dedicato ai cortometraggi (incentrati in particolare sulla narrazione documentaristica dei vari territori).

Saluti finali

In evidenza

Una recensione estiva…per la rubrica ‘La cultura, probabilmente’

Donne nascoste, donne svelate:
una fitta galleria di storie sospese
in presa diretta e dalle tante sfumature
Per Infinito edizioni un volume che parla del femminile
come in una staffetta “di vita in vita” tra cronaca e lirismo
di Massimiliano Bellavista
Questo libro suona come una condanna.
È una galleria di ritratti che sembrano quasi delle foto segnaletiche, perché, come si è giustamente osservato, neanche una delle protagoniste rinuncia infine a se stessa, ad apparire come esattamente è, con le virtù, ma anche ostentando tutti i segni ricevuti dalla vita.
Fedeltà: è questa la firma caratteristica di Donne nascoste. Ritratti di vite in bianco e nero (Infinito edizioni, pp. 108, € 12,50) volume redatto da Barbara Martini (con Introduzione di Teresa Bruno e Postfazione di Giulia Spagnesi), cui certo non difetta effettivamente la sincerità, e appunto, la fedeltà assoluta alla vita e al destino.
Continuando la narrazione di vita in vita, l’autrice si muove su un crinale, anticipando fin dalle prime pagine che tutte le sue eroine, chi prima chi poi, vi cadranno dentro.
Non si respira infatti molto ottimismo in questi brevi racconti. Le protagoniste nutrono una sostanziale sfiducia non solo verso l’universo maschile, ma anche verso quello femminile (per esempio verso la concretezza del supporto che possono fornire le amiche in momenti di difficoltà) e in generale verso il mondo.
È come se non ci parlassero per chiederci aiuto, né con un intento memorialistico, ma piuttosto discutessero con loro stesse, per fermare anche solo un poco il disordine dei pensieri e «la fatica interiore che sento e che mi fa andare veloce come un treno in corsa, come se anche i pensieri mi stancassero, specie se continuano a girare come in una giostra senza il perno sotto».
La conferma è in quel continuo riferirsi a termini remoti, nascosti: sotterrare, sottomettere, sottopelle, sottecchi. La violenza che le donne hanno subito dalla vita è sempre nascosta, sottotraccia nel cavo di un’emozione trattenuta, sotto un vestito o un monile, sotto uno sguardo. Quando la narrazione inizia di nuovo, vi è quindi quasi sempre una discesa nell’abisso.
«A volte la penso dolce, questa scalata all’inverso nel magma delle emozioni che si fanno organi e a volte desisto irretita dall’angoscia, dalla paura della tempesta di eventi sotterranei di cui ogni più piccola parte di me conserva gelosamente la memoria. Desisto per qualche ora, poi riparto, rimetto nel mio zaino le poche cose che servono per il viaggio nelle caverne del mio mondo fatato e riassaporo le bellezze dello scavo, l’eccitazione delle intense foto interiori alle scarpate, ai fulmini e alle voragini improvvise come in un soggiorno di altri tempi in alta montagna o al centro del pianeta, in cui l’andare riguardava il percorrere quel sentiero in cui riscattare quel lumicino di speranza nascosta fino a renderlo fuoco con il legno delle prove già superate e risolte».

L’uso dei feticci nella narrazione
D’altronde, le profondità possono essere anche rassicuranti: come scritto nell’Introduzione, sostanzialmente il definirsi, portare allo scoperto i propri pensieri e desideri farebbe imboccare alle protagoniste la strada di un conflitto che in fondo sembrano temere più dell’invisibilità.
Altra conferma si trova in quel rivolgersi a feticci, metafora della solitudine: pianeti, fantasmi, animali.
E come si esce da questo tetro cul-de-sac? Spesso non se ne esce affatto, sembra quasi che a volte anzi ci si compiaccia di questo crogiolo di sofferenza come fosse l’ennesima conferma di un teorema scontato quasi quanto quello di un Pitagora, a meno di non giungere a compromessi dolorosissimi, con se stesse, con il proprio uomo, con i propri sogni. O se ne esce con atti radicali e inconsulti, ma non meno difficili, perché asportare o curare un arto in cancrena prevede comunque un percorso incerto e quindi l’assunzione di un rischio. Non vi è comunque in vista per i personaggi del libro una facile assoluzione, né è raggiungibile, attraverso il loro narrare in prima persona, lo stato di quiete e il punto di vista del narratore onnisciente che a volte prende il controllo e che fa pensare al puparo di un teatro di marionette.
Materia scivolosa e costante dunque, quella trattata, e certo non nuova agli schermi della letteratura e a quelli della saggistica a sfondo psicanalitico. Ecco allora che in cerca di originalità, su quel crinale su cui si muove la narrazione e di conseguenza anche l’autore che cerca di tenervi dietro, a volte si rischia di incespicare, per esempio su un lirismo a tratti ossessivamente marcato, che va sistematicamente a caricare gli incipit.

Una molteplicità di tecniche e registri
«L’hanno vista per la strada vestita di gocce di aurora. I capelli, lunghi e sfibrati, non sfioravano neanche la punta delle sue delusioni, intercettavano solamente, con uno sforzo estremo, il pallore della luna manifestandone, stanchi, i riflessi. Il rosa del suo foulard s’innescava lento in mezzo ai sospiri degli occhi, occhi veri inaspriti dal sole d’inverno, dalla visione di tutte quelle brutte cose che non si raccontano». Questo brano è rappresentativo di quel che si vuol sottolineare.
A meno che…
A meno che però, non sia voluto espressamente cercare incipit dal tintinnio cristallino e trasparente per accentuare il contratto grottesco con le situazioni descritte nel prosieguo, dove il cristallo non tintinna e anzi è prima offuscato dal male subito, e poi a volte si infrange nel dramma dell’incomunicabilità e dell’assenza di speranza e redenzione.
A meno che le protagoniste abbiano in fondo un’unica via di salvezza che sta proprio nel potere terapeutico della parola, della narrazione e del lirismo, cioè della parola che suona, che risuona nella vita.
Vi sono indubbiamente nei racconti le tracce di varie tecniche e registri, ma si sente anche il Dna di un’unica voce che cerca di mimetizzarsi, indossando delle maschere: questo non paia in contrasto con la dichiarazione iniziale dell’autrice che parla di «storie vere». In fin dei conti una buona maschera è spesso più reale del reale.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 176, settembre 2020)
In evidenza

Futuro memoria Festival, il programma definitivo

Comunicato Stampa

Ufficiale il Programma del “FuturoMemoriaFestival. Ascoli sulla scena del tempo” –

Il nuovo evento culturale fra memoria del passato e visione del futuro

Ascoli Piceno, 12 settembre 2020 – Di seguito il Programma del “FuturoMemoriaFestival. Ascoli sulla scena del tempo” evento culturale che si svolgerà ad Ascoli Piceno fra il 24 e il 27 settembre 2020, sostenuto e promosso dal Comune di Ascoli con il contributo della Regione Marche, organizzato dall’Associazione Culturale La parola che non muore in collaborazione con la libreria Rinascita, perdirezione artistica di Massimo Arcangeli e Gino Troli, ideatori e realizzatori del progetto.

“FuturoMemoriaFestival. Ascoli sulla scena del tempo” è un percorso tra storia e filosofia, cinema e scienza, arte e letteratura che vede la celebrazione del centenario in corso di Raffaello, di quello Dantesco alle porte, il lancio di un progetto annuale sulla Costituzione e l’assegnazione del PREMIO itinerante VISIONI ad alcuni esponenti di spicco del mondo dell’arte e della cultura i cui nomi saranno annunciati in Conferenza Stampa martedì 22 settembre alle ore 11,00 presso SALA COLA d’AMATRICE – Chiostro di San Francesco – Ascoli Piceno.

L’evento fa da apripista ad un grande laboratorio creativo teatrale, cinematografico e letterario con il coinvolgimento attivo delle scuole in momenti di prefestival e di addetti ai lavori nei diversi campi e, a seguire negli anni a rotazione, dei più importanti editori o gruppi editoriali. Quest’anno tre quelli chiamati a collaborare: Bollati Boringhieri, il Saggiatore e Laterza.

Questa edizione vanta accordi di gemellaggio con la Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, con il Festival del Medioevo di Gubbio e con il progetto Rewriters, una recente impresa editoriale promossa dal gruppo Gedi (lo stesso del quotidiano “la Repubblica”). Altri gemellaggi sono già in divenire per un progetto a più ampio respiro e coinvolgimento.

FuturoMemoriaFestival (FTM)

Ascoli sulla scena del tempo

(Ascoli Piceno, 24-27 settembre 2020)

PROGRAMMA DEFINITIVO

martedì 22 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

GIOVANI/ADULTI

Visione del film Ovosodo (1997), di Paolo Virzì

mercoledì 23 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

GIOVANI/ADULTI

Visione del film Caterina va in città (2003), di Paolo Virzì

giovedì 24 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

GIOVANI/ADULTI

Visione del film Scialla! (Stai sereno) (2011), di Francesco Bruni

giovedì 24 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

AMORE/DISAMORE

Vi eravate tanto amati. Laboratorio di sceneggiatura e cinematografia. A cura di Emanuela Rossi ed Elettra Mallaby

ore 11 (cinema Odeon)

evento per le scuole

UTOPIA/DISTOPIA

Visione del film Buio (2020), di Emanuela Rossi 

ore 18.30 (chiostro di San Francesco)

TRADIZIONE/MODERNITà

Andrea Gentile (il Saggiatore), Giovanni Carletti (Laterza), Michele Luzzatto (Bollati Boringhieri), Scommettere sul futuro senza dimenticare il passato

Modera Eleonora Tassoni 

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

UTILE/INUTILE

Nuccio Ordine, L’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile

Introduce Donatella Ferretti

ore 22.00 (teatro Ventidio Basso)

TERRA/CIELO

Patrizia Caraveo ed Eugenio Coccia, Giù le mani dal cielo

Modera Gino Troli

venerdì 25 settembre

ore 9 (teatro Ventidio Basso)

PADRI/FIGLI

Andrea Franzoso, La Costituzione spiegata ai giovani

ore 10 (teatro Ventidio Basso)

NATURA/CULTURA

Anna Oliverio Ferraris, La famiglia tra natura e cultura

Introduce Natalia Encolpio

ore 11 (teatro Ventidio Basso)

ADULTI/GIOVANI

Francesco Bruni. Speriamo che sia giovane

Conduce Massimo Arcangeli

ore 18 (chiostro di San Francesco)

REALE/VIRTUALE

Marco Bracconi e Mario De Caro, La mutazione postepidemica

Modera Alessandro Pertosa

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

CONSERVAZIONE/CAMBIAMENTO

Luciano Canfora, Inventare la tradizione.

Introduce: Flavia Mandrelli

ore 22.00 (teatro Ventidio Basso)

PASSATO/FUTURO

Franco Cardini, La storia per il futuro: rendiconto obiettivo o proposta programmatica?

Introduce: Arturo Verna

sabato 26 settembre

ore 9 (cinema Odeon)

evento per le scuole

IERI/DOMANI

Franco Cardini, Accadde domani o accadrà ieri?

ore 10 (cinema Odeon)

evento per le scuole

CLASSICI/CONTEMPORANEI

Alberto Casadei, Dante narratore contemporaneo

ore 11 (libreria Rinascita)

FIDUCIA/SFIDUCIA

Antonio Sgobba, La società della fiducia, il “virus” della sfiducia

Introduce Massimiliano Bellavista

ore 12.00 (sala della Ragione)

Saluti istituzionali

Massimo Arcangeli, Pierluigi Mingarelli, Annalisa Nicastro, Eugenia Romanelli, Gino Troli, L’Italia centrale unita per un grande progetto culturale condiviso  

ore 17 (chiostro di San Francesco)

IDENTITà/ALTERITà

Gabriele Ferraresi, Il mad in Italy e le identità “diffratte”

Introduce Alessandro Poli

ore 18 (chiostro di San Francesco)

MEMORIA/ATTUALITA’

Alberto Casadei e Giulio Ferroni, La “Commedia” di Dante fra storia della critica e memoria dei luoghi 

Modera Maria Chiara Fratoni

ore 19 (libreria Rinascita)

IMMAGINI/PAROLE

Presentazione della raccolta Le storie del paesaggi. Col curatore Alessio Romano e gli autori delle storie. Evento in collaborazione con la Scuola Holden 

Coordina Eleonora Tassoni

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

INDIVIDUO/UNIVERSO

Roberto Battiston, La prima alba del cosmo

Introduce Riccardo Schiavi

ore 22.00 (teatro Ventidio Basso)

VERITà/IMMAGINAZIONE

Mario Martone, Tra cinema e teatro

Conducono Fabrizio Corallo e Gilberto Santini

domenica 27 settembre

Unapasseggiata sulle orme dell’“apocalittico” Cecco d’Ascoli

partenza, ore 10 (piazza Cecco, Porta Romana)

Cecco, poeta eretico e antagonista

arrivo, ore 11.30 (chiostro di San Francesco)

Le apocalissi nella storia. Con Mario Polia

ore 17 (chiostro di San Francesco)

IDENTITà/DIFFERENZA

Sandra Petrignani e Giulia Ciarapica, Lingua, letteratura e identità di genere

Modera Donatella Ferretti

ore 18 (chiostro di San Francesco)

ESTASI/TORMENTO

Antonio Forcellino, Michelangelo e Raffaello: il duello infinito

Introduce Stefano Papetti

ore 20.45 (teatro Ventidio Basso)

CITTADINO/NAZIONE

Fulco Lanchester e Mario Morcellini, Agire la Costituzione

Modera Oscar Buonamano

ore 21.30 (teatro Ventidio Basso)

Saluti istituzionali

SALVEZZA/DANNAZIONE

Barbara De Rossi e Massimo Arcangeli, Dante, Cecco e le donne. Un reading teatrale

Il festival è un progetto culturale costruito sul grande palcoscenico naturale di Ascoli Piceno per intercettare i bisogni di interrogare il passato con l’obiettivo di proiettarlo nella visione di un probabile o plausibile futuro, di costruire nuovi scenari a partire dalle profonde radici storiche della città marchigiana.

Tra le finalità c’è l’intenzione di dar voce al tempo trascorso, di renderlo vivo e vitale, in un dialogo aperto con la cultura e la società odierna attraverso relazioni serrate tra i temi, le questioni, i problemi del passato e i temi, le questioni, i problemi del presente e attraverso il confronto tra determinate realtà e i loro “opposti” (la terra e il cielo, la natura e la cultura, i genitori e i figli, l’utopia e la distopia, l’amore e il disamore, ecc.): poiché il recupero dei classici deve servire anche a riannodare fra loro conoscenze e saperi disciplinari oggi sempre più separati e specializzati.

La tradizione non è una semplice trasmissione di autori, testi o saperi, ma presenta tutti i tratti di un processo dinamico, di un movimento attraverso le generazioni che si fanno di volta in volta custodi del patrimonio trasmesso e talvolta lo reinventano e lo “tradiscono” perché gli applicano uno sguardo sempre nuovo figlio del loro tempo.

«Con FuturoMemoriaFestival, su cui puntiamo molto anche per il felice connubio tra memoria del passato e proiezione verso il futuro» – ha dichiarato il Sindaco di Ascoli Marco Fioravanti – «la nostra città continua il suo cammino verso il riconoscimento di capitale della cultura. Centrale, in questa prospettiva, il coinvolgimento delle scuole in un laboratorio annuale sulla nostra Costituzione che abbiamo voluto rendere parte integrante del progetto di cui la manifestazione è espressione, e che fa seguito alla consegna del testo costituzionale, avvenuta prima della chiusura dello scorso anno scolastico, a diverse centinaia di studenti delle scuole medie ed elementari».

Di rincalzo Donatella Ferretti, Assessore alla Cultura del Comune di Ascoli: «La millenaria storia di Ascoli Piceno, evidente in tutte le sue stratificazioni sul nostro territorio come testimonianze ancora parlanti di una tradizione gloriosa, fornisce uno scenario ideale al FuturoMemoriaFestival. Un progetto fortemente voluto dall’Amministrazione che intende accreditare sempre più Ascoli come luogo di elaborazione culturale, contesto di vivace confronto intellettuale, fucina di nuove idee. Non poteva mancare il coinvolgimento della scuola, nel fermo convincimento che cultura e libertà formino un binomio inscindibile».

CONTATTI

La parola che non muore

Ufficio stampa: Massimiliano Bellavista, tel: 3356148685, e-mail: bellmaxi@tin.it

Segreteria organizzativa: Andrea Ciarrocchi, tel.: 347 3934217, e-mail: ciarrok6@gmail.com

Comune di Ascoli, Palazzo dei Capitani, assessorato alla Cultura

tel.: 0736 298777 e-mail: cultura@comune.ap.it

Libreria Rinascita

tel.: 0736 259653, email: eleonora@rinascita.it

In evidenza

FuturoMemoriaFestival. AdAscoli sulla scena del tempo. Dal 24 al 27 Settembre

A breve sarò ad Ascoli per questa bella iniziativa… ringrazio per la fiducia accordatami. Sarà una bellissima avventura.

Nasce ad Ascoli Piceno un nuovo evento culturale fra memoria del passato e visione del futuro

La tradizione non è una semplice trasmissione di autori, testi o saperi, ma presenta tutti i tratti di un processo dinamico, di un movimento attraverso le generazioni che si fanno di volta in volta custodi del patrimonio trasmesso e talvolta lo reinventano e lo “tradiscono” perché gli applicano uno sguardo sempre nuovo, figlio del loro tempo. FuturoMemoriaFestival. Ascoli sulla scena del tempo, un nuovo evento culturale che si svolgerà ad Ascoli Piceno fra il 24 e il 27 settembre, sostenuta e promossa dal Comune di Ascoli, supportata con un contributo importante dalla Regione Marche, organizzata dall’associazione culturale La parola che non muore, con la collaborazione della libreria Rinascita, è un progetto culturale costruito, sul grande palcoscenico naturale di Ascoli Piceno, per intercettare i bisogni di interrogare il nostro passato non al fine di ricavarne facili risposte, e altrettanto facili ricette, ma con l’obiettivo di proiettarlo nella visione di un probabile o plausibile futuro, di costruire nuovi scenari a partire dalle profonde radici storiche della città marchigiana.

«Con FuturoMemoriaFestival, su cui puntiamo molto anche per il felice connubio tra memoria del passato e proiezione verso il futuro», ha dichiarato il sindaco di Ascoli, Marco Fioravanti, «la nostra città continua il suo cammino verso il riconoscimento di capitale della cultura. Centrale, in questa prospettiva, il coinvolgimento delle scuole in un laboratorio annuale sulla nostra Costituzione che abbiamo voluto rendere parte integrante del progetto di cui la manifestazione è espressione, e che fa seguito alla consegna del testo costituzionale, avvenuta prima della chiusura dello scorso anno scolastico, a diverse centinaia di studenti delle scuole medie ed elementari». Di rincalzo Donatella Ferretti, assessore alla Cultura del Comune di Ascoli: «La millenaria storia di Ascoli Piceno, evidente in tutte le sue stratificazioni sul nostro territorio come testimonianze ancora parlanti di una tradizione gloriosa, fornisce uno scenario ideale al FuturoMemoriaFestival. Un progetto fortemente voluto dall’Amministrazione, che intende accreditare sempre più Ascoli come luogo di elaborazione culturale, contesto di vivace confronto intellettuale, fucina di nuove idee. Non poteva mancare il coinvolgimento della scuola, nel fermo convincimento che cultura e libertà formino un binomio inscindibile».

Un percorso tra storia e filosofia, cinema e scienza, arte e letteratura, affidato alla direzione artistica di Massimo Arcangeli e Gino Troli, ideatori e realizzatori del progetto. Il festival vedrà la partecipazione di numerosi ospiti, che saranno annunciati a breve; la celebrazione di un centenario in corso, quello di Raffaello, e di un secondo centenario alle porte, quello dantesco; l’assegnazione ad alcuni esponenti di spicco del mondo dell’arte e della cultura del premio itinerante Visioni; il lancio di un progetto annuale sulla Costituzione. Tra le finalità del festival, poiché il recupero dei classici deve servire anche a riannodare fra loro conoscenze e saperi disciplinari oggi sempre più separati e specializzati, c’è l’intenzione, nel dar voce al tempo trascorso, di renderlo vivo e vitale, in un dialogo aperto con la cultura e la società odierna, attraverso relazioni serrate tra i temi, le questioni, i problemi del passato e i temi, le questioni, i problemi del presente e attraverso il confronto tra determinate realtà e i loro “opposti” (la terra e il cielo, la natura e la cultura, i genitori e i figli, l’utopia e la distopia, l’amore e il disamore, ecc.).

L’evento, che farà da apripista anche a un grande laboratorio creativo (teatrale, cinematografico, letterario) per il quale si prevede il coinvolgimento di addetti ai lavori nei diversi campi e, negli anni – a rotazione –, dei più importanti editori o gruppi editoriali (tre quelli chiamati a collaborare quest’anno: Bollati Boringhieri, il Saggiatore e Laterza), può vantare, fin da questal.  edizione,  accordi in gemellaggio con la Festa di Scienza e Filosofia di Foligno, con il Festival del Medioevo di Gubbio e con il progetto Rewriters, una recente impresa editoriale promossa dal gruppo Gedi (lo stesso del quotidiano “la Repubblica”).

CONTATTI

La parola che non muore

Ufficio stampa: Massimiliano Bellavista, tel.: 335 6148685, e-mail: bellmaxi@tin.it

Segreteria organizzativa: Andrea Ciarrocchi, tel.: 347 3934217, e-mail: ciarrok6@gmail.com

Comune di Ascoli, Palazzo dei Capitani, assessorato alla Cultura

tel.: 0736 298777 e-mail: cultura@comune.ap.it

Libreria Rinascita

tel.: 0736 259653, email: eleonora@rinascita.it

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Sciarada d’Agosto

L’orizzonte cicaleggia sbandato tra l’esiguo fumo latteo delle Perseidi dove ogni tanto avviene un sospirato brillamento. C’è il calore di mezz’agosto che morde le caviglie nude e fiorisce ancora in piena notte dall’asfalto che l’ha accumulato per tutto il giorno come una batteria. Distinto si sente il frinire di una teoria di motorini sulla statale distante in linea d’aria sì e no un paio di chilometri, via lattea di api bottinatrici di pub e chioschi che finisce a vorticare operosa attorno alla sospirata discoteca sopra il mare lisciandone insistentemente le mura perimetrali quasi si trattasse dell’ape regina.

A noi non rimane che sfiorare pigramente la superficie della luce e dei suoi meccanici riflessi che come un fungo d’afa nucleare emerge dal bosco con la sua onda d’urto che prima spegne il respiro e poi incolla i vestiti alla pelle. Difficile pensare che tutto questo carosello appiccicaticcio e un po’ bollito che ci gira intorno sia fatto solo per noi, che tra l’altro non ci siamo nemmeno volontariamente saliti sopra.

Tra noi il silenzio è così caustico da intaccare l’anima, quasi crudo come il carpaccio troppo bollito dal limone che abbiamo mangiato distrattamente e la fettina di luna citrina è un sedimento opaco e maderizzato sul fondo dei nostri cocktail. Per tutta la sera non mi hai mai dato la mano. Quando sei arrabbiata procedi tenendo la borsa a tracolla dal lato in cui ti cammino a fianco. Sembri un soldato che marcia nell’alveo di un invisibile plotone. Invece quando ci fermiamo e ci mettiamo a sedere eviti di guardarmi fissando invece ostinatamente tutto ciò che è compreso entro l’acido perimetro delle tue braccia conserte. Io, povera butterfly sudata e con la pancia, gioco con gli ombrellini di carta facendomeli roteare sulla punta del naso.

Qualche ora fa almeno c’era chi ci serviva, una insegna, delle luci, qualche coppia e un gracidante tavolo di amici. Dei buoni drink, davvero, che per carità non stemperavano più di tanto i nostri nervi tesi, ma almeno li accarezzavano dal verso del pelo. Adesso niente, tutto è silenzioso. Si sono dimenticati di noi, dei loro grossi e poco maneggevoli bicchieri col bordo cosparso di granelli di zucchero di canna e perfino dei nostri soldi. Senza che ce ne accorgessimo nemmeno si sono spente le luci e quello scampolo di prato lungo la strada e in faccia al bosco dove si spegnevano le note dell’ultimo tormentone pseudo-spagnolo adesso sembra una grande e primitiva radura che ha inghiottito tutto, il locale e anche la strada come un gigantesco spaghetto.

Tu hai perso i tuoi occhi nella stanchezza, io li ho diluiti nella notte, non facendo altro che fissare il niente incolore e di tanto in tanto gli occhi d’ambra di qualche gatto randagio. Fai per alzarti ma non ti alzi. Finalmente un movimento, comunque. È come osservare un terremoto su un vulcano in quiescenza. Si tratta di una specie di compressione muscolare. Semplicemente, circondi le ginocchia nude con le braccia, e ci schiacci la faccia sopra. Pare tu ti stia spremendo via le ultime energie arrotolandoti come un tubo di dentifricio da gettare.

D’un tratto un fiotto di vento sgorga dal bosco e muove aria fredda sulle nostre facce ricordandoci che l’estate non sarà eterna.

Quando questi soffi d’aria fredda si infittiranno e picchieranno con insistenza sull’altopiano e sul paese come una mandria di animali selvatici in cerca d’acqua il cielo si ingrosserà come un seno materno e la terra biancheggiante e spaccata si farà bassa e scura. Il bosco tornerà serrato e impenetrabile come la tua bocca. E noi probabilmente non saremo nemmeno capaci non dico di contenere un’emozione in proprio, ma almeno tra di noi. Paranoico ed emozionalmente incontinente, direbbe, credo, il mio terapeuta.

Afferro il bicchiere ma è il tuo braccio che vorrei stringere.

Sul tavolo i resti di patatine ed arachidi formano un involontario giardino Zen di snack spiaggiati e dissalati intorno al sasso su cui è abbarbicata una Tillandsia, l’orchidea senza radici che vive d’aria.  Uno strano incrocio tra una medusa, un ragno con troppe zampe e una testa arruffata. Curiosa storia quella di una pianta che è indifferente alla terra su cui poggia. Una pianta senza radici è più o meno come un uomo che va in giro senza testa.

Velocissima ti rannicchi ancora più stretta e poi ti dai una spinta facendo forza sul terreno. E nuoti. Nell’aria. Dapprima con qualche incertezza, poi più disinvolta. E veloce. Non certo quanto i gufi o i pipistrelli, ma comunque abbastanza da rendere difficile al mio sguardo seguirti nell’oscurità. Dio, come nuoti bene.

Vieni

In effetti è tanto che non nuotiamo insieme. Prima lo facevamo spesso, fino a che ci facevano male le braccia e verso l’alba le gambe si intorpidivano dal freddo. Quando voli troppo vicino al sorgere del sole l’umidità ti impregna e poi si ghiaccia come a volte accade alle ali degli aerei.

Non ne ho voglia.

In realtà non è nemmeno questo. Il motivo è ancora più radicale. È che non ne percepisco più il senso. La voglia è momentanea come la sete, viene e va, secondo il tempo e il desiderio. Ma per me bere non è più necessario, mi produco da me l’acqua che mi serve. Come la Tillandsia, sono radicalmente sradicato. E sì che ti ho insegnato io, una volta, a nuotare.

Era un giorno di confine tra una stagione e l’altra, la terra di nessuno dove su certi alberi si vedono ancora le foglie dell’estate ma il sole è così basso sulle case e sbiadito da sembrare un lecca lecca usato. Quel giorno eravamo a casa mia. Non ti ho spiegato niente, ti ho solo spinto dalla finestra. E tu non hai gridato. Del resto, il nuoto è un istinto naturale e non si spiega. A me mio padre per farmi imparare mi gettò in un crepaccio nonostante le proteste di mia madre. Il cuore se ne andava in giro per il corpo come Pac-Man a far fuori tutti gli altri organi, a cominciare dallo stomaco.

Nel frattempo hai terminato il tuo volo e ti rimetti seduta con un sospiro di piacere.

Finalmente mi guardi. Adesso è tardi anche per le Perseidi, che hanno smesso di appesantirsi di sguardi e desideri fino a scoppiettare in cielo come pop corn di dimensioni galattiche.

Ce ne andiamo?

Mi pare una buona idea.

Ci alziamo e ci avviamo a tentoni verso la macchina, la luce dei telefoni non chiarisce troppo bene la strada da prendere. Si rischia di cadere. Mi afferri il braccio quel tanto che basta da riscaldarmi un po’. E prima di salire in auto, forte di questo calore, prendo coraggio.

È finita? Domando a bruciapelo.

Rispondi di getto, quasi cantilenando, come se i tuoi pensieri fossero poesia e non costruitissima prosa.

Forse dovrebbe, ma non è ancora il momento.

Mi sorridi.

Ciò non toglie che sei stato cattivo. E insensibile.

Poi ti togli i tacchi e metti i piedi sul cruscotto, e lo sai che non lo sopporto. Sorridi.

Ti avvicini come un gatto e mi mordi un orecchio.  La macchina continua a scendere verso la città, ne sento l’afa bagnaticcia e l’aria da fina che era trascolora sul giallo facendosi densa, vischiosa e maleodorante come un banco d’alghe sporche.

Non mi volto ma so che sto abbozzando un sorriso. Scopri ancora di più le gambe e ti tocchi le labbra. Nel frattempo siamo davanti casa tua. I quartieri periferici della città sono silenziosi e fumanti d’umidità come un vulcano spento. Esci dall’auto di scatto senza salutare e la notte ti assorbe.

Faccio per rimettere in moto e mi fai trasalire sfiorandomi mimetica e imprevedibile come una falena. In piedi sulla strada accanto alla macchina infili le braccia nel finestrino; con le dita sottili, inizi a sbottonarmi la camicia come quando hai qualcosa in mente.

Domani mi insegni a camminare sull’acqua?

Avvio il motore e parto. Sai già la risposta e del resto ti sei allontanata salendo le scale di casa tua senza nemmeno attenderla.

Me ne scendo lentamente verso l’imbuto della città vecchia e il vischioso struscio della litoranea sgranando un rosario di semafori accesi solo per me. Domani avrei un sacco di lavoro da sbrigare.

Guardo il meteo sul telefonino. Calma di vento. Per tutta la mattina e il primo pomeriggio. 

Domani il mare sarà perfetto per camminarci sopra assieme.

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Appunti di viaggio in una vita. Mentre scrivo una biografia.

Da qualche tempo, con molta passione e rispetto, sto scrivendo di una vita speciale. E’ diverso, molto diverso, dallo scrivere un racconto, una poesia, un romanzo.

Photo by Emeric Laperriere on Pexels.com

Stanno accadendo fatti curiosi, e scrivendo ho immaginato queste ‘regole’ semiserie. Un decalogo no, mi stava stretto e non andava bene perchè sa troppo di perfezione, e nessuna vita è (per fortuna) perfetta.

  1. La storia di una vita è come una statua dentro a un blocco di marmo: per scolpirla in una biografia non c’è niente da aggiungere, ma c’è così tanto da sottrarre.
  2. Molto rispetto e nessun pregiudizio: chi ha vissuto è in vantaggio, ha tanto da insegnarti e soprattutto non ha niente da dimostrare. Ma chi scrive nemmeno. Non c’è da dopare la realtà, ma solo da narrarla.
  3. Una biografia ha spesso più di un un prologo ma non dovrebbe avere un vero epilogo. Diversamente, perchè scriverla?
  4. Come biografo, somigli più a un attore che a un regista: leggi il copione e immedesimati senza forzature. Poi, lentamente, aggiungi fra le righe qualcosa di tuo.
  5. Se fosse uno spettacolo, non sarebbe certamente un monologo. Se si approfondisce la ricerca a sufficienza ci sono più personaggi e comprimari di quanto si immagini all’inizio. Ogni vita è rete e tessitura sociale.
  6. Una biografia non è una natura morta, è un ritratto. Qualche volta può essere un paesaggio. In ogni caso non conviene mai mettere qualcuno in posa e fuori dal suo contesto.
  7. Il contesto e il momento storico sono importanti, ma occorre non farsene sopraffare
  8. Uno nessuno e centomila: il tuo protagonista è un po’ come un camaleonte, prende il colore o meglio la nuance che chi ne parla, anche inconsapevolmente, gli vuol dare.
  9. La vita è un gioco di dettagli. Piccoli sassolini che sono grandi come il mondo. Connecting the dots. Unire i puntini, spesso fatti di indizi, parole, annotazioni a margine, taccuini in fondo ai cassetti. Comunque in una vita anche i vuoti e i silenzi hanno un senso e una rilevanza.
  10. Nei giorni più importanti, non si ha quasi mai il tempo di tenere un diario.
  11. Scrivere una buona biografia significa venire a patti con lo scorrere del tempo
  12. I conoscenti hanno a volte da dirti più degli amici. O quantomeno sono spesso più oggettivi.
  13. La risposta più interessante in una intervista è spesso quella che si da all’ultima domanda.
  14. Quando non si spedirà più alcuna lettera, le buone biografie spariranno. Quindi purtroppo succederà di sicuro e a breve. Anzi, è già successo.
  15. L’abbondanza e l’economicità delle foto digitali ha seriamente compromesso la capacità che c’era di cogliere l’attimo di vita essenziale su una (più costosa) pellicola.
  16. Se era un lettore, passa del tempo ad osservare bene la sua biblioteca. sarà come osservare la materializzazione dell’evolvere dei supi pensieri e dei suoi interessi. Avrà molto da dirti.
  17. La quantità e la qualità dei ricordi e della documentazione che può fornirti una persona che intervisti ha una relazione incerta con il tempo trascorso ma è di sicuro inversamente proporzionale al numero di traslochi che ha dovuto fare nella sua vita.
  18. La vita è spesso disordinata, quindi sii organizzato almeno tu con la documentazione e gli appunti.
  19. Verifica i fatti e attento con gli aneddoti.Spesso con quelli si esagera come con il sale.

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BARZHAZ…scuola per scrittori-cacciatori

Con Barzhaz si fa un corso di sopravvivenza letterario.

Per un pò, partiremo per un viaggio e vivremo di quello che leggeremo. (in senso metaforico, non moriremo di fame!!!)

Cresceremo con quello che scriveremo.

e poi …PUBBLICHEREMO!!!

A Settembre, in grande stile, si parte con il progetto . Piuttosto ambizioso e diverso dal solito direi. Insieme a me uno staff di persone in gamba ed entusiaste. Se volete fare qualcosa di diverso, aderite….

Questo è il regolamento (per aggiornamenti consultate la relativa pagina web)

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene lettura, dove a quei suoni si associano indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  2. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori.

COME PARTECIPARE

Per accedere a Barzhaz è necessario:

  • Un testo che stia tra le 6 e le 10 mila battute
  • Lo stralcio o il progetto del suo progetto di scrittura (se c’è) che sia romanzo, silloge di racconti o opera di qualunque genere
  • Un breve profilo personale

Da inviare a segreteria@italiabookfestival.it

Struttura del corso

Ogni incontro quindicinale:

  • si basa su un video introduttivo di qualche minuto
  • assegna una o più letture
  • assegna dei lavori da fare e consegnare entro i successivi dieci giorni

Temi di massima

(l’ordine degli argomenti e l’estensione degli stessi dipenderà dagli interessi specifici dei partecipanti)

  1. Anatomia di una storia: il concetto di narrazione e gli amici di Kipling
  2. La narrazione come scenario
  3. Strategie e tattiche narrative
  4. La lettura critica di un testo
  5. La recensione come via maestra per la comprensione tecnica di un testo
  6. Le forme della narrazione: la forma breve
  7. Le forme della narrazione: romanzo e racconto lungo
  8. La scelta: partenza di un proprio ‘cantiere letterario’ che sarà condiviso con la scuola al fine di sviluppare una propria opera.
  9. I registri
  10. Le tecniche
  11. Il dialogo
  12. L’editing e la proposta di un testo
  13. La pubblicazione e la promozione

Riconoscimenti

Le migliori opere saranno raccolte e pubblicate in e-book.

Costi e modalità d’iscrizione

Per iscriversi al corso è sufficiente acquistare libri Edizioni del Loggione o Damster edizioni per un valore di almeno 50 euro.
Il catalogo completo su cui scegliere è su www.librisumisura.it

Il curatore del corso

Massimiliano Bellavista, fondatore di thenakedpitcher.com e di Caffè Letterario 19 è consulente di direzione, scrittore, blogger e docente di Management strategico presso l’Università di Siena. Vincitore di premi letterari, suoi racconti e poesie sono pubblicati su riviste e antologie. Tiene laboratori di lettura e scrittura nelle scuole. È stato scelto tra i 120 global experts per il progetto europeo vision. Le sue opere più recenti di narrativa, poesia e saggistica sono pubblicate da Franco Angeli, Castelvecchi e Licosia.

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Domino letterario 15 e 16

 

Nr 15. Prosegue la nostra staffetta di presentazioni a catena. Questa volta, per il Domino Letterario, Carlo Miccio, del cui libro aveva parlato Marco Ballestracci, propone la lettura di “Sette abbracci e tieni il resto” (Rizzoli) di Stefano Tofani, una storia che fa ridere e che commuove, con un protagonista irresistibile che ha coraggio da vendere, anche se non lo sa ancora. Clicca qui per il video

Stefano Tofani lavora come redattore web a Lucca. Nel 2013 ha pubblicato L’ombelico di Adamo (Giulio Perrone Editore), elogiato dalla critica e vincitore del Premio Villa Torlonia. È anche autore di racconti, quasi tutti pubblicati con lo pseudonimo Stof nella rivista Toilet, grazie ai quali ha vinto il Premio Città di Capannori 2016 e per due volte (2008 e 2017) il Premio letterario Fantastic Handicap, per il miglior racconto sulla tematica della disabilità.

sette abbracci e tieni il resto
Il libro – Ernesto ha dodici anni, occhiali spessi e una camminata sbilenca. È così dall’incidente d’auto che gli ha portato via la nonna, amatissima, la nonna dei proverbi e delle lezioni di vita, la nonna a cui in cambio di un abbraccio strappava quasi tutto. Ernesto ha un amico, Lucio, che come un grillo parlante gli fa venire mille dubbi e lo mette in guardia su tutto. Ma siamo sicuri che sia sincero? Ha poi anche un altro amico che si chiama Elien e viene da lontano. Ernesto ha una passione per una sua compagna di scuola, Martina, ma sa che lei non lo noterà mai. Finché un giorno Martina non sparisce di colpo, gettando nel panico la comunità. Per Ernesto è l’occasione per ritrovarla, componendo il puzzle di un mistero che gli adulti, neanche quelli che dovrebbero saperlo fare per mestiere, riescono a risolvere. Ed è l’occasione per trasformarsi di colpo da sfigato Quattrocchio a magnifico eroe salvatore.

Nr 16  Stefano Tofani, del cui libro aveva parlato Carlo Miccio, propone la lettura di “Il cielo per ultimo” (Bollati Borlinghieri) di Michele Cecchini, una nuova rappresentazione della paternità. Clicca qui per il video

Michele Cecchini, nato a Lucca nel 1972. Insegna materie letterarie in una scuola superiore di Livorno, dove risiede. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo romanzo, nel 2017 ha collaborato alla realizzazione dei testi per l’album di Bobo Rondelli Anime storte.

il cielo per ultimo

Il libro – Si chiama Emilio Cacini ma tutti lo conoscono come Soldo di Cacio perché è basso e goffo. La sua vita è sempre stata una storia semplice, di quelle senza aneddoti. Cacio è un uomo mite, insegna educazione artistica alle scuole medie e vive a Livorno, nel rione di Ardenza Mare. Da sempre coltiva la passione per le immagini, tanto che spesso associa le situazioni che vive ai dipinti dei suoi pittori preferiti. Vorrebbe tanto rivelare il suo segreto, che riguarda la relazione clandestina con Ilaria, una donna con un passato da brigatista, ma nessuno glielo chiede. Cacio ha un figlio, Pitore, un bambino che parla una lingua tutta sua, fatta di parole incomprensibili, inventate: folmedina, parassonio, golbetico… Cacio sembra non farne un dramma e anzi si impegna a trovare forme di comunicazione alternative alle parole, nel tentativo di stringere un legame sempre più forte con suo figlio. Seppure disorientato, Cacio ha un mondo dentro di sé e va per la sua strada, ed è una strada gentile e allo stesso tempo forte nel passare attraverso la solitudine e nel creare armonia dalla disarmonia da cui si sente circondato. Nel tentativo di trovare una autenticità che vada al di là delle parole, Cacio sembra dire che il mondo può essere in tanti modi differenti, basta sapere inventarlo. Michele Cecchini ha un immaginario tutto suo. È un realismo magico, fatto di delicatezza, tenerezza e stupore per le cose. Scrive usando una lente speciale per guardare e raccontare il mondo, che vola leggero come in una bolla di sapone.

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La scelta di Zhong, gli studi classici e il metabolismo dell’orso bruno.

 

Zhong Fangrong

Si dice che mentre veniva preparata la sua cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. Per tutta risposta, fece spallucce. “A sapere quest’aria prima di morire” ripose.

Un mio professore al Liceo sosteneva che la bellezza degli studi classici era la libertà che sottendevano. La libertà, diceva per paradosso con espressione ironica, di potersi dottamente soffermare, se solo lo si voleva e non si sapeva fare di meglio, sullo studio del metabolismo dell’orso bruno.  Se dovessi passare la vita /a cercare il fiore perfetto/ non sarebbe una vita sprecata dice il Samurai Katsumoto, componendo una specie di haiku nel film L’ultimo samurai.

Attenzione, non si tratta di cazzeggio. Se lo sostenete siete in malafede. Non vi è di per sè alcuna forma di procrastinazione dell’utile e del necessario né tantomeno di ozio in questo approccio. O almeno, non di più di quanto possa esserci in altri tipi di studi.

Calvino definiva classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

L’attualità della Cina pare davvero incompatibile con la scelta di Zhong Fangrong. Lei è la quarta diplomata più brava dello Hunan, una liushou, ovvero una dei milioni di bambini cresciuti senza genitori, andati a lavorare chissà dove in città distanti migliaia di chilometri. Come studente modello, le si sono aperte le porte di Università prestigiose, e quindi il sicuro ascensore sociale verso denaro, successo, prestigio sociale. Lei invece ha deciso di diventare archeologa, di dedicarsi proprio a quel rumore di fondo cui si riferiva Calvino.

La sua scelta, una decisione personale e privata si direbbe, ha invece diviso l’opinione pubblica cinese e ha presto fatto il giro del mondo.  Ma l’aspetto significativo di questa vicenda non è tanto questo e nemmeno il fatto che molti, i più invero, l’abbiano criticata, il che sarebbe in fondo anche legittimo, in un Paese che ancora ambisce e misura con la ricchezza un riscatto dalla povertà che ha vissuto per tanto tempo. Il fatto sconcertante è che semplicemente molti non hanno nemmeno compreso la sua decisione. Vivere bene è più importante che inseguire i sogni è stato detto e scritto. Ora se questo è il mantra delle nuove generazioni siamo messi maluccio: a Ovest lo diciamo perché dobbiamo preservare il nostro benessere, nei Paesi emergenti perché lo si deve raggiungere. Tutti più che giustificati dunque. Questo è invece il segno più evidente della regressione e dell’imbarbarimento culturale che si sta vivendo in questa era, tanto a Oriente quanto a Occidente. Anche da noi con regolarità, escono dalle loro tane i soliti unghiuti e ottusi campioni che dicono che gli studi classici non servono a niente. Che bisogna studiare economia e informatica quando si è ancora nel grembo materno. Anche prima se si può. Se Zhong avesse scelto studi scientifici o economici, nessuno avrebbe avuto niente da dire. Applausi, applausi, applausi. E questo è molto allarmante. Economia e scienze esatte non sono che una parte delle espressioni umane, e soprattutto sono niente senza l’uomo. Anzi, rischiano di farlo diventare ottuso, di soffocarlo. E l’uomo è, per sua natura, inesatto, imperfetto, indeterminato, bisognoso di libertà, di studio e approfondimento del suo passato e, di quando in quando in quando, anche di lasciar vagare la mente su ambiti e concetti apparentemente inutili. Libero di concentrarsi sul rumore di fondo. Solo da questa iniziale divergenza del pensiero nasce la vera convergenza (e la capacità di sintesi) propria del pensiero umano e della sua insostituibile visione strategica.

Ma quel che consola è che questa sorta di ‘non allineamento’ culturale è contagioso. Non si ferma nemmeno in Cina.

C’è infatti un libro, che si intitola  Dunhuang is Where My Heart Belongs: Biology of Fan Shijin, che parla di Fan Jinshi, archeologa e ormai ottantenne direttrice onoraria della Dunhuang Academy. Ha passato tutta una vita nella Provincia di Gansu, nel Nordovest della Cina, a studiare le Grotte di Mogao che si trovano lungo la Via della seta. Si tratta di un sistema di 492 templi scavati nella roccia. La pubblicazione di compiuti studi archeologici sulle Grotte di Dunhuang è stato un sogno a lungo tenuto caro da generazioni di ricercatori. Si parla di un progetto nato in Cina negli anni ’50. Se non era una sfida quella. Altro che rumore di fondo. È stata proprio Fann Jinshi a rendere quella poderosa pubblicazione una realtà negli anni 90. Uno studio elitario, si potrebbe dire, e  un libro che probabilmente hanno letto pochi addetti ai lavori. Sì.Forse.

Ma quei libri adesso esistono e chi vuole può leggerli.

Ma la Cina così facendo ha salvato un pezzo del suo passato e quello è ormai un sito conosciutissimo dal turismo a livello internazionale.

E proprio lei, donna non allineata, caparbia e ‘divergente’ che adesso guida una vasta equipe internazionale di archeologi e ricercatori e che, proprio grazie al turismo, ha creato nella zona molti posti di lavoro dimostrando che la cultura non solo è indispensabile, ma anzi ‘rende’, è stata il modello dichiarato che ha ispirato la scelta di Zhong.

Lasciamo dunque  Zhong libera dal mono-pensiero, libera di inseguire la sua poesia, il suo rumore di fondo. Chissà che non ne venga fuori qualcosa di buono, e non solo per lei.

Se non sa proprio fare di meglio….

CAPIREI…

se un’elegia ti pagasse la cena

se un’ode ti scaldasse la casa

se un inno ti curasse la pressione

se un idillio ti consentisse un salario

se un madrigale ti garantisse la pensione

se una rima facesse da gentil ramo a un piviere

se la poesia insomma servisse a qualcosa

fosse un mestiere che rende…

 

Chi sa fare di meglio

non perda tempo dietro i versi

NELO RISI

 

In evidenza

Domino letterario 13 …e 14

Siccome per i supestiziosi il 13 non è di buon auspicio, ecco due numeri del Domino insieme.  Scherzi a parte la congestione di attività varie  di queste settimane non ci ha permesso di fare altrimenti quindi eccoci qua con due puntate in una. Prosegue in esse il filone che abbina narrativa e sport.

Nel Nr 13 Giovanni Nencini raccoglie il testimone di Giancarlo Brocci e propone “I guardiani” di Marco Ballestracci (66th and 2nd). Clicca qui per il video

Ballestracci guardiani

Marco Ballestracci è nato in Svizzera ma vive da sempre a Castelfranco Veneto. È stato musicista di blues e giornalista musicale. Il suo primo libro – Il compagno di viaggio. 9 racconti in blues (Il Foglio Letterario) – è uscito nel 2005. Nel 2009 e nel 2012 ha vinto il Premio Selezione Bancarella Sport con A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio (Mattioli 1885) e con La storia balorda (Instar Libri). Ha pubblicato, sempre con Instar Libri, L’ombra del Cannibale (2009), Imerio. Romanzo di dannate fatiche (2012) e Il dio della bicicletta (2014). Nel 2016 ha vinto il Premio CONI-Memo Geremia con I guardiani (66thand2nd).

Il libro – Wembley, ottobre 1973. Inghilterra e Polonia si giocano l’accesso alla Coppa del Mondo. Quella notte un “clown vestito di giallo”, Jan Tomaszewski – un metro e novantatré, capelli lunghi trattenuti da un cordino -, inanella una serie di parate spettacolari, regalando ai polacchi la qualificazione alle fasi finali. Diciassette anni prima, nel maggio del 1956, lo stadio dell’Impero era stato il teatro di un’altra prestazione memorabile. L’acrobata inatteso, quella volta, si chiamava Bert Trautmann, numero uno del Manchester City – un ex soldato della Wehrmacht catturato dagli inglesi durante la Seconda guerra mondiale. Solo grazie al coraggio mostrato nella finale di FA Cup contro il Birmingham City, quel “mangiacrauti schifoso”, l’uomo più fischiato della Prima Divisione, potrà riscattare il proprio passato e sarà acclamato come un eroe nel paese che lo ha adottato. Le storie di Tomaszewski e Trautmann si intrecciano a quelle di altri formidabili portieri – Toni Turek, William Vecchi e Giuseppe Perucchetti – nel sesto romanzo di Marco Ballestracci. Un viaggio imprevedibile per le pianure dell’Ucraina, le Langhe e la Val Trompia, tra divisioni di fanteria, staffette partigiane e squadrette giovanili, dove le gesta dei cinque “guardiani” – cinque interpreti stravaganti del ruolo più eccentrico del calcio – rivivono nelle giocate di un bambino, diventato ragazzo e poi uomo, che comincia terzino prima di scoprirsi un talento tra i pali. Anzi, nelle uscite.

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Invece nella putata nr 14 Marco Ballestracci, chiamato in causa da Giovanni Nencini, propone la lettura de “La trappola del fuorigioco” (Edizioni Alpha Beta Verlag) di Carlo Miccio, un romanzo che ci accompagna all’interno delle dinamiche di un ambiente familiare in cui si annida ed esplode un disagio mentale. Clicca qui per il video

Carlo Miccio

Il libro – Giugno 1975: la travolgente avanzata elettorale del PCI di Berlinguer minaccia di sconvolgere l’ordine politico e sociale dell’intero paese. Per Sebastiano La Rosa, 40 anni e una diagnosi di Depressione Bipolare Schizoaffettiva, si profila il peggiore degli incubi: un paese in mano a barbari che bruciano chiese e sequestrano case. Una paura capace di spingerlo nel baratro psicotico sotto gli occhi di suo figlio Marcello, dieci anni, che la realtà la decifra solo attraverso il gioco del calcio. E che al significato della parola comunismo, e al senso vero delle paure di suo padre, ci arriverà scoprendo le meraviglie del calcio totale: un modulo perfetto praticato dalla nazionale olandese sotto la guida del suo rivoluzionario condottiero, il compagno Johan Cruyff. Inizia sul campo di calcio un cammino di trasformazione che porterà negli anni quel ragazzino a trovare la maniera per gestire l’ingombrante presenza della malattia paterna e le sue stesse reazioni emotive davanti alla paura e al pericolo.

Carlo Miccio vive a Latina dove lavora come mediatore culturale con profughi e richiedenti asilo politico. Ha pubblicato racconti per la collana Toilet, della 80144edizioni, di cui è stato uno dei fondatori. Appassionato di creatività digitale, ha al suo attivo mostre personali e collettive (Roma, Torino, Londra, Latina, Paola) e nel 2014 è stato incluso in un’antologia della Taschen tra i 150 più interessanti illustratori al mondo. Il suo sito è microcolica.it

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Monili, trame e rivoluzione: su Dire Fare e Scrivere ho scritto qualcosa su Roberto Gervaso

 

Seppur consapevole dell’impersonalità che conviene a un articolo giornalistico, mi sembra doverosa una premessa personale in cui a parlare saranno i ricordi e le impressioni: Roberto Gervaso era una persona speciale che non si prendeva mai troppo sul serio. Fu giurato in un premio di poesia che vinsi, ricordo con piacere quel momento e l’incoraggiamento che ne ebbi. È quindi rivolto a questo pensiero che ho letto la sua ultima opera, La regina, l’alchimista, il cardinale (Rubbettino, pp. 282, € 14,00), romanzo storico ambientato nella Francia di Luigi XVI: una lettura piacevole, con un ritmo e uno stile che tanti autori hanno smarrito, in favore di narrazioni assai più muscolari e invasive che fanno spesso sembrare questo genere piatto e monocorde con la scusa di modernizzarlo.

Gervaso foto


Eppure questo libro narra di uno dei periodi più esplosivi della storia, quando «dietro la sontuosa facciata, la miseria, la rovina, l’imminente sfacelo, il sovversivo caos. La Francia del superbo Luigi XIV non era che un ricordo. Il suo corrusco dispotismo s’era stemperato nell’assolutismo crepuscolare dei successori. La corona perdeva ogni giorno una gemma e il trono non era ormai che una fragile e vulnerabile scranna. La monarchia, la gloriosa monarchia capetingia, aveva i giorni contati».
Il libro si può ben leggere come un’opera di prosa. In effetti la prima parte introduce uno a uno i protagonisti dell’opera, i cui percorsi di vita sono destinati a intricarsi in un nodo di grande complessità e drammaticità. Vite contorte le loro, a due facce, come ancora oggi accade a certi vip. Molte occasioni pubbliche e poi una intrinseca e a volte indecifrabile fragilità e oscurità. Per ognuno di essi magistrali pennellate, quasi percorressimo l’austero corridoio di una prestigiosa quadreria.
Maria Antonietta Giovanna di Lorena, arciduchessa d’Austria, «regina, frivola, spensierata, impulsiva, pur se conscia della propria regalità, cercò e trovò, almeno in apparenza, sfogo e sollievo nei divertimenti: pranzi, balli, feste mascherate, partite a carte, teatro, escursioni. Ai doveri di sovrana antepose i piaceri di donna, pur se di donna votata, suo malgrado, a una mortificante castità».

  Gervaso
Luigi Renato Edoardo de Rohan, elegante e raffinato principe della Chiesa il quale «non aveva bisogno di presentazioni. Il suo nome era dovunque pronunciato con rispetto; la famiglia era tra le più ricche e influenti, a Parigi come in provincia». Il principe cade in disgrazia con la corte e la regina per i molti errori nel gestire gli ambiti incarichi ricevuti e le sue folli spese, necessarie a soddisfare non la ragion di Stato o le relazioni diplomatiche ma solo e soltanto le sue tre passioni: i giochi, le feste e l’alchimia.
E poi Giovanna de Saint-Rémy de Valois de la Motte, la grande orchestratrice, seduttrice e truffatrice, il primo motore di tutta la storia, colei che era favorita più da «Minerva e da Mercurio che da Venere».
Per ultimo citiamo Cagliostro, il principe dell’occulto, già protagonista della penna di Gervaso, venerato da Rohan al punto da considerarlo il faro e l’ispiratore di ogni sua azione, nella speranza che questi lo potesse anche concretamente aiutare, con la sua magia e la sua saggezza, a rientrare nelle grazie della regina. Ma per quello, come si vedrà leggendo il libro, non sarebbe bastata nemmeno la pietra filosofale.


Un preziosissimo monile al centro della storia diventa metafora di tutta un’epoca


E sì che la vicenda ruota intorno a qualcosa di affatto oscuro, anzi assai splendente, chiarissimo, sfavillante. Un monile. E che monile, fatto da uno dei gioiellieri più famosi e stimati dell’epoca, Boehmer. «Il monile, infatti, consisteva in tre fili di magnifiche pietre (575 secondo alcuni, 593 secondo altri, 647 per altri ancora) ornati di quattro pendenti, in ognuno dei quali erano incastonati cinque giri di diamanti. Duemilaottocento carati, per l’astronomico costo di un milione e seicentomila lire (oltre venticinque milioni di euro di oggi) rateabili».
L’arte di Gervaso e la bellezza del libro sta tutta in questa parola: incastonare. Infatti la storia si dipana sotto le nostre dita con fine cesello tecnico allo stesso modo di quei giri di diamanti perché l’autore è un gioielliere della parola. Non c’è passo del racconto che non sia ornato dalla luce di una fine e pungente ironia, che poi nasconde invece un più vasto ragionamento sulle vanità umane e un sostanziale stupore nel palesarsi di come tutti, ognuno vittima della propria ambizione e delle proprie bramosie, uomini e donne in gioco nella storia, indossino dei paraocchi che fanno loro vedere soltanto ciò che vogliono vedere, conducendoli a dolorose conseguenze. Umano, molto umano dunque il comportamento di colui che «ha voluto, e vuole, autoingannarsi» perché alla fine il mondo inesistente creato da un raggiro, da una truffa, può essere assai più seducente di quello reale.

Una manipolatrice subdola ma di corte vedute


Certo, la capacità manipolatoria di Giovanna è eccezionale: la si vede giocare a scacchi con le vite altrui, soprattutto con quella di Rohan («Di lei, lui non aveva capito niente; di lui, lei, tutto») ma anche (e perfino) con quella della regina. Ma detto così, sembrerebbe trattarsi di una storia scontata, dove il cattivo è cattivo e i raggirati sono degli ingenui e benpensanti poveracci: i personaggi invece si animano nella storia di tutte le sfaccettature che ce li restituiscono autenticamente umani. Giovanna alla fine fa ciò che fa cercando una compensazione per una vita e una giovinezza non facili; allo stesso modo si è portati a credere che Rohan, così bramoso di una vita irreale dove, offrendo la preziosa collana alla regina ne sarebbe divenuto il Primo ministro e l’indispensabile consigliere, non avrebbe potuto che cadere in qualche raggiro, se non prima, sicuramente poi.
Ma a ben vedere per tutte le parti in causa in questi accadimenti vale quello che l’autore, superbamente, scrive per Giovanna «Tattica geniale, fu una pessima stratega». Fa lo stesso effetto di un epitaffio, giusto? Insomma, quel che vogliamo dire è che non sempre un romanzo funziona perché vi è un personaggio che spicca e primeggia, forgiando la storia; a volte è vero l’opposto, come in questo caso, dove la storia appassiona e si legge in un soffio proprio perché tutti gli attori del racconto sono in fondo in fondo meschini, di corte prospettive, concentrati a vincere una battaglia e mai la guerra. O forse è il momento storico, schiacciato tra i tempi che furono e l’ascesa prepotente della borghesia, che proprio non consentiva una visione di lungo periodo, ma solo un gretto carpe diem.
Il libro è prezioso perché si presta a varie chiavi di lettura e questo non stupisce, viste le vette raggiunte da Gervaso nella narrazione di fatti storici. Ma vi è anche una gradevolissima lettura sociologica, che ben mette in evidenza quanto fatti apparentemente minori siano in grado di scatenare, o di contribuire a innescare, grandi cambiamenti. L’affare della collana, mal gestito dai regnanti, infatti non resta confinato tra le mura dei tribunali, ma diventando di pubblico dominio, mette in luce le debolezze di tutto un sistema di potere e di una monarchia divenuta debole e insipiente. Non solo, spacca l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, fornisce una fonte di lavoro pressoché inesauribile a legali, scrittori, moralisti.
E alla fine, in un sistema in piena criticità e incapace di punire, sarà la vita (e la storia) a metterci una pezza. Naturalmente in un modo tutto suo, che lasciamo al lettore scoprire. Al destino d’altronde, come a Gervaso, non manca il senso dell’ironia.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 175, agosto 2020)

 

In evidenza

Circolarità, geometria, eleganza: l’anatomia di Borges narratore.

Come giustamente dice Mirko Tondi, prima a poi in questa anatomia di un racconto, rubrica nel frattempo gloriosamente giunta alla sua quinta puntata, dovevamo fare rotta su Borges.

E questo accostamento era ben difficile, come è difficile essere originali su di uno scrittore tanto citato, a volte anche a sproposito.  A mio parere, più che un modello Borges rappresenta un canone, una fonte di ispirazione. Rimanendo nella metafora marinaresca non è che ci si orienta con la stella polare perchè la si vuole raggiungere, ma semplicemente perchè con la sua sola presenza ci indica una direzione, ci apre gli occhi sulla nostra posizione.  E così Borges non è nè deve essere imitabile, perchè esteticamente è in qualche modo un canone chiuso in sè, ma indica meglio di tutti gli altri la direzione da seguire per rendere ancora più nobile ed efficace l’arte del racconto.  Perchè in letteratura vige una proporzionalità inversa tra distanza e possibilità di perdersi, tutta opposta a quella intuitiva del senso comune. E’insomma ben più facile, a parere di chi scrive, che un narratore si perda nello spazio di poiche pagine che in molte. Troppo da dire, molto da esprimere, ancora di più da sottointedere e, sotto pressione, la tubazione da qualche parte può cedere.

Mirko è riuscito ancora una volta a farci riflettere….

( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4)

Ora gustiamoci questa nuova Anatomia…

anatomia

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Anatomia di un racconto Nr. 5 – Le rovine circolari

Prima o poi doveva arrivare il momento in cui si parla di Borges, giacché lo scrittore argentino è senza dubbio – tutt’oggi e a maggior ragione oggi, nell’odierno panorama editoriale sempre meno incline alla pubblicazione di storie brevi – una delle massime autorità in tema di letteratura (in generale) e di racconti (in particolare).

È più che mai difficile scegliere un racconto su tutti nella sua eccellente e vasta produzione, motivo per il quale non sarà certo questo l’unico richiamo a Borges nella rubrica che state leggendo. Ma da qualche parte di deve pur cominciare, così la mia scelta è ricaduta su Le rovine circolari, testo che racchiude quell’universo immaginifico e l’atmosfera cosiddetta “onirica” che lo contraddistingue, tanto da aver contribuito massicciamente a creare – con la narrativa incentrata sul sogno – se non proprio un genere a parte sicuramente la parte fondamentale di un genere.

O forse sarà meglio parlare di forma, cosicché la distinzione appaia chiara una volta per tutte: sempre più spesso sento parlare dei racconti come “genere letterario”, assimilandoli a, che ne so, il genere fantasy, il rosa o il giallo, ma è chiaro che invece si debba parlare di una questione strutturale (e non solo di lunghezza dell’opera). Il romanzo ha una forma e il racconto ne ha un’altra, ma entrambi possono appartenere allo stesso genere. Detto ciò, mi sento libero di tornare al caro Borges e di tuffarmi nel sogno con lui, un sogno che a ogni lettura mi appare sempre più suggestivo e ricco di dettagli.

Borges

“Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime”. Basta questo attacco per farci rimanere incollati lì, basta un fatto non visto a introdurci in un mistero da svelare e bastano un sostantivo e un aggettivo associati in maniera originalissima a darci qualche indizio sullo stile dell’autore (casomai uno non avesse mai letto niente di Borges). Poi ci sono alcune parole che descrivono il protagonista: “taciturno”, “grigio”, “stravolto e insanguinato”. Lo vediamo, siamo con lui e lo seguiamo, finché non arriva in un antico tempio circolare di cui rimangono macerie. Si sdraia e dorme, “non per debolezza della carne, ma per determinazione della volontà”. Ma chi è? Cosa vuole fare? È un uomo, un mago, e ha un proposito: sognare un altro uomo, “sognarlo con minuziosa completezza e imporlo alla realtà”. Non ha altri progetti che questo, tramutare la vita in sogno poiché il sogno crei la vita stessa. All’inizio è puro caos, ma a poco a poco i sogni prendono la forma desiderata (“Il sogno è la soddisfazione di un desiderio” diceva Freud, anche se qui appaiono più forti i riferimenti agli archetipi junghiani, con il concetto di Ombra come proiezione inconscia di sé). L’uomo sogna sé stesso al centro di un anfiteatro circolare come quello in cui si trova, mentre impartisce lezioni a una platea silenziosa, e dopo una decina di notti passate così si trova da solo con un “ragazzo taciturno, malinconico, a volte ribelle, dai tratti affilati che ripetevano quelli del suo sognatore”. Poi un giorno la rivelazione: non era un sogno. Sopraggiunge l’insonnia, un costante e improduttivo stato di veglia, e la notte non riesce più a dare i suoi frutti. A questo punto, ecco una delle frasi più belle del racconto: “Comprese che l’impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui sono composti i sogni è il più arduo che un uomo possa intraprendere”. L’uomo deve accettare di aver fallito. E lo fa, ricominciando da capo, riposandosi per un mese e provando con un nuovo metodo, lasciandosi andare al sogno senza alcuna premeditazione. Ora i sogni ricominciano a sgorgare liberi dalla sua mente. Dapprima compone un cuore, per settimane, con minuziosa precisione e pazienza.

L’uomo domina i suoi sogni e li unisce tra loro come una tela. Ci vuole un anno perché si aggiungano gli altri organi, uno scheletro, i capelli, fino a che il sognato è completo. Certo da principio non cammina e non parla. L’uomo si pente ed è tentato di distruggere la sua opera, ma resiste. Dopo aver invocato i pianeti, si rivolge adesso alla statua del dio Fuoco (sognata anch’essa), che lo aiuta nel suo intento. Siamo al climax del racconto: “Nel sogno dell’uomo che sognava, colui che era sognato si svegliò”.

Per due anni continua nella sua opera e istruisce il sognato sui misteri dell’universo. L’obiettivo ora, se dapprima era quello di comporre una creatura nel sonno, è quello di comporre una creatura perfetta, tanto che ne ricrea le parti giudicate difettose. Dunque si insinua il dubbio: “A volte lo inquietava l’impressione che tutto ciò fosse già accaduto…”

L’uomo considera il sognato come un figlio – un figlio fantasma certo, ma pur sempre un figlio – e capisce che è finalmente pronto per nascere. E nascerà. Lo scopo è raggiunto, l’uomo è in estasi.

Anni dopo, svegliato da due rematori, l’uomo ha un presagio: teme che suo figlio scopra di non essere reale ma soltanto “un mero simulacro.

Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altro uomo”. La natura qui esprime tutta la sua bellezza attraverso le descrizioni sopraffine dell’autore: “una remota nuvola su una collina, leggera come un uccello; poi, verso il Sud, il cielo che aveva il colore rosa delle gengive dei leopardi”. Infine la ciclicità degli eventi, attraverso un incendio circolare che – in “un’alba senza uccelli” (quante albe con gli uccelli si ricordano invece nella letteratura, uccelli che per esempio diventano pensieri nella poesia Prima luce di Giorgio Caproni) – segue il perimetro delle rovine del tempio del dio Fuoco. Finale poderoso e imprevisto, con l’uomo ormai stanco e vecchio, che si getta nelle fiamme; ma è un fuoco candido, innocuo, che non brucia. Solo adesso, l’uomo capisce che anche lui non è altro che un sogno.

In questo stupendo racconto di Borges, l’immateriale si fa materia, per poi tornare al suo stato iniziale in una circolarità geometrica.

Nel sogno a puntate (quante volte anche noi avremmo voluto riprendere un sogno dalla notte precedente?) si concretizza un’impresa assimilabile alla creazione di Frankenstein o a quella di un Golem d’argilla – o, se preferite, a quella di un biblico Adamo – fino alla scoperta della verità. Il sogno e il doppio, tematiche care all’autore di Finzioni e L’Aleph, infittiscono l’intreccio e lo caricano di simbolismi. Chapeau.

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Vanna Bianciardi Bastreghi o dell’umanesimo che manca all’Europa. Un ricordo.

Giovanni Battista Angioletti rientrerebbe piuttosto bene nella mia rubrica de ‘I sommersi’ che presto (a settembre) riprenderemo, ma stavolta non è per questo che lo cito.  Vinse lo Strega e il Viareggio, ma soprattutto propugnava un’idea di ‘Umanesimo europeo’. Fondò la comunità europea degli scrittori.

Sergio Zavoli ricorda come una volta si fosse unito a lui ‘a chiedere per la RAI, da Parigi a Dublino, da Berlino a Londra, da Vienna ad Oslo «Saranno europei i nostri figli?». Erano nientemeno che gli anni Cinquanta.

In questi giorni è venuta purtroppo a mancare Vanna Bastreghi Bianciardi, una grande donna protagonista della cultura locale.  E non solo. Il libro di Nistri-Lischi nella cui prefazione a cura di Zavoli è contenuto quel passo è il suo Eurocrati in classe-l’Europa in una classe d’Italiano, del 1978, poi ristampato nel 2007.

Ci mancherà Vanna. Oggi con la figlia Gaia guardavamo con nostalgia le ordinatissime minute e le diapositive dei bellissimi e assai originali interventi che teneva sull’arte e sulla figura della donna nel Medioevo che sarebbe bello rendere di nuovo fruibili. Si respirava la sua presenza, in quella dimora antica dove il Pontefice Leone X, nei suoi viaggi verso Roma, aveva l’abitudine di soggiornare.

È un libro di grandissima attualità, quello che citavo, dovrebbe essere ristampato ancora una volta perché se ai riferimenti all’Europa (allora) a nove si sostituisce il numero attuale di Stati aderenti, il resto funziona benissimo e fa capire di più su come è cambiata la nostra visione del mondo negli ultimi cinquanta anni che la lettura di cento dotti trattati.

Ciò che animava anche la sua ampia e instancabile attività di animazione della cultura locale, come docente, esperta apprezzata in Italia e all’estero (con cui anche una volta tornata in Toscana aveva mantenuto proficui contatti) e come Assessore era davvero un profondo senso di umanesimo e come diceva Zavoli gli umori di una remota socialità rinascimentale.  Proprio quello che cercava caparbiamente Angioletti. Ce ne sarebbe davvero bisogno oggi perché non è che vediamo una grande abbondanza di donne e uomini dotati di una tale ampiezza e profondità di visione.

Senza starci tanto a ragionare (a Lei, dotata di umorismo e spontaneità non sarebbe piaciuto) si potrebbe tradurre tutto questo con la parola entusiasmo e fede. Vanna che aveva conosciuto il vero significato della violenza della guerra, apparteneva alla generazione dei pionieri entusiasti, affamati d’Europa. La sua era una fede tutta laica in un umanesimo europeo tutto da creare, mattone dopo mattone, per quanto la riguardava insegnando per decenni l’italiano a Bruxelles, al Berlaymont, nell’ambito di quello che allora si chiamava Mercato Comune. Si potrebbe dire che credeva in una Europa dell’essere prima ancora che dell’avere (oggi sia va a Bruxelles solo a chiedere). Eurocrate che insegna ad eurocrati, come si definisce a più riprese nel libro, pertanto entusiasta portatrice e ambasciatrice, ad un alto livello di interlocuzione, della propria cultura italiana ma altrettanto entusiasta e curiosa investigatrice e amante di quella degli altri Paesi, con cui nelle pagine del suo libro trova spiazzanti e inedite assonanze.  A cominciare dalla cultura belga, che si sforzò di capire in profondità, oltre tutti i pregiudizi e gli stereotipi, scoprendo delle persone dolci, piene di sensibilità e di comprensione. Questo è precisamente il comportamento di un umanista. Personalmente, ho capito più del Belgio e in particolare di Bruxelles visitandola con Lei che in tutti quanti i miei studi precedenti.

Nel libro esistono passi che sembrano scritti, profeticamente, oggi e non quarantadue anni fa, a volte assai critici perché si intuisce, a ragione, che l’Europa va costruita a partire dalla cultura e non dalla moneta. Occorre insomma la fondazione di radici comuni, altrimenti l’esperimento non può realmente funzionare.

In questa epoca in cui, anche per tenere insieme una famiglia, occorrono prodezze da acrobati, mi domando come faranno a tenere insieme nove paesi così diversi, senza finire per cavarsi gli occhi. L’Europa non progredisce’; ‘…dalla riunione al vertice, è l’Europa che è uscita sconfitta’, scrivono i giornali dopo quasi ogni incontro importante, protrattosi magari tutta la notte.

E ancora si legge mi sono spesso domandata perché questa scuola, in teoria fucina di europeisti futuri, acuisca il nazionalismo in maniera esasperata, soprattutto quando sono piccoli.

Vanna bianciardi

E poi dopo trent’anni trascorsi a Bruxelles, Vanna Bianciardi Bastreghi anima con intelligenza la cultura locale chiantigiana, e lo fa con ruoli non solo istituzionali (quelle Assessore alla Cultura a Castellina in Chianti) ma anche e specificatamente, entrando nel merito dei contenuti culturali. Prova ne sia il fatto che non capita certo spesso di vedere cataloghi di mostre che ricordano il contributo degli amministratori locali non negli stantii e rituali ringraziamenti iniziali, ma nel vivo del volume. In uno di questi cataloghi di mostre vi è una bella intervista dove in poche frasi Vanna sintetizza la storia chiantigiana e anche i suoi ideali di apertura e disponibilità verso l’altro e l’altrove: dalla solidarietà della comunità contadina (per fuoco e acqua non si ringrazia mai) alla esplosione di queste stesse comunità nel dopoguerra ( i piccoli mondi chiusi e paghi del poco non esistevano più, le campagne si svuotavano) fino all’affermarsi di un modello di turismo colto e internazionale  (ora assai rimpianto) dove per primi gli Inglesi, che scoprono il Chianti,  comprano case, trascorrono vacanze, addirittura si dedicano alla terra. A quegli stessi inglesi la ‘Vanna di Bruxelles’ aveva dedicato delle divertenti pagine che al lettore di oggi potrebbero suonare addirittura distopiche, descrivendo l’importanza che per Lei aveva lo ‘YES’ all’Europa del 5 Giugno 1975, vissuto in presa diretta dalla scrivente. Arrivavano ai Consigli con la loro Sterlina vacillante, nelle loro solide Rolls nere, impressionanti e déemodées. Ma al contempo erano ter-ri-bil-men-te affascinanti!

Vanna in quella stessa intervista dimostra di essere attenta anche ai fenomeni più recenti idi immigrazione rimarcando a chiare lettere che la disponibilità ad accogliere culture rientra nelle tradizioni locali di tolleranza.

Ma non si vive di sole mostre e occasioni ufficiali e così, oltre al personale e dotto contributo ad opere italiane e in lingua francese, ecco iniziative originali da Lei favorite come ”Il segreto del Santo”, cortometraggio ambientato a Castellina e che vede protagonisti molti abitanti del comune chiantigiano, finalista al Giffoni Film Festival, in concorrenza con più di 1600 altri film, piazzandosi fra i primi sei nella sua categoria e che poi ha partecipato a molti festival nazionali e internazionali e ha ricevuto inviti per altrettante manifestazioni di fama mondiale.

Speriamo di aver contribuito in qualche modo a ricordarla, questa figura di donna colta, intelligente e garbata, che se ne è andata così, esattamente come concluse il suo libro e come recentemente, quasi con le stesse parole, ha fatto Ennio Morricone: in punta di piedi, per non disturbare. Contando sul suo esempio e sul nostro speculare ricordo.

In evidenza

Lucia Berlin, o della risurrezione

Se volete vedere le cose da altre angolazioni.

Se ritenete che la narrazione possa e debba essere un modo per vedere (capire) la vita propria e altrui, i suoi piaceri e i suoi dolori e sentire il suo motore in funzionamento da una pluralità, anzi da una polifonia di punti di vista.

In questo caso Lucia Berlin fa per Voi e non vi potete perdere questo quarto numero di Anatomia di un racconto, una rubrica tutta particolare condotta da Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3)

Per non disturbare (come faccio spesso) il bel lavoro di Mirko aggiungero solo due concetti e una domanda delle cento pistole ( per Mirko, sennò come faccio a disturbarlo? Ma rivolta a tutti in realtà…)

Di Lucia Berlin si sa troppo poco, perchè troppo poco è stata apprezzata in vita tanto da essere un’autentica scrittrice ‘sommersa’ , fino a quando qualcuno si è degnato, giustamente, di ripubblicarla e renderla nota al grande pubblico. Ma raramente mi è capitato di leggere una intervista ad uno scrittore così divertente come questa da lei rilasciata nel 1996. Proprio del racconto che Mirko approfondisce dice che è stato  La cosa più sperimentale che ho fatto.

Altrettando raramente capita di leggere racconti così ben fatti (cfr La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri)

Domanda: ma può esistere un racconto perfetto? O è proprio un impercettibile margine di imperfezione a rendere un racconto ‘realmente perfetto’?

Ora gustiamoci questa nuova Anatomia…

anatomia

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Anatomia di un racconto Nr. 4 – Punto di vista

Diciamo la verità: l’ambizione dello scrittore di racconti è quella di sfiorare – se non proprio raggiungere – la perfezione, che sia per struttura, per tecnica o per stile, o nel migliore dei casi tutte e tre queste cose assieme.

Magari intende dar vita a qualcosa che possa inscriversi nel campo dell’universale, qualcosa che non deve per forza piacere ma colpire, quello sì, lasciare il segno, incidere un’emozione sulla pelle di chi legge. Del resto non sono moltissimi i racconti che possono annoverarsi in questa ristretta categoria, forse Un giorno ideale per i pescibanana di Salinger (ne parleremo sicuramente in uno dei prossimi appuntamenti) o Il nuotatore di John Cheever (idem) e qualche altro, scegliete in base ai vostri gusti. Ma credo che Lucia Berlin, abilissima scrittrice di short stories mai fin troppo celebrata, sia riuscita a creare un piccolo capolavoro con Punto di vista, il racconto di cui parliamo oggi (“piccolo” per dimensioni, non certo per intenzioni, sia chiaro).

Non è assolutamente prerogativa di molti riuscire a scrivere un racconto che sia allo stesso tempo una lezione di letteratura e una lezione di scrittura, una lezione che non troverete in nessuno dei tanti corsi che si tengono oggi ma solo in queste poche pagine che ci ha regalato l’autrice americana.

Lucia Berlin

La prima riga recita così: “Immaginate il racconto di Cechov Angoscia narrato in prima persona.” Il racconto è appena cominciato e già noi siamo catturati da un gorgo metanarrativo che ci trascina nell’immaginario cechoviano, coi suoi personaggi disperati e commoventi, di cui il vetturino Jona Potàpov – che ha appena perso un figlio – è un esempio eccellente. Le righe che seguono – una decina in tutto – ci dicono che quel racconto di Cechov non è affatto in prima ma è in terza persona, ed è propria quella “voce imparziale” (per usare le parole della Berlin) che ci fa entrare nel dolore del personaggio. Certo dipende dall’intensità della voce che si usa, e ciò non significa che la scelta della terza persona sia migliore della prima (d’altra parte alcuni autori, come Dostoevskij, attraverso un io narrante intimo e profondo sono riusciti a toccare vette altissime), ma semplicemente che Cechov, nella sua ricerca dell’oggettività, riusciva attraverso il narratore onnisciente a riferire i sentimenti dei personaggi in maniera nitida e a farci empatizzare con loro. Ecco dunque la breve e utilissima lezione di letteratura che apre Punto di vista.

Poi la Berlin ci presenta la sua protagonista, dicendoci la sua età, la sua professione, le sue abitudini, tutto attraverso la prima persona. No, non funziona, ci dice subito dopo. In questo caso, meglio usare la terza persona e andare dritti all’aspetto abitudinario: «Ogni domenica, dopo essere passata in lavanderia e al supermercato, comprava l’edizione domenicale del “Chronicle”». Ora siete disposti ad ascoltare tutti i dettagli, perché “Pensereste, diavolo, se la narratrice ritiene che ci sia qualcosa da scrivere a proposito di questa creatura scialba dev’essere così. Continuiamo a leggere, vediamo cosa succede.”

A questo punto l’autrice ci rivela che il racconto non è ancora stato scritto, ma è in divenire nel momento stesso in cui leggiamo.

Aggiunge qualche altro dettaglio per renderci più credibile Henrietta, il suo personaggio, per esempio dicendoci che per mangiare si serve di “finissime posate italiane in massiccio acciaio inossidabile”, per confessarci poco dopo che lei stessa utilizza quel tipo di posate. Compie ora una rapida digressione e ci racconta un episodio divertente che le è accaduto, un banale equivoco, cosicché ci ritroviamo a familiarizzare – oltre che con Henrietta – pure con lei. Torna al suo personaggio e affastella altri dettagli, finché scopriamo che è innamorata del dottor B., per cui lavora come infermiera. Giunti fin qui sarà necessario sdoppiare l’attenzione, poiché esistono due diversi piani: da una parte quello sui cui si materializza a poco a poco Henrietta, il personaggio di fantasia, e dall’altra quello si cui si muove Lucia Berlin, la scrittrice. Il nefrologo su cui ha ricalcato il personaggio è lo stesso per cui lavorava lei un tempo, ma l’autrice ci fa sapere che in realtà non ne è mai stata innamorata; però Shirley, la ragazza che lavorava lì prima di lei, oh lei sì che ne era innamorata, al punto da fargli numerosi regali. Gli scrittori, si sa, rubano qua e là dalla vita degli altri.

VOLONTE

Quando ci ripenso, mi fa sempre ridere quella battuta del film Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio, dove Bizanti, il cinico capo redattore di un giornale (uno splendido Gian Maria Volonté) pronuncia questa battuta subito dopo aver licenziato Roveda, un giornalista dall’anima pura che vorrebbe raccontare una verità senza compromessi: “Finiremo tutti nel suo primo libro”. Proprio così.

L’autrice utilizza uno di quei regali (veri) – “un sedile da bicicletta peloso in pelle di montone” – per farne il climax del racconto (inventato), tracciando il momento in cui Henrietta viene schermita dal dottor B., “il momento in cui lei si rende conto di quanto il dottore la disprezzi, di quanto sia penoso l’amore che prova per lui”. Ci sono poi altre caratteristiche di Shirley che la Berlin attribuisce a Henrietta e che diventano le sue abitudini, soprattutto domenicali: Cosa mangia? Cosa guarda in televisione? Cosa farà in quel lunedì tanto atteso, quando il dottore che non la degna della minima considerazione arriverà a esserne persino infastidito? Dopo aver visto La signora in giallo, si fa un bagno rilassante, poi sorseggia una tazza di camomilla, infine sente dei rumori fuori dalla finestra: un’auto che sgomma, una portiera che sbatte, qualcuno che si avvicina alla cabina telefonica. “Henrietta spegne la luce, alza le veneziane vicino al letto, solo di poco. Il vetro della finestra è appannato”. La musica di Lester Young che arriva dall’autoradio. Nella cabina c’è un uomo che sta telefonando e si asciuga la fronte con un fazzoletto.

CONDENSA VETRO

E ora il vero colpo di genio, il gioco sul punto di vista del tutto inatteso eppure annunciato già dal titolo: la narrazione smette di essere in terza per far posto alla prima persona; d’improvviso l’autrice coincide con Henrietta, vi si sovrappone in maniera magistrale. “Mi appoggio contro il davanzale freddo e lo guardo”. Ascolta il sassofono di Lester Young e scrive una parola nel vapore del vetro. Quale? Non lo sapremo mai, perché la cancella “prima che qualcuno possa vederla”.

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Laboratorio Vie Brevi e Festival dello scrittore…che bel lavoro!!!

festival scrittore final poster

Nessuno dice che il virtuale sia sostitutivo dell’incontro fisico tra gli scrittori, gli editori e il loro pubblico…ma le cose si possono fare in tanti modi. E questo lavoro, per cui ringrazio Katia Brentani di avermi reso partecipe, è veramente ben studiato.

Detto questo, ecco i partecipanti. I risultati di ‘Vie Brevi’ ci sono già e a breve verranno comunicati. Io mi sono molto divertito a leggere e interagire con i racconti inviati. Adesso viene il bello, con il Festival!!Buona lettura gente!

festival video

Video: https://www.facebook.com/groups/festivalscrittori/permalink/1827185437422426/

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Partiti i lavori per la sesta edizione del Premio Asimov 2020-2021: intervista a Sandra Leone

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Ho scritto e ho detto più volte che la partecipazione in giuria e nelle scuole all’organizzazione del Premio Asimov è stata un onore e una piacevolissima esperienza. Idem come sopra per la bella cerimonia finale. Per chi crede nella importanza della recensione come mezzo per entrare creativamente e costruttivamemnte nel mondo della lettura (e da lì in quello della scrittura) non poteva essere diversamente.

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Dopo i successi dell’ultima edizione, conclusasi lo scorso Maggio superando brillantemente i notevolissimi problemi organizzativi imposti dall’emergenza COVID (https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/05/14/domani-maxi-evento-con-la-finale-in-diretta-nazionale-del-premio-asimov/) con ben 18 studenti Toscani premiati, il premio Asimov (https://www.premio-asimov.it/ ) pensa già alla sua sesta edizione. Ho intervistato al riguardo Sandra Leone, infaticabile referente e coordinatore della Commissione Scientifica Regionale Toscana, con cui abbiamo avviato una proficua collaborazione a partire dal 2019. Esortiamo altre scuole toscane ad unirsi per tempo a questo magnifico progetto, completamente gratuito, di certo uno dei più lungimiranti e interessanti in Italia!

D- Cosa è il premio Asimov, cosa si propone?

R. Il premio Asimov, nato in Abruzzo nel 2015, istituito originariamente presso il GSSI e giunto alla sesta edizione, è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica. Il Premio si avvale della collaborazione di studenti e studentesse del triennio della scuola superiore, che agiscono nel ruolo di giurati. I giurati hanno l’incarico di leggere, discutere, valutare e recensire le opere in lizza, al fine di individuare la migliore tra di esse.  Il Premio intende avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara.

D.Dopo i numeri di tutto rispetto della scorsa edizione, cosa si propone il Premio Asimov per il prossimo anno?

R-Il premio Asimov si propone l’allargamento della platea di regioni, scuole e quindi studenti coinvolti, al fine di confermare la propria rilevanza, a livello nazionale, come premio letterario nell’ambito della divulgazione scientifica. Infatti altre regioni stanno aderendo, che si aggiungeranno quest’anno alle 14 che hanno preso parte all’edizione  2019-2020.


D-Vogliamo ricordare  i numeri relativi alla Toscana? Come si fa a partecipare?

R-Alla quinta edizione del Premio Asimov hanno partecipato in Toscana 12 scuole in 9 città, situate in 7 diverse province. In tutto 416 studenti hanno sottomesso la loro recensione. La commissione scientifica regionale è formata da circa 50 docenti, ricercatori, scrittori e giornalisti provenienti dagli Istituti Superiori coinvolti nel progetto e da importanti realtà scientifiche e culturali nazionali tra cui INFN, CNR, Radio3Scienza, ALI e CICAP. Tutte le scuole secondarie di secondo grado interessate possono partecipare. Basta contattare i coordinatori regionali della commissione scientifica, cioè Valerio Biancalana oppure la sottoscritta.

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Il Domino letterario fa 13

 

Gastone Nencini

Nuovo appuntamento con il nostro Domino Letterario, che per ora resta in ambito sportivo. Giancarlo Brocci, chiamato in causa la scorsa volta da Riccardo Lorenzetti, passa la palla a Giovanni Nencini e presenta il suo libro “Sulla cresta dell’onda. Gastone Nencini e quel 1960” (Sarnus), in cui restituisce il ritratto commovente del padre, vincitore del Tour de France nel 1960. Clicca qui per il video

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Il libro – Il 1960 è un anno fondamentale per il grande ciclista Gastone Nencini, che vince il Tour de France dopo aver sfiorato il trionfo al Giro d’Italia che perse per solo 28 secondi dopo aver duellato a lungo con Jacques Anquetil che si aggiudicò quell’edizione.. In un dialogo immaginario col giornalista Armand, il campione racconta sforzi, passioni, imprese, fortune e sfortune di quel Tour. Parallelamente è ricostruita la storia d’amore ‘clandestina’ tra Nencini e Maria Pia, ragazza fiorentina che poi riuscirà a sposare e che diverrà madre di suo figlio. Il libro restituisce un ritratto commovente del ciclista e dell’uomo, raccontandoci allo stesso tempo un’epoca che, con l’avvento degli sponsor, segnò il passaggio dal ciclismo “eroico” a quello moderno.

 

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Tayla

 

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Tayla è lì. Si muove a scatti attorno alla bara con l’imprevedibile dinamica dei sogni, metà corpo e metà vento. E non mi perde di vista neanche un momento. Tuttavia io so che per lei non rappresento una preda, infatti non è così che mi guarda, piuttosto come una rivale che insidia il suo territorio. Tutto questo è inconcepibile ma succede, e non è lei a sentirsi a disagio in quella chiesa, ma io, e certo questo lei lo percepisce benissimo.

Nessuno oltre me la vede perché siamo sole, io e lei, due femmine in quel silenzio. Le sole ad aver messo radici proprio in questo sogno. Sole nella chiesa. Sole con la morte che per ora è silenziosa e confinata nella bara. La bara è chiusa e tuttavia a tratti riesco a vederci attraverso. Il volto di Malcom non sembra sofferente, ma neanche sereno. Inquieto direi. Mi domando se anche lei riesce a vederlo.

Siamo sole. Ma se anche vi fosse qualcun altro ho il sospetto che nessuno oltre me potrebbe mai vedere Tayla. E viceversa.

So bene che è lì perché nella semioscurità della chiesa vedo la luce dei ceri scintillarle negli occhi, biancheggiare a tratti sulle orecchie che scattano nervose e sui lunghi canini, cercare perfino di abbozzare un sommario profilo sgocciolando incerta dal muso al collo.

Tayla si muove quasi danzando tra la navata esterna e quella centrale, sfiorando gli ostacoli di uno spazio relativamente piccolo e pieno di panche, fiori e candelabri, sottotraccia al silenzio, senza urtare niente, nemmeno l’aria, come sotto la spinta di un ritmo musicale.

A tratti, come arriva in prossimità di uno di quei grandi ceri, si distingue bene tutto il suo corpo, l’arancio acceso sferzato di nero del mantello sotto cui guizzano rigonfiandosi indelebili i muscoli possenti. Poi a un tratto quel corpo statuario si sgonfia, i muscoli si distendono e si contraggono a casaccio distorcendone le fattezze, e Tayla diviene una sorta di bozzolo color ocra che si contorce a terra come un bruco di gomma dentro cui in rapida successione spariscono le zampe, la testa e la coda. Ma fino a quando anche la testa non sparisce del tutto nella morbidezza del bozzolo, i suoi occhi continuano a fissarmi, senza cambiare espressione.

Questa gonfia crisalide gommosa si contorce davanti a me senza che io possa muovere un passo. Poi completa l’ultima fase di quella repentina gestazione e si fa immobile come un cristallo. Il tetto della chiesa brucia in un attimo come carta velina e subito tutto attorno è un susseguirsi di stagioni in un cielo rigato dal veloce passaggio di mille soli e mille lune che si inseguono. I capitelli delle colonne diventano gangli nervosi da cui si espande una matassa di rami. Il travertino si trasforma tutto in una corteccia cerebrale, rugosa e irregolare.

Finché, con un tremito profondo, il bozzolo si schiude con il rumore di un uovo. Dal bozzolo esce una enorme farfalla le cui ali per un attimo si frappongono tra me e il sole, tende iridescenti, rendendo la mia vista un vertiginoso e abbacinato caleidoscopio. L’aria che spostano profuma in modo indefinibile e vola decisa verso la linea dell’orizzonte, dipingendovi miraggi spiraleggianti. La farfalla è già lontana diretta verso quell’ondivaga meta quando vinco i miei timori e tendo le mani per sfiorarla. Non so come pretenda di riuscirvi, ma sento che non è lontana.

Se mi guardo attorno, ora non c’è più niente intorno a me. Svanita la chiesa, svanita Tayla, con tutte le sue molteplici incarnazioni. I miei piedi camminano tra sabbia e cenere lasciandovi impresse impronte liquide, attorno c’è una magnifica desolazione, deserta a ogni forma o dimensione, tutta dipinta dei colori di un cielo autunnale. Può essere aria di mare quella che ogni tanto inumidisce nelle mie narici l’odore acre e secco di bruciato che vi predomina, ma il mare di cui ho sete resta una leggera promessa che non impegna a niente l’orizzonte.  Allora il mio cervello deluso ripone bruscamente il sogno dentro una brutta scatola di cartone, interrompe la corsa del sonno e mi sveglia ancora ansimante.

Piove sui vetri del taxi. Non è la prima volta che mi capita di dormire in auto. Chi svolge un lavoro dagli orari così irregolari impara a rubare la sua libbra di sonno in ogni circostanza. Il tassista che mi ha pazientemente accompagnato alla polizia e in obitorio guida in modo molto regolare, sembra essere in grado di anticipare ogni manovra delle auto che le precedono, per quanto brusca, e la stessa nostra vettura pare farsi piccola e serpeggiare via da un pertugio ogni volta che davanti a noi si forma una fila o si profila un ostacolo. Ogni tanto getta un occhio su di me dallo specchietto retrovisore, e ha quello sguardo tra il curioso e il preoccupato che aveva mio padre le rare volte che mi portava a scuola, di solito in corrispondenza degli esami o quando c’erano interrogazioni importanti. Con il tassista comunque non abbiamo scambiato che poche parole, ma ormai ci comportiamo come un’affiatata coppia di amici, quasi che nell’arco del giorno ci fossimo raccontati tutto l’uno dell’altra.

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Malcom dopo l’incidente non l’ho voluto vedere. Dopo una vita passata assieme preferisco ricordarmelo come è stato, nel fiore degli anni, o anche solo come appariva quella sera. Non ci saranno foto sulla sua tomba, nessun oggetto, solo ricordi visibili a chi gli voleva bene. Sapeva concentrare la vecchiaia in pochi punti del suo corpo, in poche rughe ben profonde dove la seppelliva senza che nessuno se ne accorgesse. I ragazzi dello staff giù al circo da quella brutta sera sembrano addirittura più vecchi di lui, quasi che il tempo si sia accorto di loro e gli stia grandinando addosso tutti gli anni che non è riuscito a scaricare su Malcom. Come me, anche loro hanno perso la sincronia con la vita. Malcom era il nostro meridiano, il nostro tempo standard in base al quale tutto si organizzava.

Sono certa che il passare tempo nella mia mente sarà in grado di suturare quella gola spaccata come una mela. Per il resto niente, mi sforzerò di ricordare il suo bel corpo, la pelle tirata del viso, quella leggermente ruvida ma abbronzata del collo e delle braccia. Il fisico asciutto, la dentatura perfetta e le spalle da nuotatore, insolite in uno che odiava profondamente il mare e le piscine. Gli anni si sono accaniti assai di meno su di lui che su di me, che lo guardavo ogni sera e ogni mattina, mentre lavorava nella grande gabbia. Ora quella gola recisa di netto, l’ha svuotato. Quella sera, avevo visto il suo sangue morire via, allontanarsi a fiotti impetuosi come fa l’acqua dalle sorgenti nei giorni di pioggia. Il resto del corpo non si muoveva nemmeno, solo le braccia, solo la testa, con piccoli scatti. Gli occhi erano chiusi, ma anche scavando con le dita oltre le palpebre, le pupille non c’erano più, erano dilatate e sfocate, come perle sepolte sotto la sabbia. La sua mano destra fissa e contratta sul mio avambraccio era pesante, conoscevo quella stretta, ma quella sinistra era rilasciata su un fianco, rossa di sangue, abbandonata da ogni forza. Domata dalla morte. Inconsistente. Il sangue è strano, su di me ha un potere ipnotico. Il primo sangue, poi, non è rosso ma nero, ha lo stesso colore della notte. Ne ero già coperta, quando sono arrivati gridando i ragazzi dello staff. Roberto, Kevin, Javicia. Forse pensavano che avessi usato le mie mani per tentare di tamponare la ferita, ma non l’avevo fatto. Mi ero lasciata semplicemente coprire dai fiotti di sangue tenendo Malcom in braccio. Lui non c’era già più in quel corpo. L’anima era già fuggita da tempo con un lungo brivido che aveva frustato il suo corpo attraverso le sbarre di quell’ arena. Per la prima volta ne avvertivo l’odore acuto e sulla lingua mi sembrava di sentire contemporaneamente il sale del suo sudore e la dolcezza del suo sangue. E sentivo anche l’odore di Tayla, un penetrante odore di muffa. Tayla lo aveva quasi decapitato con una sola zampata. La tigre è così, è come al centro di due invisibili sfere. Quella più esterna, è quella in cui può entrare l’uomo, sempre ammesso che sia abbastanza abile da riuscirci. E Malcom lo era. La tigre può darti la sua vita, il suo territorio, dentro quella sfera è pronta a rinunciare a tutto per un uomo, anche alla dignità: ma la sfera più interna rimane sua, è la sua foresta invisibile che non può tradire. Là Malcom, come tutti, in quella seconda sfera era nulla più che un ospite, e non sempre gradito. Non sapremo mai cosa ha fatto di sbagliato. Forse proprio nulla, forse ha solo subito gli effetti di una reazione opposta e contraria all’azione inconsapevole di qualcun altro, cui era invisibilmente legato. E Tayla ne è stata solo l’altrettanto incolpevole meccanismo attuatore, il tramite fisico, e quindi è responsabile della sua morte tanto quanto la lama di una ghigliottina o l’elettrodo di una sedia elettrica lo sono per quella di un condannato.

Tuttavia ho dovuto, abbiamo dovuto, dire il contrario, perché non uccidessero Tayla: ufficialmente Malcom ha fatto un movimento sbagliato, come è riportato nel file dell’inchiesta. Con mio profondo stupore, tutti hanno dato per buona questa versione e nessuno ha chiesto quale fosse mai stato questo movimento sbagliato che aveva innescato la reazione della bestia. A tutti è bastato guardare gli occhi di Tayla per crederci. Erano occhi inespressivi, chiusi, quasi grigi come l’asfalto. Occhi non da animale ma da fantasma. Ci vedevi dentro intricarsi la matassa del dolore, Ma io so che era tutta una finta e che Tayla stava solo recitando una parte.

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Del resto, fate le circostanze, è la miglior cosa che poteva succedere e che un domatore può lasciare in eredità, anzi in dono, al proprio mondo. Dopo aver domato tigri per decenni con apparente facilità ecco che di colpo il suo lavoro torna pericoloso, rischioso, imprevedibile. E Malcom con la sua morte restituisce tutto ciò che ha preso in vita: il mistero si rinsalda, il pericolo si riafferma, lasciando sulla scena un fatto che nessuno saprà spiegarsi e il mito di una bellissima tigre che nessuno vedrà più esibirsi.

Dopo molte notti ho raggiunto a fatica un sonno malfermo, non lungo ma continuo. Senza le intermittenze e i continui risvegli riesco anche a sognare. Ma non sogno Malcom, nè il profondo taglio ricurvo sulla sua gola. Me lo aspettavo, senza una ragione precisa. Sogno l’occhio di un ciclone. L’occhio del ciclone è l’arena. Intorno ci sono soltanto nuvole nere e cariche di pioggia. Ne sento l’odore avvicinarsi. Tayla è lì. Si muove a scatti attorno a me con movimenti circolari e continui, metà corpo e metà voluta di fumo. Poi si ferma di colpo. A un cenno dei suoi occhi sento il mio corpo prodursi in salti e contorsioni indipendenti dalla mia volontà. Poi a un certo punto la fisso e anche le sue pupille smettono di muoversi: le corro incontro e un istante dopo Tayla fa lo stesso con me. Copriamo in un respiro la breve distanza che ci separa. Al momento del contatto provo un dolore intenso che sbianca la mia mente seguito da un fremito che percorre come un lampo nero il mio cervello sconnesso dal corpo e abbacinato. Ma questa sensazione dura pochissimo. Subito un piacere inumano mi riempie inesauribile la bocca come la polpa succosa di un frutto dopo che i denti ne hanno intaccato la superficie ruvida e secca. Per un secondo perdo la vista.

Poi con un rumore a metà tra il fragore di un applauso e lo schiocco di una frusta l’alba spacca la notte svegliandomi in Tayla.

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Glitter Eyes

Si direbbe:  se Poe avesse incontrato una  youtuber…

Da Romeo Lucchi un racconto nero e allo stesso tempo …glossy glossy!!!

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Ami essere una youtuber. La giornata promette bene: c’è il sole, il clima è gradevole e ieri hai ricevuto la nuova glitter palette. Naturalmente l’hai provata subito – come potevi resistere? – ma oggi la testerai alla luce del sole: girerai il tutorial in giardino. Luce alla luce – cosa puoi desiderare di più dalla vita? – sei giovane e bella, anche se a te non importa perché ciò che davvero conta è “sentirsi bella”. Sei molto sicura di te, nonostante i tuoi diciott’anni. Vai pazza per il glitter. Adori portare il luccichio addosso. Perché tu sei una ragazza brillante.

Si va in scena.

glitter eyes 1

Porti tutto in giardino: iPad, glitter palette, gloss glitterato e il resto dei prodotti per un trucco glamour e un look scintillante. Lei ti adocchia. Tu non riconosci la sua voce.

La gazza segue tutti i tuoi movimenti: la tua entrata in scena, la sistemazione sul tavolo del giardino di tutto il necessaire per il tutorial. Tu non lo sai, ma non sei la sola ad andare pazza per il glitter.

No, questo lo sapevi già. Chi è la pazza che non va pazza per il glitter? Sei pronta. No, cerchi lo specchio. Trovato? Sei bellissima anche senza trucco. Ti faresti subito un selfie, ma non ora, devi dare priorità alle priorità. Questa cosa l’hai imparata da tempo, sei una professionista. Il tuo è il mestiere più bello del mondo. Ami la tua vita. Un raggio di sole si riflette sullo specchietto e la gazza ha un sussulto. Combatte con l’istinto di agire. È una ladra. Anche lei è una professionista e sa sempre cosa deve fare, col tempo ha imparato ad aspettare e a controllare i suoi impulsi. È diventata brava, come te. Avete molte cose in comune. Anche lei odia fallire. Ma tutto questo tu non lo sai e in tutta franchezza non t’importerebbe neanche saperlo. Priorità alle priorità. Posizioni la webcam dell’iPad, apri la nuova glitter palette…  c’è un’esplosione di luce. La gazza ha più di un semplice sussulto. Difficile resistere alla tentazione, ma lei è brava. È una ladra professionista.

Dai, si gira! Un bel respiro e… azione.

Parti con i saluti, ma senza troppi convenevoli, sennò ci si annoia. Mostri la nuova palette e fai vedere bene gli swatches sul braccio: sono brillantissimi. La lingua sciolta, i gesti da esperta make-up artist e non perdi mai il sorriso. Un tocco di gloss glitterato e hai finito, dopo ti occuperai dell’editing. Sei soddisfatta. Ottima recensione, tutorial perfetto. Sei una dea. Ti alzi, cerchi la luce e guardi l’effetto del make-up allo specchio. Sei fantastica. Anche la gazza lo sa.

Gazza

Non ti resta che riporre tutto, magari dopo torni in giardino a prendere il sole. Chissà? Hai fatto un ottimo lavoro e ti meriti un po’ di riposo. Al momento non hai ancora deciso cosa fare? Ci penserai dopo. Torni al tavolo, senti il battere d’ali alle tue spalle e istintivamente ti giri. Lei è velocissima, molto più veloce di te, non riesci a proteggerti il viso e gridi in modo disumano. Lei soddisfatta si allontana con il suo tesoro, lo tiene ben saldo nel becco. Tu continui a gridare e a disperarti, lei ha finalmente preso ciò che voleva. Il tuo occhio è glitter and very glamour e di sicuro abbellirà il suo nido. Ha vinto e le tue grida non sono che dolce musica per le sue orecchie.

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Domino letterario nr 12

L’Italia è davvero il paese più sportivo del mondo, come racconta Riccardo Lorenzetti nel libro presentato la scorsa settimana da Mattia Nocchi. E, dunque, il nostro Domino Letterario non può che proseguire nel nome dello sport. Stavolta si parla di ciclismo e ad essere suggerito è il libro di Giancarlo Brocci “L’Eroica” (Giunti), in cui sono narrate storie, imprese e sogni sulle strade bianche. Clicca qui per il video sul canale YouTube

L'eroica

Il libro – L’Eroica, cicloturistica d’epoca che si svolge la prima domenica di ottobre con partenza da Gaiole in Chianti, è nata dall’amore di Giancarlo Brocci per gli impareggiabili scenari delle colline toscane e per il ciclismo dei pionieri, austero e genuino. Questo libro ne ripercorre la storia, che per un intero popolo di cultori della poesia della fatica è già leggenda. Nei bar e nei circoli del Chianti di mezzo secolo fa, dove ancora risuonava l’eco delle imprese di Bartali e Coppi, ha inizio il racconto. Che poi continua, nella parabola di Brocci, come consapevole ricerca e insieme coraggiosa riproposizione dei valori alle radici di uno sport tanto duro quanto popolare. Animati da questa solida passione, Giancarlo Brocci e i suoi compagni d’avventura hanno scritto negli ultimi vent’anni nuove pagine dell’epica del ciclismo: dalla Gran Fondo “Gino Bartali”, pensata per lanciare il Parco Ciclistico del Chianti, a L’Eroica, che ha dato il via in Italia e nel mondo a un movimento sempre più vasto e a un’autentica moda, passando per i recenti fasti de L’Eroica professionisti e l’esperienza utopica del Giro Bio (Giro d’Italia dilettanti).

Le puntate precedenti

domino 12

 

 

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La poesia è morta e altri versi

copertina la poesia è morta

Il tuo volto è un uovo che si schiude ogni giorno
brucia come un fuoco striato d’ombre sull’altopiano
dentro a un cerchio di sassi.
Troppo dolore troppa poca pace
sulla tua fronte in sonno dadi d’ebano
che rotolano tra polvere e gocce di rugiada.
Che sia un segno, un monumento oppure un fossile
certo nel tuo volto c’è una bellezza troppo breve e netta
nitida di vita
qualcosa
che intimorisce e allontana
e poi richiama tutto a sé
come l’arco che si tende attrae la freccia.
Sperando che per me non sia troppo tardi
per ricordarlo.
La mia memoria invecchia precocemente
come un’eco che si frantuma tra i calanchi
oltre il disabitato terreno del sogno.

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Il colibrì secondo…Kevin

Ecco uno degli ottimi frutti del progetto Recensio, ovvero una recensione chiara e ben fatta del libro di Veronesi fatta da Kevin Tushe, 16 anni, allievo del progetto Recensio.Alla faccia di chi dice che in Italia non si legge e non si legge bene. Come dimostrano tutte i migliori studi ed esperienze recenti, coltivare la lettura critica e quella collettiva è la strada maestra per acquisire ottime capacità critiche, di analisi del testo e anche di lettura.

Altre recensioni seguiranno, scritte da alcuni dei partecipanti di questo anno. Quello che personalmente mi ha fatto più piacere è forse proprio questo: l’abitudine alla lettura è rimasta, forte, indipendentemente dallo sviluppo annuale di Recensio.

colibri

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Secondo la teoria dell’“effetto farfalla”, da un evento di portata apparentemente irrilevante possono originarsi fenomeni su vasta scala, dal potenziale, talvolta, catastrofico: così un uragano può essere causato dallo stesso battito d’ali di una farfalla o perfino di un colibrì. Marco Carrera, protagonista dell’ultimo romanzo di Sandro Veronesi, che quest’anno ha bissato il successo ottenuto già nel 2006 guadagnandosi nuovamente il Premio Strega, si reincarna nello stesso colibrì, non tanto per la sua stazza esile, quanto per la sua leggiadria e al contempo pervicacia, che gli permettono di muovere con tanta abilità le proprie ali minute, garantendogli uno stato di immobilità che diviene resilienza, un accorato appello alla ricerca di un motivo per non darsi per vinto seppur tutto pare avverso. Carrera, infatti, è un uomo che ha incontrato nella propria vita innumerevoli ostacoli, a partire da un matrimonio che sta inesorabilmente volgendo al termine, a cui si aggiungono rimpianti dal passato e demoni dal futuro; nonostante ciò, la sua fiducia nell’umanità non accenna ad affievolirsi, in quell’uragano di sciagura che tenta in ogni modo di spegnere la sua fiamma Carrera ne esce redivivo, una fenice che risorge dalle ceneri del proprio fallimento in un homo novus. Il testo si presenta come un’alternanza di lettere, e-mail e narrazioni in terza persona, rendendo la vicenda più immersiva, permettendo di alternare il punto di vista dei singoli personaggi a quello di un narratore esterno, espediente che, seppur non del tutto originale ed a tratti quasi forzato, conferisce al libro un ritmo dapprima incalzante, per poi assumere progressivamente toni elegiaci, fino a giungere al momento della “rinascita”. Lo stile di Veronesi è ricco di descrizioni e digressioni che permetteranno al lettore di inserirsi nella vita dei personaggi come se li si conoscesse da una vita intera, finendo talvolta per perdersi nell’intreccio e in indagini retrospettive che, tuttavia, risultano spesso ridondanti. Nel complesso, un volume che esordisce in sordina, proprio come il battito d’ali di un colibrì, per poi divenire tempesta ed infine acquietarsi, lasciando spazio ad un cielo limpido ed intriso della tanto agognata felicità, a lungo perseguita dal colibrì-Carrera.

 

 

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Esce il 14 Luglio: ‘La poesia è morta e altri versi

Il 14 Luglio (..che data!!!) in uscita per ControlunaGruppo Lit la mia nuova raccolta. Gli ultimi ritocchi sono finiti proprio ora. Uscirà online e in anteprima a Luglio in contemporanea con alcuni eventi e poi sarà in distribuzione fisica in libreria da Settembre.

penna sul tavolo

Comincio da molti doverosi ringraziamenti….

Ringrazio Michele Caccamo per aver creduto nel progetto già nel 2019 e anche in piena emergenza, Gloria Di Rosa, cortese e attentissima Caporedattore e quanti hanno lavorato a rendere possibile la nascita di questo libro strano, diverso, insolito. In tempi così difficili e distopici è bello credere in una sorta di utopia letteraria. Forse sono proprio le utopie che ci salveranno. Del resto sono comi i fiori, crescono anche se nessuno li annaffia. Basta che ogni tanto qualcuno li degni di attenzione.

Nulla nel libro è quel che sembra..a cominciare dal titolo.

nulla è quel che sembra

A Francesco Ricci, che ha curato in tempi record la bellissima prefazione, come suo stile acuta, oggettiva e niente affatto celebrativa, un sincero abbraccio.

 

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#ioraccontolungo nr 1: il romanzo aperto e partecipato. I primi contributi

 

giraffa

Ci siete? Ecco il primo contributo che porta avanti, in maniera originale , la storia tra LOGAN, SPYGIRL e BOMBSHELL. Con Laura Del Veneziano, aspettiamo altri contributi come questo!!! (se vi ricordate già la storia, basta che andiate all’ultimo paragrafo e troverete anche il nome dell’autore).

Giorno uno
Sono Logan, ed ero un uomo. Ora mi sento più un bozzolo in evoluzione verso non so che cosa, vivo come dentro ad un proiettile sparato dalla canna di un fucile e ho paura del mondo. La mia unica amica è Spygirl ma amo Bombshell. Pago Spygirl per essermi amica, pagavo Bombhell per dormire con me ma ora non più. Bombshell ora è lontana, bloccata in un’altra città che una volta era anche la mia. Anche Spygirl è lontana, ma meno. Questa sarà la prima pagina del mio diario. Il mio diario lo scriverò su un rotolo di carta, di quelli da disegno, per due buone ragioni. Primo perché me il mio diario me lo sono sempre immaginato così, secondo perché avere paura del mondo significa grossomodo soffrire di tutte le fobie esistenti messe insieme oppure di nessuna e così mi illudo che questo grosso e rassicurante rotolo sia infinito tanto quanto il tempo che mi ci vorrà a capire. La terza delle due buone ragioni è che me lo ha chiesto proprio Spygirl nella nostra ultima seduta. E a lei non so dire di no come invece dico spesso a Bombshell. Quando Spygirl mi chiede qualcosa avverto uno spasmo freddo qui, alla bocca dello stomaco. Ora Spygirl dice che questo rotolo può servire a specchiarmi di nuovo la mattina, ma riconoscendo l’immagine. In questi mesi di arresti domiciliari forzati ho solo nutrito lo stomaco, chiuso la mente e coltivato paure. Qualcuno ha lavorato per me, qualcuno ha pulito per me le strade di questa città che non conosco, lucidato la scrivania del mio ufficio, pagato le bollette, fatto la spesa. Non io. Ricordo una frazione insignificante del tempo trascorso a casa in questi mesi. Se monto le immagini mentalmente mi trovo davanti quasi solo una serie stroboscopica di albe e tramonti intervallate dal cigolio della porta del frigo che si apre e dal coperchio tazza del cesso che si chiude. Il resto si è perso, e non c’è più niente di continuo nella mia vita, ma un orizzonte latteo e poroso, e solo intermittenze e curve cieche sul mio cammino. Un uomo sceglie una casa come ogni nave prima o poi sceglie un porto. C’è un’anima da mettere all’ancora, un corpo da mettere al riparo. Io non mi ricordo nemmeno più esattamente perchè un anno fa ho scelto questa casa, e comunque ora non vi trovo pace. È come avere un vestito di due taglie più stretto. Non vale la pena neanche di farlo allargare. E Spygirl complice il lockdown nel frattempo mi ha anche cacciato dal nostro rifugio. Il suo bello studio accogliente che profumava di pelle. Un po’ quella delle sedie e del lettino, un po’ la sua.  Così oggi ho protestato.
Spygirl a Logan: Vede, lei non mi ha detto niente di strano. Una delle cose che più spesso mi è capitato di sentirmi dire in anni di professione è stato che entrare-  fisicamente nella stanza dell’analisi al mio studio è come entrare in un mondo parallelo, diverso. Le confesso volentieri un piccolo tratto personale: In effetti io conservo lo stesso ricordo della stanza della mia analisi. Così quando dopo qualche tempo dalla fine del mio percorso sono tornata a trovare il mio analista, che nel frattempo aveva trasferito lo studio, mi sono sentita strana, fuori posto ed ho sentito che la mia analisi personale, ormai conclusa, era in effetti al tempo stesso custodita nello studio precedente e gelosamente conservata dentro di me. Oggi dobbiamo accontentarci, capisce?  Ci aspetta un compito in più in questa assurda situazione di chiusura, un altro compito: dobbiamo trovare, pensare un secondo spazio che le permetta di continuare a lavorare con sè stesso, uno spazio diverso, non fisico, che in fin de conti, forse non può nemmeno preoccuparci troppo perché si tratta solo di uno spazio parallelo, temporaneo, il suo spazio interno. Spygirl mi dà del Lei, si irrigidisce che provo a darle del tu. Dice che io posso scegliere come rivolgermi a lei ma che continuerà a darmi del “lei” fintanto che non sentirà una necessità diversa. Sembra quasi me ne faccia una colpa ed ho impressione che voglia dirmi tra le righe che dare del “tu” attenua le sue capacità è come mettere la sordina a una tromba. Beh, e che c’è di male, a me piace Miles Davis.

Giorno due
Logan a Bombshell: Ti ho odiato perché hai riso dei miei peccati, ti ho amato perché mi hai aiutato a commetterne infiniti altri.  Poi, un giorno la corrente si è invertita, ed è diventato precisamente l’opposto. Sorprendentemente, ci andava bene a tutti e due così. Tutto è possibile in fondo, stasera al tramonto la luna piena si è ingoiata una striminzita falce di sole. Subito dopo, qualche mese fa, ci hanno tolto lo spazio come si tira via l’aria da un sacchetto. E in quel sacchetto non c’è più tempo, non c’è più aria né gravità.  E sono triste, impaurito, disperato perché io sono il messaggio e tu la bottiglia. O forse il contrario, in fondo non cambia. Non possiamo chiedere aiuto che insieme, ma non possiamo farlo insieme perché siamo dispersi su due isole diverse. Ho pensato spesso che la tua faccia fosse uno specchio. Ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce. Ho pensato che le tue braccia fossero una giostra per il mio corpo. Sono preda delle mie paure adesso. Posso sentirti, qualunque cosa ciò voglia davvero dire.
Penso che la solitudine sia una specie perversa di cecità. Non vedi che parti di te stesso, ma non vedi te stesso. E i sensi si amplificano tanto da far male. L’udito soprattutto. Un po’ l’olfatto. Tutto quello che hai lasciato in questo appartamento non profuma più, marcisce. Fiori, maglioni, frutta. Solo il gusto è diminuito. Non mangio più, prevalentemente bevo. Non dormo più, prevalentemente bevo. Provo ad alzarmi, mi affaccio alla finestra. C’è una fila ordinata di persone che cammina sul bordo del fiume e file più piccole fuori ai negozi. Il mondo è diventato un terrario. La mia vicina di pianerottolo è una formica rossa e grassa, è vorace. Compra, stipa la casa, produce spazzatura che pressa e getta con passo lento. Ho pensato che la tua pelle fosse una vela. Se la carezzavi, si tendeva. La carezza è un pettine per l’anima. Dopo è bella liscia e lucente.  Belli anche i tuoi massaggi, ora li vorrei, ma mi mancano più le carezze. La carezza sta al massaggio come un vino bianco fermo sta a un rosso corposo. Non si può iniziare con un rosso.  Se apro il pc, va tutto male. Il mondo dentro il pc è un acquario. Ieri ha chiamato il mio capo. Il mio capo è un grosso pesce rosso.  Non intelligente, ma in compenso con la bocca sempre aperta. Mi ha detto che il lavoro che avevo mandato era soddisfacente. Mi manchi. Forse ti amo. L.
Bombshell a Logan: Io non ho mai riso dei tuoi peccati e nemmeno ne ho commessi altri con te. Ogni uomo è un po’ acqua e un po’ sale: oltre un certo limite non si può aggiungere altro sale, perché l’acqua non lo riceverebbe e il sale non si scioglierebbe più. E così io non ho aggiunto nessun peccato alle tue maledizioni.  Anche io ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce, poi che fosse un aereo con un grande amo attaccato capace di pescarmi via da questo brutto orizzonte. Io non mi sento dentro ad un acquario o ad un terrario. Almeno là dentro ci sarebbe vita. Io mi sento dentro ad una di quelle palle di vetro con la neve di plastica.  Ti amo pressappoco lo stesso. B.

Giorno tre
Oggi ho chiamato Spygirl. Spygirl è un pesce particolare, una carpa koi. Non mi so spiegare perché la immagino così, non lo saprei proprio dire. La immagino nuotare placida nel suo studio, ora che non ci viene nessuno. Odio quando cambia quello sfondo del pc e lo fa ogni volta. E poi quando muove il braccio destro, il suo corpo si deforma. Se invece muove il sinistro, quello addirittura sparisce. Questa volta il suo braccio sinistro pavesato a festa e carico di vistosi bracciali spariva inspiegabilmente inabissandosi dritto dritto come un galeone spagnolo nell’acqua cristallina davanti ai Faraglioni di Capri. Doveminchiaèlamiastanza doveèlamiastanza doveèlamiastanza ilmiolettinolihaivendutimessiinsoffitta cazzodimmiqualcosaperfavore. Vorrei dirle. E invece dico buongiorno. Poi le ho raccontato un sogno, senza fermarmi. Una storia in un singolo lungo sorso.
Logan a Spygirl. Il sogno è questo. Potremmo dire che all’inizio il sogno sono quasi solo io. Io nel sogno sono vecchio e le tre canne di bambù sono ancora al loro posto. Appoggiate alla porta della rimessa. Anni fa erano la spina dorsale di magnifiche orchidee. Adesso sono solo canne coperte di muffa. In giardino c’è come odore di rinchiuso; c’è un’erba alta e vuota, gialla, ispida e secca come i miei tappeti: ha messo in ombra e soffocato il prato. Quell’erba è dello stesso colore del sole, che martella sulle tempie come un vino di poco prezzo, e soffrigge nelle orecchie assieme al sangue che, nonostante tutto, tenta di scorrere. Inchiodato Ad una sedia vedo le ombre infrangersi come onde sulla battigia di pietra serena della soglia. Quelle del giardino sono sempre più grandi ed invadenti, segno evidente delle molte piante che ho lasciato incolte. Quelle della casa non le conto più, tanto sono onnipresenti, rabbiose, invadenti. Quando si è vecchi si accendono sempre meno luci in casa. Così, con le tende tirate, nei giorni peggiori l’alba si confonde con il tramonto. Leggo, ascolto musica, parlo di me con me stesso. Nel parco ci sono molti alberi secchi, malati. E poi ci sono tre alberi danzanti, all’apparenza perfettamente sani uno accanto all’altro, che la malattia nella sua conta ha saltato. Adesso ondeggiano pericolosamente, perché sotto l’azione del vento non possono più appoggiarsi alle fronde dei loro vicini. Le tre canne di bambù non sono più al loro posto.  Vi è un giovane che le taglia con una lama affilata, di quelle così acuminate che scintillano. Le netta con uno straccio, le taglia in pezzi più piccoli con la massima cura. Poi le pulisce dal di dentro e vi pratica dei fori. Soppesa il lavoro fatto, sembra scegliere il pezzo migliore. Vi pratica un invito per le labbra e si mette a suonare. Mi guarda un po’ sorpreso come se dovessi conoscere tanto quel viso che quella nenia. Poi mi sorride senza pretese come se osservasse un bambino e mi accarezza il volto con una mano profumata. Gli chiedo di tagliarmi la gola di netto proprio mentre tramonta il sole e sale l’aria fresca della notte. Lo fa in silenzio, sento la sua mano sinistra sui miei occhi le sue labbra sulla mia fronte, il freddo pizzico della lama che mi sbarra il respiro.
Spygirl a Logan: Quando ha detto di aver fatto questo sogno? Che ne penserebbe se le dicessi che ho impressione che sia piuttosto un pensiero a metà tra sogno e veglia?
Logan a Spygirl: Si, è vero non l’ho sognato, non è un sogno. Ma vorrei che lo fosse
Spygirl a Logan: È comprensibile, saprebbe dirmi perché?
Logan a Spygirl: No, Non posso dirglielo. Perché in realtà c’è un altro sogno. Riguarda Bombshell
Spygirl a Logan: Il sogno che non vuole dirmi riguarda Bombshell?
Logan a Spygirl: Si. Quello che non voglio raccontarle, quello vero.
Spygirl a Logan: Ogni racconto che lei mi porta è comunque parte di lei e quindi è importante lavorarci, ecco perché non importa se non vuole raccontarmi il sogno su Bombshell. Le farò comunque una domanda sul suo racconto.
Logan a Spygirl: Cosa…
Spygirl a Logan: Chi è quel giovane che le taglia la gola?

*****

Giorno tre, notte (di Romeo Lucchi)
Non sono una star. Non sono al Roxy bar e non sto bevendo whisky, ma il fondo di una bottiglia di sambuca in un bicchiere di plastica, stropicciato e per giunta sporco di vino. Quando ero giovane c’ero stato al Roxy bar e non era come mi aspettavo. Il locale era piccolo. Entravi e c’era il bancone che prendeva tutto il lato sinistro. Niente tavolini. Questo è quanto ricordo, ma si sa i ricordi ingannano. Come la vita. All’inizio è piena di aspettative e a mano a mano che passa il tempo ti accorgi che riesci a collezionare solo fallimenti e di delusione in delusione ti convinci che nulla ha un senso. Ho cominciato a stilare un elenco delle fobie che ho coltivato in questi mesi. Forse lo farò avere alla carpa. Ci devo ancora riflettere. Per il momento mi piace riportare gli ultimi acquisti fatti su questa pagina. Paura di essere sporco. Non solo in senso fisico. Paura degli specchi, paura dei missili e delle pallottole. Di questo ne parlerò sicuramente a Spygirl perché temo che la forma fallica degli oggetti in questione potrebbe suggerire un disturbo più profondo di carattere sessuale. Paura della gravità. Non solo terrestre. Paura del silenzio, paura del rumore, paura di guardare in alto, paura dei numeri, paura dei polli, dell’aglio e delle amnesie… paura di perdere Bombshell. Ho sete. Voglio versare altra sambuca, ma è finita. Anche la canzone alla radio è finita. Il vuoto è enorme, voglio reagire, ma non ne ho voglia. Anche di questo voglio parlarne con la carpa.

Continua… scegli tu come, scrivi a redazione@toscanalibri.it e/o bellmaxi@tin.it

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Sex Tree

Romeo Lucchi al suo meglio in questo curioso racconto inedito!

sex tree

Torno indietro di qualche pagina e do un’altra sbirciatina ai Sex Trees.  Il catalogo ha un vasto assortimento di articoli, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. La pubblicità a inizio pagina dice: TU CHE AMI LA NATURA PER SENTIRTI DENTRO LA NATURA. I prezzi degli alberi gonfiabili di ultima generazione sono inavvicinabili. Leggo le caratteristiche del Tandem. Per lui e per lei.

Si può scegliere tra ciliegio, tiglio, pesco oppure su richiesta – leggo testualmente – soddisfiamo ogni tuo desiderio. Tre versioni: mini, medium e maxi.

Tronco anatomico, corteccia vellutata, rami variabili in altezza e lunghezza. Funzione scossa tellurica a tre velocità con durata programmabile. La tana dello scoiattolo in morbido lattice envelopingSkin® che per dieci anni garantisce al suo interno la temperatura costante di 37 gradi centigradi e mezzo. Guardo il costo e rimango di ghiaccio. Sfoglio velocemente le pagine che seguono e salto alla sezione Arredo terrazzo. Mi devo concentrare su ciò che mi serve: un prato sintetico srotolabile. Il più economico costa 10 euro al metro quadro. Faccio il conto: due metri per un metro e cinquanta sono tre metri quadri e quindi 30 euro. Opto poi per una pianta di limone – da lontano sembra quasi vera – costa solo 29 euro e novanta. In tutto con le spese di spedizione fanno 62 euro e sessanta. Controllo se ho un buono. Niente, peccato. Ripenso a La tana dello scoiattoloFaccio l’ordine e aspetto il drone per la consegna.

 

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Il compianto

Prosegue una di quelle tante sperimentazioni cui teniamo particolarmente, legate alla narrazione e alle sue forme e ai suoi spazi, alla scrittura calata in spazi e contesti particolari. Con Francesca Condò continuiamo quella esperienza, iniziata qualche tempo fa  di approccio all’insolito e al meno noto nel mondo dell’arte sul limite sottile tra finzione e realtà. Potrebbe trattarsi di un diario di viaggio di pari passo nel reale e nell’immaginario o di altro… il tempo lo dirà. Il fatto che sia speciale ce lo confermano un fatto molto semplice: i diversi piani di lettura che si propongono e, al contempo, …quelli di osservazione . Sta di fatto che si tratta di una lettura davvero piacevole e per questo (e per tutto ciò che verrà) la ringraziamo.

compianto

Lo farete per me? Un cartone. Uno solo. Vi prego” accostò il volto per parlargli all’orecchio.
“Togliti. Sei un idiota, mi chiedi una cosa assurda. Davvero credi che non se ne accorgeranno?”
“Da queste parti non hanno mai visto Zorzi. Mai. E lui poi non voleva essere ritratto e anche di autoritratti mica ne ha fatti tanti”. Sebastiano si immalinconì.
“Avrei voluto averne un ritratto. Lo avrei tenuto per me. E ora invece niente. Se n’è andato. Possiamo essere così? Vento. Polvere. Qualche polvere colorata, se va bene”
“Hm. Non è lui il problema”, lo accarezzò sulla testa; accostò la mano alla gota e lo baciò con dolcezza. “Va bene. Avrai il tuo disegno. Almeno dopo fatti crescere la barba. Dannazione della mia vita. Non siete altro che sanguisughe. Tutti”.

compianto 4

Il ragazzo gridò la gioia della vittoria. Gli chiese se aveva già qualcosa in mente, se desiderasse qualcosa in particolare. Rispose di avere in sé solo immagini confuse. Tranne il suo volto, che stava inciso nella sua testa come se lo avesse di fronte, però prima che il male colpisse. Certamente il corpo perfetto, bello, amato, ai piedi della Madonna. Era morto proprio cogli stessi pochi anni di Cristo. Lo avrebbe poi fatto lui bianco, pallido, alla luce impietosa della luna, illuminato da un sudario ancora più bianco, bianco come il lenzuolo di Venere, in una notte cupa, buia e senza speranza. E così, fissato nella pala, non avrebbe mai smesso di piangerlo. Il maestro aveva scosso la testa, chiedendosi ancora come sperasse di non farsi riconoscere solo perchè portava un velo che neanche copriva il volto e una tunica azzurra, con quella sua mascella diritta, con quel collo taurino; quale idiota avrebbe potuto credere che quelle mani ossute e squadrate appartenessero a una donna? La vergine Maria, per giunta. Una sibilla, un angelo, va bene. Ma la Madonna?

Sebastiano non aveva sentito ragioni e quando il disegno fu completo si mise a guardarlo completamente assorbito, senza riuscire a spostare la testa da quel pensiero doloroso. Il Maestro pensò cupamente che se lo avessero riconosciuto nei panni di Maria lo avrebbero impiccato. Quasi si pentì di averglielo fatto, quel disegno. Poi però il giorno dopo gli era sembrato già più sereno, come se avesse finalmente iniziato a metabolizzare quella morte o almeno aveva finalmente smesso di parlare di Venezia e questo gli bastò. Quando finì il dipinto anche le sue lacrime erano asciutte, come se le avesse usate tutte per sciogliere i colori e fissare sul legno il dolore dell’assenza. A parte il fatto che sul fondo non c’erano le colline del nord con le case coloniche dalla perfezione maniacale, piuttosto scheletri di case e rami secchi – pure i bei resti antichi si erano fatti rovine, monconi che appena stavano in piedi. A parte lo sfondo infernale, però, era diventato bravo, il ragazzo. Niente da dire. E Zorzi, il magnifico veneziano, pensò il maestro guardando il corpo disteso a terra ai piedi della massiccia figura ammantata, era stato davvero una grande perdita.

Giorgio (Zorzo o Zorzi) da Castelfranco, noto come Giorgione, muore a Venezia nel 1510 a 33 anni durante un’epidemia. Sebastiano Luciani, che sarà poi soprannominato del Piombo, che lavorava presso la bottega di Giorgione, lascia Venezia e si trasferisce a Roma dove conosce Michelangelo. La Pietà della Chiesa di S. Francesco, ora nel Museo Civico di Viterbo, raffigura la Madonna col corpo del Cristo deposto ai piedi in un ambiente notturno. Il cartone sembra sia stato disegnato per Sebastiano da Michelangelo. Il volto del Cristo è assai simile a quello del San Giorgio raffigurato da Tiziano in una Sacra Conversazione ora al Museo del Prado.

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11 Domino 11

Come ogni lunedì, ci ritroviamo per il consueto appuntamento con il Domino Letterario che vi permette di assistere, stando a casa, a presentazioni a catena di libri. Tocca a Mattia Nocchi, classe 1979, toscano, batterista mancato, giornalista. Ha diretto la prima radio universitaria italiana, a Siena, prima di lavorare per cinque anni a Milano nel mondo delle emittenti nazionali (Rtl 102.5, Radio 24 – Il Sole 24 Ore). Da qualche anno si occupa di comunicazione politica, istituzionale e altre stranezze a Firenze, presso la Regione Toscana. Mattia raccoglie il testimone di Nicola Nucci e propone la lettura della raccolta di racconti di Riccardo Lorenzetti “Il paese più sportivo del mondo” (Absolutely Free Editore). Clicca qui per il video sula canale YouTube
Mattia Nocchi
Il libro – “Quando Paolo Rossi segnò il gol al Brasile… quando Villeneuve fece quello storico sorpasso… quando Coppi conquistò l’Alpe di Huez…”. Sono innumerevoli i quando entrati a far parte della nostra vita. Questo libro racconta quei momenti. La normalità dei protagonisti unita ai grandi momenti sportivi che si trovano ad assistere, anche solo davanti a una radio, a una televisione, a un maxischermo. Come quel tale che festeggiava i trent’anni di matrimonio e gli chiesero cosa ricordasse di quel giorno: “Praticamente nulla, se non che era domenica e che la Fiorentina vinse a Napoli. Segnò Antognoni, su punizione.” E poi c’è un piccolo paese toscano, più immaginario che reale. Lo chiamano “il paese più sportivo del mondo“, gli abitanti narrano storie alle quali non sarà difficile affezionarsi, perché parlano di noi. Gli abitanti del paese sono i motori delle storie: maestri e contadini, segretari comunali e preti, bottegai e bariste prosperose. Il paese più sportivo del mondo racconta storie così, dove ognuno è a suo modo protagonista di qualcosa che passa alla Storia.

 

Qui la playlist completa

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Quando mi vieni a trovare…

Penso alle parole che ti vidi nascere in bocca

a quelle che ti ho sottratto

sono piante le parole

piume di scintille d’ali lontane

penombre tra i movimenti terrestri.

dehy

Penso al saluto

che mi ricamasti sulla mano

stringendola un’ultima prima volta

velluto tra corone di rose.

 

Quando vieni a trovarmi

mi siedo con te ad un tavolo di nuvole

e discuto del progetto dei miei giorni.

La chiave di sole che squadernò il compasso delle colline

il primo senso del ritorno

lo stare sempre in bilico

sull’orlo delle cose.

dehy2

E poi

l’esperienza del giorno

la gracilità dei sensi slegati e confusi a sera

le intese liquidità del mio corpo

ciò che rubai e non ho mai restituito

l’avere e il non usare,

il rispondere senza sapere il domandar sapendo

la comunione del piacere

ciò che si perse nell’ombra del viaggio.

 

Se ti fermi con me abbastanza

Senti animarsi

il pianto del mio angelo

lo stupro delle idee e della volontà

l’accesa sarabanda dei ricordi

che sono comunque e allo stesso tempo

ovunque e introvabili

come particelle di Dio.

 

Come te

spesso non ci sono.

Ma nel buio

so che posso afferrarle

ne canto la certezza

 

Xavier Ilya Calosimos

 

 

 

 

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Hanno qualcosa i poeti…

 

Ragazza del Ponte Vecchio

I poeti riparano il mondo. Lo fanno stare insieme meglio che possono, e con tutto quello che hanno in tasca.

Le loro parole riparano i viventi e le loro piccole e grandi montagne che si sgretolano.

Denata balla- e a volte, con raro garbo- rima, le sue parole da sola. Se necessario anche immersa in un sottile silenzio dove a volte si sente il passo invisibile e unghiuto del dolore e della nostalgia.

I suoi passi nell’ultima raccolta La ragazza del  Ponte Vecchio (Edizioni Ensemble-2020) sono indubbiamente quelli del racconto di una vita. E sono passi difficili, a volte di corsa.  Ho scelto di fare da sola /in questo mondo di lupi./A piccoli passi – ma miei –/tutti. Sono quelli di un bambino cui si devono all’inizio legare le scarpe ma non i piedi. Perchè insegnare la libertà è importante.

Denata Ndreca non è nuova a queste nostre pagine perchè ha sostenuto e sostiene, senza mai far mancare i suoi commenti e i suoi like molte della cose che facciamo e faccio. Qualche tempo fa ci ha regalato una bella poesia per Caffè 19. Ora quella poesia fa parte di questa raccolta, che parla anche di stretta attualità.

Mi piace pensare che ogni raccolta sia in qualche modo assimilabile a un libro di viaggio, un taccuino di formazione dove la carta bianca diventa essa stessa, durante il tragitto, nitida mappa del . E le parole di Denata viaggiano nel tempo e nello spazio funzionando proprio come detonatori di sensazioni e idee. C’è in questa raccolta come si è detto il tema dominante dell’amore, in tutte le sue forme, e della memoria. Ma anche della bellezza.

La memoria  è cosa rilevante se si nasce a Scutari, la Firenze dei Balcani, cuore pulsante della cultura albanese, tra cristianesimo ed islam, tra un marciapiede dove c’è il campanile di una chiesa ed un altro dove c’è il minareto di una moschea e se poi si attraversa la storia di un Paese.

Noi albanesi,
emigranti senza le valige,
con un numero mai scritto
sopra le camice

Ma una grande anima, pur portando dentro il vento dei Balcani sa trovare autenticamente amore e bellezza dovunque si trovi, sa per esempio innamorarsi con sincerità di Firenze (Dio mio quanta bellezza), ma anche di oggetti elementari, come di una porta, di un muro,di un cuscino o di una goccia d’acqua.  Perchè ogni città, anche la più celebrata, è composta di oggetti e vite elementari

E una grande anima, soprattutto se è quella di un poeta, sa giocare. Ora, qui, quanto alla scelta del  tipo di gioco, mi capita di essere molto daccordo con Denata.  Si legge nel libro:

Facciamo che oggi nevica;
io divento terra,
e tu ti sdrai su di me.
Facciamo che oggi
le strade sono libere,
io ti vengo in contro
mentre tu corri verso di me.
Facciamo che poi
le strade si bloccano
e che non possiamo
tornare indietro.

Facciamo che …, mi ha sempre colpito questa espressione. E a voi? È qualcosa di simile al c’era una volta delle favole, in quanto come quel conosciutissimo incipit introduce di forza e senza ammettere repliche in un mondo fantastico ma è molto più potente, forse perché più simile ad un rituale magico.
Nelle favole infatti si ammette che c’era una volta proprio perché così grazie alla rapidità elementare della formula si accetta, quasi inconsapevolmente, che qualcosa effettivamente sia stato, anche se non sarà mai più, anzi forse proprio per questo, perché tanto si tratta di un lontano passato, di un’isola così remota e abbandonata che i ponti che la collegavano al corso della storia sono caduti da tempo e ciò non pone alcun imbarazzo alla nostra razionalità. Di fatto, non altera nessun elemento del mondo che conosciamo. Qui è diverso, qui non si tratta di evocare delle ombre ma di creare dal nulla un qualcosa, uno scenario che non è mai successo e  e di viverci tutti in prima persona dentro.
E se tutti sono d’accordo allora facciamo che eravamo. E quindi, siamo.

Ora mi domando, Vi domando, c’è migliore definizione della poesia?

Perciò buona fortuna, Denata, Ragazza del Ponte Vecchio.

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Festival dello scrittore: il laboratorio ‘Vie brevi’ inizia il suo lavoro, iscrivetevi se avete voglia di mettervi in gioco.

Le via brevi 2

Già nutrita come vedete sotto la community. Ecco i partecipanti allo stato. Iscrivetevi!Il laboratorio di scrittura breve è quindi adesso una realtà e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte a pieno titolo. Forniremo un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival.

iscritti regione per regione

 

 

 

 

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#ioraccontobreve numero speciale 9

Ebbenesì, ebbenesì a volte ritornano.

#ioraccontobreve fa (eccezionalmente) nove. Per molti singolari motivi che meritano tutti di essere raccontati. I motivi sono un problema informatico, un altro problema informatico più grave e un dinosauro.

Insomma dai, microraccontiamolo:

Ricevette un bel racconto e lo selezionò per la settimana a venire. Lo mise nella cartella dei pubblicabili, già bello che pronto. Ma venne un virus informatico che scombinò le cartelle e un po’ anche il suo stato mentale, e il racconto finì tra le sue fatture. Il racconto non ci stava male, tra tutti quei numeri, ma era perplesso. Alla fiera informatica dell’est, per due soldi, comprò un nuovo pc. Ma venne la notte e arrivò un bastimento di mail arretrate, cariche di nuovi pezzi e racconti. Due, un racconto e un articolo, erano era assai belli e finirono nella cartella dei pubblicabili. L’articolo parlava di un dinosauro. Ma venne la fetida tempesta che il computer di nuovo stonò. Il raccontino questa volta finì tra i file temporanei e lì si stava proprio male, sospesi come in un limbo di insicurezza sul proprio destino. Ma venne l’angelo del pc che i due files spersi finalmente trovò. Quando ritornarono nella loro cartella, l’articolo sul dinosauro era ancora lì….

Il racconto finito tra le mie fatture è quello di Simona Trevisi, anima di Toscanalibri.it e di tutte le sue attività online. Se siete stati pubblicati lì, lei vi ha letto di sicuro e altrettanto di sicuro lo dovete a lei. Mi scuso con lei quindi, doppiamente.  Giornalista, nata a Bergamo, è laureata in Scienze della Comunicazione. Dal 2005 collabora con la società Primamedia per conto della quale gestisce le attività e gli eventi curati da Toscanalibri.it. Qualcosina in più sulla sua biografia poi, mi sa che la potete immaginare leggendo il suo racconto…

MORFEO IN SMARTWORKING

morfeo

Finalmente era scivolato tra le braccia di Morfeo. Ci erano volute due ore di canti sussurrati, pacche sul sedere a ritmo di rumba, carezze amorevoli e storie raccontate a mezza voce. Riuscì a staccarsi dalla morsa del figlio dormiente e si mise in posizione supina. Con una mossa degna di un ninja tese le gambe fuori dal letto, poggiò i piedi a terra e lentamente si tirò su trattenendo il respiro, attenta a non compiere passi falsi. Con la testa era già in postazione davanti al computer, ma il suo ginocchio ebbe l’ardire di scricchiolare. Il rumore ruppe il silenzio in cui era immersa la stanza. Atterrita si girò verso il bambino che, subito desto, sbarrò gli occhi e cominciò a mugolare tendendo le braccia. L’impossibilità di praticare lo smartworking in solitaria era sempre più lampante.

Romeo Lucchi invece, non nuovo a questi lidi, è l’autore del racconto (quello svaporatomi davanti agli occhi durante un temporale qualche sera fa) e del pezzo che segue. Il racconto è di effetto, e non c’è affatto bisogno di commentarlo, se non forse di aggiungere una osservazione che mi viene spontanea, visto che lui è attore e si occupa di teatro e io in questo momento sto recensendo un libro su Sordi. Non so se lui sarà d’accordo, ma troverà certo il modo di dirmelo. C’è infatti una cosa che unisce un attore in gamba e uno scrittore altrettanto valente, ovvero il saper maneggiare i registri comici e tragici con la stessa efficacia. Leggete su questo sito i suoi La tazza del vate o Volare e poi questa storia e mi direte…

DUE DOMANDE

Catturfiore su tomba

Perché si muore? chiese il bambino al vecchio. Il vecchio spostò lo sguardo sulla tomba della moglie. Il bambino attese con gli occhi spalancati come se la risposta dovesse passare da lì. Il vecchio si piegò sulla tomba, prese il vasetto con i fiori appassiti e li gettò nel bidone vicino, andò alla fontana e mise l’acqua nel vaso dove sistemò un mazzetto di aster viola. Ripose il vaso sulla tomba e accarezzò la testa del piccolo. Perché si nasce se poi si deve morire? chiese il bambino. Il vecchio lo prese per mano e insieme si allontanarono senza risposte.

  E veniamo all’articolo, sempre dello medesimo Lucchi. La storia è nota, ed è quella dell’autore guatemalteco Augusto Monterroso, autore del microracconto cosiddetto più breve della storia Al suo risveglio, il dinosauro era ancora lì. (A.Monterroso). Ma non è questo il suo punto.

dinosauro

Persino Umberto Eco, oltre a Calvino, ci si è confrontato. La traduzione italiana sopra è per l’appunto sua, di Eco. Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì. recita la storiella in lingua originale. E qui casca l’asino, anzi, il dinosauro. È proprio necessario fare dotte analisi di questo racconto ovvero stabilire se A) un tizio si sveglia improbabilmente accanto ad un dinosauro , B) un tizio sogna molto realisticamente un dinosauro o C) chi si sveglia è esso stesso un dinosauro? Romeo Lucchi ha ragione, proprio non lo è, non ci è assolutamente necessario per apprezzare e giocare con il racconto nel modo tanto caro a Calvino: come dice in un film il saggio Samurai tentando di spiegare l’arte della spada a un occidentale no mente, troppa mente.  Apriamo solo le porte all’immaginazione e godiamoci i microracconti. Che poi in ogni caso, ci facciamo influenzare tanto, inconsciamente, da un buon racconto che spesso ogni nostro sofisticato sforzo di interpretazione oggettiva di un testo naufraga comicamente proprio sul nascere…il nostro pregiudizio sarà sempre più forte. Volete una prova? Fate caso a come è tradotto in inglese su wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/Augusto_Monterroso) il nostro racconto : When he awoke, the dinosaur was still there. Secondo voi, piazzando lì quel HE che idea della storia aveva in mente il traduttore? A), B) o C)?

LA POTENZA DELLA MICRONARRAZIONE

Al suo risveglio, il dinosauro era ancora lì. (A.Monterroso)

È potente la micronarrazione. Una sola frase apre la porta dell’immaginario.

Lasciamo da parte le incongruenze storico scientifiche e proviamo a immaginare la scena insieme.

Vediamo il cacciatore che diventa preda. Riesce a trovare rifugio in una caverna, passa una notte quasi insonne e finalmente dopo un breve riposo, al suo risveglio, vede il peggior incubo della sua breve vita fermo ad aspettarlo fuori dalla caverna. Ancora.Oppure potremmo dare un taglio più contemporaneo alla storia e immaginarci la mattina dopo una folle notte di eccessi (lascio alla fantasia del singolo stilare l’elenco delle sostanze psicotrope assunte nel corso della notte).

Risveglio.

Primo pensiero: mioddio sto ancora come i pazzi!

Secondo pensiero: quest’acido non mi lascia più!

Del racconto Il dinosauro Calvino diceva: “Io vorrei mettere insieme una collezione di racconti di una sola frase, di una sola riga. Ma finora non ho trovato nessuno che superi quello del guatemalteco Augusto Monterroso”.

In evidenza

Questa la raccontiamo insieme, al via il contest #ioraccontolungo. Ecco l’incipit

Al via il contest #ioraccontolungo. Eccoci qui con 3 personaggi nuovi nuovi in cerca di una storia. Ma non di un solo autore, bensì di molti, potenzialmente infiniti. A quattro mani con Laura Del Veneziano (che ringrazio tantissimo per la sua disponibilità, la finezza nella scrittura e soprattutto….l’amicizia!) e con l’aiuto di Toscanalibri.it ci siamo confrontati con quanto di più difficile uno scrittore possa e debba fare: dare vita a dei personaggi, plasmarli dalla creta delle parole e poi… soffiargli dentro una voce, anzi di più, farli dialogare tra di loro. È l’inizio di un romanzo, di un racconto, di un diario? Non lo sappiamo, non sappiamo chi esattamente sia Logan e che rapporto ci sia con Bombshell. E Spygirl, è quello che sembra? E che ruolo giocano il sogno raccontato da Logan e quello che invece si rifiuta di raccontare? Col vostro aiuto, se vorrete, tentiamo un esperimento: date a turno un giorno di vita a questi personaggi, portando la storia da voi, con voi, dove volete. Pubblicheremo, ormai lo sapete, fedelmente i vostri contributi. Speriamo siano molti, speriamo che siano perfino molto migliori del nostro incipit.  Come finirà?

senza volto

Ecco l’incipit.Qui invece se preferite lo si può scaricare

Mandate i Vs contributi, se volete a bellmaxi@tin.it e a redazione@toscanalibri.it

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GIORNO UNO

Sono LOGAN, ed ero un uomo. Ora mi sento più un bozzolo in evoluzione verso non so che cosa, vivo come dentro ad un proiettile sparato dalla canna di un fucile e ho paura del mondo. La mia unica amica è SPYGIRL ma amo BOMBSHELL. Pago SPYGIRL per essermi amica, pagavo BOMBHELL per dormire con me ma ora non più. BOMBSHELL ora è lontana, bloccata in un’altra città che una volta era anche la mia. Anche SPYGIRL è lontana, ma meno. Questa sarà la prima pagina del mio diario. Il mio diario lo scriverò su un rotolo di carta, di quelli da disegno, per due buone ragioni. Primo perché me il mio diario me lo sono sempre immaginato così, secondo perché avere paura del mondo significa grossomodo soffrire di tutte le fobie esistenti messe insieme oppure di nessuna e così mi illudo che questo grosso e rassicurante rotolo sia infinito tanto quanto il tempo che mi ci vorrà a capire. La terza delle due buone ragioni è che me lo ha chiesto proprio SPYGIRL nella nostra ultima seduta. E a lei non so dire di no come invece dico spesso a BOMBSHELL. Quando SPYGIRL mi chiede qualcosa avverto uno spasmo freddo qui, alla bocca dello stomaco. Ora SPYGIRL dice che questo rotolo può servire a specchiarmi di nuovo la mattina, ma riconoscendo l’immagine. In questi mesi di arresti domiciliari forzati ho solo nutrito lo stomaco, chiuso la mente e coltivato paure. Qualcuno ha lavorato per me, qualcuno ha pulito per me le strade di questa città che non conosco, lucidato la scrivania del mio ufficio, pagato le bollette, fatto la spesa. Non io. Ricordo una frazione insignificante del tempo trascorso a casa in questi mesi. Se monto le immagini mentalmente mi trovo davanti quasi solo una serie stroboscopica di albe e tramonti intervallate dal cigolio della porta del frigo che si apre e dal coperchio tazza del cesso che si chiude. Il resto si è perso, e non c’è più niente di continuo nella mia vita, ma un orizzonte latteo e poroso, e solo intermittenze e curve cieche sul mio cammino. Un uomo sceglie una casa come ogni nave prima o poi sceglie un porto. C’è un’anima da mettere all’ancora, un corpo da mettere al riparo. Io non mi ricordo nemmeno più esattamente perchè un anno fa ho scelto questa casa, e comunque ora non vi trovo pace. È come avere un vestito di due taglie più stretto. Non vale la pena neanche di farlo allargare. E SPYGIRL complice il lockdown nel frattempo mi ha anche cacciato dal nostro rifugio. Il suo bello studio accogliente che profumava di pelle. Un po’ quella delle sedie e del lettino, un po’ la sua.

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Così oggi ho protestato.

SPYGIRL a LOGAN: Vede, lei non mi ha detto niente di strano. Una delle cose che più spesso mi è capitato di sentirmi dire in anni di professione è stato che entrare-  fisicamente nella stanza dell’analisi al mio studio è come entrare in un mondo parallelo, diverso. Le confesso volentieri un piccolo tratto personale: In effetti io conservo lo stesso ricordo della stanza della mia analisi. Così quando dopo qualche tempo dalla fine del mio percorso sono tornata a trovare il mio analista, che nel frattempo aveva trasferito lo studio, mi sono sentita strana, fuori posto ed ho sentito che la mia analisi personale, ormai conclusa, era in effetti al tempo stesso custodita nello studio precedente e gelosamente conservata dentro di me.

Oggi dobbiamo accontentarci, capisce?  Ci aspetta un compito in più in questa assurda situazione di chiusura, un altro compito: dobbiamo trovare, pensare un secondo spazio che le permetta di continuare a lavorare con sè stesso, uno spazio diverso, non fisico, che in fin de conti, forse non può nemmeno preoccuparci troppo perché si tratta solo di uno spazio parallelo, temporaneo, il suo spazio interno.

SPYGIRL mi dà del Lei, si irrigidisce che provo a darle del tu. Dice che io posso scegliere come rivolgermi a lei ma che continuerà a darmi del “lei” fintanto che non sentirà una necessità diversa. Sembra quasi me ne faccia una colpa ed ho impressione che voglia dirmi tra le righe che dare del “tu” attenua le sue capacità è come mettere la sordina a una tromba.

Beh, e che c’è di male, a me piace Miles Davis.

GIORNO DUE

LOGAN a BOMBSHELL: Ti ho odiato perché hai riso dei miei peccati, ti ho amato perché mi hai aiutato a commetterne infiniti altri.  Poi, un giorno la corrente si è invertita, ed è diventato precisamente l’opposto. Sorprendentemente, ci andava bene a tutti e due così. Tutto è possibile in fondo, stasera al tramonto la luna piena si è ingoiata una striminzita falce di sole. Subito dopo, qualche mese fa, ci hanno tolto lo spazio come si tira via l’aria da un sacchetto. E in quel sacchetto non c’è più tempo, non c’è più aria né gravità.  E sono triste, impaurito, disperato perché io sono il messaggio e tu la bottiglia. O forse il contrario, in fondo non cambia. Non possiamo chiedere aiuto che insieme, ma non possiamo farlo insieme perché siamo dispersi su due isole diverse. Ho pensato spesso che la tua faccia fosse uno specchio. Ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce. Ho pensato che le tue braccia fossero una giostra per il mio corpo. Sono preda delle mie paure adesso. Posso sentirti, qualunque cosa ciò voglia davvero dire.

Penso che la solitudine sia una specie perversa di cecità. Non vedi che parti di te stesso, ma non vedi te stesso. E i sensi si amplificano tanto da far male. L’udito soprattutto. Un po’ l’olfatto. Tutto quello che hai lasciato in questo appartamento non profuma più, marcisce. Fiori, maglioni, frutta. Solo il gusto è diminuito. Non mangio più, prevalentemente bevo. Non dormo più, prevalentemente bevo.

 Provo ad alzarmi, mi affaccio alla finestra. C’è una fila ordinata di persone che cammina sul bordo del fiume e file più piccole fuori ai negozi.

Il mondo è diventato un terrario.

La mia vicina di pianerottolo è una formica rossa e grassa, è vorace. Compra, stipa la casa, produce spazzatura che pressa e getta con passo lento. Ho pensato che la tua pelle fosse una vela. Se la carezzavi, si tendeva. La carezza è un pettine per l’anima. Dopo è bella liscia e lucente.  Belli anche i tuoi massaggi, ora li vorrei, ma mi mancano più le carezze. La carezza sta al massaggio come un vino bianco fermo sta a un rosso corposo. Non si può iniziare con un rosso.

Se apro il pc, va tutto male. Il mondo dentro il pc è un acquario.

Ieri ha chiamato il mio capo. Il mio capo è un grosso pesce rosso.  Non intelligente, ma in compenso con la bocca sempre aperta. Mi ha detto che il lavoro che avevo mandato era soddisfacente.

Mi manchi. Forse ti amo. L.

BOMBSHELL a LOGAN: Io non ho mai riso dei tuoi peccati e nemmeno ne ho commessi altri con te. Ogni uomo è un po’ acqua e un po’ sale: oltre un certo limite non si può aggiungere altro sale, perché l’acqua non lo riceverebbe e il sale non si scioglierebbe più. E così io non ho aggiunto nessun peccato alle tue maledizioni.  Anche io ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce, poi che fosse un aereo con un grande amo attaccato capace di pescarmi via da questo brutto orizzonte. Io non mi sento dentro ad un acquario o ad un terrario. Almeno là dentro ci sarebbe vita. Io mi sento dentro ad una di quelle palle di vetro con la neve di plastica.  Ti amo pressappoco lo stesso. B.

GIORNO TRE

Oggi ho chiamato SPYGIRL. SPYGIRL è un pesce particolare, una carpa koi.  Non mi so spiegare perché la immagino così, non lo saprei proprio dire. La immagino nuotare placida nel suo studio, ora che non ci viene nessuno. Odio quando cambia quello sfondo del pc e lo fa ogni volta. E poi quando muove il braccio destro, il suo corpo si deforma. Se invece muove il sinistro, quello addirittura sparisce. Questa volta il suo braccio sinistro pavesato a festa e carico di vistosi bracciali spariva inspiegabilmente inabissandosi dritto dritto come un galeone spagnolo nell’acqua cristallina davanti ai Faraglioni di Capri.

Doveminchiaèlamiastanzadoveèlamiastanzadoveèlamiastanzailmiolettinolihaivendutimessiinsoffittacazzodimmiqualcosaperfavore. Vorrei dirle.

E invece dico buongiorno.

Poi le ho raccontato un sogno, senza fermarmi. Una storia in un singolo lungo sorso.

LOGAN a SPYGIRL. Il sogno è questo. Potremmo dire che all’inizio il sogno sono quasi solo io. Io nel sogno sono vecchio e le tre canne di bambù sono ancora al loro posto. Appoggiate alla porta della rimessa. Anni fa erano la spina dorsale di magnifiche orchidee. Adesso sono solo canne coperte di muffa. In giardino c’è come odore di rinchiuso; c’è un’erba alta e vuota, gialla, ispida e secca come i miei tappeti: ha messo in ombra e soffocato il prato. Quell’erba è dello stesso colore del sole, che martella sulle tempie come un vino di poco prezzo, e soffrigge nelle orecchie assieme al sangue che, nonostante tutto, tenta di scorrere. Inchiodato Ad una sedia vedo le ombre infrangersi come onde sulla battigia di pietra serena della soglia. Quelle del giardino sono sempre più grandi ed invadenti, segno evidente delle molte piante che ho lasciato incolte. Quelle della casa non le conto più, tanto sono onnipresenti, rabbiose, invadenti. Quando si è vecchi si accendono sempre meno luci in casa. Così, con le tende tirate, nei giorni peggiori l’alba si confonde con il tramonto. Leggo, ascolto musica, parlo di me con me stesso. Nel parco ci sono molti alberi secchi, malati. E poi ci sono tre alberi danzanti, all’apparenza perfettamente sani uno accanto all’altro, che la malattia nella sua conta ha saltato. Adesso ondeggiano pericolosamente, perché sotto l’azione del vento non possono più appoggiarsi alle fronde dei loro vicini. Le tre canne di bambù non sono più al loro posto.  Vi è un giovane che le taglia con una lama affilata, di quelle così acuminate che scintillano. Le netta con uno straccio, le taglia in pezzi più piccoli con la massima cura. Poi le pulisce dal di dentro e vi pratica dei fori. Soppesa il lavoro fatto, sembra scegliere il pezzo migliore. Vi pratica un invito per le labbra e si mette a suonare. Mi guarda un po’ sorpreso come se dovessi conoscere tanto quel viso che quella nenia. Poi mi sorride senza pretese come se osservasse un bambino e mi accarezza il volto con una mano profumata. Gli chiedo di tagliarmi la gola di netto proprio mentre tramonta il sole e sale l’aria fresca della notte. Lo fa in silenzio, sento la sua mano sinistra sui miei occhi le sue labbra sulla mia fronte, il freddo pizzico della lama che mi sbarra il respiro.

SPYGIRL a LOGAN: Quando ha detto di aver fatto questo sogno? Che ne penserebbe se le dicessi che ho impressione che sia piuttosto un pensiero a metà tra sogno e veglia?

LOGAN a SPYGIRL: Si, è vero non l’ho sognato, non è un sogno. Ma vorrei che lo fosse

SPYGIRL a LOGAN: È comprensibile, saprebbe dirmi perché?

LOGAN a SPYGIRL: No, Non posso dirglielo. Perché in realtà c’è un altro sogno. Riguarda BOMBSHELL

SPYGIRL a LOGAN: Il sogno che non vuole dirmi riguarda BOMBSHELL?

LOGAN a SPYGIRL: Si. Quello che non voglio raccontarle, quello vero.

SPYGIRL a LOGAN: Ogni racconto che lei mi porta è comunque parte di lei e quindi è importante lavorarci, ecco perché non importa se non vuole raccontarmi il sogno su BOMBSHELL. Le farò comunque una domanda sul suo racconto.

LOGAN a SPYGIRL: Cosa…

SPYGIRL a LOGAN: Chi è quel giovane che le taglia la gola?

 

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Il libro suggerito. Nicola Nucci propone “Come cerbiatti sulle strisce pedonali”

Decimo appuntamento con il Domino Letterario che vi permette di assistere, stando a casa, a presentazioni a catena di libri. Nicola Nucci, chiamato in causa l’ultima volta da Silvia Roncucci, propone la lettura del romanzo “Come cerbiatti sulle strisce pedonali” (Edizioni Effigi) di Mattia Nocchi. Clicca qui per il video

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Nicola Nucci,  ha lavorato come sceneggiatore in ambito teatrale e attualmente si sta dedicando ad alcuni progetti in campo cinematografico, settore nel quale si è già distinto arrivando in finale al concorso bandito nell’ambito di Uno Sguardo Raro – Festival Internazionale di Cinema sulle Malattie Rare (2018).Ha ottenuto alcuni significativi riconoscimenti: la segnalazione al Premio InediTO (2013) al Salone Internazionale del Libro di Torino, due volte in finale al Premio Mario Luzi (2014 e 2015), il premio della giuria al concorso La Città di Murex (2013), il secondo posto al concorso Under 29 di Modena (2013).
Nel 2018 il suo primo romanzo, Trovami un modo semplice per uscirne.
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https://www.youtube.com/watch?v=qNWlELiIicw&feature=emb_logo

Il libro – Federico Fiumani è un giovane giornalista televisivo che lavora a Milano nei primi anni duemila e vive le (a)normali condizioni di una generazione fragile, ambiziosa e precaria. Giano è un contadino della mezzadria toscana, chiamato alla leva durante la seconda guerra mondiale. Federico sogna di fare lo scrittore di racconti per bambini. Giano di sposare Tina, una maestra anarchica di origine piemontese. Due vite normali, distanti nel tempo, che saranno sconvolte entrambe da un evento imprevedibile. Due storie che si alternano e procedono in parallelo, finché una si legherà indissolubilmente con l’altra, interrogandola. Un romanzo che intreccia molti fili e molte voci, ambientato tra l’Italia e gli Stati Uniti. Una piccola saga familiare dove i segreti si annidano coperti dalla polvere e dal silenzio. La ricerca della verità, come unica arma di difesa nei confronti del male che muove il mondo.

 

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La partita

In letteratura quanti confronti tra personaggi sono basati su rituali non scritti ma reiterati all’infinito, quanti dialoghi, quanti incontri sono assimilabili a una partita?

Non sembrano sfuggire a questa logica i personaggi di questa storia, per cui ringraziamo Romeo Lucchi, già su queste pagine per #ioraccontobreve nr 8 e nr 7e per una insolita rilettura di Volare.

La partita

Ogni sera mi raccontava la stessa storia.

Rientravo a casa dopo una dura giornata di lavoro, cenavamo e poi lui mi raccontava la stessa storia. Tutti i giorni. Prima però dovevamo giocare la nostra partita.

«Lo sai Jack…» diceva restando in attesa. Mi chiamava Jack perché amava dare un tocco di internazionalità ai nostri nomi.

«Cosa Frank?» gli chiedevo. Era come giocare una partita a tennis: scambi di palla veloci, e tanta fatica.

«Molti anni fa quando ero giovane» continuava lui «ho fatto un viaggio. E sai dove sono andato Jack?»

poker

«E dove sei andato Frank?» non potevo non chiederglielo, se non lo avessi fatto lui avrebbe continuato all’infinito. Una sera avevo provato a non giocare, lui era diventato sempre più insistente e poi siamo arrivati alle mani. Era una furia. Non avevo scampo: dovevo giocare la mia partita. Non spettava a me decidere se farlo o no.

«Sono andato a Barcellona, in treno. Ero partito da Genova a mezzanotte. I miei amici mi avevano accompagnato in stazione, e c’era anche lei. Sei mai stato a Barcellona Jack?»

«No Frank. Mai.»

«È una bella città. Ci devi andare. Lo farai Jack?»

«Lo farò Frank.»

«Promettilo.»

«Te lo prometto.»

A quel punto, dopo avermi estorto la promessa, la nostra partita era giunta al termine e io ascoltavo la sua storia. Nel nostro gioco non c’erano né vinti né vincitori, si giocava e basta.

«Avevo appena conosciuto Lory» diceva «e fino all’ultimo ero indeciso se partire o no. Mi piaceva molto quella ragazza, ma non volevo rinunciare al mio viaggio in solitaria. Era la mia prima volta. Ormai avevo detto a tutti che sarei andato a Barcellona da solo e non potevo più tirarmi indietro, avrei perso la faccia. C’era anche Lory in stazione con gli altri. Ci salutammo come si fa tra amici, non volevo far vedere agli altri che ero pazzo di lei. Arrivai a Barcellona la mattina dopo. Non ricordo quanti treni cambiai, ma ricordo che l’ultimo era veramente scomodo, spartano, con i sedili di legno. Non riuscii a chiudere occhio e ascoltai musica tutta la notte col mio walkman. Avevo una tipa seduta di fronte molto più vecchia di me, truccatissima, sembrava una battona. A un certo punto tirò fuori la lingua e si leccò le labbra guardandomi dritto negli occhi, io li chiusi e feci finta di dormire. Girai per due giorni in città come uno zombie. Mi spostavo tutto il giorno in taxi e in metropolitana senza una meta. Non avevo pace e decisi di tornare. Mi fermai a dormire una notte a Nimes e rientrai a casa. Per prima cosa chiamai Lory. Mi prendeva in giro, diceva che invece di star via una settimana dopo due giorni ero tornato solo per lei, perché anch’io l’amavo. Due anni dopo ci siamo sposati. Siamo stati felici, ma poi lei se ne è andata».

nimes

Quello era il momento più doloroso. Frank cominciava a piangere e a nulla valevano i miei tentativi per consolarlo. Era straziante. A volte piangeva tutta la sera e spesso mi era capitato di sentirlo disperarsi anche la notte, quando ormai c’eravamo coricati da tempo.

Ci sono voluti mesi e tanta dedizione, ma un paio di settimane fa ho trovato Loredana, la Lory di Frank. All’inizio non voleva incontrarmi, ho insistito parecchio e sono riuscito a invitarla a pranzo. Siamo andati in un posto molto carino, cucina casalinga. Abbiamo parlato per tutto il tempo, ci siamo dilungati fino a tarda sera.

Tra meno di un’ora Lory sarà qui, con Frank… chissà, magari per sempre.

 

In evidenza

Parte il laboratorio di scrittura (e lettura) ‘Le vie Brevi’

 

LABORATORIO “LE VIE BREVI” –  FESTIVAL DELLO SCRITTORE. UNA ‘VERA’ OCCASIONE.

LE VIE BREVI 1

 

Nell’ambito del Festival dello Scrittore 2020 che è giunto alla sua terza edizione, l’organizzazione ha deciso di dare agli scrittori la stessa possibilità di conquistarsi nuovi lettori utilizzando per esprimersi ‘le vie brevi’. Tuttavia scrivere breve non è affatto facile! Per questo (li ringrazio della fiducia!) si sono affidati a me.Il modello è molto innovativo e adatto a questi tempi (non è affatto il ‘classico’ sito online, come non lo era, se ricordate, Italia Book Festival)

Il mondo di ogni scrittore si sa, è un peculiare e irripetibile misto di ordine e magia, e la brevità nella scrittura è sempre una strategia vincente per raccontarlo. Mai come di questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. Il laboratorio di scrittura breve è quindi adesso una realtà e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte a pieno titolo.

Animerò l’iniziativa fornendo un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival.

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E’ nato prima l’uovo o l’impresa?

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Ora facciamo sul serio. Dopo il rilascio del comunicato stampa la scorsa settimana e la pubblicazione sui principali giornali in edizione cartacea e online, Arezzo Ethic Academy”, in partenza a settembre 2020, è giunto alla vigila della sua seconda edizione. Le iscrizioni già cominciano ad arrivare. Adesso iniziano gli webinar di presentazione e di intereazione con interessati e semplici curiosi, visto che parleremo di startup e impresa. Si tratta di un progetto fortemente voluto da Fondazione Monnalisa, dal Convitto Nazionale di Arezzo e Licei annessi e dal Consorzio Arezzo Fashion. L’idea è sostenuta inoltre da altri importanti imprenditori aretini e non (Monnalisa spa, Giovanni Raspini, Sintra consulting, Max Mile srl, Del Siena, ecc), decisi a dare un volto nuovo all’economia del territorio. Prende vita una scuola di formazione che rappresenta una opportunità formativa e imprenditoriale di alto livello per giovani startupper interessati a cimentarsi con la concreata creazione di imprese, con particolare attenzione ai settori green, ethics and welfare e dell’economia circolare. Il corso, erogato in modalità blended con lezioni frontali in aula per 3 giorni alla settimana e la restante parte in e-learning tenute da un team di esperti estremamente qualificati nei settori di competenza, impegnerà gli allievi sino a Giugno 2021

QUINDI MARTEDI’ 30 GIUGNO VI ASPETTIAMO PER UN WEBINAR PROVOCATORIO E DIVERTENTE.  E’ NATO PRIMA L’UOVO O L’IMPRESA? DOBBIAMO PER FORZA TUTTI ESSERE IMPRENDITORI? 10 BUONE REGIONI PER CUI VARREBBE, FORSE, LA PENA DI ISCRIVERSI. ACCANTO A ME, VIRTUALMENTE,  PIERO IACOMONI, FONDATORE DI MONNALISA.

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