In evidenza

Lo strano caso del mondo capovolto: fine pandemia mai

Permettetemi due o tre pensieri acidi, reflussi gastrico-spirituali da ‘fine ‘ pandemia.

Si dice spesso che questo è un mondo dove la comunicazione è tutto. Anche come la comunicazione viene incartata e impacchettata,cioè a dire l’apparenza è, o dovrebbe essere, il nostro pane quotidiano. A cominciare da istituzioni e imprese.

La sensazione che invece si ricava dalle comunicazioni degli ultimi giorni è che comunicare non si sappia. O, peggio, che non si voglia. E che in fondo si conti sulla memoria corta o sulla distrazione dell’uditorio. Ci sono alcuni paradigmi classici di questa comunicazione a rovescio.

Il 25 Aprile festeggiamo.

Il 26 Aprile festeggiamo ancora: la liberazione dal Covid per decreto. Tra cinquantanni la ricorrenza sarà festeggiata riunendosi a distanza attorno a un monumento raffigurante una mascherina di marmo e poi cantando l’inno dal balcone di casa.. Però attenzione, ci dicono gli stessi che hanno dato il lieto annuncio, il Covid’non è finito’. I ristoranti possono aprire, ma …se piove? Falliscono. Le scuole riaprono al 100% ma, i mezzi di trasporto? e le aule una volta arrivati? Gli stadi: mezzi aperti ma i teatri no. Anzi si: tanto comunque se li aprono li aprono quando normalmente in anni felici le stagioni erano già finite. Il decretismo italiano è l’equivalente governativo della pietra filosofale: per decreto si può creare più o meno tutto, lavoro, immunità di gregge, ordine dal caoos, oro dal piombo, qualcosa dal vuoto.

I vaccini? sono efficaci, anzi no, anzi forse. A giorni alterni. Ma comunque si faranno i richiami per le targhe dispari e comunque conviene farli i vaccini perchè sono come la maglietta della salute, che fa sempre bene. Il fatto che poi sudando venisse la bronchite perchè la maglietta ti si appiccicava addosso era un trascurabile effetto collaterale.

Shit happens, come dice qualcuno (But does why this shit always happens to me, dice il malcapitato direttamente coinvolto, che a proposito oggi si chiama ‘resiliente’ in quanto uso ad essere circondato di escrementi e anzi, ad assorbirli un poco alla volta).

La Superlega è il calcio dei ricchi: lo dicono anzi lo strillano quelli di Fifa e Uefa (in puro stile demi vierge) che negli ultimi anni hanno mercificato anche i fili d’erba dei campi da calcio, spesso facendo un quantomeno discutibile impiego dell’etica sportiva asservita al business. Il calcio attuale è invece, notoriamente, un calcio da poveri che favorisce le squadre di quartiere e i dilettanti. Infatti I campionati europei sono oasi di uguaglianza di mezzi e li vincono sempre squadre non pronosticate.

Fissare regole in contraddizione, dire cose che si situano all’apposto di ciò che si sta facendo. E’ uno sport praticatissimo. Viene in mente il ‘corri ma non sudare’ o ‘urla piano’ delle nostre mamme, il ‘Bellavista venga volontario’ del Liceo, oppure il noto monologo di Al Pacino: ‘Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate‘.

E poi ci sono in sondaggi che dicono ciò che la gente vuole, che però in realtà dice quello che pensa il sondaggista vorrebbe sentire, che interpreta e riporta a chi prende le decisioni che a sua volta fa quello che crede che la gente voglia. In tutto questo, nessuno che guardi ad un orizzonte più ampio dei tre giorni. Governare coi sondaggi è come correre la maratona con l’enfisema polmonare acuto.

Imperversa, si sa, il politicamente corretto: ovvero l’impossibilità di applicare il diritto fondamentale all’universale uguaglianza del cretino, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso e appartenenza politica. Adesso ci sono categorie ai cui appartenenti del cretino non lo puoi dare a prescindere. Perchè si offendono e si sentono discriminati. Strano visto che i cretini sono numericamente (largamente)prevalenti sul globo. Oltretutto è un gruppo cui mi sono sentito sempre simpaticamente vicino. Questo viola un sacrosanto principio che dovrebbe essere riconosciuto dall’ONU. Dare modo al cretino di riconoscersi come tale e prendere coscienza è fondamentale. E se non è proprio un cretino, così potrebbe prendere provvedimenti.

Memoria corta: se non riusciamo a programmare oltre i tre giorni, non riusciamo neanche a ricordare fatti oltre il mese trascorso e quindi anche il perchè ce l’abbiamo con qualcuno. Se possiamo lo crocifiggiamo e poi passiamo oltre. E la politica se ne approfitta, ripulendo il sangue e riproponendoci dopo un pò la stessa minestra. Che accettiamo senza problemi, al massimo annusando un po’ il cucchiaio prima di ingerirne il contenuto. Siamo in lock down su un presente continuo.

Genericità: a furia di non sapere più conservare l’attenzione necessaria a leggere un messaggio più lungo di mezza pagina, approviamo tutto non capendo più niente.Sapendo poco di tutto e qualcosa di niente. Basta naturalmente che suoni bene e sia rassicurante, ovvero assomigli esattamente quello che ci aspettiamo che si dica. Sennò crea problemi. Ad esempio il politico deve parlare di sinergia e resilienza, il Papa benedire urbi et orbi, Miss e Mister Universo parlare della pace nel mondo, il cantante in voga usare un linguaggio che riesca a trasgredire ancora qualcosa etc etc

Bolla: sostantivo che sostituisce la parola fiducia. Significa guardare il mondo da uno specchio concavo. Se la pensi come me sei nella mia bolla. La bolla ospita solo quelli che la pensano come me. Ma se la pensi come me la mia non può essere che la verità. Cio che è nella bolla perciò è degno di fiducia, se è fuori è una fake fatto ad arte per fuorviarmi.

Terrapiattismo: alla fine hanno ragione loro, i terrapiattisti. Il mondo, per come lo vedono tanti, è piatto. Il trionfo di flatland. Anzi è fatto a fette, ognuno vive in una fetta. Chi finisce negli spigoli è fregato. La terza dimensione, quella curvilinea, è per i sempre più ridotti romantici amanti della filosofia, della politica con la P maiuscola e della cultura,.Per il resto ogni fetta è una tavola verde di forma quadrata con tanti circuiti stampati sopra e alcuni canali di comunicazione per i mezzi fisici. Uno è Suez: se si ostruisce, siamo rovinati. Se invece per un po’ non ci fossero le rotondità non sarebbe un problema.Si può vivere senza filosofia, democrazia e romanticismo: senza carta igienica e mascherine si tratterebbe di fronteggiare, disarmati e per giunta da due lati opposti, un problema insormontabile di contenimento degli orifizi.

In evidenza

Luce e altro

A Maggio ci sarà di nuovo Italia Book festival con tante cose interessanti

Il Laboratorio ‘Vie brevi’ questa volta è dedicato al tema della luce. Stanno arrivando brevi interessanti, avete tempo fino al 3 Maggio

Torna “Le vie brevi” nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio! Leggete le istruzioni e inviate i vostri racconti a barzhaz@loggione.it Se il noir vi ha intrigato e se l’amore vi ha colpito (dato il numero dei racconti ricevuti dobbiamo dire che è stato peggio di Cupido!), perché questa volta non cimentarsi con..la luce?Questa volta tema del laboratorio di Barzhaz ‘Le vie brevi’ nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio sarà dedicato proprio alla luce. La luce è tante cose: chiarezza e benessere, ma anche rivelazione e accecamento. Traguardo ma anche inizio. A voi scegliere il punto di vista. Sorprendeteci!Racconti brevi, diciamo sulle 250 parole che sappiano illuminare questi nostri bui giorni . Se di amore era difficile scrivere (ma ci siete riusciti) scrivere di …luce rischia di essere ancora più arduo. Anche perchè scrivere breve di per sè non è affatto facile!Allo stesso tempo però mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. E viceversa la brevità è stata il trampolino di lancio per tanti autori.Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a Settembre ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Italia Book Festival.#racconti#raccontibrevi#barzhaz#italiabookfestival

Altra cosa, anzi due :

1.Scriptor è arrivato alle semifinali …

2. Maibuk è un social assai interessante e in crescita: dategli un’occhiata se potete…

è inoltre possibile che durate il festival ci siamo delle sorpese interessanti…stiamo registrando e provando qualcosa in questi giorni

In evidenza

D.A.D.: Delirio a Distanza

E’di oggi la notizia della studentessa bendata per assicurarsi che non copiasse.

Crediamo che non esista immagine più rappresentativa del fallimento di un sistema cui corrisponde l’altrettanto iconica immagine che rappresenta l’atteggiamento delle istituzioni e di certi docenti:

Che non vogliono vedere i danni che stanno procurando a più generazioni e non vogliono constatare la totale inadeguatezza di un approccio didattico ottocentesco che tentano, inutilmente di rendere fruibile con qualche goffa iniezione di tecnologia

Che non vogliono sentire le richieste di genitori e studenti, tese almeno a superare con un comune sentire questo periodo, trincerandosi dietro ordini di servizio, l’immancabile privacy e regolamenti scritti sulla luna.

Che non comunicano o comunicano a sproposito, sventagliando compiti agli orari più impensati e non pianificando compiti, interrogazioni ed esercitazione, traformando in un rodeo o meglio in un assalto alla diligenza ogni finestra di ritorno (fisico ) a scuola, invece di dedicare questo tempo all’ascolto dei ragazzi, che accusano un disagio sempre più sordo, acuto ed evidente.

A quando una scuola che sappia tornare alla parola, alla centralità della persona e alla cultura della relazione e dell’ascolto? Lavorando da anni con i ragazzi di tante scuole sappiamo che questo è quello che vorrebbero e che vorremmo anche noi…

In evidenza

A settembre ripartono i corsi di Barzhaz

Incredibile ma vero in un attimo siamo alla terza edizione di Barzhaz corso base e alla seconda del corso avanzato.

Quindi a settembre 2021 partirà il terzo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Sono aperte le iscrizioni! Per partecipare inviare una mail a: barzhaz@loggione.it se volete più info vedete qua , e qui sotto.

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori
In evidenza

Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)
In evidenza

La lotteria è una cosa seria. Shirley Jackson anche…

A dicembre dello scorso anno avevamo parlato di Paul Auster , per il numero 7. L’ottava puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7) ci parla di una storia insolita e di un’epoca allo stesso tempo ricca e complessa nella storia del racconto e del raccontare. Singolare è infatti la storia di Shirley Jackson, scrittrice californiana deceduta nel 1965 e troppo ferquentemente e sbrigativamente liquidata come scrittrice di storie insolite, forse un po’ vintage, aventi a tema una degenerazione psichica, gotiche e ‘di fantasmi’. C’è di più. Molto di più. E Mirko ce lo spiega, concentrandosi sul racconto e su quel che successe dopo. Così, per non sovrappormi a lui, provo a riflettere su quanto sta cronologicamente a valle di questa storia, in quanto credo che in proposito bisogna farsi alcune domande, domande che credo dovrebbero interessarci molto perchè attuali. Queste domande, o meglio questi temi, li porrò solamente, perchè non c’è una sola risposta e forse perchè conta, alla fine, solo essere capaci di porsi alcuni interrogativi e, se si può, di rifletterci un attimo.

  1. La scrittura (e lo scrittore conseguentemente) sono da considerarsi i sensori storici più fini e anticipatori di quelli che a prima vista sembrano repentini cambiamenti sociali e politici? e lo sono ancora ai nostri tempi? In altre parole, perchè nei rispettivi campi e media, i marziani in diretta radio del 1938 di Orson Welles e questo racconto dieci anni dopo sul «New Yorker» furono presi da molti così sul serio, fecero paura e scatenarono un putiferio di reazioni che si ricorda ancora (La lotteria è incredibilmente ancora il testo più letto nella gloriosissima storia del «New Yorker»)? Non è che forse anticipavano, di qualche anno, quella terribile voglia di cercare una capro espiatorio a livello sociale che poi fu il maccartismo negli anni cinquanta?
  2. La lotteria come sistema sociale, come via di arruolamento del caso (e del caos) nella società in sostituzione di una democrazia zoppicante. La lotteria è del 1948, del 1941 è “La lotteria a Babilonia” il breve, scolvolgente racconto di Borges inserito nella raccolta “Finzioni”. Questo rispecchia la paura e lo scetticismo verso un sistema democratico dimostratosi debole, vunerabile e in alcuni casi incapace di modernizzarsi?
  3. Leggete la fine del racconto: che ne è stato della nostra sensibilità ? è quasi inevitabile trarne la conclusione che sia stata almeno in parte anestetizzata dalla tanta violenza e dal tanto menefreghismo che popola da anni le nostre cronache. Non si spiega in altro modo che una storia che per noi, come dice giustamente Mirko, è ora al più disturbante e relegabile al piano letterario, scatenò all’epoca una reazione vasta e indignata e una valanga di lettere al giornale che la pubblicò che ora non ci sogneremmo nemmeno di scrivere. Visto che con un pò di sfortuna ne troveremmo tutti i prodromi e le conferme in cronaca.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – La lotteria di Mirko Tondi

A chiunque sarà capitato di ritrovarsi a una festa di paese, una sagra o una simile occasione. E spesso in quelle circostanze si presenta il momento della tradizionale lotteria; che sia rappresentata da una ruota che gira, da un blocchettino di fogli o da un sacchetto di numeri dal quale estrarre quello vincente, questo poco cambia: il concetto rimane lo stesso, con uno o pochi vincitori e tutti gli altri con un pugno di mosche. Ciò che cambia può essere il premio ricevuto. In questo originalissimo racconto di Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1948, si parte in effetti dalla consueta amenità della lotteria. Eppure (e l’originalità consiste proprio in questo) la lotteria diventa qui imprevista fonte di angoscia, l’ingranaggio che funziona al contrario in un meccanismo perfetto.

Ciò che l’autrice ci presenta all’inizio è la tranquilla atmosfera di un piccolo villaggio americano, trecento persone appena. Fine giugno, una splendida mattinata di sole, quando “i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta”. Gli abitanti del villaggio si radunano nella piazza principale, si inizia a parlare di lotteria: oggi è il gran giorno. A ragion veduta, si potrebbe considerare un primo indizio di ciò che accadrà in seguito la scena di alcuni ragazzi con delle pietre in tasca, mentre altri le ammonticchiano in un angolo, ma sfido chiunque a cogliervi qualcosa di perturbante la prima volta che si legge il racconto. Tutto è sereno, niente lascia presagire al peggio. Le ragazzine parlano tra di loro, intanto i bambini giocano liberamente. La piazza comincia a riempirsi, gli uomini discutono dei loro affari, del tempo e della terra che coltivano; sorridono ma non sono allegri (ed ecco, volendo, un secondo indizio). C’è tempo anche per qualche pettegolezzo. Poi il signor Summers, che dirige la lotteria (“Era un uomo allegro e dalla faccia tonda”), arriva portando una cassetta nera di legno, contenente dei foglietti ripiegati. La cassetta ci viene descritta in maniera dettagliata (“in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata”), se ne racconta persino la storia e dove viene custodita durante l’anno. Summers fa un breve discorso introduttivo, mentre chi estrae i foglietti dovrà pronunciare un giuramento. Una signora arriva in leggero ritardo, ride per la dimenticanza insieme a un’altra.

C’è un assente in base agli elenchi, ha una gamba rotta e verrà sostituito dalla moglie, che dovrà “tirare”, questo è ciò che viene detto. Di seguito – poco prima che i capifamiglia vengano chiamati in ordine alfabetico a estrarre i foglietti – viene presentato nonno Warner, vero personaggio simbolo del racconto. Sarà lui infatti a dire “C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria”; è orgoglioso di questa tradizione, non vuole che la sospendano come è successo in altre città. “Sono settantasette anni che partecipo alla lotteria”, aggiunge.

Finiti i nomi chiamati a estrarre, piomba un lungo silenzio. Poi Summers dà il via all’apertura dei foglietti: chi lo ha trovato?, si chiedono tutti. Bill Hutchinson. Polemiche, la moglie grida all’ingiustizia. I cinque foglietti della famiglia vengono ritirati e rimessi nella cassetta, si passa a una nuova estrazione. È la moglie Tessie ad aver trovato il foglio con il cerchio nero. La gente sa quello che deve fare, adesso. C’è voglia di finire in fretta. Adulti e bambini hanno le pietre in mano, avanzano verso Tessie, che prova per l’ultima volta a lamentarsi. Nonno Warner carica la folla.

La lotteria ha ispirtato senz’altro molto racconti nati in epoche successive, e in generale la produzione letteraria della scrittrice americana ha ispirato molti autori, non ultimo Stephen King, che lo ha pure dichiarato. Questa passaggio progressivo da un inizio disteso e insospettabilmente pacifico fino all’impressionante finale non costituisce comunque una virata improvvisa, ma un lavoro calibrato sulla tensione, che da impercettibile si fa palpabile. Non ci sono innocenti, qui. Nemmeno i bambini sono esenti, anzi partecipano pur con tutta la loro inconsapevolezza a un evento che sarà formativo – in un modo o nell’altro – nelle loro esistenze. Inserisci dei bambini in una storia horror e avrai creato un efficace contrasto, inquietante al punto giusto: questa lezione la Jackson ce l’aveva data prima ancora che vedessimo tutti i film horror degli anni a venire. Il suo è un racconto sull’orrore quotidiano, una storia del terrore senza mostri, oppure sì: perché i veri mostri sono gli esseri umani. Un unico elemento dissonante che piazzato nel contesto della vita di tutti i giorni fa la differenza, modificando per intero il tono del racconto. Un pugno in pieno stomaco. È così che alcune storie rimangono, che ti abbiano commosso, fatto sorridere, procurato un shock o disturbato. E sì, il racconto di Shirley Jackson è profondamente disturbante, non si può negarlo. Ma è il risultato che conta, no?

In evidenza

Dantedì e il girone degli ignoranti

In prossimità del Dantedì un evento ha fatto di sicuro rigirare nella tomba il Sommo Poeta.

La costituzione di un girone degli ignoranti, o meglio di quel particolare tipo di ignoranti che non sono in questo status per cause indipendenti dalla loro volontà, ma che sono invece compiaciuti del loro stato o peggio, lo usano malignamente per generare altra ignoranza, ovvero e in breve gli idioti, è quanto mai necessaria.

Il fatto è quello, riportato oggi dai giornali olandesi, del Dante ‘purgato’. Un piccolo editore olandese ha omesso il nome Maometto dal suo nuovo adattamento olandese dell’Inferno di Dante Alighieri, per non “ferire inutilmente” i lettori musulmani. Il brano del Canto XVIII non è stato cancellato, ma è stato ‘anonimizzato’.

Sabato, alla Radio 1 belga, la traduttrice ha spiegato la sua scelta. Secondo lei, il punto di vista su Maometto è ora cambiato a tal punto da non corrispondere più al “messaggio che vogliamo trasmettere con il libro”. L’intenzione dell’editore era di rendere l’Inferno accessibile al pubblico più vasto possibile, e anche giovane.

L’editore ha aggiunto, “il fatto che il brano non sia necessario per la comprensione del testo letterario”.

I lettori e gli studiosi, di ogni credo religioso, hanno bollato molto chiaramente questo tenativo come un nonsense e c’è chi ha detto chein fondo per chi preferisce leggere la Divina Commedia nel 700 ° anno della morte dell’autore in una versione con Maometto, fortunatamente ce ne sono abbastanza da scegliere: solo in olandese ci sono già una quindicina di traduzioni diverse.

Ma non è questo il punto: nel girone degli ignoranti, o peggio, con contrappasso da stabilirsi, dovrebbero finire coloro che pensano che il miglior modo per approcciarsi alla cultura e alla storia sia la cancellazione e la censura, coloro che pensano che la relativizzazione della cultura e la suddivisione della società in bolle culturali edulcorate sia davvero il futuro e un rimedio alle incomprensioni, coloro che pensano che la cultura sia una sorta di fast food dal menù banalizzato, prestabilito e omologato e anche coloro che sulle polemiche e sui veri problemi ci speculano solo per vendere qualche libro in più. Che si vendano libri o saponette, per loro è la stessa cosa.

Questi sono di sicuro i degni amici di chi qualche giorno fa ha messo in condizione di rinunciare all’incarico Marieke Lucas Rijneveld, la poetessa e traduttrice olandese, ventinovenne, che la casa editrice Meulenhoff a suo tempo aveva scelto per tradurre le poesia di Amanda Gorman, e che è stata considerata “troppo bianca” per svolgere un simile compito.

Ma la poesia, si sa, supera tutto e non si cura troppo di costoro, che passano e vanno. Lo sapeva Dante, lo sa Marieke che ha risposto alle polemiche proprio con una poesia, Everything inhabitable.

Ma di certo occorre vigilare su certe derive…

In evidenza

Le lacrime di Andromeda

Un grazie a Romeo Lucchi per questo suo inedito

«Quella un po’ più a nord è la costellazione di Perseo» disse inclinando la testa verso Miryam.

Poi indicò il cielo con il braccio teso: «Là in basso all’orizzonte…  quella è Myrfak la sua stella più luminosa. Se sposti lo sguardo a destra vedi Andromeda e il quadrato di Pegaso».

Marco abbassò il braccio e posò la mano su quella di Miryam, lei ebbe un sussulto, lui tolse la mano e le guardò il volto. Stava fissando il cielo, ma la sua mente era altrove.

«Sapevi che Perseo salvò Andromeda da un mostro marino?»

«No» disse Miryam rannicchiandosi vicino a lui e appoggiando la testa sul suo petto.

Marco l’avvolse col braccio.

«La madre di Andromeda andava dicendo che la figlia era più bella di tutte le ninfe del mare. Ovviamente loro s’infuriarono e chiesero a Poseidone di punirla».

«Là, ne ho vista una» disse Miryam.

«Esprimi un desiderio.»

«Fatto».

«A cosa hai pensato?»

«Se te lo dico non si avvera.»

«Posso almeno sapere a cosa stavi pensando prima?»

«A niente.»

«È difficile non pensare a niente.»

«A niente d’importante» tagliò corto la ragazza.

Per un po’ non parlarono. Intorno regnava la calma più assoluta. C’era un silenzio che si sarebbe potuto sentire anche il suono delle stelle, pensò Marco.

«Ne ho vista un’altra» disse Miryam indicando il cielo con un piccolo gesto.

Poi altre scie luminose si susseguirono in una manciata di secondi e i due ragazzi, sotto il magico influsso di quello spettacolo, si strinsero l’una all’altro.

«I tuoi mi odiano.»

«Non è vero, non ti odiano.»

«Non sono stupida, mi sono accorta di come mi guardano» disse Miryam sciogliendosi dall’abbraccio e allontanandosi.

«Perché fai così? Non è colpa mia.»

«Lo so. È colpa del colore della mia pelle» disse lei caustica.

«Dai vieni qui» e si avvinò alla ragazza, ma Miryam fece un movimento con la mano per allontanarlo.

Calò di nuovo il silenzio e i due ragazzi rimasero a fissare il cielo senza più interesse.

«Voglio tornare a casa» disse Miryam.

Marco cercò di recuperare: «Non prima di aver finito di raccontarti la storia di Perseo e Andromeda» disse sorridendo.

Poi scrutò il suo viso in cerca di un segnale di pace. Ma Miryam era assente, aveva il volto turbato. Marco riusciva a sentire il fragore dei suoi pensieri. Si rattristò. Afflitto, si coricò sul prato e vide una stella cadente.

«Andromeda fu incatenata a una roccia a picco sul mare. Perseo la vide e fu rapito dalla sua fragile bellezza in preda all’angoscia. In principio la scambiò per una statua di marmo» fece una lunga pausa perché la stava osservando con attenzione «poi vide il vento scompigliarle i capelli e… le lacrime scorrerle sulle guance…»

Miryam stava piangendo.

«Sai che Andromeda aveva il colore della tua pelle?» e senza aspettare la risposta proseguì nel racconto «sua madre, Cassiopea, era la regina d’Etiopia. La cosa divertente è che durante le nozze, dopo che Andromeda era stata concessa in sposa a Perseo, la regina ordì una congiura ai danni del futuro genero perché Perseo non le andava a genio. Forse perché era bianco. Sporca razzista».

Marco spostò lo sguardo sulla ragazza e la vide sorridere.

«Cassiopea, la suocera, è quella a forma di doppia vu, sopra Perseo e Andromeda. E sopra Cassiopea c’è suo marito Cefeo, il suocero»

«Mi dai un bacio?» chiese Miryam.

In evidenza

Il programma di Italia Book Festival: siamo in ballo 20 e 21 Marzo

I racconti arrivati sono più di tutte le altre volte, una tendenza in crescita costante che ci sorprende ogni volta che proponiamo il Laboratorio dentro al Festival. Che bello sarebbe farlo dal vivo! (ma ci arriveremo). Da Barzhaz noir del 2020 adesso nella prima parte del 2021 abbiamo il tema dell’amore, assai impegnativo per uno scrittore che si rispetti, E molti lo hanno gestito con eleganza e imprevedibilità. Quanto alla ‘lettura anatomica’ di un racconto del Sabato 20, quello è un esperimento e credo anche una gradita sorpresa per chi vorrà collegarsi: toccheremo almeno una piccola parte dei temi che affrontiamo abitualmente nel corso Master di Barzhaz. (così se vi piace, poi potete iscrivervi!)

Sabato 20 marzo ore 18,30 ANATOMIA DI UN RACCONTO – uno sguardo dentro la narrazione con il prof. MASSIMILIANO BELLAVISTA – Lettura “anatomica” di un racconto. Se avete palato fino e stomaco forte vediamo cosa c’è dentro e sotto le parole di una storia. E soprattutto, come funziona una narrazione

Domenica 21 marzo ore 18,30 PREMIAZIONE RACCONTI “LE VIE BREVI” – premiazione dei migliori racconti brevi 

In evidenza

Le fiabe di Matilde. Giovani che di certo non stanno con …le ‘manintasca’!

Qualche giorno fa, a margine della bella e frequentatissima cerimonia di premiazione del Concorso di scrittura ‘O’pport’unità‘ abbiamo avuto la gradita sorpresa di conoscere Matilde Brogi, quattordici anni pieni di freschezza ed entusiasmo, che ha vinto sbaragliando la concorrenza con una fiaba assai originale (per chi la volesse ascoltare dalla sua viva voce consigliamo di portarsi sul minuto 50 circa della registrazione, mentre in questo articolo riproduciamo solo la parte che lei ha letto, essendo il testo nel suo complesso oggetto di una prossima pubblicazione). Ma non è tanto o solo la fiaba in sè, pur molto bella e che per la cronaca si intitola ‘Manintasca’una fiaba pensata per i bambini di oggi che saranno i nonni di domani, che ci ha colpito, ma la maturità e la capacità mostrate da Matilde nello scriverla e nel leggerla. Si capiva subito che dietro c’erano doti non comuni e una speciale passione per la lettura.

Ora sapete che questi sono chiodi fissi in questo blog, e da anni un pilastro fondamentale del progetto Recensio con ormai migliaia di studenti coinvolti, quindi non potevamo davvero non intervistarla. E crediamo che quello che ne è uscito sia molto interessante, anche in considerazione di un momento storico critico quale quello che stiamo vivendo, che proprio sui giovani dell’ età di Matilde si sta abbattendo come un macigno. Se nonostante tutto la parola scritta e letta può aiutare a far crescere una generazione con questo tipo di rappresentanti e questo spirito, allora ce la possiamo davvero fare!!! Un abbraccio ideale ai tanti giovani che ci aiutano con Recensio e ai più di 11 mila che attualmente stanno partecipando al Premio Asimov!!! E naturalmente…grazie Matilde, con l’augurio di sempre maggiori successi.

Quali sono le tue letture preferite? Di che genere prevalente, se c’è? Mi sapresti dare due titoli letti negli ultimi tempi?

Non ho un genere letterario preferito ma in base al mio umore mi piace leggere libri di narrativa dedicati ai ragazzi, come quello dell’autrice Sabrina Rondinelli intitolato Camminare Correre Volare o storici come Se questo è un uomo di Primo Levi. Ultimamente ho letto Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane  V. Felscherinow che mi ha appassionato ma anche sconvolto perché a tratti è molto forte. Adesso sto leggendo Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda e mi sta piacendo molto. Spesso la sera leggo storie a voce alta a mia sorella che frequenta la prima elementare e che fin da piccolissima si è mostrata appassionata all’ascolto delle fiabe.

Scrivi spesso? Da dove trai spunto per storie come quella che ha vinto il concorso?

Dalla terza elementare ho iniziato a scrivere alcuni racconti di avventure o fiabe ma prima d’ora non avevo mai partecipato ad un concorso di scrittura.

Riguardo alla fiaba Manintasca ho preso spunto dal titolo del concorso vale a dire La crisi come opportunità di miglioramento, cambiamento e crescita … ho pensato che anche noi stiamo vivendo un momento di crisi a causa del Covid. Ho riflettuto sul fatto che anche noi come i bambini abbiamo bisogno di credere in un lieto fine, come accade sempre nelle fiabe. Il primo passo è stato la scelta della protagonista, attribuirle un’età, un volto, delle caratteristiche… mi sono immaginata di essere io stessa il personaggio principale della fiaba e di calarmi nei suoi panni, provando così le sue stesse emozioni …

Mi sono ispirata anche alla leggenda natalizia della Renna Rudolph la quale inizialmente veniva presa in giro dalle sue compagne a causa del suo naso eccessivamente rosso ma che in una notte di nebbia fu scelta proprio per questa sua caratteristica da Babbo Natale per illuminare il cammino. Questo per me era un chiaro esempio di disabilità che diventa un’opportunità. Quindi posso dire di essermi ispirata anche a questa storia.

Come stai vivendo questo difficile momento che dura da un anno ormai? Cosa ti da forza e cosa ti manca? Leggere ti aiuta a superare la noia, stanchezza o i momenti più tristi?

In questo difficile anno si sono alternati momenti di sconforto dovuti al fatto che le lezioni in presenza fossero state sospese così come lo sport, che per me è molto importante o semplicemente le uscite con gli amici a momenti in cui ho cercato di non abbattermi ma di tirare fuori tutta la mia vitalità. Un po’ come Manintasca ho cercato di dedicare il mio tempo libero a preparare torte e a suonare il pianoforte …

Come vedi il tuo futuro? Cosa ti piacerebbe fare come studio? Continuerai a scrivere?

Leggere è un’attività rilassante a cui mi dedico soprattutto la sera quando non ho il permesso di usare il telefono.

Come percorso di studio ho scelto il liceo Scienze Umane con indirizzo musicale che mi darà l’opportunità di studiare anche musicoterapia. Non so con esattezza cosa voglio fare da grande: certi giorni penso di diventare una fisioterapista altri un’insegnante; in ogni caso la mia famiglia mi lascia libera di ascoltare la mia voce interiore.

In questi anni ho sempre scritto per trovare risposta ad un bisogno di comunicare le mie idee, fantasie ed emozioni; non so se continuerò a scrivere ma posso solo augurarmi di farlo.

In evidenza

Un amore di pronomi

All’inizio c’ero io.

Ma poco dopo conobbi lui. Che bei tempi! Spensierati!

Lei molto, ma molto più tardi entrò nel nostro noi.

Lei e lui. Certe cose le capisco al volo, io.
Si però, prima lei.
Anche se a ben vedere prima prima lui…
Si ma poi anche lei. Ma quasi subito, eh!
E poi diventarono loro. Inevitabile. E non c’era quasi più tempo per noi. Ma non è che mi dispiacesse, tuttaltro. Io se serviva, c’ero sempre per loro.
Finito qui, dite Voi ?Macché.
Perché quasi subito lei, lei …va beh. E poi ad alcuni di essi non erano mai piaciuti né lei né lui. Figuriamoci adesso che erano diventati loro.
Ma anche lui. Lui si insomma…sotto sotto…ci metteva del suo. E poi veniva disperato da me e mi diceva…senti, ma non è che Tu…
Insomma c è proprio da dire che lui, faceva di tutto, lui, per lei, purché però poi lei e lui…
Insomma. Insomma. Sapete come succede a volte. Lei qua, lei là. Lei sotto, lei sopra. A sentir lui…Ma via, lui doveva comprendere fin da subito che a una come lei può anche capitare che a un certo punto incontri un altro lui… E anche uno come lui forse non era come lei ma di altre lei d’intorno ne aveva sempre avute parecchie pure lui. E questo ben prima che conoscesse lei. E che ne volete sapere voi? Non c’eravate voi quando noi eravamo già noi da un bel pezzo.
Però poi alla fine quando contava davvero lui era lui. Sempre da lei. Ma intanto lei, uh, lei. Non era mica più in lei. E di conseguenza lui era fuori di sè.
E così da quel momento lei e lui non sono stati mai più loro. Né noi potevamo come se niente fosse tornare ad essere noi come eravamo prima che lei e lui diventassero loro. O addirittura prima prima quando eravamo solo io e lui senza di lei.

Poi qualcos’altro è cambiato.

Anche perché io a un certo punto una sera che non ne potevo più presi il coraggio a due mani e dissi a lei: ..senti, ma se io e Te, insomma….noi…

In evidenza

I lati. Scrivo pietre per le mie mura

2 inediti di Filippo Nibbi

La vita è una battaglia

Io mi difendo con la penna

La mia piccola lancia in resta sempre stretta nella mano destra

Ma resta la paura

Così con la penna scrivo pietre per le mie mura.

I QUATTRO ACCORDI

Io e i miei fratelli siamo in quattro. Loro sono gli altri tre miei lati. Insieme siamo stati il numero giusto per costruire una casa al cuore. E’ lì dentro che abito, nella mia solidissima casa interiore. Quando uno di noi morirà crollerà il tetto, saremo esposti alle intemperie. L’ultimo di noi vivrà (vivrà) tra le macerie.

In evidenza

La diretta di oggi: tante persone e tanta voglia di ‘parole’. Ora più che mai

Uno spettacolo con un solo protagonista. la parola.

—-e quasi tremila visualizzazioni in diretta!!!! (oltre ogni previsione)

I miei più sentiti complimenti ai premiati e a tutti gli organizzatori, ma anche a tutti i partecipanti e all’editore Setteponti.

Se voltete vedere qualcosa di veramente gradevole con qualche bella sorpresa ecco qua il collegamento

https://comunesgv.civicam.it/live49-Premiazione-della-Prima-Edizionedel-Concorso-di-scrittura-della-Cittaa-di-San-Giovanni-Valdarno-uO-pport-unitaa.html?fbclid=IwAR2YTkcCKbTDpBx5Y95l6r94Y6METlTNrk-UlSyaLz6XPK3GyfIlIgcOlkw

In evidenza

08-03-2021 WWWWWW

WHAT WOMEN WANT WHAT WOMEN WRITE

Quando l’amico Massimiliano Bellavista mi ha chiesto di scrivere queste righe ne sono stato onorato. Sono Nick Marshall e sono americano, forse il mio nome non vi giungerà del tutto nuovo. Da tempo ormai ho perso il dono di sentire cosa pensano le donne, quella cosa che mi ha reso famoso per un po’, assieme al mio lavoro di pubblicitario. Ma ormai non ne ho più bisogno. Né dell’uno, né dell’altro. Io e la mia compagna Darcy siamo ormai nonni. Ci siamo trasferiti in Italia anni fa, per la precisione nel 2002. È stata una decisione d’impulso: il nostro sogno era di tornare nel Paese da cui, più di cento anni fa, alcuni dei nostri parenti sono partiti con poche lire in tasca. John, il nostro ultimo figlio, quello che abbiamo avuto insieme intendo, era piccolissimo mentre adesso frequenta il liceo in Italia.  Col tempo siamo diventati padroni della lingua (italiana) e grandi frequentatori dei Parchi letterari.

Amo la letteratura, non l’avrei mai nemmeno pensato vent’anni fa, ma adesso nelle nostre lunghe sere romane, allungate pigramente sul divano pagine e pagine di audiolibri, recitati da grandi attori, si alternano alla voce da crooner del mio amato, mitico Frank. I’ve got you under my skin

Cosa pensano le donne. Adesso direi cosa scrivono le donne. Sui magazine, ho gustato degli articoli splendidi su Grazia Deledda, Emma Perodi, e altre autrici di cui assieme a Darcy, nel nostro instancabile girovagare per l’Italia, abbiamo più volte visitato i parchi loro dedicati. Ho compreso col tempo che per capire cosa pensano davvero le donne, basta sfogliare i loro libri, o sentire le loro parole addolcire l’aria delle sere di questo strano inverno che dura da un anno.

Poi questa settimana, mentre prendevo qualche appunto per l’articolo, attorno a me sono successe alcune cose. Intanto, quattro giorni fa, c’era il Super Bowl. Beh, anche se l’Italia è il mio secondo Paese, fatemi essere almeno un po’ patriottico. Quanto Amanda Gorman, con quella sua bella e radiosa faccia da ventenne ha recitato davanti a tutti ii versi della suo nuovo poema, il Chorus of the Captains, il “Coro dei capitani”, dedicato a tre americani che si sono distinti durante la pandemia, mi sono commosso. Today we honor our three captains/For their actions and impact in/A time of uncertainty and need./They’ve taken the lead,/Exceeding all expectations and limitations,/Uplifting their communities and neighbors. Il vecchio Walt, che di capitani se ne intendeva, ne sarebbe stato contento. D’altronde a ben vedere anche lui scrisse la sua poesia in un momento topico della storia americana.  Ma non è questo il punto. Il punto è che si è data importanza alla poesia, alla letteratura. A versi scritti da una donna.

Il secondo fatto è legato a una semplice osservazione. La camera di John, come quella di tutti gli adolescenti, è un autentico disastro. La sua ‘Antologia della letteratura italiana’, mentre riordinavo rassegnazione la camera, mi è caduta di taglio su di un piede. Ora dovete sapere che, quando le cose mi cadono addosso, per me è un segno. Dopo un po’ di ghiaccio e un paio di imprecazioni (non proprio in quest’ordine). mi sono messo a sfogliarla, proponendomi di realizzare un semplice conteggio: di quante scrittrici si parlava in quella antologia, a cominciare da quelle rappresentate nei Parchi Letterari? Se volete sapere come è andata vi dico subito due cose. La prima.  Ala fine mi sono comprato altre quattro antologie, per rendere più seria la mia ricerca. La seconda, che è poi anche la mia conclusione: le donne sono fuori dal canone. Quasi invisibili. O relegate e trattate come una scuola o al più un genere letterario. Dovreste fare qualcosa al riguardo. Ce ne sono poche nei volumi destinati ai primi anni del liceo e pochissime nelle antologie degli ultimi anni. Il giorno dopo ho scoperto che un’autrice, Marianna Orsi, aveva già fatto, e assai meglio di me, questa stessa indagine (vedete l’articolo Donne invisibili – Come i manuali di Letteratura ignorano il contributo femminile, è disponibile in rete.) Concludendo ad esempio che Il Nobel ottenuto nel 1926 non basta infatti a Grazia Deledda per avere un capitolo a lei dedicato nei libri testo in uso nelle scuole e nelle università italiane, nei quali di solito non le spetta più di un paragrafo o un breve testo, quando non è ignorata del tutto (compare solo in 2 dei 6 volumi per il triennio qui analizzati). Stupiscono le proporzioni. Leggo i dati del rapporto autori/autrici in una delle antologie analizzate dalla Orsi (le altre non si discostano poi molto):

    1A, Dalle origini al Trecento: 24 autori contro 1 autrice

    1B, Quattrocento e Cinquecento: 33 a 4 autrici

    2A, Seicento e Settecento: 45 a 0.

    2B Il primo Ottocento: 40 a 4

    3A Il secondo Ottocento e il primo Novecento: 51 a 2

    3B, Dal Novecento a oggi: 75 a 7

Lalla Romano, Annamaria Ortese, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Igiaba Scego, Alda Merini, Antonella Anedda sono le autrici citate in quel volume per il Novecento.  Dove sono tante autrici ‘sommerse’ come ad esempio la Banti o la Mancinelli? Vado matto per queste due scrittrici. Ma nelle Antologie non ci sono. E nelle librerie, poco o per niente. E come loro, è successo a tantissime altre.

Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da  «donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna»; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni, quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi «Fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo».

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile.

La Mancinelli invece è la narratrice e novellatrice di un Medioevo che sembra vero, come si legge sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi de I dodici abati di Challant del 1981.

Ci sono altre molte donne nelle storie della Mancinelli, donne abili e intraprendenti, furbe, che danno agli uomini l’illusione di comandare. Ne Il miracolo di santa Odilia di Odilie ce ne sono in realtà due: la prima badessa del convento, tutta zelo e santità, ma che santa non fu mai, anche se «Perché non fosse santa, era difficile dirlo il paradiso doveva esserselo conquistato di sicuro. Ma miracoli, niente». Qui le pennellate atte a descrivere un personaggio in poche righe sono magistrali «Sapeva benissimo che tra le mura del convento la attendeva una vita più tranquilla…se fosse andata sposa a qualche signore dei dintorni, avrebbe corso il rischio di essere ripudiata con pretesto qualsiasi, e aveva la certezza di dover sopportare una gravidanza l’anno, mentre i giochi d’amore il suo signore e marito li avrebbe fatti con qualche altra donna».

Sembra davvero di sentire la suor Teodora di Calvino «Dovete compatire: si è ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate, in sperduti castelli e poi in conventi; fuor che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d’eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non si è visto niente. Cosa può sapere del mondo una povera suora?».

La seconda Odilia è invece la nipote, che le succede alla morte, bella e amabile a tal punto, che tutto lascia supporre che «il velo le sarebbe pesato più di una corazza». Però sarà proprio lei a compiere alla fine del libro l’unico vero miracolo, un miracolo tutto umano.

E poi ci sono le donne capaci di trame, complotti e maneggi familiari orditi nell’ombra, dipinte pregevolmente in quell’affresco che è l’opera La sacra rappresentazione ovvero Come il forte di Exilles fu conquistato ai francesi del 2001, ambientato gli albori del 1700 quando la piccola comunità di Exilles è in fermento per la preparazione di una Sacra Rappresentazione in onore di San Rocco.  In questo piccolo centro, gli uomini, probi cittadini e stimati padri di famiglia, scivolano nottetempo «lungo i muri senza lume» diretti verso «i loro amori clandestini a qualche fienile». Le mogli, pensano loro, sono buone solo per fare figli. Qui sembra di leggere il dialogo tra il principe e il confessore nel Gattopardo «Ma che volete da me? Sono un uomo vigoroso. E come posso accontentarmi di una donna che a letto si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio, e che dopo non sa dire che “Gesummaria”? Sette figli ho avuto da lei, sette, e sapete che vi dico, padre? Non ho mai visto il suo ombelico».

Ma forse c’è ancora speranza per trovare tra donna e uomo sinergia e intesa nella diversità per certi versi analoghe, sempre per restare nell’ambito letterario, al vissuto personale della de Beauvoir, che pure ebbe il sodalizio intellettuale ed emotivo più forte della sua vita con un uomo così controverso come Jean-Paul Sartre.  Insomma, le stesse autrici che ho citato ammettono che in fondo gli uomini in gamba sono ancora i più.

Mentre scrivo, penso ancora al Paese dove sono nato: lo scorso settembre Ruth Bader Ginsburg, giudice liberal e icona pop, seconda donna della storia americana a far parte della Corte Suprema, (dopo Sandra Day O’Connor) è morta all’età di 87 anni, per complicazioni legate al cancro al pancreas. La Ginsburg è stata prima di tutto un architetto legale capace di trasformare negli anni Settanta la lotta per l’emancipazione femminile in qualcosa di più strutturato e meno urlato di una rivendicazione.

Diceva spesso che era diventata avvocato quando le donne non erano desiderate nella professione legale, riuscì nell’impresa di far equiparare a discriminazione razziale a quella sessuale, aprendo la strada a un lungo dibattito legale e prima ancora sociale. Ma diceva anche che il marito e compagno di una vita Marty Ginsburg era l’unico uomo al quale importasse davvero che lei avesse un cervello.

Poi ci sono dei fatti davvero singolari che ho scoperto grazie ai libri. Le donne hanno un gran cuore, certo. Ma noi ne sappiamo pochissimo, su come è fatto. In senso metaforico, ma anche fisiologico. Valeria Gangemi, scrittrice e manager, nel suo Le donne lo fanno meglio, dice «E dopo una vita di stenti e noia, l’infarto può arrivare lo stesso. La differenza è che non sanno come curarci. Già, perché – assurdo ma vero – studi recenti sul tema hanno aperto il “vaso di Pandora”, scoprendo che alcune branche della medicina sottovalutano o non tengono conto delle condizioni di vita delle donne nella determinazione della diagnosi e del protocollo di cura. Per l’ischemia cardiaca, per esempio, le radiografie e i test sotto stress usati per la diagnosi sono “tarati” sul modello maschile e sono meno efficaci per le diagnosi nelle donne. Ancora, gli strumenti chirurgici come by-pass e angioplastica coronaria sono gli stessi di quelli usati per gli uomini e si presta poca attenzione al fatto che le donne hanno coronarie e vasi sanguigni più piccoli».

Adesso è tempo di terminare queste mie note. Non posso che concludere a mio modo, suggerendovi di saper ascoltare. Sempre. E, credetemi, per farlo non c’è alcun bisogno che un fulmine vi colpisca conferendovi strani poteri. Parlo per esperienza. Basta che leggiate. Che leggiate quello che le donne scrivono.

Pubblicato su https://parchiletterari.com/parktime/articolo.php?ID=04789

In evidenza

Tre anime: un romanzo laboratorio

Tre anime sono sospese
dentro e fuori la vita.
L’equilibrio è deciso dall’autore
Da Rubbettino, un romanzo crudo,
realistico, quasi cinematografico
di Massimiliano Bellavista
Chi fa il portiere o sta comunque sulla porta occupa una posizione di confine. Sulla soglia, né fuori né dentro, ha il preciso compito di sorvegliare, osservare, ritmare accessi e deflussi tra una realtà, quella confinata del palazzo, e l’altra, quella del mondo che il palazzo circonda e talvolta assedia. Un po’ Cerbero, un po’ Caronte.
Il filone “del portiere” ha del resto padri nobili in letteratura, da Simenon alla Nothomb e possiede un innegabile fascino.
Perché diciamo questo? Perché anche se il lettore non ha naturalmente alcun obbligo di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore per stabilire se un’opera sia apprezzabile o meno, ci sono comunque delle eccezioni alla regola. E come è stato sottolineato da qualcuno il fatto che Gianluigi Bruni, autore dell’opera Luce del nord (Rubbettino, pp. 220, € 17,00) sia arrivato al romanzo dopo sessantacinque anni travagliati, spesi tra cinema e sceneggiature e poi convivendo con l’abisso di una crisi economica, lavorativa e personale, gestita però con dignità e tenacia, non è in questo caso un fatto secondario. L’autore alla fine si è ritrovato a lavorare come portiere in un condominio della Garbatella. Ma non si è arreso, e ha conosciuto anche grazie a questo lavoro una seconda fase del suo rapporto con la scrittura.
La sua attuale professione c’entra moltissimo in questa narrazione a tre voci, dove Frank è un anziano e scorbutico ex stuntman, alcolizzato, Cristian è un ragazzo dalla personalità complessa e disturbata, Eva una badante nostalgica e tetra, scrittrice e studente fallita. Cristian vive nel sottoscala, Frank ed Eva sono dirimpettai. Ha avuto il tempo di osservare molto, Bruni, in questi anni. Uomini e donne di tutti i tipi, con ogni tipo di problema e di croce sulle spalle. Ed è indubbio che sia attratto dalle contraddizioni e dalle ambivalenze di un’umanità così problematica, diseredata, e per certi aspetti invisibile.
Il linguaggio è crudo, duro, gli amanti di questo registro espressivo avranno pane per i loro denti, in uno stile che fa indubbiamente il verso a molta letteratura anglosassone, soprattutto americana, ma anche del filone scandinavo.
«Io non li leggo mai i libri. Magari, qualche volta, se me ne capita qualcuno in mano lo apro, leggo il titolo e qualche altra cosa… Uno ancora me lo ricordo, era un libro di Maria, gliel’aveva dato il prete e a un certo punto c’era scritto così: Io sono il primo. Sono anche l’ultimo. Chi vuole essere come me?… E io ci ho pensato al significato, ma non è che è proprio chiaro… perché secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, e se uno vuole essere come quello è perché lui è il primo. Io invece no, io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la merda». Così si esprime Frank, nell’incipit del volume, che non lascia molti dubbi sul seguito.

Una convergenza progressiva tra le varie proiezioni narrative dell’autore
La visione filmica dell’opera è evidente, così come il legame a un certo periodo e con una certa impostazione cinematografica che l’autore, avendo lavorato nell’ambiente ai massimi livelli con registi quali Federico Fellini (fu il suo assistente alla regia nel film La città delle donne), Luigi Comencini, Franco Zeffirelli, Dino Risi, Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Claudio Caligari conosce di certo assai bene, avendovi anche contribuito. Ma il nome chiave secondo chi scrive non si trova tra quelli appena citati ma piuttosto in quello di Bergman, soprattutto il Bergman di ispirazione kafkiana de Il rito.
Questo per un duplice motivo: da un lato siamo di fronte a una sorta di romanzo a chiave, allegorico, dove tutti e tre i personaggi sono alla fin fine proiezioni metaforiche della personalità dell’autore che infatti dichiara in una intervista: «Qualcuno ha detto che mi sono rappresentato nel personaggio di Eva e nella sua inconcludenza, nel suo essere una scrittrice fallita (…) È vero, ma è vero anche che c’è parte di me in Frank. Di gente come lui ne ho vista tanta nel mondo del cinema, spacconi, maneschi e bugiardi. Piuttosto sono, come lui, un vecchio rancoroso. Da ragazzo, poi, non ero né dotato né brillante, un po’ come Cristian». Dall’altro lato c’è l’assoluto scetticismo sulla possibilità di una redenzione, e di contrasto la quasi certezza sulla irreversibilità di una condanna sociale già definitivamente emessa.

Tre personaggi in cerca di un destino
I personaggi del libro partono per la loro navigazione letteraria all’inizio del volume come se si trattasse di una regata in solitario, ma poi si trovano, legandosi e intrecciandosi sempre di più e comunque garantendo in ogni capitolo il triplice punto di vista alla narrazione. Questa strana solidarietà che si sviluppa tra loro cercherà, con alterna efficacia, di fare scudo a esistenze difficilissime, sempre sull’orlo del baratro. È come se i personaggi del romanzo non potessero affatto rinunciare a questo schema di gioco narrativo, far sempre e comunque sentire, separatamente, la loro voce, il loro punto di vista, pena la loro definitiva disfatta, la loro dissoluzione, che però alla fine avviene comunque, in quanto per l’appunto inevitabile.
Di particolare impatto “cinematografico” è proprio l’epilogo, specialmente la parte conclusiva, che rende ben chiare la tecnica e l’impostazione molto vivida e d’impatto del linguaggio usato nel libro.
«Ma se ora volgiamo lo sguardo dallo schermo alla platea, notiamo che non c’è più nessuno. Dei tre solitari spettatori rimangono solo un cappello, una sciarpa e quello che sembra il residuo di un panino mangiucchiato infilato fra gli schienali di due poltrone. Se qualcuno oltre a loro tre fosse stato presente, avrebbe detto di aver visto le loro figure dissolversi lentamente per unirsi in una massa tremolante che avrebbe cominciato a levitare, per alzarsi verso l’alto soffitto della sala, dissolversi infine in una nube luminosa».
Queste tre anime sconclusionate hanno insomma, in qualche modo, trovato il loro autore e sul palco c’è il lettore, che può se vuole afferrarne la storia, prima che si dissolvano del tutto in quella nuvola.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 182, marzo 2021)
In evidenza

Le Ninfee di Nibbi

Ringrazio Filippo Nibbi per questo (i) inedito (i)

(Soggetto per film?)

Un ultraricco, ultramiliardario compra a un’ asta storica le ninfee di Monet.

Paga il quadro 100 milioni di euro. Appena gli viene aggiudicato, si alza tra gli applausi dei presenti si avvicina al quadro, tira fuori di tasca un pennarello e mette la sua firma sopra quella di Claude Monet. È mio, dice, ne faccio quello che voglio. Putiferio. Pandemonio. Sdegno, urla, caos, reazioni violentissime in tutto il mondo su ogni organo di comunicazione.
Il miliardario non arretra di un millimetro anzi, ribadisce il suo diritto di mettere sé stesso, il suo nome sul cammino di quel capolavoro . Anch’ io diventerò eterno. Si è comprato il mondo, il tempo, non solo un quadro: il prezzo così risulta perfino economico.
Anni dopo rimette all’asta l’opera sfregiata. Andrà invenduta pronostica qualcuno. Ma non si parla d’altro. All’asta partecipano migliaia di ricchissimi compratori da tutto il Mondo. E il Monet rifirmato viene venduto a mille milioni all uomo piu ricco della terra. Appena aggiudicato, il nuovo proprietario si alza, estrae di tasca un pennarello e “dipinge” una ninfea in alto a destra.
Scompiglio, putiferio, pandemonio…. Eccetera eccetera… Tutto ricomincia. Tutto si ripete nel secolo 4,5,7, 10,20 volte. Alla fine il quadro non è quasi più leggibile se non per l ultimo cm quadrato.
C’è ancora Monet, ma ci sono anche tanti uomini qualsiasi pazzi e distruttori. Diventa l’emblema dell’umanità. L’opera d’arte assoluta della nostra folle razza.

Questo quadro non più quadro , questo quadro che cammina nel Tempo, che si è fatto carne. Che si sporca , si consuma, che morirà di zozzura e di contaminazione diventa il quadro più famoso del mondo, il più prezioso. Come un razzo sorpassa la ieratica, gelida Gioconda. È lui, il quadro che morirà, il Quadro per eccellenza dell ‘umanità.

………………………………………..


-Cosa stai facendo?
-Niente
Ma il mio niente non è come il tuo
Non è un niente bianco, pacifico
È malefico infido e ignoto
In un attimo da niente si trasforma in vuoto

In evidenza

Note varie su meraviglia, fantasia, virtuale e autofinzione

Parlando con i ragazzi di Recensio e stasera con gli allievi, anzi gli amici , di Barzhaz, oggi sono venute a galla alcune piccole/grandi riflessioni.

Non è che la narrativa emergente è, con tutta evidenza, quella scritta e vissuta in prima persona.?

Cosa ricerca il lettore in una narrazione? Sempre più, sembra, ciò che non trova nei racconti costruiti su personaggi deboli, scontati o mal costruiti, ovvero almeno alcuni ingredienti di questa lista: autenticità, credibilità. svago, intrattenimento, possibilità di lettura a vari livelli di comprensione, sensibilità, profondità e impegno . Ecco l’interesse crescente nella lettura di saggi (se ben scritti), biografie, libri di viaggio o di testimonianza degli argomenti più vari.

Libri insomma dove c’è un io narrante, più o meno autentico, vero o verosimile, che si traduce in parole. Un narratore che fa un viaggio insieme a chi legge, qundi; lo fa forse perchè quel narratore come obiettivo sembra avere non solo quello di raccontare storie, ma quello di curarsi, di ‘crescere’ e di liberarsi dal peso di sentimenti e contenuti forti, che necessariamnete deve condividere con qualcuno. Il lettore. Il tutto giocando in un campo in cui può sicuramente dare qualcosa in più, senza essere smentito, perchè lo conosce bene (o almeno crede): la propria vita. e il bagaglio di conoscenze apprese vivendola.

Ingegneria del sé, come sostiene Sergio Blanco, autodafè del proprio vissuto, fabbrica e reinvenzione dell’io che può anche sconfinare facilmente nel narcisismo e nella noia, l’autofinzione equivale a narrare ponendo l’io come guida di una storia: è una prospettiva da una parte rassicurante, dall’altra inquietante.

Di fatto per il narratore è come fare entrare la propria anima in un tunnel di specchi, in un gioco infinito di rimandi tra vero e verosimile.

Nel gioco che facciamo spesso del chi, come cosa dove quando e perchè, l’autofinzione sembra appiattire e relativizzare i sei servitori di Kipling. Come nella teoria della relatività, le prospettive cambiano nll’autofinzione: il chi e il cosa e il perchè sembrano quasi coincidere, il dove di per sè è quasi un personaggio, il quando può anche non contare niente, perchè l’io narrante per definizione spazia nel tempo, senza regole.

La realtà. Ecco l’altra riflessione. Abbiamo parlato della narrazione e del suo rapporto con il dominio del fantastico. Ma poco o quasi per niente si parla della narrazione, delle storie letterarie, in rapporto all’emergere prepotente del virtuale. Se lo si fa, ci si approccia al tema essenzialnente da un punto di vista strumentale. La realtà virtuale insomma è per lo più vista come potenziamento del testo, come ‘letteratura aumentata’. E-book, videogiochi, algoritmi creativi, una stampella per la realtà tangibile dei libri di carta…è veramente tutto qui? Molti avvertono che c’è, o sta per nascere, qualcosa di più. A quando una letteratura autenticamente ‘nativa’ del mondo virtuale, cioè di una dimensione nuova, che non è completamente ascrivibile alla realtà, ma nemmeno al dominio del fantastico? Dovremo forse riscoprire il vecchio senso del ‘meraviglioso’ al posto di quello del fantastico?. E che ruolo giocano davvero i nostri sensi e la fantasia in tutto questo?

In evidenza

Varie (relativamente) importanti

Barzhaz 1 è arrivato oggi al suo secondo appuntamento mentre il corso avanzato partirà come da programma il 10 Febbraio. E’ una formula interessante e vedo con piacere che sta crescendo.

Il premio Asimov sta arrivando alle sue fasi più vive e sta avendo (anche per quello che posso vedere con le scuole e gli incontri che facciamo in giro, purtroppo ancora a distanza) dei risultati di partecipazione eccezionali, nonostante la crisi, nonostante la pandemia, nonostante tutto, a testimonianza di come i giovani abbiano più di tutti la voglia e la capacità di reagire. Anche grazie ad iniziative come questa.

Recensio III sta continuando e a breve compariranno nuovi articoli su Sherwood/Parktime

Intanto il giorno 13 p.v. con Toscanalibri c’è un evento a cui tengo molto.

In evidenza

Jack & Jill e…Viceversa

Anno XVII, n. 181 febbraio 2021  
 

Ambientato nella lontana Australia
un romanzo molto disturbante
che non può lasciare indifferenti
L’edizione italiana, per Viceversa Publishing,
di un romanzo a firma di un talento meritevole
di Massimiliano Bellavista Chapeau. Questo il primo pensiero per chi, come Viceversa Publishing, casa editrice indipendente anglo-italiana, si è imbarcato nell’impresa di far conoscere per la prima volta gli scritti di Helen Hodgman al pubblico italiano cominciando dalla traduzione del suo romanzo del 1978 Jack & Jill (Viceversa Publishing, pp. 144, £ 12,00). Tra l’altro, si tratta di un’elegante e accurata traduzione a cura di Valentina Rossini.
Tanto di cappello, insomma, perché si tratta di quel genere di libri che al lettore può dare molto, ma che gli chiede anche qualcosa in cambio.
Quando un libro inizia così: «Annoiata, Jill pestava i piedi nella veranda, aspettando che sua madre venisse a cercarla. Non lo fece, Morì quel pomeriggio. Furiosa per essere trascurata, Jill si mise a saltare sul letto, tirando i capelli alla madre, tubando le sue prime parole nell’orecchio freddo e ceroso», vuol dire infatti due cose.
La prima: quel libro richiede al lettore, soprattutto quello che non è mai stato nell’outback australiano, uno sforzo di immedesimazione. Immedesimazione nel paesaggio, immedesimazione in una diversa e spiazzante logica sociale e familiare, immedesimazione in un territorio dove le enormi distanze che separano uomo da uomo, fattoria da fattoria, e le fattorie da Sidney, schiacciano e appiattiscono la vita come una forza di gravità moltiplicata, rendendola giocoforza semplice, quasi elementare, per non dire rude. Come un funerale talmente sbrigativo da scivolare in un peculiare humour nero.
«“Allora, dove? Dove la mettiamo?”
“Giù al ruscello, suppongo” disse il marito. (…) Douggie ritornò facendo dondolare il badile. Arrancarono fino al ruscello, dove ci misero delle ore per sotterrarla, il suolo era duro e roccioso. Sudando e con aria cupa, rovistarono la radura in cerca di rocce adatte a marcare il punto».
La seconda: che questo clima si riflette nel linguaggio, particolarissimo, una lingua e delle parole che, per molti aspetti restituiscono, soprattutto nella prima parte del libro, la sensazione di un idioma vergine dove la lingua inglese si ripiega nelle sonorità e nella dimensione orale delle lingue aborigene e dove le parole mantengono alla lettura una ruvidezza non filtrata da secoli di letteratura.
«Dall’alto, in alto tanto quanto il paradiso, la risata di un kookaburra attraversò fragorosa il bush, finché venne ingoiata dalla nebbia che avvolgeva come un sudario le lontane colline. Il suono svanì in un luccicante stormire di foglie, e si lasciò dietro una quiete enorme».

Un libro che attraversa la storia
Un padre solo e distante non è il massimo per crescere una figlia. E poi c’è quella distanza coperta di polvere, da tutto e da tutti, e di certo i libri fatti venire dalla città e legati con lo spago e le lezioni scolastiche via radio-ricetrasmittente che «crepitavano nell’etere ogni mattino» non bastano allo sviluppo di una ragazzina. E così Jill ruba quello che può, quel che le serve a trasformarsi da bambina in adolescente con la stessa difficoltà con cui il padre gratta via i frutti a una terra dura come pietra.
Ma a scombinare le carte ci pensa il giovane Jack, che arriva alla fattoria di Douggie in cerca di lavoro e vi rimane perché percepisce che Jill e il padre avevano«l’aspetto di persone a cui una mano poteva servire». Douggie ne necessita di certo per mandare avanti la fattoria, Jill per crescere. Ma non si tratta certo di un principe su un cavallo bianco, forse anzi proprio dell’opposto.
Tra i due nasce un rapporto complesso, violento e contorto che dalla Grande depressione ci porta dritti fino agli anni Sessanta. Questo rapporto dove attrazione e repulsione giocano in parti uguali, è onnipresente, anche quando lui parte militare, anche quando lei va all’università e poi si trasferisce in Inghilterra. Se non sono insieme fisicamente, sono le loro menti a essere interconnesse, nonostante tutto, nonostante la violenza, l’egoismo e la brutalità di Jack.
Il romanzo si muove su due piani all’inizio paralleli, si potrebbero definire due contrappunti, dove non è presente solo il tema di un amore tanto brutale da sembrare improbabile, ma anche quello della vita come è e come dovrebbe essere. Non è un caso che Jill diventi un’affermata scrittrice di libri per l’infanzia come non è frutto di coincidenze che il suo eroe immaginario, Barnaby, ragazzo dalla testa a forma di alluce, si aggiri tra le quinte, costruite ad arte nella mente turbata di Jill, di un perfetto mondo infantile. Quello che per lei non c’è mai stato.
È qui, nella convergenza di questi due piani che compete al lettore scoprire a poco a poco, che sta una buona parte dell’originalità del romanzo. Sorprendentemente, la Hodgman riesce a creare un altro grottesco binomio come solo gli scrittori più dotati sanno fare. Dalla fattoria persa nella polvere con Jill e il padre che vivono da soli, adesso sono passati gli anni e siamo nella casa di una famosa scrittrice, che manda avanti con Jack un matrimonio sterile e vuoto, uno scenario quasi allegorico. Lei scrive i suoi libri perdendone il conto, lui intaglia i suoi crocifissi di legno costellati di gocce di smalto color sangue. Stiamo assistendo a una rappresentazione del dolore, a una pièce teatrale, lo dice la scrittrice stessa: «La loro era una commedia a due interpreti, gli aveva ricordato lei in caso lui si fosse sentito chiamato fuori».

L’attesa di un figlio che può nascere solo dalle parole
Quella ossessione per la lavorazione del legno sembra quasi una grottesca versione di un mastro Geppetto molto noir che cerca di cavare dal dolore una qualche speranza, magari quella di avere un figlio, esattamente come Barnaby cresce con Jill e in Jill. Una situazione esplosiva, come si capisce, che non può durare. Si intuisce subito pertanto che la storia è solo in attesa di un catalizzatore, di un detonatore in grado far esplodere la stasi che si è ancora una volta creata. La figura di Raelene, l’ammiratrice segretaria che si insinua come un fiume carsico nelle loro vite separandole di nuovo e svuotando di senso dall’interno la loro unione ed è quindi quanto mai necessaria.
Ha insomma un che di mitico e inesorabile questa storia d’amore che pare caratterizzata da una sorta di legge fisica, perché si ha chiara percezione sin dall’inizio che Jack e Jill non possano far altro che vivere assieme, ma questa attrazione non può fare a meno di periodici Big Bang seguiti da altrettanti Big Crunch.
Ma se la storia in questo senso è prevedibile, e come ogni Pinocchio diventa alla fine un bravo ragazzo ogni parola non può che farsi carne, e quindi Barnaby diventare qualcosa di più di un personaggio letterario, la scrittura e lo sviluppo della storia non lo sono affatto, così come il finale.
Non si può da ultimo non rilevare come questo stile “acido” e questo ritmo narrativo grottescamente ironico e graffiante siano caratteristici di tutto un filone che anche al giorno d’oggi caratterizza un nutrito ventaglio di interessanti scrittrici, per esempio di area scandinava, tra cui non si può non menzionare Hanne Ørstavik, autrici che in qualche modo condividono con la Hodgman una certa difficoltà ad arrivare al grande pubblico, a farsi scoprire e tradurre. Il titolo di un libro ruvido che ricorda qualcosa di questo romanzo come Like Sant Som Jeg Er Virkelig, che in italiano suonerebbe più o meno Questo è quello che sono davvero sembrerebbe un bell’epitaffio per Jill, tanto quanto quello scelto per lei dalla Hodgman, «Jack avrà la sua Jill, e a male niente andrà». Di certo, come e tanto quanto il libro, si tratta di uno stravagante lieto fine.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)
 
In evidenza

Filippo Nibbi, Polifemo e Rodari

Franco Loi, che ci ha lasciato di recente, teneva sul comodino una copia del suo poema, Parlando di mio nonno Polifemo pubblicato nel 1973.

Rodari lo considerava un prezioso collaboratore, tanto che curò il suo ultimo libro, uscito postumo.

Lui è uno scrittore insolito, imprevedibile, difficile da incasellare in un genere.

Stiamo parlando di Filippo Nibbi

Strana opera Parlando di mio nonno Polifemo. Scritta in decasillabi, un verso piuttosto raro. Ancora più raro è ascoltare qualcuno che ancora sa leggere (leggere, non declamare) una poesia. Siamo nel suo appartamento, nel centro di Arezzo, una casa ricca di memorie, libri, quadri e fotografie.

Filippo, in questo pomeriggio invernale, mi legge il Polifemo  a volte quasi sussurrando, a volte battendo il tempo con il piede sinistro.  Le parole corrono, si fermano, tornano a fluire e (come dovrebbe essere) il suo canto aggiunge alle loro frequenze timbri e significati che non sono sulla carta, ma tra le righe.  Dice che non c’è niente da fare, le mie poesie le devo leggere io.

Matematico e fisico di formazione, Nibbi è Poeta nel senso più autentico del termine, dice, rifacendosi a Dante, che ogni Poeta è una Sibilla (Così la neve al sol si disigilla, / così al vento nelle foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla”). La sua scrittura si potrebbe definire probabilistica, quantistica, nel senso che nasce, per certi versi come quella di Rodari, dallo scontro di parole che, come particelle elementari, da questa collisione liberano qualcosa di nuovo e sconosciuto.

È questo in breve Filippo Nibbi. Qualche anno più degli ottanta (non vogliamo subito dire quanti) portati con grandissima lucidità, creatività e vivacità intellettuale. Nella stanza che ospita la sua biblioteca, nel centro di Arezzo la letteratura si respira. Si tocca. Si sente.  La sua lettura galoppa e si riverbera sui muri, sulle finestre, sui tavoli ingombri di carte.

La mia terra conosce i bei volti

e i dolori coperti di vigne.

I paesi le stanno a ridosso

come tante pietruzze celesti:

la mia terra conosce quei sassi

che non hanno potuto riempirla.

Veglieremo su tutti una volta:

i cipressi ne sanno qualcosa.

La mia terra lo disse ai suoi morti,

e i suoi morti le danno ragione:

c’è chi vive imbiancando di dentro

catapecchie ridotte a presepi.

Chi avvicina i paesi di notte

può trovare le pietre al suo posto.

(…) Molte case finiscono in niente

perché l’alba non crede più a loro.

Le finestre rimangono chiuse

anche quando la luce ci batte.

Le parole per Nibbi sono importanti. Cita Vico e le sue picciole metafore. Vico che per primo affermò che la metafora è la forma originaria del linguaggio, ciò che è necessario ad afferrare e sedimentare la conoscenza, umanizzandola con immagini come il sole ride.

Vede, mi ricordo che una volta, con Rodari, un bambino osservando la pancia della mamma, in dolce attesa, disse ‘Toh, un panciullo’.  I bambini, dice, sono fantastici, perché possiedono innata questa capacità metaforica alla base del linguaggio, questa abilità di creare che poi col tempo viene sviata, repressa e a volte frustrata da una scuola e da una società che ci vuole ‘razionali’. Ma lui stesso è in questo senso ancora bambino, un ‘acceleratore di parole’ che fa scontrare di continuo. Mi esorta anche qui, ora a giocare con lui.

Del resto anche il termine che inconsapevolmente ho scelto, ‘bambini fantastici’ è anch’esso in qualche modo figlio della razionalità e dell’Illuminismo. Prima dell’Illuminismo avrei forse detto ‘bambini meravigliosi’, perché per gli uomini di quel tempo l’immaginario, l’irreale’ era o poteva essere a buon diritto parte della realtà. Solo dopo, con la parola ‘fantastico’, abbiamo imprigionato e relegato la nostra fantasia su di un altro piano, come si fa con un ospite tollerato ma imbarazzante, sottolineando con ciò che eravamo diventati ‘razionali’, e forse anche un po’ più tristi e disillusi.

Sta bene sembra dirmi Nibbi, non c’è problema. Lui in fondo con le parole ci gioca da una vita. Rodari, nella primavera di quel lontano 1979, quando fece visita in una scuola di Arezzo per parlare della sua idea di scrittura, lo ha ‘infettato con la parola’. È proprio questo il termine che usa. La parola è un virus, ma di quelli buoni.

Nibbi dice di sé stesso di sentire nelle sue vene sangue contadino ma in lui c’è anche la fierezza della nobile bisnonna. Nasco in casa Angori, dove la capocasa è la bisnonna Emilia Ugurgieri, di Siena. Era giunta a Camucìa con un paggio, Generoso. La sua famiglia apparteneva a quella Magistratura di Siena che aveva costretto Carlo V a entrare in città appiedato

Gli piace parlare del suo passato, ma sempre in senso non retorico ma costruttivo, per pescarvi quanto serve ad illuminare un angolo di futuro.

Rodari quel 23 Marzo di molti anni fa incontrò e lavorò alacremente circondato dall’entusiasmo di quei bambini che ora sono cinquantenni, e allora formavano gli alunni di una classe quinta elementare e una prima media.

Rodari in quegli anni girava l’Italia, vedeva quel suo modo speciale di narrare e scrivere come una missione, la missione di divulgare la fantasia. Per quegli incontri poneva due sole condizioni: la prima era quella di non lavorare con nessun altro che i bambini e qualche insegnante, la seconda era quella di non registrare alcunché di quegli eventi. Condizioni rispettate senza eccezioni, almeno fino a quella primavera del ’79., quando invece si registrò tutto su nastro.  A me lo permise perché intuì che sapevo lavorare con le parole, mi dice Nibbi. Nibbi capisce che quella esperienza potrebbe diventare un progetto, un ideale complemento operativo della Grammatica della fantasia, A gennaio del 1980 in questo senso Rodari scrive a Nibbi ma sfortunatamente poco dopo, nell’Aprile 1980 lo scrittore muore. Ed ecco che quelle sbobinature diventano preziosissime, costituiscono quel contributo che confluisce nel libro Esercizi di Fantasia, che esce grazie al lavoro di Nibbi appena un anno dopo, nel 1981.

Mi trovo qui perché sono rimasto colpito dall’articolo comparso su un quotidiano qualche giorno prima, che a un certo punto recitava: Filippo Nibbi cambia casa e regala una buona parte della sua biblioteca. Una lunga lista di libri, di ogni genere, dalla quale scegliere per arricchire il proprio bagaglio, basta fare una telefonata. Una cosa inusuale, un atto di generosità e di fede nella lettura e nella cultura; mi chiedevo come gli fosse venuta l’idea, e se qualcuno avesse raccolto l’invito. Gli telefono e il giorno dopo sono da lui.

Ci sono tre giovani a piano terra. Aspettano con pazienza. A quanto pare non sono gli unici, i libri di Nibbi forse popoleranno molte e varie biblioteche, come scintille che si propagano di focolare in focolare. È una cosa confortante saperlo.

I libri del resto sono essi stessi una metafora. Secondo Nibbi, una metafora della propria ignoranza. Sulle prime non capisco, ma poi afferro tutta l’originalità di quel punto di vista. Più sono, dice Nibbi, più evidentemente c’era bisogno di colmare dei vuoti. È vero, non ci avevo pensato. Ma sono anche la prova di una incolmabile curiosità che mantiene tuttora Nibbi entusiasta e assetato ricercatore di tutto e su tutto.

La gente viene, e si ferma a parlare con lui, che gli legge brani delle sue opere alternandoli in modo inscindibile ad episodi della sua vita. Sembra lui la Sibilla di cui parlava e forse in quei libri che ora viaggeranno chissà dove c’è da qualche parte un suo personalissimo oracolo.

Anni prima, anche Rodari come Loi aveva letto quel suo poema, Parlando di mio nonno Polifemo. Per cui tutto il gioco ad Arezzo fu strutturato come nonsense, iniziò con “Ho conosciuto un tale/un tale di Arezzo/ che mangiava sua nonna/ e provava ribrezzo

Ma sono molti e assai diversi gli scritti di Nibbi, figli di varie epoche, ma sommamente di un’Italia in cui ogni libro nasceva tra la gente e svolgeva una precisa funzione portando valore nel contesto sociale. E tutti sono particolari, interessanti e leggibili i suoi testi, su più piani sensoriali e temporali. Come del resto le sue letture e riletture, ad esempio quella dell’Alice di Carrol ne Il Cappellaio matto.  Tanto materiale è disponibile online, ad esempio sul suo sito personale, http://filipponibbi.altervista.org/

Gli auguriamo di proseguire il suo lavoro e di continuare a spiazzarci, continuando a cavare storie originalissime e parole nuove dove gli altri vedono solo linguaggio comune routine, come scintille dalle pietre focaie.

In evidenza

Festival dello scrittore 19-20-21 Marzo (quarta edizione) : torna il laboratorio ‘Vie Brevi’

Evviva le vie brevi della scrittura al Festival dello Scrittore!!!

http://www.festivaldelloscrittore.it/

Visto il successo delle precedenti edizioni, vi proponiamo una nuova/diversa sfida all’interno del Festival dello Scrittore che si terra nei giorni 19–20-21 marzo 2021. (Per informazioni e iscrizioni scrivere a redazione@festivaldelloscrittore.it).

Scrivere breve non è affatto facile! Mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo.
Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a breve ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival dello Scrittore.

La partecipazione è gratuita. I racconti vanno inviati a barzhaz@loggione.it entro il 15 marzo 2020.
I migliori racconti saranno pubblicati sul sito www.festivaldelloscrittore.it e su http://www.thenakedpitcher.com

Questa volta Vi proponiamo le seguenti semplicissime  due ‘regole’ per la stesura dei Vostri racconti:

-Distanza: 250 parole (come prima)

-Tema: l’amore (nelle sue varie e infinite forme e sfumature). 

In evidenza

Le rose di Kathryn. Su Toscanalibri una mia recensione che è anche un racconto sul tempo.

Paolo Cesarini in un racconto a me particolarmente caro, La ragazza in Verde, narra con il suo bello stile che mescola ironia caustica, memoria minuziosa e tragicità una vicenda sospesa tra amore e Palio. Una storia d’amore nasce e finisce durante il Palio del ’33, e il racconto si conclude così: Fu l’ultimo Palio che godei da senese intero. Dopo ne ho visti molti altri, ma da senese all’estero, voglio dire fuori dal confine dell’antico Stato: che è una cosa diversa, intensa e incompleta, sempre un poco amara, con l’orario delle ferrovie che appare dietro al gioco delle bandiere. Quando ho letto d’un fiato Le rose di Kathryn di Luigi Oliveto, e non si tratta del solito trito cliché di circostanza (ho ‘profetizzato’ il successo che il libro sta avendo in tempi non sospetti!), mi è subito venuto in mente questo frammento. Sarà perché le Avventure ritrovate di Cesarini quasi quarant’anni dopo si potrebbero ben commentare come il libro di Luigi, che racchiude racconti che sottolineano il passare del tempo e tratteggiano la vita per induzione e mai per deduzione, avventure ordinarie che racchiudono sentimenti universali.

Sarà perché alla fine quel libretto del 1983 evocava magistralmente fatti e periodi storici in parte sovrapponibili, ma in larga parte precedenti e complementari a quelli ripercorsi nel volume di Oliveto, che invece ha, anche per ovvie ragioni anagrafiche, il suo fulcro temporale dagli anni Sessanta in poi. Sarà perché si tratta di storie che abbracciano tutta Italia, con uno sguardo e un’attenzione lessicale anche al dialetto (non toscano) da senese all’estero. Sarà perché l’amore, in tutte le sue forme, ma certamente l’archetipo femminile, talvolta ironico, talvolta malizioso, più spesso materno e insondabile gioca in questi racconti brevi un ruolo importante. Sarà per via delle ferrovie. Fateci caso, a Siena gli scrittori arrivano sempre a piedi, a cavallo o, come nel caso di un noto racconto dedicatole da Saramago, Terra di Siena bruciata, in macchina. Non si associa facilmente Siena coi treni, perché la ferrovia per come è disposta la città, sembra un corpo estraneo. Che ci sia tutti lo sanno, ma dove sia rimane un po’ vago, come la Diana, il fiume sotterraneo che la leggenda vuole scorra nelle viscere della città. Eppure o forse proprio per questo, quel racconto, Maso che sentiva i treni ti colpisce eccome. Maso il folle, Maso il pazzo con licenza di essere angelo e demone, è davvero uno dei ritratti più riusciti della raccolta. E Maso, rinchiuso all’ospedale psichiatrico di Siena, il San Niccolò, dall’età di otto anni è un personaggio che piacerebbe a Simone Cristicchi, un personaggio da conoscere. Maso sente il treno, ripete in continuazione oggi si sente il treno. Quel treno ha una valenza metaforica molteplice e potente: ve lo ricordate il Belluga de Il treno ha fischiato di Pirandello? Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo: – Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato… È così anche per Maso, il treno gli fischia in testa e un bel giorno se lo porterà anche via.

Tutti i personaggi di questa raccolta sono trascinati dal destino individuale e dalla storia, fuori dalla Guerra e dentro la pace. Ma anche la pace sa essere subdola, lo sanno bene Paoletto e Irma di Seconde nozze i quali sopravvissuti alla guerra, non sopravvissero alla pace. Poi si va oltre, si abbandona questi protagonisti morti sulla soglia del boom e se ne trovano altri per i quali cominciano i mali del benessere. Ci si può permettere di tutto, divorzi, tradimenti, depressione, eccessi finanziari. Con uno strano e costante retrogusto agrumato, amarognolo in bocca però: nella vita di questi personaggi non manca mai l’insolito, l’inspiegabile e anche il fantastico.  In L’orologio di Colzana, racconto notevole specialmente nella sua parte iniziale, dove una specie di bolla magnetica avvolgeva l’intero paese e tutti gli orologi si fermavano sembra che Buzzati si sia temporaneamente impadronito del libro. Lo stesso si potrebbe dire anche per Black Christmas che gira attorno alle dimissioni di un Babbo Natale sfiduciato nel genere umano. Ma tutti i protagonisti della raccolta vorrebbero alla fin fine fermare il tempo come Fausto Pavanti, se non altro per vederci chiaro nelle loro vite che perdono continuamente entusiasmo e ingenuità e invecchiano e diventano più ciniche e subdole esattamente come fa la beneamata Repubblica italica.

Lo si dice benissimo in un passo veramente notevole del libro ai piedi del faro non c’è luce. (…). Se non riusciamo a vedere la luce, non è detto che non ci sia e soprattutto non è detto che non ci riesca la nostra coscienza. E inoltre, ancora più importante, se si inizia la nostra esistenza nel buio, non è detto che non si possa terminarla in piena luce. I santi si sa, come diceva Giovanni Maria Vainney, non tutti hanno cominciato bene, ma tutti hanno finito bene.  Lo sa benissimo il Don Liborio di Santo subito, racconto veramente azzeccato anche dal punto di vista tecnico vista la vividezza delle immagini e delle descrizioni. Ma c’è anche chi nel buio rimane senza riuscire a frenare minimamente l’emorragia del tempo, ed è in questo senso molto forte e realistica l’atmosfera de Gli anni di piombo, anche per quella bellissima virata che Luigi ha saputo impartire alla narrazione, una strambata alle vele con vento forte, e perciò assai difficile, impressa dopo appena un paio di pagine a una storia che parte un po’ alla De Sica di Matrimonio all’italiana, con le prodezze erotiche e le acrobazie (bi) familiari dell’Onorevole Ciro Imbiancato per poi incattivirsi fino all’estremo. In quella vicenda, le colpe dei padri ricadono sui figli, anche quelli avuti fuori dal matrimonio, nel Delitto Perfetto apparentemente, parrebbe di no, ma siccome si tratta di una storia a tinte gialle, non va rivelato il finale. Va detto solo che merita di essere letta.

Un discorso a parte, a mio giudizio, merita Amore di lontano.  È un racconto veramente insolito, dove questo elogio dell’amore lontano alla Jaufré Rudel sconfina nel masochismo e un pochettino anche nella follia. La protagonista, Dolores, sopporta tutto il calvario di un divorzio in una famiglia ipertradizionalista in un piccolo paese ma, con il suo nuovo amore, tutto sommato le va bene così, vicini nel cuore ma distanti chilometri con ancora il treno, il maledetto treno, che torna nel mezzo. Ci sono dei passi del racconto, come l’incontro con la suora in treno, che valgono il libro. C’è in certi passi anche un uso del dialetto, milanese in questo caso brianzolo ne Un’ordinaria storia di provincia che ricorda l’Hans Tuzzi del ciclo del Commissario Melis.
Luigi, lo si percepisce da quasi ogni pagina di questo volume e lo sa bene chi collabora con lui o lo legge abitualmente su Toscanalibri.it, è un lettore attento, curioso, esigente, meticoloso. Non sfuggirà agli amanti della letteratura italiana del secondo novecento che il libro ne è animato e vitalizzato come nei casi più felici succede tra un film e la sua colonna sonora. Per esempio: accarezzò la schiena di Alessandro come un rendimento di grazie, si addormentò pure lei. Sul limitare di questo paradiso li ritrovò la luce novembrina del giorno. La Milano del sabato mattina poltriva ancora sotto piumoni e nebbia. Lui alle dieci aveva la prova in teatro… Se a Milano sostituite Venezia, quella città nebbiosa e indefinita descritta nel bellissimo racconto già citato, complice anche l’ambientazione ‘musicale’ della storia, ricorda da vicino il Berto di Anonimo Veneziano. Comunque l’amore o ciò che gli assomiglia cerca sempre di gettare un ponte, anche oltre la storia, anche oltre l’esistenza. Per tutte queste ragioni, ‘le poste di bilancio della vita’ cui Luigi Oliveto si riferisce nella poesia che costituisce il desinit del volume, saranno anche scombinate dal tempo ma la loro somma è sempre in attivo e produce un sicuro profitto per il lettore.

In evidenza

Vanna Bastreghi Bianciardi, biografia di una donna speciale

Il libro è in dirittura di arrivo. Uscirà più o meno a Marzo. Oggi ho consegnato all’Editore il manoscritto definitivo. Devo ringraziare i tanti che hanno aiutato con le ricerche, le interviste e le testimonianze, in Italia e in Belgio. E’ la biografia ( o forse il romanzo) di una donna che ha attraversato da protagonista il secolo scorso e ha vissuto l’epoca pionieristica di nascita e sviluppo dell’Europa cos’ come la conosciamo oggi. Sono venuti fuori fatti molto curiosi e spunti di grande interesse e attualità . Qui sotto una foto con Giorgio Bassani

In evidenza

Bentornato, Romeo

Mi fa piacere di quando in quando leggere qualcosa di Romeo Lucchi, genovese, uomo di teatro, affabulatore che da trent’anni si dedica ad attività legate al palcoscenico e al movimento espressivo. Suoi racconti sono stati premiati e antologizzati (La farinata, Se tornassi indietro), alcuni li trovate in rete e sulle principali piattaforme di podcasting. Ci sono diversi suoi microracconti in questo blog, tutti assai particolari e interessanti (ad esempio La tazza del vate ; Sex Tree; Glitter Eyes) . Questo è decisamente uno dei suoi!

Il sogno Matrioska

Il morello stava facendo un sogno strano. Sognava di essere di legno, un cavallo di legno, ma vivo e pensante. Come cavallo di legno sognò di essere un burattino di legno che al suo risveglio era un bambino in carne e ossa. Come cavallo di legno si svegliò di soprassalto per il dolore. Stava partorendo e dando alla luce un manipolo di soldati che subito dopo incendiarono e distrussero la città circostante. Il morello si svegliò. Era agitato. Scosse la testa e nitrì. Mangiò un po’ di biada. Tra poco sarebbe arrivato il fantino e il Palio avrebbe avuto inizio.

In evidenza

Franco Loi

Un esordio tardivo, tra i quaranta e i cinquanta, un grande poeta.

Si è spento Franco Loi. Una voce intensa e forte della poesia italiana.  Un talento che viene dal teatro (collaborò con Fo e Rame). Inizia a scrivere negli anni Settanta, a Milano, solo, d’estate davanti alla vita, che gli sembra in quel momento priva di valori e di ideali. Scrive in quel ricco e personalissimo dialetto che, negli anni settanta, è ‘quasi una lingua’, aperta ai contributi esterni, stranieri, degli immigrati.

E mì, che ‘l pass dansàss/ slargàss de l’aria,/ e là, ‘me’n inventàm, par aqua ferma/….

E io, certo che il mio passo danzasse/ e s’allargasse e s’addolcisse l’aria negli spazi/là come se io me l’inventassi, vedevo come l’acqua ferma ….

Una poesia fattasi, di anno in anno, più metafisica e più lirica.

Quajcoss gh’è stà…Ma cosa? Quan’, giò ‘ telun/ resta dumà ‘l record, squasi nient, un sogn/ scunfüs de parol e de fatti, el sens/ che, forsi, ‘ n altra volta turnarèm, / per mej vardà, capì, tegnì, per semper/ ‘me ‘ bigliètt in sacoccia, la verità…

Qualcosa c’è stato… Ma cosa? Quando, giù la tela,/resta soltanto il ricordo, quasi nulla, un sogno/confuso di parole e di fatti, il senso/che forse, un’altra volta torneremo/per meglio guardare, capire, tenere per sempre/come il biglietto in tasca, la verità

Una voce che ha meritato, merita e meriterà la nostra memoria e la nostra lettura.

In evidenza

La chimera della fiducia

Fidarsi è bene o meglio sospettare?
Quando la diffidenza può essere
il vero virus che mina la società
Un libro dall’approccio originale a un problema non recente:
la presenza incessante di fake news sempre più capziose
di Massimiliano Bellavista
Vivere in una bolla. È questo che fanno molti nostri concittadini, di ogni età e provenienza sociale, sottoponendo la loro razionalità ad un volontario e rigorosissimo lockdown intellettuale. Non si fidano di nessuno, a cominciare dai media mainstream, a meno che, a mezzo social e blog, qualcuno non scriva esattamente quello che loro sostengono. Non c’è spazio per il contradditorio, né per il cambiamento di opinione, principio su cui si reggono tutti i sistemi democratici.
Il libro La società della fiducia. Da Whatsapp a Platone di Antonio Sgobba (il Saggiatore, pp. 264, € 19,00), giornalista tra i conduttori di Tgr Petrarca, si prefigge di affrontare di petto, ma con pacatezza e accurata argomentazione, un problema tra i più gravi che affliggono la nostra società.
Cerchiamo notizie o conferme alle nostre credenze? Siamo ancora capaci di fidarci dei nostri concittadini?
Ho avuto il piacere di presentare il suo libro ad Ascoli, lo scorso settembre, e Antonio Sgobba mi è sembrato sin da subito una persona molto chiara e diretta. Questo si intuisce a chiare lettere in esergo al suo volume, quando scrive «Nella prima metà del libro mi occuperò della fiducia attraverso la sua negazione: la diffidenza. Nella seconda metà attraverso il suo riflesso: l’affidabilità». Ora, questa chiarezza non è così frequente nei saggi nostrani. Ma torniamo al punto, perché, come sostiene l’autore, sulla fiducia si gioca una partita di capitale importanza per il nostro futuro.

Le fake news e la post-verità
Cos’è una fake-news? Che cosa si intende per post-verità? Pochi ne sanno dare una definizione corretta. Nell’Otello verdiano, e nello specifico il secondo atto, quello in cui di fatto inizia la vicenda della gelosia, Otello dice «Mi trova / una prova secura / che Desdemona è impura… Vo’ una secura, una visibil prova…La prova io voglio! Voglio la certezza!». E Jago, implacabile, risponde: «E qual certezza v’abbisogna? Avvinti / vederli forse? E qual certezza sognate voi se quell’immondo fatto / sempre vi sfuggirà?… Ma pur se guida / è la ragione al vero, una sì forte / congettura riserbo che per poco / alla certezza vi conduce».
Ecco, il libro ci spiega con accuratezza e semplicità l’origine di queste «sì forti congetture» che hanno lo scopo di ingannarci, manipolarci, suscitare una nostra reazione preordinata come si trattasse di un stimolo chimico ai recettori del nostro cervello. L’epoca che viviamo, quella della post-verità, è dunque un’epoca dove la verità ha perso peso, è fluttuante in un orizzonte dove alla forza di gravità si è sostituito il desiderio di plasmare la realtà a nostra immagine e somiglianza. Il volume è importante anche perché ci fa intravedere anche cosa c’era prima della nostra epoca, un mondo pervaso da una grande inquietudine perché «Dalla Riforma fino al XX secolo la nota dominante della cultura occidentale era stata la fiducia. Ma la perdita della fiducia aveva travolto il ventesimo secolo. La scienza, un tempo principale sostegno della fiducia, ci ha insegnato a diffidare si sé stessa». Quindi il male è antico e l’autore ce lo dimostra con storie ed aneddoti di grande interesse e curiosità. Ma se questa è la diagnosi, qual è il decorso della malattia e soprattutto, c’è una cura?

Una speranza: un nuovo contratto sociale al confine tra calcolo e virtù
La progressione della malattia, se non si interviene, come Sgobba delinea nelle sue conclusioni, non è buona, anzi al contrario, ci induce a pensare a scenari distopici, dove alla fiducia si sostituisce un suo mostruoso e illusorio surrogato: il Grande Fratello tecnologico, l’orecchio e l’occhio digitale che tutto e tutti controlla. Il capitalismo della sorveglianza, che si nutre di dati.
L’autore su questo miraggio ci ammonisce chiaramente: «il controllo potrà anche garantirci la sopravvivenza, ma per vivere abbiamo bisogno della fiducia».
L’alternativa alla fiducia insomma è un totalitarismo che finisce per divorare se stesso: colpisce in questo senso nel libro il racconto dell’epoca del terrore staliniano dove «tutti dovevano guardarsi da tutti, chiunque poteva essere una spia o un informatore». E non stupisce quindi che Chruščëv a un certo punto, nell’estate del 1951 senta lo stesso Stalin mormorare tra sé e sé: «Sono finito, non mi fido di nessuno, neanche di me stesso».
Annoso problema dunque quello della fiducia: da Eraclito e dai dialoghi platonici, ha sempre fornito grandi spunti alla riflessione di filosofi e intellettuali, come il volume non manca di illustrare. Ma qual è la strategia per vincere la sfiducia, se la stessa ci è indispensabile come l’aria? Forse, per dirla con Dante, la ricetta è a metà tra calcolo e virtù, in quella fidanza di dantesca memoria, che è sostanzialmente un contratto, una convenienza, basato con giusti contrappesi, tra l’avversione al rischio tipica dell’uomo, e la sua ricerca di socialità, scritta nel suo stesso Dna. In altre parole, si potrebbe dire, l’autore sembra suggerirci la necessità di leggere dentro la parola fiducia, giù fino alla sua radice greca che significa “prestare fede”, e che, a ben vedere, è una forma medio-passiva del verbo “persuadere”. Questo vuol dire che la fiducia non è monodirezionale, non si può solo prendere o dare, ma è frutto di un contratto sociale giusto a metà tra ragione e istinto.
O, per dirla con parole più semplici, visto che sulla copertina del volume di Sgobba campeggia il naso di Pinocchio, questo non può non ricordarci che da quel libro potremmo sulla fiducia imparare assai. In fondo, basterebbe possedere la fiducia incrollabile di Geppetto o almeno non chiudere tutte le porte e fare come Mangiafuoco che a un certo punto dice «E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo».
Come si intuisce si tratta di un libro la cui lettura è impossibile non consigliare. Consideratelo se volete un manuale di autodifesa dai pensieri più ottusi e oscurantisti che ogni tanto provano a saltarci addosso.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 180, gennaio 2021)
In evidenza

31-12-2020, 23.59-59. In quel preciso momento.

E’ uscito il numero 6 di Parktime

Attraverso una scelta di poesie e racconti si tira il bilancio di quel preciso momento: da Buzzati a Eliot, da Ungaretti a Zadie Smith e Cristina Campo. di Massimiliano Bellavista

31 Dicembre 2020. In quel preciso momento, si chiude l’anello di giorni di un altro anno che non è un anno come un altro.

In quel preciso momento è un’opera di Dino Buzzati simile ad una coperta di quelle che una volta si facevano con gli scampoli di tessuto avanzati; un patchwork di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario a proposito della fine dell’anno. Un diario già di per sé assomiglia a un bilancio: lo si scrive cronologicamente in discesa, scendendo sulla china del tempo, ma lo si legge quasi sempre in salita, a ritroso, per capire qualcosina della propria vita. Del perché le cose sono andate così. Il fatto che sia chiuso tra due identiche copertine di cartone, materializza la circolarità del tempo.

A un certo punto nel libro si legge un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo:

«Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”.

“Ti ha dato pene più che gioie?”

“Sì”.

“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto”. […]

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”

“Mica tanto, a dir la verità”.

“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore».

Strano. Strano che in quel preciso momento ci mancherà qualcosa, sempre e comunque. Non i sogni, non i pensieri o i ricordi ma le parole, quelle sì. Perché le parole per scorrere, hanno bisogno del tempo mentre in quel preciso momento il tempo non scorrerà. Poi, come ogni anno, sarà necessario trovarne di nuove, perché l’anello di giorni del 2021 possa aprirsi.

Quali parole ci verranno in mente quando quel preciso momento sarà trascorso? Presto nel mattino, presto anche nel secolo, ci sarà sperabilmente un nuovo inizio, sperabilmente migliore di quello che caratterizza l’incipit di Denti Bianchi, stupenda opera di Zadie Smith.

«Presto nel mattino, tardi nel secolo, Cricklewood Broadway. Alle 6,27 dell’1 gennaio 1975, Alfred Archibald indossava un abito di velluto a coste ed era seduto a bordo di una Cavalier Musketeer Estate, con la faccia riversa sul volante. Sperava che il giudizio divino su di lui non fosse troppo severo. Giaceva abbandonato in avanti, la bocca molle, le braccia a croce, spalancate sui due lati, come un angelo caduto; nei pugni stringeva le medaglie dell’esercito (a sinistra) e la licenza matrimoniale (a destra), perché aveva stabilito di portare i suoi errori con sé. In un occhio gli si rifletteva una lucina verde: segnalava una svolta a destra che aveva deciso di non fare. Era rassegnato. Era preparato a tutto questo. Aveva gettato in aria una moneta e si era attenuto rigidamente al risultato. Si trattava di un suicidio premeditato. Anzi, della sua risoluzione per l’Anno Nuovo.Ma perfino mentre il respiro gli si faceva convulso e la vista si appannava, Archie era consapevole che Cricklewood Broadway sarebbe parsa una strana scelta. Strana per la persona che avrebbe notato per prima, attraverso il parabrezza, la sua figura abbandonata, strana per il poliziotto che avrebbe redatto il rapporto, per il giornalista locale incaricato di scrivere dieci righe, per i parenti che le avrebbero lette. Stretto da una parte dall’imponente edificio di un cinema multisala e dall’altra da un gigantesco incrocio di strade, Cricklewood non era un posto in alcun modo speciale. Non un posto dove un uomo potesse andare a morire».

Eliot, nonostante in quel preciso momento ci fosse la guerra, suonava un pò più ottimista. In Little Gidding, componimento parte dei suoi memorabili Quartetti, figli di un passaggio di testimone tra anni duri, di guerra e di sofferenza, scrive:

«Le parole dell’ultimo anno appartengono alla lingua dell’ultimo anno / e le parole del prossimo anno aspettano un’altra voce».

E quale sarà questa voce? Sarà davvero diversa? La sentiremo risuonare in noi? Giuseppe Ungaretti in quel preciso momento scrisse la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto. Ma le parole non devono morire, ce ne devono sempre essere delle altre. Words must go on. Se necessario anche usando un po’ di ironia. 

Seamus Heaney alla fine del 1986 scivola sul ghiaccio e si infortuna al ginocchio. Quell’anno, poco dopo, muore anche suo padre. Il suo haiku ‘1.1.87’ recita così «Dangerous pavements. / But I face the ice this year / With my father’s stick».

Eliot ebbe in Cristina Campo una grande traduttrice. Lei si innamorò della poesia di Luzi e poi, non corrisposta, del poeta stesso. Scrisse su questa esperienza quello che forse è uno dei suoi testi più noti Moriremo lontani. 

Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Questa poesia fa parte del canzoniere Passo d’addio. 

Trovo che sia una bella immagine, questa. In quel preciso momento, posare la guancia sul palmo di qualcuno, svuotando di parole l’anima.

In quel preciso momento allora forse chiuderemo il nostro diario del 2020, l’anello dei giorni. È tempo anche di chiudere queste mie parole. Il suggello scelto dalla Campo al percorso spesso ciclico, della sua identità lirica in quella raccolta furono proprio quei versi di Eliot: «For last year’s words belong to last year’s language / And next year’s words await another voice. / And to make an end is to make a beginning».

In evidenza

Bisogna crederci.Auggie Wren

A Novembre ci eravamo concentrati, per il numero 6, su Cechov in modo molto originale. La settima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5 ;Nr 6 ) ritorna a parlarci di un argomento a me molto caro, ovvero il punto di vista in narrativa, e lo fa attraverso un racconto di Paul Auster. Scomodiamo quindi un vero Maestro.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko, non posso non far notare l’importanza delle sue conclusioni. Quando Mirko scrive: Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia non posso non essere daccordo e riportare quanto diceva Tabucchi e che ho utlizzato proprio ieri sera leggendolo ai numerosissimi partecipanti all’incontro svolto con Viola Conti.

Scrive Tabucchi a proposito del mestiere dello scrittore ‘ è semmai un gioco che somiglia a
quello dei bambini. Di una terribile serietà. Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende un sassolino e, seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera,reggendo il sassolino sul palmo della mano che quel sassolino è il mondo. Sottolineo: non lo pensa soltanto, ma lo dice, perché è solo quando lo dice che il sortilegio si avvera e il sassolino si avvera e il sassolino diventa il mondo: è il patto assoluto. Il bambino sa che se quel sassolino cadesse il mondo precipiterebbe, l’universo in cui il mondo gira sarebbe perturbato, gli astri impazzirebbero e avanzerebbe il caos. Sa che finché durerà il gioco avrà nelle mani le sorti del mondo.

E allora, aggiungo rivolgerndomi a Voi, qual è il vostro sassolino??? Siete disponibili a far credere (e a credere per primi voi) che sia il mondo?

Anatomia di un racconto – Il racconto di Natale di Auggie Wren di Mirko Tondi

Tra i racconti che ben conciliano con questo periodo di festività, uno di quelli che preferisco è sicuramente Il racconto di Natale di Auggie Wren, soprattutto perché ritengo che sia – rispetto al particolare periodo dell’anno a cui si riferisce – del tutto originale. Non è il classico racconto di Natale in cui ci sono alberi addobbati, scampanellii, pacchetti regalo, ritorni in famiglia, occasioni di redenzione. Scritto da Paul Auster, fu pubblicato per la prima volta nel 1990 nell’edizione natalizia del New York Times, ma ispirò poi (cinque anni più tardi) la sceneggiatura del film Smoke, con Harvey Keitel e William Hurt, diretto da Wayne Wang proprio insieme allo scrittore americano.

Qui l’autore ci avvisa fin dal principio che la storia che ci racconterà non è sua ma l’ha sentita da Auggie Wren, nome inventato per l’occasione su richiesta stessa di quest’ultimo. Ci anticipa dunque i fatti salienti, che tra poco andremo a scoprire: un portafoglio smarrito, l’incontro con una donna cieca, una cena di Natale. Poniamo adesso attenzione al punto di vista: in questo momento lo scrittore coincide con un narratore di primo grado (ovvero quello che comunica in maniera diretta con il lettore), mentre Auggie Wren rappresenta un narratore di secondo grado. A questo punto ci vengono fornite alcune informazioni, così per esempio veniamo a sapere da quanto i due si conoscano (undici anni) e che rapporto intercorra tra loro (Auggie Wren è semplicemente un tabaccaio, di cui lo scrittore è cliente), rapporto che un giorno in qualche modo prende un’altra direzione: il tabaccaio si imbatte in una recensione del libro del suo cliente, ed ecco che d’improvviso inizia a condividere con lui il progetto di una vita, mosso dalla scoperta di un’affinità artistica; Auggie infatti si diletta come fotografo, e da dodici anni scatta dallo stesso angolo e alla stessa ora del giorno una foto allo stesso tratto di strada. Conserva dodici album (uno per ogni anno) e un totale di più di quattromila fotografie, che ora intende mostrare al suo speciale cliente. A un primo sguardo, tutte le foto appaiono identiche, e lo scrittore non afferra il senso dell’intero progetto, che risulta soltanto una “una fredda scarica di ripetizioni”. Ma su consiglio del tabaccaio lo scrittore rallenta, finché non ci suggerisce che “Aveva ragione, ovviamente. Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente”. In questa frase semplice è racchiusa invece una saggezza popolare, di quelle che riesci a cogliere solo dopo un errore. Da questo momento in poi, il cliente presta maggiore attenzione ai dettagli e inizia a far caso ai cambiamenti, fino a notare anche quelli più piccoli, più trascurabili per uno spettatore poco interessato: cambiamenti di clima, di luce, di traffico. Addirittura riesce a riconoscere i volti dei passanti in quella strada. Soprattutto si accorge di non essere più annoiato mentre sfoglia gli album, che in maniera superficiale aveva giudicato tutti identici e irrilevanti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è immagine-18.png

Non siamo neanche a metà racconto e già è accaduto qualcosa di importante tra due persone. Ma ecco che l’autore sta per svelarci come Auggie si è procurato la macchina e ha iniziato a fotografare. Quando gli viene commissionata una storia di Natale dal New York Times, si trova ad affrontare una crisi personale, convinto di non esserne capace e temendo di dar vita all’ennesima storia sentimentale. Così un giorno si sfoga col suo tabaccaio, che subito intercetta la sua necessità e si offre – in cambio di un pranzo – di raccontargli la miglior storia di Natale che abbia mai sentito. Da qui in avanti abbiamo una storia nella storia, dato che Auggie prende la parola e comincia a raccontare, divenendo lui il narratore di primo grado, per poi tornare a dialogare con lo scrittore solo nel finale. Soltanto dopo aver ascoltato come si è svolta tutta la faccenda (che non svelerò, ma che vi invito a leggere…), allo scrittore viene in mente che Auggie possa aver inventato ogni cosa, ma un attimo dopo dice queste parole, che sono la base di ogni buon patto narrativo: “Sono stato convinto a crederci e questo era l’unica cosa che contava. Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia. E a proposito: godetevi pure il Natale, per quanto quest’anno vi sia consentito.

In evidenza

Parktime nr 5: Sherwood sorvola D’Annunzio, Eduardo e..altri

Volare sul proprio mondo

Il 21 dicembre è il giorno che ha inaugurato il solstizio d’inverno e ha visto quest’anno la congiunzione di Giove e Saturno. Proprio a partire da questo giorno parliamo del volo. Questo sarà un argomento che ci accompagnerà nel futuro qualche numero di Sherwood. 
Immaginate di poterli visitare dall’alto i Parchi letterari, uno dopo l’altro. Uno spettacolo unico. Staccare l’ombra da terra, prendere la via del cielo, dimenticarsi in esso, una necessità immortale nell’uomo come nell’animo l’avidità del volo diceva d’Annunzio

Nel 1916 a seguito di un incidente aereo, d’Annunzio riporta considerevoli danni agli occhi, per un certo tempo è seriamente impedito nell’uso della vista. Ma gli occhi dello spirito sono ancora bene aperti. Anzi, spalancati. Scrive Notturno

Usciamo. Mastichiamo la nebbia./La città è piena di fantasmi/Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligene./I canali fumigano./De i ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino./Qualche canto d’ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo./I fanali azzurri nella fumea./Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia./Una città di sogno, una città d’oltre mondo, una città bagnata dal Lete/o dall’Averno./I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano 

Torneremo su questi versi e su altro con i ragazzi di Sherwood, che ci stanno lavorando su. Quello che ci interessa per ora è entrare nel clima e immaginare quel volo nella notte dei sensi. Già cominciamo a sentirci e a pensare come novelli Saint-Exupéry. 

Antoine de Saint-Exupéry negli anni Trenta prestò servizio come pilota commerciale e di linea. Non fu Il Piccolo Principe, ma il romanzo Volo notturno , che vi invitiamo a leggere, a renderlo celebre. Il protagonista è un pilota che conduce come uno spericolato Ulisse voli commerciali nei cieli notturni della Patagonia, del Paraguay, dell’Argentina. È la Compagnia per cui lavora che lo obbliga a questa autentica sfida alla morte, per guadagnare di più. La notte può essere sinistra e aggressiva, se ci si vola dentro così a lungo con quei piccoli aerei di allora. 

Rivière giudicava che le stelle eran troppo splendenti, l’aria troppo umida. Che strana notte! Essa imputridiva improvvisamente, a zone, come la carne d’un frutto luminoso. Le stelle, al completo, dominavano ancora Buenos Aires, ma non era che un’oasi, e d’un istante; e, d’altronde, era un porto che l’aeroplano non poteva raggiungere. Notte minacciosa, che un vento cattivo toccava e imputridiva. Notte difficile a vincere. In qualche luogo, nelle sue profondità, un aeroplano era in pericolo: e sulle rive di quella notte gli uomini si agitavano impotenti. 

Lasciato sulle rive della notte c’è anche il protagonista della nostra storia, con cui Vi facciamo gli Auguri. Nella notte di Natale è concesso a tutti volare sul proprio mondo, per quanto ristretto sia, fosse anche un … presepe. E, attraverso le parole, ripensarlo.,,,prosegue su Parktime

In evidenza

Ti piace il presepe?

TI PIACE IL PRESEPE?

Luca: Dove siamo arrivati? Oramai sei un giovanotto, non sei più un bambino. Io non sono eterno. I soldi ci vogliono. Dopo Natale, viene il sarto, porta i campioni e ti fai un bel vestito di stoffa pesante, questo che tieni addosso ormai è partito. Ti faccio pure due camicie. Un vestito e due camicie. (indica il presepio, ammiccando) Te piace, eh? Te piace!

Tommasino: (annodandosi la cravatta) No

NATALE IN CASA CUPIELLO – EDUARDO DE FILIPPO

Lo scrittore se ne stava rincantucciato tra la scrivania, la vecchia sedia in pelle e una giungla di bicchieri che, spiccando sul tavolo pieno di carte arruffate, sembravano giovani bambù variopinti.

Sollevò due carte, certamente le più vecchie, lo si vedeva dallo spessore della polvere che le infarinava, e poi l’ultimo appunto per una storia da scrivere, vergato su una carta in effetti ancora bella lucida, comprata pochi giorni prima in onore di una purtroppo illusoria ispirazione.

Idee strette e lise come le sue scarpe e stantie come il pane che mummificava nel cestino in cucina, constatò. All’inizio già non erano granché, poi la polvere, gravando sopra il suo scritto, vi entrava per osmosi sostituendosi anche al poco di buono che c’era ancora rimasto dentro.

Ad un tratto una mano enorme lo prese dalla finestra che teneva aperta anche a Dicembre, e lo portò fuori, in alto nel nulla notturno. Si sentì rapito, anzi l’immagine che gli solcò la mente fu quella di essere stato colto, come un ortaggio.

Ti piace il presepe? la voce che lo domandava non era cupa o tonante. Non proveniva da un roveto ardente. E tuttavia non ammetteva la mancanza di una risposta.

Sei Dio?

Tecnicamente sì. Ma per Te sono Mio.

Lo scrittore, in momenti di difficoltà o sconforto, invece di rivolgersi direttamente a Dio, cosa che gli sembra troppo formale, in effetti si rivolgeva ad una entità che chiamava Mio. Il suo particolare Olimpo a conduzione singola, insomma, un po’ Dio un po’ Oracolo secondo il bisogno.

Ti piace il presepe?

Ma quale presepe?

Ma come quale? Non lo vedi? Quello che sta sotto di Te.

Guardò quello che si agitava sotto i suoi piedi. La città in periferia, strisce di auto interminabili, sprazzi velocissimi di treni sui binari che poi come vermi si infilavano in gallerie perdendosi nel nulla, i parcheggi delle fabbriche ormai vuoti. Più lontano i macchinari all’opera tra i fumi di una discarica, che come scarabei stercorari spingevano e spostavano incessantemente rottami e i materiali che senza sosta enormi camion scarrabili gli facevano rotolare accanto. Se ne avvertiva l’odore. E poi la via lattea dei mega condomini con i roveti intricati di cavi e antenne sui tetti, con affaccio su strade a scorrimento veloce e sopraelevate. Sopra, quasi alla sua altezza, due elicotteri bottinavano tra i grattaceli del quartiere degli affari.

Onestamente no, Rispose di getto, pentendosene subito un po’.

Sentì Mio sospirare, e la mano afferrarlo di nuovo, poco gentilmente, per spostarlo poco più avanti.

Ti piace il presepe?

Il parco che stava sorvolando era di per sé bellissimo, ma mal sorvegliato dalla polizia e ancor peggio mantenuto, così che in poco tempo era diventato il regno dei tossici. Siccome si ostinava ad andarci tutti i giorni a correre, sapeva benissimo dove le varie bande nascondevano dosi e contanti. Una volta aveva anche pensato che sarebbe stato interessante prendere e scambiare tutto, i soldi di una gang di pusher con quelli di un altro, e anche tutta la bamba, mescolandola come un’insalata mista. Si era domandato più di una volta cosa sarebbe successo e se avrebbero quantomeno combattuto un po’ fra sé prima di mangiare la foglia e fargli il culo a fette.

No, non mi piace affatto.

Il sospiro si fece più forte, e anche la mano, nello spostarlo, questa volta gli fece scricchiolare più di una costola, vertebre comprese.

Ti piace il presepe?

Ora era sopra il centro cittadino. Gente ce n’era, ma non tanti negozi erano aperti, e quasi alcun locale. Chiuse tutte le sue amate librerie, e anche le biblioteche dove in passato aveva fatto tante ricerche. Con la mascherina e i cappelli, la gente che circolava sembrava una folla di rapinatori in preda alla nevrosi, ognuno con un suo progetto in mente, che si muoveva a scatti, velocissima, come criceti sulla ruota. A due isolati dalla piazza centrale, c’era la residenza assistita dove viveva, anzi sopravviveva ibernata in una stanza all’ultimo piano, la sua anziana madre, che non vedeva da mesi. Non fosse stato per l’alberello illuminato in cortile stento quanto le luci che lo adornavano, tra il grigiore e il ronzio della centrale termica, quel palazzo algido e male illuminato sarebbe somigliato a una grossa cella frigorifera di una sala mortuaria.

Ancora più avanti c’era l’appartamento della sua ex moglie, e la sua adorata Lucia, che di certo dormiva abbracciata a Caviglia, l’orso che le aveva regalato, tanto, troppo tempo fa. Quando ancora le parole gli rendevano qualcosa o quantomeno valevano la considerazione di sua moglie

Quando andava a lavoro, doveva solo attraversare la strada, e c’era subito il portone dell’Editore. La sede di un grande editore con un gran via vai di corrieri, impiegati e scrittori. Ora era tutto chiuso ermeticamente, un solo piano e il resto affittato. Dalle finestre al primo piano filtrava la luce blu degli schermi dei pc, somigliava oramai più a una software house che a una casa editrice.

Si stava irritando. No! Non mi piace per niente!!!E poi cosa mi dovrebbe piacere?

Ma è stato un lavoraccio farlo, questo presepe. Migliaia di anni, tanta pazienza, e poi Ti lamenti.

Perché non vai a chiederlo a qualcun altro? Magari Ti va meglio

Già fatto, e tutti erano contenti di volare, di guardarsi intorno. Solo voi scrittori vi lamentate sempre. Non siete mai contenti.

Questo non è un presepe. Mancano i personaggi, la capanna, il bue e l’asinello

Ah, questa è bella. Proprio Tu parli, che l’anno scorso hai fatto il presepe con una cassa di legno per il vino vuota come capanna e le bottiglie di alcol mignon come personaggi?

Sì però devi ammettere che il laghettino con la pompa e vodka ghiacciata al posto dell’acqua è stato un colpo di genio. E poi io mica ti ho chiesto se Ti piaceva.

Comunque c’è poco da scherzare, questo è davvero un presepe rispose la voce sbuffando

E allora non mi piace.  Sbottò lo scrittore incrociando le braccia.

Ok vediamo allora, campione, Tu come lo faresti? Suggeriscimelo Tu che non sei nemmeno capace di sognare e generalmente trasformi tutto in incubo.

Lo scrittore ci pensò su.

Ti propongo una sfida.

Sarebbe?

Tu mi riaccompagni a casa e io Ti scrivo il presepe che voglio.

E se poi non mi piace?

Mi farò piacere quello che ho sotto i piedi.

E quando ti chiederò se ti piace il presepe davvero mi risponderai si?

Promesso

E così fu.  Rieccolo alla scrivania. Tutte le sue cose erano a posto. Si fa per dire. Più che altro erano disposte nel consueto disordine.

Per scrivere ho bisogno solo di carta, tabacco, cibo e un po’ di whisky, diceva Faulkner si ripetè mentalmente per farsi forza.

Lo scrittore comunque non aveva cibo, scriveva direttamente al pc e non fumava, ma scartò in anticipo il suo autoregalo, versandone religiosamente il contenuto in un bicchiere a tulipano con acqua liscia, intorpidendo così il whisky quel tanto che bastava a renderlo sublime, con quei sentori di uvetta e pan di zenzero che lo deliziavano.

Scrisse tutta la notte. Terminò il libro. Stampò. Terminò il distillato.  Alla mattina la mano, puntuale, lo prelevò

Mio lesse tutto, con calma.

Ma è bellissimo disse commosso- pensavo di essere io solo quello capace di fare miracoli.

Lo scrittore si strinse nelle spalle. Non è un miracolo, sono solo parole.

Ma se rifacessi il presepio come dici Tu, dovrei ripartire da zero.

Non dovrebbe essere un problema per uno che si chiama Mio.

Ci fu silenzio, e poi fu giorno. Ma il giorno non veniva. Lo scrittore gliene domandò la ragione

Semplice, per poter lavorare ho tolto la corrente. Ora scollegherò la struttura di sostegno, partizionando l’impianto della terra da quello del cielo. È una gran faticaccia anche per me.

Ecco adesso non solo non si vedeva più niente in cielo, ma neanche sotto.  Un’alba vista dentro ad un baule.

Lo scrittore sorrise. Beh spero che ne valga la pena. Quanto a me, riportami a dormire e poi mettimi nel nuovo presepe al posto che Ti ho detto. Mi raccomando.

Ma vuoi proprio stare lì. Insomma, nel presepe vuoi proprio interpretare quel ruolo?

Lo scrittore si strinse nelle spalle. E quale altro? È perfetto per me.

Contento Tu, rispose Mio.

Ah, dimenticavo una cosa….

Sì?

È la vigilia di Natale, Lucia dorme che è un piacere. Lei spostala per ultima e non dimenticare Caviglia. E inoltre…

Si?

Mi piace il presepe. Dico davvero.

Mio lo squadrò dubbioso. Ma se ancora non ho fatto nulla. E non è che nel Tuo libro sia tutto così chiaro. Sembra cambiare ogni volta che lo leggo.

Appunto per quello, appunto per quello sorrise stanco lo scrittore.

In evidenza

Calcio e lettere, un piccolo omaggio a Paolo Rossi

In questo momento triste che ci fa pensare che proprio qua a Siena si sia aperto un buco nero inghiottendo un pezzo gioioso della nostra Storia, proviamo a risollevarci un po’ con la letteratura. Sarà un modo come un altro per ricordare un campione.

Tanto si è scritto di calcio ma non si tratta affatto di un monopolio dei giornalisti sportivi. Il calcio conquista tifosi inaspettati.

Di Montanelli spesso si ricorda l’aforisma  Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio.  Ma si conosce un po’ meno che l’11 maggio 1969 il giornalista, che si trovava a Parigi per seguire le elezioni presidenziali francesi, lasciò perdere per qualche ora Pompidou, Poher e la politica internazionale e, dopo aver ascoltato la radiocronaca di  Juventus-Fiorentina, partita decisiva per il secondo scudetto della Viola, travolto dall’emozione buttò giù seduta stante un pezzo su questo match.

Non fu da meno Mario Soldati a 75 anni fu inviato molto speciale del Corriere della Sera nel 1982. Pubblicherà persino un libro nel 1986 su quella esperienza Ah! Il Mundial A volte si innervosisce un po’ proprio per il comportamento di Rossi, che tiene sempre (secondo lui) la palla. Ad esempio scrive il 17 giugno 1982 (Italia-Polonia): «… proprio in quell’area Paolo Rossi tre o quattro volte si aggirò, insistette a aggirarsi con funambolesca agilità di gambe e piedi giocolieri intorno al pallone, mentre a pochi metri un suo compagno attendeva il passaggio, e mentre invano un avversario tentava di insinuarsi rompendo l’incanto».

Il calcio vuole a volte dire superare dolorosi infortuni, sopportare lunghi recuperi, come è stato per Rossi.Scrive Ernest Hemingway nel racconto In un altro paese (1938): «Il dottore si avvicinò alla macchina… Il mio ginocchio non si piegava e la gamba pendeva irrigidita dal ginocchio alla caviglia, senza polpaccio, e la macchina doveva piegare il ginocchio e farlo muovere come se andassi in bicicletta. Ancora non si piegava, però… Il dottore disse: “Tutto questo passerà. Lei è un giovanotto fortunato. Tornerà a giocare a football come un campione”».

Il calcio poi, come la letteratura, si può giocare in prosa e in poesia. E un campione, come è stato Rossi, come un ottimo scrittore deve saper padroneggiare tutti i generi e i registri. Pasolini la vedeva così: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro… Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio… con i suoi poeti e i suoi prosatori…» e il momento più poetico, manco a dirlo, è il gol.

Ma il calcio è fatto di spettatori, a volte inconsapevoli. Ma forse proprio per questo, in grado di raccogliere quella poesia. Umberto Saba non era un tifoso, ma riceve un biglietto in regalo da un amico per una partita Triestina – Ambrosiana. E, conquistato da quell’atmosfera per lui insolita, scrive nel suo Canzoniere, Cinque poesie sul gioco del calcio

Goal

Il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non vedere l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l’induce,

con parole e con la mano, a sollevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi

nel campo: intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questi belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere

– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Fare calcio e in generale fare sport, significa anche essere uomini, assumersi delle responsabilità fin da giovani o giovanissimi a volte in un modo così forte e originale da passare alla storia. Cosa che Rossi ha dimostrato. Fatto che ha colpito anche molti celebri scrittori. Un momento di responsabilità per eccellenza è il calcio di rigore (Rossi ne ha realizzati ben 26 nel campionato italiano). Racconta Peter Handke in Prima del calcio di rigore«Il portiere si domanda in qual angolo l’altro tirerà,” disse Bloch. “Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via».

Ma il rigore, tanto celebrato anche da artisti e cantanti, non c’è sempre stato. E tuttavia il calcio aveva ugualmente il potere di attirare l’attenzione di poeti e scrittori.

Nel 1928 Rafael Alberti scrive l’Oda a Platko, poesia che dedicò a Franz Platko, all’anagrafe Ferenc Plattkó Kopiletz. Anche lui si recava allo stadio occasionalmente, in quel caso per una finale di Copa del Rey disputata tra Barcellona e Real Sociedad. O meglio, lui assistete solo alla prima delle tre finali, perché, finendo le prime due in parità e non essendo allora previsti i calci di rigore, la partita si giocò e si rigiocò ben altre due volte. Comunque il portiere del Barcellona fu l’autentico eroe di questo trittico: parò, salvò il risultato, si prese in testa il calcio destinato al apllone che avrebbe segnato la sconfitta della sua squadra- Rientrò in campo dopo le cure, coi punti di sutura e con altri vistosi segni dei danni fisici subiti.

E Alberti gli dedicò questi versi, bellissimi

        Né il mare,

            che davanti a te saltava senza riuscire a difenderti.

            Non la pioggia. Non il vento, che era quello che ruggiva di più

            Né il mare né il vento, Platko,

            biondo Platko di sangue,

            portiere nella polvere,

            parafulmini.

In evidenza

Il Druido e il Maragià

Quando ho saputo che Paolo Ciampi aveva scritto un libro sull’Indiano, che per i più dei comuni mortali fa solo rima con ‘ponte’ e soprattutto con ‘traffico’ (il quale è un’assoluta certezza a Firenze la mattina come a Roma l’attesa biblica sul GRA) e per i restanti fiorentini è il Caronte che con i suoi stralli in acciaio unisce i quartieri di Peretola (a nord dell’Arno) e dell’Isolotto (a sud dell’Arno), ho subito pensato che si fosse messo in un’impresa difficile ma meritoria.

Meritorio era far sapere del Principe indiano morto troppo presto e troppo giovane (appena ventuno anni) a Firenze il 30 Novembre 1870, meritorio rendere noto ancora una volta che Firenze non è fatta solo di Piazzale, Boboli e Uffizi, meritoria in generale di questi tempi era la scrittura di un libro fuori dagli schemi.

Quando poi però ho iniziato a leggerlo, gentilmente inviatomi dall’Autore stesso con un cortese biglietto firmato di suo pugno, sono rimasto assai stupito.

Per quelli che amano la letteratura e in generale lo scrivere, quella che segue è una storia degna di essere raccontata almeno tanto quanto il libro di Paolo Ciampi è assolutamente meritevole di essere acquistato, perciò ascoltatemi se potete per un momento.

Le coincidenze sono incredibili.  E questo libro in questi giorni è stato un compagno interessante, ma anche sornione e beffardo, rivelatore di strani incroci di destini. E interessi letterari

Il libro per cui alcuni han tirato in ballo autori come Pessoa o Tabucchi ma che a me come stile adottato onestamente, se proprio si devono fare degli accostamenti, fa più pensare a Joyce e a Svevo, sospeso com’è, anzi oscillante, tra un flusso di coscienza a volte erratico e un monologo interiore più argomentativo, ha prima di tutto una genesi particolare. L’autore ne racconta il dietro le quinte, a cominciare dall’annuncio che ne fa pubblicamente, durante un evento letterario. Ne seguono una gestazione e una scrittura, come si apprende dal testo, piuttosto discontinue e irregolari, costellate da molti dubbi e ripensamenti. E molte visite al Monumento funebre del Principe.

Da uno scrittore come lui, che ha elevato il concetto di viaggio a suo personalissimo Canone letterario, è singolare e interessante leggere che A forza di scrivere di viaggi, sai, comincio a coltivare qualche perplessità, L’inquietudine dell’altrove si misura con l’inquietudine dell’ovunque: si va lontano e niente è davvero diverso. Avanza il sospetto che non sia questione di chilometri, ma di distanza interiore.

Il Principe e la sua statua quindi non paiono gli attori del libro, ma piuttosto una sorta di confessionale laico, dove l’autore depone i suoi dubbi e i suoi propositi senza attendersi assoluzioni ma solo ascolto.  All’annuncio pubblico del libro, segue ora quello interiore.  Mi è venuto in mente di scrivere di un viaggio che nemmeno parte, un viaggio di chi rimane sempre nel solito posto, e magari vede andare e venire gli altri.

Come nelle vecchie camere oscure, dove la fotografia si veniva definendo agitando delicatamente i liquidi nella bacinella, onda dopo onda, così nel volume il personaggio di Rajaram Chuttraputti di Kolhapur, giovanissimo principe ereditario che stava tornando in patria di ritorno da un viaggio politico e di istruzione in Europa (si potrebbe definirlo un Grand Tour all’indiana, dove quindi non era l’Italia ad essere centrale ma bensì Londra, capitale dell’impero) diventa sempre più nitido dopo capitolo. All’inizio è una statua (tra le altre cose, i lavori di restauro sono terminati proprio lo scorso settembre. Fate come Paolo, prendete la bici e andate a vederlo al parco delle Cascine), alla fine del libro un Uomo, uno Spirito, forse anche in qualche modo un Convitato di pietra.

Ora, più o meno quando Paolo annunciava il progetto del libro e si metteva in caccia del suo Indiano, io ancora non lo conoscevo di persona ma seguivo le tracce di Angelo De Gubernatis. Complice un tramonto da druido (una delle tante belle immagini uscite dalla penna ben appuntita di Paolo), stavolta non fiorentino ma triestino, a un certo punto mi capita in mano un suo libro, piuttosto raro a trovarsi, del 1878, dal titolo un po’ macabro Usi Funebri in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei. 

Che c’entra?

C’entra che la cosa mi ha fatto fare un salto sulla sedia perché nel libro di Paolo, l’eclettico professore, saggista, studioso e letterato pieno di sè, anarchico e un po’ paranoico Conte De Gubernatis (nel 1906 sarà addirittura candidato al Nobel per l’Italia) è la ‘spalla’ del nostro Principe.  Si chiamava Angelo de Gubernatis, nel 1861 fu il primo a laurearsi in Lettere nel Regno d’Italia appena proclamato, l’anno dopo partì per Belrlino per studiare il sanscrito. Era una scelta a dir poco originale, ma gli procurò una cattedra a Firenze. (…) Si interessava a tutto il De Gubernatis, forse a troppo. Si accendeva di passione e, dopo poco, in genere si spegneva. Solo l’amore per l’India non gli venne mai meno.

Le sue prime lezioni furono pubblicate in opuscoli che inauguravano in Italia il filone di studi indologici, e questo personaggio dalla cultura vastissima, ma che spesso non curava a sufficienza le sue opere, sempre preso da un altro interesse, è lo specchio dell’Europa, dell’Italia e della Firenze di quegli anni che il Principe Indiano trova durante il suo viaggio, sospesa tra positivismo e spiritualismo, facile agli entusiasmi ma anche e sempre più presa da dubbi e interrogativi sul futuro.

Insomma De Gubernatis è un’ottima scelta per l’esito del volume. Quello che non mi immaginavo è che, quando ci siamo conosciuti a inizio 2020, in pieno lockdown, Paolo ed io avessimo nella nostra testa un amico comune. Proprio lui, il Conte. E non lo sapevamo. Non ce lo siamo mai detti, non c’è ne è stata l’occasione. Per lui, era l’eminente studioso e amante dell’India, per me, preso in quel momento dalla scrittura di un noir, l’eclettico studioso dei riti funebri.

Nel libricino trovato a Trieste, De Gubernatis scrive Nell’ Altharveda la causa della malattia è sempre qualche maleficio occulto di uomini e di dei. 

E qui le strade mie e di Paolo convergono. Il libro di Paolo dedica le pagine più belle a questa lenta convergenza verso la morte, una sorta di Via Crucis che inizia a manifestarsi il 13 Novembre 1870  Un po’ di febbre, niente di che. Normale in fondo per un Indiano che ha attraversato mezza Europa e ora dal Tirolo, si appresta a fare ingresso in Italia.

Però la febbre va e viene, lo debilita a poco a poco, sottilmente, svuotandolo di energie. Poi c’è il viaggio, la visita a Venezia. E finalmente Firenze. La febbre ora torna, prepotente, il peggioramento è improvviso.

Scrive De Gubernatis nel mio libretto Il takman, la febbre, invocata come dio del giallo, affinché risparmi chi lo scongiura. Ed è curioso che per tal febbre intermittente viene pure usato nello scongiuro un metro che si alterna, un metro terzano. E quando la febbre diviene quartana, deve pure riuscire quartano il metro. .. Quando si consideri che la febbre è chiamata dal medico Sucruta, il re delle malattie (…) non vi è quasi malattia che nella credenza indo-europea non sia supposta contenere un demonio.

Ed è davvero un demone spietato quello che uccide il Principe. In pochissimi giorni. Proprio come profetizzano i demoni delle scritture sanscrite del libercolo che ho in mano.

È una scena bellissima da leggersi, surreale, onirica, ottimamente ‘girata’ più che descritta, quella che Paolo Ciampi dedica al corteo funebre, lo strano corteo che si forma sotto l’Albergo in Piazza Ognissanti. Gli otto domestici indiani che rabbrividiscono nel gelo della notte. Da sola vale il libro.

Come prescrivono i rituali indiani, c’è bisogno di bruciare il corpo su di una pira.  Cosa di certo non semplice da far capire alle autorità all’epoca. E poi c’è bisogno di due fiumi, perché è alla confluenza degli stessi che va innalzata la pira così da liberare l’anima per il suo viaggio.  Solo che Firenze notoriamente ne ha uno. E la promozione fatta sul momento del Torrente Mugnone a ‘collega’ dell’Arno, è sospesa tra l’ironico e il grottesco, ma testimonia anche l’umanità e la disponibilità dell’Italia di allora, a tutti i livelli, popolari e istituzionali, che ne esce in questo senso assai meglio di quella di oggi. Anche questa parte vale la pena di un’attenta lettura.

Me lo immagino quella notte di tanti anni fa il De Gubernatis lì a guardare la scena non sapendo se crederci davvero, peraltro come molti altri che vi assistettero. Il libro che ho in mano è di otto anni dopo, chissà che non avesse quella scena ben in mente quando lo scriveva.

E così la storia finisce grossomodo dove è iniziata. Davanti a un monumento che nel frattempo è diventato amico.  Ad uno scrittore che lo guarda e nel frattempo è anche lui cambiato, cresciuto. In fondo come diceva qualcuno, ogni storia è un viaggio e una meta e ogni libro una strada per arrivarci, e ciò che contraddistingue un buon scrittore è il sapere accompagnare il lettore senza lasciarlo indietro e o farlo uscire di carreggiata. Lo stesso qualcuno aggiungeva che però questa è una capacità rara e che aveva visto molti incidenti nella sua vita.

Credo che Paolo sia riuscito perfettamente nell’intento di accompagnarci a destinazione.  Senza incidenti, anzi con grande piacere che certamente si attinge dalla lettura del suo Maragià. E sono abbastanza certo che quella non sarà la meta definitiva, ma la stazione di partenza di un nuovo viaggio che presto scriverà. Chiuso ermeticamente in zona rossa pur di partire sarei disposto anche a portargli le valigie.

In evidenza

Pat Patfoort, una favola per l’empatia e la non violenza

Pat Patfoort è un’antropologa e divulgatrice molto conosciuta, relativamente nota anche in Italia per i suoi studi e l’incessante sforzo che prodiga nell’insegnamento della cultura della non violenza.
Già questo basterebbe a giustificare l’avvicinamento del lettore a questo libro, Il piccolo albero spaventato (Infinito edizioni, pp. 64, € 11,90) perché oggi parlare ai bambini del tema della paura (e della sua gestione) e di quello ancora più rilevante dell’educazione all’empatia è di per sé rilevante e degno di considerazione.
Un buon lettore è per sua natura empatico e l’empatia, nella pluriennale esperienza dell’autrice è la ricetta, la porta di ingresso nel mondo della non violenza, della non sopraffazione reciproca.
«Infine, mettersi il più possibile nei panni di un altro, l’empatia, è fondamentale nell’atteggiamento nonviolento. In questo lo sviluppo della fantasia e dell’immaginazione ci può aiutare. Metterci al posto del piccolo albero è un buon esercizio».
Già, il piccolo albero, il protagonista del racconto: lasciamo al lettore curioso e alla sua consultazione del materiale iconografico che correda riccamente il libro, la scoperta del perché e percome sia diventato il protagonista di questa fiaba. Basti dire a questo riguardo che le illustrazioni di Jannik Roosens sono veramente di grande valore, e certamente hanno contribuito a fare la fortuna di questo libro, che conta traduzioni in varie lingue, quella italiana curata da Rossella Vezzalini. Se vi sono (e certamente vi sono) degli adulti che collezionano libri illustrati per l’infanzia, questo è sicuramente uno di quei libri da mettere in biblioteca. Gli acquerelli della parte centrale del volume di ambientazione notturna sono dei piccoli capolavori.
Ciò che però più ci interessa sottolineare è che si tratta di tutto fuorché di un testo scontato o di un protagonista noioso, idealizzato o men che meno statico, come si potrebbe immaginare. Questo alberello sta lì, sulla costa quasi verticale di un’altissima montagna, crescendo in posizione ostinata e contraria a ogni logica. Solo e isolato e quel che più conta, esposto alla violenza della natura, a un mondo dinamico fatto di slavine, nevicate, frane, tempeste, reagire altrettanto dinamicamente, questa creatura accetta e si adatta ad ogni condizione, perché «quella della natura dovrebbe essere la sola e unica forma di violenza esistente. È già sufficientemente devastante e drammatica, se pensiamo ai terremoti, alle eruzioni vulcaniche, agli incendi delle foreste, ai tornado, alle inondazioni, agli tsunami, ai fulmini…». Non si tratta insomma della gratuita violenza umana che invece conviene non accettare, ma eliminare alla radice.

Lo stupore e l’empatia contro la violenza
Chi è in fin dei conti un non violento? Non è un debole o uno che accetta passivamente la violenza. Volendo sintetizzare malamente quasi cinquanta anni di vita professionale – ce ne perdonerà l’autrice – secondo Patfoort è piuttosto qualcuno che è non solo empatico, cioè capace di entrare in sintonia con l’ambiente, come fa l’albero con la natura matrigna che lo circonda, ma anche qualcuno in grado «di gioire di tutto ciò che troviamo piacevole o bello, e di dedicarci tempo».
L’albero infatti ha paura, chi non ne ha, ma non si lascia vincere dall’odio. E questo fa la differenza, perché conserva la capacità di apprezzare la bellezza di quella stessa natura che lo minaccia, e quindi la possibilità di caricarsi di quella positività necessaria alla sua sopravvivenza. «Quello che il piccolo albero ama al di sopra d’ogni altra cosa, sono le notti illuminate da una moltitudine di stelle scintillanti e dalla luna che si sposta da un lato all’altro». Lo stupore per la vita, si direbbe sia il messaggio centrale dell’autrice, aiuta a ad avere la sfrontatezza di viverla appieno.
Ora, qui il libro per certi versi diventa addirittura rivoluzionario e provocatorio. Vi ricordate il principio di Pollyanna, la protagonista dei romanzi di Eleanor H. Porter e di un fortunato adattamento cinematografico? Era una bambina che insegnava a tutti a scorgere il lato positivo delle cose. Attenzione, scorgere il lato positivo delle cose, anche di quelle più avverse e brutte, non vuol dire vedere solo il bello, portando sul naso un paio di occhiali rosa. Esattamente come essere semplici non vuol dire essere sempliciotti. Ebbene, l’alberello del volume è una Pollyanna del mondo vegetale. Pratica sistematicamente il gioco della felicità. Esso vuole insegnarci attraverso la favola che è letteralmente incastonata negli acquerelli del volume qualcosa che molte orecchie indurite non vogliono nemmeno sentire ma che è indispensabile a un bambino: ovvero la potenza del bello che c’è intorno a noi e il miglior modo per evocarlo nello spirito dei propri simili. La semplicità infatti è un messaggio potente, è come un cerchio giottesco tracciato a mano libera nella mente del lettore, e questo libro riesce nel tentativo di rendere semplici e immediatamente assimilabili concetti complessi

La morale della favola
Si tratta senza dubbio di un’opera breve ma con molte chiavi di lettura e di conseguenza molteplici risvolti morali. L’albero, senza svelare i dettagli, sarà capace grazie alla sua positività di salvare se stesso e anche il suo prossimo.
In termini manageriali, si potrebbe dire che il piccolo grande albero è resiliente, cioè capace di assorbire i colpi della sorte, metabolizzarli e addirittura trasformarli in un punto di forza, un po’ come le nostre difese immunitarie fanno coi virus. E dati i tempi che viviamo, in cui non solo la non violenza ma la capacità di gestire la paura è certamente all’ordine del giorno, abbiamo certamente bisogno anche di questi anticorpi letterari.
L’incrocio tra esperienze personali dell’autrice e del marito, eccellente alpinista, con la fantasia e i temi pedagogici è senza dubbio ben bilanciato e originale, e certamente non era semplice. Non sempre si trova una simbiosi così felice tra testo e disegni, che invece nel volume è pienamente raggiunta. Unici elementi forse perfettibili sono in qualche punto della traduzione (a volte qualche vocabolo ripetuto troppo di frequente) e soprattutto della punteggiatura con l’uso un po’ troppo frequente dei punti esclamativi che, a giudizio di chi scrive, sono nei libri per l’infanzia tendenzialmente inutili in quanto sembrano voler impropriamente enfatizzare il tono cantilenante e a volte troppo alto del modo di parlare tipico dei bambini. Ma tutto sommato, si tratta di sfumature che nulla tolgono al piacere di una breve ma intensa lettura per tutte le età.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 159, dicembre 2020)

In evidenza

Barzhaz 2: il livello base e adesso anche l’avanzato partono a Gennaio. Ecco i calendari e le modalità di iscrizione

A gennaio 2021 partirà il secondo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Grazie per le bellissime parole dei miei ‘primi’ allievi del corso che si è svolto tra Settembre e Novembre.

Trovate video e tutti i dettagli sul sito di italiabookfestival ma intanto queste sono e date previste per il laboratorio di primo livello:

 –    giovedì 21 gennaio 2021

–    giovedì 04 febbraio 2021

–    giovedì 18 febbraio 2021

–    giovedì  04 marzo 2021

 – giovedì 18 marzo 2021

Per gli Autori interessati a un laboratorio di secondo livello (avanzato) le date previste sono:

– mercoledì 10 febbraio 2021

– mercoledì 24 febbraio 2021

– mercoledì 10 marzo 2021

. mercoledì 24 marzo 2021

Per informazioni e iscrizioni scrivere a barzhaz@loggione.it

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori.

COME PARTECIPARE

Per accedere a Barzhaz è necessario:

  • Un testo che stia tra le 6 e le 10 mila battute
  • Lo stralcio o il progetto del suo progetto di scrittura (se c’è) che sia romanzo, silloge di racconti o opera di qualunque genere
  • Un breve profilo personale

Da inviare a barzhaz@loggione.it

Struttura del corso di primo livello

Ogni incontro quindicinale:

  • si basa su un video introduttivo di qualche minuto
  • assegna una o più letture
  • assegna dei lavori da fare e consegnare entro i successivi dieci giorni

Temi di massima (l’ordine degli argomenti e l’estensione degli stessi dipenderà dagli interessi specifici dei partecipanti)

  1. Anatomia di una storia: il concetto di narrazione e gli amici di Kipling
  2. La narrazione come scenario
  3. Strategie e tattiche narrative
  4. La lettura critica di un testo
  5. La recensione come via maestra per la comprensione tecnica di un testo
  6. Le forme della narrazione: la forma breve
  7. Le forme della narrazione: romanzo e racconto lungo
  8. La scelta: partenza di un proprio ‘cantiere letterario’ che sarà condiviso con la scuola al fine di sviluppare una propria opera.
  9. I registri
  10. Le tecniche
  11. Il dialogo
  12. L’editing e la proposta di un testo
  13. La pubblicazione e la promozione

Riconoscimenti

Le migliori opere saranno raccolte e pubblicate in e-book.

Costi e modalità d’iscrizione

Per iscriversi al corso è sufficiente acquistare libri Edizioni del Loggione o Damster edizioni per un valore di almeno 50 euro.
Il catalogo completo su cui scegliere è su www.librisumisura.it

Il curatore del corso

Massimiliano Bellavista, fondatore di thenakedpitcher.com e di Caffè Letterario 19 è consulente di direzione, scrittore, blogger e docente di Management strategico presso l’Università di Siena. Vincitore di premi letterari, suoi racconti e poesie sono pubblicati su riviste e antologie. Tiene laboratori di lettura e scrittura nelle scuole. È stato scelto tra i 120 global experts per il progetto europeo vision. Le sue opere più recenti di narrativa, poesia e saggistica sono pubblicate da Franco Angeli, Castelvecchi e Licosia.

In evidenza

Landolfi, o della luna su Parktime Nr 2

Su Parktime di questa settimana Sherwood si occupa di Landolfi. Leggete anche il bell’editoriale di Annalisa Nicastro.

Grazie a quanto hanno collaborato.

Qui sotto le recensioni originali di K. Tushe e E. Scortecci riportate in estratto per ragioni di spazio nella rivista

Recensione sul romanzo “Racconto d’autunno” di Erik Scortecci

La malinconia, il ritornare con il pensiero a vicende passate, il mistero del futuro e l’incertezza caratterizzano, almeno secondo la mia esperienza, il periodo autunnale.   In questo contesto si svolgono le vicende narrate da Tommaso Landolfi nel suo “Racconto d’autunno”, pubblicato nel 1946. A fare da ambientazione alla storia è una casa, in cui vive un vecchio uomo, e presso cui il protagonista trova accoglienza. Fin da subito il tono della narrazione si fa misterioso, ricca di stranezze è quell’abitazione:  un ritratto, la serratura della porta di camera, l’invocazione del vecchio, di nuovo il ritratto, una donna, la morte improvvisa, Lucia, e finalmente la verità.

Ad un racconto apparentemente inverosimile si intrecciano aspetti della vita dell’autore. La stessa casa, infatti, aristocratica e di cui rimane traccia dell’antico splendore, richiama il palazzo di famiglia del Landolfi. Inoltre, come accaduto alla donna che compare nella seconda parte del romanzo, anche l’autore dovrà soffrire la scomparsa prematura della figura materna.

Per quanto riguarda l’organizzazione della storia il lettore potrà sicuramente notare una differenza tra la prima e la seconda parte. Infatti al racconto della fuga dalla guerra e alla descrizione statica della casa, in cui il protagonista trova rifugio, seguono vicende più dinamiche, e che vedono l’accenno ad una storia amorosa tra il nostro e la tanto misteriosa donna del ritratto.

La narrazione, rigorosamente in prima persona, include pochissimi dialoghi, e da ciò possiamo pensare ad un carattere introspettivo che l’autore fa assumere all’opera, nella quale egli ripercorre  alcuni passi della sua vita.

Tutto questo raccontato in poche pagine. Si tratta infatti di un romanzo estremamente breve, ma, a dispetto delle aspettative, lo stile, tipico di Landolfi, rende la lettura impegnativa e non facile da seguire. Prevalgono infatti l’ipotassi, un lessico alto e raffinato, e lunghe digressioni che rendono, a mio avviso, poco scorrevole l’intera opera. Per questo motivo, pur riconoscendo la grandezza dello scrittore italiano, ho trovato la lettura di “Racconto d’autunno” non molto piacevole e poco accattivante.

Tuttavia, al di là del mio personale giudizio, ritengo che la mia esperienza possa suscitare una riflessione ben più ampia. Potrei dire infatti che la frenesia del mondo digitale ci abbia abituati a non riuscire ad apprezzare, o non comprendere nella loro totalità, certe opere che ci obbligano a “starci di più”, che richiedono cioè un maggiore sforzo di concentrazione e di interpretazione cui potremmo non essere più avvezzi, data infatti l’immediatezza di un sms, o di un emoji, che, invece, si sono impadroniti del nostro modo di comunicare.

Allora, la grande maestria dell’autore, nel saper gestire uno stile cosi raffinato, ci spinge a rivalutare  alcuni aspetti che con l’era moderna stiamo abbandonando, e cosi facendo, anche noi, come il protagonista, alla fine potremo riscoprire la verità, e riuscire a leggere meglio anche noi stessi.


Recensione: Racconto d’Autunno, Tommaso Landolfi -di Kevin Tushe

Odiernamente, disponiamo di una vastissima gamma di strumenti per estemperare la nostra sete d’intrattenimento e la tecnologia è la più lampante tra le opzioni, con gli schermi che vengono anteposti alla carta che scorre sinuosa tra le dita. Ciò risulta spesso in accuse da parte delle generazioni precedenti, che criticano l’idiosincrasia dei millennials nei confronti della carta stampata, nonché la loro tendenza a trattare tutto con superficialità estrema e incapacità di provare empatia. Ebbene, che cosa è in grado di offrire di più rilevante e allettante, agli occhi di un adolescente (tra cui me, del resto), un brano rispetto ad un programma televisivo, oppure ad un formato audio-visivo interattivo, come può rivelarsi un videogioco?

 Nel volume Racconto d’Autunno, composto dall’autore frusinate Tommaso Landolfi nel 1946 ed edito nell’anno successivo, si è pervasi da una costante sensazione di inquietudine, che trascende il piano bidimensionale della pagina, consentendo al lettore un’immersività unica nelle vicende belliche immaginarie che seguitano alla seconda guerra mondiale, in uno scontro tra due fazioni fittizie. In questo clima di sconforto, per la cui esemplificazione l’autore attinge ampiamente dal proprio bagaglio di reduce del conflitto globale, egli riesce a far incarnare nei personaggi ogni possibile sfaccettatura della battaglia, tra cui il desiderio di fuga, di fare ritorno ad un luogo sicuro, distante da ogni apprensione. Il tormentato desiderio di svincolarsi da questo flusso ininterrotto di ardui quesiti sull’animo umano da parte del medesimo protagonista, che tenta di rivivere drammi per esorcizzarli, dona al brano un’atmosfera cupa, ma al contempo di umana compassione, una comprensione per l’animo umano e i suoi affanni incarnata nella figura del proprietario della villa – metafora, quasi, di una culla materna, luogo di sicurezza e pace – in cui il protagonista trova rifugio proprio grazie alla misericordia dello stesso possidente. Il quadro di questa vivida, seppur fittizia, rappresentazione è offerto da un linguaggio elevato, a tratti solenne, che, tuttavia, concede spazio a toni più intimi, di introspezione e tentativi di fornire risposta a quesiti fondamentali dell’anima; l’inchiostro va, pertanto, oltre le parole propriamente dette, confermandosi ancora una volta strumento predefinito e d’eccellenza per la preservazione delle infinite sfaccettature umane, eclissando gli altri strumenti precedentemente citati, di maggior impatto, quantomeno a primo acchito. Un volume che è una testimonianza, un accorato appello alla vita e sprone alla tanto agognata ricerca di serenità, mediante un processo narrativo che permetterà ad ogni lettore (Persino ai più razionali e privi di immaginazione, come me) di immedesimarsi nelle vicende del protagonista, nei suoi timori e speranze. Nella sua complessità, Racconto d’Autunno si presenta come un’esperienza in grado di ridonare vitalità ad un lettore che, in un’epoca dove prendono piede numerose altre forme di stimolo, si sente quasi in difetto, in una sorta di crisi spirituale dovuta alla stessa sovrabbondanza di fonti di intrattenimento, per alcuni addirittura superiori alla lettura; Landolfi con questa opera ribadisce definitivamente l’efficacia della scrittura e della lettura stessa, elevandola moralmente e donandole nuova dignità letteraria, permettendo ad ogni lettore di sognare e provare emozioni, anche senza l’ausilio di uno schermo.

In evidenza

Finalmente: parte oggi in grande stile PARKTIME MAGAZINE. La mia rubrica sarà SHERWOOD.

Nasce ParkTime Magazine il giornale de I Parchi Letterari® per fare e promuovere cultura partendo dai luoghi e dalle comunità che la custodiscono.
Il settimanale, di cui sono fiera Direttrice Responsabile, è un viaggio che parte dai territori attraverso la letteratura. Un percorso arricchito ad ogni tappa da temi che non possono prescindere dalla memoria e che ci proiettano in un futuro prossimo ben consapevoli del presente che viviamo: ambiente, letteratura, notizie, curiosità, storia, arte, interviste, musica, moda, sport, economia, tendenze, food, insomma, tutto quello che è vita.

Una partecipazione attiva e più responsabile per focalizzare l’attenzione dai Parchi e sui Parchi attraverso gli argomenti che vi si affrontano. Il primo aspetto trova vita nella rubrica che abbiamo chiamato L’ Almanacco con contributi provenienti direttamente dai territori che ospitano, gestiscono e rendono vivi i singoli Parchi letterari. Park Time Magazine è a sua volta aperta a partecipazioni “esterne” in una sorta di dialogo permanente con l’Almanacco.

ParkTime si ispira ai principi di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale in linea con la Rete dei Parchi Letterari, un micro modello italiano di sviluppo locale che abbina la conoscenza culturale alla tutela del territorio. L’obiettivo è dare voce alle specificità ed ai talenti custoditi nelle comunità locali con percorsi di versi, parole, musica, sapori e artigianato partendo da una calendarizzazione di eventi dedicati alle famiglie ed ai cittadini,una fruizione consapevole e diffusa dei piccoli e grandi patrimoni. Una linea comune accolta con entusiasmo per rendere sempre più protagonisti e in prima persona i cittadini e i talenti, espressione di eccellenze a volte nascoste.

La nostra attenzione è rivolta alle generazioni piu’ giovani che hanno la responsabilità del futuro senza dimenticare il passato. Per questo motivo intendiamo coinvolgere scuole e università con l’intento di organizzare un premio letterario a loro dedicato.
ParkTime Magazine sarà nel breve periodo disponibile anche in inglese, convinti come siamo dell’importanza sempre più crescente al giorno di oggi dello scambio interculturale, nell’ambito europeo ed internazionale, facendo riferimento come I Parchi Letterari fanno da sempre, agli Istituti Italiani di Cultura, ai Comitati della Dante Alighieri e alle associazioni degli Italiani nel mondo.

Sul nostro giornale online grande rilievo è dato anche all’uso delle immagini, fotografie professionali, fumetti e videointerviste dando spazio a tutti i linguaggi multimediali e narrativi contemporanei. Dunque largo uso anche dei social, da Facebook a Youtube, da Twitter a Instagram per coinvolgere il numero di utenti piu’ ampio possibile.
I contenuti del Magazine sono diretti ad un pubblico trasversale, attento, curioso e protagonista.

I 26 Parchi Letterari, cui si aggiungono i 2 in Norvegia, sono una rete identificativa dell’Italia interna che riunisce oltre 40 Comuni e con loro associazioni culturali, musei, realtà̀ produttive (dall’enogastonomia all’artigianato, dalle strutture ricettive alle guide del territorio) e ambientali (Parchi naturali, oasi e riserve naturali) che partecipano a un lavoro di sviluppo condiviso in cui la consapevolezza del proprio patrimonio materiale e immateriale, della storia, delle tradizioni e delle peculiarità della filiera agroalimentare, diventano una risorsa di sviluppo locale a sostegno del lavoro di tutela e salvaguardia dell’ambiente.

Il legame tra ParkTime magazine e i Parchi Letterari è sottolineato dalla grafica della testata che richiama lo storico logo dei Parchi Letterari: stilizzato da Stanislao Nievo il ravenala del Madagascar, detto anche l’albero o palma del viaggiatore per le foglie che raccolgono la rugiada che disseta i viandanti. il simbolo dei Parchi Letterari ha nove foglie di alloro ognuna delle quali rappresenta una musa.

Un ringraziamento speciale va a Stanislao de Marsanich, Presidente dei Parchi Letterari che mi ha dato questa meravigliosa possibilità e a tutta la Rete dei Parchi e alle comunità coinvolte per tutto quello che ogni giorno realizzano. Un grazie di cuore a tutta la nostra squadra che presto conoscerete tutta.

Il nostro viaggio inizia oggi da qui, vi porteremo con noi in ogni luogo in cui andremo. Ci siamo e ce la metteremo tutta a mostrarvi tutte le meraviglie che incontreremo.

Annalisa Nicastro, Direttrice Responsabile ParkTime Magazine

In evidenza

I libri di Mompracem.Una bella novità. Le perle di Labuan. Dalla Luna o quasi.

Ringrazio Paolo Ciampi per questa bella iniziativa e per avermi coinvolto. https://ilibridimompracem.it/ è un sito che merita di essere visitato regolarmente, anche in considerazione della ricchezza dei suoi contenuti e del bellissimo stile con cui è stato progettato. Nel suo profilo Paolo di se stesso dice che Leggere è già un modo di viaggiare, viaggiare è già un modo di raccontare. Per questo vivo di parole, racconto storie, viaggio con lentezza. Sono pigro, ma l’irrequietezza mi salva e mi spinge altrove. Ho all’attivo una trentina di libri, alcuni fortunati, altri meno. La curiosità mi aiuta a scoprire un’Italia migliore di quella che si racconta ai Tg. Un altro motivo per non fermarsi. E davvero non si è fermato e ha saputo radunare intorno a Mompracem un gruppo di scrittori, saggisti e giornalisti di sicuro valore.

Io per parte mia, visto che si parla di Mompracem, sarò in via del tutto eccezionale una Lady Marianna attenta a scovare e segnalare al lettore le Perle di Labuan, ovvero libri e autori noti e meno noti che meritano di essere letti o riletti.

QUESTO IL NUMERO ZERO DELLA RUBRICA, USCITO OGGI.

DALLA LUNA…O QUASI

E che resta visto che si può solo girare intorno al castello e i ponti levatoi si possono anche ammainare ma tanto non si va, non si va oltre perché ogni casa è diventata un’isola. 

Sandokan adesso è lontano. Ma quando incrocio i suoi occhi, elusivi e difficili da domare come quelli di un falco essi curano tutte le ferite. 

È lui che mi ha insegnato quell’antica poesia medievale, la Canzone del Falco di Kuremberg. Io mi allevai un falco per più di un anno/Quando lo resi docile come lo desideravo/ e nel suo piumaggio misi ornamenti d’oro/si alzò nell’alto, per altre terre lui prese il volo….Dio unisca insieme quelli che vogliono per sé l’amore.

Mi salvano adesso queste mie note che scrivo di getto, senza riflessione ma seguendo il mio respiro, e il fatto che questa isola è dotata di una buona biblioteca, ma lo scrittore, l’intellettuale o sedicente tale è merce deperibile e di anima cagionevole.

Incontro Samuel Tissot, disorientato come me, il quale mi ricorda che devo ancora finire il suo trattato.  No non la Dissertazione sulle conseguenze dell’Onanismo, tra cui la vista offuscata, che l’ha reso immortale per generazioni, ma quello sulla Salute dei letterati, del 1780.  Mentre passeggiamo attorno al castello alza il dito per richiamare la mia attenzione, si ferma e mi ricorda squadrandomi  la nona cagione di malattia che ha, dopo lungo studio, individuato, la più insidiosa, non per niente lasciata da ultimo ‘Nè ho difficoltà di riputare per nona cagione delle malattie dei Letterati la vita loro appartata dalla società degli altri che sebbene sembri recar loro vantaggio porta seco tuttavia i suoi essenziali inconvenienti Gli uomini sono fatti pegli altri uomini il loro scambievole commercio porta dei vantaggi ai quali non senza proprio danno vi si può rinunziare e con ragione fu osservato che la solitudine produce un incomodo languore n Nulla più contribuisce alla salute che quella gioja animata dalla società e che resta assopita dal ritiro e questa causa morale della noja unita alle cagioni fisiche della malinconia di cui ho parlato di sopra perpetua nei Letterati una tristezza che per loro è tanto funesta quanto e vantaggiosa per gli uomini sociabili l’allegrezza rende quella misantropi fastidiosi inquieti disgustati di tutto ‘

Ma non si può uscire, e non posso autocertificare questa nona cagione perché non è prevista in nessun decreto. Tissot si stringe nelle spalle, non sa che farci e forse nemmeno comprende bene il problema, e prosegue la sua passeggiata da solo.

Ma del resto si è fatta sera, e anche quest’anno è al crepuscolo. E quando un anno che non si capisce è alle battute finali è quasi un sollievo.

Trovo Montale in biblioteca. Mi ricorda che se le cose non si capiscono conviene sempre guardarle da una certa distanza. Il suo anno incomprensibile è stato il 1968, alla cui fine mi ricorda che in Satura ha dedicato questi versi:

Ho contemplato dalla luna, o quasi,

il modesto pianeta che contiene

filosofia, teologia, politica,

pornografia, letteratura, scienze

palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,

ed io tra questi. E tutto è molto strano.

Tra poche ore sarà notte e l’anno

finirà tra esplosioni di spumanti

e di petardi. Forse di bombe o peggio,

ma non qui dove sto. Se uno muore

non importa a nessuno purché sia

sconosciuto e lontano.

Dalla luna o quasi, tutto cambia.  Bill Anders annuisce e conferma. Era proprio lì, letteralmente a un passo dalla Luna, quando scattò una famosa fotografia, famosa tanto quanto quella del fungo atomico di Nagasaki o del ribelle che ferma i carrarmati in Piazza Tienamen. Bill mi dice che ci sarebbe ancora voluto quasi un anno per metterci piede sulla luna, ma il 24 Dicembre 1968, pochi minuti dopo le 10:30 del mattino, ora di Houston, l’Apollo 8 stava riemergendo dal lato nascosto della Luna per la quarta volta. E tutto l’equipaggio, inclusi Lovell e Borman, si distrasse per un meraviglioso attimo, dimenticando i rischi, il tempo, le attrezzature maneggiate che valevano milioni di dollari. Dalla Luna o quasi, si vedeva la Terra.

Anders: Oddio, guarda quell’immagine laggiù! C’è la Terra che sorge. Wow, quant’è bella!

Borman: Ehi, non riprenderla, non è nel programma.

[clic dell’otturatore]

Anders: Hai della pellicola a colori, Jim? Dammi un rullino a colori, veloce, ti dispiace?

Lovell: Oh, gente, è magnifica.

Anders: Sbrigati.

Lovell: Dov’è?

Anders: Svelto.

Lovell: Qui in basso?

Anders: Prendimene uno a colori e basta. A colori per esterno. Spicciati. Ce l’hai?

Un bellissimo libro, quello di James Gladstone, intitolato Earthrise: Apollo 8 and the Photo That Changed the World, che ricorda quel momento unico e irripetibile, dove non ci vergognammo di manifestare ingenuità, stupore, entusiasmo. Lo sfoglio e lo rimetto a posto con cura nello scaffale.

Il potere delle parole che, ci consola, facendoci volare e riportandoci a terra allo stesso tempo. Il potere della luna, che ferma il tempo. È proprio lì, nell’intemporaneo, dove conviene stare adesso. In attesa che arrivi qualcosa, o qualcuno, non a liberarci, ma almeno a restituirci finalmente la diversità e la molteplicità del mondo, visto che vediamo solo le nostre facce riflesse negli infiniti specchi che popolano il castello. Montale mi dice che in fondo son parole sue, scritte in Xenia: 

il mio sogno non è nelle quattro stagioni.

Il mio sogno non sorge mai dal grembo

delle stagioni, ma nell’intemporaneo

che vive dove muoiono le ragioni

e Dio sa s’era tempo; o s’era inutile.

La biblioteca del castello è abbastanza grande da accogliermi: ritrovo i miei dieci libri là, aperti e mai finiti.  O finiti troppe volte, senza mai capirli fino in fondo. Mi viene voglia di torturarli, scollarli tutti, rimuovere dorsi e piatti e rincollare le pagine a casaccio, l’incipit dell’uno, il desinit dell’altro. Vorrei combinarli e non sapere mai quale storia mi aspetti. Sento una voce, quasi un sussurro o una cantilena un po’ ironica che dice Se una notte di inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intrecciano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto

Mi guardo intorno. Lui mi manca. Come sarebbe questa biblioteca dove a un tratto sono sola, se tutti i libri si aprissero all’unisono, come fiori su un prato?