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I pustaha, i libri sospesi tra magia bianca e nera

(si ringrazia Thomas Swaan per le foto e le importanti delucidazioni)

 

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I pustaha, che in sanscrito significa libro o meglio manoscritto, sono libri misteriosi. Appartengono al popolo Batak, originario del nord di Sumatra, in Indonesia. I testi di questo libro riprodotto in fotografia, parlano di magia e divinazione. Questo libro altro non è che il taccuino dell’uomo della medicina Batak, il Datu.

Datu lo dettava ai suoi studenti, o forse erano loro stessi a prendere quelli che oggi chiameremmo appunti delle lezioni.

Questo ne spiega ciò che anche a prima vista si nota, ovvero il carattere frammentario, fatto di liste, testi, disegni e formule magiche.

La conoscenza di un Datu si componeva di tre aspetti inscindibili e imprescindibili:

  1. La capacità di sostenere e proteggere la vita
  2. La capacità di annientare la vita
  3. La dote della divinazione.

La prima dote voleva dire conoscere e saper fare diagnosi, rimedi, pozioni magiche e amuleti, amuleti e oggetti magici, e saper celebrare cerimonie per salvaguardare l’anima dei propri protetti.

La seconda dote equivaleva a saper praticare all’occorrenza la magia nera

La terza dote era connessa alla capacità di indagare e formulare vaticini scrutando nelle anime degli uomini, interpretando il volere degli Dei, delle stelle e degli antenati.

La fattura del libro è preziosa, antica e complessa.

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La copertina del libro era sempre ricavata dalla corteccia degli alberi di Aquilaria, un sempreverde tipico del sud est asiatico.  La corteccia veniva prima ammorbidita in acqua di riso, che è la sospensione di amido ottenuta drenando il riso bollito o bollendo il riso fino a quando non si dissolve completamente nell’acqua.

Sulla copertina come si vede si incideva sempre un geco, per rappresentare una Divinità favorevole all’uomo Boraspati, Dea della terra e della fertilità.

Il libro aveva uno stretto legame con il cibo, in quanto doveva assicurare protezione alla comunità, mentre il cibo doveva assicurarne il sostentamento. Il simbolo del geco accomunava i due aspetti, comparendo di sovente come decorazione anche sulle pareti esterne dei granai.

L’inchiostro era ottenuto da resine che veniva mescolata riscaldandola con altri ingredienti.

Per scrivere si usavano invece penne di bambu, corno di bufalo, o parte della foglia di una palma da zucchero.

 

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Questo libro è scritto in una lingua rituale, il Poda.

 

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Bocca di rosa nel seicento: quando Francisco Macedo fu cacciato da Castellina

Se credete che la storia ogni tanto si ripeta cambiando certi fattori e vi piace De André  questo episodio è per Voi.

Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio
Il caso conferma l’importanza del piccolo borgo di Castellina in Chianti come centro di passaggio, stazione utilissima per recarsi nelle più disparate località utilizzando altre strade in alternativa al classico tragitto della Francigena. Come è noto, l’abitato è da sempre incrocio d’importanti arterie stradali in comunicazione con le valli d’Arbia, d’Elsa e della Pesa. Per questo luogo passava inevitabilmente molta gente: pellegrini, commercianti, viandanti d’ogni tipo e località. Persino Papa Leone X, durante il suo viaggio per incontrare Francesco I re di Francia a Bologna, sostò una settimana a Firenze e, di conseguenza, a Castellina nel novembre del 1515.
Oratorio S. Francesco alla Strada
Volendo evidenziare il transito di uomini di chiesa per Castellina, l’esempio più interessante e rilevante, se non altro per lo spessore squisitamente teologico e morale dell’individuo, è quello del celeberrimo padre Francisco Macedo da Coimbra (Portogallo), soprannominato «monstrum scientiae». Nacque a Coimbra nel 1596, formatosi da giovane in ambito gesuitico (1638) passò poi all’Ordine dei Frati Minori con il nome di Francesco di Sant’Agostino (1642). Personalità coltissima e poliedrica, ricoprì svariati ruoli sia nelle corti d’Europa che in ambito ecclesiastico: consigliere di Anna d’Asburgo regina di Francia e del re di Portogallo; qualificatore del S. Uffizio (l’Inquisizione) e durante un suo viaggio in Italia, papa Alessandro VII lo nomino lettore di controversia del Pontificio Collegio Urbano nonché professore di Storia Ecclesiastica presso lo Studium Urbis (l’Università della Sapienza), insegnamento introdotto per la prima volta in Europa proprio a Roma intorno al 1660. Mantenne la cattedra otto anni prima di dimettersi per insegnare filosofia morale all’Università di Padova.

L’illustre teologo giunse a Castellina il 4 ottobre del 1677 provenendo da Roma e intenzionato a salire l’Italia fino allo studium padovano. Prima però decise di fermarsi a Castellina per celebrare una messa nella pieve. Il 4 ottobre – memoria liturgica di san Francesco d’Assisidon Andrea Bianchi, pievano locale, era impegnato in una messa nell’oratorio intitolato proprio al santo francescano sito in località Strada (oggi proprietà Falassi), a sud dell’abitato castellinese. Data la sacrissima ricorrenza del 4 ottobre, Macedo pensò di celebrar messa nella pieve del SS. Salvatore. Un grande onore. Occasione che, contestualizzata al tempo in cui si presentò, dovette sembrare a dir poco eccezionale. Purtroppo, il pievano, al suo ritorno dall’oratorio di san Francesco alla Strada, si mostrò tutt’altro che disponibile e accogliente, arrivando persino a scacciare fisicamente il noto teologo.
Padre Macedo raffigurato insieme a Sant'Agostino e a Duns Scoto. Incisione dell'artista padovano Jacopo Ruffoni,1665-1680
Macedo si lamentò dell’accaduto con eminenti membri del clero regionale, come Mons. Pucci, vicario generale di Firenze, che al vescovo di Colle Val d’Elsa inoltrò il proprio rammarico per come fosse stato maltrattato il «più segnalato suggetto che habbia la religione Francescana». Il pievano castellinese si difese affermando che l’ottantunenne Macedo fosse giunto in paese con una «femmina di qualche sospetto», cioè una prostituta, tanto che il frate indignato spiegherà che la donna, accompagnata dal marito, altro non era che una dama di Modena proveniente anch’ella da Roma.

In questa diatriba però – e in pieno Seicento – fra Macedo effettuerà una lezione di morale davvero meravigliosa, spiegando nelle sue lunghe lettere che «io me ne vedo non solamente trattato di Apostata, ma ancora d’adultero […]; so bene che un Homo d’ottant’anni, e religioso di sessantasei, non è capace di cotesta nota. Le Puttane, se lo sono, non si scacciano dalle Chiese, anzi [bisogna] invitarle per le Messe e Sacramenti. Le Chiese vogliono aprirsi ai fuggitivi e ai malfattori. Il signor Pievano doveva considerare che Christo non rifiutò la Maddalena».

Fra Macedo parla di una Chiesa che sia in grado di rifiutare il peccato ma non i peccatori. La grazia salvifica di Cristo raggiunge tutti. La Chiesa è santa in quanto accoglie, consola e aiuta il peccatore ad affrontare il lungo, spesso tortuoso, cammino di conversione. Una lezione oggettivamente grandiosa, tale da essere ancora oggi degna d’ogni considerazione. Il pievano castellinese, invece, sembra essere ancorato ancora a quella politica pontificia cinquecentesca che promosse, attraverso i papi Pio V e Sisto V, una vera e propria persecuzione, soprattutto nella Città Eterna. Le meretrici minano quotidianamente la moralità del popolo, sono povere e nel peccato trovano la sussistenza materiale di cui necessitano. Queste donne furono spesso arrestate, a volte castigate con punizioni corporali o, il più delle volte, mandate in esilio. L’assurda diatriba tra don Andrea Bianchi e fra Macedo da Coimbra si concluse il 14 gennaio 1678, con l’ultima lettera del pievano castellinese.

Probabilmente redarguito dai suoi superiori e finalmente consapevole a pieno delle virtù e degli insegnamenti del monstrum scientiae, don Andrea indirizzò le sue scuse più sentite, affermando di aver agito ‘senza riflettere’, che non era ‘pienamente informato’. Prega il noto francescano di perdonarlo e spera di rivederlo per trattarlo con «ogni maggiore e ben dovuto ossequio». Purtroppo, Macedo, religioso e teologo stimatissimo nel suo tempo, non rispose alle scuse né tanto meno tornò a Castellina per celebrare la messa in onore di san Francesco d’Assisi. Morì appena 3 anni dopo affermando a chiare lettere che «non mi sovviene in mente di haver mai ricevuto una ingiuria simil a quella di Castellina». Tuttavia, il caso particolare, approfondisce e conferma l’importanza di questo piccolo borgo chiantigiano come centro di passaggio, stazione utilissima per i numerosi viaggiatori che per recarsi nelle più disparate località utilizzarono altre strade, sentieri validi, percorribili e attrezzati in alternativa al classico tragitto della Francigena di fondo valle.

Quelle vie (poi chiamate romee) che già la dinastia ottoniana percorse per attraversare l’Italia centrale e recarsi a Roma. Del resto, don Andrea Bianchi non avrebbe mai potuto reagire in malo modo – ostinandosi a voler ragione persino nella corrispondenza – e a scacciare fisicamente il celeberrimo francescano se non ci fossero stati, per queste terre, «ne’ tempi andati, più Sacerdoti forestieri, reali o mentiti, e tal volta Apostati, in compagnia di Donne sotto abito religioso». Tali esperienze obbligarono il pievano «ad aprire maggiormente e bene gli occhi nelle richieste di celebrare», perdendo l’occasione preziosa di veder «onore della Chiesa, e […] poterla puntualmente servire, com’è seguito in altre persone degne».

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Insomma….
Persino il parroco che non disprezza
Fra un miserere e un’estrema unzione
Il bene effimero della bellezza
La vuole accanto in processione
E con la Vergine in prima fila
E bocca di rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano

( grazie a Vito De Meo per lo splendido pezzo inedito e per le immagini)

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Firmate la petizione: salviamo la carta, salviamo la parola. Diffondete!!!

Grazie al supporto di molti e all’incoraggiamento di Massimo Arcangeli ho fatto partire questa petizione  su change. org
Questo è il link

Qui sotto il testo integrale. Firmate numerosi! in questo momento ci osno molti problemi sul tappeto, ma questo è sicuramente uno di quelli e ha avuto molta meno visibilità di tanti altri.

Salviamo la carta, salviamo la parola

AIUTO!!! QUESTA EMERGENZA UCCIDE LA CULTURA..

Recentemente un giornale australiano è balzato agli onori delle cronache per aver pubblicato un inserto di carta igienica.

Bene, si dirà. La carta ha così tanti usi. Quello che ci preoccupa è che, a breve, potrebbe rischiare di scomparire il suo uso storico principale.  L’iniziativa di quel giornale ne è l’immagine plastica, e la cosa non era certamente prevista.

Sono Massimiliano Bellavista, scrittore, docente e blogger. Fino a qualche mese fa, con Massimo Arcangeli, stavamo lavorando ai contenuti della manifestazione “Parole in cammino. Il festival dell’italiano e delle lingue d’Italia”, che come ogni anno spinge a riflettere su tante parole dell’italiano “eticamente” sensibili, bisognose di essere riempite nuovamente di senso, di essere risemantizzate per risorgere a una nuova vita o di essere semplicemente “salvate” perché poco usate (e perciò da usare di più). La posta ora in gioco è più alta.

Il problema futuro di tanti comparti industriali, e l’editoria non fa eccezione, sarà di muoversi e di destreggiarsi tra le macerie di quel che avverrà a emergenza finita. Illuminante al riguardo l’appello di Ricardo Franco Levi, presidente dell’Aie, apparso qualche giorno fa in un’intervista sul “Corriere della Sera” e al quale non si può non rispondere. In quell’intervista i danni subiti dall’industria editoriale, essenziale in un paese che ha sempre fatto della cultura la sua bandiera, sono apparsi in tutta la loro evidenza:

«I primi dati, raccolti in base a un questionario sottoposto a 145 case editrici sul periodo compreso tra il 17 e il 20 marzo, fotografano una realtà che era finora soltanto intuibile. Sarà lunga, anche sul libro, l’onda dell’emergenza Coronavirus. In sintesi: a fine 2020 si stimano 18.600 opere in meno pubblicate (nel 2018 sono stati pubblicati 78.875 titoli); 39,3 milioni di copie in meno stampate e confezionate; 2.500 titoli in meno tradotti. Un impatto diretto e devastante che anche qui non risparmia nessuno…Con la crisi del libro il Paese rischia un danno culturale gravissimo che si ripercuoterà anche sul futuro». L’emergenza riguarda imprese piccole e grandi indistintamente: «Le prime perché hanno strutture e spalle finanziarie meno robuste, le seconde perché hanno costi e investimenti maggiori».

Una situazione di estrema gravità, ha sottolineato Levi, anche perché finora, ha aggiunto, «il mondo del libro è stato sostanzialmente dimenticato rispetto al grande impegno che è stato profuso per venire incontro alle difficoltà dell’economia italiana».

Abbiamo fatto scaturire da tutto questo una proposta. Consiste di tre linee politiche di intervento su cui invitiamo chiunque abbia a cuore la cultura a mobilitarsi, facendo sentire la sua voce e aderendo alla nostra sottoscrizione:

1.      Tutelare il libro cartaceo per evitare che una cultura che si è sedimentata in secoli e secoli di produzione, trasmissione e ricezione del sapere per via libraria si smaterializzi di botto, con danni incalcolabili. Dopo la smaterializzazione dei rapporti sociali, i cui effetti potrebbero protrarsi a lungo, ben oltre la durata dell’emergenza, potremmo assistere a una smaterializzazione della cultura libraria, che della smaterializzazione sociale potrebbe essere lo specchio fedele e brutale.

2.      Sostenere, nell’emergenza e dopo l’emergenza, il settore dell’editoria libraria, esattamente come avviene per l’industria del cinema e dello spettacolo, anche nel reperimento delle risorse necessarie per l’acquisto della carta,

3.      Riaprire immediatamente le librerie, che già navigavano per tanti versi in brutte acque, anche per favorire la circolazione del sapere (e dei singoli saperi disciplinari), quanto mai necessaria in condizioni di crisi, e per aumentare le occasioni di formazione o di semplice svago.

Bisogna continuare a leggere e a scrivere. L‘editoria libraria è un settore che in qualunque paese civile, soprattutto in situazioni d’emergenza, dovrebbe essere ritenuto strategico per la sua capacità di generare un notevole indotto, a fronte di un investimento tutto sommato contenuto rispetto alle risorse necessarie per sostenere altri comparti, e per la sua funzione di potente leva sociale e reputazionale (oltreché culturale) per un’intera collettività.

 

 

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Alsario della Croce, la modernità di una maledetta Cassandra.

ALSARIO

Cassandra era figlia di Priamo, re di Troia; il dio Apollo, che si era innamorato perdutamente di lei, le fece dono della preveggenza. Ma si sa all’epoca non si era disinteressati come oggigiorno e non si faceva niente per niente; Apollo aveva altre idee su di lei ma la giovane principessa troiana rifiutò la sua proposta amorosa di Apollo.

Lui non la prese bene e non si prese il dono indietro, la sua vendetta fu molti più fine e subdola: fece in modo che nessuno più le credesse e difatti numerose furono le sue profezie su futuri eventi negativi, ma non furono mai prese in alcuna considerazione.

Ora, di Cassandre che non possedevano doni divini ma semplicemente avevano le antenne un po’ più dritte degli altri, è piena la storia. in momento in cui tutti si riempiono la bocca con le opere del Manzoni e con la peste di Milano ci si dimentica di Vincenzo Alsario della Croce. Un uomo in anticipo sui tempi.

Medico prestigioso nato nello Stato di Genova poco dopo la metà del secolo XVI e morto nel 1631, nel primo periodo del secolo XVII era professore di chiara fama in Roma e archiatro di papa Gregorio XV, nonché cameriere d’onore di Urbano VIII.

Ebbe apparentemente un solo intoppo nella sua carriera, e per giunta proprio al termine di essa e della sua relativamente breve vita (morì poco più che cinquantenne). Lo storico e biografo Gerini, in un’opera del 1829, dice che venne allontanato da Roma perché «bisbetico, litigioso, millantatore soverchio e poco prudente».

Sarà. Forse era semplicemente nervoso perché nessuno lo voleva ascoltare. «Temendosi di peste l’anno 1630 vi pubblicò in lingua italiana un discorso pratico a preservarsi dal contagio; né avendo punto giovato questo suo lavoro, stampò l’anno seguente un consiglio in lingua latina sopra la peste che di già incrudeliva» [Storia letteraria della Liguria III, 256].

Eppure nel libro, stampato a Roma nel 1630 era stato chiarissimo, a cominciare dal titolo: Providenza metodica, per preservarsi dall’imminente peste. Discorso pratico, ove sono rimedij preservativi, e curativi ancora, cavati co’l mezzo di scopi metodici dalla cirugia, farmacia, e dieta, per comune intelligenza di tutti, in lingua volgare.

In esso, il nostro medico si rivolge a Urbano VIII dicendo che il pericolo è imminente, che va contenuto finché si è in tempo e che il suo scopo è soltanto quello di preservare con esatte diligenze le Province dello Stato Ecclesiastico, e Roma stessa dalla contagione, che si miseramente consuma la Lombardia. (e in realtà era già arrivata a colpire il Veneto, Bologna e a Modena).

Quanto di più moderno e attuale  ci si potesse aspettare da un libro del 1630.

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Il Grande silenzio

Per il nostro Caffè 19 il contributo di Ezio Quarantelli (Direttore Editoriale Lindau) che ringraziamo.

Il grande silenzio

il grande silenzio

di Ezio Quarantelli

 

Sono solo in casa editrice, dove per il momento mi ostino a venire (mi è difficile lavorare a casa), anche se in costante contatto con tutti i miei compagni di avventura. Questa mattina ho sentito alla radio un lungo elenco di ragioni in base alle quali il lavoro da casa sarebbe preferibile, anche in tempi normali, al lavoro svolto comunitariamente in ufficio.  Sono perplesso. È bello, è vero, rimanere nel proprio ambiente domestico (magari in pigiama: è una delle ragioni evocate!), decidere, entro certi limiti, quando lavorare e quando fare altro, o quale musica ascoltare, cucinare il proprio piatto preferito tra una bozza e l’altra, evitare i contatti (se non in forma molto mediata) con il collega che proprio non sopportiamo. E può essere vero che la produttività così ci guadagni (e l’azienda risparmi, sull’affitto, sui consumi ecc.). Ma, così facendo, verso quale tipo di società e di convivenza ci dirigiamo?

Siamo già e da molti anni, individualmente e collettivamente, sempre più orientati all’isolamento o, quanto meno, a una progressiva sterilizzazione dei rapporti. La dimensione della relazione interpersonale, quella dell’incontro e della condivisione, dell’aiuto e del sostegno reciproco, del reciproco “accompagnamento” lungo le sempre incerte strade della vita, pare interessare soltanto a ristrette élite ideologicamente impegnate. I più (forse anche io) sembrano unicamente interessati a coltivare il proprio benessere (una parola chiave di questi anni), da soli o in una ristretta compagnia. Qualcuno parla di nuove forme di socialità. Mah… Sono d’accordo sulla “novità”, assai meno sul suo reale carattere. Mi sbaglio?

In questi giorni ho utilizzato diverse modalità di comunicazione online. Lo sappiamo tutti: ormai è possibile vedersi e parlarsi, come se si fosse uno di fronte all’altro. Ma si tratta di una vera equivalenza? Io dico di no. Io vivo questi giorni e queste necessarie modalità di comunicazione a distanza come una quaresima, in cui si fa quel che si può (e si deve), ci si consola a distanza (ed è anche bello), in attesa che tornino tempi migliori. Non è sempre facile la vita in casa editrice. Non siamo pochi e i caratteri spesso confliggono. Io poi non sono forse così efficace nel “dirigere il traffico”, anche se lo faccio da tanti anni. Ma preferisco mille volte avere tutti intorno, discutere, litigare, arrabbiarmi, che essere molto tranquillo, e forse efficiente, in solitudine.

“La vita”, scriveva Alain, “è un mestiere che bisogna fare in piedi”. Non da soli, aggiungo io. Proprio per questo stiamo lavorando a diverse iniziative, per farvi compagnia. Tenete d’occhio il nostro sito e le nostre pagine social. E soprattutto scriveteci, raccontateci la vostra vita quotidiana, le vostre letture, le vostre speranze, le vostre paure. Rendiamo fertile il grande silenzio che ci circonda.

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Il bisogno di futuro

bisogno di futuro

Dovendo riflettere su quale dei nostri sensi più ci possa aiutare a comprendere il futuro chissà perché ma mi capita di pensare sempre più spesso all’udito.

La vista non ci aiuta, il futuro è troppo lontano, sempre oltre la curvatura dell’orizzonte e oltretutto a volte ci inganna come fanno i miraggi in mare aperto, invitandoci maliziosamente verso montagne e coste situate ben oltre l’orizzonte.

Il tatto men che meno è affidabile, il futuro è un tesoro intangibile poiché è quel luogo dove il presente e i nostri sogni finalmente si toccano, sarebbe una contraddizione in termini se non lo fosse, se potessimo davvero toccarlo.

Forse allora il futuro è capacità di ascolto, capacità di intendere i silenzi nascenti che sporadicamente intervallano il molto rumore che il nostro presente produce: proprio lì, forse, si sta generando un nuovo suono, l’alfabeto di un nuovo discorso sul mondo che ancora non si sa articolare, ma che tra un poco tutti intenderanno.

Inoltre il nostro orecchio, con la sua struttura complessa, è anche il centro dell’equilibrio; quindi analizzare i futuri possibili significa alla fine proprio questo: discernere tra i vari scenari quello che, col senno di poi, era inevitabile che dovesse verificarsi, non in quanto fosse il più logico, o il più probabile, ma in quanto era il più armonico, il più capace di mantenersi organicamente e costantemente in equilibro tra il nostro presente e il nostro possibile.

Utilizzando il nostro orecchio, udiremmo varie voci, voci che a volte ci parlano di un inesorabile accumulo di passato che ci sommergerà “La città di Leonia rifà sé stessa ogni giorno…l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove…Il risultato è questo: più che Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può più togliere…. “ (I. Calvino).

Ma ci sono anche voci un poco più ottimistiche, che ci direbbero che il futuro è già qui, lo stiamo già vivendo “Noi viviamo in contemporanea tre tempi: il presente del passato, che è la storia; il presente del presente, che è la visione; il presente del futuro, che è l’attesa. (Sant’Agostino)” anche se non è sempre facile leggerlo perché Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta. (P. Valéry)” e anche Amleto ci direbbe a tal proposito che “We know what we are but know not what we may be (W. Shakespeare)”.

Del resto, anche se agissimo nel presente con tutte le migliori intenzioni applicandoci per un futuro “migliore” o, quanto meno, “sostenibile” chi ci garantisce che questa volta non il nostro orecchio, ma quello dei posteri, intenderebbe il nostro linguaggio e le nostre intenzioni? In fin dei conti “ L’erede riceve qualcosa di diverso da quel che il morente gli lascia in eredità (E. Canetti).

Ma non dovremmo scoraggiarci per quanto saremo riusciti in qualche modo ad ascoltare perché il passato, le nostre cognizioni e la nostra capacità di pensare e riflettere sono carte che non possiamo non giocare: ancora una volta ecco una voce, quella di Don Chisciotte, che ce lo conferma “La storia è madre della verità, emula del tempo, depositaria delle azioni, testimone del passato, esempio e annuncio del presente, avvertimento per il futuro. (M. de Cervantes)

E quindi occorre darsi da fare, perché il futuro, se adesso fatichiamo ad ascoltarlo, tra poco potremmo vederlo e toccarlo, forse anche prima di quanto pensiamo: “- Alice: Per quanto tempo è per sempre? – Bianconiglio: A volte, solo un secondo.” (L Carrol)

E poi, troppe sono le incognite e i rischi se non lo facessimo, visti i mezzi di cui l’umanità oggi dispone: e qui altre parole ci circondano improvvisamente.” Il dottor Frankenstein sta sulle spalle di Gilgamesh. Poiché non si può fermare Gilgamesh, è impossibile anche fermare il dottor Frankenstein. La sola cosa che possiamo tentare di fare è di influenzare la direzione che stiamo prendendo. Dato che presto potremmo essere in grado di progettare anche i nostri desideri, forse la vera questione che ci troviamo di fronte non è “Cosa vogliamo diventare?” ma “Cosa vogliamo volere?”. Coloro che non sono spaventati da questo interrogativo, probabilmente non ci hanno riflettuto abbastanza. (Y. N. Harari). Inoltre un’altra voce forse aggiungerebbe che  “La volontà di fare scaturisce dalla conoscenza di ciò che possiamo fare.” (J. L. Allen)

E alla fine di questo percorso, possiamo davvero concludere che porsi in ascolto del futuro è fondamentale. Ma bisogna stare attenti a non ascoltare solo quel che vogliamo sentire…sarebbe un errore; il futuro non è il nostro specchio, ma una finestra aperta su un paesaggio affollato e mutevole. Quando si ascolta davvero, fateci caso, difficilmente c’è tempo di fare altro: ci si concentra, allontanando tutto il resto, ed il prima che si è vissuto diventa un cumulo di sensazioni che ci rende più ricettivi a questo o quel suono, all’inizio di una nuova storia (per questo forse, si potrebbe aggiungere che sarebbe bene che ascoltassimo in compagnia di altri, come quando si assiste ad  un concerto).

“Anche per te ci sono novità”. “È una giornata di molte novità. Per me e per te”.”

“Bene”. “E adesso?”.

“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”.

“E questa?”.

“Questa è finita”.

“Finita finita?”.

“Finita finita”.

“La scriverà qualcuno?”.

“Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento”. (D. Del Giudice)

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L’Italia degli oroscopi: anche le stelle restano a casa.

 

 

      oroscopo

 

Mercurio è in Acquario dal 4 marzo fino al 15 marzo ed invece quel matto di Saturno entra in Acquario dal 22 marzo fino al 1 luglio ore 23,29. Per cui, essendo quel disfattista di Saturno responsabile di tutto, basterà solo aspettare che se ne vada e tutto il disastro sarà alle nostre spalle.

Nostradamus invece aveva previsto tutto, compreso l’esito del Campionato di Calcio 2020. Il vincitore, naturalmente, ci sarà svelato a cose fatte. Nostradamus si sa, è un evergreen che va bene per tutte le stagioni, un prêt-à-porter per i disastri, che attraverso di lui si possono ottimamente profetizzare dopo che sono accaduti.

In rete e sui giornali ci si arrabatta come si può, ma sono tempi davvero duri per tutti i lavoratori, compresi gli astrologi. Del resto, se dagli astrologi si passa agli astronomi (in Italia per molta gente non c’è poi così grande differenza tra le due parole), già quasi quarant’anni fa Carl Sagan ci diceva che “Siamo fatti della stessa materia delle stelle“. E viceversa. Dunque se noi stiamo male anche le stelle non possono passarsela troppo bene.

E allora via tutti a cambiare gli oroscopi. Se volete divertirvi, il mutamento leggendo giornali, riviste e rubriche e quant’altro in questi giorni è spassoso quanto, tanto per restare in tema, copernicano.

Basta leggere gli oroscopi fino a Gennaio e confrontarli con quelli di questi giorni. Ve lo consiglio, fa bene allo spirito e alla salute.

A Gennaio

Per le coppie: la primavera è un melting pot di incontri per chi è in cerca di un nuovo amore.”  (saranno virtuali?)

Tante le cose da fare! Come in uno scambio ferroviario, occorre sapere esattamente a che “ora” passano le occasioni. In primavera, viaggi, viaggi, viaggi!” (Speriamo, speriamo, speriamo!)

“Quando vi avventurerete a camminare su un terreno poco conosciuto, guardatevi attorno e fate un passo alla volta” (possibilmente non oltre i cento metri da casa e autocertificandosi)

è tempo di gettare le maschere e tornare ad essere quel che si è” ( appena possibile, seguiremo di certo il consiglio)

Occhio a quel bischeraccio di Saturno, ma comunque il 2020 sarà un anno “che fila via veloce e senza noia”, con uno speciale “semaforo verde per mutui e prestiti” (e questa sì, l’hanno proprio azzeccata).

A Marzo

Ma il Marzo di alcuni famosi calendari non è male per niente, tra un caveat per l’asma,  il più terribile male respiratorio di stagione e una illuminante massima di Papa Francesco Le mani che si stringono non garantiscono solo solidità ed equilibrio, ma trasmettono anche calore umano.

Come correre ai ripari? Mettendosi le stelle in casa.

Hai dei problemi con i familiari? è colpa della quadratura di quel bastardo di Saturno. Non evitarli viaggiando o stando lontano da casa e affrontali subito con il diretto interessato, tanto non te ne puoi liberare come prima uscendo tu per un lungo viaggio o defenestrando lui o lei. Incorreresti quantomeno in un doppio reato.

Avete voglia di programmare qualche evento? Beh le stelle sono favorevoli, potete farlo. Sappiate solo che lo stesso potrà subire qualche ritardo.

Avete (ancora) un lavoro? C’è ancora quel menagramo di Saturno che cambia segno zodiacale, passando dal Capricorno all’Acquario e “presto ci sarà qualcosa da decidere” (o con tutta probabilità altri lo decideranno per Te, magari per Decreto), Ma con calma perché cosa è meglio che chiudersi in casa a pensarci prima di prendere un decisione che potrebbe cambiarvi la vita?

Amanti del bricolage: l’anno è favorevolissimo-recita un altro di quei figli delle stelle- ai piccoli lavoretti domestici, un gran modo per tenersi occupati a casa e risparmiare. Ma –conclude vedendoci lungo-attenti agli infortuni e state lontani dal pronto soccorso!

Gli oroscopi per speciali categorie non sono da meno. Sembra che il 2020 sia un anno particolarmente favorevole agli sport individuali. Del resto, quello stronzo di Saturno passa in dodicesima casa e questo, si sa,  ha lo stesso effetto post prandiale della peperonata: subito dopo la digestione ti rende solitario e introspettivo.

Va a finire che la previsione migliore di tutte è quella su cui tutti, ma proprio tutti gli astrologi, sono d’accordo. Il 31 Dicembre 2020, e non il 32, l’anno (pare, con sollievo di tutti) dovrebbe finire. Non resta che aspettare a casa. Chissa che faccia farà quel poco di buono di Saturno.

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Le meraviglie del libro di giada

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Splendidi, curiosi e rari.

Quando si dice di un libro che rappresenta un tesoro o un gioiello, in questo caso si è letteralmente vicini alla realtà. L’uso della Giada in Cina come materiale rituale risale con tutta probabilità addirittura al Neolitico. Secondo un antico proverbio cinese «l’oro ha un prezzo ma la giada non ne ha».

Oggetti di giada che avevano un significato religioso o indicavano un determinato status, politico o sociale.

Nella prima di queste foto un meraviglioso libro di giada con il suo sigillo imperiale.

Il sistema dei libri e dei sigilli fu fondato a partire dalla dinastia Qing. I 25 sigilli imperiali erano una rinomata collezione di sigilli ideata dall’imperatore Qianlong per rappresentare il potere statale. Ne era ben specificato il rispettivo ambito di utilizzo.

Di quei 25 sigilli imperiali, 23 erano di giada, con un disegno di drago e iscrizioni in caratteri Manciù e Han. Originariamente realizzati in oro e giada, sigilli imperiali e libri furono realizzati solo in giada dal 36 ° anno del regno dell’Imperatore Qianlong. Libri di giada e sigilli di giada con titoli postumi furono realizzati per ex imperatori ed imperatrici deceduti quando tali titoli venivano conferiti.

I testi potevano avere carattere evocativo o rituale, qualche volta si trattava di poesie. Quanto segue è una libera rielaborazione di concetti e suggestioni provenienti da quei testi.

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Il libro di giada

 

Davvero sembra uguale a un cielo

Che come la giada non nasconde mai insidie

Oltre la pelle d’ambra

Il tuo sorriso che svela la bocca

Piccola foglia tonda e carnosa

Quel tanto che basta a baciarla.

Sulle mie labbra

Muoiono le onde del tuo dolce respiro

In quei respiri di rosso cinabro

Sono intrecciati in nodi segreti

Le forti fibre di tutti i tuoi pensieri

Che solo io potrei sciogliere.

 

Quando sono partito

Ho lasciato le mie mani nelle tue

Il cuore incastonato nel tuo petto.

 

Ne fiorirà la notte

Che sempre si accenderà tra sole e sole

Della sua fitta lanugine nera

Mi farò una coperta

Calda e accogliente come i tuoi occhi

Perché attorno a me

Non si accumuli la densa

e acre cenere del silenzio

 

Il libro di giada di cui ti ho fatto dono ti veglia

Come si veglia un altare

Quel libro è uno specchio amico del tuo volto

Come il mare

Parla con onde che increspano la luce

Non ha voce, ma ha parole vere, immutabili

Simili a quelle di un padre

 

Le parole degli amanti sono invece corda spezzata

vento rabbioso che si torce come ferro sull’incudine

Impalpabile vuoto che cresce

tra gocce di pioggia sempre più trasparenti.

Non possono né attendere

Né trascendere questa stagione.

Come un semplice fiore

Che non può  trattenere  il tempo

Non sono capace di attesa

 

Ora che sei lontana e le tue montagne coprono il mio sole

La terra si fa specchio arido e netto della mia ombra smarrita.

Solo pochi giorni fa sulle montagne

Come i segni del cielo che scorrono sul libro di giada

Così correvano le stelle sulla tua schiena vicino alla mia.

 

Ora il fiume, quasi in secca, non mi porta più

Il suono di quelle poderose cascate, il crepitare di infiniti echi.

Nelle mie orecchie

Non corre fischiando come sangue la tua voce.

 

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Valere un Perù…

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Il Perù, conquistato da Francisco Pizarro nel 1532 in nome e per conto della Corona di Spagna, era un’immensa miniera d’oro, e in Europa divenne presto simbolo di un luogo favoloso pieno di enormi ricchezze.

Valere un Perù diventò spesso un modo di dire diffusissimo, che è arrivato fino ai nostri giorni, nel senso di valere moltissimo, possedere un valore inestimabile

In tutta Europa, appunto, e non solo in Italia. Ce lo dimostra questo frammento inedito di un album amicorum.

Qualche secolo fa, quando si restava a casa ben di più, perché erano i mezzi e la difficoltà di spostamenti ad imporlo. E la casa era di conseguenza un luogo ben più sacro di adesso. Le visite di qualcuno in viaggio per motivi di piacere, lavoro o studio erano pertanto eventi da ricordare. E il proprietario dell’album chiedeva a questi visitatori di lasciare un segno del loro passaggio, sotto forma di massime, disegni o motti. A volte era lui stesso ad annotarli e datarli.

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In Italia gli album amicorum sono poco diffusi, lo sono stati soprattutto nel nord Europa, dal Cinquecento in poi. E questo inedito esemplare olandese settecentesco ci dice che il detto era popolare anche lì. Solo che l’amico, grato per l’ospitalità ricevuta dal padrone di casa, si pone in qualche modo in antitesi.  È così contento che in questa pagina annota: L’amicizia, il vero sale della vita umana, non la venderei nemmeno per le ricchezze di tutto il Perù.

E aggiunge una massima latina: fide, sed cui vide.  Fidati (certo) ma controlla sempre bene di chi

E lui evidentemente lo aveva fatto. Pare con esito positivo!

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Made in Nantucket

the lure of the limerick

What is exactly a limerick? Beyond the classical definition of short, humorous and sometimes over the top five-line poem with a distinctive rhythm, there is much more.

Its structure says that the first, second and fifth lines are longer than the third and fourth lines. The rhyming pattern is AABBA. The longer A lines rhyme with each other and the shorter B lines rhyme with each other. Nine beats in line one, two and five, six beats in lines three and four…the third, sixth and ninth beats in lines one, two and five are accented: therefore it sounds like ditty-dum, ditty –dum, ditty-dum as described in the book The lure of the limerick.

But its story tells us much more. It’s a very old form of verse, practiced in different ages by many famous writers and artists. In facts we are probably talking about the only truly original verse form of the English language.

There is a fun story about limericks, between many others.

There once was a man from Nantucket…” is the famous initial verse of a limerick, something we’ve all heard.

Fact is, sometimes limericks are connected in a sequence.

This five-liner appeared in the Princeton Tiger in 1917

There once was a man from Nantucket,
Who kept all his cash in a bucket;
But his daughter, named Nan,
Ran away with a man,
And as for the bucket, Nantucket.

And that bred through the years a huge quantity of all kind of imitations. Everybody, columnists, writers, magazines all tried their best: but it took quite a while to pick up a worthy heir. These two memorable limericks, published by Chicago Tribune and New York Press, made the ironic sequence finally complete!

…But he followed the pair to Pawtucket,
(The man and the girl with the bucket)
And he said to the man,
“You are welcome to Nan”
But as for the bucket, Pawtucket.

…Then the pair followed Pa to Manhasset,
Where he still held the cash as an asset;
And Nan and the man
Stole the money and ran,
And as for the bucket, Manhasset.

And finally, how about this?

 Believe it or not, this Is also a limerick. This is read as follows:

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    A dozen, a gross, and a score

    Plus three times the square root of four

    Divided by seven

    Plus five times eleven

    Is nine squared and not a bit more.

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Parte il Caffè letterario 19: per favore aiutateci!!!!

marco vichi

Grazie agli amici scrittori, saggisti , giornalisti, bibliofili e cultori della materia letteraria, alla fine siamo partiti. Caffè 19 si rivolge a tutti voi. Per favore mandateci anche piccoli contributi, in italiano ed inglese, sotto forma di video, foto, testi, racconti, cose curiose e aneddoti aventi a oggetto i libri e l’infinito mondo della letteratura. Questo aiuterà tutti a intrattenersi piacevolmente e in modo intelligente da casa, uscendo più arricchiti da questo bruttissimo momento.

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Le parole in cammino per il momento si ritirano: ma è solo un rinvio

la parola che non muoreAbbiamo preparato delle bellissime cose! è solo un piccolo rinvio… Vorrà dire che vi stupiremo più avanti!!!

RINVIO IV Edizione di Parole in cammino – Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia

Siena, EDIZIONE 2020 www.ilfestivaldellalinguaitaliana.it

L’emergenza coronavirus costringe a posticipare la quarta edizione del Festival della Lingua italiana (Parole in cammino – Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia (previsto a Siena per 1-5 aprile 2020) alla prima settimana di ottobre (1-4 ottobre).

Massimo Arcangeli, direttore artistico della manifestazione, e l’associazione “La parola che non muore”, insieme alle istituzioni che sostengono il festival, il Comune di Siena, l’Università per Stranieri di Siena, l’Università di Siena e la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, stringono in un abbraccio virtuale tutti coloro che, in questi giorni difficili, hanno contratto il virus o hanno familiari contagiati. A tutti un augurio di pronta guarigione, e agli altri (e a tutti noi) l’augurio che si possa presto tornare a fare una vita normale in compagnia di una cultura che, in situazioni di crisi come quella che al momento stiamo vivendo, si rivela tanto più preziosa.

Dichiara Massimo Arcangeli, direttore artistico della manifestazione: “ Ringraziamo le tante persone che, in quasi un anno di lavoro, ci hanno sostenuto con il loro impegno e il loro affetto, ci hanno fornito il loro prezioso e costante supporto, hanno collaborato con noi per la migliore riuscita possibile della manifestazione. Riprenderemo presto a lavorarci tutti insieme, con  rinnovato entusiasmo, trasformando l’emergenza in un’opportunità”.

“Mi spiace che si sia costretti a rinviare questo evento”, dichiara l’assessore all’Istruzione e all’Università del Comune di Siena, Paolo Benini, “approfitteremo del tempo che abbiamo davanti per migliorarlo ancora”.

“Siamo dispiaciuti per aver dovuto rimandare la quarta edizione del Festival”, dichiara a sua volta Francesco Frati, rettore dell’Università di Siena, “ma le misure urgenti che il Governo ha varato per il contenimento della diffusione del coronavirus ci impone di fare la nostra parte, rinunciando ad eventi il cui svolgimento non è coerente con tali misure. Il lavoro organizzativo compiuto in questi mesi, tuttavia, non sarà buttato”.

Per Carlo Rossi, presidente della Fondazione Montepaschi, nella generale consapevolezza “della straordinaria emergenza sanitaria che il nostro Paese sta attraversando”, è “opportuno che ognuno faccia la propria parte per affrontare e superare presto la criticità.  Il posticipo dell’iniziativa va nella direzione e nello spirito che ci contraddistingue da sempre: l’attenzione verso la comunità.

Siamo altresì certi che la nuova riprogrammazione del festival incontrerà i favori di un pubblico ancora più vasto e interessato”

Ne è convinto anche Pietro Cataldi, rettore dell’Università per Stranieri, che ha riassunto così il pensiero di tutti: “Tutto ciò di cui ci stiamo privando in questi giorni è una figura di civiltà, una promessa di futuro per tutti. Un festival, poi, è anche una festa. Lo faremo quando ci sarà da festeggiare”.

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Fiori nei balconi e carne da cannone

Mettete dei fiori nei vostri balconi.

Qualche ora fa questo mieloso slogan imperversava in rete.

Potrebbe anche valer la pena per i pacifisti più previdenti (quelli insomma che intendono autoconservarsi per il dopo) di sostituire cicorietta e pomodorini ai fiori. Sono alla fine ugualmente decorativi, ma forse più utili in quanto edibili, cosa alla fine utile dato il progressivo incartarsi delle filiere produttive e distributive che inevitabilmente si verificherà stante il perdurare della situazione che stiamo tutti vivendo, e la conseguente  penuria di generi alimentari freschi che si sta già verificando, soprattutto di quelli ortofrutticoli, ma  non è questo il motivo dell’articolo. Certo comunque oggi fa specie vedere certe ricette nei programmi serali di cucina composte con oltre cento ingredienti tra i quali agrumi o spezie che hanno viaggiato per almeno diecimila chilometri per arrivarci nel piatto, quando stasera sugli scaffali del locale supermercato sopravvivevano carote sbiadite e modeste tracce di cavolo cappuccio.Niente limoni mano di budda o garcinia mangostana. Peccato.

Ma ciò che più preoccupa è l’evidente, assordante silenzio di organi di stampa e commentatori su quello che si sta davvero verificando in Europa. E non nelle strade o negli ospedali, ma nelle nostre teste.

C’è da grattarsela, la testa: sessanta milioni di Italiani e svariati spagnoli (da oggi) che cantano asserragliati dai balconi (financo quel testardo irriducibile di Don Matteo non va in biciclettta e si è fermato  a casa a leggere e tra poco nemmeno Maria de Filippi toglierà più la busta per rispettare le distanze di sicurezza) mentre in Inghilterra gli assembramenti canori prediligono ancora stadi, discoteche e quant’altro e la Francia gli si avvicina.

L’ Europa che ha già perso tutti i possibili treni su debito pubblico, immigrazione, politica internazionale questa volta non sembra nemmeno arrivata in stazione.

In Italia si rinviano persino le riunioni condominiali , in Francia si fanno le elezioni. Macron ha detto che “la vita continua” e che  ” il picco del contagio va differito”, ma che il Paese non si deve fermare.

Il governo inglese è stato ancora più netto dicendo che si deve puntare, non si sa bene come (forse come si faceva una volta e come ancora fanno i no-vax, tramite un gigantesco varicella-party nazionale) sulla “immunità di gregge” e che è scontato perdere alcuni dei propri cari per raggiungere questo prezioso obiettivo. Eppure in Europa le curve di contagio sono le stesse e, a quanto pare, il virus anche. Ancora più  peculiare è la scelta di Paesi, come la Francia, di non fornire dati sui tamponi eseguiti.  Sarebbe più o meno come fornire autocertificazioni giornaliere sull’andamento del proprio spread.

In Italia noti intellettuali soffrono di una evidente forma di schizofrenia collettiva declamando decaloghi buonisti già belli che pronti su come questa cosa ci cambierà (in meglio) riscoprendoci vogliosi di contatto umano come ai tempi di Don Camillo e Peppone e di come il virus stimolerà perfino i nostri anticorpi al sovranismo al populismo e infine al razzismo. Poi però intanto esaltano lo spargersi a macchia d’olio del telelavoro (in un Paese culla del manifatturiero con imprese massimamente formate da 1-10 dipendenti. Peccato non si sia ancora inventata la telebetoniera e il telesaldatore) e dell’e-learning (che è attualmente costituito al 99,9 % da accorgimenti tecnici basati su mail e invio di video e file audio asincroni, per giunta sulle spalle ancora una volta dei poveri e già tartassati insegnanti e non delle scuole che sono avvezze da secoli alla sola didattica in presenza, non hanno risorse e non li sanno nemmeno organizzare). Telelavoro ed e-learning caso mai ci faranno risvegliare ancora più allucinati e ancor meno sociali, perchè con tutta probabilità a cose fatte faremo fatica a ricordarci anche la strada per andare a lavoro e stringerci la mano ci procurerà forti attacchi allergici.

Si esalta anche l’e-commerce e la e-spesa come fattore capace di tenere a galla le nostre imprese, scordandosi che poi dagli stessi colli di bottiglia e sugli stessi camion si viaggia, e non è che chi li guida e smista sia particolarmente contento di farlo in questi frangenti. Morale della favola i pacchi arrivano in alcuni casi in tre volte il tempo previsto. Per la e-spesa non va tanto meglio e se non ci fossero carabinieri e volontari a fare il porta a porta per anziani, isolati e immunodepressi nelle tante frazioni altro che e-commerce.

Pare anche ad alcuni che ne usciremo più europeisti, il fatto che poi ognuno in Europa agisca in ordine sparso e contraddittorio e che al Brennero chi viene da Sud sia trattato peggio che al mercato delle vacche è naturalmente solo passeggero. Ci penseranno certamente gli eurobond a restaurare le magnifiche sorti e progressive del Continente.

In Olanda si lasciano le scuole aperte, nei Paesi scandinavi, come in Italia, le si mettono sotto vuoto e le si sterilizzano. E non è che altrove vada tanto meglio, intendiamoci: in Giappone ci si appresta a celebrare le prime e-Olimpiadi della storia con surreali gare e premiazioni in contumacia, perchè non c’è verso di convincere i giapponesi a rinviarle.

La politica economica europea per reagire alla crisi pare fumosa, sostanzialmente siamo tutti a Francoforte con il cappello in mano, compresi ora tristemente anche quelli di Francoforte, noi oltre al cappello in una mano abbiamo l’altra con il santino di Draghi mentre gurdiamo il futuro con sguardo nostalgico. Ci avessero detto solo un mese fa che avremmo avuto nostaglia della crisi e della globalizzazione ci saremmo presi a schiaffi.

E non è tanto il problema di capire chi ha ragione e chi ha torto, ma dove sia finito e come sarà (quello sì certamente cambiato) il senso etico e collettivo di questa società e quale sia la strategia complessiva che si vuole applicare. quale sia il ruolo e il posto dei deboli in questa società. Perchè bollare certi approcci francesi e soprattutto inglesi come insensati, come semplicistico  frutto di stereotipi e quindi della superbia degli uni e della ben nota protervia degli altri sarebbe fuori luogo e inutile, esattamente come recentemente è stata fuori luogo la frase di  un noto commentatore britannico verso gli italiani tradizonalmente fannulloni che ora avrebbero un giustificazione per il loro ozio. No, c’è certamente di più. Anche perchè si tratta di Paesi che, a differenza del nostro, hanno ben presente la cultura del rischio, l’hanno inventata loro, sono mediamente più organizzati e dunque dei piani nazionali per le Pandemie li avevano da anni, studiati, aggiornati, perfezionati grazie al contributo di grandi esperti.

Pare infatti a chi scrive che ve ne sia eccome una emergente, anzi strisciante e in qualche modo indicibile e incofessabile, di strategie.

Un fantasma si aggira per l ‘Europa. Per ora non ha un nome preciso.Non se ne può nemmeno parlare più di tanto.

E’ che a un certo punto però, inevitabilmente, per tutti si riapriranno i cancelli. Non si può nascondersi in cantina o in soffitta a vita. Né si possono coordinare a lungo intere filiere e comparti produttivi dal salotto di casa. Sì perchè come dicono i Primi ministri di alcuni Paesi europei, Boris Johnson e Macron stesso, “la vita continua”. Non si può bloccare a lungo un’economia, pena il disatro, irreversibile. Lo sanno tutti. Tutto questo non può che avere un’unica conseguenza logica.

Bisogna cioè vedere per chi la vita continua. Si perchè delle due una. O si mettono le persone più deboli e quelle oltre i settantanni in villeggiatura forzata per mesi, o altrumenti si decide palesemente di pagare il prezzo della loro possibile non-sopravvivenza e non-cura. E se questa è la strada che molti seguiranno, di fronte alla prossima riapertura di fabbriche, scuole, trasporti e confni , sommata al fatto che questo virus presumibilmente resterà tra noi per un bel po’, magari riacutizzandosi in inverno (l’influenza suina, l’ h1n1, non è mica sparita, è sempre tra noi da anni), sarà inevitabile per tutti confrontarsi con dilemmi etici molto significativi. Che sembreranno logici, perfino sostenibili, beninteso finchè non ci toccheranno da vicino.

“La vita va avanti” infatti, significa più o meno questo: piuttosto che morire tutti coltivando fiori sui balconi, le nostre trincee, meglio andare tutti a lavorare in un gigantesco assalto alla baionetta alla realtà. Forse è inevitabile, persino giusto e logico. Ma se siamo tutti fanteria, non può non venire in mente ciò che diceva Chateaubriand “On en était venu à ce point de mépris pour la vie des hommes (…), d’appeler les conscrits la matière première et la chair à canon”

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PICCOLA STORIA DEL FUTURO ATTRAVERSO L’ARTE

Tutti noi adesso guardiamo ad un futuro migliore. Al più presto.

Il futuro si svela spesso per immagini.

Il futuro, nella storia, umana, si è spesso incarnato in simboli ed emblemi. Non sempre in modo felice.

Da tutto ciò l’arte non è stata immune. Anzi, pochi prodotti della mente umana sono stati così capaci di interpretare cosa realmente è il futuro.

Se il futuro è collegato in qualche modo ad un senso di anticipazione, di pre-visione, è perché non c’è futuro senza la capacità di gestire il rischio.  In questo senso, per certi artisti futuro è il sovrapporsi del tempo alle cose del presente: alterandole, cambiandole, il futuro produce il rischio.

Ecco che allora Tiziano, come la Sfinge, ci parla di Prudenza, come la virtù richiesta all’uomo per un efficace gestione del proprio futuro: una prudenza fondata sulla memoria (del passato) e sulla conoscenza (del presente).

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Ma una neanche tanto sottile inquietudine incrina la sicurezza che dovrebbe infondere questa ricetta se è proprio Tiziano che si rifiuta di guardare, ritraendosi nelle fattezze del vecchio (anche se poi raffigura nel giovane il nipote Marco, suo allievo, come segno di una speranza che non si rassegna).

Ma dietro questa figura ce ne sono ben altre, già Macrobio ci parla di una

[…] Figura di animale a tre teste […] che nel mezzo presenta la maggiore, di leone; nella parte destra si nota una testa di cane blandente in espressione mansueta, la parte sinistra del collo invece termina con il capo di un lupo rapace […] Con la testa del leone dunque s’indica il presente, condizione che, tra passato e futuro, è forte e intensa dell’atto presente. Il tempo passato poi è rappresentato con testa di lupo, a motivo della memoria delle cose appartenenti al passato, divorata e cancellata. d’altra parte l’effige di un cane che blandisce sta ad indicare l’avvenire, del quale la speranza, anche se incerta, ci appare sempre attraente.

E da lì non possiamo non raffigurare mentalmente le effigi di Giano, forse uno dei più antichi déi del Pantheon romano, con il suo significato di tempo circolare, sempre in transito, per l’appunto attraverso la porta (ianua). Questo tempo è misterioso ma in certo qual modo più rassicurante: scorre a volte imprevedibile ma Giano ne è sempre il centro, in qualche modo il controllore: al futuro sfuggente che egli insegue con gli occhi, sembra destinare un sorriso sardonico, poiché sa che prima o poi lo vedrà tornare, dritto dal passato.

Anche il mondo degli emblemi, molto popolari nei secoli passati, non è rimasto immune dal contagio del futuro e così uno molto famoso dei primi del Seicento ci dice che il futuro è certamente una sorgente pressoché inesauribile di possibile ricchezza, a patto che ben si sappia cosa in esso cercare, ovvero che possieda un’idea del futuro (si direbbe, una visione). In alternativa si rischia di fare la fine del gallo in cerca di cibo, che in questo emblema (Fabel van de haan en de diamant, Aegidius Sadeler, naar Marcus Gheeraerts (I), 1608) si disinteressa del grosso diamante che gli sta davanti, semplicemente perché non sa che nemmeno che lo può cercare.

Quindi la visione del futuro è, o sembra essere, sempre associata a un che di incerto, subdolo, angoscioso.

Ed ecco allora Munch, e il suo celebre Urlo, dove gli occhi sbarrati in primo piano non sembrano nemmeno più capaci di guardare come facevano invece quelli del Giano o di Tiziano, tanto sono privi di qualunque speranza in futuro che pare un assordante e incomprensibile rumore di fondo, privo di chiavi interpretative che non siano la disperazione stessa.

Ecco allora che si cercano degli antidoti, dei modi per dialogare col tempo e il futuro: se più o meno efficaci ce o dirà proprio il tempo, in un non tanto apparente gioco di parole.

Come si dialoga con ciò che ci disorienta e che spesso ci appare incomprensibile, o troppo vasto da comprendere? L’unica salvezza all’azione dal tempo potrebbe essere rappresentata dalla copia, la moltiplicazione infinita e a volte mendace, la simulazione, la finzione, come ci suggerisce Hirst con la sua Medusa, quasi si volesse gridare in faccia al futuro un controcanto, altrettanto incomprensibile e beffardo.

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Ma il futuro potrebbe essere invece un gioco di squadra come suggeriscono Sol LeWitt e l’idea concettuale: compito dell’artista non è rivelare, troppo pretenzioso il pensare che egli possa guardare al posto nostro il futuro e tradurlo in immagini. Ciò che un artista può fare è suggerire una idea, progettare nello spazio una struttura concettuale, tracciare forme e parlare alla mente degli uomini, perché possano poi loro trasformare l’idea in forma e materia plasmata dal tempo;

E così in un certo senso si ritorna all’origine: il futuro è progetto destinato ad essere eseguito e inverato da tutti gli uomini, a patto che si lascino ispirare dalla memoria e dalla conoscenza. Ovvero che siano prudenti.

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Scrivere in punta di fioretto: pensavo fosse amore invece era una penna

Bargagli

Scrivere di punta. Le schegge di saggezza di Piero Bargagli

Massimiliano Bellavista

11/03/2020

Sono il bagaglio a mano della letteratura.  In cappelliera questo bagaglio ci sta sempre, basta al limite spingere un po’ per farlo entrare. Se i massicci romanzi storici o le smisurate epopee familiari sono l’artiglieria pesante della Repubblica delle Lettere, gli aforismi ne sono il fioretto, l’avanguardia e più di frequente la retroguardia. Leggeri e maneggevoli ma, visti i tempi, decisamente e in tutti sensi, virali, sono l’iniezione di adrenalina salvavita contro il morso della depressione culturale. Una iniezione dove spesso per la verità a tanta adrenalina si mescola anche una buona quantità di serotonina, sotto forma di ironia e sarcasmo.

Ma è un genere, se non proprio da specie protetta come oggigiorno è la poesia, quantomeno minacciata, vista che ciò che prima si condensava piuttosto comunemente in libri e pamphlet, sovente pubblicati in forma anonima o sotto coloriti pseudonimi, ma comunque pubblicati, apprezzati e condivisi, adesso si disperde nei social, e spesso scade in volgarità gratuite o magre invettive, allontanandosi così dal gusto del lettore medio. Chi sa scrivere buoni aforismi oggigiorno? Si contano sulle dita di una mano.
Flaiano era uno che con gli aforismi ci sapeva davvero fare e, constatando questo stato di cose, avrebbe fatto spallucce. Sul Corriere della Sera di esattamente cinquantuno anni fa scriveva: “La crisi della cultura. C’è sempre stata: Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l’inglese”. Quindi smettiamola di preoccuparci e godiamoci un sommerso autore di interessanti aforismi, riflessioni e salaci poesie condensate in scarni libretti che lui definiva Schegge. A suggerire il titolo al loro autore fu Prezzolini, che in una recensione disse Queste sono schegge di saggezza, sarebbe anche un bel titolo.  E così accadde.

Questi libretti escono uno dopo l’altro, in un periodo relativamente breve, dal 1977 ai primi anni Ottanta, in poche copie che subito vanno esaurite e hanno grande successo. Le citava Prezzolini, le citava di frequente Montanelli. John Rame, caposcuola del pop-snob, ne è il disincantato autore. Chiaramente, si tratta di uno pseudonimo. La Elena Ferrante del caso altri non era che il Marchese Piero Bargagli, senese, poi trasferitosi in Svizzera, a Lugano.  Alla fine degli anni Ottanta, del personaggio fuori dagli schemi si innamora Maurizio Costanzo, all’apice del successo con il suo Show. Ospite regolare del Teatro Parioli, questo personaggio non più giovane attira l’attenzione della televisione con le sue “Schegge di Saggezza”, libretto dove sono raccolti e condensati tutti i suoi colpi di fioretto. E di nuovo torniamo all’inizio di questo articolo: nella prefazione alle Schegge del 1992, pubblicato un anno prima che Bargagli morisse, è lo stesso Prezzolini a dire che Una delle malattie di tutta la letteratura italiana dai Siciliani a D’Annunzio fu la sovrabbondanza e lo spreco di parole. I nostri poeti, pochi esclusi, furono sovrabbondanti, ed io reagii fin da scolaro con risa, beffe, caricature e contraffazioni. Quando il Bargagli mi regalò questi suoi preziosi minuscoli prodotti, ora in versi ora in prosa, ma sempre di proporzioni da biblioteca delle formiche lo riconobbi come un compagno e spero d’essere ricambiato.

Ancora Flaiano gli farebbe eco, prendendosi gioco di capolavori che oggigiorno hanno i minuti contati e invocando per la letteratura nostrana l’avvento di uno stile concreto e asciutto, alieno da zavorre intellettuali e barocchismi, si potrebbe anche dire più spontaneo e genuino, visto che alla fine Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura (il Taccuino del marziano). Scrive Bargagli: Pensare è inutile,/ agire molesto/discorrere superfluo,/credere assurdo,/amare ridicolo./Nascere vessatorio,/mangiare istintivo,/scopare rischioso,/crepare definitivo/tutto quanto ovvio.

Bargagli è anche capace di accostamenti sorprendenti L’insonnia e la stitichezza sono strette parenti; l’una e l’altra sono conseguenze del vizio principale dell’uomo: l’impazienza (che è poi impazienza di morire). E la miglior cura è la pazienza. Aspettate tranquillamente di addormentarvi sdraiati nel letto: il sonno verrà. Aspettate serenamente di liberarvi seduti sul cesso: qualcosa verrà. Insonnia e stitichezza sono anche ottime amiche della cultura. L’attesa va confortata da buoni libri, con notevole vantaggio mentale.

Ma non è finita qui: nel 1991 c’è un attore e regista famoso che decide di fare un film tutto improntato ad una riflessione sull’amore e sulle sue conseguenze, un film-aforisma, a cominciare dal titolo Pensavo fosse amore e invece era un calesse. Massimo Troisi in questo film cita Bargagli. Si dice spesso che di riferimenti letterari sia intriso solo il suo ultimo film, il Postino, ma non è vero. Anche in Pensavo fosse amore, ci sono letteratura e filosofia. Soprattutto aforismi memorabili in stile Bargagli. La storia ruota intorno a due personaggi, Tommaso e Cecilia, lui gestore di un ristorante, lei di una libreria. All’inizio del film, nella libreria a Cecilia chiedono di un libro di cui si è sentito parlare in TV (forse si allude proprio allo show di Costanzo) e in particolare di una frase, in esso contenuta: Non bisogna amare per amore ma per schifo, perchè l’amore finisce ed è una delusione, anche lo schifo finisce però è una soddisfazione. Cecilia quella frase la riconosce subito e dice che si tratta del Matrimonio di convenienza del Marchese Piero Bargagli scritto sotto lo pseudonimo John Rame.

I due, Cecilia e Tommaso, si amano, ma arrivano sempre lì lì per sposarsi e poi non ne fanno niente: alla fine il film si chiude con loro che si ritrovano in un bar, dopo le nozze mancate, ma non riescono, né riusciranno, comunque a vivere l’uno senza l’altro sia pure in questa forma ‘sospesa’. Lui le dice: Io, guarda, non è che son contrario al matrimonio, che non son venuto…Solo, non lo so…Io credo che, in particolare, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro. Troppo diversi, capisci? Un altro aforisma degno di nota. Seguono i titoli di coda. Bargagli avrebbe detto alla coppia di tirarsi su e di non abbattersi troppo. In fondo basta che ci sia l’amore, anche se somiglia più a un calesse. Nelle sue Schegge, a proposito del matrimonio dice: Il matrimonio è un contenitore dentro il quale la coppia chiude l’amore per conservarlo; di solito invece lo fa marcire.  Il Matrimonio è sovente un contratto economico; il che tuttavia non evita il fallimento.

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Solidarietà a Milano. Evviva Bookcity 2020!!!

..che quanto segue sia di buon auspicio per uscire presto e più forti da questo momento di grave difficoltà anche con l’aiuto (potente) della cultura…

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BOOKCITY MILANO 2020
La grande festa partecipata dei libri, degli autori, dei lettori e dell’editoria 11-15 novembre-2020

In questo momento difficile per tutti e per la nostra città torniamo per annunciare la nona edizione di una manifestazione ormai entrata nel cuore di tutti i milanesi.
Sotto la bandiera del libro e della lettura, facciamo appello a editori, librai, associazioni e
cittadini tutti, perché contribuiscano anche quest’anno alla grande mobilitazione generale che regalerà cinque giorni di felicità e cultura a Milano.
BookCity vuole abbracciare i quartieri della nostra grande città, con l’obbiettivo di renderli motori e protagonisti dell’identità di Milano, della sua storia e delle sue trasformazioni.
Questi incontri, insieme all’attività delle scuole che quest’anno sarà ancora più al centro della manifestazione, sono momenti necessari a una politica che vuole festeggiare il libro ela lettura. Insomma, ancora una volta dobbiamo creare lettori, questo è il nostro compito principale. Perché solo la conoscenza e la cultura ci possono aiutare ad affrontare le sfide del mondo che abitiamo e che ci abita.

cfr sito bookcitymilano.it

https://bookcitymilano.it/news/post/presentazione-bcm2020

 

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E’ tempo di riaccendere le stelle

 

riaccendere le stelle

Il virus e i sommersi. È tempo di riaccendere le stelle

Massimiliano Bellavista

05/03/2020

Se la letteratura ha o dovrebbe avere una funzione terapeutica sia sul piano fisico che su quello morale, e può servire a calmare l’isterismo di massa di queste ore, è bene chiamarla in nostro aiuto. Questo articolo si propone di compiere questo esorcismo, richiamando voci più o meno sommerse che sono state capaci di trasformare le difficoltà in occasioni, l’isteria collettiva in occasione di bellezza. Cosa abbiamo da perdere? Al più ne ricaveremo qualche utile “suggerimento per la lettura” durante le quarantene. È infatti probabile che la letteratura, almeno quella italiana, debba alcune tra le sue più memorabili pagine proprio alle epidemie. Del resto, non mancano i precedenti ancora più antichi e illustri: le pagine di Lucrezio ad esempio, o quelle di Tucidide che descrivono la peste in Atene Dica pure, riguardo a questo argomento, ognuno, medico o profano, in base alle proprie conoscenze, quale sia stata la probabile origine, e quali cause ritiene capaci di procurare un siffatto sconvolgimento; io descriverò come (la pestilenza) si sia manifestata, ed esporrò chiaramente quei sintomi dai quali la si possa riconoscere, essendone informati, se colpisse di nuovo, perché io stesso ho avuto la malattia e ho visto gli altri soffrirne.

Qualche tempo fa, poco prima di passare a miglior vita, Camilleri andò in onda sulla Rai con le “Conversazioni su Tiresia” scritte da lui medesimo. Il suo scopo era riuscire a capire cosa sia l’eternità. Tiresia è certamente un personaggio enigmatico, tanto sommerso nella nostra cultura che talvolta nemmeno ne avvertiamo la presenza, e Camilleri aveva ben ragione a parlarne al grande pubblico. Ne l’Edipo Re di Sofocle, a Tebe infuria la peste e, ad un certo punto della storia, Edipo chiede aiuto a Tiresia, vecchio indovino cieco. Tiresia, tuttavia, si rifiuta, sostenendo che il suo vaticino potrebbe portare conseguenze ancora più funeste. Edipo e Tiresia si scontrano verbalmente con toni molto accesi finché l’indovino non riferisce che proprio Edipo è l’assassino che si sta cercando. Edipo naturalmente non gli crede. Ma questa è un’altra storia.

Nel suo monologo ad un certo punto Camilleri parla de “Le mammelle di Tiresia” di Apollinaire.  Era il 1917, e nel prologo di quest’opera racconta Et, sur le champ de bataille, afin de ranimer l’ardeur des combattants français, un capitaine s’écrie: «Il est grand temps de rallumer les étoiles». È tempo di riaccendere le stelle: una frase meravigliosa. Purtroppo Il 9 novembre 1918 Apollinaire moriva all’ospedale italiano di Parigi, sotto i colpi dell’epidemia di Spagnola, che tra il 1918 e il 1919 contagiò un miliardo di uomini, uccidendone circa venti milioni.  Anche per Federigo Tozzi la sorte fu la stessa: nel 1920 pubblica per l’editore Treves “Tre croci”, ma l’autore muore proprio il 21 marzo 1920 per una polmonite.

Quanto all’Italia, comunque per parlare di letteratura ed epidemie non occorre mica riferirsi solo al Boccaccio, dove nel Decameron è l’epidemia che imperversa in Firenze a fornire la cornice narrativa della storia. Ma di cornice, appunto, si tratta: Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo, quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa era stata inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvagie azioni e per correggerci. Era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario. A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi. Né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi (…). E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.

Un ruolo da protagonista l’epidemia invece la gioca ne “I promessi sposi” e nelle vicende milanesi di Renzo e Lucia.  La peste nera del 1630 colpisce non solo Milano ma tutto il Lombardo-Veneto. Ne “La Colonna Infame” Manzoni si riferisce a quella costruita sulle rovine della casa milanese di Gian Giacomo Mora, accusato ingiustamente dalla voce (isterica) di popolo insieme a Guglielmo Piazza di essere un ‘untore’ della peste stessa. Qui sorgeva un tempo la casa di Giangiacomo Mora ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630… è un sollievo pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa ma una colpa. (Alessandro Manzoni, “Storia della Colonna infame”).

E non è solo Manzoni a cercare di esorcizzare il male e trasformarlo in memento, in esortazione verso la razionalità: ci pensavano anche i bambini, dal Seicento, che dopo il girotondo si inseguivano cercando di toccarsi e dicendo “Ti ghe l’è, ti ghe l’è, ce l’hai, ce l‘hai!”, alludendo al contagio. Gli inglesi invece, trent’anni più tardi, a Londra durante la peste del 1665, cantavano una filastrocca che si conosce ancora: Ring a ring o’roses / A pocket full of/posies / A-Tishoo, a-tishoo / We all fall down!”. Si può dire che questo canto, nonostante le apparenze, non è meno disperato del primo perché il girotondo, in questo caso, non è un gioco, è piuttosto una specie di danza macabra, dato che in origine quella canzone era più che altro un modo per addolcire l’idea della morte nell’immaginario dei bambini. La morte era ingentilita dall’immagine della collana di rose, ovvero i mefitici bubboni che fiorivano prima attorno al collo, e da essa i bambini dovevano apprendere che non ci si poteva difendere, se non provando a riempire le proprie tasche e i propri respiri di erbe odorose (a pocketful of posies).

È singolare che proprio in quell’anno, il 1665, uno studente, peraltro considerato dal suo docente non molto brillante, decidesse di sfuggire al contagio isolandosi in quarantena nel Lincolnshire, una contea delle Midlands Orientali, presso la casa dove aveva trascorso l’infanzia, ovvero il Woolsthorpe Manor. Quello studente dedicò la sua lunga quarantena allo studio, ma ogni tanto doveva pur svagarsi e allora se ne andava in giro a passeggiare: nel 1666 – dopo uno di questi giri, si sedette sotto il suo albero preferito. Quando gli cadde una mela sulla testa, si dice che abbia iniziato a pensare alla gravitazione e al motivo per cui la Luna non precipitasse sulla Terra come la mela.  Che sia vero o no poco importa, fu comunque in quarantena che Newton, ecco il nome di quello studente, approfondì i segreti reconditi della fisica e dell’ottica. Ce ne saremmo accorti tutti, per primo il suo professore di Cambridge che, quando lo rivide finita l’epidemia, lo trovò così cambiato (in meglio) che gli offrì una prestigiosa cattedra universitaria.

E da lì si va avanti in una sequela di storie che si potrebbe allargare a macchia d’olio a molta letteratura europea e mondiale, proprio come un virus, ma stavolta benefico se serve a vaccinarci dall’ idiozia. Certo, il Thomas Mann de “La morte a Venezia”, non si può non menzionare: Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrato un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. […] Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria […] Il nord della penisola era rimasto immune; ma a metà maggio di quell’anno i terribili vibrioni erano stati rinvenuti a Venezia, in un medesimo giorno, sui cadaveri nerastri e scarniti di un mozzo di nave e di una fruttivendola. Fu imposto il silenzio sui due casi, ma nello spazio di una settimana erano saliti a dieci, venti, trenta, e per di più in diversi quartieri.

E nemmeno si può omettere il Camus de “La Peste” con la malattia metafora di ogni male, ma da cui di deve cercare di guarire perché è quello, il morbo morale, il più contagioso e insidioso, arduo da debellare. Il microbo è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. Gli fa eco il Saramago di “Cecità” dove un uomo alla guida della sua auto, mentre è in attesa che il semaforo diventi verde, all’improvviso non vede più nulla. È l’inizio di una epidemia dove però, a differenza di Camus, la metafora è più quella dell’indifferenza, del menefreghismo da cui è affetta la società: È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria.

E poi c’è tanta buona fantascienza, ovviamente. Su tutti, almeno per me, “L’ombra dello scorpione” (The Stand) di Stephen King, che inizia con la morte di quasi tutta la popolazione dell’America settentrionale a seguito degli effetti di un’arma batteriologica sfuggita al controllo dell’uomo: il virus, mutazione di quello dell’influenza è caratterizzato da un tasso di infettività del 99,4% ed un tasso di mortalità per gli infetti del 100%. Ma andando indietro nel tempo, come non ricordare il classico “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham con l’epidemia di cecità, tanto per cambiare, apre la porta ad una invasione di mostri verdi, o l’apocalittica pandemia di “Earth Abides” di George R. Stewart.

Cerchiamo quindi di pensare positivo e rilassarci, con un po’ di ottimismo: è tempo di riaccendere le stelle.

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Bruna Sibille -Sizia, una storia affascinante e sconosciuta

bruna sibille sizia

 

Bruna Sibille-Sizia, il fascino di una voce sommersa

Massimiliano Bellavista

26/02/2020

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo nella mia testa sono comparsi un uomo e una donna. L’uomo ogni giorno prende un tram. Questo tram è il numero 28, che ogni giorno lo riporta fedelmente a casa a Campo Ourique. Quando ne scende, spesso gli gira la testa: I sedili del tram, intrecciati di paglia resistente e sottile, mi portano a regioni lontane, mi si moltiplicano in industrie, operai, case di operai, vite, realtà, tutto. Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita. La donna invece, in un’altra città e in un altro tempo, prende il numero 2, un tram di colore verde che spartisce il lungo viale come un vascello il mare. …le luci dei finestrini balenano/ come manciate di stelle/gettate sul rettilineo deserto. Anche per lei quel tram è un’abitudine quotidiana, che la accompagna negli ultimi anni della sua vita. Certo, si parla una vita più lunga di quella dell’uomo, e di un capolinea meno improvviso e inatteso. Ma si tratta pur sempre di un capolinea.

Quei due tram, il numero 28 e il numero 2, attraversano sferragliando il novecento letterario. Solo che uno è famoso, famosissimo, tanto che a Lisbona oggi per ogni turista è un itinerario immancabile: è il tram di Pessoa. Il numero 2 ha una storia ben diversa, anzi più che un tram sembra trattarsi di un Train de vie perché come nell’omonimo film non si sa bene per quel che lo riguarda dove finisca la realtà e cominci la fantasia. Quello è il tram di Bruna Sibille –Sizia, scrittrice misconosciuta di cui probabilmente nessuno di voi ha mai sentito parlare, anche se lo scrittore Tito Maniacco la definì con sicurezza La nostra prima e miglior narratrice in prosa degli anni Cinquanta, nonché, in assoluto la più rimossa della letteratura friulana in lingua italiana. Quei due tram sono metafore di tutta una vita. Una vita che per Bruna Sibille-Sizia da tanti, troppi anni, si svolge in direzione ostinata e contraria ad ogni successo, riconoscimento o anche solo momentanea gratificazione letteraria. E sì che la sua carriera di scrittrice era partita bene, subito dopo la guerra, con la segnalazione al Premio Viareggio e la stima di autori importanti. Ma poi quasi più niente. Una vita solitaria, ma non per questo isolata, anzi a tratti aperta al mondo e alle esperienze umane ma fatta di molti silenzi, su cui i frequenti colpi di un destino avverso hanno dato alla scrittrice innumerevoli e dolorose occasioni di riflessione. Così, visto che come spesso le è accaduto anche in questo caso nessun editore si è fatto avanti, a quasi ottant’anni stampa a sue spese un piccolo volumetto, un quaderno raccolto da una copertina di cartoncino bianco. Il libro, semplice nell’aspetto ma potente nei contenuti, non è in vendita, è per gli amici. Al centro il titolo “La pioggia sui vetri”. Al posto della sigla editoriale, il suo nome. È lei, come spesso le è accaduto, la solerte editrice di sé stessa. Insomma, nel 2003 esce un volume così scarno e semplice da parere una sorta di testamento. E forse, per certi versi, lo è.

La lirica ventisettesima senza titolo, come ci informa Martina Delpiccolo nel suo recente libro ‘Una voce carpita e sommersa’ dedicato proprio alla scrittrice, inizia così: Da quanti anni/viaggio in questo tram/numero due color verde…. E poi continua: Solo ora ho capito/che da tanti anni/viaggio in questo tram/inseguito dalla notte/frustato dalla pioggia/invaso dalle fogli secche/che turbinano nel vagone./sono il solo passeggero/tu sei il solo che al capolinea/attende questo tram/numero due color verde/che viaggia da tanti anni/per condurmi a te. Quel tram ha compiuto varie fermate, e l’autrice non le ha mai chiamate. Qualcuno, forse il destino, lo ha fatto per lei. La prima fermata la vede in un Friuli sconvolto dalla guerra: non fa in tempo a scendere dal tram poco più che bambina, senza il padre Gerardo, colonnello e decorato reduce di Russia internato in Germania dal ‘43 al ’45, che la sua adolescenza evapora tra atrocità e violenze fisiche e morali di ogni tipo. Diventa presto donna e partigiana, col nome di Livia. Scriverà: La mia vita esteriore/è una donna di ferro/La mia vita interiore/è una bambina che piange. E sarà sempre così, Bruna Sibille Sizia, apollinea e dionisiaca nelle stesse quantità, Livia, Sibilla e bambina e perciò in perenne tensione interiore. I bambini, a proposito, in un mondo normale dovrebbero andare a scuola e non recapitare messaggi ai partigiani. Ma la vita di quegli anni è tutto fuorché normale. Ma è scuola o manicomio? Nelle classi il compito e la Lutwaffe nel giardino!!!  – scrive nei suoi diari, minuziosamente tenuti forse per mettere in grado il padre, al suo ritorno, di colmare i vuoti temporali della sua forzata e lunga assenza.

Come se non bastasse nell’agosto 1944 arrivano in Friuli le sciabole dei cosacchi a cavallo, come usciti da un racconto di Salgari, ma di eroico hanno ben poco: sono i feroci mercenari dei tedeschi nazisti, quelli incaricati del ‘lavoro sporco’ contro la popolazione e i partigiani, in cambio di vaghe promesse territoriali riguardanti proprio il Friuli. E lei, Livia-Bruna. scrittrice del vissuto, si incarica di un lavoro ambizioso e doloroso: è infatti grazie a questa ‘letteratura del vissuto’ che tante figure umane altrimenti dimenticate arrivano tanto nitide ai nostri giorni. Partigiani, cosacchi, vittime, carnefici, luoghi distrutti dai bombardamenti. Tutto questo trova vita in romanzi di grande spessore, ma che non riescono mai editorialmente a spiegare le ali, a farsi conoscere.  Anche la Delpiccolo, nonostante uno studio di anni, non se lo sa spiegare fino in fondo.  Eppure si tratta di una scrittrice che vanta anche due importanti primati: è stata la prima ad occuparsi della storia dell’occupazione cosacca in Friuli durante la Seconda Guerra Mondiale, una storia particolare e che sarà ripresa con maggiore fortuna editoriale da Claudio Magris; ma fu anche la prima ad ambientare un romanzo nel Friuli del terremoto del 1976 (ne ‘Un cane da catena’).

La nostra scrittrice sommersa nelle sue opere tratta la materia sfuggente della morte in modo davvero peculiare. Senza mai cadere nella retorica o nel già sentito. In ‘Prima che la luna cali’, suo esordio letterario nel 1946 (qui il nostro tram letterario fa un’altra importante fermata), quando ha appena diciannove anni, premiato anche da Pier Paolo Pasolini, il racconto, messo poi in scena come atto unico, si apre con la vista di sette bare e sette cadaveri. Dentro le bare, dei non morti. Sono non-morti, sì, ma non sono affatto zombie: non sono solo soldati o partigiani che si sono anche uccisi l’un l’altro, ma c’è anche una donna. Narrano storie di guerra, ma anche di razza, terra, morte, vita, memoria, tempo, Dio. I sette morti sul palcoscenico sono irrequieti, si agitano, e non perché ci siano tra loro dei conti da saldare, su questo anzi riescono ad essere anche ironici. No, tra di loro va tutto bene. È che quei morti hanno ancora molto da insegnarci su come si è vissuto e invece si dovrebbe vivere, sull’insensatezza della violenza e della guerra, sul male e sul bene, sul valore della memoria. Ma c’è un termine per questo gioco per queste confessioni. Tutto questo il pubblico lo deve capire ‘prima che la luna cali’, perché è proprio la luna a tenerli in vita. C’è in quest’opera l’eredità dell’Irvin Shaw di ‘Bury the dead’, certo, ma ci sono molti aspetti originali e differenze notevoli rispetto a quell’opera.  C’è soprattutto la volontà, che ci sarà sempre nella scrittrice, di non fare tramontare la memoria e i valori della Resistenza perché la letteratura può essere un soffio di vita e la civiltà è come la brace. Soffiate, soffiate e tornerà ad ardere.

E poi, ogni scrittore in fin dei conti è un’impresa letteraria che lavora tanto a debito che a credito. Qualcuno ha fatto affidamento più marcatamente sull’uno o sull’altro aspetto. Nel caso della scrittrice friulana sono davvero molti di più i crediti. Se infatti da un lato nel volume della Delpiccolo si decifrano le influenze di altri scrittori e delle vaste letture della Sibille-Sizia sulla sua futura opera, dall’altro molto più eclatanti e affascinanti sono i suoi ‘crediti’. Se non ci credete, leggete nel volume quanto ‘L’armata dei fiumi perduti’ di Sgorlon sia debitore, non solo nei contenuti, ma anche formalmente in interi passi, del suo ‘La terra impossibile’, o di quanto debba alla scrittrice friulana il Magris di ‘Illazioni su una sciabola’. Ma sono altre ancora le fermate del ‘tram-vita’: una è rappresentata dal terribile terremoto che ha colpito la sua terra. Il terremoto è come la terza guerra mondiale, fa vittime, feriti, sfollati, alienati, dispersi esattamente come i combattimenti. Distrugge le case, che non si ritrovano più e, dall’orologio del campanile sono intanto ‘cadute’ le lancette dell’orologio. Qui l’emozione è forte e a chi scrive viene in mente un’angosciante teoria di orologi italiani dai quadranti fermi: 3.32 è il tempo che segnano le lancette della chiesa di Sant’Eusanio a l’Aquila, 3.36 quello dell’orologio del campanile di Amatrice, 4.50 l’ora segnata dal Palazzo Ducale di Castelpoto. E poi mi viene in mente il bellissimo passo scritto dal friulano Mauro Daltin ne ‘La teoria dei paesi vuoti’: la mia prima frattura, il mio primo orologio fermo è quello delle 21.03 del 6 Maggio 1976 (…) nacqui trentacinque settimane dopo, il giorno di Santo Stefano… Figlio del terremoto, così mi chiamavano le maestre delle elementari perché non riuscivo a stare fermo tra i banchi…”.  E da Portis si potrebbe idealmente andare a Tricesimo, dove il compianto poeta friulano Pierluigi Cappello, cui è stata intitolata nel 2018 la Biblioteca proprio della Tarcento di Bruna Sibille-Sizia, viveva in una delle baracche offerte dal governo austriaco ai terremotati.

Si trattò di un duro colpo per un popolo abituato alla certezza ed alla solidità del focolare e anche per la scrittrice, che per questa e molte altre ragioni ebbe una vita povera di soddisfazioni e anche di mezzi finanziari. E assai singolare e avara fu anche la sua vita dal punto di vista degli affetti se, poco dopo la sua morte, la sorella maggiore Silvana fa qualcosa che ha davvero del surreale: pubblica i suoi personali diari dei fatti di guerra. Ma non, come si potrebbe pensare, per collegare la sua memoria a quella della sorella o per tenerne viva la memoria, ma per affossarla, sostenendo che Bruna Sibille-Sizia fosse una sorta di millantatrice, che si fosse, letterariamente, inventata un’esistenza da partigiana ‘eroica’ e sopra le righe, quando la realtà era ben altra, e che per farlo avesse in pratica messo in ombra o addirittura ‘ distrutto’ la reputazione dei genitori e della sorella, sostenendo che a lei la guerra le scivolasse addosso. Basteranno per confutare queste illazioni le ottime e puntuali pagine della Delpiccolo. In questo, Martina Delpiccolo sembra davvero lei la sorella affezionata che la scrittrice non ha mai avuto: nelle pagine di ‘Una voce carpita e sommersa’ non si percepisce solo la cura di una attenta biografa, la competenza di una ricercatrice, la viva curiosità del giornalista che conduce un’inchiesta ma anche un sincero e affettuoso legame personale con uno scrittore sommerso, un legame che va oltre il tempo.

E poi il tram-vita arriva inesorabilmente al capolinea. Peccato, perché nel frattempo la voce della scrittrice ha acquistato un peso e una profondità straordinari. Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea, diceva Sbarbaro in un aforisma di ‘Fuochi fatui’. Bruna Sibille-Sizia sarà arrivata felicemente al suo? Non lo sapremo mai. Il capolinea, l’orizzonte degli eventi di una vita e ancor più della vita di uno scrittore è per definizione inconoscibile e invisibile agli occhi, forse anche per questo è così affascinante: come il silenzio, non lo si può nominare, pena il distruggerne la stessa esistenza. E torniamo al libretto con la copertina di cartoncino bianco del 2003, senza prezzo di vendita, che riporta delle magnifiche poesie. Anche queste fanno parte dei libri della scrittrice passati sotto il colpevole silenzio di editori e critici, salvo poche eccezioni. L’Autrice, lo si vede bene, non ne ha davvero colpa: nella sua vita c’era tutto quello che serve ad uno scrittore, talento, esperienza, originalità, costanza, carattere. Forse, provocatoriamente si potrebbe sostenere che l’unica ‘colpa’ dell’autrice è da ricercarsi nel nome. Nomina sunt omina, in fondo. E il suo riecheggiare le sibille fa pensare al mistero, al fatto che la letteratura per sue insondabili ragioni a volte ha bisogno di oscurità e silenzio proprio come i vaticini. Forse esistono storie ‘indicibili’, storie che devono, chissà perché e chissà come, continuare a stare tutte sepolte nel chiuso mistero di una vita. Sommerse.

In evidenza

Letteratura e corona virus: per un esorcismo letterario

Se la letteratura ha o dovrebbe avere una funzione terapeutica sia sul piano fisico che su quello morale, e può servire a calmare l’isterismo di massa di queste ore, è bene chiamarla in notro aiuto. Questo articolo si propone di compiere questo esorcismo, richiamando voci che sono state capaci di trasformare le difficoltà in occasioni, l’isteria collettiva in occasione di bellezza. Cosa abbiamo da perdere? Al più ne ricaveremo qualche utile ‘suggerimento per la lettura’ durante le quarantene. E’ infatti probabile che la letteratura, almeno quella italiana, debba alcune tra le sue più memorabili pagine proprio alle epidemie. Del resto, non mancano i precedenti ancora più antichi e illustri: le pagine di Lucrezio ad esempio, o quelle di Tucidide che descrivono la peste in Atene

Dica pure, riguardo a questo argomento, ognuno, medico o profano, in base alle proprie conoscenze, quale sia stata la probabile origine, e quali cause ritiene capaci di procurare un siffatto sconvolgimento; io descriverò come (la pestilenza) si sia manifestata, ed esporrò chiaramente quei sintomi dai quali la si possa riconoscere, essendone informati, se colpisse di nuovo, perché io stesso ho avuto la malattia e ho visto gli altri soffrirne“.

Quanto all’Italia, non  occorre mica riferirsi solo al Boccaccio, dove nel Decameron è l’epidemia che imperversa in Firenze a fornire la cornice narrativa della storia. Ma di cornice, appunto, si tratta:

Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo,
quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa era stata inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvagie azioni e per correggerci. Era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario.

CORONA 1

A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi. Né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi.(…)

E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.

Un ruolo da protagonista l’epidemia invece la gioca ne ‘ I promessi sposi‘ e nelle vicende milanesi di Renzo e Lucia.  La peste nera del 1630 colpisce non solo Milano ma tutto il Lombardo-Veneto. Ne ‘La Colonna Infame’ Manzoni si riferisce a quella costruita sulle rovine della casa milanese di Gian Giacomo Mora, accusato ingiustamente dalla voce (isterica) di popolo insieme a Guglielmo Piazza di essere un  ‘untore’ della peste stessa.

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«QUI SORGEVA UN TEMPO LA CASA DI GIANGIACOMO MORA INGIUSTAMENTE TORTURATO E CONDANNATO A MORTE COME UNTORE DURANTE LA PESTILENZA DEL 1630.”… È UN SOLLIEVO PENSARE CHE SE NON SEPPERO QUELLO CHE FACEVANO, FU PER NON VOLERLO SAPERE, FU PER QUELL’IGNORANZA CHE L’UOMO ASSUME E PERDE A SUO PIACERE, E NON È UNA SCUSA MA UNA COLPA”. Alessandro Manzoni, Storia della Colonna infame»

E non è solo Manzoni a cercare di esorcizzare il male e trasformarlo in memento, in esortazione verso la razionalità: ci pensavano anche i bambini, dal Seicento, che dopo il girotondo si inseguivano cercando di toccarsi e dicendo «Ti ghe l’è, ti ghe l’è, ce l’hai, ce l‘hai!», alludendo al contagio.Gli inglesi inevece, a Londra durante la peste del 1665 cantavano una filastrocca che si conosce ancora : Ring a ring o’roses / A pocket full of
posies / A-Tishoo, a-tishoo / We all fall down!
E questo canto, nonostante le apparenze, non è meno disperato del primo perché il girotondo in questo caso almeno alle origini non è un gioco, direi che piuttosto è una specie di danza macabra, dato che in origine quella canzone era più che altro un modo per addolcire l’idea della morte nell’immaginario dei bambini.  La morte era ingentilita dall’immagine della collana di rose, ovvero i mefitici bubboni che fiorivano prima attorno al collo, e da essa i bambini dovevano apprendere che non ci si poteva difendere, se non provando a riempire le proprie tasche e i propri respiri di erbe odorose ( a pocketful of posies).

E da lì si va avanti in una sequela che si potrebbe allargare a macchia d’olio, proprio come un virus, ma stavolta benefico se serve a vaccinarci dall’ idiozia, a molta letteratura europea e mondiale.

Certo,  il Thomas Mann de ‘La morte a Venezia’, non si può non menzionare:

Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrato un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. […] Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria […] Il nord della penisola era rimasto immune; ma a metà maggio di quell’anno i terribili vibrioni erano stati rinvenuti a Venezia, in un medesimo giorno, sui cadaveri nerastri e scarniti di un mozzo di nave e di una fruttivendola. Fu imposto il silenzio sui due casi, ma nello spazio di una settimana erano saliti a dieci, venti, trenta, e per di più in diversi quartieri.

E nemmeno si può omettere il Camus de ‘La Peste’ con la malattia metafora di ogni male, ma da cui di deve cercare di guarire perchè è quello, il morbo morale, il più contagioso e insidioso, arduo da debellare “Il microbo è cosa naturale, Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile.”

Gli fa eco il di Saramago di ‘Cecità’ dove un uomo alla guida della sua auto, mentre è in attesa che il semaforo diventi verde, all’improvviso non vede più nulla. è l’inizio di una epidemia dove però a differenza di Camus  la metafora è più quella dell’indifferenza, del menefreghismo da cui è affetta la società: È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria.

E poi c’è tanta buona fantascienza, ovviamente.

Su tutti, almeno per me, ‘L’ombra dello scorpione (The Stand)’ di Stephen King, che inizia con la morte di quasi tutta la popolazione dell’America settentrionale a seguito degli effetti di un’arma batteriologica sfuggita al controllo dell’uomo: il virus, mutazione di quello dell’influenza è caratterizzato da un tasso di infettività del 99,4% ed un tasso di mortalità per gli infetti del 100%.

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Ma andando indietro nel tempo, come non ricordare il classico  ‘Il giorno dei trifidi’ di John Wyndham con l’epidemia di cecità, tanto per cambiare, apre la porta ad una invasione di mostri verdi.

Corona 3

o l’apocalittica pandemia di ‘Earth Abides’ di George R. Stewart.

 

corona 4

 

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C’erano una volta i poeti favolisti

Tre sommersi di accezione nel mio nuovo articolo appena pubblicato

crudeli prignotti fiacchi

Crudeli, Pignotti e Fiacchi. C’erano una volta i favolisti…

Massimiliano Bellavista

19/02/2020

Rudyard Kipling scrisse una volta una poesia che iniziava così: Quando si vuole che resti alcunché celato, poiché la verità è di rado amica delle folle, gli uomini scrivono favole, come il vecchio Esopo, scherzando su ciò che nessuno oserebbe nominare. E ciò fanno per necessità o accadrebbe, altrimenti, che, non piacendo, non sarebbero affatto ascoltati. La poesia si intitola “I Favolisti” e Kipling la compose nel 1917. Il sottotitolo, “1914-1918”, avessimo ancora dei dubbi, la situa nella storia ancor più precisamente rendendo lampante a tutti a quali verità scomode e pertanto celate l’autore volesse alludere. Il Novecento, con le sue atroci guerre mondiali si era divorato e aveva già a quel tempo sommerso tutto un genere, quello dei poeti favolisti. Parlarne adesso è qualcosa di più che riportare a galla dei sommersi, è un’operazione degna di un batiscafo letterario.

Non che l’Ottocento si fosse comportato molto meglio con le favole in versi, ancorché i Romantici ne esaltassero le possibilità di levare le briglie alla fantasia, pur trovandolo complessivamente come genere un po’ compassato e vecchiotto. Fu infatti essenzialmente grazie ai perfetti congegni poetici del La Fontaine che le favole in versi conquistarono il mondo nel Settecento, secolo di assoluta grazia del genere, in cui non c’era angolo d’Europa che non vi si cimentasse. Non c’era aspetto della vita quotidiana che avesse un pur recondito risvolto morale che non venisse esplorato o messo alla berlina. La cosa curiosa è che in quel secolo la regione in Europa dove questo particolare tipo di poeti si trova più concentrato è proprio la Toscana. In Europa a quel tempo bisognava viaggiare molto per trovare favolisti di livello: in Inghilterra Gay o Moore, in Germania Gellert o il più conosciuto Lessing. In Italia e in Toscana non c’era da girovagare molto, bastava spostarsi da Poppi a Figline Valdarno fino a Scarperia.

Tommaso Crudeli il casentinese, Lorenzo Pignotti il valdarnese, Luigi Fiacchi detto Clasio il mugellano; probabilmente quanto di meglio l’Italia poteva offrire in quel momento. Anche perché era facile allora per i poeti indugiare in mode e pose di maniera affatto originali che facevano durare i loro componimenti più o meno lo spazio della vita di una farfalla: imperversavano i sonetti e le canzoni per nozze, nascite, monacazioni, ricuperata salute, mascherate, lauree, quaresimali, cantanti, danzatrici, messe novelle, doni divini, di frutta, di fiori, passeggiate, ogni minimo caso della vita giornaliera, come la caduta di un ventaglio, un dolor di capo, una bizza, una contesa, una cavata di sangue. Tutti e tre invece scrissero cose destinate a durare pur avendo caratteristiche assai diverse, sfumature e interessi differenti derivanti dal corso talvolta peculiare delle loro vite.

Il Crudeli ebbe un singolare destino, in quanto fu in vita tanto provocatore e imprudente quanto i suoi epigrammi e ciò gli valse l’attenzione del Sant’Uffizio. E della poi abolita Inquisizione. Nel 1745 fu l’ultimo martire, visto che la sua vicenda portò proprio alla soppressione del Sant’Uffizio fiorentino e la successiva abolizione della pena di morte in Toscana, primo stato al mondo, giova ricordarlo, ad averla messa al bando. Il Pignotti dei tre è da sempre considerato il migliore. Di conseguenza si tratta del migliore dei favolisti italiani del Settecento. Storiografo granducale, incontrò Napoleone per tentare di dissuaderlo dall’occupazione del porto di Livorno nel giugno del 1796. Pare che Napoleone lo abbia colto con grandissima cortesia, ricordandogli che suo fratello maggiore, Giuseppe Bonaparte, era stato suo alunno a Pisa. Da cui discendono due considerazioni: la prima è che il mondo era piccolo anche allora, la seconda che Napoleone si intendeva anche di favole e doveva possedere un buon grado di autoironia.

Nel vasto repertorio del Pignotti infatti, ci sono molta satira ed ironia, e tutto ciò fa bella mostra di sé ne “La volpe scodata”, che inizia così: Sotto l’adunco dente/di tagliola tagliente/una volpa la coda avea lasciata/e la sua vita a gran stento salvata.  Arriva il giorno della grande adunata annuale delle volpi e lei si mette in un angolo, defilata, si sarebbe detto con la coda tra le gambe, se solo l’avesse ancora avuta. Poi, le viene in mente come nascondere il suo problema: Cominciò con forza a declamare/(…)/contro la strana moda/ di portare la coda. Geniale. L’animale illustra con convinzione quanto quelle loro gran code si impiglino in ogni dove, si riempiano di sporcizia, costituiscano addirittura un pericolo e conclude: Or sarei di parere/che con pubblica legge s’ordinasse/ch’ogni volpe la coda si tagliasse. Capolavoro di retorica convincente a tal punto che quasi viene preso sul serio dall’Assemblea; non fosse che una volpacchiotta, che di sua coda aveva vanità, le chiede, letteralmente, di “mostrare il di dietro”. Succede allora che A voltarsi la volpe allor costretta, /mostrò le sue disgrazie, e colle risa/la question fu decisa./ Ognuno i suoi difetti e i suoi mali/ render vorrebbe al mondo universali.

Il Clasio invece non si fece molto coinvolgere dalla politica, se ne stava appartato, interamente dedicato ai suoi studi, pienamente a suo agio nelle Accademie, dove poteva fare sfoggio delle sue capacità. Gli animali che si aggirano nelle sue poesie hanno ben poco di animalesco, sono dei filosofi mascherati, degli esseri a tratti un po’ malinconici e disillusi. Ma sotto sotto, anche lui è feroce col suo mondo. Tra tutte le sue storie, davvero molte e assai gustose, citiamo quella de “L’asino che porta il concime e quindi i fiori”. Quando passava per il paese carico di concime ciascun che l’incontrava a si molesto / fetor chiudeasi il naso, e si fuggia, mentre l’asino pensava invece di incutere timore e rispetto ai suoi compaesani. Quando transitava per le vie del centro di ritorno dai campi carico di fiori all’apparir dell’asino fiorito/ vennergli incontro i cittadini a schiere/chi voleva odorare, e chi vedere, la bestia riteneva di essere omaggiato come una star.  Ci vuole allora il cane del contadino a riportarlo coi piedi per terra. Quel cane lo apostrofa così: O barbagianni, / nel tuo creder così quanto t’inganni! /tutti della città gli abitatori/fuggon dal concio, e non a te fan loco:/ corron si tutti alla beltà de’ fiori,/ma non pensano a te punto né poco,/Si disse il cane da persona esperta,/ e l’asino rimase a bocca aperta.  E come altro poteva rimanere?

Sotto queste parole apparentemente lievi, non era infrequente che i nostri tre celassero verità assai scomode, satira non gradita ai potenti dell’epoca, addirittura si dice contenuti in codice a beneficio di poche orecchie esperte. Ma che è successo quando su questo genere si son spenti i riflettori? È successo che di loro tre a cominciare dalle scuole si legge poco e si sa ancor meno. Ma questo i favolisti lo sapevano bene e, conoscendoli un po’, direi che non se la sono presa, almeno a giudicare da come si chiude la poesia di Kipling che citavamo all’inizio: Questo fu il sigillo che serrò le nostre labbra, questo il giogo cui siamo sottoposti, negando a noi stessi ogni piacevole compagnia confacente al tempo e alla nostra generazione. I piaceri non perseguiti diventano rimpianti, e quanto ai dolori – non si è affatto ascoltati. Quale uomo ode altro che il brontolio dei cannoni? Quale uomo si cura d’altro che di quel che porta l’attimo? Quando la vita di un uomo supera ogni vita immaginata, chi mai troverà piacere nell’immaginare? Così è accaduto come proprio doveva accadere, e noi non siamo, né fummo, affatto ascoltati. Sì, non se la prenderanno, a patto che ogni tanto li leggiamo ancora. Così “c’erano una volta” diventerà “ci sono ancora”.

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Il 22 Febbraio con Luca Betti e Fulvio Mazza per Recensio

Il prossimo 22 Febbraio a Siena, nell’ambito del progetto “Recensio” avremo occasione di aggiungere un altro tassello al progetto che va avanti da Ottobre 2019 con gli studenti dei Licei (saremo nell’Aula Magna del Liceo Classico). Parleremo di “quello che succede dopo” la redazione di un testo letterario con chi, quotidianamente, si confronta con lo scouting di talenti letterari e con le problematiche di editing e rappresentanza degli stessi autori presso le Case Editrici e, dall’altra parte,  con una nota Casa Editrice che ci illustrerà le peculiarità di un mestiere assai difficile ma essenziale nell’Italia di oggi,  in bilico tra esigenze di mercato, promozione, culturali e sociali.

Gli ospiti:

Fulvio Mazza, Direttore di Bottega editorialeBottega editoriale è un’Agenzia letteraria con sedi a Roma e Rende (Cs).

Luca Betti, fondatore, nel 1991, della Betti Editrice, che tutt’ora dirige. La casa Editrice da tempo svolge una interessantissima opera di promozione del Territorio. Da Siena e da una maggior attenzione alla saggistica legata all’area senese, negli anni la produzione si è arricchita con un buon catalogo di monografie di artisti, saggi di filosofia e storia contemporanea con uno sguardo all’intero territorio Toscano e a tematiche di interesse nazionale, non dimenticando uno spazio specifico per il pubblico dei più piccoli (collana Betti Junior).

Fulvio Mazza , giornalista e saggista è il direttore di Bottega Editoriale. La coordinatrice aziendale è l’agente letteraria Antonella Napoli.
I principi redazionali che stanno alla base dell’attività di Bottega editoriale sono racchiusi nel Nuovo Manuale pratico di Scrittura, Rubbettino, (www.store.rubbettinoeditore.it/nuovo-manuale-pratico-di-scrittura.html ), giunto alla sua terza edizione.
Enfant prodige dei servizi editoriali, l’azienda vanta un ricco Portfolio. Fulvio è autore/curatore di oltre cinquanta saggi sulla Storia politica e culturale per conto di vari editori fra cui: Città del Sole, Esi, Franco Angeli, Istituto dell’Enciclopedia italiana (“Treccani”), Laterza, Pellegrini, Rubbettino.
Ha svolto/svolge collaborazioni e docenze presso l’Università della Calabria, l’Università della Basilicata e l’Università di Bari, nelle materie di Storia, di Comunicazione e di Editoria.
Giornalista dal 1990, è stato/è articolista di varie testate, fra cui “Banca e Finanza” (Mondadori), “il Quotidiano del Sud”, “Prima comunicazione”.
Per una sua produzione giornalistica e saggistica, cfr.: www.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=solr_iccu&resultForward=opac/iccu/brief.jsp&from=1&nentries=10&searchForm=opac/iccu/error.jsp&do_cmd=search_show_cmd&item:5032:Nomi::@frase@=IT%5CICCU%5CCFIV%5C015309

Luca Betti, classe 1961, si occupa fin da giovanissimo di fotografia, appassionandosi però alla comunicazione editoriale a partire dalla metà degli anni ’80. Nel 1992 dà vita alla Betti Editrice, con il volume “Pallium”, che raccoglie le immagini di tutti i drappelloni realizzati per il Palio di Siena da artisti più o meno noti, il primo di una serie di testi nati dalla volontà di promuovere il territorio, la storia e le tradizioni.

Da Siena e da una maggior attenzione alla saggistica legata all’area senese, negli anni la produzione si è arricchita con un buon catalogo di monografie di artisti, saggi di filosofia e storia contemporanea con uno sguardo all’intero territorio Toscano e a tematiche di interesse nazionale, non dimenticando uno spazio specifico per il pubblico dei più piccoli con la collana Betti Junior.

La narrativa, che occupava uno spazio residuale, dal 2014 ha visto crescere in maniera esponenziale i titoli in catalogo raccolti nella collana Strade Bianche, che coniuga la vocazione per il legame con il territorio, alla ricerca di voci e linguaggi nuovi. Strade Bianche ospita romanzi e racconti che narrano la Toscana, dalle città ai piccoli borghi seguendo personaggi e strade poco battuti, a volte inconsueti. È in questo ambito che nel 2017 nasce il premio di narrativa sulla Via Francigena, che ha raccolto l’interesse del mondo editoriale e degli autori emergenti sia in Toscana che oltre i confini regionali.

Nel 2019 vede la luce una nuova collana, I LABIRINTI, dedicata esclusivamente a racconti, con diffusione nazionale.

Una produzione differenziata per tematiche e generi è elemento distintivo della Betti Editrice che, fin dalla sua nascita, si muove nel mondo editoriale cercando di far convivere e tenere in equilibrio il rispetto della storia e delle tradizioni con la curiosità per l’innovazione e i linguaggi contemporanei. Dalla gestione del progetto grafico, all’impaginazione, dalle strategie di comunicazione a quelle  distributive, la Betti Editrice segue ogni aspetto legato alla vita di un opera letteraria grazie alla collaborazione di un team di professionisti specializzati nei singoli settori.

Nella vita privata Luca Betti è attivo nel mondo dell’associazionismo, riveste ruoli dirigenziali nel Lions club senese e toscano, socio dell’Accademia dei Rozzi e ha presieduto diverse associazioni culturali. Ha condotto diverse rubriche culturali sulle radio locali. È appassionato di escursionismo, di alpinismo, di musica in vinile; ama la sua Contrada, la Chiocciola, e la sua Kawasaki custom gialla e non ha mai smesso di interessarsi alla fotografia. È portavoce della CNA toscana per il settore editoriale.

 

 

 

 

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Raffaello Brignetti: io nuoto da solo. Il destino singolare degli scrittori ‘di mare’.

raffaello brignetti

Il mare come Grande Esecutore. Raffaello Brignetti nuota da solo

Massimiliano Bellavista

12/02/2020

Nella letteratura italiana non c’è molto mare, nella testa dei lettori anche di meno a giudicare dall’infelice parabola di molti autori considerati ‘di genere’.  Insomma, facendo un’analisi sommaria, ma piuttosto realistica, se un sommerso ha anche l’avventura (la sventura) di parlare di mare nei suoi romanzi, il suo inabissarsi non è quello di un lento naufragio, bensì quello istantaneo di un filo a piombo. Il mare, se c’è, nella nostra letteratura è spesso un comprimario stereotipato e un po’ bonaccione, un pentolone di minestra riscaldata, una vecchia gloria dal respiro corto e ansimante sul cui passato sono tutti interessati e sul cui futuro incerto e travagliato si glissa o si fa anche dell’ironia. A chi verrebbe onestamente in mente oggi di associare il mare nostrum con il mistero? Con la storia con la S maiuscola, forse, o con il mito e la cultura, allora sì. Provate invece adesso a pensare alla letteratura anglosassone e a sostituire mare con oceano: ecco che un senso gotico di mistero e avventura comincerebbe a galleggiare sull’onda dei vostri pensieri. Conrad, Melville, Hemingway, tanto per citarne alcuni… Come mai? Ed è poi vero che i nostri scrittori il mare lo guardano da riva, mentre quegli inglesi o americani lo attraversano, fisicamente e con la fantasia?

L’Italia eppure è una Repubblica fondata sul mare. A parte il sigillo delle Alpi, poi da ogni cantuccio vi si arriva. Già lo testimoniava Salgari, che con i suoi celeberrimi romanzi prima elaborò una sorta di pedagogia del mare, ritenendo inconcepibile per la Marina italiana la sconfitta di Lissa subita dagli austriaci nella terza guerra di indipendenza, e dopo concepì un personaggio, Sandokan, che come è stato osservato da qualcuno somiglia moltissimo a Garibaldi. È che non risulta mica facile, parlare di mare. Non è solo questione di tecnica, o di fantasia. Il più delle volte, bisogna esserci vissuti accanto molto a lungo, in alcuni casi portarne negli occhi e nel cuore una esperienza traumatica. Prendete Stevenson. Per molto tempo per la sua famiglia è stato una pecora nera. Nel mondo di allora erano i suoi avi le vere star. Per ben due secoli infatti, la sua famiglia ha concepito in Scozia i più incredibili e sfidanti progetti di fari e anche lui fu avviato alla carriera di ingegnere (per i curiosi la ditta di famiglia ha operato fino agli anni Trenta mentre il Northern Lighthouse Board, istituzione per cui la famiglia ha lavorato, è ancora attiva).  Whenever I smell salt water, I know that I am not far from one of the works of my ancestors, scrisse Stevenson nel 1880.

Salgari invece, scioccato o forse disgustato della sua esperienza sui mari di casa, fuggiva con la fantasia verso i pelaghi esotici, ma chi l’ha detto che il nostro buon Mediterraneo non possa essere anche lui misterioso, beffardo e infido come i mari del Nord o gli oceani? La risposta la troviamo nei sommersi. Sì perché siamo stati capaci di dimenticare la maggioranza dei nostri scrittori di mare, quasi si trattasse di un sottogenere alla ‘velisti per caso’. E non è così. Raffaello Brignetti è nato sull’Isola del Giglio nel 1921, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza sull’Isola d’Elba. Come per Stevenson, c’era di mezzo un faro, quello dell’isoletta della Palmaiola, poco più di uno scoglio, dove vivevano in tre (oltre a lui il papà Angiolo e la mamma Biagina). È infatti al faro di Forte Focardo, dove suo padre lavora come guardiano, che passa la maggior parte del suo tempo. L’infanzia e la giovinezza furono di un arcipelago, tutto o quasi quello toscano, più che di una sola isola. […] I ricordi sono successivi – quando avevo sei anni? Forse meno – e la scena è di una spiaggia quieta, lunata, il Campese, con la torre e una brezza estiva dall’interno che sapeva di vigne, macchie e fieni; la brezza mi sottraeva e portava al largo una barchetta con la vela di carta.

Quando si laurea, dopo la guerra, lo fa con l’aiuto di un relatore un po’ particolare, Giuseppe Ungaretti, con una tesi sugli scrittori di mare, sia italiani sia stranieri, in cui parla anche di un altro sommerso, Vittorio Rossi, autore di pagine memorabili che invitiamo a leggere. Sarà Ungaretti, indubbiamente, a trasmettergli un forte lirismo, che impronta tante sue pagine successive. In effetti ci sono pagine in Brignetti che reggono benissimo il confronto con tutti gli autori più celebri che sul mare e di mare hanno scritto. Era sicuramente un maestro degli incipit. Due momenti importanti della sua carriera di scrittore, il Premio Viareggio nel 1967 e lo Strega quattro anni dopo, coincidono con due tra i più belli incipit della nostra letteratura, due autentici cavalli di razza.

Trapassava torpide onde; il sonno della notte sembrava rimasto nel mare, lui filava, con nuoto uniforme, correndo distanze calcolate sotto la superficie, nel giorno incominciato. Spuntava, respirava e subito il dorso appariva e spariva dietro il muso, brillava un guizzo di coda: il delfino andava, la lunghezza sott’acqua era uguale. Curvo emergente riappariva. Continuava, tagliava l’onda. Un grigiore lo circondava nell’aria, benché di equinozio, non ancora pienamente illuminata, e più nell’acqua dove l’onda al suo tuffo si richiudeva con riflesso per un momento verde ferro e pari appena dopo, spento, in ampio mare. (“Il Gabbiano Azzurro”, 1967)

Il primo fu un giorno forte e armonioso. La goletta andava, vele a dritta. Filava, il maestrale la inclinava: lo scafo si risollevava e intanto non aveva corso una parte; tornava, sotto il vento, basso sulla destra, risaliva, percorreva un’altra misura. Per un poco la schiuma era stata quasi pari al bordo; poi il bordo era tornato alto e la schiuma rotta, spersa nella scia e in questa subito cancellata, richiudendosi il mare. Il cammino proseguiva uguale e vario continuamente. (“La spiaggia d’oro”, 1971)

I suoi scritti assomigliano ai ricci di mare: ostici da prendersi, delicati da trattarsi, ma capaci di schiudere al loro interno un sapore che tutto il mare rappresenta e condensa. Se il tema prevalente della sua narrativa sarà, nella maggior parte dei casi, la vita marinara, questa in realtà è una metafora che si condensa in mistero, imprevedibilità e si esplicita in frequenti sconfinamenti nel fantastico alla Buzzati, o nel noir alla Poe. Basta leggere “Morte per acqua” per rendersene conto: le onde del mare di Brignetti non sono cronometricamente e meccanicamente regolate dalla luna, ma sono frutto e capriccio del caso, e questa distesa d’acqua apparentemente infinita vi svolge spesso un ruolo opprimente, capriccioso e claustrofobico che per la sua incomprensibilità ricorda Kafka e per la sua archetipicità talvolta anche la letteratura classica.

Insomma quello che si vuol dire è che ciò che contraddistingue questo scrittore dagli altri, italiani e stranieri, classificati come “di genere con a tema il mare” è che nei suoi scritti il mare non è la cartolina, ma il protagonista e al contempo il Grande Esecutore, il Leviatano, cioè l’attuatore tragico di un destino talvolta molto doloroso. Nel ‘61, a causa di un gravissimo incidente d’auto, Brignetti rimane in sedia a rotelle. Negli anni successivi, caparbiamente dedicati allo scrivere nonostante le molte menomazioni fisiche, vive ai piedi della Torre Medicea di Marciana Marina. Curioso che quella torre anticamente fosse essa stessa una specie faro, anche se di tipo un po’ diverso: infatti serviva per lo più ad avvertire otticamente gli abitanti dell’isola, e non i naviganti che le giravano attorno, di pericoli (a due gambe) che arrivavano dal mare.

Curioso anche per un altro motivo: anche il mare di Brignetti negli ultimi tempi si acquieta e diventa meno crudele, affidato a pagine dallo stile assai più contemplativo e introspettivo, come se anche la sua prosa fosse diventata soprattutto un faro rivolto verso l’interiorità piuttosto che verso un mondo esterno e sconosciuto. Speriamo che queste righe possano invogliare qualcuno a cercarlo e a leggerlo, perché il suo futuro non abbia a rimare con il desinit de “Il Gabbiano azzurro”, anch’esso a suo modo memorabile: “Annota il registro di veglia: «Scomparso all’orizzonte».” Insomma, sommerso.

 

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/il-mare-come-grande-esecutore-raffaello-brignetti-nuota-da-solo_2893.html

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Nuovo articolo sui sommersi su Bottega Scriptamanent

bottega scriptamanent 1

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XIV, n. 149, febbraio 2020

Gli scrittori “sommersi”:
le vite e le loro opera

di Massimiliano Bellavista
Una ricerca dedicata ad autori dimenticati:
le motivazioni che spingono verso questa strada

«Naufragium feci, bene navigavi» (Ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere. Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano. Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.

Opere perdute, autori dimenticati
Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di Internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
La lista di questi naufragi è assai più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni solo per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Una ricerca verso il ricordo collettivo
Se però è vero che senza memoria storica nessun paese, nessuna società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato.
Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che ci proponiamo in questa rubrica è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo una personale sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i suggerimenti di tanti lettori, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 149, febbraio 2020)

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Anna Banti e le donne, un nuovo articolo per i Sommersi

 

anna banti

 

Oggi, 07-02-2020

“Siamo così / È difficile spiegare / Certe giornate amare, lascia stare / Tanto ci potrai trovare qui / Con le nostre notti bianche / Ma non saremo stanche neanche quando / Ti diremo ancora un altro sì” è il testo di una famosa canzone intitolata Quello che le donne non dicono, del 1987. A sentire questa canzone Lucia Lopresti, in arte Anna Banti, autrice nel 1951 di Le donne muoiono avrebbe avuto un sussulto.  Purtroppo era morta novantenne due anni prima, nel 1985, non lontano dalla sua Firenze, e quindi non l’ha mai potuta ascoltare. Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico. Ripescarlo quindi, è d’obbligo.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, avrebbe sussultato perché avrebbe giudicato quei versi forse poco profondi e al contempo contradditori perché molto diversi ma anche molto sovrapponibili al suo modo di pensare, vedremo nel seguito di spiegare come mai. Con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da “donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna”; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni; quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi “fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo”.

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile. Per restare su temi di stretta attualità sanremese, qui non ci si pone né un passo avanti né uno indietro tra uomo e donna, come si vede, ma si vorrebbero compiere tanti passi, di civiltà, l’una accanto all’altro. Solo quattro anni prima era diventata una scrittrice conosciuta e apprezzata, per aver rievocato in un romanzo la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, figura adesso molto modaiola ma decisamente meno ai tempi della Banti, affermando che si trattava di “una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi”.

Parità di spirito si badi bene, prima di tutto e prima ancora che materiale, e su questo tema torneremo, perché le protagoniste delle storie della Banti sono al contempo archetipi e prototipi della nobiltà dell’animo femminile, e la scrittrice non si voleva far tirare per la giacchetta dal femminismo dei suoi tempi, mirava ben più in alto e ben oltre. È ambiziosa anche dal punto di vista strettamente letterario, visto che trova e scrive da par suo un punto di vista originalissimo su di un tema sui cui già ai suoi tempi si erano scritti oceani di inchiostro. Tutti e quattro i racconti della raccolta ospitano mirabili figure di donna che vi invitiamo a scoprire, ma è del racconto che fornisce il nome al volume che vi vogliamo parlare, il quale è situato in un futuro assai lontano, nel 2617. Venezia è in rovine, ma a Valloria, città lacustre vicina, succede qualcosa di inatteso: un giovane studente accusa i sintomi di una strana malattia, che consiste nel ricordare cose di un tempo sconosciuto ai più. La malattia è assai contagiosa, ma colpisce tutti e solo i giovani maschi. Tutti si ricordano di infinite vite passate, trascorse in tempi lontani.

In breve si realizza che le donne sono escluse dal virus della ‘seconda memoria’, ma quando succede, la stessa non è più considerata (dagli uomini) una malattia, ma il segno dell’evoluzione naturale della specie umana e dell’immortalità del genere umano maschile. Gli uomini non muoiono più. Le donne sì. Gli uomini si ricordano con precisione tutte le loro precedenti vite, mentre le donne continuano ad essere condannate a viverne una e una soltanto. Questo fatto è foriero di gravi conseguenze a breve e lungo termine: “Fra poco tutti gli uomini della terra avrebbero goduto la certezza di rivivere, di perfezionare le loro predilezioni, le loro doti, in un futuro senza posa rinnovato, mentre le donne si sarebbero trovate oscure ed effimere come farfalle notturne, incapaci di oltrepassare un termine che, al confronto, sembrava imminente come l’alba del condannato a morte”.

Gli uomini cui de facto, non si sa come non si sa da chi, è stata regalata l’immortalità perdono presto ogni interesse alla conservazione della vita e iniziano a considerare la morte una pura formalità. I due universi si separano, le differenze diventano un abisso incolmabile. Gli uomini si dicono che tutto sommato era inevitabile (in fin dei conti si trattava della conferma palese di un pregiudizio nei confronti delle donne che albergava già nei loro cuori), e si rallegrano della loro sorte, che non li pone più in relazione obbligata con esseri che giù consideravano intellettualmente e fisicamente inferiori.  Le donne lasciano compagni, mariti, fidanzati e si rifugiano in ghetti, spontaneamente e nella totale indifferenza degli uomini. Ma essere immortali ha il suo contrappasso. In questo mondo che si è fatto asettico, solo le donne conservano la pietas, la compassione, l’amore.  Nelle loro comunità, che ricordano gli antichi conventi ma dove si tramanda non tanto un sapere manoscritto ma uno spirituale ed emozionale fatto di arti, poesia, pittura, musica, circondati da un vero e proprio medioevo morale, le donne conservano il ‘culto della finitezza’, quello del valore delle relazioni, del tempo, in un’ultima analisi della vita: “Avidamente innamorate del loro breve soggiorno terreno, facevan tesoro di ogni attimo, prolungandolo in echi tanto profondi quanto parsimoniosi”.

Passano molti anni e un giorno d’estate del 2710, Agnese Grasti, una giovane musicista che proprio in quell’istante sta scrivendo una difficile partitura in una di quelle comunità di donne, realizza oltre ogni dubbio di essere stata contagiata dal virus.  In breve ne ha la conferma; è la prima donna ad avere inspiegabilmente conquistato la seconda memoria. Ma questa sua consapevolezza è presto seguita da una più intima e profonda: è sicura che ne potrà fare un uso assai più utile e proficuo di quanto hanno fatto gli uomini con lo stesso dono. Il resto degli avvenimenti descritti nel racconto è semplice quanto per certi versi a prima vista controverso e inspiegabile: Agnese si rifugia in un albergo e dopo una settimana di riflessioni e travagli interiori torna dalle compagne, consegna loro il diario di quei suoi ultimi incredibili giorni e si suicida. Perché? Forse perché il racconto è un racconto a chiave e niente di quel mondo distopico descritto in realtà è vero, nemmeno il virus: gli uomini sono vittime da decenni di un’orrenda allucinazione, ma sono ancor più vittime della loro stessa presunzione, che non li ha fatti dubitare nemmeno per un istante che la ‘seconda memoria’ fosse un fenomeno irreale.

Le donne invece hanno saputo mantenere il contatto con la finitezza e la realtà della condizione umana, hanno saputo preservare nelle loro comunità quello che ancora può identificare gli uomini come tali. Ponendo fine alla sua vita ma lasciandone questa volta una memoria non illusoria, ma scritta e tangibile, Agnese, l’unica contagiata, impedisce che quell’allucinazione collettiva contagi le altre donne. Non solo, anzi più importante di tutto, in questo modo la protagonista traccia una via in cui saranno le donne stesse e solo loro a salvare il mondo (e gli uomini) dall’annullamento, prospettando a tutti una via diversa e assai più proficua di quella distruttiva della ‘seconda memoria’ per raggiungere l’immortalità. Tale via passa necessariamente dal coltivare l’accettazione della propria condizione e di quella degli altri, poiché dove non c’è accettazione c’è necessariamente l’insorgere di un pensiero gretto e stereotipato che poi è l’anticamera di tante forme di violenza sociale. Ma comporta anche credere nel rispetto, nella relazione tra diversi, nell’amore, nel dubbio e nella la conoscenza senza mai ignorare la finitezza della condizione umana, ma anzi superandola insieme, passo dopo passo. Niente di scontato quindi, come si vede, nella produzione letteraria di questa scrittrice, anzi un modo diverso, insolito, al contempo complesso e provocatorio, di parlare di temi ancora assai controversi e attuali.

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/anna-banti-e-le-donne-che-muoiono_2892.html

 

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Vertical farming su “Il Sole 24 Ore”

 

sole 24 ore«Per arrivare a questo cambio di rotta nel modo in cui coltiviamo il nostro cibo serve know how» sottolinea Luca Travaglini, fondatore con Daniele Benatoff della startup Planet Farms, che ha tra i partner anche Signify (ex Philips Lighting). Da qui, la scelta di Travaglini di avviare un innovativo laboratorio dedicato al vertical farming, dotato di camere bianche certificate, lampade Philips speciali che permettono di utilizzare “ricette di luce” specifiche per ogni ortaggio e la tecnologia, tra cui la blockchain per la tracciabilità di tutta la filiera. «L’obiettivo è il prodotto, che deve essere sano e sostenibile, in modo da assicurare ai gruppi della Gdo una produzione costante tutto l’anno, sia nella qualità che nella quantità» precisa Travaglini. In https://www.ilsole24ore.com/art/coltivazioni-indoor-business-e-sostenibilita-ABLgaSnB

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Al Liceo Scientifico Galilei il 3 e 4 Febbraio

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Ringrazio la scuola e i ragazzi per l’apprezzamento e la fiducia!!!

Al Caffè Letterario organizzeremo un READING AND LITERARY SLAM

Cercheremo inoltre di leggere (e apprezzare) racconti brevi e poesie  analizzando il significato e lo stile delle forme di espressione letteraria odierne, al fine di stimolare gli studenti alla comprensione dei testi e alla recensione degli stessi fatta, per così dire,  “da lettore a lettore“.

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Roberto Ridolfi e l’acqua del Chianti, un nuovo articolo che ho dedicato ai sommersi

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Sulla sovraccoperta de “L’acqua del Chianti” di Roberto Ridolfi edito nel marzo 1981 si scrive che «Sulla prosa di Ridolfi sono d’accordo tutti, da Montale a Emilio Cecchi. Indro Montanelli, sul Corriere della Sera, ne scrisse di queste pagine, terse, senza una sbavatura, saporose d’antico e pur modernissime, non c’è rimasto che Ridolfi a saperne scrivere». Non solo: il Dizionario della letteratura italiana contemporanea, nel 1973, lo indica come «uno dei prosatori più limpidi della nostra attuale letteratura». Ma di lui si sa ormai poco, e, se di Ridolfi, discendente di una delle più nobili famiglie fiorentine, capita di leggere qualcosa è essenzialmente per via della sua monumentale opera di storico. E qui viene la questione che anima questa puntata dei sommersi: L’acqua del Chianti, che raccoglie alcuni elzeviri di Ridolfi comparsi in quegli anni sul Corriere, è stata per chi scrive una rivelazione, il preciso indicatore che, negli ultimi trent’anni, sottacqua c’è finito non un autore, sulla opportunità del cui naufragio potremmo anche tranquillamente sbagliarci, ma tutta una fetta prestigiosa della cultura italiana. E questo, ci pare, è un dato oggettivo. In altre parole, dov’è finita quella illustre tradizione di scrittori e giornalisti capaci di firmare quel tipo e quel livello di elzeviri? È forse finita come la setta dei poeti estinti? Con il termine ‘elzeviro’ si allude ovviamente al famoso articolo di apertura della Terza pagina, riservato in via esclusiva agli scrittori affermati e alle loro libere riflessioni, all’eccellenza e all’eleganza delle loro parole e della loro scrittura.

Tutti questi scritti avevano nomi caratteristici. Emilio Cecchi coi suoi ‘Pesci rossi’ e Montale con le sue ‘Farfalleo leVariazioni’, poco sopra citati, furono insigni elzeviristi, lo fu anche Papini prima di loro con le ‘Schegge’, mentre quelli di Ridolfi si chiamavano ‘Ghiribizzi’ o ‘Palinfraschi’; nel contesto giornalistico attuale se va bene per elzeviro si intende poco più che una recensione.  Umberto Folena, editorialista di Avvenire, in un volume recentissimo, del dicembre 2019, dell’elzevirista, ovvero di colui «cui è permesso discettare un po’ su tutto con garbata ironia», dice apertamente che «Il problema, non da poco, è che oggi gli elzeviri non si scrivono più. È pura, favolosa archeologia. L’elzeviro come divertita divagazione, un andare felicemente a zonzo tra fatti e idee seguendo l’estro, tra giochi di parole e spunti brillanti senza mai prendersi troppo sul serio… alla fine il lettore si ritrova con un sorriso sulle labbra e qualche piccola idea in più nella zucca». Già, un problema davvero non da poco, che testimonia un evidente decadimento della nostra cultura. Eppure il libro che abbiamo in mano è solo del 1981.

Gli elzeviri si aspettavano, si leggevano con impazienza, si criticavano aspramente: sembra di parlare dei dinosauri, se si leggono in questo libro le pagine dedicate al modo con cui Ridolfi dialogava con i lettori, rispondendo alle loro moltissime lettere. Dice a un certo punto: «Ci sono poi lettere a dir poco bizzarre: tanto bizzarre che, a prima vista, viene fatto di prenderle come corbellature. Per esempio uno della Riviera Ligure testualmente scriveva: Sono un assiduo lettore della terza pagina del Corriere, specie degli elzeviri. M’è entrata nella testa l’idea che qualcuna delle seguenti firme sia uno pseudonimo e che si tratti in verità di una sola persona: Carlo Laurenzi, Indro Montanelli, Roberto Ridolfi. Se è così, non sarebbe meglio che gli articoli portassero tutti la stessa firma?». Incredibile davvero concepire una lettera del genere ai nostri tempi, come pure è arduo prestar fede alle proprie orecchie laddove Ridolfi narra la storia peculiare di un suo affezionato lettore, per il quale «L’amico Corriere era scuola e vita; i suoi redattori e i suoi collaboratori, anche se li conosceva soltanto di nome, erano per lui gente di casa».

Ecco l’antidoto all’oblio. Le parole, le parole senza cui non si pensa, non si può pensare, trovano in Ridolfi e nella sua prosa un rifugio naturale. Gli elzeviri insomma, a leggerli ora, sono delle autentiche riserve naturali per parole. Glielo aveva ben detto del resto anche Michele Prisco, altro illustre sommerso di cui presto ci occuperemo e già vincitore del premio Strega, che parlando implicitamente di Ridolfi senza mai nominarlo lo definiva sul Corriere come l’ultimo di una gloriosa stirpe, quella appunto degli elzeviristi, ma destinata certamente a soccombere vittima delle moderne ‘rivoluzioni culturali’. Così l’esimio scrittore del suo articolo «Se ne accorse subito. E di lì a qualche tempo […] accettò l’inattesa proposta d’andare in una grossa azienda provata ad organizzarvi l’ufficio stampa. S’impiegò». Parole profetiche quelle di Prisco, come oggi ben si vede, sennò nemmeno le citeremmo. Ma quanto al caso di Ridolfi, il nostro in realtà non fece mai quel passo e per orgoglio non mise ma in vendita la sua penna.

Ma veniamo al libro: Il primo capitolo, da cui ci viene il nome del volume, segue il magro corso della Greve, il suo costeggiare cautamente il colle di Percussina e lambire il poggio di Marignolle, ove l’autore risiedeva.  Poi alla Certosa di Monte Acuto il fiume riceve l’Ema, il fiume dantesco, in verità un fiumicello ‘alla mano’ come lo definisce Ridolfi e da quel momento fino alla congiunzione con l’Arno a Scandicci è un gustosissimo viaggio quello che dipana di fronte al lettore.  C’è un modo davvero diverso di descrivere i paesaggi chiantigiani, basti pensare ai paralleli improbabili e divertenti con il Nilo, con il Danubio o con il Po delle pagine di Bacchelli, accomunate a queste dalla presenza in entrambe di un mulino. Ma non finisce qui, più avanti si trova la sorprendente Pisa della giovinezza di Ridolfi, e c’è il Galluzzo, descritto in maniera davvero divertente nel susseguirsi degli anni e dell’urbanizzazione, smontando umoristicamente riga per riga e verso per verso le solenni rime del Pascoli «bramerebbe sempre il suo Mugnone/o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico, dando per ogni bruco una canzone». Si descrive in altre parole l’effetto che i danni dell’espansione di Firenze e dell’industrializzazione hanno prodotto sul paesaggio, ‘sporcando’ al contempo paesaggio e memoria, e la parabola, racchiusa in due pagine, tutta tesa tra le rime dantesche dedicate al Galluzzo e il gracchiare di Canzonissima dai televisori è davvero esilarante.

Ma ci sono anche pagine di vita quotidiana dedicate ad eventi personali non belli «Non molte notti or sono, un valente manipolo di ladri forzuti m’ha scassinato la casa e sgomberato le stanze del piano terreno, portando via una grande, pesantissima tavola quattrocentesca, con lo stemma dei miei scolpito in altorilievo sui fianchi, e insieme ad essa altri mobili antichi ed altre stemmate anticaglie: erano i resti di un grande vascello che affonda, e quegli stemmi, la sua vecchia bandiera. Il danno è grosso, almeno per me; eppure tanto non me ne duole quanto dello scempio della mia biblioteca […] Più d’una settimana è passata da quella notte, ma ho voluto lasciare ogni cosa come i barbari l’hanno lasciata; sono rimasti i vuoti, sono rimaste le ferite nel legno, che pur dovrò prima o poi decidermi a far medicare; rimarranno per sempre quelle dell’anima. […] Da allora non sono stato più capace di aprire un libro, di scrivere qualche parola sopra un foglio se non finalmente queste di disperazione, forse di addio. Si direbbe che io avessi scritto finora a dettatura di questi libri ed essi, per l’orrore, si siano ammutoliti ad un tratto. […] Questa biblioteca ho vegliata quando avevo piena la casa di soldatacci tedeschi ed io, io solo, ero rimasto a vegliarla; le schegge d’acciaio sfrondavano gli alberi che la circondavano, piovevano sulla ghiaia del giardino, battevano sui muri esterni. Essa m’ha a sua volta vegliato quando, infermatomi gravemente, m’ero fatto portare tra i libri perché dove m’era piaciuto di vivere mi sarebbe piaciuto morire. Quelle giornate e quelle nottate sono forse il punto più alto e patetico del mio umano cammino. Insomma, qui ho goduto la pace, qui ho patito la guerra, e non soltanto le guerre dello spirito».

Insomma, questi e altri libri di Ridolfi, legati alla sua vita ed ai suoi elzeviri sono certamente degni di tornare a galla nella nostra memoria: del resto anche lui era ben conscio, quasi alla fine della sua esistenza, di appartenere ad un’altra epoca, più fortunata, della scrittura, rispetto alla imperante sciatteria attuale. Ma diceva anche che le mode passano, e fanno spesso dei giri su sé stesse, per poi tornare quando meno te lo aspetti al punto di partenza. Insomma, per concludere con le sue parole «Il mondo cambia e bolle ben altro nel pentolone: a chi lo dite! Ma non per questo dobbiamo diserbare i garofani di Sanremo…».

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Guelfo Civinini, le finestre sui cortili

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That wasn’t my fault, that wasn’t the idea. The idea was, my movements were strictly limited just around this time. I could get from the window to the bed, and from the bed to the window, and that was all. The bay window was about the best feature my rear bedroom had in the warm weather.  It was unscreened, so I had to sit with the light out or I would have had every insect in the vicinity in on me. I couldn’t sleep, because I was used to getting plenty of exercise. I’d never acquired the habit of reading books to ward off boredom, so I hadn’t that to turn to. Well, what should I do, sit there with my eyes tightly shuttered? Just to pick a few at random:  Straight over, and the windows square, there was a young jitter-couple, kids in their teens, only just married. It would have killed them to stay home one night. …The next house down, the windows already narrowed a little with perspective.  There was a certain light in that one that always went out each night too. Something about it, it used to make me a little sad. There was a woman living there with her child, a young widow I suppose. I’d see her put the child to bed, and then bend over and kiss her in a wistful sort of way. She’d shade the light off her and sit there painting her eyes and mouth. Then she’d go out. She’d never come back till the night was nearly spent—Once I was still up, and I looked and she was sitting there motionless with her head buried in her arms. Something about it, it used to make me a little sad. The third one down no longer offered any insight, the windows were just slits like in a medieval battlement, due to foreshortening.

Nel 1942 lo scrittore Cornell Woolrich scrive usando lo pseudonimo di William Irish il racconto “It Had to be Murder” che nel 1944 fu rinominato “Rear Window” (La finestra sul cortile) e divenne l’omonimo, celeberrimo capolavoro di Alfred Hitchcock. Il racconto colpì Hitchcock per vari motivi, ma soprattutto per un aspetto assai peculiare, ovvero le caratteristiche di ambientazione, la maestria che l’autore (anch’esso tra l’altro ormai un sommerso di lingua inglese) di sprigionare una storia in uno spazio ristretto. Un cortile. Delle finestre. Se infatti ogni racconto in letteratura ha bisogno di adeguati accorgimenti tecnici e narrativi atti a rendere possibile e credibile la sua “messa in scena” nella mente del lettore, è vero anche che la medesima letteratura ha una certa tendenza a soffrire di claustrofobia. Insomma, è piuttosto difficile conseguire esiti narrativi felici se tutta la storia si svolge in uno spazio ristretto. Non che non ci si riesca, Baudelaire, Maupassant, Leopardi, Pascoli Zola, Proust, Viginia Woolf, Montale, Conrad son tutti li già pronti a smentirci in una climax che ci stringe progressivamente in una tenaglia che va dalla città di Balzac passando per la casa di Madame Bovary in Flaubert fino alle stanze a misura di personaggio caratteristiche di Ibsen, per arrivare infine all’asfittico pertugio dell’io in Kafka. Ma è comunque raro, ed è in ogni caso degno di nota, perché non è assolutamente facile. Una buona storia è come un’esplosione, è difficile contenerla, confinarla, senza danni. È come immaginare di lanciare un piccolo petardo o provare invece a chiuderlo nel pugno quando esplode. Gli effetti sarebbero, come si sa, ben diversi.

Ora accade che un grande esempio di questa tecnica narrativa lo abbia scritto nel 1937, cinque anni prima di Woolrich, in una raccolta di racconti intitolata “Trattoria di Paese” un nostro autore decisamente sommerso, Guelfo Civinini. Qualcuno lo potrebbe forse ricordare come il librettista de “La Fanciulla del West” di Puccini. Ma finisce qui, di lui ristampato di recente non si trova di più. Eppure, meriterebbe, e non solo come scrittore, ma anche come poeta e giornalista. Le “Finestre Morte”, questo il titolo del racconto inserito nella raccolta sopra citata, si svolge tutto dentro un cortile chiuso: Fino da ragazzetto mi hanno sempre destato un senso non ben chiaro, di curiosità, preoccupazione, diffidenza, nelle facciate delle case, le finestre murate: quelle, voglio dire, che prima c’erano, aperte come le altre, in fila con quelle, o anche in disparte, a guardare un cortile, o sotto una sporgenza di grondaia; e poi furono tappate, e sopra ridipinte. Tutte le altre sono vive, animate, estrose; sono gli occhi della casa, che guardano il mondo, piccolo o grande, che hanno attorno. Si aprono, si chiudono, si accostano a bocca di lupo a spiare e ammiccare, alzano le mezze persiane a far solecchio, si adornano di vasi di fiori e di gabbie dei canarini, sventolano panni stesi, civettano, sospirano, chiacchierano, spettegolano, litigano. Ci sono anche quelle che si danno arie superbe, non prendono confidenza col vicinato, e stanno quasi sempre chiuse…”.

Viene alla mente quella bella immagine usata da Simenon ne “Le finestre di fronte”: C’era una grande casa crivellata di finestre. La finestra nel racconto è membrana narrativa, che separa l’io narrante dal mondo, ma è anche un amplificatore che personifica tante diverse identità, tutte portatrici di un messaggio.  Del resto la finestra è nella storia connotata anche religiosamente come luogo di annunciazione, o all’inverso, come back door da dove il diavolo, a volte sotto forma di subdolo corteggiatore, si intrufola in casa. Ma ci sono le finestre morte che l’autore vede “come gli spettri di queste vive…. Il tempo è passato, i colori si sono sbiaditi, l’intonaco non bene spianato si è scialbato di polvere, e anche qua e là si è scrostato, scoprendo l’ossame di sassi e di mattoni della finestra morta”. La nostra storia, chiusa in un ambiente così ristretto, non può che evolvere verso due direzioni, talvolta sovrapposte: da una parte la meditazione, dall’altra il voyeurismo improntato di eros e mistero. Moravia diceva che proprio il voyeurismo sarebbe il primo motore della letteratura e del cinema. Il nostro autore non fa eccezione: Ognuna di quelle finestre aveva per me ragazzo, e per quel po’ di ragazzo che per fortuna nostra, chi più chi meno, portiamo sempre con noi lo ha ancora, un che di mistero, intorno al quale mi perdevo volentieri a fantasticare. Chi sa quando era stata murata, e perché…

Ma per le arti visive è più facile e naturale, e se la lista elencata sopra di scrittori che parlano di finestre e spazi chiusi è nutrita, quella dei pittori e degli illustratori è addirittura sterminata, comunque sempre espressa prevalentemente sulle corde introspettive o voyeuristiche. Nel cinema un po’ meno, ma dopo Hitchcock si cimentano registi del calibro di Antonioni, Özpetek, il Dario Argento di “Profondo rosso” e soprattutto il Kielowski di “Decalogo 6” del 1988, dove un ragazzo mite e introverso di nome Tomek, s’invaghisce di Magda, una donna che vive nel condominio di fronte, più matura di lui. La spia con il suo cannocchiale ogni sera, in ogni aspetto della sua vita.  In letteratura però tutto questo è più difficile, richiede una grande padronanza di mezzi, un perfetto senso del ritmo abbinato ad una finissima tecnica descrittiva. Tutto questo in Civinini c’è: A cavallo fra l’infanzia e l’adolescenza mi accadde di passare un anno della mia vita in un paese del Mezzogiorno. Si stava di casa in una di quelle stradette mozze che là chiamano « corti ». Le stanze del davanti davano sulla corte con un lungo terrazzo fiorito di gerani e di convolvoli. Quelle interne, con la cucina e il solito sgabuzzino sul poggiolo, su un cortile silenzioso e squallido chiuso fra la casa nostra, il dietro di un’altra a due piani, e il vecchio tetto di una stalla vuota. Il cortile era della stalla, e da chissà quanto tempo nessuno c’era entrato. Erbacce e ortiche crescevano alte fra mucchi di calcinacci e di pietrame. In un angolo, a fior di terra, c’era una finestra nera di cantina, con l’Inferriata. Fra cantina e cortile una dozzina di gatti vivevano in libera e sonnolenta repubblica.
In quel cortile, un mondo chiuso in sé stesso dove si spande un silenzio perfetto, dialogano in una lingua incomprensibile a tutti, gatti e finestre. Ma quei gatti, che passano il tempo in quella cornice di assoluta fissità dormendo e sonnecchiando, e quelle finestre, all’apparenza scalcinate e anonime, da cui ogni tanto qualcuno fa cadere degli avanzi per i felini più sotto, non sono tutti uguali. C’è una finestra murata nel rettangolo avevano ridipinto telaio e vetri, e dietro questi, per effetto scenico, un tendaggio rosso sollevato ai lati, a baldacchino, come quelli delle vecchie quinte”.  E c’è un gatto, certo il più vecchio, grande, forte, placidamente autoritario maschio, naturalmente. Soriano tigrato, con appena un po’ di rogna su un orecchio, aveva degli occhi ancora bellissimi, d’ambra chiara. L’unico che guarda quella finestra murata. Senza un motivo. I gatti si sa, sono animali pragmatici: perché guarda lassù, giorno e notte, in direzione della finestra se non ne cade niente di buono da mangiare da anni?  Sembra di sentire il Pessoa di “Poemas Inconjunctos”: C’è solo una finestra chiusa/e tutto il mondo fuori;/e un sogno di ciò che potrebbe esser visto/se la finestra si aprisse,/che mai è quello che si vede/quando la finestra si apre. E sospesi su questo mistero, ben scritto e interpretato e che merita davvero di riemergere come peraltro altri scritti di Civinini, perfidamente vi lasciamo.

 

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Il premio Asimov: la recensione delle opere di divulgazione scientifica

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L’incontro avrà luogo presso il complesso S.Niccolò (ex ospedale psichiatrico di Siena, Pta Romana) nel palazzo centrale al piano 1 (quello dell’ingresso principale) in aula 145 alle ore 14:30 di giovedì 23 gennaio p.v.

Il Premio, intitolato allo scrittore Isaac Asimov, autore di numerose opere di divulgazione scientifica, è rivolto a tutti gli studenti di scuole secondarie superiori nelle Regioni partecipanti all’iniziativa. Gli studenti saranno coinvolti sia nella veste di giurati – chiamati a scegliere la migliore opera di divulgazione scientifica pubblicata nei due anni precedenti – sia in quella di concorrenti.Gli autori e le autrici delle migliori recensioni saranno infatti a loro volta premiati in occasione della cerimonia conclusiva che si terrà a primavera in contemporanea nelle sedi locali dei partners aderenti all’iniziativa. 

premio asimov siena

 

Venite numerosi!!!!!

 

PS il 25 p,v., altro incontro a Montepulciano

 

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Nuovo sommerso: Piero Chiara e il fico sull’incudine

toscana libri blog 1Uno scrittore ormai famoso scopre di essere malato di un male incurabile. Ha iniziato a scrivere molto tardi, a cinquant’anni suonati. Ha abbandonato l’Amministrazione della giustizia per farlo, dove lavorava come cancelliere, andando in pensione anticipatamente, anche perché vi aveva fatto poca carriera, ma molta esperienza nel senso che aveva letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti nel modo più chiaro possibile…mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare.

Negli anni di cui scriviamo è molto affermato per aver saputo scrivere, muovendo i passi dalla Luino della sua infanzia, di una provincia universale ed eterna, quella italiana: la più ricca di emozioni di sapore umano, come diceva. Nel frattempo ha curato edizioni e traduzioni e ha scritto davvero di tutto: articoli, romanzi, ben dieci, di frequente oggetto di fortunate trasposizioni televisive e cinematografiche, come accade per “La stanza del Vescovo” (1976), “Il cappotto di astrakan” (1978), “Una spina nel cuore” (1979) e tanti, numerosissimi racconti brevi. Ma sono proprio i racconti, evidentemente, ad aver lasciato la traccia più profonda e non tanto, o non solo, nei lettori, ma in lui. Sì, perché Piero Chiara, così si chiama lo scrittore, proprio ai racconti affida il suo testamento letterario. Decide di mettere a punto un’ultima raccolta nel 1986, quasi un epitaffio alla sua parabola letteraria, quando è ormai da tempo gravemente ammalato, pensando a un libro al contempo diverso dagli altri, ma anche a tutti gli altri profondamente uguale. I personaggi de “Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti”, sono pur sempre i personaggi di quella sua antica Luino, ma che, cambiati gli abiti in camerino, potrebbero tranquillamente tornare in scena ne “Le mille e una notte”, nel suo prediletto “Decameron”, o tra le pagine di autori a cui molto deve come Balzac e Maupassant. La provincia in lui è palcoscenico, set cinematografico e incubatore ideale del suo romanzare, improntato a un realismo tutto personale, ma soprattutto il luogo dove tanti piccoli fatti umili ma singolari si accumulano, come succede con gli smottamenti, creando il terreno per una intensificazione narrativa che esplode in esiti particolarmente felici proprio in molti dei suoi racconti, oggi largamente dimenticati e pochissimo ripubblicati. Colpiscono le sue parole, che appartengono ad una intervista del marzo di quel suo ultimo anno, il 1986: stentavo a riprendermi, da un serio intervento chirurgico e stavo molto male. Tre o quattro racconti li avevo già, ma gli altri li ho scritti ad uno a uno come i capitoli di un romanzo e ne è nato un libro che giudico diverso dagli altri. Via via che scrivevo affidavo ai miei personaggi l’ultimo senso della mia vita. Del resto, quando gli chiesero “perché il racconto?” lui rispose che bisognava invece chiedersi “perché il romanzo”, dato che è il racconto ad essere il genere narrativo per eccellenza: più antico, essenziale, immutabile ed ineliminabile, che segue la storia dell’uomo.
piero chiara
Ma torniamo al senso della vita, anzi all’ultimo senso della vita, che lo scrittore affida ai personaggi dei racconti. Dovrebbe trattarsi una cosa importante, soprattutto per uno scrittore. Ma che cos’è, di cosa si tratta davvero per un narratore che, come il nostro, a un certo punto dal treno quotidiano della vita è sceso, smettendo di fare il pendolare, mettendosi in ascolto, è lasciandosene letteralmente attraversare nella speranza di poterla svelare e sgranare come una spiga quella sua vita, salvo poi spesso prosaicamente ridursi, come invariabilmente succede, a spigolare avidamente ciò che rimaneva non mietuto sul campo? Ebbene forse quel tanto ricercato senso della vita sta tutto in un frutto. Il fico. Non si tratta della madeleine di Proust, ma un po’ gli somiglia, perché cristallizza il passato, catalizzando nell’autore una feconda ricerca di associazioni e di esplorazioni interiori.  Non sono le pere butirro de “La Cognizione del Dolore”, le pere immaginate da Gadda spiccate a metà ottobre che maturano repentinamente, nel corso di una notte, tra il 2 e il 7 novembre, ma ci si avvicinano per ambiguità e senso ferocissimo dell’ironia. C’è un racconto in quella raccolta che parla di fichi. È un racconto inconsueto, un mix di tecniche narrative diverse, un motore a due tempi. In un pomeriggio d’autunno del 1917, dovevano essere gli ultimi giorni di ottobre il frutto è al centro di un racconto in cui la madre, Virginia Maffei, osservando una drammatica copertina della “Domenica del Corriere”, dapprima appare molto preoccupata per le possibili conseguenze della disfatta di Caporetto; ma poi un postino amico del padre irrompe sulla scena e porta quattro fichi rubati fuori Luino, fichi tardivi […], i più saporiti quelli con la goccia. Lo scrittore li assaggia per la prima volta e ne rimane scioccato, disorientato, come se biblicamente assaggiasse il frutto dell’albero della cognizione del bene e del male: da allora seppi che esisteva un fico, dice.  Gli sembra di toccare dei rospi, delle rane o altro animale del genere, come la salamandra o il lumacone, tutte bestiole che mio padre, portandomi a spasso nei boschi e per le campagne, mi aveva fatto osservare. Rimane scioccato dal comportamento della madre che aveva dato tanta importanza a quei quattro fichi, quando aveva sotto gli occhi la Domenica del Corriere con tutta quella povera gente in fugaprosegue su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/piero-chiara-e-il-fico-sull-incudine_2881.html

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Dalla baia di Kruna andando verso le montagne cercando il cielo chiuso in una grotta

 

Anche oggi ho cercato il cielo

Sono giorni che lo cerco tra orizzonti chiusi e senza espressione

Ma senza ansia, l’aria per ora mi basta

Qui non c’è molta gente

Di giorno i pescatori sono al largo a seguire magre onde

I bambini illuminano i cortili bassi e oscuri con le gocce dei loro occhi grandi

E poi conviene stare al chiuso

Ci sono fortunali che strisciano sul mare

E passano e lasciano il segno sulla schiena schioccando come fruste.

Sono giorni che cerco il cielo

Ma senza convinzione

Come qualcosa che solo per qualche tempo si è perso a casa propria

Così oggi ho deciso di sviscerare

La grotta in cui ho dormito

Perché fuori l’orizzonte era una porta chiusa

Dicono sia magica dicono che respiri ma per ora emette solo silenzi

Ho deciso di accostarmi alle pareti grondanti del suo immenso stomaco muschioso

Le sento ruminare attorno a me

digerire ancora la tempesta di ieri

quella che si è aperta più in alto

tra le montagne

La mia esplorazione si è chiusa sul cul-de-sac

Di un muro istoriato di quarzo

Quando ormai camminavo carponi.

Sono uscito che faceva buio

Un po’ formica un po’ talpa

e cielo non c’era ancora

Era tutto grigio forse ero ancora nella grotta.

Ma c’era una strada che ho seguito

Una strada che non c’era ieri

Oltre una salita la svolta,

la strada d’improvviso si è allargata e mi si è aperta in gola come un vino novello

al sapore di salmastro si è sostituita la polvere.

Ecco squadernarsi il vento teso ma gentile dell’altopiano.

C’era la tua porta

Aperta per caso, poi per curiosità, poi per compassione

La tua casa era la prima del nuovo mondo

I tuoi occhi i primi che vedevo in tutto quel giorno

Nella tua casa ho portato solo me stesso

Zaino, scarpe tutto abbandonato in veranda, sporco di mondo

come la pelle di un serpente accanto al tuo bucato steso

ruvido ma profumato

Sono stato lupo alla tua tavola

Ridevi mettendoti le mani sulla bocca e sul petto

Il riso fumante era ocra e verde

I tuoi capelli lunghi

Il pane soffice e pieno d’aria

La bocca un fico maturo

Ti ho seguita docile nel tuo letto

Ho conosciuto il pendolo del tuo corpo, una storia narrata stentando nella mia lingua

Una nella tua che raccontavi ad occhi chiusi

E poi ricordo il mio sonno e quattro brevi sogni d’acqua

Circolari e confusi

E in mezzo un abbraccio di lana nera e ricami di luce boreale

Che venivano dalla costa sorridendoci sulla parete

Non so non riesco a ricordare se tu hai mai davvero dormito

Un po’ strega un po’ madre

La mattina quando sono uscito

Ho trovato di nuovo il pane e una brocca d’acqua ad aspettarmi e il cielo

Aperto come un ventaglio di vento leggero

Mi diceva che la marea era favorevole ai miei passi

Che dovevo riprendere le mie cose e imbarcarmi sul sentiero

Tu eri andata via, la tua vita

ortogonale al sentiero del mio viaggio proseguiva nel grappolo di tozze case verdi

che mi stava a circa cento metri dalla parte del cuore

un cestino di tuberi oblunghi, in mezzo a giardini di rose

di cui mi sembrava a tratti di sentire l’odore

da cui mi sembrava venisse un calpestio di passi di corsa

e un susseguirsi di voci ritmate che mormoravano filastrocche.

La tua casa buia conchiglia vuota sull’altopiano

Sembrava adesso più grande ma non mi pareva la stessa

Perdeva ombra viscida sulla strada

Come un mollusco marcio sulla battigia

La tua casa faro spento emorragia di vuoto

Faceva male, mi bruciava sulla schiena

Mi feriva la nuca

Indicava l’unica rotta da non seguire

L’unica meta da non sperare

Diceva di non voltarmi perché una notte non si confronta con una vita

Diceva che la mia memoria è un armadio pieno

Che dietro di me ci sono già troppe cose che sono rimorso

Molte che sono assordante rimpianto

Diceva di non essere debole

Ma è una grossa lacrima sulla mia schiena ancora oggi

La cruna dell’ago del tuo abbraccio.

XIC

(Annotato alla pagina di un diario 23-11-2001)

 

 

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XIC/1

Com’è bello il mio piede che ritorna

Com’è bello il mio piede che ritorna

Inciso e modellato dal passaggio delle cose

Come e forse più della mia faccia.

Un piede che ha volato,

che ha lasciato una teoria di impronte silenziose sulle colline

quando c’era ancora il fango della primavera

e che ora sono un rosario di fossili velati dalla polvere calcinati dal sole

Un piede-bussola che è saltato dove non c’era strada

Che ha strisciato con dignità mendicando gli ultimi metri prima della notte

(sulle sue unghie la luna si scioglieva in riflessi madreperla)

e scaricato a terra come un parafulmine

i dolori e le imprecazioni di mezzo corpo e di tutta un’anima

Ha nuotato silenzioso in acque fredde come un pesce

Vestendosi di squame

 È stato geometra agrimensore costruttore

Perché ogni passo è un ponte costruito su un respiro

Se ha sbagliato strada ha pagato pegno per primo

Con pezzi di sé stesso, con fiori di cicatrici color vinaccia

Che sulla mia pelle sorridono ancora.

Il mio piede è la radice mobile che ho estirpato dalla mia terra

Ha unghie forti come artigli posso dormirci appeso

Capovolto col sangue agli occhi mentre rido

come un pipistrello ubriaco

il mio piede mazzetta strusciata sulla grancassa del mondo

Amplificatore e miccia di ogni mio pensiero

Che ha sostenuto, sospinto, scacciato da sé

Come un brutto sasso

A volte con dolore

A volte sulla strada è rimasto impigliato in un sorriso

Sulla soglia di una casa offerta e pagata con lo scambio di uno sguardo

E di una parola

A volte a cambiato strada e il corpo l’ha seguito

Perché l’istinto cresce a terra come l’erba

E gli occhi leggono le mappe

Mentre i piedi seguono la terra

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Come è bello il mio piede

Che torna e guarda la mia casa dall’alto

Il mio piede che nessuno ha voluto lavare

Tranne me stesso

Perché il mio piede è un’arma

Troppo ha calpestato troppo ha preso a calci

Un piede non perdona

Solo gli occhi talvolta lo fanno

Un piede dice sempre il vero

Non può farne a meno non si può chiudere come gli occhi

Solo quando si muore si può sospenderlo da terra

Quanto basta a interrompere il suono della vita

come sollevando la puntina di un giradischi.

Come è bello il mio piede che torna

Povero come quando era partito

Perché è fatto per spingere, per respingere

Mica è una mano, non sa afferrare e nemmeno trattenere

Mica è un occhio, non sa ricordare.

Come è bello il mio piede

Che si annuncia solenne a nessuno

Trascina me che ansimo

Verso la mia casa di ruote piatte dalla porta vuota

Lo lascerò fuori a correre, mentre metto in ordine

A prendere gli odori e i profumi del ritorno

A salutare in giro a riconoscere i segni del suo territorio

Perché adesso non mi serve, perché non sia imbarazzato, perché non si lamenti

Quando mi metterò seduto davanti a una tastiera e parlerò del mio viaggio

senza nemmeno dire che lui ne ha fatto parte

Mentre i miei occhi saranno chiusi

E le mie mani racconteranno disarticolandola la verità dei suoi passi.

XIC

(da “La febbre dei ritorni” -Quaderno di viaggio in versi 1993)

 

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XIC

 

Xavier Ilya Colosimos. Poeta, scrittore, giornalista e recensore infinitamente amato e stimato da chi ha avuto la fortuna di leggerlo e conoscerlo. Schivo fino all’inverosimile, i numerosi premi che le sue opere hanno conquistato in patria e anche all’estero gli sono sempre stati recapitati a casa, come la pizza. Infatti amava incontrare solo i suoi lettori, che sosteneva di riconoscere subito, dagli occhi e dalle domande che gli facevano, non amava pubblicare le sue opere se non sotto pseudonimo. In questo modo firmava anche i suoi articoli e le sue recensioni. Solo raramente usava le iniziali del suo nome, XIC. Alcuni sostengono fosse un vezzo, visto che il suo stile era sempre riconoscibilissimo. Ancora, non è mai stato tradotto in Italia. Non se ne sarebbe offeso, non amava molto le traduzioni. Diceva che tradurre le storie in parole scritte, in qualunque lingua inclusa la sua, era sempre e comunque tradire la forma più autentica di narrazione. Quella “narrazione primitiva” dello spirito laddove “le parole sono ancora dentro di noi come embrioni, l’anima rima col respiro e lo scorrere ritmato del sangue”.

I suoi scritti sono stati in massima parte rinvenuti nei diari, quelle agende da liceale, farcite d’inchiostro e coperte di adesivi che hanno sempre accompagnato la sua esistenza. Una vita singolare e tormentata quella di Xavier, che alla fine l’ha sommerso. Annota ancora nel suo diario che “presto mi sono pentito di scrivere e poi anche di vivere”.

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In possesso di uno stile e di un ritmo unici, cercava parole sfrontate che fossero capaci di “scavare ogni giorno l’indifferenza di animi induriti dalla rabbia e intorpiditi dalla vita con l’opera costante di una piccola goccia” ma anche versi che “possano far ruotare il mondo con la copia motrice di una tempesta[1].

In un’altra nota del suo diario si augura “di essere sufficientemente assennato da distruggere queste pagine prima che cadono in mani sbagliate. Anzi, ancora più sbagliate. Visto che sono già nelle mie, mani sbagliate per definizione. Mani di cui, molte volte, avrei fatto bene a non fidarmi troppo”. Ma non ne avrà il tempo. Né, forse, la voglia.

Era un viaggiatore instancabile.  Ma non documentava i suoi viaggi attraverso il suo blog o i social, come da qualche anno a questa parte va molto di moda. Anzi, quando partiva, sospendeva tutti i suoi account e le sue collaborazioni. “Viaggiare è spegnere la luce in città e accendere un falò nel bosco. È, deve essere, come stare in quarantena da tutto ciò che già si conosce” diceva. Poi al ritorno, raccontava i suoi “poemi imperfetti[2].  E il racconto, se era buono, doveva restituire in un’unica inscindibile soluzione, la mappa e l’album fotografico del suo itinerario. “Torno per aver voglia di partire ancora. Torno soprattutto per raccontare”. La sua casa, dopo il terremoto che aveva colpito il già povero distretto agricolo nel quale viveva, era una angusta roulotte. Come disse in un’intervista, tutto il suo universo dopo il big bang che aveva disperso il mondo in cui era conosciuto, era un tavolo, una sedia, una bottiglia. “un cavo elettrico consumato e singhiozzante, il mio cordone ombelicale col mondo[3]”.

Se ne perdono le tracce a Jos, Stato di Plateau, Nigeria, il dieci Marzo 2010[4].  Aveva solo 41 anni. O forse, chissà, in qualche dimensione ne ha ancora 46.

Ovunque sia, siamo onorati di averlo conosciuto. E di aver potuto leggere i suoi diari, grazie a sua sorella Antonia.

Qui pubblicheremo per la prima volta parti di alcune delle sue opere narrative e poetiche, nella speranza di poterle presto affidare alla cura di un vero editore.

[1] Discursos Mercuriales PP 76-77 Anno XV Nr 7 Luglio 2005

[2] La Noticia del Norte – 27/06/2003

[3] Sketchy Dreams Literary Review p 37-40 Anno VX nr 4 Settembre 1999

[4] El Nacional –Diarios de trabajo -11/03/2010

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Vertical farming: now for sale

“The farms of the future are far from the picturesque and romanticized multi-crop farms of days past, as are the modern corporate-conventional farms of the present. Modern conventional agriculture is supported by farms characterized by vast areas of land, earthed with monoculture crops, watered by irrigation systems, with rows of crops that allow vehicles to harvest and maintain the crops. In those systems, technology is already being utilized to ensure maximum production from that land use. But is that enough? With additional technology borrowed from multiple existing industries, plant scientists, engineers, and other specialized parties have developed an even more efficient system.

vertical farming 2

From the outside, the farm of the future will appear as a compact building, fully enclosed and can be monitored remotely by plant scientists and engineers. These technically skilled individuals will eventually still be call farmers. The future farm can be called by several names: plant factory, vertical farm, or indoor farm. The plant factories of the future are run using high-end robotic automation, are data-driven, and uses augmented intelligent supported systems in a fully enclosed environment. The plant factory is supported and fueled by 100 percent renewable energy from local sources.
It may sound scary, but the outcome is nature in its most pure form. Imagine, a fresh fruit or vegetable, clean as it can be, free of pesticides, and full of aromas and nutrients, with a drastically lower water footprint; because the only water lost during farming, is that which is inside of the plant when harvested. Futuristic plant factories are completely sheltered from the outside world, protected from unpredictable weather, animals, and insects (who can carry diseases).”

VERTICAL FARMING 1

https://www.licosia.com/?product=vertical-farming

https://www.amazon.it/Vertical-Farming-Bernardo-Cigliano/dp/8899796890/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=vertical+farming+licosia&qid=1572175940&sr=8-1

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VERTICAL FARMING: il primo libro divulgativo sul tema in Italia (scritto dai diretti interessati)

Ringrazio l’editore per averci creduto e averci dato la possibilità di realizzare questo importante e impegnativo progetto editoriale. Il libro è molto bello (anche se non sta a me dirlo) e ricco di materiale inedito sul tema. Utile (unico) al momento sul tema per chi volesse approfondire un ambito sociale e imprenditoriale di cui si parlerà a liungo negli anni  a venire… In libreria e  online dalla prossima settimana!

VERTICAL FARMING 1

Alcune rapide considerazioni preliminari: in questo volume parliamo di argomenti assai poco conosciuti dal grande pubblico e dove la letteratura divulgativa sul tema in Italia è inesistente. Per accorgersi che è così basta fare un rapido giro in Rete. Per cui il libro ha tutti i pregi e difetti che si riscontrano in questi casi un po’ pionieristici. Da un lato infatti, il progresso tecnologico, come ampiamente delineato nella Introduzione, può rendere con facilità superato qualunque riferimento troppo schiacciato sulla pur fondamentale componente tecnica sottostante al tipo di business trattato, ovvero quello dell’Indoor Farming. Dall’altro però si corre il rischio di essere troppo generici e poco chiari sugli argomenti trattati.
Questo libro invece vuole rivolgersi:
—— a coloro che si avvicinano per la prima volta a questo tema e vogliono farsene un’idea, fornendo loro una panoramica completa e obiettiva, senza leggersi un trattato tecnico e soprattutto senza avere l’impressione che del tema si voglia una gratuita o interessata esaltazione;
—— a coloro che vorrebbero investirvi in futuro o comunque sostenere in ogni forma progetti di Indoor Farming;
—— a startupper e imprenditori.

GLI AUTORI ( oltre al sottoscritto…)

Bernardo Cigliano dal 2014 approfondisce gradualmente i temi di City Farming e Vertical Farming. Fondatore e CEO di SIX®, Startup Innovativa, tra le prime 100 Startup in Europa per Contest Awards, si specializza sulle tematiche di City Farming e inizia a costruire un Network di interesse europeo, con collaborazioni di condivisione e operative con le maggiori realtà Nord Europee.
Dal 2018 lavora al Project Management per la realizzazione di Tusco®, la prima Indoor Farming dedicata ai Microgreens in Italia, in cantiere da settembre 2019 in Toscana, Italia.
Per Tusco® si occupa della stesura dei piani di Business e dei Modelli di Business generati dai sistemi microeconomici indotti dalla Indoor Farming, nonché dei modelli di Business Development e Innovation. In virtù delle esperienze imprenditoriali
e tecniche accumulate e riconosciute sul mercato, inizia prestigiose collaborazioni, Mentorships, Tutoring e Partnerships con le maggiori Universitàeuropee, con Aziende di Indoor e City Farming in UK, Portogallo, Belgio, Olanda, Italia, Cina.

Luca Travaglini è fondatore con Daniele Benatoff della startup Planet Farms. In un settore imprenditoriale agli albori ma già in forte crescita, le Vertical Farm sono esplose raggiungendo dimensioni ragguardevoli su scala industriale, segnatamente in Usa, Nord Europa e Giappone, con un conseguente picco di investimenti. In questo contesto in frenetica crescita e alla ricerca dei migliori e più stabili modelli di business Planet Farms è oggi la più grande realtà italiana ed europea del Vertical Farming. Produrrà a breve nella Farm di Cavenago una quantità di prodotto capace di fornire il fabbisogno giornaliero per 10-15.000 persone. E sarà un prodotto sano, sicuro, controllato, senza additivi chimici in ogni fase di processo. Lo farà anche nelle prossime installazioni, già definite, in Italia e in Europa, in contesti limitrofi alle città e vicini ai gruppi di acquisto come dentro i nuclei urbani stessi, anche nell’apice brulicante della vita cittadina come nell’impianto di Londra.

Simon Dominiek Allegaert, MSc Food Technology, Food Innovation & Management – Wageningen University & Research . Autore di una tesi su “Development of a Vertical Farm Business Framework – An exploratory research”

Alessio Bontà è uno dei più importanti Private Chef nel panorama italiano. Milanese, negli ultimi 30 anni ha cucinato per importanti famiglie, personalità dello spettacolo, prima di trasferirsi stabilmente nel sud della Toscana, in Maremma, per proseguire la ricerca del Private Cooking in uno tra i contesti privati e ricettivi più esclusivi del panorama europeo.Seppur con predilezione per una cucina semplice, con materie prime di altissima qualità e dai gusti delicati, la curiosità e l’attenzione all’innovazione ha portato Alessio a scoprire le potenzialità dei Microgreens che oggi utilizza costantemente, occupandosi di ottimizzarne e valutarne i parametri sensoriali

 

 

 

 

 

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Una rubrica settimanale su Toscanalibri

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Naufragium feci, bene navigavi (ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere.  Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano.  Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è la parola meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.
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Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
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La lista di questi naufragi è più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Se però è vero che senza memoria storica nessun Paese, nessuna Società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato. Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che questo blog si pone è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo la nostra sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i vostri suggerimenti, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su sé stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

 

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Il 12 Ottobre ospite alla VI edizione di Passeggiate d’autore

Ringrazio l’organizzazione,  arrivederci al 12 Ottobre prossimo!!!

toscana libri

I secoli di Siena. È racchiusa in questo titolo la sesta edizione di Passeggiate d’Autore, il format ideato dal portale Toscanalibri.it, a cura dell’assessorato al turismo del Comune di Siena per la direzione artistica di Luigi Oliveto, in programma da febbraio 2019 a febbraio 2020. Si intende così partire dalle origini della città per giungere fino all’Ottocento e questo verrà fatto visitando luoghi; focalizzando temi legati a particolari momenti, figure di spicco, istituzioni della storia della città; arricchendo queste storie con la suggestione di immagini, letture, performance artistiche. VI edizione realizzata con la collaborazione di Banca Monte dei Paschi di Siena.

passeggiate d'autore 6 edizione

Il format – Le Passeggiate d’Autore sono nate allo scopo di offrire a turisti e residenti una scoperta (e riscoperta) di Siena al di là dei consueti itinerari e con un approccio che della città facesse percepire anche il sentimento, le emozioni, la cultura racchiusi nella sua storia e testimoniati da un insieme di aspetti (struttura urbanistica, arte, tradizioni, personaggi, letteratura). È così che, in cinque anni, le “passeggiate” hanno percorso una Siena inconsueta, talvolta meno nota. Una città da apprezzare non solo nelle sue evidenze, ma anche in ciò che ne costituisce l’anima. Un racconto che, grazie alle guide speciali che lo hanno condotto (studiosi, letterati, artisti, scrittori, guide cittadine) è risultato essere, appunto, un racconto d’autore.

Sabato 12 ottobre, ore 15.00
Nel tempio della conoscenza, la Biblioteca degli Intronati
Sede della Biblioteca, via Della Sapienza 3
RAFFAELE ASCHERI, ANNALISA PEZZO e MASSIMILIANO BELLAVISTA
Nel 1932 fu il podestà Fabio Bargagli Petrucci ad attribuire alla Biblioteca comunale il nome di “Intronati” in ricordo dell’omonima accademia letteraria che dal 1722 al 1802 aveva occupato gli stessi locali della Sapienza. Ma le sue origini risalgono al 1758 e al lascito di circa tremila libri che l’arcidiacono Sallustio Bandini volle fare affinché l’Università fosse dotata di una biblioteca fino allora inesistente. Le volontà testamentarie del Bandini erano quanto mai precise: il fondo librario doveva essere destinato a un uso pubblico e il curatore della biblioteca sarebbe dovuto essere il suo allievo Giuseppe Ciaccheri. Grazie alle competenze e ai buoni uffici dello stesso Ciaccheri, il materiale librario (e non solo librario, ad esempio una collezione di disegni dei “primitivi” senesi) si arricchì presto di altri lasciti. Quello di Giovanni Sansedoni (1760), della figlia di Uberto Benvoglienti che donò manoscritti e carteggi del padre. Così come la Biblioteca si arricchì (1783) di molti manoscritti provenienti da conventi e compagnie laicali dopo la soppressione di questi da parte del granduca Pietro Leopoldo. Nell’Ottocento, a seguito delle alterne vicende politiche (governo degli occupanti francesi) la Biblioteca venne chiusa e riaperta solo nel 1812. Un’altra importante acquisizione avvenne nel 1886 con il lascito del librario ed editore Giuseppe Porri, ricco di manoscritti e opere a stampa di varie epoche. La Biblioteca degli Intronati conta attualmente 650.000 pezzi distribuiti in diciotto chilometri di scaffali. Vere rarità sono conservate nei suoi armadi. Alcuni incunaboli tra i quali Il Monte Santo di Dio (1477) Dante con i disegni di Sandro Botticelli (1481). I taccuini con i disegni architettonici di Francesco di Giorgio e Giuliano da Sangallo, lettere di santa Caterina, il breviario francescano senese (sec. XV) miniato da Sano di Pietro. Quasi ovvio che un siffatto tempio del sapere e del pensiero si trovi in via della Sapienza.

 

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Nuovo sito per Stroncature.com

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Orgoglioso di essere tra i fondatori di questo innovativo e coraggioso sito di recensioni che in poco tempo è diventato un punto di riferimento per tanti lettori. La recensione  nella sua forma più nobile e libera, sia essa positiva o negativa, come genere letterario a sè stante è la sua mission. Il libro, valorizzato nelle sue manifestazioni più alte, curiose o inedite, il suo obiettivo.

 

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