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#ioraccontobreve: i vincitori della quinta settimana

Dunque, procediamo con ordine:

Partiamo da Milano, una Milano alla Gaber, più che una Milano da bere, come si legge nell’abilissimo quadro che ci propone Stefano Scanu, che non finiremo mai di ringraziare per il suo sostegno a questa iniziativa, che ha riscosso anche più gradimento di quanto ci aspettassimo. In fin dei conti chi ha partecipato non ha vinto niente, al limite speriamo un buon articolo, un po’ di visibilità e di sicuro la nostra stima, ma noi di sicuro abbiamo vinto il sincero piacere di leggerVi!

VIA CAPPUCCINI N. 3 di Stefano Scanu

gaber

Volevo farti una sorpresa. Avrei dovuto mettere le Clark per non fare rumore proprio come diceva Gaber in una vecchia canzone, invece rimbombano solo i miei passi in questo quadrilatero fitto di silenzio.

Quando mi hai detto: “alle sei davanti a Villa Invernizzi, quello dei formaggini”, ho annuito fingendo di conoscerlo per non deluderti.

Poi il silenzio è cresciuto con la sera e mi spiace non ci fossi, perché avrei voluto ringraziarti.

Ormai sono qui da ore, a spiare solo e sedotto dei fenicotteri rosa dietro il cancello del palazzo.

Non ricordo neanche più che ci sono venuto a fare.

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Viviamo tempi di difficile interpretazione. E di frasi fritte, fritte, fritte come direbbe Benigni. Soprattutto sui media.

Siamo come in guerra; siamo come nel ’29; siamo come nel dopoguerra …uffa!!!

Erik Scortecci, studente liceale del secondo anno, ci dice che ha deciso di scrivere questo racconto rifacendosi per l’appunto alla frase che oggi sentiamo spesso: “siamo come in guerra”.

Allora –dice- ho pensato di intrecciare il desiderio del ritorno alla normalità e alla quotidianità con la storia di un uomo, sconosciuto, ma di cui è intuibile lo stato d’animo. Ho cercato di raccontare una situazione tipica vissuta dai soldati che tornarono dal fronte, e che oggi in qualche modo stiamo vivendo di nuovo, aspettando di ritornare alla normalità.

la guerra è finita

RITORNO ALLA NORMALITÀ

Il cielo era di un grigio piombo e i tuoni annunciavano un temporale. Le sue lacrime si confondevano alla pioggerellina che iniziava a scendere. Stremato per il lungo viaggio, si ristorò nei pressi di un boschetto. Rimase lì, a contemplare dopo tanto tempo quei colli della sua Toscana. Era autunno, i campi arati sembravano mostrare le loro cicatrici. Intanto ripensava alla loro fioritura: agli steli di grano, che ad ogni soffio di vento, iniziavano a danzare. Ricordavano le increspature di un mare agitato. Presto, al di là di quel mare, Piero avrebbe incontrato la salvezza, e la sua angosciosa attesa sarebbe finita.

E quindi via con Stefano Vallini, nato a Siena 40 anni esatti dopo Dizzy Gillespie. Lasciamo a voi stabilire quando… Ha pubblicato per Betti Editore Quante storie per un menu! – Racconti di cucina toscana e Il vento frusciava – Un suo racconto “Asfalto” ha trovato posto sul portale di Toscanalibri.it.

E siccome Dizzy Gillespie nella sua Stardust diceva Besides the garden wall, when stars are bright/You are in my arms il suo racconto non poteva che parlare di stelle …e di cose ahimè ben più terrene,

…A RIVEDER LE STELLE

stardust

Roman l’avevo visto davanti al supermarket, raramente davanti alla chiesa. Tendeva la mano e basta. Io vi appoggiavo solo sguardi colpevoli e facili da dimenticare. Non credo che abbia mai lavorato, ma è sempre vivo. Non posso dire lo stesso dei miei ex-colleghi. Lo saluto quando si affaccia dalla sua baracca dall’altro lato della strada.

Le auto ci dividono con i loro fumi di polveri sottili e ossido di azoto, che a respirarle fanno lo stesso effetto della vita. Il ponte che abbiamo sopra la testa ci protegge dalla pioggia. La notte, per vedere le stelle è sufficiente spostarsi nella scarpata di fianco.

Terminiamo con un tema che avevamo già approfondito nella puntata numero 3, quello dei negozi e dei mercati in questo periodo.  Ce ne parla Susanna Daniele, giornalista e scrittrice, che è nata e vive a Pistoia. Ha pubblicato con vari editori testi teatrali, e racconti gialli e noir. Il suo ultimo volume è Serra si racconta, la raccolta di un secolo di memorie degli anziani abitanti di un paese della montagna pistoiese.

I COLORI DELLA VITA

i colori della vita

È uno dei due negozi rimasti aperti in una piazza che da secoli è centro di scambi commerciali e di vita cittadina. Il verde scuro di cavoli e broccoli, le gradazioni del rosso di peperoni, pomodori, radicchio e melanzane, il bianco di finocchi, porri e cavolfiori.C’è la bandiera italiana su quelle mensole di pietra vecchie di sette secoli, e molto altro.C’è cibo per il corpo, ma anche un sorriso per l’anima che trapela dagli occhi della venditrice, c’è una parola scambiata in un momento in cui la solitudine ha il sapore acre di una cattiva medicina.

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Tutti i colori del tempo, tutti i colori di Laura

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato per #ioraccontobreve un racconto di Laura del Veneziano

Quel racconto ci aveva colpito molto perchè trattava, anzi esaltava il tema del dettaglio e del colore/non colore, e di quei piccoli spazi e anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si soffermava complice la quarantena, assai più di prima. (e si sofferma ancora, perchè tanto ora la quarantena non sta scritta nelle autocertifcazioni ma peggio ancora nelle nostre paure).

Il racconto si intitolava ‘Bianco’ e funzionava, essendo una introspettiva inversione tonale, come un negativo in fotografia: non poteva non lasciare la porta aperta a un positivo, cioè al racconto  che segue...

capperi 2

La pianta di capperi, le lucciole e tutti gli altri miei colori

Quando ero bambina, ero particolarmente affascinata dalla pianta di capperi, non da una pianta di capperi generica, ma proprio da quella pianta di capperi che, ai miei occhi,
inspiegabilmente cresceva sul muro esterno della casa di mia nonna. Mi si presentava alla vista ogni volta che, svoltato l’angolo dovevo salire le scale. Me la ricordo con estrema chiarezza proprio perchè la mia curiosità era attratta dal come. Come era possibile per una piccola piantina sbucare dal nulla in mezzo al grigio edificio? Come le riusciva di vivere rimanendo giorno e notte, attraverso le stagioni, abbarbicata ad un muro? Le sue foglie verdi, tondeggianti, regolari, di diverse dimensioni ma pur sempre in una composta armonia, attiravano la mia attenzione verso il centro della pianta, dove i fiori, che dal bianco sfumavano verso il fucsia e quasi il viola, mi piacevano da matti perché ostentavano una forza incredibile. La forza della sopravvivenza, di chi resisite incurante di tutto e di tutti, di che ci riesce sempre: quella pianta di capperi mi mostrava in tutta la sua essenza la capacità che oggi noi esseri umani nominiamo come resilienza, senza poi riuscire più di tanto a provocarla dentro di noi.
Fermo guarda eccone due, ce ne sono soltanto due”. E’ buio il primo giovedì di libera
uscita qui tra i campi intorno casa e l’idea di uscire fuori con i bambini per cercare le lucciole mi viene in mente durante la cena, guardando appunto il cielo che muta i suoi colori verso lo scuro.

Le lucciole, nelle mia memoria di bambina riempivano la natura ed il paesaggio intorno casa. Ne ricordo talmente tante, nelle calde notti di maggio! Quasi da poter suscitare spavento nel mio cuore infantile, per stranezza e sorpresa. Gialle, alternate, lucenti, illuminavano il nero scuro di quel buio che non poteva farmi paura, essendo io completamente padrona di quei luoghi.

A distanza di qualche decina di anni invece, qui ne vediamo soltanto due. Sono sufficienti per lasciarmi andare. Chiudo gli occhi. Il silenzio. Il vento caldo. Il mio respiro si nutre di una sensazione benefica ritrovata, rinnovata, inaspettata. Per qualche istante torno bambina a riscoprire dentro di me la gioia, la bellezza e il calore di una fanciullezza e di una vita meno in bilico di quella di questi giorni. Una vita piena, colorata di libertà. Che colore ha la libertà? Il colore delle nostre due piccole lucciole, poche, troppo poche, ma ben salde, nel loro tentativo di tenersi stretto quell’angolo di natura che abbiamo riservato a loro.

colori primari
Di mattina presto oggi ho deciso di dare una svolta a questi giorni, ed esco per una
camminata solitaria. Stare sola mi ha sempre dato conforto e continua a farlo anche adesso, che tutti, sono preoccupati della mancanza forzata di legami sociali. Il colore della solitudine mi si addice, perché è pieno intenso, vivo, mio, se dovessi dipingerlo sarebbe un blu immensamente profodo. Mentre procedo per le strade ancora un po’ sonnecchianti, mi accorgo che i colori della mia città sono cambiati, complici le pochissime persone in giro.

Osservo che il rosso dei papaveri ha invaso anfratti inaspettati e mi sorprendo di adocchiarli laddove non avrei mai pensato fosse possibile. A tratti il verde delle foglie degli alberi si lascia mescolare in tutte le diverse tonalità che questo colore vitale è in grado di offrire, per poi, all’improvviso, spostarsi per una folata di vento e mostrarmi un azzuro incredibilmente pieno: il cielo è di una limpidezza sorprendente.

Camminando sulla stradina sterrata, un sapore lievemente terroso si alza dai miei piedi e mi accorgo che anche il colore marrone sembra parlarmi e diffondere tutto intorno, nelle sue sfumature cangianti, la sembianze della vita che ha custodito gelosamente al caldo durante tutto l’inverno. Una domanda mi accompagna nel ritorno verso casa: è il sole che, come il resto della natura, si è ripreso il diritto di far risplendere di una intensità più viva tutti questi colori? O forse sono io, che adesso, da sola, mi concedo una diversa possibilità di guardarmi intorno, posando la mia attenzione su particolari che prima, la vita frenetica non mi permetteva di cogliere? Sono forse questi che solo adesso riesco a notare, tutti i miei colori?

Capperi

Il dubbio si scioglie quando decido di fermarmi a comprare la mia pianta di capperi.

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Cadono le tessere del domino…

 

Effetto domino

Allora dunque: oggi tocca a Silvia Schiavo che per  il nuovo appuntamento con il nostro Domino Letterario, che vi permette di assistere stando a casa a presentazioni a catena di libri. Silvia Schiavo, chiamata in causa la scorsa settimana come ricorderete da Elisa Mariotti, propone la lettura di “Il copione maledetto” (ARA Edizioni) di Massimiliano Milanesi.

domino

Il libro – lI celebre e ormai anziano attore e regista teatrale Marco Rini torna a Siena per il solitario atto finale della sua esistenza. La parabola della sua lunga vita sembra infatti ormai destinata a concludersi nel rimpianto per la perdita della moglie e per il difficile rapporto con il figlio, quando dal passato riemerge un antico testo teatrale dai poteri inquietanti: Il copione maledetto. Tra vecchi teatranti alle prese con le grazie e le tragedie del proprio passato e giovani attori che affrontano le benedizioni e le maledizioni del proprio presente, la vicenda culmina con la messa in scena del Copione. Sarà infatti quest’ultima rappresentazione a portare a compimento i destini di tutti, nella gloria e nell’amore, nella miseria e nella rovina.

 

 

Per le puntate precedenti…

domino puntate precedenti

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Marinifesto: pubblicato il mio contributo.

Ringrazio il Museo Marino Marini per questa bella sorpresa:  sono onorato che sia parte del Marinifesto. Sono contento in generale quando si affrontano in modo così creativo le questioni, attualissime, della fruizione della cultura, del racconto delle città d’arte e dell’interazione con gli spazi museali.

Marinifesto

Quando i futuristi pubblicarono il primo manifesto artistico del 20° secolo nel 1909 stavano aprendo la strada a qualcosa di più di una rivoluzione creativa. Stavano offrendo, insieme ad artisti e pensatori , soluzioni ai problemi del tempo che ancora oggi segnano il nostro presente culturale.
La vita non è la contemplazione delle cose fatte” (cit. Marino Marini) ma investimento per il futuro con un pensiero “laterale” creativo diverso.
Il #Marinifesto vuole per questo andare oltre le parola/guida dell’artista Marino Marini e aprirsi a tutti i creativi , artisti, designers, architetti, musicisti, scrittori, grafici, visionari di tutte le latitudini che vogliano contribuire a costruire i contenuti per la cultura del futuro con il loro apporto. Una “chiamata all’arte” attraverso le parole, i sentimenti, il pensiero di chi vuole lasciare un segno oggi per fondare il domani.

Questo il contributo che ho inviato in Aprile per il  #Marinifesto:

“Quando è fuoco non brucia il mondo, lo trasforma. È sia torcia che focolare.
Quando è tempo non consuma, è taumaturgo che sana, anticorpo che difende.
Quando è pensiero non è astratta, è artefice in opere del futuro.
La cultura sarà questo tempo, pensiero e fuoco. Di tutti.
Questo tempio sacro montato su di un carro di Tespi.”

 

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Italiabook Festival: video della tavola rotonda sull’ambientazione dei romanzi. Aggiungo i link a Rai Radio 3 e RadioSiena TV per il premio Asimov

Ringrazio sentitamente Stefano Zanerini (anche per la pazienza dimostrata nei primi minuti di difficoltoso collegamento!!!) e Katia Brentani (per il suo instancabile lavoro di questi giorni)

 

Seguiteci in diretta streaming  o su QuiBolognaTv

 

Italia book Festival 2020 4

 

 

Radio Siena TV: Premio Asimov

sienatvradio

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Oggi alle 14.30 a Italia Book festival parleremo di racconti e loro ambientazione

Seguiteci in diretta streaming  o su QuiBolognaTV

 

Italia book Festival 2020 4

Ultimo week end con Italia Book Festival. Ecco il programma! Non mancate.
Oltre 80 case editrici e quasi 4mila libri a disposizione
 Potete riguardare tutte le interviste di questi giorni nella sezione “Appunti di viaggio”
23 maggio
10:30 Incontro con l’Editore – Pandilettere Edizioni
11:00 Incontro con l’Editore – Ecogeses cooperativa
11:30 Incontro con l’Editore – Buendia Books Edizioni
12:00 Selezione di Booktrailer
14:30 Incontro con l’Autore Incontro con l’Autore – Luca Martinelli – Giorgio Simoni – Massimiliano Bellavista- giornalista
I libri:
15:00 Incontro con l’Editore – All Around Edizioni
15:30 Incontro con l’Editore – La memoria del mondo Edizioni con Luca Malini
16:00 Incontro con l’Autore – Valeria Masciantonio (Ensemble Edizioni)
17.00 Incontro con l’Autore – Marino Bartoletti e Roberto Mugavero
17:30 Ospite IBF – Vito (Stefano Bicocchi) sarà presente Marcello Trazzi dei Rems
19:00 Incontro con … il regista Francesco Gagliardi
24 maggio
10:00 L’Angolo di Mastro Pennello – Vignette-live con Pietro Peo
10:30 Incontro con l’Editore – Terra Nuova Edizioni con Nicholas Bawtree
11:00 Incontro con l’Editore – CTL Edizioni
11:30 Incontro con l’Editore Tomolo-Edigiò Edizioni
12:00 Incontro con l’Autore
15:00 Incontro con l’Editore- Errekappa Edizioni con Monica Fava
Incontro con l’Autore – Simone Metalli curatore di Misteri e manicaretti a Bologna. Interviene Federica Mazzoni, Presidente Commissione Istruzione, cultura giovani, comunicazione
17:30 Ospite IBF – lo scrittore Carlo Lucarelli
18:30 Ospite IBF -lo scrittore Valerio Varesi
19:00 Incontro con i curatori dell’ebook Quadrifoglio-1 – Cristina Orlandi- Lorena Lusetti – Simone Metalli

 

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Bruciate i romanzi, i Paridi delle lettere

 

GAETANO ANGELI

A FUOCO I ROMANZI, I PARIDI DELLA LETTERATURA

Da sempre sosteniamo che la buona scrittura viene da/dopo una lettura assidua e curiosa.

Oggigiorno, ci lamentiamo che i giovani leggono troppo poco, e ogni cosa o quasi ci va bene, purché leggano un po’. Ai tempi di Gaetano Angeli, quando alla conclusione dell’Anno scolastico 1820 lui tenne il suo discorso in un Collegio di Verona davanti alle studentesse, immortalato nel libro che vedete, sembra che invece ci fossero problemi di abbondanza.

Non era in discussione che si leggesse, il problema era solo stabilire cosa. E, se ne necessario, i libri si potevano ancora proibire e addirittura minacciare di bruciarli. Bei tempi. Vuol dire che quanto meno erano importanti!

Duecento anni dopo il mondo è capovolto: chissà cosa direbbe il pio Gaetano Angeli vedendo la nostra situazione. Lui ce l’aveva coi romanzi.

GEREMIA

Sì. I romanzi.  E non perché non li capiva. Anzi, tecnicamente li capiva fin troppo bene: dal momento che presenta una parte di invenzione e una parte di realtà storica, per esempio quello del romanzo storico è in effetti un genere “ibrido”, un ossimoro letterario basato sula fiducia che il lettore ( il quale non mancherà di chiedersi quanta parte di verità ci sia nei fatti narrati) ripone nella sua controparte, lo scrittore, il quale in concambio accetta di limitare la propria libertà inventiva, sottoponendola al vincolo della verità storica. E lui infatti si lamenta nel suo pamphlet proprio di questo: va studiata storia, non una storia sulla storia, perché nel migliore die casi sarà una lettura parziale dell’Autore, nel peggiore addirittura un travisamento della ‘realtà’.

Letterariamente il 1820 rientra tra gli anni di svolta, il genere romanzesco deve ancora dare  il suo meglio : Walter Scott aveva pubblicato Waverley 6 anni prima, Ivanhoe solo un anno prima. Renzo e Lucia si agitavano ancora nella testa di Manzoni, visto che la prima edizione dei Promessi sposi è del 1827.

Gaetano Angeli però si sente già accerchiato: le lettere sono un dono del cielo il cui primo nobilissimo ufficio è il foco delle umane passioni estinguere e la nave dirigere dei troppo fervidi desiderj mentre i romanzi fanno invece il contrario e aggiungano legne all’incendio e vele e remi al misero legno che va per filo a urtar negli scogli

Per cui in guardia, o fanciulle: Or questa inclinazione che lasciata andare a sua posta può riuscir funestissima vi fa avvertite che vi guardiate dal legger Romanzi siccome quelli che questa inclinazione assecondano e le danno la spinta e sono mantici che d’una scintilla innocente una gran vampa accendono struggitrice d’ogni virtù.

Angeli tuona sempre più forte, in una escalation che ai nostri occhi si fa tragicomica:

Sono dessi (i Romanzi) la peste dei giovani il disonore degli studj o più vivamente Paridi della letteratura

Libro maledetto

I romanzi nell’ordine dovrebbero essere messi al rogo perchè:

Hanno distrutto interi popoli, a cominciare dal rammollimento dei vigorosi  Greci perché colla mollezza di sdolcinati racconti la virtù snervano e quella forza le tolgono necessaria a durare costante all’urto delle passioni e rendono l’uomo femmina e la femmina canna e vincastro arrendevole ad ogni vento Di qual tempera uomini erano i Greci delle Termopile e di Maratona Di qual rovere impastata avevano la persona se nè fame nè sete nè sole nè vento nè pioggia domavali. Di qual metallo cinto avevano il cuore se lo squillo Ma poichè ricevette la Grecia e si diede al leggere i Milesj Romanzi che già avevano e Jonia e Lidia e Sibari contaminato Greci non furon più Ma delle fatiche e paurosi dei rischi e infrolliti nell’ozio i figli di que Leoni si lasciavano siccome zebe vendere in branco lieti e contenti d ogni servaggio purchè non proibisse loro il padrone ungersi la persona arricciarsi la chioma e quali vittime coronate inghirlandarsi di fiori Quello impertanto che nè venti anni di guerra nè tremila navi nè tre milioni di agguerriti nemici poterono contro la Grecia senza gloria e strepito d armi fecero le molli oscenità di Mileto

Apocalisse

Hanno traviato intere generazioni di adolescenti tanto che, venuta a contatto con un Romanzo, pietà mi strinse al vedere come giovinetta fanciulla spirato ch’ ebbe fuori del Monistero per pochi mesi l’aria della casa paterna e del mondo cangiò d’improvviso così di affetti e contegno e costumi da più non distinguerla le educatrici a loro alunna se non era alle lagrime del dolor loro quasi materno Ella per lo innanzị nel parlar savia nel vestire onestissima vereconda nel portamento ad ogni nuova persona selvatichella e foresta ad ogni menomo scherzo pudicizia sulle sue guancie la vermiglia insegna stendeva Ma passarono pochi mesi che pareva la sfacciataggine in dalla prudenza de suoi educatori avviata

Sono generatori di allucinazioni collettive in grado di alterare completamente la nostra percezione del mondo: a chi legge Romanzi pare accadere in breve quello che succede a noi quando leggiamo gl’Idillj di Teocrito e Gesner i quali tanta freschezza spirano e amenità e con tanto d incantesimo ci descrivono le pastorali delizie che quasi ne verria voglia di andare a pascere pecore e fare ricotte Se stiamo ai Buccolici gli abitatori della campagna sono o venerandi vecchioni d una vispa e verde vecchiaja o giovinotti ricciuti e biondi o villanelle con guancie impastate di latte e rose a cui anche dolci poetici nomi appiccano di Testili Corische e Amarillidi . Ma la realtà, come si sa,  è ben diversa: Quando invece nei mandriani e coltivatori de non poetici nostri campi veggiamo bruni volti maceri corpi sudici vestiti e stento ed inopia e quelle Amarillidi de poeti sono Antonie Bartolommee Mattee plebei nomi e tapine femmine cotte dal sole e dalla fatica dilombate e diserte E lo stesso pur dite e del godere l’aperto Sole e del sedere all’ombra e del camminare scalzi per l’erba e del raccogliere senza una spesa al mondo le insalate i grappoli i frutti E non ricordano che il Sole li brugia che all’ombra non vi possono stare che ciottoli e spini frugano loro le piante e che conviene lor mani incalliscano sopra la vanga e si dilombino prima che giungano a raccorre un gambo d indivia o una rapaSi sa, niente è più distante dai vapori della letteratura di chi in realtà, con bellissimo termine si ammazza di lavoro cioè  ‘si dilomba’: romanzieri braccia rubate all’agricoltura, sembra dirci l’Angeli , gente che ti fa voglia di andar a fare ricotte e chissà che qui non abbia ragione.

e giù un profluvio di sciagure da Armageddon fino all’inevitabile tramonto della civiltà causato sempre da loro, i romanzi. Non so voi, ma pagherei molto per poter vedere solo un attimo la faccia di quegli studenti che ascoltavano il suo discorso.

Eccovi il mondo una nuda campagna una landa un deserto Già l’uno dopo l’altro ruinano gli edifici chè non v’è tempo d ergerne di nuovi o ristaurarne di antichi Già si chiudono i sacri templi chè non han tempo i Sacerdoti da consacrarlo in cantici e sacrificj Si chiude il foro che non han tempo i giudici da ascoltar le ragioni de litiganti Già non v è chi muova le calcole di un telajo chi aggiri una ruota ed ecco spegnersi l arti Già non si fabbrican negli arsenali le navi non v è chi reggale in mare ed ecco morto il commercio Non v è chi guidi una doccia o affondi un canale o argini un fiume ed ecco l acque uscite dagli alvei venire con nuovo diritto a innondar l’universo Che cercare allora o Fanciulle vestiti di seta pannilini merli opera di tante mani Una pelle d Orso fetida e insanguinata gettatavi indosso come va va vi coprirebbe alla trista Che parlar poi d’arti belle d’utili scienze di musiche armonïose

Insomma chi legge i Romanzi rattrista l’anima l’ammollisce ed istracca ne smugne il primo fiore purissimo delle giovenili passioni e ruba finalmente e disperde il fior degli anni per acquistarsi la peggior merce che v’abbia al mondo melanconia menzogne ed errori

Ma il peggio di tutti è altro: i Romanzi trovano la felicità dove non in realtà non c’è, e i romanzieri, gente perversa, oltre essere colpevoli di non rappresentare un mondo perfetto sono colpevoli di immaginazione. E per giunta con più scandaloso vocabolo dicono altri ammazzare il tempo per questo solo innocenti ancor non sarebbero. Il tempo non va mai ammazzato, perché è il dono più grande, e deve essere tutto devoto alla realtà.

D’ora in poi converrà leggere i romanzi con molta più precauzione.

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Recensio, un progetto di lettura e scrittura che funziona. Una intervista che lo dimostra

Perchè i giovani dovrebbero scrivere, o leggere? Come aiutarli a trovare la loro via di accesso ad un mondo così meraviglioso, e vasto, che rischia però molto spesso, complici cattivi esempi e cattivi maestri, di rimanere loro precluso?  Si tratta a volte di accendere una piccola luce nel buio e nel vento, perchè fatto questo poi l’amore per la lettura e qualche volta anche per la scrittura, si propagherà da sé dove loro giustamente meglio vorranno.

Questo anno ho lavorato al progetto Recensio con gli studenti dell’IIS Piccolomini di Siena, con classi comprese dalla prima alla quarta, per un periodo che va da Ottobre 2019 fino a Febbraio 2020.

Questo secondo anno ha portato molte novità a Recensio, ora assai più articolato e che si è esteso ad altre Scuole. Segno che piace. O meglio, che è utile. Non si tratta affatto di una scuola di scrittura, termine abusato e inflazionato, ma di un progetto di scrittura, che mira a ripensare il concetto stesso di lettura prima ancora che il gesto e la tecnica dello scrivere.

Perchè prima di ogni scrittura, c’è,  ci deve essere, una lettura consapevole, coinvolta, critica.  E questo non mira ad un astratto, anche se già di per sé più che interessante, obiettivo di scrivere bene: mira molto più in alto perchè un lettore consapevole, critico, in grado di ‘recensire’ un testo, sarà un uomo o una donna consapevole, in grado di comprendere, interpretare ciò che gli viene proposto, in qualunque forma e in qualunque contesto capace di scegliere e orientarsi. Se poi sarà o vorrà essere anche un bravo scrittore o recensore, nel merito, tanto meglio.

Questo splendido lavoro, assai gratificante, quest’anno ha dato molti frutti. Basta credo leggere questa brevissima intervista a Beatrice D’Amico, fresca vincitrice del Premio Asimov, e magari leggere la sua recensione del libro ‘Hello World‘ che casualmente è stato, come sapete se ci leggete, anche il libro vincitore del premio nella sezione Scrittori.

beatrice

L’INTERVISTA

D. Cosa spinge una ragazza della Tua età a leggere e a scrivere, e cosa Ti piace leggere?

R.Sono sempre stata abituata a leggere fin da piccola e crescendo ho continuato a mantenere questa passione per la lettura. Ciò che di più mi spinge a leggere è la curiosità. La curiosità di sapere cosa possano pensare gli altri, di comprendere ciò che mi circonda e di conoscere nuove storie. Inoltre, mi piace molto viaggiare e anche questo forse spiega bene il perché mi piaccia leggere, che in fondo è un po’ come viaggiare con la mente e la fantasia soprattutto quando, come in questo periodo, non c’è la possibilità di farlo fisicamente. In particolare, in questi giorni di quarantena forzata, così strani e diversi dalla normalità, mi piace rifugiarmi nella lettura cercando di fuggire dalla monotonia della routine, immergendomi nella vita e nelle vicende del protagonista di qualche libro. Anche la scrittura mi sta aiutando a superare le costrizioni di questo periodo perché, cercando le parole che possano descrivere i miei pensieri e le mie emozioni, riesco a conoscermi meglio, scavando a fondo in me stessa: questo spesso allevia le mie preoccupazioni.Amo leggere principalmente romanzi storici e biografici, gialli e libri di divulgazione filosofica, ma mi piace molto sperimentare nuovi generi. A questo proposito, infatti, attraverso la partecipazione al Premio Asimov, ho molto apprezzato il testo scientifico Hello World.

D.A cosa è servito il progetto Recensio? lo ritieni utile, cosa Ti è piaciuto e cosa miglioreresti?

R.Grazie a questo progetto, il cui fine era quello di imparare a recensire libri, ho imparato a sintetizzare in poche battute sia la trama sia le impressioni che un testo suscita in chi legge. Credo che esercitarsi nel produrre recensioni sia molto utile per diffondere l’importanza della lettura anche tra noi giovani dato che, raccontando attraverso brevi e accattivanti resoconti il contenuto di un libro ad amici e conoscenti, si viene a creare un passaparola, una sorta di “tam-tam culturale”, capace di incentivare anche i meno avvezzi alla lettura.Inoltre, credo che il progetto Recensio permetta di esprimere la propria inventiva e creatività nella scrittura, qualità che a volte a scuola, a causa della ristrettezza dei tempi, noi ragazzi non riusciamo ad esercitare. Pertanto, il mio unico consiglio è quello di dare ancora più spazio alla scrittura individuale.

LA RECENSIONE VINCITRICE DEL PREMIO

«Hello World!», due parole, una frase apparentemente semplice, che segnò l’inizio del viaggio nel mondo della programmazione, della collaborazione tra uomo e macchina: l’era degli algoritmi. Il saggio della matematica Hannah Fry, proprio come la celebre frase da cui prende nome il suo libro, ha la capacità di aprire le porte della conoscenza verso un mondo che sembra essere sconosciuto nelle sue piene potenzialità e nei suoi rischi, sebbene tutti vi siano immersi quotidianamente.
La trattazione si focalizza sugli algoritmi, sequenze di precise istruzioni volte alla risoluzione di problemi, a cui, come tiene a ribadire più volte la Fry, «dobbiamo tutto». Attraverso esempi pratici e curiosi aneddoti, racconta in modo scientifico, ma, allo stesso tempo, con fare ironico, gli utilizzi più disparati e talvolta inaspettati, degli algoritmi nella vita di ogni giorno. Infatti, il libro spazia dalle problematiche derivanti dall’uso degli algoritmi, i loro segreti, il rapporto che hanno gli uomini con questi procedimenti, fino agli utilizzi più insoliti come, ad esempio quello che ne hanno fatto alcuni matematici per cercare di smascherare l’inafferrabile street artist Banksy.
Lo stile di scrittura della Fry è sempre fluido e limpido, per cui la lettura risulta essere molto scorrevole e anche l’argomento più ostico diventa semplice e accessibile anche ai non esperti di computer science. Ciò che indubbiamente aiuta a rendere il tutto chiaro e intuitivo è il machiavellico connubio di teoria e prassi adottato, che evita di dare al testo
un taglio puramente accademico. Proprio per questo stesso motivo, il libro è forse meno consigliabile a esperti informatici o matematici, i quali non troverebbero molti approfondimenti e dettagli sulla matematica alla base dei codici.
Un aspetto molto apprezzabile e che forse suscita maggiore curiosità nel lettore, è il fatto che l’autrice tenda a non avere una posizione netta nella questione legata al rapporto tra l’uomo e la macchina. Non si schiera quasi mai dalla parte delle macchine o da quella del genere umano, pur facendone parte. La Fry cerca inoltre di portare esempi bilanciati che
mostrino gli aspetti positivi e negativi dell’utilizzo degli algoritmi e che rivelino sia il giusto che il cattivo approccio che ha l’uomo con essi. All’interno del saggio infatti, non si troveranno certezze, né risposte definitive, ma la lettura servirà come invito a usare il proprio pensiero critico e a mettere in discussione sia se stessi in quanto uomini, sia l’onnipotenza conferita a un algoritmo perché offre «una fonte di autorevolezza particolarmente comoda».

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#oraccontobreve: i magnifici tre della quarta settimana

E mentre  il domino letterario è arrivato alla quinta settimana,( con Elisa Mariotti, chiamata in causa da Martina Delpiccolo, che suggerisce la lettura de “I cieli visti dal tempio” (Effigi edizioni) di Silvia Schiavio) questo quarto appuntamento di #ioraccontobreve è un dialogo (purtroppo rigorosamente a distanza) tra due categorie, gli insegnanti e gli alunni, quanto mai sulla cresta dell’onda in questo periodo. Poi c’è un convitato di pietra, il mezzo elettronico, digitale. Come l’acqua non ha sapore, odore, o colore. Ma a differenza dell’acqua, non sembra capace di ‘dissetarci’ davvero

Iniziamo

DO ALGORITHMS PLAY AN ELECTRIC BLUES?  di Massimiliano Bellavista

distopia 4

Con brevi istruzioni può azzurrarti gli occhi affinché scintillino di rimando sullo schermo come soluzioni in cerca di un problema affinché tu veda un mondo irreale, un miraggio, un’alba binaria grondante pixel e bit ‘unmondochepoiungiornotuttoquestosarà(virtualmente/diperatamente)tuo’.

Una realtà aumentata si direbbe quando invece è solo diminuita quando invece l’essenziale e il bello sono nel contatto, nell’addizione di corpi, prova se non ci credi a frapporre un diamante all’aurora, o anche a un semplice sorriso. Essere umani significa pretendere ogni giorno dal prossimo una libbra di carne e un quarto di pazzia. Ma vallo a spiegare a un chiunque qualcuno ora che la corsa è lanciata e lo stadio digitale bolle di grida e frigge di applausi.

Qui nell’acido sterile di una connessione postata silenziosamente su un tavolo di quercia c’è tutto intorno una trama bugiarda, una trincea invisibile di paure. Pensare che l’uomo sia direttamente deducibile dai fatti che tu sia sezionabile in una cascata ordinata di piccoli problemi e necessità, è razionale follia. Ma poi chi ti dice che questo non sia già successo e pure molte volte e non si sia il prodotto di un’ostinata e più che meritata Nemesi? Meritiamo di estinguerci, anzi, di spegnerci.

Perché può darsi che Dio la pensi come mia nonna:Quando non funziona non stare a grattarti. Spegni e riaccendi.

E continuiamo con Simonetta Losi, collaboratore Esperto Linguistico all’ Università per Stranieri di Siena, giornalista ed esperta in divulgazione culturale.  Se ci leggete da Vega e non sapete nulla (dato il ben noto ritardo relativistico del nostro segnale televisivo ad arrivarvi) dell’attuale istituzione della DAD, la famigerata didattica a distanza, leggete questo assi ben confezionato racconto e ve ne farete un’idea precisissima. No, amici Vegani, purtroppo non si tratta di un racconto distopico…

LA PIATTA FORMA DIGITALE

distopia 2

E così la mia didattica in una manciata di giorni è entrata in zona rossa attraverso una rivoluzione copernicana. Pochi clic e accedo a una piattaforma. Davanti, un vasto nulla animato.

Siamo chiusi dentro, ma immagini e parole dette, scritte, cantate, viaggiano libere raggiungendo studenti intrappolati a Siena, o fortunosamente tornati a casa, collegati dal mondo.

Prima, cancellando la lavagna, mi chiedevo dove andavano a finire le parole. Me lo chiedo ora, che sono un misto fra dj, avatar, voce disincarnata, su un ponte tibetano virtuale affollato, instabile.

Mancano presenza e relazione: insegnare a distanza è una piatta forma.

Gli fa da perfetto eco Maddalena Biserni, 16 anni, che frequenta la IIB del Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini di Siena. Scrive molto bene Maddalena, leggere pennellate che poi cominciano a pesare sui pensieri. Insegnanti e studenti, come si vede, sono entrambi naufraghi sulle sponde del mare…virtuale.

TRA SOGNO E VIRTUALE

Il solletico dei fili d’erba che incontrano le mie braccia scoperte, il ronzio delle api che passano da fiore in fiore. I raggi del sole che sembrano fatti per scaldarmi la pelle. Gli universitari ridono seduti in terra aspettando la prossima lezione, alcuni fanno pranzo. Dietro sento il rumore leggero delle note di un pianoforte che si rincorrono tra loro, viene dal Collegio Tolomei. Passa un uomo con un cane, mi fermo ad osservarlo.

Mi balena in testa l’idea di andare da lui e chiedergli se posso accarezzarlo. Ma è notte e sono a casa sul letto e l’unico rumore che sento è il ticchettio dell’orologio sul comodino che mi ricorda che domani ho le videolezioni.

distopia 1

E nella morsa di tutta questa virtualità a pronta presa sotto vuoto spinto si perdono anche i confini dell’esperienza, si sovrammettono quelle vissute da altri quelle immaginate, quelle ancora da vivere. Dov’è la polvere, copre solo il passato o anche il futuro? Kevin Tushe, anche lui Liceale di 16 anni e tra l’altro fresco segnalato del Premio Asimov con una bella recensione , ha un’idea ben precisa al riguardo. E certo anche lui sa maneggiare molto bene la penna, e non lo diciamo solo noi.

POLVERE

distopia 3

Le mie dita blandiscono i lisci involucri, un tempo sgargianti, dei vinili, ora giacenti sbiaditi nel solaio. Scorro rapido i titoli, in cerca di memorie di gioventù trascorsa. Mi soffermo su una copertina avvolta da una densa patina di polvere: ne estraggo alla cieca il disco e, poggiato sul lettore, Born to Run di Bruce Springsteen avvolge l’ambiente. Sulle note di “We gotta get out while we’re young” rievoco il tepore delle sue membra che si confondono con le mie. Rimorsi di amori mai nati riaffiorano: rivivo drammi per esorcizzarli, finendo inevitabilmente soffocato dalla polvere stessa, nella quale mi reincarno, residuo di tempi distanti che non mi appartengono.

 

In evidenza

Anatomia di un racconto. la seconda puntata della rubrica a difesa del..panda della narrativa!!!

Come dicevano l’altra volta che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Dicevamo che tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. E’ la più complessa forma di narrazione perchè (fintamente) semplice ed essenziale: e la semplicità, come l’essenzialità, sono le vette più alte da raggiungere per un narratore. Borges diceva che ‘all’improvviso comparivano tazze di tè, cappelli da signora e altre cose per riempire lo spazio. Il racconto, invece, aveva una certa tensione, come una freccia che deve raggiungere il bersaglio‘. Questa rubrica, che Mirko Tondi ci sta regalando con una cadenza, largo circa settimanale o giù di lì (e beninteso il ritardo non è per colpa sua! siamo noi che siamo sempre in affano nel pubblicare! così con questo messaggio cogliamo l’occasione per scusarci con lui), si chiama come ormai sapete  Anatomia di un racconto. Grazie di nuovo, Mirko.

             anatomia

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Anatomia di un racconto – L’Italiano

Mi sono chiesto per giorni con quale racconto avrei cominciato questa rubrica, dopo la basilare introduzione della volta scorsa, che a conti fatti poteva ritenersi una sorta di numero zero. Ovvio che mi ballassero in testa certi nomi che hanno fatto di me lo scrittore che sono oggi, autori di racconti folgoranti (nomi come Cechov, Cortazar, Buzzati, Salinger, Kafka, Maupassant e molti altri, che sicuramente si faranno vivi più avanti). Poi ho pensato di dare la precedenza all’autore che avesse avuto sul sottoscritto l’impatto più forte, quello che avesse scavato il solco più profondo, quello che insomma avesse contribuito maggiormente a nutrire il mio stile, a permettere il suo evolversi fino al momento in cui vi scrivo. Quell’autore è Thomas Bernhard, e non manco mai di citarlo in ogni laboratorio che tengo. Il triste, tragico, deprimente Bernhard, che innalza il suicidio – suo tema ricorrente – a questione filosofica e antropologica di spessore infinito; eppure leggere quelle sue pagine incredibilmente vive è un’esperienza che ti cambia per sempre – nel bene o nel male –, un’esperienza incapace di lasciarti indifferente e di instillarti, anzi (ed ecco il paradosso), gocce di gioia che solo la letteratura più elevata può spiegare. Il racconto, nello specifico, si intitola L’italiano (1969 l’edizione originale, 1981 la prima edizione nel nostro paese).

Thomas Bernhard l'italiano

Una precisazione, per ora e per i prossimi numeri: la rubrica contiene dei necessari spoiler, ma suppongo che sarò perdonato per questo peccato veniale, e giacché si tratta di racconti e non di romanzi il mio senso di colpa sarà più lieve.

Siamo nella campagna austriaca e abbiamo due personaggi: uno è colui che racconta in prima persona e l’altro è appunto l’italiano del titolo. “Dopo cena passeggiai con l’italiano davanti al padiglione”. L’incipit è in medias res, non sappiamo cosa ci sia stato prima e francamente non ci interessa (una saggia regola di Kurt Vonnegut tra le sue otto per scrivere storie brevi recita così: “Inizia il più vicino possibile alla fine”); dunque non conosciamo ancora i rapporti che intrattengano i due, ma quel poco che serve – informazioni funzionali alla storia – le sapremo poco più tardi. Il padiglione è il luogo in cui le sorelle del narratore stanno sistemando la salma del padre e da cui infatti, citando le parole dello stesso Bernhard, “usciva aria di morte”. Il padre si è sparato in camera sua, sfigurandosi orribilmente il volto, e a dire il vero l’italiano quell’uomo non lo conosceva neppure, ma è stata la sua famiglia a inviarlo al funerale da Firenze. Tutto quel che l’italiano è capace di dire sul morto è che sia stata “una disgrazia”, null’altro. Il protagonista ha colto l’occasione per sparire nel parco con lui, in modo da sfuggire all’atmosfera pesante che circola in casa; vero è che nutre per lui, uomo schivo e taciturno, una certa fascinazione (“sembrava il più interessante di tutti, il più intelligente della compagnia”). Così il narratore comincia a parlare di un possibile viaggio nell’Italia del sud, in particolare in Sicilia (Agrigento, Palermo, Cefalù), poi arriviamo nella rimessa polverosa, accanto al padiglione, dove comincia a mostrare all’italiano una discreta collezione di costumi teatrali. Quella sera stessa, infatti, avrebbe dovuto tenersi una recita dei nipoti, scritta e recitata da loro stessi, una tradizione familiare da più di cent’anni, che si mette in scena l’ultima sera di agosto.

Qui si stabilisce tra i due un’affinità, poiché l’italiano dice che anche lui a Firenze era solito tenere insieme ai suoi familiari delle recite in casa, anche se d’inverno. Il protagonista ci rivela che all’inizio era irritato dal fatto che l’italiano parlasse un tedesco perfetto, mentre adesso, per un’ora intera, gli mostra i numerosi costumi, e l’italiano vuole che gli vengano mostrati.

albero radici

Il contatto ormai è avvenuto e diventa più intimo, quando l’italiano racconta della perdita della madre. In seguito l’italiano confessa la sua timidezza – seppur evidente –, il suo essere solitario e rivela la sua età. C’è a questo punto una frase emblematica di Bernhard, che ci dice quanto i due si siano avvicinati: “Ora sentiva di appartenermi”, dice il narratore. Intanto, in lontananza, si odono le voci delle sorelle che discutono (“Mi accorgevo ora di come erano tremende le loro voci”).

A volte basta una scena a fare grande un racconto, e qui a mio giudizio la scena contiene un poderoso contrasto: il protagonista osserva il padiglione – un luogo di divertimenti, costruito apposta per amene rappresentazioni teatrali e adesso diventato scenario di morte – e pensa che proprio in quel momento si sarebbe dovuta tenere la recita, con i parenti e gli amici riuniti nel parco lì davanti a godersi lo spettacolo.

parco muschio

Ed ecco il climax del racconto: “L’italiano non sospettava di nulla. Ero in dubbio se dirgli o no che ci trovavamo su una ventina di cadaveri sepolti.” Gli dice semmai che lì da bambino giocava a rincorrersi. Intanto si scorge, anche nel buio della sera, il contorno della fossa comune, la “macchia chiara” nell’erba; da dieci anni non ci tornava e ora sono quattro volte in tre giorni. Gli dice pure che il padre aveva espresso il desiderio di essere composto nella bara all’interno del padiglione. Della fossa comune ne parla all’italiano solo quando si allontanano, e dall’alto di un ponte gli rivela che là sono sepolti una ventina di polacchi, gli racconta la stessa storia che raccontava suo padre: i soldati si erano nascosti nel padiglione perché aspettavano la fine della guerra e invece erano stati uccisi dai tedeschi, usciti all’improvviso dal bosco nella notte. I cadaveri, rimasti lì per quindici giorni, emanavano una puzza tremenda; il padre era stato minacciato di fucilazione se li avesse portati via. Lui, che all’epoca dei fatti aveva dodici anni, quel maledetto giorno ha sentito dalla sua camera i polacchi urlare e per venti anni ha combattuto contro quelle grida, dice, che diventavano sempre più forti. Dopo questo, i due tornano a parlare del suicidio del padre, che l’italiano continua a definire “una disgrazia”.

Infine i due intraprendono un discorso sulla politica italiana, e qui sembra esserci uno scarto, un’apparente deviazione, ma è con un’ultima sentenza dell’italiano pronunciata davanti al morto che ci congediamo dal racconto: “Non c’è nessun mezzo per sfuggire a sé stessi”.

Cari lettori, se volete conoscere Thomas Bernhard cominciate da qui, perché questa frase è la summa della sua intera opera.

In evidenza

Cultura e società: sostenete la petizione

In un giorno anzi in poche ora abbiamo già ottenuto un traguardo insperato di adesioni su change.org. Sono moltte le personalità del mondo della cultura che si sono aggiunte, ma conta soprattutto la firma che deve ancora arrivare, quella in più per far sentire la nostra voce.

Questo analogamente a quanto si muove in altre zone d’Europa; per chiunque creda nel valore e nella cultura della libertà è importante firmare sostenere questo appello

E’ una cosa che unitamente a Massimo Arcangeli sentiamo moltissimo.

Lo riproduciamo qua sotto. Per favore diffondetelo e sostenetelo!!!

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Pandemia: appello in difesa della libertà dei cittadini e dei diritti dei lavoratori

Versione italiana (Read English translation below)

italiano

La tenuta di un regime non si misura dalla sua forza, ma dalla capacità di reazione di un popolo. I cittadini italiani hanno visto troppo a lungo sospese le loro libertà individuali, garantite da una Costituzione considerata fra le migliori del mondo, e ora si vorrebbero addirittura prorogare le misure emergenziali, col rischio concreto che le restrizioni fin qui patite (un precedente già di per sé pericoloso) si riaffaccino a breve. Una recrudescenza della pandemia potrebbe infatti portare, nei prossimi mesi, a dover replicare le attuali “misure di contenimento”, magari in modi ancor più stringenti di quelli fin qui imposti, e ciò andrebbe di nuovo a scapito della libertà dei singoli.

L’8 maggio scorso la Protezione civile ha suggerito al Governo di estendere lo stato d’emergenza fino al 31 gennaio 2021, e l’ultima bozza del decreto legge sul “rilancio” (13 maggio) lascia pensare che la proroga ci sarà. Recita il testo del decreto, all’art. 16, comma 1:

«I termini di scadenza degli stati di emergenza dichiarati ai sensi dell’articolo 24, del decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, e delle contabilità speciali di cui all’articolo 27, del medesimo decreto legislativo n. 1 del 2018, in scadenza entro il 31 luglio 2020 e non più prorogabili ai sensi della normativa vigente, sono prorogati per ulteriori sei mesi».

L’estensione sembrerebbe non coinvolgere la scadenza del 31 luglio 2020, fissata dall’art. 1 della delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio scorso: uno stato d’emergenza nazionale, secondo il decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018, non può difatti «superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12» (art. 24, comma 3). Il decreto sul “rilancio” parrebbe dunque riferirsi ai soli termini di scadenza degli stati di emergenza non più prorogabili, e la scadenza del 31 luglio per l’emergenza sanitaria, prorogabile di altri 6 mesi, non sembrerebbe dunque rientrarvi. La bozza del decreto potrebbe però essersi limitata a rimarcare la necessità di prorogare quel che, a norma di legge, non potrebbe più essere prorogato “naturalmente”, tacendo su una prorogabilità dell’emergenza che darebbe per scontata perché, per prorogarla, sarebbe sufficiente una seconda delibera del Consiglio dei Ministri che decida di estenderla fino al 31 gennaio 2021.

I futuri sviluppi dell’attuale situazione, se così fosse, indurrebbero a ulteriori preoccupazioni. Nei mesi dell’emergenza, anche per evitare contrapposizioni tra “chiusisti” (“tenere tutto chiuso e tutti chiusi, dappertutto”) e “riaperturisti” (“riaprire tutto e far uscire tutti, dappertutto”) il cui effetto ultimo è di deresponsabilizzare i cittadini, sarebbe stato necessario procedere ragionevolmente, zona per zona, fascia per fascia, proteggendo le aree e le persone più a rischio ma allentando via via le misure di contenimento, con le dovute cautele e protezioni per sé e per gli altri, per le aree e le persone meno a rischio. Uno statalismo accentratore che pretenda invece di adottare drastiche e indifferenziate misure di restrizione, opponendo la tutela della vita delle persone, in quanto diritto assoluto e innegoziabile, sia alla libertà dei singoli sia al dialogo e alla collaborazione con le amministrazioni regionali, oltre alle pesanti responsabilità di cui potrebbe dover rispondere in futuro per l’incremento di disparità e disuguaglianze già ora inaccettabili, affossa di fatto chi vorrebbe proteggere, i lavoratori e le persone più deboli e meno tutelate (laddove la grande industria e la grande finanza ne escono con pochi danni, quando non addirittura rafforzate). Un osservatorio sui “suicidi per motivazioni economiche” (Link Campus University) ha contato dall’inizio del 2020, rispetto ai 14 registrati nel 2019 per lo stesso periodo, ben 42 suicidi: 25 durante la fase di “reclusione forzata” (14 vittime fra gli imprenditori), 16 nel solo mese di aprile. Queste cifre, già di per sé drammatiche, diventano ancor più preoccupanti se, al numero dei suicidi, aggiungiamo quello dei tentati suicidi: 36 dall’inizio dell’anno, 21 nelle sole settimane di sospensione del movimento delle persone e di confinamento nelle proprie abitazioni.

Uno Stato che fondi il suo rapporto coi cittadini su reiterati obblighi e divieti contiene e alimenta in sé il germe di quell’autoritarismo che in situazioni di paura, stress e privazione delle libertà individuali, oltreché di prolungato distanziamento sociale, finisce per tradursi molto rapidamente in comportamenti individuali e collettivi che possono portare a una regressione nella coesione sociale e nei rapporti interpersonali, ingredienti fondamentali di una democrazia. Di tutto ciò si sono già manifestati i primi segnali, come la delazione dei propri vicini, l’individuazione di un potenziale untore in chi faccia anche solo un po’ di moto o le reprimende per le troppe persone a passeggio sui Navigli. Quel che sta avvenendo, per non dover richiamare i soliti scenari orwelliani, pare confermare un ben noto esperimento sull’obbedienza all’autorità compiuto, negli anni Sessanta del secolo scorso, dallo psicologo americano Stanley Milgram: chi esercita il suo potere, a forza di decreti (e, in cascata, di ordinanze regionali e comunali), fa passare la libertà per una concessione.

Il limite, pur di fronteggiare con tutti i mezzi l’emergenza sanitaria, è già stato superato e, se dovesse essere oltrepassato di nuovo, metterebbe seriamente a rischio i valori che hanno portato alla faticosa ricostruzione, nel secondo ’900, delle società occidentali per come attualmente le conosciamo. La storia insegna che la democrazia è simile a una pianta: va costantemente curata e innaffiata, altrimenti appassisce. Il nostro vuol essere dunque, innanzi tutto, un appello in difesa della democrazia e dei suoi valori contro il pericolo più grande: il riemergere, con il pretesto dell’emergenza sanitaria, in un’Italia e in un’Europa travolte dall’ondata di panico e paralizzate dalla paura, di un pensiero totalitario che abbiamo sperato di esserci lasciati definitivamente alle spalle e che potrebbe invece ripresentarsi, in futuro, con nuovi mezzi e sotto nuove forme. E sarebbe allora troppo tardi per fare qualcosa.

La tutela della salute collettiva è un valore supremo, ma le limitazioni alla libertà individuale comportate dal diritto alla salute devono essere proporzionate all’entità del fattore di rischio. Pensare di poter adottare ogni volta misure di contenimento sanitario estese all’intero paese, senza una seria politica di prevenzione e a forza di decreti, potrebbe finire per provocare conseguenze economiche e sociali ancor più gravi e destabilizzanti delle attuali e innescare pericolose derive autoritarie. Ciò si aggiungerebbe ai già drammatici effetti della prolungata interruzione di rapporti familiari e relazioni sociali e di ormai quotidiane paure collettive, sempre più interiorizzate, generatrici di panico.

Massimo Arcangeli, linguista

Mauro Tonino, scrittore

Angelo d’Orsi, storico

Antonello Sannino, attivista

Anna Angelucci, docente

Franco Bolelli, filosofo e scrittore

Gianfranco Marrone, docente universitario

Simona Mambrini, traduttrice

Giuseppe O. Longo, docente universitario e scrittore

Tommaso Cerno, parlamentare e giornalista

Giordano Bruno Guerri, storico e saggista

Lucrezia Ercoli, filosofa

Massimo Onofri, critico letterario

Francesca Mazzucato, scrittrice

Stefano Moriggi, storico e filosofo

Leonardo Maria Savoia, docente universitario

Lello Voce, poeta

Stefano Arduini, docente universitario

Diego Fusaro, docente universitario

Max Manfredi, cantautore e scrittore

Barbara Gentili, docente

Gioacchino Onorati, editore

Rosella Santini, docente

Paola Cingolani, libera professionista

Leonardo Pignataro, traduttore

Oliviero Malaspina, cantautore e scrittore

Alessandra Bonacci, grafica e consulente editoriale

Stefania Rabuffetti, poetessa

Massimiliano Bellavista, docente universitario e scrittore

Antonella Arduini, attrice

Luigi De Simone, imprenditore

Francesca Bertuzzi, scrittrice

Antonino Luciano, dipendente pubblico

Mario Romano, avvocato

Gian Stefano Spoto, giornalista

Alvaro Berardinelli, docente e giornalista

Pasquale Vespa, giornalista e docente

Alessandra Guigoni, antropologa

Claudio Finelli, drammaturgo e docente

Ermanno Accardi, giornalista e scrittore

Fabio Di Nicola, regista

Luca Baldoni, poeta

Graziella Di Sora, pensionata

Andrea Furgiuele, architetto e attivista

Valerio Cai, sindacalista di base

Giulia Cingolani, sociologa

Trifone Gargano, docente e saggista

Fabio Mundadori, scrittore

Alessandra Scala, docente

Rosario Montesanti, regista

Rosanna Luciano, professionista in ambito sanitario

Alberto Frappa Raunceroy, scrittore

Maria Rosaria Pisciotti, docente

Rosanna Bazzano, poetessa

Bruno Tellia, sociologo e scrittore

Stefano Alessandrini, archeologo

Loredana Paba, assistente amministrativo scolastico

Versione inglese

inglese

The political continuity of a regime is not measured by its strength, but by the reaction capacity of a people. Italian citizens have seen their individual freedoms, guaranteed by a Constitution considered among the best in the world, suspended for too long and now someone would even like to extend emergency measures, with the real risk that the restrictions suffered so far (and this represents indeed a dangerous precedent) may be enforced back very soon. A resurgence of the pandemic could in fact lead, in the coming months, to having to replicate the current “containment measures”, perhaps in even more stringent ways than those imposed so far, and this would again be at the expense of the freedom of individuals. On May 8th, Civil Protection suggested the government to extend the state of emergency until 31 January 2021, and the latest draft of the Italian “Relaunch” Law decree (13 May) suggests that the extension will take place as the Art. 16 , clause 1 states “ for 6 months more”.

The extension would not seem to involve the deadline of 31 July 2021, set by art. 1 of the resolution of the Council of Ministers of 31 January last: a state of national emergency, according to the legislative decree n. 1 of 2 January 2018, cannot in fact “exceed 12 months, and may be extended for no more than 12 more” (Article 24, paragraph 3). The Decree on the “Relaunch” would therefore seem to refer only to the deadlines of the states of emergency that can no longer be extended, and the deadline of 31 July for the health emergency, which can be extended for another 6 months, would therefore not seem to fall within it. However, the draft decree may have limited itself to stressing the need to extend what, according to the law, could no longer be extended “naturally”, without mentioning an extension of the emergency that it would take for granted because, to extend it, it will be enough a second resolution of the Council of Ministers that decides to extend it until January 31, 2021.

Future developments in the current situation, if so, would lead to further concern. In the months of the emergency, also to avoid conflicts between “closers” (“keeping everything closed and everyone closed, everywhere“) and “reopeners” (“reopening everything and letting everyone out, everywhere”), the ultimate effect of which is to citizens, it would have been necessary to proceed reasonably, area by area, band by band, protecting the areas and people most at risk but gradually loosening containment measures, with due precautions and protections for oneself and others, for the areas and people least at risk. A centralizing statism that claims instead adopting drastic and undifferentiated restriction measures, grounding that measure on the protection of people’s lives as an absolute and not negotiable right, both to the freedom of individuals and to dialogue and collaboration with regional administrations, in addition to heavy responsibilities which may have to respond in the future due to the increase in disparities and inequalities that are already unacceptable, scuttles in fact exactly those who would like to protect, the weakest and least protected workers and people (where large industry and big finance come out with little damage, or even reinforced). An observatory on “suicides for economic reasons” (Link Campus University) has counted 42 suicides since the beginning of 2020, compared to 14 registered in 2019 for the same period: 25 during the “forced imprisonment” phase (14 victims between entrepreneurs), 16 just in April. These figures, already dramatic, become even more worrying if, to the number of suicides, we add that of attempted suicides: 36 since the beginning of the year, 21 in the weeks of suspension of the movement of people and confinement to their homes.

A State that bases its relationship with citizens on repeated obligations and prohibitions contains and feeds within itself the germ of that authoritarianism that in situations of fear, stress and deprivation of individual freedoms, as well as prolonged social distancing, ends up very quickly generating individual and collective behaviors that can lead to a regression in social cohesion and interpersonal relationships, the fundamental ingredients of a democracy. Of all this, the first signs have already appeared, such as the denunciation of one’s neighbors, the identification of a potential plague-spreader in those who do even some outdoor physical activity or the reprimands for the too many people walking on the Navigli streets in Milano.

What is now happening, without necessarily recalling the well-known Orwellian scenarios, seems simply to confirm a well-known experiment on obedience to authority carried out in the sixties of the last century by the American psychologist Stanley Milgram: who exercises his power, by force of decrees (and, in cascade, of regional and municipal ordinances), sells freedom as concession.

The line, while facing the health emergency by all means, has already been crossed, if it were to be crossed again, it would seriously jeopardize the values ​​that led to the difficult reconstruction, in the second half of the Twentieth Century, of Western societies for as we currently know them. History teaches that democracy is like a plant: it must be constantly looked after and watered, otherwise it will dry. Ours, therefore, wants to be, first of all, an appeal in defence of democracy and its values ​​against the greatest danger of all: the re-emergence, in an Italy and a Europe overwhelmed by the wave of panic and paralyzed by fear and under the pretext of the health emergency, of a totalitarian thinking that we hoped instead to have left behind definitively in the past and that could instead recur in the future with new means and in new forms.

And then it would be too late to do anything.

In evidenza

Il coraggio di crederci sempre: Italia Book Festival è online proprio ora!!

 

Tagliamo corto, perchè abbiamo molte cose da dire e anche perchè vogliamo farvi toccare con mano che con un po’ di creatività  qualcosa di buono, anzi di molto buono, si può fare anche in questi giorni:

Italia book Festival 2020

Italia Book Festival è una fiera dell’editoria virtuale organizzata dalla casa editrice Edizioni del Loggione/Damster, che si sta svolgendo proprio adesso mentre scriviamo  (dal 16 al 24 maggio) con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, della Regione Emilia Romagna e del Comune di Modena.
Italia Book Festival è a ingresso libero e aperta al pubblico tutte le 24 ore giornaliere
all’indirizzo web www.italiabookfestival.it

Si tratta della prima vera fiera interattiva post emergenza COVID in Italia, pensata per la piccola e media editoria. E solo per questo sarebbe degna di nota. Colpisce poi , se avrete la pazienza di collegarvi ( ne vale la pena  anche se non siete direttamente interessati al mondo del libro per vedere  la differenza che passa tra presentare digitalmente un evento in un modo, curandone i dettagli,  invece che in un altro), l’esperienza ‘fisica’ di entrare in una Fiera che gli organizzatori sono a nostro giudizio perfettamente riusciti a ricreare in digitale.

 

Italia book Festival 2020 1

Abbiamo rivolto tre domande ‘in diretta’  durante il Festival a Katia Brentani, anima dell’evento e curatrice della segreteria Organizzativa. La ringraziamo per la grande disponibilità dimostrataci.

D. La presentazione dell’evento è molto curata e accattivante. Come avete avuto l’idea di strutturarlo in questo modo? Pensate possa essere la strada giusta anche per le altre Fiere?

R. Il tutto nasce dalla conoscenza pregressa del mondo digitale. Ci siamo detti che non potevamo aspettare altri mesi e rinviare tutti gli eventi in programma. L’idea guida è stata  quella di riprodurre l’atmosfera fisica di una fiera del libro ‘fisica’ in digitale. Può certo essere, con i miglioramenti che apprenderemo ‘facendo’, una strada aperta anche per il futuro.

D. Dal nostro osservatorio in Caffè 19, riceviamo segnali contrastanti. Qual è stata la risposta degli Editori? C’è più rassegnazione o voglia di reagire tra gli addetti ai lavori?

R. Abbiamo organizzato tutto in tempi record, meno di un mese. E in meno di un mese ben 85 case editrici da tutta Italia hanno aderito. Tra di esse Case piccole, medie, anche nate da pochissimo, e realtà come ARMANDO CURCIO EDITORE e VOLAND. Quindi abbiamo riscontrato negli Editori estrema reattività e voglia di partecipare. Gli Editori hanno inoltre la  possibilità di partecipare alle dirette streaming, a cura del giornalista Stefano Zanerini, con la presenza di uno spazio “10 minuti con l’editore” in cui possono raccontare la loro casa editrice e le loro novità editoriali. Ci sarà la possibilità di dialogare con gli Editori anche attraverso una chat dedicata. Una ghiotta occasione per lettori curiosi e autori interessati a proporre i propri manoscritti. Va infatti fatto notare che non si tratta di una singola chat generalista e valevole per tutti, ma proprio di una chat dedicata con il singolo editore con cui si sceglie di dialogare!!!

D. Quali sono i primi ritorni in termini di partecipazione?

R. Su un evento appena partito e che durerà ben otto giorni, abbiamo già  molti visitatori e iscritti ai singoli eventi, che sono tantissimi: per esempio i pitch, quelli presenti nell’area creativa dove è possibile trovare i concorsi letterari proposti dalle case editrici, i laboratori di scrittura creativa e laboratori per bambini e ragazzi.
E’ presente uno spazio dedicato ai più piccoli con stand di editori specializzati, curato da Errekappa Edizioni. Un’area bambini dove è possibile ascoltare podcast, letture animate, seguire laboratori interattivi per imparare a disegnare i dinosauri, un virus invisibile, un unicorno e molto altro. In questo spazio i bambini possono inviare i propri disegni e vedere quelli inviati dagli altri bambini. Oppure ci si può spostare nell’ “L’angolo di Mastro Pennello” con vignette-live dedicate a momenti e persone di Italia Book Festival. E tutto questo con la forza del digitale che ci permette di organizzare e rednere disponibili  contenuti  in ogni momento,  virtualmente ( è proprio il caso di dirlo) senza che la Fiera chiuda mai!

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In evidenza

Tanto rumore per uno stronzillo. Un clickbait in pieno Settecento

 

 “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera degli otto d’Agosto 1779 ma (per grazia di Dio) durò poco

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Se il premio Nobel per la letteratura fosse strutturato come l’Oscar, questo libro avrebbe quello per il titolo, precursore di ben duecento anni dei titoli alla Wertmüller. Questo volume rientra nel novero dei libri sommersi che ci pososno insegnare molto su di noi, su come oggi si comunichi e su come i media enfatizzino i problemi drammatizzandoli invece che razionalizzandoli e contestualizzandoli. Sembra che qualcuno si sia davvero divertito a prendere la macchina del tempo e lasciare un opuscoletto in pieno Settecento per disorientarci.

A cominciare appunto dal titolo. Che è un vero clickbait.

Sveliamo subito l’inganno. Intanto il libro non è per niente quel che sembra.

  1. Il sedicente autore dell’opera, don Onofrio Galeota, “Poeta e Filosofo all’impronto e personaggio molto noto nella Napoli dell’epoca per i suoi opuscoli dissacranti e scellerati, in cui metteva alla berlina la società dell’epoca, non ne è in realtà l’autore, che è invece Galiani, economista, che ne imita lo stile;
  2. Nessuno, o pochi si spaventarono davvero per quella pseudo-eruzione;
  3. In realtà quella notte non successe quasi niente;
  4. Alla descrizione dell’evento vero e prorpio è dedicata una paginetta appena, perché tanto tutto quanto fece la montagna lo fece in pubblico e quelli che lo vollero vedere se non erano ciechi lo veddero;
  5. Il titolo è volutamente ingannevole. Dice l’Autore: Io ho messo nel titolo dell’opera che questa eruzione fu spaventosissima, e non è vero niente affatto…Ma io l’ho fatto per dar concetto al mio libro, muovere la curiosità, e così venderne di più.

Ma allora?

La storia va più o meno così. È una calda notte di Agosto del 1779, e sotto la Baracca della Sorbetteria, e il nostro Autore è là, tra tanta gente che si diverte all’aperto, nelle osterie e nei piccoli teatri, che intrattiene il suo pubblico recitando poesie all’impronta.

Ma questa allegria è spezzata dal Vesuvio, che si infiamma ed esplode alto nel cielo: tutti si precipitano all’aperto, ma non tanto impauriti, quanto per godersi quella specie di enorme spettacolo pirotecnico.

Se paura c’era stata, era per quello che doveva accadere, non per quello che succedeva che alla fine fu poca cosa, e chi si ricorda quella del 1737 dirà che c’è la differenza che c’è tra una cannonata e uno stronzillo di polvere sparato incoppa a un astrico.

Ma anche lì, il piatto piange perché se pure Don Onofrio sottolinea come molte di queste catastrofi o eventi naturali speciali, che siano comete, terremoti, eruzioni, equinozi, aurore boreali, solstizi o parti mostruosi, sono spesso pronostici di qualche evento maggiore che deve accadere nel prossimo futuro: mutazione di governi e principi, cadute di interi imperi, pestilenze, fame, guerre o fallimenti dolorosi, niente di tutto questo in realtà accadde mai.

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Ci rimise invece come al solito la gente comune, e anche in questo caso tirandola per i capelli e nella fattispecie: 1) un impresario del teatro  che non poté portare a termine l’Opera in programma, e questo scatenò effetti a catena che ne portarono di lì a poco al fallimento;  2) Vincenzo detto lo Spoletino, venditore di “chincaglierie” che per la prima volta fu costretto a sospendere e annullare la sua celebre Lotteria nella baracca presa in affitto; 3) un amico dell’autore, quasi sul lastrico, cui era rimasto di proprietà solo un bel giardino, che si ritrovò completamente coperto di cenere.

Ma qui viene fuori il vero perché del libro: secondo l’Autore i veri imbroglioni sarebbero quelli, studiosi e autorità, che tanto avevano scritto e filosofeggiato dottamente sul fenomeno e le sue supposte ‘ maraviglie’, traendone vantaggio, meraviglie che beninteso in realtà non ci furono affatto. E ce lo spiega per filo e per segno:

  1. SI DISSE CHE C’ERA UNA GIGANTESCA COLONNA DI FUMO E FUOCO FINO ALLA STRATOSFERA: MA QUANDO MAI? Hanno detto che la colonna di fuoco s’è alzata tre miglia, e io manco lo credo (…) forse forse non fu nemmeno mezzo miglio»;
  2. LE URLA STRAZIANTI DELLA GENTE SI SENTIVANO DA LONTANO nella maggior parte delli vicoli di Napoli non si vedeva niente; Le femmine parevano ossesse, indemoniate, e se li domandavate perché strillavano, non lo sapevano nemmeno loro»;
  3. LA POPOLAZIONE IN PREDA ALLA DISPERAZIONE: in realtà quella sera tutti mangiarono e con buonissimo appetito;
  4. LE RAFFIGURAZIONI PITTORICHE ESASPERATE: il nostro Autore nota il gran da farsi dei pittori e pittorelli, pittoricchi e pittoroni che si son messi a dipingere quell’eruzione e maledetto quell’uno che l’avesse ingarrata. Questo però non è stata gran maraviglia, perché a Napoli si dilettano più di far cornici, che non di far quadri…;
  5. L’ESAGERAZIONE DEGLI SCRITTORI E DEI CRONISTI NELL’ENFATIZZARE L’EVENTO: Ben nove quando scrive l’Autore, hanno scritto della cosa e qui il nostro sfodera il colpo da maestro che lo consegna dritto dritto all’immortalità, ovvero l’inversa proporzionalità tra tragedie e scrittori: Altre volte ci sono eruzioni grandi, e scrittori pochi, ed altre volte ci sono eruzioni piccole, e scrittori assai.

Lui, l’Autore, quindi in realtà sarebbe l’unico davvero sincero, e aveva solo l’intento, riuscito, di sdrammatizzare l’evento e di fugare le paure dalla testa dei suoi concittadini e così scrisse l’opera in una sola notte L’indomani l’opera vide la luce: si rise, svanirono le triste idee, ed ebbe fine il timore”.

Vi ricorda niente tutto questo? Secondo noi è probabile che leggendo l’opuscolo tanti avrebbero spento la televisione all’ora del TG…fosse stata già inventata!

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Senza titolo in memoria di Ezio Bosso

ezio bosso

E’ un giorno molto triste.

E’ vero quel che se ne dice sui giornali.

Si è spenta una persona molto allegra, luminosa, di altissima e profondissima cultura e competenza.

Grande divulgatore come pochissimi in Italia

Persona che Ti rispondeva sempre, con cortesia. La nostta era una conoscenza a distanza, ma sempre animata da cortesia e immediatezza. Era attivissimo e tante cose diceva di sè e del contatto che aveva con la gente.

Qualche tempo fa gli avevo scritto in merito a dei brevi bellissimi versi, dei frammenti, che di quando in quando pubblicava sul suo account, pensavo di riprodurne alcuni per Caffè 19 unitamente ad altro materiale. Non ce n’è stato il tempo. Da questi versi, si capisce assai bene cosa voglia dire saper trasformare il dolore in arte e la disperazione  in opportunità. Ve ne consiglio la bellissima lettura di Stefano Accorsi

 


luna ride

Io li conosco i giorni che passano uguali

Fatti di sonno e dolore e sonno

per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani

Che sembra il binocolo non basti

Ma questi giorni sono quelli per ricordare

Le cose belle fatte

Le fortune vissute

I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci

Questi sono i giorni per ricordare

Per correggere e giocare

Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva

E dovremo immaginarlo migliore

Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire

Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire

Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo

Il gioco più bello

Cominciamo…

rosa

Sono in ogni nota che ho curato
Esisto in ogni nota insieme
Alle mie sorelle e fratelli
Figli o nipoti
Sono ogni nota studiata
Suonata e donata
Amata
perché non c’è nota che non ami
E che non abbia amato

Sono rinato
Nota dopo nota
Una nota alla volta
Fino ad abbracciarle tutte

Mi mancate
Quel sorriso che mi date
È dura
Il corpo non distratto dalle vostre note
Cura e terapia
E in ogni nota che sto curando
Preparando, studiando
Ci siete
In ogni nota
E saremo
Ogni nota

rosa 1

Mi manca tutto

Mi manca il fare

Un direttore senza orchestra non esiste

Ricordalo sempre

E allora grazie ancora miei compagni

Non fare acuisce solo ciò che non va

Ma abbiamo fatto

27 grammi di felicità

Valgono tonnellate di dolore

C’è un punto dove grida:

Io voglio vivere!

Chissà se lo trovate

Perché si vive comunque

Anche nel l’annullamento imposto

Piotr mio caro

Soprattutto mi hai dato vita

E continui a darne

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Domani maxi evento con la finale in diretta nazionale del premio Asimov

Con grande piacere, dopo aver collaborato nelle fasi di prsentazione e del Premio e di valutazione degli elaborati, e dopo i bellissimi eventi Regionali che si sono susseguiti in questi giorni,  finali regionali di altissimo livello che hanno avuto una notevolissima quantità di visualizzazioni, modererò l’evento finale del premio e nella fattispecie la discussione con i ragazzi del libro “Il Pianeta umano”. Questo il programma dell’evento. Partecipate, ne vale la pena perchè al di là degli importanti ospiti nazionali e internazionali che interverranno sentire i ragazzi che parlano del loro lavoro è un autentico antidoto al pessimismo imperante di questi mesi!

asimov

1) 15:55, inizio streaming: I fuoriclasse – Band Liceo Vallone
2) 16:00, Benvenuto alla Cerimonia di proclamazione del premio Asimov 2020
3) Per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN):
-) Presidente Commissione Terza missione INFN: G. Chiarelli
-) Direttore INFN-Sezione di Cagliari: A. Masoni
4) Interludio I fuoriclasse – Band Liceo Vallone
5) 16:20, inizio tavole rotonde
–) libro “Il pianeta umano”
modera la discussione Massimiliano Bellavista

il pianeta umano

6) Annuncio libro vincitore Premio Asimov 2020
7) Saluto dell’autore del libro vincitore
8) Saluti finali
9) Chiusura evento: I fuoriclasse – Band Liceo Vallone

Il Premio Asimov è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e saggistica scientifica. Nato da un’idea del fisico Francesco Vissani dei Laboratori del Gran Sasso e istituito nel 2015 presso il Gran Sasso Science Institute in Abruzzo, il premio è cresciuto costantemente negli anni grazie alla collaborazione di molte realtà scientifiche fino ad affermarsi a livello nazionale.

Il suo funzionamento è semplice: la commissione scientifica, formata da oltre 400 persone tra insegnanti, accademici, scrittori e giornalisti, ha il compito di selezionare 5 opere finaliste tra circa 200 libri pubblicati negli ultimi due anni. Gli studenti delle scuole secondarie disecondo grado partecipano al premio scrivendo una o più recensioni sui libri finalisti, decretando così il vincitore. Le recensioni vengono successivamente valutate e premiate dalla commissione.

Il premio è organizzato grazie alla collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e di molte altre realtà̀ scientifiche e culturali quali Università e istituti di ricerca italiani, la Regione Abruzzo, la Società Italiana di Fisica, l’Accademia Nazionale dei Lincei,

l’Associazione Nazionale Librai, il CICAP, il CRS4, il CNR-ISASI, la Società Italiana di Relatività Generale e di numerosi sponsor. A partire da quest’anno, il premio arriva anche in Brasile, dove si svolgerà una edizione gemellata con quella italiana.

Le votazioni da parte dei giovani giurati sono concluse e il premio è così giunto alla sua fase finale. Venerdì 15 Maggio si terrà la proclamazione del libro vincitore con una cerimonia nazionale trasmessa in streaming a partire dalle ore 16:00 sul canale YouTube del Premio.

Le cinque opere finaliste riguardano la matematica, l’informatica, la fisica e la climatologia e sono: “Matematica d’evasione” di Claudio Marini (libreriauniversitaria.it), “L’urlo dell’universo” di Dario Menasce (Hoepli), “Hello World” di Hannah Fry (Bollati Boringhieri), “L’algoritmo e l’oracolo” di Alessandro Vespignani e Rosita Rijtano (Il Saggiatore) e “Il Pianeta umano” di Simon L. Lewis e Mark A.Maslin (Einaudi).

Per il dibattito sul libro ‘Il Pianeta umano’ modererà la discussione Massimiliano Bellavista.

Sono stati già annunciati alle scuole i migliori recensori, circa 200 ragazzi sull’intero territorio nazionale. Le loro recensioni saranno pubblicate nel sito del Premio Asimov. I numeri della quinta edizione sono da capogiro: sono ben 14 le regioni italiane che partecipano al premio (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria), con 81 città coinvolte, 136 scuole e 281 docenti. Il numero più sorprendente è sicuramente quello degli studenti iscritti al premio che ha superato quota 4000, doppiando il dato del 2019.

Questi numeri sono un chiaro riflesso dell’importanza che il premio ha raggiunto in tutta la penisola e rappresentano un ottimo risultato per l’editoria scientifica. In un periodo così complicato come quello che viviamo attualmente a causa dell’emergenza dovuta al Covid-19, la partecipazione e l’entusiasmo di docenti e studenti premiano gli sforzi degli organizzatori nel tentativo di portare sempre di più la scienza tra le persone.

Anche in tempi di grande difficoltà, la scienza non si ferma.

Per maggiori informazioni

Sito del premio: https://www.premio-asimov.it/

Canale YouTube: https://www.youtube.com/channel/UCfmkKjkj4KSeWrOWVM3RQ0A

Facebook: https://www.facebook.com/premioasimov

Coordinatore nazionale del Premio Asimov: Francesco Vissani

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#ioraccontobreve alla terza settimana: i tre migliori

 

Ringraziando ancora per il costante flusso di racconti che generosamente ci inviate, constatiamo che il vincolo delle 100 parole, lungi da rappresentare una trappola, esalta invece la qualità della narrazione. Il livello dei testi pervenuti è molto alto, sia tecnicamente sia nei contenuti.

Solidali a Milano, ancora in grossa difficoltà, iniziamo con uno ‘Scanu d’autore’ che riguarda proprio il Duomo. (Lo ringraziamo per la Sua generosità e siamo certi che se prossimamente pubblicherà davvero una raccolta di racconti brevi, sarà un bomba!)

IL DUOMO DI MILANO È UNA MERINGA di Stefano Scanu

duomo

La ventiquattrore in una mano, il piccolo Leo nell’altra. Alle sette del mattino Piazza Duomo sembra un colpo di cipria, la cattedrale una meringa gotica che galleggia sui portici. I tram frignano nel nebbione che ubriaca tutti di solitudine. Sul 23 Leo e il padre contano le fermate come grani di un rosario, spiano i profili densi dei palazzi, dei passeggeri. Ad ogni curva le mani si perdono e cercano, ciecamente.

Poi la scuola, il tram si svuota, la marea bianca scivola e scopre.

Solo adesso Leo vede la mano che stringe e il padre come fosse la prima volta

E per i fatti curiosi della vita e delle lettere, dopo un romano che scrive di Milano, eccone un altro che scrive di…Roma! Ma si tratta di una Roma davvero inedita che in questo davvero notevole racconto, più che alla Grande Bellezza assomiglia a un grande e sgangherato suq. Ci manda il testo Francesca Condò, architetto specialista in restauro dei monumenti. Da settembre 2015 è in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT con incarichi relativi a rapporti internazionali bilaterali, progettazione di mostre in Italia e all’estero. Si sta occupando di attività per il miglioramento del racconto museale, tema che ci è molto caro e su cui speriamo di tornare presto per Caffè 19.

MEDIO ORIENTE ALLA FINE DELLA STRADA

Pandemia. Domenica 3 maggio, quasi alla fase due. Potrei andare alla Coop ma ho paura – venerdì sono stata in fila a leggere dalle 8 e mezza e sono uscita con la spesa alle 13 e 25. Avanzo, mascherina e guanti – tutte e due riciclate – fino ai bidoni della spazzatura, Il sistema postmedievale di Roma anni 2000: sempre pieno, sempre sporco. Farmacia chiusa. Per la prima volta vado oltre le due rastrelliere di frutta e entro nel negozio. Mio fratello dice che ci sono anche altre cose, là dentro, oltre alla verdura: era tornato a casa con un bricchetto di panna fresca della centrale del latte. Mordo la madeleine: le cose che mi servono non ci sono. Scaffali con merce rada, biscotti improbabili. Datteri e sacchi di legumi a terra. Il frigo con le bibite gassate. Cerco le verze ma dal banco mi guardano solo cavoli alienati. L’uomo dietro ai banchi è restio a rispondere. No, ci sono solo quelli. Pago, tentata di dire shukran alla donna alla cassa in mascherina, occhiali e chador rosso. C’è penombra, come nelle infinite botteghe che ho visto in Giordania, in Tunisia, anche in Turchia. Ma sono a poche centinaia di metri da casa. Via Guareschi, Laurentino 38. Roma.

SUQ

E da Roma ci spostiamo in una sfera più intima, in questo metamorfico racconto di Giuseppe Capurso. Giuseppe dice di sé che nella sua Padova scrive per divertirsi e si diverte scrivendo. Scrive favole e racconti per bambini, e questo ben lo si intuisce dal ritmo e dal tono della sua narrazione, al contempo giocoso ed elegante. Anche noi ci siamo divertiti molto leggendo il suo pezzo, speriamo che ce ne manderà altri o forse magari delle favole (perché alle favole ci crediamo ancora) e non possiamo esimerci dal fare un saluto ai suoi gatti Casper e Felix.

IL SOGNO

SOGNO

Precipito dentro il tuo sogno. Ti sfioro le spalle. Tu ti volti sorridendo ma io mi sono trasformato in un gatto. Provi ad accarezzarmi ma io scappo e mi nascondo in un cesto, lo apri e ci trovi un cactus. Hai paura di toccarmi, ti volti per prendere un guanto ma io sono una rondine. Tu mi guardi, con la testa all’insù mentre volo in una stanza completamente bianca. Sfioro una parete, scendo e divento in una porta di legno. La apri, entri e precipiti dentro il mio sogno. Mi sfiori le spalle, io mi volto sorridendo ma tu ti sei trasformata in un gatto.

Forse in effetti meglio restare nei territori del sogno. Anche perché fuori dal sogno sono tempi davvero duri per tutti, anche per categorie un po’ particolari, perché ci sono da ripensare riga per riga e verso per verso perfino i gesti quotidiani (e le nostre reazioni ad essi). Ce lo spiega bene Stefano Valacchi, toscano, senese, che ci dice di scrivere di tutto, ma in special modo racconti. Quanto al messaggio che ci ha inviato, approfittiamo per dirgli che secondo noi la sua prova è ufficialmente riuscita! Lui capirà.

TABACCHERIA  COVID 19

Arrivo in tabaccheria. Persone in fila con guanti e mascherine. Fermi tutti! urlo. Ma dove va? Faccia la fila! E stia ad un metro di distanza! E indossi i guanti! dice un’anziana signora scuotendo la testa. Ma non lo vede il telegiornale? Quando è il mio turno con i guanti fatico a prendere la pistola. È una rapina! urlo nuovamente. Si meglio, e con ché? ironizza il tabaccaio. Dalla rabbia mi strappo maschera e guanti. Tutti gettano portafogli e borse a terra. Prenda tutto ma non ci tocchi… non ci tocchi… non ci tocchi…

                                           RAPINA

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In equilibrio sul filo in un silenzio invaso di luce

Mirko Tondi, curatore della nostra rubrica ‘Anatomia di un racconto‘  (a proposito, a brevissimo la seconda puntata!!!) ha davvero scritto un bel libro.

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Per sostanziare il nostro parere, abbiamo scritto questo pezzo (come sapete, le nostre sono recensioni molto sui generis). Anche il sito dell’editore, Toutcourt, presenta diverse proposte interessanti, come ad esempio la collana di saggistica. Spero il pezzo vi piaccia e vi invogli a leggerlo.

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Potrebbe anche andare male. Non cercare un tuo equilibrio, non provarci nemmeno. Attaccati a me e lo cercherò io per te’.

Così disse al suo agente il grande Blondin, il Daredevil delle Cascate Niagara, il funambolo che attraversò strapiombi impossibili facendo le cose più improbabili, come mangiare frittate o, appunto, portarsi qualcuno in spalla. Crediamo che Philippe Petit, famoso equilibrista che nel 1974 traversò su un cavo teso lo spazio tra le torri gemelle, sarebbe stato d’accordo. Philippe Petit apre e chiude con il suo trattato sul funambolismo, l’opera di Mirko Tondi, Era l’11 settembre. Non pensiamo sia un caso.

Cos’è oggi un romanzo? Cosa significa davvero narrare? Non siamo convinti che molti oggi, sia tra gli scrittori che tra i lettori, lo sappiano così bene. Certo in un’opera cerchiamo tante cose: svago, riflessione, emozione.  Se è così, siamo a posto: in questo libro ci sono tutti.

Ma Era l’11 settembre non è un romanzo. È un filo teso tra il materiale e l’immaginario. C’è certo la storia, il felice (da un punto di vista narrativo) compenetrarsi di due storie: una globale e sociale, la sciagura dell’11 settembre, una individuale, la morte del figlio di Nando Barrella, come caratteristico di molta letteratura. Ma non è questo, a parere di chi scrive, il proposito vero dell’autore.

the great blondin

La nostra convinzione è che Mirko Tondi sia come Blondin, e il lettore sia come il suo agente, che lo spericolato funambolo si caricò sulle spalle. La sua narrazione è un filo teso, il suo stile l’equilibrio, il suo intento è colmare il vuoto con il suo passo. Ci può essere un po’ di ritrosia all’inizio, Philip Roth diceva che ci vuole uno specifico stato d’animo in cui scrivere e noi aggiungiamo che ce ne vuole sicuramente uno corrispondente in cui leggere, ma se la vinciamo ci ritroviamo su quel filo, che poi è lo stesso della nostra esistenza.

Sul filo teso troviamo per primo Nando Barrella, uomo di un’altezza solenne, ben piazzato nel fisico, cui fa da contraltare una stratta di mano rassegnata, assente, in totale disaccordo con l’imponenza della sua mole.  Ha perso suo figlio, il giorno delle Torri Gemelle, in un incidente stradale, di cui è venuto a sapere in circostanze curiose. Sul suo filo egli è immobile e il suo filo è teso verso la morte, perché ormai è anziano e soprattutto perché è assolutamente convinto che il vero responsabile della morte di suo figlio sia proprio lui e questo nel libro non è mai in discussione.  Cerca solo qualcuno, l’altro protagonista del libro, un ghost writer romantico che nonostante le delusioni e i fallimenti sotto sotto crede ancora all’autenticità e potere delle parole e della letteratura e che a tratti fa l’effetto di un Philip Marlowe dentro un film di Tarantino, che però sul filo teso dell’esistenza possa muoversi a piacimento avanti e indietro. Barrella in altre parole cerca qualcuno da pagare per fossilizzare le sue memorie, prima che lo scorrer del tempo cancelli suo figlio anche dai ricordi. Ma questa persona dovrà farlo in modo molto personale e particolare, però: La sua non sarebbe stata una falsa autobiografia in prima persona, ma una vera biografia in terza, sintetizza Tondi in una frase da ricordare. E lo scrittore del romanzo lo fa, proprio perché sotto sotto è un curioso, una sorta di investigatore che ripercorre la vita di Barrella non come in un diario, ma come in una sequela di sedute psicoanalitiche. Barrella si specchia in lui e lui in Barrella, in un gioco di rimandi e regressioni che porta i due molto lontano nei loro rispettivi retroterra mentali.

Come i musicanti di Brema, mentre Barrella si affida al ghost writer e il ghost writer cammina sul filo, il lettore si appoggia sulle spalle di tutti e due, trovando sul suo percorso molte altre cose: questo volume a buon diritto potrebbe essere esposto sugli scaffali di una libreria nel reparto ‘arti visive’. Infatti, mentre Barrella intreccia ricordi e rimorsi alla sua amata musica classica, lo scrittore segue un percorso musicale più pop, inserendo ogni dove riferimenti a opere d’arte, da Jan Van Eyck a Edward Hopper passando per Lippi e Rembrandt, e a film, dal Barry Lyndon di Kubrick all’Al Pacino di Un attimo, una vita passando per Bergman.  Il libro insomma, in certi tratti, trova il suo vero equilibrio più sulle immagini che sulle parole, e l’interpretazione critica che fornisce l’autore di alcune di quelle opere è veramente notevole per contenuti, suggestioni e accostamenti.

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Ma un funambolo non si giudica solo dalla freddezza, ma anche dalla ricchezza della sua personalità e dall’ambizione insita nei suoi obiettivi. Quanto dista il filo da terra? E qui Mirko Tondi si prende un rischio notevole, è davvero molto ambizioso. Però secondo noi riesce nel suo intento, sempre naturalmente se l’abbiamo interpretato bene, Sì, perché alla fine succede qualcosa di molto particolare: come l’incontro iniziale tra i due protagonisti è preceduto da quella stretta di mano un po’ scialba di cui si è parlato prima, ora ne segue una finale, che rappresenta il suggello del loro rapporto umano: ‘Gli stringo la mano e il sorriso è ancora lì. Senza che io gli dica niente, mi chiede se sto meglio, adesso’.  Niente fiacchezza nella stretta, questa volta, come si vede, e poi quella strana domanda apparentemente stonata, rivolta al ghost writer dal cliente, Barrella, che però mai prima di allora si era interessato di lui. Ce n’è abbastanza da chiedersi, se la narrazione è una forma di terapia, chi ne sia stato in questa storia il vero beneficiario. E poi, la suggestione di quel peculiare nome, Mauro Kepesh, lo pseudonimo scelto dallo scrittore, e che ci viene offerto con nonchalance così, a freddo, proprio alla fine della storia: ci ricorda un altro Kepesh, David Kepesh, improbabile e assurdo protagonista di alcuni romanzi di Philip Roth, tra cui Il Seno.  Insomma, vi invitiamo a leggere questo libro assillandovi con una domanda, anzi due, facciamo tre: ma Era l’11 Settembre è un romanzo del reale o dell’assurdo? E i due protagonisti sono la stessa persona? E soprattutto, sono davvero reali?

O non è che a nostra insaputa su quella corda ci hanno da tempo tutti lasciati soli con le nostre vite e i nostri pensieri, come Blondin e Petit, e sono proprio loro, i personaggi del romanzo, a prendersi gioco di noi e osservare dal lontano, col binocolo, i nostri passi in bilico sull’esistenza?

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Domino letterario alla quarta puntata

Continua il nostro Domino Letterario che vi permette di assistere, stando a casa, a presentazioni a catena di libri. Per il quarto appuntamento Martina Delpiccolo, del cui libro avevo parlato io la scorsa settimana, propone la lettura di “La verità nello specchio e altri racconti” (primamedia editore) di Elisa Mariotti, una raccolta di 12 storie che

Domino letterario 4 puntata

restituiscono la fotografia di una società come la nostra in cui si disperdono, confliggono, parlano senza ascoltarsi, molteplici “io”. Clicca qui per il video.

Il libro – Quello di Elisa Mariotti è un libro nel quale la vita si rispecchia e si riconosce, anche se l’immagine che ne risulta è costituita in prevalenza dalla violenza (individuale e di gruppo), dalla maternità vanamente inseguita o negata, dall’incomunicabilità, dalla precarietà del lavoro, dall’isolamento, dalla morte che recide vite in fiore. I personaggi che incontriamo appaiono fragili, ma sanno trovare riserve di forza inaspettate per provare a cambiare prospettiva e raggiungere così il giro di boa; sanno leggersi dentro per cercare le risposte ai dubbi esistenziali che li tormentano, anche se questo comporta una faticosa presa di coscienza; si scoprono soli e, soli, provano a salvarsi. Con una scrittura scarna ed essenziale, l’autrice ci accompagna nelle vite di Cloè, Giorgio, Giulia e dei protagonisti dei suoi racconti per dimostrare che la salvezza è difficile – perché legata alla tenacia del singolo individuo -, ma non preclusa. Disillusione e amarezza lasciano sempre il passo alla speranza, senza la quale, parafrasando Eraclito, sarebbe impossibile trovare l’insperato.

 

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Una recensione e un racconto

Un racconto, dalla mia raccolta 2017 ‘ Anatomia dell’invisibile‘ pubblicata da Tabula Fati,  ripreso questa settimana da Toscanalibri e intitolato’Sette volte sette‘ , nell’ambito dell’iniziativa “Racconti di scrittori toscani per i giorni del Coronavirus”

 

Questa recensione, di un libro che consiglio vivamente, è invece apparsa un paio di giorni fa sul nr 172 della rivista ‘Dire fare scrivere

dire fare scrivere maggio 2020

«I Balcani producono più storia di quanta ne riescono a consumare».
Se Churchill abbia davvero pronunciato questa frase, citata a un certo punto del bel volume di Andrea Cortesi e Luca Leone, La pace fredda. È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina? (Infinito Edizioni, pp. 172, € 18,00) è incerto, e per qualche storico perfino dubbio. Ma non importa affatto, perché non si può non essere d’accordo sulla verità di fondo che questa frase sottende.
Ma Churchill da grande statista e uomo politico di lungo corso avvertiva almeno, a Seconda guerra mondiale ancora in corso, la necessità di dedicare grande attenzione a quel quadrante, al fine di trattenere sotto la propria influenza quei territori che considerava strategici. Pare invece che questo problema di consumo, anzi di “digestione” e assimilazione di così tanta e densa storia, a cominciare dagli accadimenti degli anni Novanta, abbia invece interessato assai poco l’Unione Europea e in parte anche gli Stati uniti, che ai Balcani e in particolare alla Bosnia Erzegovina, si sono progressivamente disinteressati. Tale denuncia, da questo volume corale che ha la forza evocativa di una Spoon River dei Balcani (non fosse che è tragicamente sulla carne ben viva dei testimoni tanto quanto su quella dei caduti, che tutto il dolore resta ancora inciso e visibile) viene costantemente ripetuta come un mantra.
Attraverso l’opera di Andrea Cortesi e Luca Leone, quest’ultimo peraltro non nuovo a libri di grande efficacia e coraggio su questo specifico tema, si può ascoltare, anzi “vedere” in presa diretta una ruvida raffica di testimonianze che hanno un fortissimo impatto sul lettore: «Belgrado, Srebrenica, Sarajevo. One way ticket. Staša, Lino, Ivana, Stefan, il 10 luglio a Belgrado, l’11 luglio a Potočari, Ifeta, Sakib, Tamara, Dragan, Dervo, Jakob, e poi Selma a Sarajevo».
Seppure a tratti troppe cifre troppo ripetute affievoliscano un po’ la forza di certi passaggi, grazie al libro si scorge la chiara esistenza di un buco nero alle porte di casa nostra. E forse in fin dei conti il fatto di ripetere ossessivamente le cifre di questa guerra, di questo massacro e di questa diaspora è proprio voluto, per colmare il tanto silenzio e la tanta ignoranza dell’opinione pubblica, per la cui gran parte tutta la faccenda si riduce semplicisticamente a un nome e a un numero: Srebrenica e i 1444 giorni di assedio di Sarajevo. E non si sa invece, tanto per limitarsi alla sola Sarajevo, «del tributo di sangue di 11.550 persone, tra cui 600 bambini, non i 1.600 di cui qualcuno parla e scrive» di cui racconta Jovan Divjak, generale e numero due dello stato maggiore bosniaco proprio tra il 1992 e il 1995, che ha fondato nel 1994 una associazione con lo scopo di aiutare concretamente i molti orfani di guerra.

Un territorio chiuso tra sogno e memoria
La Bosnia è per molti un buco nero perché poco se ne sa, meno se ne legge e ancor meno se ne parla. Un territorio tutto chiuso tra sogno e memoria, messo in una sorta di congelatore dal consesso politico mondiale, che però vera pace non è: è solo sospensione senza prospettive di futuro, per l’appunto una pace fredda. La gente in questa piccola regione del mondo vive tra la memoria di un inferno alle spalle, ma per certi versi mai terminato e il sogno di un paese progredito e pacifico mai realizzatosi.
Ma quel buco nero è anche spazio temporale; sulle ceneri della ex Jugoslavia, nell’arco di distanze geografiche tutto sommato esigue, esistono territori che si muovono con dinamiche economiche talmente diverse da risultare stridenti e con standard sociali, assistenziali, amministrativi distanti decenni, per qualità, tra di loro: basta guardare al divario enorme tra gli stili di vita nella Slovenia e nella Croazia di oggi, e quelli della Bosnia descritta nel libro per rendersene conto.
Michele del Buono nella sua Introduzione afferma una cosa molto giusta sulla tremenda guerra dei primi anni Novanta: «la guerra non è un tabù. Le guerre si fanno, chi non è stato toccato s’indigna, la Storia spiega e le tante giornate della memoria, con tutto il carico della retorica, raffreddano i fatti. Tutto è metabolizzato e il tempo che passa, poi, fa il resto del lavoro e si ricomincia».
Ma questa metabolizzazione è assai lunga e penosa. E quella sporca guerra ha per certi versi prodotto più vittime dopo la pace di Dayton che prima. Ecco il senso di queste testimonianze di gente che pur avendo la fortuna di riaffiorare da quelle nere acque adesso vi galleggia, non rassegnata ma incapace a fabbricarsi un vero motivo che possa spiegare tutto quel dolore, prigioniera di un passato fatto di intere famiglie e villaggi scomparsi, giovani generazioni emigrate, morti mai restituiti ai loro cari, donne stuprate e sfruttate, bambini abbandonati a loro stessi.
Così per sfuggire all’assurdità del reale c’è chi si dedica al sociale, chi alla ricerca delle fosse comuni per restituire le vittime alle famiglie, chi a insegnare una materia o uno sport ai bambini nati dalle violenze di guerra, chi semplicemente a coltivare una quotidianità di contatti sociali, laici e multietnici cosa che alla luce di queste testimonianze sembra incredibilmente più sovversiva e pericolosa che praticare la vendetta o la ribellione. In un paese spopolato, di soli tre milioni e mezzo di abitanti che però ha assurdamente ben quattordici costituzioni vigenti e vive un soffocante apartheid su base etnica, familiarizzare con l’alieno, con il diverso, è semplicemente tabù. Pericoloso per la propria e l’altrui salute. Non tutte le voci che raccontano le proprie storie nel libro ci restituiscono infatti le loro complete generalità, per il timore, più che concreto, di rappresaglie per se stessi o i propri familiari.

Storie tortuose e carsiche
Nelle storie che si dipanano a volte lente a volte con improvvise, violente e atroci accelerazioni, seguendo corsi tortuosi e carsici come i fiumi di quelle terre impervie, ci sono molti elementi ricorrenti che lasciamo scoprire al lettore. Ma ne vogliamo evidenziare almeno due.
Il primo è il tema della parola. Ciò che adesso divide i cittadini della Bosnia Erzegovina è solo un diverso tipo d’odio, ma uguali sono le loro radici, la storia, la lingua, le parole quindi. Solo che la guerra ha cambiato tutto e oggi non si trova più accordo su nessuna parola, a cominciare, come ci spiega Tamara Cvetković, attivista e peacebuilder, dalla stessa parola “storia”. Oggi infatti in Bosnia Erzegovina vi sono incredibilmente tre parole diverse per dire questa stessa cosa: i croati la chiamano povijest, i serbi istorija e i musulmani historija. La parola è anche quella che si insegna nelle scuole, sempre più politicizzate, quindi artefatta e contorta a fini propagandistici negli istituti pubblici e, in quota crescente, privati che si contendono i bambini delle poche famiglie giovani che non emigrano.
Le parole sono pure quelle, a prima vista rassicuranti, del soldato del tuo stesso esercito nazionale, quello da cui per decenni ti sei sentito protetto e che hai contribuito a pagare con le tue tasse, e che all’improvviso ti punta il fucile contro, intimandoti una completa sottomissione. Le parole sono quelle rimosse che non si possono più dire e nemmeno scrivere nei libri e sui giornali: četnik (parola usata per indicare gli ultranazionalisti serbi), balja (un antico vezzeggiativo, ora dal tono dispregiativo, con cui sono chiamati i musulmani bosniaci), ustaša (per indicare gli ultranazionalisti croati) e così via.
L’altro tema che non possiamo omettere è quello delle scarpe. Già, proprio le scarpe, l’oggetto più semplice e comune che si possa immaginare. Per esempio quelle che affiorano dalle crepe nel fango secco del fondo di un lago e appartenute alle vittime di Višegrad, sgozzate e poi buttate nella Drina. O quelle che Bakira Hašečić, una delle coraggiose donne bosniaco-erzegovesi che non si è mai arresa alle violenze subite, cerca e chiede senza trovarle. Quelle che emergono in un passo di una delle tante, bellissime e toccanti testimonianze raccolte nel libro che descrivono l’immediato dopoguerra fatto «di traumi e ferite in cui la priorità era trovare da mangiare, qualche vetro per chiudere le finestre mandate in frantumi da granate e cecchini, un paio di scarpe e provare a ricostruirsi una normalità».
Viene subito alla mente il Primo Levi de La tregua: «quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso».
Speriamo che questo libro non sia una voce isolata e che possa dare un piccolo contributo di vicinanza alle vittime e di conoscenza. Grandi passi a volte iniziano da piccole cose. I tanti attivisti come Selma Hadžihalilović o Staša Zajović, fondatrice e promotrice del movimento delle Donne in Nero aspettano. Tutto un territorio e un’economia, che potrebbe essere perfino florida, attende di spezzare questa inerzia insalubre da economia di guerra sovvenzionata a livello internazionale, che favorisce solo il parassitismo e la rapacità delle attuali classi politiche al governo. Chiedetelo a Dragan Cvetković, figura da film, per certi versi quasi mitologica, che spunta con forza dalle pagine del libro come un tragico e paradossale pop-up, il quale coltiva i suoi lamponi nel territorio circostante Bratunac e Srebrenica. Un territorio un tempo ricco, con aziende meccaniche, ceramiche, cooperative e aziende agricole che davano lavoro a migliaia di contadini e ora ridotto ad un deserto. Lui vorrebbe essere imprenditore, capace di produrre autonomamente ricchezza, ma trova mille ostacoli «perché la povertà e la fame tornano utili ai regimi, permettono di comandare a bacchetta la pancia e i voti dei cittadini, meglio se ignoranti».
Ecco, in buona sintesi, a cosa davvero serve un libro.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 172, maggio 2020)

In evidenza

Lasciami parlare…

Qualche tempo fa, con precisione nel 2018, al Pisa Book Festival una scrittrice si presentava con un libro assai particolare. Uno di quei libri originali ma anche necessari, perchè nati non solo dall’ispirazione, che è già tanto, ma dalle circostanze legate alla propria vita ed alla propria opera quotidiana, che è anche di più, come ben spiega in questa intervista, rilasciata proprio in quell’occasione. E quando la passione e la capacità si uniscono all’esperienza, non può che uscirne qualcosa di buono. L’idea che c’è dietro è quella di offrire a celebri protagonisti di opere musicali, teatrali, letterarie, ma anche a personaggi storici un’ultima occasione, un ultimo e irripetibile approdo psicoanalitico in cui raccontarsi prima dell’evento finale, la svolta del destino  che li ha consegnati alla storia e al nostro immaginario.

Quel libro era “Lasciami parlare…”, la scrittrice Laura Del Veneziano, nata ad Arezzo nel 1980. Laura vive e lavora come psicologo psicanalista nel Valdarno aretino. Mamma di due bambini, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura, svolge attività di ricerca sui temi della psicanalisi, del femminile e delle relazioni umane. Nel 2016 ha partecipato con uno scritto alla pubblicazione del saggio “Analityca- La passione della clinica” edito da ETS. Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera” “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente ha in preparazione altri lavori di scrittura.

Le abbiamo chiesto per Caffè 19 di abbandonare per un attimo il nuovo e di riportare in vita quelle atmosfere in questo scritto inedito, Le parole dei giorni strani. Giudicate Voi, ma ci sembra che ne sia valsa sicuramemte la pena. Grazie, Laura.

 

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Le parole dei giorni strani

Il silenzio è forse l’ovvietà che sorprende di più in questi giorni così difficili da definire, mi verrebbe di chiamarli semplicemente strani. Questa misteriosa entità ha avvolto le nostre vie e vite per giorni, ed anche nelle ore centrali della giornata era così forte da far tremare, aveva il sapore del vuoto e della mancanza.

Silenzio, vuoto, mancanza sono significanti potenti della nostra lingua, che ora tornano a risvegliare in noi, certe emozioni profonde, certe riflessioni sulla vita, sul suo senso e sul suo valore. Sono domande che non si quietano mai nell’essere umano e che non trovano silenzio dentro di noi, loro no. Nel silenzio dei giorni strani prendono vita i pensieri degli umani quelli belli e quelli brutti e vengono accolte la parole, quelle che sentiamo più difficili e che, in effetti, ri-escono meglio nel silenzio.

Parole come quelle che ho dato l’opportunità di esprimere ai miei personaggi in un immaginario studio di uno psicanalista e che, in questi nostri giorni strani fanno eco dentro me.

silenzio del veneziano
Poi mi riscuoto e il dolore e la sensazione di vuoto e di perdita più totale mi assalgono
sono le parole di Odile, la mia Odile che riflette sulla mancanza di poter essere se stessa. Per lei si tratta di vedersi soltanto come un corpo vuoto, servito al padre per i suoi scopi. E per noi? Non ci siamo forse sentiti invadere da questa stessa sensazione nelle lunghe ore di vuoto e di silenzio dell’altro? “Non ho appetito, non riesco a dormire perché tormentata dai miei pensieri: incubi, immagini spaventose si susseguono nei miei sogni. Vago per casa, per il giardino, senza un senso, senza una meta, lo faccio più spesso di quanto vorrei, non riesco a controllarlo, è come se fossi alla continua ricerca di qualcosa, come se, la mancanza incolmabile che mi accompagna da tutta una vita, adesso fosse insopportabile.” Queste sono le parole che nello scrivere i miei racconti ho scelto per Catherine, la protagonista di Cime Tempestose. Sono parole che spesso incontro nel mio lavoro, sono quelle che le persone, a volte usano, per dare voce al loro modo di sentire la vita. Sono pensieri che adesso ascolto un po’ più frequentemente e che necessitano della possibilità di essere accolti, in modo da poter uscire invece di restare dentro ad ingombrare l’anima.
Noia: la sensazione probabilmente tra le più gettonata del periodo, insopportabile ai più, poco compresa e vissuta spesso come terribile. In fatto di noia, certamente può aiutarci a riflettere Emma Bovary, maestra di noia: “Non provo niente. Niente mi scuote. Perché dovrebbe? Esiste qualcosa che potrebbe provocare ancora una qualunque reazione in me? È come se tutte le mie emozioni si fossero, improvvisamente, addormentate dentro, e io non le sento davvero più.

Difficile trovare parole più appropriate. Personalmente vado consapevolmente contro corrente, leggendo un lato positivo anche nella noia: se non avessimo mai la possibilità di annoiarci ci perderemmo tutta l’intensità che possono darci le cose che amiamo.

silenzio del veneziano 2

In effetti, la stessa Emma, può ricordare le cose piacevoli della vita, esattamente perché è in grado di provare la noia e questo le genera la mancanza: “Sono stata una ragazza sognatrice, ricordo con tristezza, nostalgia e distacco il tempo in cui fremevo e mi emozionavo, leggendo o ascoltando musica. Sognavo grandi passioni ad allietare la mia vita futura, come quelle che leggevo nei libri, le storie di donne amate, corteggiate, infinitamente desiderate e che vivevano vite lussuose e sontuose.” Leggere, ascoltare musica: si tratta in fin dei conti di espedienti, possono essere un tramite, un ponte tra i ricordi di un passato che ci sembra ormai troppo lontano e il futuro che rappresenta il sogno, il desiderio. Per poter continuare a desiderare a volte è necessario provare la mancanza e la mancanza in questi giorni può essere compagna della noia. Perché non provare a custodirla almeno fino a dove è tollerabile per darle una colorazione meno buia e viverla come ricordo di quello che è stato e, al tempo stesso, come preludio a tutto quello che verrà?
In questi giorni in cui si rincorrono, decreti, leggi, regole e norme da rispettare, può capitare di lamentarsi della nostra routine stravolta, appunto, da queste imposizioni. In questo tempo il mio pensiero è andato spesso a Gertrude, molto più conosciuta come la Monaca di Monza grazie al Manzoni. Ebbene sì, bisogna ammettere che l’assonanza tra i due momenti era piuttosto facile:“sono stata costretta ad una vita che mi sta stretta” faccio dire a questa donna. Insieme a lei la mia riflessione è andata a cadere su un altro tipo di costrizione, molto più vicino alle limitazioni a cui sono state sottoposte per secoli – ma in certi casi purtroppo ancora oggi ed anche in questi giorni strani – certe donne. Il suo racconto si snoda tra i momenti chiave che hanno dato l’impronta alla sua vita: “una vita limitata da rigide regole, scandita da norme, che non possono addirsi a tutte le donne, e di certo non a me.” Davvero si può pensare che una donna possa essere fermata da rigide regole? È di questo che si tratta?

Sono stata cresciuta ed educata in modo che per me fosse impensabile altra vita, se non quella del convento. Le uniche bambole che da bambina ricevevo in dono, portavano abiti monacali. L’idea che mi è sempre stata trasmessa è che una donna non potesse fare altro, se non la suora.” È’ possibile limitare una donna, la sua natura, la sua essenza? Come? E che succede quando ci si prova?

La storia ce ne ha lasciato grandi esempi e Gertrude stessa ci racconta la sofferenza con cui è andata incontro al suo destino, ingoiando lacrime amare, ma sentendo fino in fondo che la sua natura era un’altra e ritagliandosi un suo modo per viverla a pieno per quanto possibile.
Voglio concludere con una nota colorata. Vi capiterà, come capita a me, di passare sovente di fronte ad uno specchio in questi giorni strani: i capelli hanno ormai preso ogni libertà sulla testa, il viso forse è un po’ troppo segnato dalla mancanza parziale di sonno e da una tranquillità routinaria che vacilla. Non mi allontano subito da quell’immagine, resto qualche istante in più a guardarla, ed allora inevitabilmente è lei che mi viene in mente: Grimilde.

   del veneziano

La più bella di tutte in eterno, solo perché uno specchio – magico il suo – le diceva che lo era ogni volta che ne aveva bisogno. Perché una donna è bella? Certo che molto dipende dal gusto soggettivo di chi la guarda, ma fondamentalmente una donna è bella perché c’è qualcuno che glielo dice. Fosse anche uno soltanto in tutta la sua vita, ma è a quelle parole che una donna si attaccherà sempre per sentirsi bella. Grimilde allora, in tutta la sua originalità, ci insegna un nuovo modo di guardarci allo specchio. Guardiamo quell’immagine e cerchiamolo da sole il bello di noi, in quel riflesso, e pensiamo che quello specchio, anche se non magico, ci sta dicendo che la bellezza c’è dentro di noi anche adesso, in questi giorni strani, magari nascosta tra i capelli arruffati o dalle rughe che il trucco riesce a coprire poco bene. E se, come per Grimilde, accadesse che, un giorno, quello specchio ingrato e traditore dovesse farci notare che una certa “bambinetta sta crescendo e che potrebbe diventare molto, troppo bella” possiamo scegliere di cambiare specchio, perché sarà lui che “non dice il vero, invecchia troppo”.

 

In evidenza

L’infinita invenzione: il velo giallo

La letteratura è un infinito ed inesauribile gioco di specchi. Ne volte un esempio reale, anzi realissimo? Immaginate la seguente situazione:

1. Uno scrittore scrive un bellissimo noir;

2. Lo stesso scrittore viene e chiamato da un altro scrittore a recensire un saggio che ha qualcosa a che fare con l’ambientazione del suo noir;

3. Un altro scrittore poco dopo gli chiede un pezzo per un caffè letterario on line;

4. Per quel pezzo lo scrittore con grande maestria trasforma quella stessa recensione in un brillante racconto, chiamando ad interpretarlo proprio il protagonista del suo noir;

5. Lo scrittore del caffè letterario colpito dal racconto ci fa su un pezzo raccontando la storia.

(Connecting the dots…ecco qui sotto capovolte come nella settimana enigmistica le soluzioni (ovvero come sono andate davvero le cose)se volete!

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Ringrazio per il contributo (sperando non sia l’ultimo!)  Massimiliano Scudeletti, apprezzato scrittore e realizzatore di documentari e spot televisivi sia come sceneggiatore, che come regista.Compiuti i cinquant’anni, ha deciso di lasciare il mondo assicurativo per dedicarsi completamente alla cultura tradizionale cinese e alla scolarizzazione di adulti immigrati. A febbraio 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo Little China Girl con protagonista Alessandro Onofri. È stato finalista al premio Tramate con noi di Rai Radio1. Nel giugno 2019 è uscito Dove erano le isole in collaborazione con Paolo Ciampi e Arnaldo Melloni. L’ultimo rais di Favignana, Aiace alla spiaggia è il suo ultimo romanzo.Little China Girl ha vinto nel 2019 il premio Cattolica categoria emotion. Come dice l’Autore, per la sconosciuta ragazzina cinese è stata una sorpresa!!!

 

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Il velo giallo di Alessandro Onofri

Non riesco a togliermi dalla mente Andrea Corsali, misterioso navigatore fiorentino. Italiano al servizio dei portoghesi, riferendo a Giuliano de’ Medici delle sue esplorazioni, definisce la pelle dei Cinesi come «di nostra qualità». Era l’anno 1515, ma per quasi tre secoli la descrizione degli abitanti del Regno di Mezzo non cambierà: «gente di pelle bianchissima al Nord… bruni invece i cantonesi», riferiscono viaggiatori, naturalisti e missionari. Infatti, alle soglie del XIX secolo, i Cinesi sono ancora «un popolo di pelle bianca» (Dizionario universale, 1772, Parigi).

A questo sto pensando e non dovrei, visto non riesco a evitare il colpo del mio sparring partner di tui shou in una palestra poco lontana dal quartiere di Nanluoguxiang. Wu pratica il wushu fin da piccolo, è un esperto di medicina tradizionale che cerca di coniugare con la Facoltà di Medicina, anche se i professori lo guardano storto per i suoi abiti da punk inglese anni ’70. Occasionalmente fa da guida agli occidentali per guadagnare qualche soldo e migliorare le molte lingue che (già) parla. Ci siamo incontrati nel parco di Beihai, i soli a praticare Taiji stile Chen in mezzo a tanto Yang. È bastato un leggero cenno del capo accompagnato da un mezzo sorriso tutto orientale ed è stata subito sfida.

Sono in affanno e lo blocco con una domanda che lo lascia interdetto.

«Ma voi cinesi vi considerati gialli?».

«Certo! Siamo gli eredi dell’imperatore Giallo il mitologico unificatore della Cina, proprio nella regione del Fiume Giallo. E sempre il giallo è il colore imperiale: Pu Y, ultimo imperatore, lo rammenta spesso nelle sue memorie: “Se torno con il pensiero alla mia infanzia, un velo di giallo si stende sui miei ricordi: non v’era intorno a me nulla che non fosse giallo. Il giallo fiammante era privilegio esclusivo della famiglia imperiale, e doveva instillarmi la consapevolezza di essere una creatura straordinaria e possedere una natura celeste”. Ma non volevi dire questo vero? Mascalzone!». Commenta in italiano scoprendosi il braccio. Wu è pechinese e conferma quello che ho notato mille volte: accanto al mio, il suo braccio è candido malgrado la mia ascendenza padana; ma un vero allenamento cinese non si interrompe mai, e sei non sei capace di rimanere in guardia e parlare contemporaneamente, allora devi tenere la bocca chiusa. Così applica al mio braccio ambrato una fantastica leva articolare che mi stende a terra.

Odio dirlo: non siamo in una palestra dalle pareti di carta di riso e dal pavimento in tek come nei film a basso costo di Hong Kong, ma nel garage di un palazzone cresciuto sulle rovine dei vecchi vicoli chiamati hutong: nessuna concessione all’esotismo, l’inquinamento cinese e l’odore del vicino banchetto di ravioli ripieni di brodo sono la colonna odorifera che mi circonda, quella sonora è il traffico impazzito di ogni metropoli cinese.

«Il centro del mondo era il Regno di Mezzo, giallo appunto e contrapposto al nero del settentrione, al rosso del meridione e al verde dell’oriente. Già perché c’è sempre qualcuno che è più a oriente di te. E poi c’era l’occidente: bianco. Guarda un po’ la nostra visione dei colori coincide, ma non la pelle.» Sorride mentre mi tende la mano per farmi alzare: «ho dei lontani cugini in America, gli zii d’America per loro la parola yellowface è un insulto e ora… siamo ancora solo il pericolo giallo. Ci piace essere il popolo giallo, ma non siamo gialli..».

Era lì che lo aspettavo. «È tutta colpa di Kant», rispondo e questa volta tocca a lui abbassare la guardia.

«Prima del XVIII secolo tutti i viaggiatori vi descrivono più o meno benevolmente, vi trovano astuti, troppo abili nel commercio, ma chiari di pelle tranne quelli che abitano nelle province meridionali e in particolare a Canton. Scuri come arabi, ma tutti concordano che è colpa della latitudine e… brutti». Penso a Lien, la figlia maggiore della mia famiglia adottiva cinese, che un invidioso del Sud definirebbe mangiatrice di grano, come sulla sua schiena, la massa dei capelli sembri sciolto inchiostro nero su candida carta di riso. La sento ripetermi: «nella pittura cinese quello che non c’è è altrettanto importante di quello che c’è: il vuoto e il pieno, Alessandro…».

«Colpa di Kant e di Limneo, il naturalista» preciso, deciso a sfruttare il vantaggio della sorpresa: il tui shou è la traduzione fisica del gioco del Go, occupare spazio all’interno della struttura dell’avversario per distruggerne l’armonia.

«Nella terza edizione del Systema naturae (1740) l’homo asiaticus viene definito fuscus, scuro, ma 16 anni dopo, nella nona edizione del S.N., cambia colore, inspiegabilmente, e diventa luridus: giallastro.».

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Avremmo entrambi voglia di fermarci, ma continuiamo a spingere e tirare.

«Inspiegabilmente?».

«Forse si era fidato delle descrizioni del naturalista Buffon che aveva definito luridus il popolo cinese nel senso di infidi e poco affidabili. E Immanuel Kant, sì proprio il filosofo, si trova davanti luridus e lo traduce come “giallastro” in tedesco. Da lì in avanti i Cinesi, e molti altri popoli dell’Asia, rimarranno gialli anche se non lo sono.».

«Un errore di traduzione…». Abbassa lo sguardo e quasi si distrae.

È il momento che aspettavo, l’incertezza ha fatto svaporare la sua yi, l’intenzione, e la sua arte marziale è diventata mera tecnica, quindi insufficiente. Ne approfitto, lascio che il suo affondi sfiori il costato, il palazzo del sangue in agopuntura, e blocco il suo braccio con il gomito girando con tutto il corpo come il pupazzo nella giostra del saraceno. La competizione rende spesso uomini adulti adolescenti tardivi: cerco di mantenermi impassibile mentre lo vedo rotolare per terra e continuo.

«Un errore, per quanto fatto da un filosofo eccelso, non sarebbe stato sufficiente, ma si stanno imponendo con forza sempre maggiore strambe ma utili teorie che dividono il mondo non più in continenti, ma in razze. Ci voleva una razza intermedia per giustificare la supremazia razziale bianca sul nero e quella gialla era perfetta.»

Wu si è rialzato di scatto come nei film ed è passato a una guardia di wushu molto più aggressiva senza accorgersene. Abbasso le braccia, per me finisce lì. Anche Wu si rilassa e scuote la testa.

«E cosa c’è meglio di un colore della pelle per giustificare l’esistenza e la riconoscibilità delle razze, visto che altri criteri non si riescono a trovare? Il mondo occidentale sarà entusiasta alla nuova definizione “cromatica” dei cinesi. Il colore giallo è perfetto: intermedio tra il bianco e il marrone, perfetto per sancire la gerarchica delle razze: al punto più basso gli Africani, nel mezzo i Cinesi, e alla sommità… Beh, quello lo sappiamo tutti e due». commenta con un sorriso amaro.

Io mi rilasso, mi avvicino massaggiandomi il braccio e cerco di confortarlo con due banalità scientifiche.

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«A nulla è valso che l’antropologia moderna, usando i criteri delle scienze naturali, abbia stabilito che mediamente le curve di riflessione della luce nel colore della pelle dei Cinesi sono di poco inferiori rispetto a quelle degli Europei. Tradotto vuol dire che siete leggermente più scuri della media europea. A nulla, rimanete “gialli” con annesso “pericolo giallo” e tutta la vulgata razzista dei colori correlata».

Ci cambiamo in silenzio e poco dopo siamo a bere birra in una siheyuan, una casa tradizionale trasformata in bar. Parliamo di scrittori cinesi, di gruppi musicali che non ho mai sentito nominare e Wu ride della mia ignoranza, ma si vede che pensa ad altro mentre si volta verso il centro del cortile.

«È un peccato, tra poco tutto questo vicolo sarà distrutto per far posto ad un grattacielo con un parcheggio sotterraneo immenso. Al proprietario hanno promesso un appartamento nuovo, molto, molto in periferia. Avrà i servivi igienici, ma non il suo susino», poi cambia discorso di nuovo con la rapidità delle oche in volo di una poesia Tang.

«Ma tu, Alessandro, questa cosa del colore l’avevi notata prima di leggere tutti questi filosofi? O ci avevi visto come gialli, più o meno sbiaditi… più o meno belli?».

Potrei glissare, parlare della mia famiglia adottiva cinese, di Terzani, di una passione potente e recidiva come una febbre malarica. Essere ambiguo, non conosco “I 36 stratagemmi” da sempre? Ma non posso farlo questa volta.

“È stato un libro, come spesso succede, ad aprimi gli occhi. Finché non ho letto “Come i cinesi divennero gialli. Alle origini delle teorie razziali” di Walter Demel, sia che mi aggirassi per le comunità del Sud-Est asiatico o per le strade di Prato, ho pensato a voi stupendomi di non trovare quel colore, il giallo, che dovevate avere. Ho pensato alla pelle chiara o scura che incontravo come a un’eccezione alla regola. Sono stato cieco e ho la sola scusa che le idee più velenose velano anche lo sguardo».

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Premio Asimov: oggi pomeriggio l’evento finale

Ci siamo, anche quest’anno siamo riusciti a portare a termine il progetto ASIMOV!

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Vanno ringraziati i molti docenti  delle vostre scuole che hanno partecipato e tutti i membri del comitato scientifico regionale della Toscana del premio ASIMOV, che col loro contributo, hanno permesso che si potesse  arrivare alla fase  finale, nonostante le difficoltà che questi strani tempi   hanno  portato nelle nostre vite.
La cerimonia regionale Toscana del Premio ASIMOV avrebbe dovuto aver luogo sabato 4 aprile a Pisa, e in contemporanea nelle altre 12 regioni che partecipano al progetto, invece sarà oggi e sarà on-line, alle 14.45.

Quest’anno la competizione è stata durissima e la valutazione delle recensioni scritte dagli allievi toscani è stata fatta da un comitato di 400 tra professori, ricercatori, scrittori e rappresentanti del mondo della cultura, tutti esterni alla Toscana.

In Toscana sono state presentate più di 400 recensioni, da 12 scuole distribuite in 7 province.

Come da consuetudine, saranno proprio gli allievi e le allieve toscani autori delle migliori recensioni a presentare i 5 libri in lizza  nella cerimonia  toscana che si svolge Giovedi` 7 Maggio a partire dalle ore 15:00 per via telematica.

programma asimov 1

Sarà possibile seguire l’evento in diretta streaming sul canale YouTube del progetto INFN “AggiornaMenti”, dove dovrete selezionare l’evento LIVE “Premio Asimov Toscana”. Spargete la voce!!

INFN

Da parte mia ringrazio l’organizzazione per avermi coinvolto in questa splendida avventura

Resta poi il 15 Maggio la proclamazione del libro vincitore della quinta edizione del Premio ASIMOV per l’editoria di divulgazione  scientifica

Questi i titoli e gli autori ancora in lizza:

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#ioraccontobreve: i tre migliori della settimana

I racconti continuano ad arrivare inesauribili.

Oggi abbiamo tre ‘100 parole’ che si intrecciano perfettamente.

Iniziamo con un racconto d’Autore del nostro impareggiabile Stefano Scanu

Essere un’orca

orca

E in quel sogno ferino, il delfino si librava pelo pelo sull’acqua, sul buffetto di spumosa bianca che solleticava il dorso e le pinnuzze flaccide. Ebbro di fregole, rideva con la bocca-becco da bambino e gli occhi cinesi.
Nel dondolio maroso sognava d’essere un’orca assassina: mordeva l’acqua mentre le manuncole la schiaffeggiavano, la montavano a neve. Spettacolo di un candore più opalino della schiumetta su cui s’ardiva di volare, manco fosse un pesce-rondine. Ne avrebbe eseguite altre cinque almeno di queste piroette trasognate prima di risvegliarsi nella teca di vetro temperato, sotto lo sguardo sbalordito della scolaresca in gita all’acquario.

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Cosa ci ricorderemo di questi mesi? Come tipico di in trauma, e tutti certamente abbiamo vissuto e stiamo vivendo un trauma, per ognuno il punto di vista è diverso, come è diverso il senso che ci introduce in quella dinamica mentale.

Non c’è dubbio però che l’udito gioca un ruolo principe: pensateci bene, c’è forse un commentatore, giornalista o scrittore, che non abbia perlato del silenzio di questi giorni?

Ecco allora Mita Feri, senese, che si diletta di scrittura creativa e nella quotidianità si occupa di promozione culturale e turistica e di consulenza alle imprese per un’Amministrazione Comunale della provincia di Siena, raccontarci l’oro del silenzio

orecchio

C‘è un attimo perfetto prima della pioggia, quando la terra, turbata, freme come in attesa e accarezza l’oro del silenzio. Il silenzio è verità, serba le parole affinché non vadano inutilmente sprecate. Un po’ come fai tu quando assapori quell’assenza colma che ti riempe il petto, nella fiduciosa attesa del mio ritorno: un dono la tua mano calda, aperta a lenirmi fastidi e dissapori della quotidianità. La pioggia è generosa sulla terra, oscura il cielo, si moltiplica in tante fresche gocce: è dono d’amore. E come solamente l’amore sa fare, concepisce meraviglia, lasciando germogliare nuova bellezza e preziosa vita per l’eternità.

Mentre è la nostalgia del rumore il tema del 100 parole di Silvia Roncucci, autrice di articoli storico-artistici, saggi, racconti, scritti umoristici, romanzi, guide per ragazzi, che ha pubblicato due romanzi brevi, Non tutto è da buttare sul tema del ‘riciclo esistenziale’ e L’anno della morte di Kurt un romanzo generazionale ambientato tra gli anni Novanta e la contemporaneità. È in uscita il mio terzo romanzo, Solo per sentirselo dire. Fondatrice del Gruppo Scrittori Senesi, attualmente conduce la rubrica letteraria domenicale Liberi con i libri in onda sul canale Facebook e Youtube di Radio Epicentro. Ma la cosa più importante è che condividiamo con lei una sana e sincera passione per il pistacchio!!!

Nostalgia del rumore

Non state in mezzo alla strada, venite più vicini, il microfono è già al massimo, per favore non allontanatevi senza avvertire, la fila ai bagni pubblici non era prevista, questo clima infausto neanche, l’ingresso al Duomo si paga ma ne vale la pena, se non ce la fate a camminare aspettate seduti in piazza, il pranzo è tra un’ora, credete di resistere? Mentre cammino in una scenografia urbana deserta, quesiti, lamentele e pretese dei visitatori che sciamavano per Siena, ronzano nella mia memoria come una voce diventata cara solo dopo aver smesso di torturarmi le orecchie. 

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E poi c’è il tema del dettaglio e del colore, e dell’esaltazione di quei piccoli spazi, anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si sofferma gioco forza più di prima.

Ed ecco in questa linea il contributo di Laura Del Veneziano, psicologo, psicanalista, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura.  Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera”, “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente in preparazione altri lavori di scrittura. Segnaliamo il suo filone di ‘Lasciami parlare’ perché originalissimo e perché su questa chiave psicoanalitica torneremo sicuramente su Caffè 19.

BIANCO

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Il colore è bianco, anche se minuscoli puntini di intonaco, visibili ad occhio nudo, ne interrompono imprevedibilmente la monotonia; la superficie è ruvida al tatto, ma questo è il senso che utilizzo di meno nei nostri riservati momenti di incontro. Mi ritrovo a fissarlo per ore e lo ritengo un regalo meraviglioso. In un contesto diverso, questo mio atteggiamento, sarebbe forse giudicato folle, mentre per me ha un autentico sapore di sopravvivenza. È quasi un sospiro di sollievo, il piccolo ritaglio di parete che mi si presenta alla vista in questi giorni: è il mio tempo, per pensare, scrivere, lavorare…

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La poesia, o la terribile libertà dei limiti umani- Parte due e finale

 

Cesare Viviani

Torniamo a bomba su Cesare Viviani, con la seconda ed ultima parte del lavoro dell’ottimo Federico Romagnoli.

Per chi si fosse perso, ecco la prima parte.

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È qui che si spiega l’originaria, e poi costante, scomparsa del soggetto lirico nella poesia di Viviani come spiega il poeta stesso:

l’eccedenza di senso, in cui il soggetto viene sospeso con la lettura, non è “soggettiva” (nel senso dell’appartenenza al soggetto), ma è soggettiva nel senso del limite di leggibilità e, quindi, dell’impossibilità di essere codificata. Poiché è indicibile, resta nella fisica del soggetto e non può diventare metafisica o ineffabile. L’eccedenza, allora, non accompagna la lettura ma è lettura.[1]

Il linguaggio, considerato quindi come trauma originario del genere umano, manca di un elemento fondamentale, il senso, e questa mancanza crea i presupposti per “l’esperienza dell’irriducibile”, sia questa analitica che poetica: «L’esperienza dell’irriducibile non si può dire. La relazione tra quest’esperienza e la coscienza non  si può dire (è illeggibile)»[2], «la poesia è la vista dell’invisibile: è allucinazione […]. È l’inafferrabile che si fa tangibile per rimanere inafferrabile. Così l’analisi»[3]:

quando la bora avevo in passeggino

sbrindellavo il verde

mamma mi disse attento al gran mentolo, subito dopo

assaggiai il beverone

ma non credevo mai che sarei arrivato al santo     [p. 72]

Naturalmente potrei citare L’ostrabismo cara per intero, ma riporto in questo caso la lirica finale per riagganciarmi alla teoria esposta prima; il soggetto lirico è scomparso, in effetti “la catena dei significanti” lo attraversa («passeggino, verde, gran mentolo, beverone, santo») mettendo in moto il trauma descritto da Lacan. Eppure il poeta mostra chiaramente che si sta parlando di se stesso in questi cinque versi conclusivi, sta facendo addirittura  un excursus  di tutta la propria vita, dal «passeggino» fino all’arrivare a essere «santo», inteso forse come poeta, vedremo infatti come la mistica del poeta senese sia da riferirsi esplicitamente alla poesia. Ma è un “forse” che resta forte, inesplicabile, simbolo di una realtà intraducibile che pervade l’intera raccolta: «la chiarezza dei rapporti tra codice e incodificabile è impossibile: il rapporto possibile è l’assoluta illeggibilità […]. La psicanalisi è fare esperienza di questa illeggibilità (irriducibilità, estraneità[4]. Psicanalisi certo, ma anche e soprattutto, in questo caso, poesia. Non a caso lo stesso Lacan si riferisce a una “retorica dell’inconscio” dove predominano due figure su tutte: metafora e metonimia. La prima si basa sulla sostituzione semantica di un termine con un altro, la seconda designa un oggetto attraverso una sua parte.  Osserviamo però queste definizioni nell’ambito inteso da Lacan:

Cesare viviani 2

le due figure della metafora e della metonimia ci sono familiari. Ma non è per questo meno sorprendente constatare come esse corrispondano  rispettivamente a ciò che Freud ha definito come rimozione e spostamento. L’elemento essenziale del “lavoro onirico” emerge anche in questa analisi e si chiarisce col ricorso alle leggi della linguistica. La trasposizione sarà allora lo “scivolamento” del significato sotto il significante, sempre presente in atto del discorso; la condensazione la struttura della sovrapposizione di significanti; lo spostamento, come abbiamo visto, corrisponde alla metonimia; la rimozione alla metafora.[5]

Intendendo quindi la pratica poetica alla stregua di quella onirica, Viviani chiosa:

il linguaggio non ha bisogno di un altrove dove porre significati, allargarsi o acquistare spessore; qui il linguaggio non è potenziato da un altrove, ma l’altrove (l’altro) esiste tanto quanto è presente qui nel linguaggio. La metafora, ora, non è più la distinzione di spazi e percorsi. Ma è quella presenza che, non allontanando da sé i significati e i corpi, propone continuamente l’esperienza dello smarrimento […]. La metafora è il perdersi.[6]

Se nell’accezione convenzionale del termine quindi la metafora, una volta decodificata, avrà una valenza rassicurante dovuta al riconoscimento, ora appare invece deputata a un campo sensoriale decisamente più vasto:

il perdersi vuol dire, invece, portare l’immagine al presente, così che possa agire e scombinare quanto vuole, disorientare e confondere. Il perdersi vuol dire lasciare sospesa l’immagine come segreto e contatto tra i due, come ragione di fecondazione e di vita: non più svelamento immediato, ma occultamento prodigioso per una crescita imprevedibile.[7]

 «Una crescita imprevedibile», esattamente quella descritta dal poeta nella lirica finale de L’ostrabismo cara dove il poeta stesso passa dal «passeggino» al «santo», cinque versi che ora ci appaiono come una dichiarazione di poetica ben precisa; cinque versi in cui “passa” tutta la vita e l’esperienza del poeta in modo straniante o, per dirla freudianamente, “perturbante”. Ma intendere la poesia di Viviani, soprattutto questa prima fase sperimentale, come “poesia metafisica” sarebbe ingenuo e sbagliato; bensì parlerei di “poesia della meta fisica”, ovvero di una forma poetica che, attraverso un uso massiccio di suggestioni metafisiche, tende comunque a rappresentare la realtà, pur nella sua forma incomprensibile:

l’“assoluto” nel senso della logica e della comunicazione è ideologia. Ma il vero assoluto è il concreto, l’inevitabile, l’irriducibile (a comunicazione e a pensiero): che può essere vissuto solo nell’esperienza individuale. Non è qualcosa che supera l’esperienza, bensì qualcosa che non può uscire da essa. Quindi esiste l’assoluto nel senso dell’esperienza, e non esiste nel senso del pensiero.[8]

Tornando ancora sulla lirica conclusiva de L’ostrabismo cara, appare ancora più evidente la sua funzione metaforica (non a caso) della poetica di Viviani; il rapporto tra «senso dell’esperienza» e «senso del  pensiero» somiglia moltissimo a quello tra significato e significante: «il contenuto è il materiale che sostiene la forma, mentre la forma è ciò che rimane (sia come residuo che come durata). Allora il contenuto è il significante, la forma il significato»[9]. Allo stesso modo abbiamo considerato l’interpretazione della lirica in due modi diversi: prima considerandone gli aspetti potenziali determinati da quei significanti polisemantici, poi estraendone addirittura una dichiarazione di significato da attribuire alla poetica dell’autore; il risultato dell’algoritmo è dato dall’individuazione della categoria di “limite”. Una poetica naturalmente fatta di esperienza che troverà effettivamente il recupero dei significati nelle raccolte che verranno prese in esame in questo lavoro.

Lacan affermava l’esistenza di un significante fondamentale dell’inconscio, ovvero quello intorno cui si aggrega la catena dei significanti e quindi la coscienza del genere umano: Viviani non ha dubbi nell’identificarlo con il “limite”:

allora quando si dice che l’invenzione poetica (come ogni altra invenzione) non può uscire dal linguaggio, non si parla di un recinto di clausura e di asfissia, ma di un limite di necessità vitale, che è nascita: lo stesso che si può descrivere anche dicendo che nell’esperienza (della vita) la capacità di intelligenza e di dominio incontrano un limite insuperabile e che è illusorio pensare che tutto sia riducibile a comprensione e che ogni perdita sia recuperabile.[10]

osare dire

[1]    Viviani, Il sogno dell’interpretazione, cit., p. 74.

[2]    Ibidem, p. 81.

[3]    Ibidem, p. 87.

[4]    Ibidem, p. 80.

[5]    Palmier, cit., p. 64.

[6]    Viviani, Il sogno dell’interpretazione, cit., p. 31.

[7]    Ibidem, p. 32.

[8]    Ibidem, p. 98.

[9]    Ibidem, p. 47.

[10]  Cesare Viviani, La voce inimitabile, Il Melangolo, Genova 2004, p. 102.

 

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Il Ministro Plenipotenziario e il Grandufficiale Lapidario

Vi piacciono le favole?

Speriamo di sì, perchè, in attesa di chiarire sul campo l’applicazione dell’ultimo D.P.C.M. che, per le sue evoluzioni verbali molto ci fa somigliare al Regno di Vocabolarium, Fabio Marazzoli ci propone una breve storiella, L‘incantesimo delle parole perdute su un Re affabulatore che, a un certo punto…perde le parole! Capita a tutti,  del resto.

Musicanti brema

Fabio Marazzoli, scrittore fiorentino, ha dato vita ai libri della serie dell’Ispettore  Cantagallo , quali  ad esempio “Lo sguardo nel buio” (2015, adattamento radiofonico 2012 “” su Radio 3 Network) e più recentemente con la LFA Publisher “Una tempesta nella tazzina” (Menzione di merito Concorso Peppino Impastato 2019).  Nel 2019 con LFA Publisher ha scritto il primo romanzo giallo di una nuova serie dal titolo “Una filastrocca di crimini e delitti”. Nel 2020 per promuovere la donazione gratuita a favore degli Ospedali italiani nell’emergenza coronavirus, ha scritto un racconto breve in lettura gratuita “Tombolo e Prospero Alla Fiera di Francoforte” che è stato reso disponibile dal sito internet letterario del Festival Giallo Garda.

Grazie Fabio per questo  racconto e questo tocco di leggerezza!

 

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C’era una volta un Re che era molto amato dai suoi sudditi perché sapeva parlare alle persone e trovava sempre le parole giuste per ogni occasione. Però un brutto giorno una strega cattiva fece un incantesimo al Re nascondendogli le parole per non farlo parlare e, soprattutto, per non farlo sposare.
In tutto il reame regnava tristezza e sconforto per quello che accadeva al Re.
Anche Araldo, il Banditore reale che scandiva le ore nel reame tutti i giorni a tutte le ore, era malinconico in quei brutti giorni.
«Sono le otto e tutto va male!» scandiva mestamente Araldo.
La perfida strega Sciarada, aiutata dai suoi infidi servitori, l’enigmatico Rebus e l’indecifrabile Sudoku, con un incantesimo oscuro aveva nascosto le parole del Re Madrigale che regnava in pace e concordia nel reame di Vocabolarium. Sciarada era invidiosa che il Re fosse amato dai suoi sudditi ed era gelosa perché non voleva che il Re sposasse la gentile e dolce damigella Quartina, di umili origini ma di animo nobile.
«Cosa avrà mai quella Quartina per piacere al Re che io non ho?» si domandava la strega.
Sciarada desiderava il Re ma lui non ne voleva sapere perché la strega era altezzosa e provocante, di una bellezza fredda senza il fuoco della passione. E non era neppure simpatica, diceva il Re.

Nel reame di Vocabolarium il povero Re non riusciva più a trovare le parole per fare un discorso sensato e non sapeva più come fare per sconfiggere quel maledetto incantesimo.
«Ahimè! Povero me, come farò!» si lamentava il Re, tirando un gran sospirone.
Il Gran Consigliere di corte, sua Eccellenza Panegirico, faceva al Re molti discorsi lunghi e noiosi per spiegargli ciò che poteva essere successo, però senza risolvere nulla.
«Potrebbe essere, Maestà, un malessere dovuto a quelle fave lesse con la lingua di porco in salmì che mangiaste l’altro iersera. Quantunque la rava e la fava, lo sa anche un villano di queste campagne, non cagionino guasti alla testa ma alle budella» diceva Panegirico.
Il Ministro Plenipotenziario del reame, il Grandufficiale Lapidario, illustrava al Re la drammatica situazione in maniera grave e breve, come se fosse stata scritta sulla pietra.
«Non facciamoci troppe illusioni, Maestà, la situazione è grave» sentenziava Lapidario.
Il Gran Cuoco di corte Pandiramerino era disperato. Alla corte del Re tutti i cortigiani stavano perdendo le parole e non potevano ordinare da mangiare alle cucine del reame. Come se ciò non bastasse, Pandiramerino si era accorto che anche lui cominciava a perdere le parole e non trovava più gli ingredienti dei piatti da cucinare. Non sapeva più cosa fare e come fare da mangiare.
«Non so più cucinare un brodo e nemmeno un uovo sodo!» cantilenava mesto Pandiramerino con un mestolo in mano.
«Mondiè! È lì che pensa da una settimana perché non sa più fare una Matriciana!» esclamava sconsolato il suo fido aiutante francese, lo Chef Supplì.
Se non fosse stato sconfitto l’incantesimo, piano piano tutte le persone del reame di Vocabolarium avrebbero perso le parole e sarebbero morte di stenti e di fame.
Allora, due bimbi del villaggio, Strambotto e Villotta insieme alla loro gatta Bubbola, pensa che ti ripensa, alla fine decisero di prendere il sentiero nel bosco per andare al Castello del Mago Ossimoro a chiedergli come spezzare quel malvagio incantesimo.
«Mago Ossimoro, aiutateci o moriremo tutti di fame» implorò il piccolo Strambotto.
«Mago Ossimoro, voi dovete sapere come sconfiggere la strega» affermò la furba Villotta.
Il Mago Ossimoro, che aveva una lunga barba bianca che gli arrivava fino ai piedi, fissò negli occhi la furba Villotta e aggrottò le folte ciglia bianche.
«Orsù, dopo un silenzio assordante vi dirò uno stratagemma strabiliante» sentenziò il Mago Ossimoro.

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Si massaggiò la lunga barba bianca e si mise a pensare in silenzio.
Si ricordò che la strega Sciarada era tanto avida di parole solo perché era egoista. Voleva avere tutte le parole solo per tenerle per sé e metterle assieme anche alla rinfusa. Di tutte quante non ne conosceva il significato e di alcune non sapeva neppure darne una definizione. Per questa ragione, il potente Mago Ossimoro escogitò un ingegnoso e meticoloso piano per poter ingannare la perfida strega Sciarada.
La strega amava i giochi di parole e nel reame di Vocabolarium fu organizzata una grande festa per sole damigelle con il Grande Enigma delle 100 Parole. La damigella che avrebbe indovinato tutte le parole sarebbe andata in sposa al Re. Sciarada non seppe resistere e sotto false spoglie vi partecipò, sbaragliando tutte le altre damigelle. Alla fine, però, dovette affettare un misterioso dolce, a forma di piccolo pane abbrustolito con noci e uvette sultanine che era stato cucinato per la prima volta da Pandiramerino e a cui il cuoco non aveva saputo dare un nome. Dentro quel dolce misterioso c’era l’enigma finale.
Sciarada lo affettò e ci trovò una piccolissima pergamena con scritto un indovinello.
UN SILENZIO CHE VALE PIÙ DI MILLE PAROLE
DICESI SILENZIO ELOQUENTE
MA VOI DOVRETE SCOPRIRE COSA SI DICE
PER INDICARE UNA DAMA FREDDA E SEDUCENTE.”
Era un indovinello magico del Mago Ossimoro.
La strega Sciarada ci pensò a lungo, non seppe dirlo, si arrabbiò e si strappò le vesti che la camuffavano, minacciando di grandi guai tutti quelli del reame.
Allora si manifestò anche il Mago Ossimoro che dette la risposta dell’indovinello.
«GHIACCIO BOLLENTE!»

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Alle sue parole tonanti, si aprì il cielo e sulla strega piombò un gigantesco pilastro di ghiaccio infuocato che inghiottì Sciarada nelle viscere della terra.
L’incantesimo scomparve e tutte le parole furono ritrovate.
Il Mago Ossimoro consigliò al Re Madrigale un potente antidoto per trovare sempre le parole e gli dette un libriccino dal titolo “L’Almanacco Enigmatico”.
Il Re riuscì così a trovare le parole in un remoto angolo del cervello dove mai avrebbe pensato che ci fossero e così sposò la bella Quartina in pompa magna, con Strambotto e Villotta testimoni delle nozze e la gatta Bubbola che reggeva il velo della sposa coi dentini.
E vissero tutti felici e contenti, tranne la strega.

 

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Dolceamaro sul digitale terrestre a’ Di Sabato’

C’è ben poco da dire.Se non invitarVi a dare un’occhiata.Ne vale la pena per come è costruito l’intervento.

Ecco qua in anteprima, visto che ancora il podcast non è disponibile.

 

Sì perchè gli articoli e le critiche dovrebbero stare nella sezione ‘dicono di noi‘, ma dopo che dai primi di Marzo abbiamo pubblicato uno o due pezzi al giorno tra qui e Toscanalibri facendo poche parole e tanti fatti e lasciando poco spazio a quel che si diceva (positivamente) di noi, e quando c’è un pezzo fatto con tanta cura e che più che una fotografia mi sembra uno specchio (nel senso che mi ci ritrovo perfettamente rappresentato), non posso non inserirlo subito sul blog in bella evidenza.Del resto, sapete quanto come Caffè 19 teniamo ai racconti, ne abbiamo pubblicato molti, d’Autore, inediti e bellissimi in queste settimane, quindi una recensione come questa, che è ‘un racconto sui racconti’ va proprio a pennello!

Sì, oggi faccio un pò di sana autopromozione grazie all’aiuto di una persona speciale, Francesco Ricci, che sa come parlare e bucare lo schermo. Oggi sul canale 90 del digitale terrestre, c’era il contenitore pomeridiano ‘Di Sabato’ e si è parlato di racconti.

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Dolceamaro è una raccolta di racconti molto particolare, cui devo molto, perchè in un certo senso è stato un punto di svolta, anche grazie all’importante Editore che ci ha creduto, portandolo al Salone del Libro di Torino 2019 e in altri importanti contesti, come Più libri più liberi a Roma ed il Fringe Festival di Roma.

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Grazie a Francesco!

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La poesia, o la terribile libertà dei limiti umani

«Allora: la poesia è la vista radicale delle cose» Cesare Viviani, Il mondo non è uno spettacolo

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Insomma, per  un Caffè letterario che si rispetti non  è che ci possiamo accontentare di una parola addomesticata, prêt-à-porter, smussata come un sasso di fiume. Daccordo la semplicità , e l’immediatezza, ma tra un caffè e l’altro dobbiamo anche andarci a cercare la parola grezza, quella sperimentale, che sta a quella prodotta in serie come un abito prêt-à-porter sta ad un capo d’alta moda. Del resto,  una nazione degna di tal nome si dovrebbe tenere stretti i suoi sperimentatori e artisti della parola, una specie rarissima. Ora, c’è un poeta, Cesare Viviani, che sostiene che “i significati hanno un potenziale di aggressività molto più alto che non i signifcanti” e perciò nei suoi testi, che dovrebbero essere letti e spiegati  meglio nelle scuole, li arma gli uni contro gli altri, fino a produrre testi allucinati, teatrali, labirintici, a volte comici. Se avrete pazienza, Federico Romagnoli, nato a Siena, città dove vive e lavora, laureato in “Competenze testuali e rapporti con i mass media” all’Università per Stranieri di Siena, ce lo spiegherà in modo molto chiaro e originale. Federico sta per conseguire un Dottorato di ricerca in “Letteratura, Storia della Lingua e Filologia italiana” (tesi proprio sul poeta senese Cesare Viviani). Ha pubblicato le raccolte poetiche Maschere in quiete (Tipografia senese, 2001), Carne diem (Zona Editore, 2010), L’abirinto (Giulio Perrone Editore, 2011 vincitore premio “Fili di parole”) e Stop (e) motion (Edizioni D’if, 2012, vincitore premio “i Miosotìs”).

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In questi tempi difficili, dove l’uomo si ritrova spaesato di fronte ad una condizione nuova, eppure atavica, di ridimensionamento e paura, il concetto di “limite” è più che mai vivo e sentito; mi piace riproporre a tal proposito una parte della mia tesi di laurea dedicata al poeta senese Cesare Viviani, e dedicata espressamente al concetto di limite all’interno della sua poetica. In particolare se ne ripercorrono le tracce partendo proprio dal suo primo libro, L’ostrabismo cara, il più sperimentale, il più connesso all’idea della trascendenza tra uomo e natura, all’indagine sublime dell’arte tra significato e significante. Da poco è uscita la sua ultima raccolta per Einaudi Ora tocca all’imperfetto, ma credo sia interessante andare a rivederne il fortunato esordio letterario, uno dei casi poetici più sorprendenti della storia italiana

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Propedeutica al limite

 

Il senso del limite: L’ostrabismo cara

L’ostrabismo cara rappresenta il principio di tutto; è la prima raccolta di Viviani – esce per Feltrinelli nel 1973 – e fa capire immediatamente l’enorme potenziale del poeta. Un incandescente magma verbale che fonde, già dall’affabulatorio titolo, poesia e psicanalisi, un libro di lapsus lirici e creatività psicoanalitica. L’inesprimibilità della realtà circostante è già ben chiara, paradossalmente, nella mente dell’autore, solo che non riesce ancora a trovare una forma. Di conseguenza ne viene fuori un libro dominato da un «lessico dalle tessere disparate e una liberatoria manipolazione della lingua, contigua al processo analitico e realizzata con lapsus e varie operazioni sulla parola»[1], una parola che si specchia nell’ «ostrabismo» del titolo, facendosi allo stesso tempo strabica – e quindi capace di vedere più punti di vista contemporaneamente – e ostacolo (da ostracismo) alla comprensione stessa. È questo di fatto il primo grande paradosso su cui riflette la poesia di Viviani che sfocerà nella rappresentazione lirica della finitezza dell’infinito, del limite dei limiti. Si legga a tal proposito l’incipit, un vero e proprio gioco enigmistico sul significante dove, accanto alla presentazione di una pseudo storia in cui verosimilmente il poeta si cimenta in un romanzo in versi di formazione prettamente erotico, i significanti si inseguono e si contraddicono o cambiano improvvisamente forma e contenuto secondo le indicazioni tipiche del lapsus freudiano e dove assistiamo sia alla scomparsa del soggetto lirico che alla comparsa della retorica tipica del poeta senese fatta di anacoluti, sinestesie e significativi enjambements:

 

lo strale stanato e per scommessa,

l’ombretto bagnato nella fucina ho

trovato piegata e piagata col liquido

tuo giovereccio

questa indemoniata o indemoniato

non so che perché è stato più

un balzo che altro, ecco perché

assortivano molto le catenelle

perché le bacche filtravano rosso

e spingi e malta

ti vedevano i lutti

per questo col limite un opossum

 

non più belava esitata fusione

il gelato il pelato ospite anziano

distallato dal mosto,

quello tentato stasa per dire

a quel punto ho visto quale era     [p. 17][2]

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Il poeta senese sublima le teorie linguistiche di Saussure e il rapporto arbitrario tra significato e significante diviene l’essenza della poesia stessa. Non v’è dubbio sul fatto che questo tipo di poesia sia debitrice delle istanze avanguardistiche e del Gruppo 63 in particolare ma, come ben nota Michel David, «Viviani sembra aver superato formalmente i suoi predecessori immediati del Gruppo 63 e con più bravura. Si è del resto schierato più di loro dalla parte dei significanti, rinunciando per ora a ogni volontarismo morale. […] Forse il futuro lo preoccupa meno di un presente strabicamente vissuto»[3]. In poche parole Viviani è più coraggioso, o forse crede più degli altri – e vedremo come il “credere” sarà decisivo nella poetica del poeta senese – nella forza della parola e nella parola lirica in particolare. Non a caso Le parole sono l’organo della vista è il titolo che Viviani sceglie per la premessa a un suo saggio psicoanalitico, Il sogno dell’interpretazione. Qui il poeta, certo ora in veste di critico di psicoanalisi, spiega lucidamente la propria concezione della realtà: «il piano di realtà – a cui si rivolga la nostra voce per prendere consistenza! – non è un ambiente raffigurabile e descrivibile, ma un livello non facilmente collocabile, fatto di luci e impronte, immagini e contatti, forme e ritmi, ombre e materie, che è il vero luogo della formazione psichica»[4]. E proprio questa “selva” di figure e sensazioni («luci, impronte, immagini, contatti, forme e ritmi») che ora resta solo avvertibile nella forza incontrollabile e polisemica del significante, troverà forma e pensiero proprio nell’ultima stagione del poeta. Ed eccoli i sensi miscelati come un delirio lirico-analitico:

 

ingiuriato da esautorate

storte malformi il cingolìo del becco invasore

villeggiante sprigiona il colore sul riverbero

del nido e inserendo nel destro provocante la

sfera si è inumidita lungo la paresi come

sperava e questo l’astinenza scortava dal baldo

paese, devi aggiuntare allora

sottraggono dal muto

dello sperma e soli compremono al miracolo

la catenina mista     [p. 51]

 

L’esperienza sensuale del poeta, cardine delle raccolte che questo lavoro prende in esame, si presenta in questa lirica come una miscellanea disomogenea, appunto un racconto schizzofrenico: «l’esperienza dell’ascolto analitico è simile all’ascolto di una lingua sconosciuta»[5] ci dice Viviani, «più progredisce e si sviluppa la “comunicazione”, più si formano “assoluti” e ci si allontana dall’esperienza assoluta. Più si è “comunicativi”, più ci si allontana dalla verità»[6]. Si intuisce quindi dove vuole arrivare il poeta con questa raccolta: «la psicanalisi è l’esperienza del limite. È la presenza autonoma del confine, che è illeggibile perché non è riferito alle terre che serve, alle distese dei significati noti»[7]. Formulando un sillogismo potremmo affermare che se la psicanalisi rappresenta l’esperienza della categoria “limite” e la sua incomprensibilità allora la poesia de L’ostrabismo cara, incomprensibile ridda di significanti, è psicanalisi. Ma Viviani sa bene che è vero anche il contrario e lo dimostrerà maturando una poesia completamente diversa e ben più improntata sul significato formale. In questo momento la scoperta del poeta ha una grande importanza nell’ambito della poesia italiana novecentesca: L’ostrabismo cara ha scoperto il limite umano mediante il trauma lacaniano del linguaggio, rappresenta in effetti una sorta di liricizzazione  della formula “l’inconscio strutturato come un linguaggio” appartenente allo stesso Lacan. Per capire meglio è necessario rifarsi a un famoso seminario del filosofo e psicanalista francese, quello sul racconto La  lettera rubata di Edgar Allan Poe.

La scena primitiva (non a caso Lacan impiega questo termine) si svolge nelle stanze della regina, che vi riceve una lettera che è costretta a nascondere  fra altre carte, per l’ingresso improvviso del re, dimostrando così che il contenuto è compromettente per il suo onore e la sua sicurezza. Approfittando della disattenzione del re, la regina ha lasciato la lettera sul tavolo con l’indirizzo in vista essa non sfugge però alla sorveglianza del ministro che, entrato insieme al re, si accorge dell’imbarazzo della regina, e ne comprende la causa. Il ministro allora tira fuori dalla tasca una lettera identica e fingendo di leggerla la sostituisce alla prima, con grande disappunto della regina, cui non è sfuggito nulla della manovra ma non ha potuto impedirla, temendo di suscitare il sospetto del re. La regina sa dunque che il ministro possiede la lettera e il ministro sa che la regina è stata testimone del suo gesto. La seconda scena si svolge nell’ufficio del ministro e in apparenza ripete la precedente. Diciotto mesi dopo la polizia, approfittando delle assenze notturne del ministro, ha perquisito la casa intera senza riuscire a scoprire la preziosa lettera. Il capo della polizia si fa allora annunciare al ministro e ispezionando la stanza, dietro i suoi occhiali con le lenti verdi, scopre ben presto l’oggetto di tante ricerche. È un biglietto spiegazzato, abbandonato, come inavvertitamente, alla vista di chiunque, che, come tutti sanno, è il sistema migliore per non farlo vedere a nessuno. Se ne impadronisce rapidamente, ripetendo il gesto del ministro, dal quale si accomiata senza troppa fretta, sicuro che questi non si è accorto della sostituzione. La situazione nuova che si è creata è che il ministro non ha più la lettera e non lo sa mentre la regina sa che ormai la lettera non è più nelle sue mani. A ciò si aggiunge un elemento nuovo, il biglietto lasciato dal capo della polizia che è un’imitazione ma non è priva di importanza.[8]

Ho preferito affidarmi alla sinossi di Palmier in quanto decisamente esplicativa della situazione e ricca dei particolari necessari a comprendere l’esegesi lacaniana. Considerando la lettera in qualità di “significante” e i personaggi di “significato” «il loro spostamento (dei personaggi) è determinato dal posto che viene a occupare quel puro significante che è la lettera rubata, nel loro trio. Sta qui ciò che lo confermerà come automatismo di ripetizione […]. Il significante è unità per il fatto di essere unico, non essendo per sua natura simbolo che di un’assenza. Ed è così che della lettera rubata non si può dire che bisogna che, al pari degli altri oggetti, sia o non sia da qualche parte, ma piuttosto che, a differenza di essi, sarà e non sarà là dove è, dovunque vada»[9]. Lo straordinario potere del significante abita e trasforma l’inconscio umano, anzi Lacan parla di una “catena di significanti” che attraversano il soggetto e di cui l’analista, o il poeta in questo caso, è tenuto a rintracciare l’unità significante, ovvero il limite:

l’analista si trova di fronte a significanti di cui spesso non sa che fare: brandelli di sogni, sintomi la cui collocazione nella storia del soggetto e il cui significato, da essa illustrato, rimangono ignoti. E tuttavia, afferma Lacan, tutti questi significanti formano la trama di un tessuto. Il significante trascende la materialità che lo esprime. In quanto si precisa come pura trascendenza, il significante porta in sé la traccia della morte, come anche Hegel ha dimostrato. Così il significante è “unità di essere unico”, è simbolo di un’assenza (FINE PARTE I).[10]

[1]    Dopo la lirica, cit., p. 275.

[2]    Le citazioni sono tratte da Cesare Viviani, L’ostrabismo cara, Feltrinelli, Milano 1973.

[3]    Michel David, Prefazione a L’Ostrabismo cara, cit., p. 10.

[4]    Cesare Viviani, Il sogno dell’interpretazione, Costlan Editori, Milano 1989, p. 8.

[5]    Ibidem, p. 62.

[6]    Ivi.

[7]    Ibidem, p. 66.

[8]    Jean-Michel Palmier, Guida a Lacan, Rizzoli Editore, Milano 1975, pp. 47-48.

[9]    Jacques Lacan, Scritti, Vol I, Einaudi, Torino 1974, p.12 e 21.

[10]  Palmier, cit., p. 54.

 

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Il mare e la foresta

 

FABIO FIORI 2

I buoni libri nascono spesso da felici intuizioni e anche da una buona dose di coraggio. Oggi per Caffè 19 ne abbiamo un esempio.L’intuizione di questo libro è quella di parlare con passi di grande bellezza e ampiezza di riferimenti culturali di un vero paradosso sensoriale: l’olfatto, e di metterlo in relazione a un’esperienza solo apparentemente così comune ed alla portata di tutti, ovvero quella del mare. Dice l’Autore: Forse è proprio in queste grigie giornate di nebbia di tanti anni fa, quando ero bambino ed era mio nonno a tenermi per mano, che ho imparato ad apprezzare l’odore del mare. Era lui che con poche parole mi invitava a chiudere occhi e orecchie, per sentire il mare solo con il naso.E’ quindi un senso bistratttato l’olfatto, ma è determinante, perchè è il più istintuale e immediato dei sensi. Chi vorrà leggere il libro, se ne accorgerà con piacere.Per rimanere in tema, si sa che ogni profumo si articola in una piramide olfattiva in cui le note di testa, le più volatili, precedono le note di cuore e infine le note di fondo, le più persistenti nel tempo, ma anche quelle che proprio dello scorrere del tempo hanno bisogno per affiorare ai nostri sensi. Ecco, per ogni buon libro dovrebbe essere lo stesso, dovrebbe in qualche modo “rimanerci addosso”: e le note di fondo che ci restano di questa lettura sono veramente delle migliori.

Fabio Fiori è nato e cresciuto a Rimini, dove l’Appennino incontra l’Adriatico, un paio di anni prima che la Luna fosse calpestata. Girovago per acque e per terre; fin da bambino va a remi e a vela, a piedi e a pedali. Sempre senza fretta,-dice nel suo libro L’ODORE DEL MARE-Piccole camminate lungo le rive mediterranee, Ediciclo 2019certo che i venti e le onde, la pioggia e la neve siano piccoli inconvenienti meteorologici e grandi convenienti esperienze. Vagabondando in lungo e in largo per il Mediterraneo ha incontrato pescatori, contadini e pastori, marinai, viandanti e pellegrini, condividendo con loro il pane, il vino e i racconti.A partire dai suoi viaggi ha scritto molti bei libri. Altre storie sono diventate narrazioni orali trasmesse da Rai Radio Tre: Il nostro mare quotidiano (2011), Il vento scrive (2013), Oceano, Italia (2016), Bernard Moitessier (2016), Joshua Slocum (2016), Jacques-Yves Cousteau (2018).

Grazie a Sarah Gaiotto di Ediciclo come sempre per la sua cortesia e disponibilità

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Il mare era la mia foresta. Quando da bambino la guardavo dalla battigia, smarrito e incantato. Quando da ragazzo la esploravo sottocosta, timoroso ed entusiasta. Il mare è la mia foresta.Ancora oggi, quando prendo il largo o cammino lungo la riva. Il mare sarà la foresta dei miei figli, dei miei nipoti e di tutti quelli che sentiranno l’ancestrale necessità di selvatichezza.

Una foresta che eternamente offre la sua fascinosa e terribile verginità, di onde dolci o violente, di venti tiepidi o gelidi, di acque trasparenti o torbide. Quando la attraverso la meraviglia viene liberata, quando la costeggio la fantasia viene rapita. Al suo cospetto riempio occhi, orecchi e polmoni della sua magnificenza. Una foresta blu o azzurra, quieta o burrascosa, sempre mutevole come il cielo. Foresta da esplorare e da immaginare. In cui riperdersi, rinselvatichirsi, rigenerarsi.

Solo la paura di perdersi costringe a orientarsi, l’inquietudine del selvatico ci obbliga all’attenzione, la tensione del generare ci invita all’ascolto Amo il selvaggio non meno del buono, scrive Thoreau andando per boschi. Amiamo il selvaggio non meno del buono, diciamo noi andando per mare. La sua foresta verde e la nostra blu sono luoghi di esperienze materiali e spirituali.

FaBIO FIORI 1

Quest’idea, questo sentire, si fa per paradosso più forte quando le rive sono quelle urbane, magari maltrattate, durante un affamato passato industriale o un bulimico presente turistico. Attivitàche hanno comunque stravolto, abbruttito, qualche volta contaminato la bellezza primigenia.

Malgrado tutto, l’orizzonte del mare offre una via di fuga e insieme una speranza di rinnovamento. La nostra foresta blu ossigena l’aria e rinfresca la mente, anche sull’affollato e inquinato limine mediterraneo. Camminandogli a fianco ci riconciliamo
con la natura.

 

 

 

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#IORACCONTOBREVE: i racconti della prima settimana

E così, dobbiamo sinceramente e sentitamente ringraziarVi. Stanno arrivando molti racconti, caratterizzati da una passione ed un entusiasmo che per certi versi ci sorprende. Sono talmente tanti e belli che ne pubblicheremo alcuni a cadenza fissa (merciledì) ogni settimana. Ma anche coloro che si vedono pubblicati, rimangano collegati (e se  lo desiderano, ci mandino altro) perchè alla fine ci sarà un premio e una sorpresa.

Stefano Scanu, intanto, ci manda un suo racconto d’autore per rompere il ghiaccio. Del suo racconto sulle liste ci ricordiamo ancora con piacere!

Il deragliamento
Almeno voltati, fatti aiutare con la valigia, dimmi il tuo nome. Invece anche stavolta te ne stai lì anonima a guardare dal finestrino. Ti vedo malgrado la cortina di pendolari che ci separa. Perfino adesso che la luce si spegne e ogni cosa abbandona il suo alloggiamento. Vroum! Uno scossone gonfia l’aria e sbriglia le grida, s’alzano gonne, si scuciono gli orli, le scriminature si sfogliano, gli auricolari s’avvitano. Nel rollio il metallo sibila, esplodono riviste, telefonini, incisivi. Schizziamo tutti come cinesi al circo, frollati. Ma non tu.

 

Iniziamo oggi con la pubblicazione di tre racconti molto diversi tra di loro.

Cosa è l’istantaneità?  Ce lo dice a suo modo Fabio Marazzoli, fiorentino, scrittore e giallista, che lavora a Siena come ispettore informatico ma ci scrive da Poggibonsi, in provincia di Siena. È nascosta spesso in una immagine, come quella della propria casa. Ma questa casa è da intendersi in senso lato, come paese, comunità in grado di proteggerci e farci sentire bene anche in quarantena, da uomini coscienti delle proprie radici e del valore di una miriade di piccole cose, che stanno tutte sen strette dentro queste cento parole. Grazie Fabio!

 Il mio paese

marazzoli

Voglio bene al mio paese. Qui il sole sorprende ogni mattino facendo capolino fra le verdi pendici dei colli e colorando di riflessi rossastri le acque dei fiumi al tramonto. Tutto intorno risplende e il bagliore incastona un paese operoso fatto di gente. La gente è vicina, la senti al tuo fianco. La senti la gente, è nell’aroma fragrante del pane fresco nelle ceste bianche del fornaio giù da basso o nel brusio pomeridiano fra le stradine illuminate. Ma è anche nel sorriso della vicina di casa che ti porge lo spicchio d’aglio per una pomarola come si faceva una volta.

E una volta a casa? Si dice che in questi giorni molto italiani stanno riscoprendo la radio, più che la televisione. Ma nel racconto di Federico Romagnoli, scrittore e poeta, nato a Siena, città dove vive e lavora e Dottore Ricercatore in Letteratura Italiana Contemporanea con una tesi sul poeta senese Cesare Viviani, la radio è solo una scusa e una metafora. Come il concetto di ‘ferita’. Del resto, non era proprio Viviani ad aver scritto “”la vita ti fa una ferita e tu con le dita vuoi rimediare cucendo, attento che i margini combacino”?

La radio

radio

La notte è un selvaggio dispendio di energia. Chitarre selvagge distruggono le onde. Nuovi mondi e nuove percezioni. Sulle ali della vendetta. Non puoi alzare il volume come vorresti. Ma puoi immaginartelo. Puoi anche danzare estatico sulle fantasia che sciaborda e ti rende il mal di mare. Sono un romantico. Di quelli che si buttano nella tempesta. Perché non hanno niente di meglio da fare. La ferita poi. Me la lecco tutte le notti. Mentre danzo. Estatico e selvaggio. Spennello plasmo dilato le griglie grigiastre della mia vita. La ferita è la mia vita. Spengo la radio. Amen

E questa climax improntata ad un crescente erotismo termina con l’opera di Dimaco. Di lui dice che “anche cercando su internet, non si trova nulla. Si suppone sia vivo.”. Abbiamo cercato per curiosità, è proprio vero. Ma azzardiamo che Neruda non gli sia indifferente. Consigliamo a tutti con l’occasione di rileggerlo Neruda, a cominciare proprio dal Sonetto XXVII ‘Nuda sei semplice’.

NUDA

NUDA

Nuda sei meglio.

Te ne stai nuda davanti a me con l’espressione di chi sa che può tutto.

La luce filtra dalla persiana e ti disegna strani ghirigori addosso, sembrano tatuaggi di guerra.

Mi sfidi.

Io non ho argomenti di fronte all’arroganza dei tuoi fianchi.

Sto zitto e ti guardo e basta.

E anche tu mi guardi, con aria di superiorità, sapendo già che vincerai.

Forse se tu fossi vestita potrei almeno provarci, a resistere.

Ma sei nuda.

E allora io che posso fare?

Mi hai disarmato.

Posso solo arrendermi.

 

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Il viaggio millenario di un’immagine tra fede ed arte.

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, dopo il precedente articolo sul Maestro di Signa ci manda per Caffè 19 quest’altro curioso e inedito pezzo. Lo stesso, come vedrete,  trae in qualche modo lo spunto dall’interesse suscitato dall’altro, Grazie Ida!

FOTO IDA MOLINARO

 

La raffigurazione della Madonna nell’atto di allattare il Bambino, la cosiddetta Madonna del Latte, è un’iconografia cristiana molto particolare e ricorrente nell’arte. Questo tipo di rappresentazione ha origini molto antiche e la sua raffigurazione ha subito numerose variazioni nelle diverse epoche storiche; inoltre è da sempre molto diffusa sia in Italia che soprattutto in Toscana.

Le fonti che esaltano l’allattamento si diffusero già a partire dal V secolo con il Concilio di Efeso (431), durante il quale venne finalmente stabilito il ruolo di Maria come madre di Dio e non più solamente di Cristo: «la Santa Vergine è Madre di Dio, essendosi il verbo di Dio incarnato e fatto uomo e per questo concepimento ha unito a sé il Tempio presso lei». L’allattamento da parte di Maria è quindi un atto straordinario, poiché la connota come madre e donna ed è importante come testimonianza del parto.

Madonna del Latte di Castelbonsi, Mastro di Signa

Tra il VI e VII secolo, nell’Egitto ormai cristianizzato, sono presenti rappresentazioni ufficiali della Madonna del Latte in cui essa è raffigurata mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Le immagini risultano molto stilizzate, alludendo più che mostrando; questo modello iconografico si diffuse poi dall’Egitto copto alle chiese orientali e nell’arte bizantina, con il nome greco di Galaktotrophousa. Dal mondo bizantino si estesero in seguito anche alla spiritualità etiopica, armena e franco-britannica, nonché negli scritti latini composti dal VI-XII secolo in poi, nei quali ella diviene un modello di castità e umiltà. In Europa e in particolare in Italia, questa rappresentazione si diffuse a partire dal XII secolo, in parte come conseguenza della prima crociata e trovando terreno fertile in tutte quelle aree che, grazie agli scambi commerciali, subirono maggiormente l’influenza bizantina. La Galaktotrophousa, pur essendo un’immagine molto venerata, stilisticamente proponeva una rappresentazione della Vergine con Bambino ormai inadeguata alle nuove esigenze culturali occidentali, troppo distante dalla forma maggiormente umanizzata alla quale si giungerà nel XIV-XV secolo.

Nel Medioevo la situazione cambiò notevolmente, l’istituzione del sacramento del matrimonio avvenuta nel XII secolo, che identificò quindi il ruolo della donna con quello di sposa e madre, anche se sempre subordinata al marito, ebbe il merito di risvegliare l’interesse della Chiesa verso la donna e soprattutto verso l’importante ruolo che essa assumeva nell’educazione e gestione della famiglia. Questa visione nobilitò le donne e, tramite la maternità, le riabilitò per la perduta verginità: il gesto di allattare trovò fondamento nella volontà della Chiesa di auspicare un matrimonio fecondo. L’identificazione tra Madonna col Bambino e maternità produsse un forte incremento del culto mariano, la Madonna che allatta divenne infatti testimonianza visibile del parto e della maternità, nobilitandoli entrambi. Alla fine del ‘200 prese corpo la tendenza da parte della Chiesa di comunicare ai fedeli i contenuti dottrinali in una maniera fortemente empatica, per cui fra il ‘300 e il ‘400 si ritroverà vittorioso il culto di Maria come figura umana grazie a una nuova interpretazione della religione cristiana, non più ieratica e inaccessibile ma umanizzata e sentimentale. Lo sgorgare del latte divenne segno di trasmissione della sapienza e conoscenza da parte della Chiesa verso il popolo. La rappresentazione della Madonna lactans ebbe quindi la massima fioritura da questo secolo fino all’età conciliare quando, rilevata nuovamente la sua sconvenienza, ne verrà proibito l’utilizzo per essere sostituita da altre tipologie raffigurative.

La grande forza di questo tipo d’iconografia fu proprio quella di suscitare particolare devozione nelle donne, in particolare nelle partorienti; durante l’esperienza cruciale del parto e durante i tristi periodi di povertà, queste si rivolgevano alla Vergine pregando di avere il latte necessario per poter sfamare le loro creature. Il culto si diffuse molto in Europa Occidentale dove ancora ritroviamo l’usanza di custodire come reliquie, all’interno delle chiese, ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle partorienti che lo avessero perso.

Come abbiamo detto, la devozione della Madonna del latte fu molto viva in Italia, in particolare in Toscana, terra fertile di arte sacra: vi troviamo infatti numerosi santuari sorti spesso in concomitanza con le antiche fonti lattaie, legate a culti precristiani, secondo i quali la terra e l’acqua erano evidenti simboli di fertilità; quindi per diventare fertili o per avere latte vi si poteva bere quest’acqua calcarea, biancastra, simile al colore del latte. L’immagine della Vergine che allatta il Bambino, importantissima per la duplice natura di Maria come procreatrice e vergine, divenne un modello importantissimo poiché elevava la posizione della donna sia nel ruolo civile che religioso. La sua raffigurazione, che fosse in trono, in Umiltà, oppure a terra (da cui Madre Terrena), ebbe fra Trecento e Quattrocento molta diffusione in tutta la Toscana e in particolar modo nelle città di Firenze e Siena. In queste due importanti città, questo modello fu elaborato ampiamente sviluppando esempi di puro lirismo: affettività e tenerezza tra Madre e Figlio si contrapposero ai precedenti modelli bizantini rigidi e stilizzati; lo sfondo del dipinto s’illuminò generalmente d’oro; la Vergine venne spesso rappresentata seduta in trono e rivestita da magnifici drappi, simbolo della sua regalità, accompagnata da angeli e Santi scalati in profondità; il seno venne raffigurato scoperto e il bambino si agita spesso come fosse un vero infante. Queste rappresentazioni trasmettono contemporaneamente un senso di sacralità e di umanità straordinario, poiché lo spettatore si rende conto di essere innanzi a un atto così naturale ma allo stesso tempo inviolabile e sacro.

Nel ‘400, alla rappresentazione della Madonna del Latte si associarono nuovamente concetti preesistenti quali lo sgorgare del latte come segno di trasmissione della sapienza: San Bernardo da Chiaravalle diffuse il suo culto sostenendo di aver ricevuto il latte di Maria, simbolo di divina conoscenza e cibo dell’immortalità. L’affinità fra la Chiesa e il Divin Bambino fu esaltata dalle maestose pale d’altare che comparsero numerose in questo periodo ritraendo la coppia madre-figlio nella sacra conversazione. L’umanesimo influì molto sulla rappresentazione delle Madonne, dando loro un aspetto troppo umano, non a caso il Concilio di Trento (1563) fece un passo indietro proibendo «di dare alle sante immagini attrattive provocanti». A seguito delle norme tridentine la Madonna non poté più essere rappresentata con il seno scoperto poiché una tale nudità non poteva essere tollerata nella Madre di Dio. Questa negazione però fu clamorosamente contraddetta dalle varie rappresentazioni di santi e sante, raffigurati in estasi mistica, con i loro corpi mezzi nudi e con fremiti tutt’altro che spirituali.

Nel Seicento invece, si assistette al trionfo della carnalità ma la Vergine divenne una pia immagine di castità e purezza, l’iconografia della Madonna del Latte venne proibita, non soltanto perché moralmente pericolosa, dato che poteva attrarre i fedeli per via della nudità, ma anche a causa della sua origine tratta dai vangeli apocrifi, messi all’indice dalla Chiesa. Il tema della Madonna del Latte continuò comunque a essere rappresentato, soprattutto grazie alle committenze private, meno soggette a certi controlli dogmatici. Un soggetto così fortemente legato al culto popolare poté quindi sopravvivere, seppur circoscritto alla devozione familiare.

In conclusione, possiamo lecitamente affermare che il culto della Madonna del Latte ha avuto una notevole fortuna poiché, traendo origine dalle reminiscenze di antichi culti sulla fecondità, li ha assorbiti nella femminilità della Madonna, ammantando di sacralità la quotidianità dei rapporti affettivi, sempre presenti concettualmente ma finora assenti iconograficamente.

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Il domino letterario: seconda puntata

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Il domino letterario sta andando brillantemente avanti. Ricordo che ogni scrittore chiamato in causa deve registarre un video chiamandone in causa un altro e…così via!!!

Dopo il primo appuntamento della settimana scorsa che ha chiamato in causa Francesco Ricci, Francesco (che ringrazio) ha passato il testimone… a me con Dolceamaro

Trovate il video qui

domino letterario

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Ogni viaggio è un anello?

La TransiberianaTutti i viaggi sono viaggi in cerchio, basta guardarli dalla giusta prospettiva temporale.  Guardando da questa prospettiva, si combinano la scoperta, legata alla narrativa di viaggio, e la memorialistica, intesa come narrativa interiore del ritorno e della meditazione.

E’ probabile che Mario Cimarosti la pensi più o meno così. Autore di un bellissimo libro sul suo pluriennale ‘Silk Ring Tour’ (un viaggio sull’anello di seta) intititolato ‘Ai Confini dell’Asia’ , tema e libro su cui ritorneremo a breve in un altro articolo in grande stile, è scrittore che sa ben unire aneddoti e riflessioni, restituendoci il sapore di un viaggio che ha la forza della meditazione e l’intensità di un’esperienza emozionale lontana da ogni pregiudizio. Il padre di Mario, che è veneziano, è stato un artista vetraio a Murano. Pensiamo che quella stessa finezza, eleganza e trasparenza tipiche del vetro si ritrovino perfettamente nelle sue parole, unite anche ad un grande entusiasmo per i viaggi  e la vita.

Lo ringraziamo per aver contribuito a Caffè 19 con questo breve inedito e anche per aver saputo accostare a questa sua narrazione delle foto, anch’esse inedite, di rara bellezza.

I colbacchi di lana karakul

Ho iniziato il mio lungo viaggio che da Venezia, dove vivo, mi ha portato fino ai confini dell’Asia. Ho attraversato Mosca con il suo Cremlino straordinario, ho scritto una poesia seduto sulla piazza Rossa incantato da tanta cultura. Ho continuato verso San Pietroburgo la città dello Zar Pietro il Grande, con i suoi Palazzi patrimonio dell’Umanità UNESCO (opere progettate in molti casi da architetti italiani). Qui ho inseguito e scoperto i tesori degli Zar, i musei sono stracolmi di testimonianze della casa Reale di Russia con le carrozze d’epoca, i cimeli, le corone diamantate e le famosissime uova di Fabergè, l’orafo più conosciuto al mondo al servizio per molti anni degli zar di Russia.

Poi il mio cammino in terra di Russia si è magicamente incontrato sui binari della ferrovia ad oggi più lunga del nostro pianeta, è così se ho deciso di proseguire a bordo del mitico treno della Transiberiana, percorrendo oltre 9.000 km, opera ingegneristica voluta dallo Zar Nicola II alla cui costruzione hanno partecipato anche italiani, alla fine dell’800, provenienti soprattutto dal Friuli Venezia Giulia abilissimi costruttori di ponti ferroviari nella taiga siberiana e sulle sponde del lago Bajkal. Ho osservato incantato le foreste ed i boschi della taiga siberiana disseminata di legno di tiglio utilizzato dai russi già in epoca medioevale per costruire le Icone divenute famose ad oggi in tutto il mondo e custodite gelosamente nelle chiese e nei musei russi, luoghi che mi hanno tenuto compagnia in viaggio, facendomi ricordare le zone boschive del delle nostre Dolomiti italiane, terre incontaminate dall’odore inebriante di erba e legna.

Arrivato in treno in Mongolia nel mese di Luglio ho partecipato al Festival del Naadam, la più famosa manifestazione sportiva folkloristica del Paese: qui ho ammirato le lotte sportive con costumi locali dei mongoli il vincitore è stato eletto erede del grande conquistatore Gengis Khan. Ho assistito personalmente alle gare con i cavalli svolti dai bambini locali e alla caccia con i falchi, per gli amanti della natura e delle terre meno contaminate dalla globalizzazione questo posto è un vero paradiso!

Le spezie nei mercati d'Oriente

E’ stato importante per me vivere diversi giorni ospitato nelle yurte (tende) dei pastori nomadi della Mongolia, li ho osservati imparando la loro grande organizzazione nel deserto, dalla raccolta dell’acqua potabile nelle poche oasi, all’allevamento dei cavalli che utilizzano per la caccia insieme ai propri falchi che a comando si sganciavano dal loro braccio attaccando la preda selvatica tra le praterie incontaminate, procurandoci così la cena che cucinavamo sul fuoco la sera stessa. Ho imparato camminando con loro a dosare le energie alternando lunghe camminate sulle dune desertiche con notti di riposo sotto il magnifico cielo stellato del deserto del Gobi, sono bassissime le stelle del deserto mongolo, spesso mi è sembrato di accarezzarle con le mani.

I cacciatori in Mognolia con i loro falchi

Ho proseguito sulla strada dei carovanieri, oltrepassando a piedi i sentieri montagne sacre come il Monte Ararat in Armenia, l’altissimo monte biblico dove si arenò l’arca di Noè, ogni mio girono trascorso in Armenia a Erevan e dintorni era scandito dalla protezione della sua grande montagna, la osservavo laggiù in fondo oltre il confine turco, mi parlava l’Ararat come oggi parla ancora a cuore aperto a tutti gli armeni figli del genocidio nascosto, orgogliosi di essere armeni e fieri di aver saputo rialzarsi. Guardavo i monti armeni e mi sentivo più vicino all’Italia e alla nostra Belluno con le sue splendide Dolomiti. Dalle zone montuose armene, ho potuto arrivare sul lago Sevan (tra i laghi naturali più alti del mondo superando i 2000 metri), da qui attraverso zone coperte da boschi e tornanti ho superato il confine approdando in Georgia a Tiblisi scalando le rocce di Uplistikhe, luogo montuoso con chiede rupestri scavate nella roccia, ho parlato con i loro monaci e respirato la preghiera in queste zone ascetiche di grande valore spirituale e paesaggistico.
Tra tutte queste incredibili esperienze, quelle che più mi portano al legame tra la via della seta e le nostre montagne italiane sono state le avventure sotto la neve, tra le rocciose montagne dell’Azerbaijan: sono arrivato a Baku accolto da una foltissima nevicata che copriva con manto bianco la Capitale, ho passeggiato sotto la neve visitando il centro storico ed i suoi mausolei e caravanserragli. Sono arrivato fino ai confini del mar Caspio dove ho visitato il Tempio del fuoco di Ateshgah (luogo meditativo del mitico Zaratustra), simbolo della etnia dei parsi che ancora oggi predicano lo zoroastrismo in India. E ancora ho continuato il mio viaggio verso l’oriente arrivando a Chengde nei monti in Cina, tra monasteri buddhisti incastonati sulle rocce nella località montana a 4 ore di treno da Pechino, roccia, neve e meditazione mi hanno avvicinato alla gioia del camminare nella natura incontaminata, sempre abbracciato da quel calore che solo la montagna sa dare ad ogni esploratore. Una magia per ogni viaggiatore!

L'autore del libro Mario Cimarosti tra Oro e Maioliche nell' Harem Palazzo del uiltano

Il mio viaggio è continuato fino ancora fino al Mar Mediterraneo, sfociando nelle acque tra il Mar di Marmara e il Mar Nero lungo il corno d’oro sul Bosforo, visitando e facendomi persuadere dai Palazzi dei Sultani nella storica Costantinopoli, l’attuale Istanbul.
Sono partito dalle mie origini, dall’isola di Murano dove è nato ed ha vissuto mio padre Ernesto (era artista vetraio), ispirandomi al mitico mio conterraneo Marco Polo ho viaggiato per tanti anni nelle Terre d’Oriente.Tutte le emozioni vissute in queste terre lontane sono fortemente legate alla mia città di mare Venezia: in Russia dove San Pietroburgo è chiamata la “Venezia del Nord”, in Cina a Suzhou villaggio di pescatori oggi soprannominato la “Venezia D’Oriente”, in Azerbaijan dove nella città della seta (a Sheki) ritrovo il vetro di murano nel Palazzo del Gran Khan, in Armenia terra legata ancora oggi a Venezia anche con il Monastero Mechitarista Armeno nell’isola di San Lazzaro e infine in Turchia a Istanbul dove il quartiere Pera si affaccia al Ponte Galata sul Bosforo, un tempo colonia veneziana.Sono collaboratore delle Nazioni Unite avendo partecipato nel 1994 alla missione Albatros con i Caschi Blu dell’ONU per portare la pace in Mozambico sull’oceano indiano. Ho dormito per 3 mesi in tenda a Chimoio nell’entroterra mozambicano, in un villaggio sperduto alla fine del mondo, zone assolutamente non turistiche e poco accessibili se non con permessi internazionali. Lì ho vissuto la mia vera Africa quella che mi è entrata dentro fino all’anima per sempre!

Sono convinto che queste esperienze fuori dal comune, contenute nel mio libro, in luoghi straordinari spesso confrontandomi con le mie forze e paure, abbiano fatto crescere in me il desiderio continuo di scoperta e conoscenza, confortato sempre da popoli accoglienti e ospitali. Questo percorso immenso attraverso mezzo pianeta ha riempito la mia anima di viaggiatore, mi ha avvicinato alla meditazione scoperta e osservata in oriente, diventando il viaggio stesso una insperata cura dell’anima, incentivando la mia sete di conoscenza, riempiendo la mia valigia di innumerevoli altri punti di vista.

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Il comma 22 e il doppio legame

La schizofrenia incombe sulle nostre menti come un crampo. Tutti, scienziati, comunicatori, politici ci stanno riempiendo di ingiunzioni paradossali. In ogni settore della vita e dell’economia.

  Comma 22 1

  • Uscire, ma non troppo lontani da casa
  • Rischiare? Sì ma con prudenza!
  • Incontrarsi, ma non in troppi 2, massimo tre. Facciamo quattro
  • Fare una corsettina? Sì ma restando fermi a casa o al massimo intorno. Correre sì, ma piano. Stare fermi, ma in forma!!!
  • Stare a 1 metro, anzi a due, facciamo quattro.
  • Aprire il negozio, ma non poterci far entrare nessuno.
  • Aprire una libreria, ma non poter aprire i libri.
  • Interagire a distanza, anche se “niente può sostituire il rapporto umano e il contatto fisico

Tutto ciò fa tanto Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”, quando recita la famosa battuta “Guarda ma non toccare – tocca ma non gustare – gusta ma non inghiottire

comma 22 3

Siamo pieni di ordini contraddittori. Che non sono assolutamente fatti per la mente umana. Nè la mente umana per loro. Come quando la mamma dice “Corri, ma non sudare!” O il capo che prima di una riunione ci intima” Le ordino di essere spontaneo!!!” Oppure il più bello di tutti: «La frase seguente è vera. La frase precedente è falsa.»Avete presente Bateson e il suo “Verso un’ecologia della mente“? Quello sì che dovrebbe essere un libro consigliato di questi tempi.

Bateson non è stato soltanto uno straordinario saggista, ma l’autore di alcune capitali scoperte concrete. Come appunto quella del «doppio vincolo», che è diventata un punto di riferimento prezioso anche per gli epistemologi e i teorici della comunicazione. Comandi contraddittori, e come tali ineseguibili senza sbagliare. Insomma, come fai sbagli!!!

C’è a questo proposito un’interessante racconto intitolato “Comma 22” (Catch 22) di Joseph Heller che descrive proprio bene questo stato di cose. Il racconto, basato su esperienze personali dello stesso Heller, aviatore durante la seconda guerra mondiale, ha come fulcro della vicenda un reparto di aviatori di stanza a Pianosa che esegue pericolose missioni di bombardamento a bordo di B 25. Ovviamente, maggiore è il numero di missioni eseguite, maggiore è la probabilità di essere feriti o uccisi. E maggiore lo stress psicologico cui vengono sottoposti i membri del reparto. Il capitano Yossarian, stressatissimo, comincia a fare cose bizzarre nella speranza di essere diagnosticato pazzo e quindi inabile al volo.

Comma 22 2

Yossarian ne parla con il dottor Daneeka, l’ufficiale medico di volo. L’ufficiale medico, usa come esempio un altro pilota, un certo Orr:

“È pazzo Orr?”

“Certo che lo è”, disse il dottor Daneeka

“Puoi esonerarlo?”

“Certo che posso. Ma prima lui deve chiedermelo. Questo fa parte della regola”.

“E allora perché non te lo chiede?”.

“Perché è pazzo”, disse il dottor Daneeka. “Deve essere pazzo per il fatto che continua a volare dopo aver sfiorato la morte così tante volte. Certo, posso esonerare Orr. Ma prima deve chiedermelo lui”,

“Questo è tutto quello che deve fare per essere esonerato?”

“Questo è tutto. Basta che me lo chieda”,

“Allora, dopo che lui te l’ha chiesto, puoi esonerarlo?”,

“No, dopo non posso esonerarlo”,

“Vuoi dire che c’è un comma (Catch si traduce appunto con “tranello” in inglese)?”,

“Certo che c’è un comma”, rispose il dottor Daneeka. “Il comma 22. Tutti quelli che desiderano essere esonerati dal volo attivo non sono veramente pazzi”.

Non sarà che alla fine l’unica cosa da fare sia riscoprire tutti il valore della nostra coscienza e del buon senso a interpretazione e a supporto delle regole?

 

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Anatomia di un racconto. Per Caffè 19 una nuova rubrica a difesa del ‘panda’ della narrativa

Che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. Chi scrive parla per esperienza e sa quanto ha dovuto faticare per trovare due editori bravi e lungimiranti che ci hanno creduto davvero (perchè poi se si pubblicano e si promuovono per bene, poi il lettore li legge eccome, i racconti). Il risultato è che i “maestri del racconto” sono spesso solo stranieri. Invece no, invece no!. In Italia li sappiamo scrivere e anche….fare a pezzi all’occorrenza come i motorini per guardarci un po’ dentro!!!  Questa rubrica, che Mirko Tondi ci regalerà settimanalmente o giù di lì, si chiama Anatomia di un racconto. Grazie Mirko.

             anatomia

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Da alcuni giorni cerco un’idea per una rubrica letteraria. A dire il vero ho smesso di lambiccarmi il cervello, perché come al solito finisce che a forza di pensarci poi non mi viene in mente niente di originale. Anzi, il contrario. Poi c’è la vita di tutti i giorni, che a definirla così adesso pare la stessa vita di sempre. Macché. Sono in coda al supermercato da circa un’ora e mezza, e dopo un percorso a zig zag sotto a un sole che pare aver sbagliato mese per quanto si sia messo a picchiare, stiamo per entrare nell’ultimo tratto, quello adombrato da una fila di tendoni e gazebo. Stanno passando proprio adesso a consegnare delle bottigliette d’acqua, e la cosa mi ricorda una di quelle scene viste al telegiornale, di quelle con gli automobilisti che rimangono bloccati durante l’esodo estivo in un tratto autostradale dove c’è stato un incidente mortale e si è formata una scia chilometrica destinata a lambire l’infinito o un suo vicino parente. Invece siamo soltanto al supermercato, lo ricordo, in un giorno qualsiasi di una qualsiasi settimana d’aprile; ma la cosa più strana è che tutto questo ormai ci appare normale, è così e basta sembrano dire sommessamente le facce della gente, che esprimono un collettivo senso di rassegnazione. Facce private della loro metà e che ora sono soltanto occhi bassi, diretti verso la strada o fissi sul proprio dito che scorre sul cellulare. In questo tempo che ci ha separato dal mondo vero io mi sono tolto il giubbotto e, poggiando i gomiti sul carrello, ho letto il giornale, un numero del settimanale “La lettura” del weekend precedente, soffermandomi su una serie di articoli interessanti: la storia delle pandemie dall’antichità a oggi, il diario della quarantena condiviso da otto scrittori, quarant’anni dalla morte di Gianni Rodari (leggendo, mi sono ricordato che mio figlio è nato il suo stesso giorno), recensioni varie, un racconto di Etgar Keret.

Nessuna delle persone intorno a me – decine e decine – si è tolta il giubbotto o ha letto qualcosa che non fosse il proprio telefono; ho notato che alcuni continuavano a indossare addirittura foulard e copricollo. Forse non bastano i quattro gradi di stamattina presto a giustificare la cosa. È come se fossero rimasti paralizzati in una dimensione in cui fa ancora freddo e in cui i vuoti non si possono colmare. Mi pare di vedere davanti a miei occhi una nuova realtà, eppure più che mai romanzesca. Tant’è che in questo frangente mi sento attraversato da un’epifania e mi rivedo in Gabriel Conroy, protagonista del racconto I morti (l’ultimo della raccolta Gente di Dublino di Joyce), che dopo una rivelazione della moglie deve arrendersi a un senso di staticità e straniamento.

“La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.”

Questa sensazione di vuoto generale mi conduce a riflettere sul presente e a pormi un’improvvisa domanda, non so neanche da dove provenga: ma quali sono le mie passioni, le mie vere passioni e non quelle volatili, effimere, anzi quelle che non sono state scalfite nemmeno un po’ dallo scalpello del tempo? Ho già la risposta, senza nemmeno pensarci. La musica. Il cinema. E attorno alla lettura e alla scrittura, i racconti. I racconti, da quando scrivo e da quando leggo con ardore e consapevolezza, ci sono sempre stati, e ho buoni motivi per affermare che ci saranno sempre.

 

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Sono un lettore disordinato, e negli anni ho perso il controllo, tanto che al momento tengo sparsi per la casa diversi libri da leggere in parallelo: di solito un romanzo e un’autobiografia, qualche volta un libro sulla scrittura (un manuale o i consigli di un autore noto), il lettore di ebook sempre pronto a essere aperto quando c’è da fare un “assaggio” e quello di mp3 con gli audiolibri utili quando vado in bicicletta (non ora, certamente), ma ciò che non manca mai è una raccolta di racconti. Nei laboratori di scrittura creativa faccio leggere e scrivere testi brevi, e guarda caso proprio l’altra sera parlavamo di epifania discutendo sui racconti di Joyce (certo, e chi sennò), Pirandello e David Foster Wallace.

Una cosa che leggo spesso agli allievi dei laboratori sono “I diritti imprescrittibili del lettore”, elencati in Come un romanzo di Daniel Pennac; il quarto è il diritto di rileggere. Nella mia vita, lo confesso, non sono molti i libri che ho riletto (è pur vero che milioni di altri libri aspettano di essere letti per la prima volta), e se l’ho fatto è soprattutto perché mi sono avvalso di questo diritto in età differenti, volendo capire l’effetto che faceva riprendere in mano qualcosa che anni prima magari non mi aveva convinto oppure, al contrario, mi aveva conquistato già allora e adesso chissà.

Di racconti sfusi invece, certo complice la brevità ma non solo, ne ho riletti a decine, nonostante già li conoscessi a memoria o quasi, solo per il piacere di riscoprirli ogni volta. Vorrà pur dire qualcosa, no?

Come scrittore, è con i racconti che mi sono formato e che ho avuto le soddisfazioni più grandi. Negli anni poi mi sono accostato anche all’esperienza del romanzo, ma l’impronta è rimasta tale, tanto che i miei sono tutti romanzi piuttosto brevi. L’unico romanzo corposo che ho concepito giace tutt’ora lì nell’hard-disk, impubblicato (si dirà impubblicato? Beh, ormai è andata…) e probabilmente necessita dell’ennesima revisione (ho perso il conto, dato che la prima versione del libro risale alla fine del 2011). La verità è che mi sono avvicinato al romanzo un po’ per curiosità, un po’ per capire se fossi capace di gestirne l’intreccio, ma soprattutto perché è il mercato librario che mi ha spinto in quella direzione. I racconti non si leggono. I racconti non si vendono. Con i racconti non hai tempo di affezionarti ai personaggi. Sono frasi come queste che mi hanno condotto altrove. Certo la sperimentazione è essenziale per uno scrittore, perché gli permette di esplorare territori per lui sconosciuti. Ma evidentemente la nostra vera natura trova modo di emergere, di tornare a farci visita anche se per qualche tempo ce ne allontaniamo. In questo momento sono molto interessato all’autobiografia, al saggio cinematografico, e il racconto è tornato prepotentemente a riaffacciarsi nella mia vita. Adoro quella zona d’ombra che si riesce a creare attraverso le storie brevi, l’interpretazione, il focus su un dettaglio che esplode, l’episodio anziché l’intera esistenza, il lavoro di sottrazione che ti fa ragionare sugli impliciti, sul sottotesto, persino sui silenzi. Il non detto. E poi, per dirla con le parole di Julio Cortazar, “quella favolosa apertura dal piccolo verso il grande, dall’individuale e circoscritto all’essenza stessa della condizione umana”.

Dunque, mi chiedo spesso: perché nel nostro Paese c’è così poca attenzione verso il racconto? Perché, addirittura, in alcune recensioni si spacciano delle raccolte di racconti per romanzi, non nominandone mai la vera composizione? Che poi, diciamo la verità, in Italia abbiamo una tradizione gloriosa in fatto di racconti, sarebbe una lista lunghissima ma ne cito solo alcuni: Calvino, Moravia, Buzzati, Sciascia, Scerbanenco, Manganelli.

Proprio quest’ultimo diceva del racconto: “Sua è la gloria dell’imperfezione letteraria”. È assolutamente così: una gloriosa imperfezione. Oggi invece ci limitiamo a pochissimi autori che hanno avuto il merito di sfondare pur scrivendo racconti, manco fosse la serie B della letteratura; uno su tutti è Paolo Cognetti, che poi però ha vinto il Premio Strega con un romanzo… che le case editrici lo abbiano “obbligato” a passare alla forma lunga per diventare più commerciale?

Quando arrivo di fronte all’entrata del supermercato, mi rendo conto di aver imbastito nella mia mente una sorta di arringa in difesa del racconto, e che magari non ce n’era nemmeno bisogno, ché tanto sa difendersi bene da solo. Poi ci sono il gel igienizzante e i guanti di plastica trasparenti ad attendermi. Un addetto mi fa cenno che posso finalmente entrare. E mentre oltrepasso la porta scorrevole, mi rendo conto di un’altra cosa: che quell’idea per la rubrica, adesso, ce l’ho eccome.

Per questo ogni tanto tornerò a parlarvi di racconti, se non vi dispiace. Ogni volta un racconto diverso, analizzandone gli aspetti che più mi hanno colpito e che, spero, colpiranno anche voi.

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Lo “stupido verso”…che ha la forza di cambiare tutto in meglio.

Chi come noi apre un Caffè letterario di questi tempi non può che essere un po’ pazzo e un po’ malato e aver bisogno come e ancor prima di tutti del potere curativo della parola.

Perciò accogliamo con piacere  il contributo inedito di Denata Ndreca.

Qualche tempo fa una rivista si è occupata di lei con un bell’articolo, parlando della sua vita come di una storia molto peculiare tra “poesia e integrazione“. Già, perchè Denata nasce a Scutari, la Firenze dei Balcani, cuore pulsante della cultura albanese, tra cristianesimo ed islam. Tra un marciapiede dove c’è il campanile di una chiesa ed un altro dove c’è il minareto di una moschea e ha attraversato, non smarrendo anzi rafforzando la sua voce di poetessa, i momenti bui della storia del suo Paese.Quindi la sua voce non poteva tacere in questo momento.  Ci dice più avanti che l’Universo risorge in un “semplice – stupido verso“. Noi la ringraziamo di questi versi nella convinzione che i versi più semplici e puri, tuttaltro che stupidi, siano in realtà i più difficili da comporre e che gli stessi siano come i fiori: sono proprio quelli in apparenza più elementari che restano indelebilmente impressi nella nostra memoria connessi ai momenti più complessi della nostra vita!!!

Ndreca1

Denata nel 2003 pubblica la sua prima raccolta di poesie “Intorno a me” in albanese. Nel 2017 con il volume di poesie “Senza Paura” viene classificata quinta al premio internazionale di letteratura “Terre di Liguria”. Sempre nel 2017 vince il premio internazionale “Michelangelo Buonarroti” per i Ragazzi con l’opera “La Carrozzina Magica” riportando l’attenzione dei bambini verso il mondo della malattia e della disabilità. Nel 2018 esce il libro Un Faro nella nebbia, nel 2019 Tempo negato.

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Ndreca

(Mentre tutto tace e sta in silenzio, guardo il mondo, scrivo e penso – a quello che abbiamo, a quello che ci tiene in sospeso; all’Universo che mi risorge in un semplice – stupido verso)

“La carezza”

Bisognerebbe seminare alberi.

Poi fiori.

Poi bisognerebbe prendersi cura di loro.

Bisognerebbe lavorare la terra di giorno

e lasciare briciole di pane

lungo i sentieri – per la notte buia.

 

E bisognerebbe guardare la luna

finché ce la lasceranno,

perché anche lì – vorranno mettere mano.

 

E alzare il volto verso il cielo,

e cogliere – nel petto – incrocio

delle tempeste col sereno.

 

E poi bisognerebbe dirlo alle stelle –

che sono belle.

 

E baciarsi, e amarsi.

Bisognerebbe ricordarlo sempre:

la carezza e gli abbracci  –

sono i luoghi più belli per ritrovarsi.

 

 

Denata Ndreca

 

 

 

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Attenzione, attenzione, lanciamo il guanto di sfida: parte #io racconto breve!!!!

#ioraccontobreve: un racconto forte come un caffè espresso e  breve come una tazza di…ristretto! Nell’ambito dell’iniziativa Caffè 19 abbiamo deciso di dare a lettori, amici, scrittori o amanti della scrittura la possibilità non solo di leggere  o commentare quanto giorno per giorno tentiamo di fare, ma di esprimersi  attivamente scrivendo un racconto in forma breve, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!). Sembra facile, ma non lo è! I migliori saranno pubblicati sui nostri siti e social ed entreranno a far parte dell’iniziativa del Caffè letterario 19. Analogo comunicato è disponibile da ora sul sito di Toscanalibri.it nello spazio dedicato a Caffè 19.. Dovete inviarli per mail a bellmaxi@tin.it corredati di un vostro breve profilo.

Ma siccome non si può chiedere qualcosa senza dare prima il buon esempio, abbiamo chiesto a bravi scrittori di dare il la all’iniziativa: oggi iniziamo con i primi tre. Massimiliano Bellavista, Riccardo Boccardi,  Francesco Ricci, che hanno scelto , generosamente, di esporsi per primi!

IVO, RETROSPETTIVO di Massimiliano Bellavista

Il 15 la rata del mutuo, poi il negozio. Ivo, appena sveglio, fissava allo specchio il colorito giallastro. Rimanevano €154,54, due debiti, un tumore, nessun credito. Il furgone sfasciato per schivare un ciclista, il naso rotto al perito. Anni prima sua moglie, fuggita col terapeuta. Ricordava il loro primo appuntamento. Con la macchina, dopo la laurea, in posti bellissimi. Suo padre, morente, gli consegnò chiavi di negozio e furgone. Il futuro, due chiavi in mano. Lo scambiavano per lui quando uscivano con mamma. Lei finito il bagno lo asciugava. Nonna sorrideva: tutto il povero nonno.Quando nacque il nonno disse al babbo “Sei un uomo, tanta fortuna…tanta!!!”

SATORI di Riccardo Boccardi

Aprendo la confezione ne avvertii la fragranza gentile. Ero distratto dalla flebo di mia madre per notare quell’esplosione scarlatta. Nella camera d’ospedale l’aria sembrò rarefarsi, lo sterile biancore violato dal rosso festante. Una manciata di fragole portò sorrisi nell’angoscia delle quattro anziane sorelle di stanza. A tutte consegnai il delizioso regalo, stupito dal seducente potere benefico. Per tiepidi attimi scomparvero destino, sofferenza e morte. S’infranse la barriera tra le stagioni e vidi bimbe spensierate gustare l’estate. Ne custodirò il ricordo fin quando una giovane mano porgerà anche a me lo stesso frutto e dovrò allungarmi oltre le sbarre del letto per afferrarlo.

SERA DI CAMOLLIA di Francesco Ricci

C’erano delle sere in Camollia che parevano non avere fine. Sulle panche di legno, all’esterno della Società, uomini anziani sedevano a parlare. Noi ragazzi preferivamo stare con la schiena contro il muro per poter vedere meglio le citte che passavano sorridenti. Allora tante cose io non le capivo. Osservavo quegli uomini dai capelli bianchi e con profonde rughe sul volto, e pensavo che per loro la giovinezza fosse passata da tanto tempo e per sempre. Non mi rendevo conto che, in realtà, stava già dicendo addio anche a me, ai miei amici, a quelle citte bellissime e allegre.

 

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#Io resto in viaggio: Paolo Ciampi e la mappa che si fa parola

Diciamo subito che a Paolo Ciampi Caffè 19 deve molto, perchè molto ci ha aiutato a sostenere l’inziativa e garantire alla stessa un’adeguata continuità di contenuti. E per questo, e per quanti ha coinvolto, non possiamo che ringraziarlo. Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo dice che fa molte cose diverse e non si capisce come riesca a infilarle nelle sue giornate. Lui stesso se lo domanda e si risponde che la curiosità fa miracoli.
Ha scritto oltre venti libri su viaggi e personaggi dimenticati della storia, con riconoscimenti nazionali e adattamenti teatrali. Con le ultime uscite si è occupato dei numeri del matematico Leonardo Fibonacci, dell’Olanda in bici raccontata con i quadri di Van Gogh, dell’amicizia che resiste a un cammino tra Bologna e Firenze, dei sentieri
che Dino Campana ha tradotto in poesia, delle frontiere difficili del mondo e del sentimento del sacro nelle foreste. Dice che a a volte fa confusione tra un libro e l’altro.

        mappa ciampi

Con lui condividiamo senza dubbio l’amore per montagna Pistoiese, per l’improvvisare in ottave di Beatrice di Pian degli Ontani e per ..le mappe!

Grazie ancora una volta ai buoni uffici di Ediciclo che ci ha concesso questo speciale privilegio, pubblichiamo un passo particolarmente indicato, crediamo, per queste settimane dal suo bellissimo IL SOGNO DELLE MAPPE -Piccole annotazioni sui viaggi di carta

Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin. Forse sono solo un modo di misurare  il mondo, ogni volta con un metro diverso, perchè soggettivo. Ma secondo noi sono soprattutto un moltiplicatore di spazi, che non dice mai tutto. Quello che sulle mappe non c’è, ce lo dobbiamo mettere noi.  Come per i  libri di  cui nel volume si dice “Diffida dai libri che dicono tutto. Meglio quelli che sono come un uomo sul ciglio a cui si chiede se la strada è giusta. Te la mostra, la strada, ma mica è la strada. E per il resto, che ci sia sempre spazio tra una parola e l’altra

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C’è la mappa consultata in silenzio, mentre sei in movimento. E c’è la mappa che implica la sosta e pretende compagni di viaggio. Si stende sul tavolo alla fine della tappa, in attesa delle birre, quando è bello riconoscersi nella strada fatta.
Oppure il mattino dopo, a colazione, quando le battute sulla strada davanti si mescolano all’odore del caffè e del pane tostato.
Sai, anche in questi momenti la mappa non è solo una mappa: è assai di più, è un ponte da attraversare insieme, il bagaglio essenziale di giorni che possiedono volti e cuori.
C’è sempre l’istantanea di una mappa così – consultata e discussa insieme – nei viaggi in cui ho sentito più forte la possibilità di dire noi, non io.

L’istantanea di una mappa e di una situazione senza movimento. E così deve essere, perché il viaggio è movimento, ma si alimenta dei momenti in cui ci si ferma. Allo stesso modo della musica, che pretende pause, non solo note.

Sarà per questo che, tra tutti i libri di viaggio che mi sono capitati, un posto particolare occupa L’arte di perdere tempo, che non parla di itinerari e mete, ma piuttosto di soste e imprevisti. È di Patrick Manoukian, viaggiatore a oltranza e giornalista free lance, che ai tempi di Woodstock e della Summer of Love faceva l’autostop e fuggiva da molte cose. Almeno così afferma. «Per me viaggiare è fermarsi» spiega. «Fare una pausa oziosa tra la tappa appena raggiunta e quella successiva».
Anche grazie a lui ho compreso che perdere tempo in realtà è spesso un modo di guadagnarlo, che conta sì dove arrivi ma anche come ci arrivi e cosa c’è in mezzo. Ho compreso soprattutto che è sbagliato considerare il viaggio come qualcosa che succede nello spazio. Il viaggio è fatto in primo luogo di tempo: e del resto le nostre vite non sono fatte di tempo?

Allora prova ad aggiungere il tempo allo spazio del viaggio. Vedrai quante cose cambiano. Il viaggio diventa ritmo, diventa dondolio di altalena tra la voglia di partire e quella di fermarsi, diventa sofà su cui abbandonarsi per fantasticare sul mondo. Proprio in queste pause, che è arte prendersi e assaporare, c’è la mappa che si fa parola.

Che traduce il tempo nello spazio o lo spazio nel tempo. Che permette di dire davvero: io sono qui, meglio, noi siamo qui. E in questo c’è un significato profondo. Come l’acqua che si attinge da un pozzo è questa frase: io sono qui, noi siamo qui. Ci siamo davvero e non è solo una questione di coordinate geografiche.

 

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Con Caffè 19 parte oggi il domino letterario: una catena di video…senza fine!

Dopo un pò di lavoro finalmente parte questa idea che ha contagiato molti.

Il DOMINO LETTERARIO di CAFFE’ 19

Un video, dentro un video, dentro un video. Ogni video (di tre minuti) un Autore. Ogni Autore un libro.

E così via. L’autore presentato presenterà a sua volta un altro libro, lasciando il testimone e così via, teoricamente all’infinito!!!

Un grazie a quanti (molti) hanno reso possibile questa originalissima catena che ci accompagnerà per un bel pò di tempo a venire. Un grazie particolare a Simona Trevisi di Toscana Libri

Oggi partiamo con Angela Ceccarelli che propone “Prossimi e distanti” di Francesco Ricci.

Il domino letterario 1

 

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Ruggiscono sia l’onda che la valanga

 

capitano di se stesso

Leggo. Scrivo. Viaggio. Credo proprio in quest’ordine. Non ho mai fatto altro. Anche quando ho letto cose bruttissime. Scritto cose sbagliate. Fatto viaggi da dimenticare. Così si presenta Michele Marziani, narratore, autore di romanzi. Editor. Conduttore di laboratori di narrativa. Giornalista professionista pentito, come dice lui. Quello che qui per Caffè 19 si presenta è un brano, a nostro giudizio bellissimo, del suo “Il suono della solitudine”  (per il permesso di riprodurlo ringraziamo sentitamente oltre a lui anche Sarah Gaiotto dell’Ufficio stampa Ediciclo Editore, di cui vi consigliamo spassionatamente di visitare il catalogo perchè ricco di libri molto originali e insoliti). Michele ha pubblicato otto romanzi (l’ultimo, “Lo sciamano delle Alpi” è uscito poco dopo il libro cui si riferisce il brano che proponiamo) oltre a numerosi libri di viaggio nella cultura materiale italiana.Oltre ai libri, dice,  amo la montagna, la pesca alla trota, il buon vino e scarabocchiare sui taccuini.

Qui di seguito un brano estratto da un libro che è poi un viaggio dell’Autore dentro sè stesso e dentro la sua propria dimensione temporale. Michele nutre certamente fiducia nella vita e gli rubiamo una bellissima frase che lui a sua volta cita nel libro, ” Se la vita mi vuole, mi mantiene” che potrebbe ben essere lo slogan di questi mesi di isolamento.

Abbiamo scelto questo brano che segue perchè semplicemente bello e compiuto in sè e perchè, come più volte abbiamo scritto, pur essendo l’Italia una repubblica ‘fondata sul mare’ non è che nella nostra letteratura il mare la faccia poi da protagonista…(“Questa volta sei al mare mentre sta per arrivare l’inverno e tu sai che scriverai questo libro e che lascerai la città che ha due soli punti di respiro: il mare e l’inverno.“)

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Per quanto tu ami l’infinito che guarda verso l’alto, la vertigine della parete, il rarefarsi dell’altitudine e l’imponenza delle vette, dentro di te sai che le risposte migliori arrivano dal mare.

Perché è lì che il mondo finisce lambito dall’acqua, non esiste un finis terrae sulle cime, i monti sono già da soli confine. La vetta è isolata. L’ultima spiaggia è ancora un’occasione, quella finale, ma lo è. Ruggiscono l’onda e la valanga. Ma tu puoi sfidare a testa alta il borbottio del mare.

L’isola è un’enclave isolata, come una valle, non sono mondi poi così lontani i tuoi. La sabbia del mare, la rena dei fiumi, è un circolo d’acqua. Il cerchio stesso della vita. È fin troppo facile dire che vieni dall’acqua, da quel liquido amniotico nel quale si sogna di ritrovare la serenità bambina. Basta un esame di psicologia per dire queste cose. Rocce e scogliere sono parenti, ma il mare trasporta la lontananza, la saudade, il sentimento del tempo che scorre, la salsedine.

mare miramare

Se fai uno sforzo lo sai quello che vorresti dire: che sei profondamente legato alla natura,
alla terra, all’acqua, a tutto quel mondo che in alto, in altissimo – o a livello della battigia
– sa bisbigliare a un cuore solitario e silenzioso. Sa dire le parole giuste. Sei prigioniero di
quei luoghi così profondi, potenti e semplici da lasciare a bocca aperta. Niente di simile c’è nella bellezza delle città, nella frenesia luminosa della modernità. Non c’è qualcosa di giusto o di sbagliato, anche tu, in fondo, ami la grandiosità di certe capitali. Ma sai che il tuo posto è lì, dove da solo puoi toglierti le scarpe e dire che siamo tutti figli del mondo, che siamo qui a percorrerlo ognuno per conto proprio, facendoci compagnia per brevi o lunghi tratti di strada.

Di fronte al mare che sembra non finire mai, nel rumore continuo della risacca, nell’attesa del tuo Godot personale, accarezzi la tua solitudine e con lei accarezzi la vita. Alzi gli occhi, li punti verso uno scoglio all’orizzonte. Poi torni sul tuo taccuino e disegni un veliero. Il comandante sei tu. Anche quando non sai dove andare.

 

 

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Sex and the virus

 Xavier Ilya Calosimos per Caffè 19 in un articolo…  X -rated

 

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PRIMO CAPITOLO: LA LOGISTICA DEL SESSO.

E mentre un enorme preservativo globale inguaina il mondo apprendiamo con sconforto che la produzione di quelli vecchio tipo rallenta drammaticamente. Scarseggiano infatti le materie prime e ha fatto cilecca la loro distribuzione. Esattamente come quella dei sex toys. Sommato alla noia della quarantena ed all’isolamento  questo può avere effetti davvero duraturi sull’umanità.

Dopo i baby boomers, parleremo tra qualche decennio della generazione dei Corona boomers? non resta che vedere i dati sulle nascite tra Novembre 2020 e Febbraio 2021. Chi nascerà, vedrà. Gli ospedali saranno allora pieni di primipare attempate? Sarà comunque sempre molto meglio che tenere le statistiche su contagiati e decessi. Forse ripensandoci però il picco non sarà proprio in quei mesi, ma dopo,  tra Marzo e Aprile 2021, come successe alla fine della seconda guerra mondiale, quando si mandarono a casa in massa i soldati in congedo permanente.  In quarantena potrebbe infatti scarseggiare la materia prima.

Quanto ai sex toys, i sex coach raccomandano grande prudenza. Se non sono certificati e vi fate male, poi chi viene a soccorrervi? e inoltre tutto il condominio vi vedrebbe in difficoltà assistendo al vostro indecoroso barellamento. Ecco perchè il gioco del dottore e dell’infermiera sta conoscendo impreventivate impennate di vendita tanto quanto il Subbuteo. Tornano i classici! Disponibile anche la variante premium con guantini e  mascherina. Anche in cuoio o lattice. Dal Corona Bond al Corona bondage

SECONDO CAPITOLO: LA COMUNICAZIONE

Il sesso per un po’ sarà connessione, non congiunzione. Sarà bit bit e non bunga bunga. Ne usciremo senzaltro, ma a pezzi, come nella Macchina del tempo di Wells. Due specie diverse in simbiosi popoleranno allora la terra.

Gli Eloi: infantili, pacifici, candidi, diventeranno paonazzi solo all’idea di avvicinarsi più di un metro ad un esponente dell’altro sesso. La stretta di mano tra di loro sarà considerata vera pornografia, un abbraccio un atto praticabile solo tra maggiori consenzienti. La video conferenza sarà il primo appuntamento, i preliminari l’accensione della videocamera. Il genitori della giovane dovranno concedere il loro assenso alla prima connessione,  in presenza di tutto il nucleo familiari compresi nonni e zii collegato a distanza, quelli del giovane si faranno carico della dote comprensiva di pc e Giga illimitati per le nozze e il successivo viggio virtuale.

I Morlock: essere ripugnanti, predatori degli Eloi, e quasi ciechi (per il nefasto effetto non delle radiazioni ma dell’influsso combinato di autoerotismo e prolungata esposizione ai videoterminali senza assistenza medica), incapaci di vivere se non in quarantena. Usciranno solo mascherati per non mettere a richio il loro patinato e palestrato profilo sui siti di appuntamento

I quali siti di appuntamento stanno ripensando tutta la loro strategia, come del resto quelli di annunci: stanno diventando dei bar virtuali con conversazioni che durano ore, la domanda più frequente è “come va” non “cosa si fa“. Neologismo più in voga in Olanda: QuaranTinderen.

Invece l’annuncio più gettonato suonerà così: bello onesto buona posizione pre pandemica  militesente e recentemente negativizzato. Divorziato cinquantenne con sussidio e ampia dilazione mutudo quindi con speranza di vita di almeno altri ventanni desidererebbe condividere la propria agiata quarantena con persona sensibile. Astenersi mercenari e contagiati.

TERZO ATTO: LA SEDUZIONE

 

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Qui non c’è niente da fare,  è l’etimologia a non funzionare. Non si può al momento “se ducere” ovvero “attrarre a sè”.  Qui il reato non è depenalizzato, si rischia il penale.

Insomma, solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dalla quarantena.

Banditi a tempo indefinito:

1. Il ballo del mattone

2. Gli ammicamenti con la bocca. Sfiorarsi le labbra con le dita. Rimane fuori l’occhietto di triglia che si può ancora fare.

3. Bacio alla francese e anche bacio soffiato con la mano. Si può solo se è simile all’osculum, morigerato e vittoriano.

4. L’infedeltà. Ormai siamo tutti amanti e non lo è nessuno allo stesso tempo, perchè tutti dobbiamo ricorteggiare l’altro, stabilendo nuove vie di approccio.

…il sesso? no, perchè non ci sono evidenze della trasmissione sessuale del virus. Perlopiù per mancanza di dati e difficoltà a raccoglierli da fonte certa. Ma ci stiamo adeguando, gli studi su volontari sono partiti, e i siti di iscrizione per i volontari, come quelli dell’INPS, sono andati in crash in pochi nanosecondi.

“I’m single and horny, what can I do?” questa è attualmente la domanda più frequente posta via internet ai sex coach in America e in Australia. La risposta degli esperti è lapidaria: seducete voi stessi.

Ma dove vivono questi? E’ una parola, e poi io a quello lì non sono mai piaciuto. Sono quarantanni che ci provo, per ora sono sempre andato in bianco.

QUARTO CAPITOLO: LA PORNOGRAFIA

Se Atene piange Sparta non ride. Vedete bene quanto il significato di una stessa parola dipenda profondamente dal contesto dove la si inserisce.

L’industria del porno è in quarantena.

Gli attori sono in quarantena.

Ma i consumatori sono in quarantena.

Il problema è grave. in pratica è come non avere birra e hot dog durante il Superbowl. L’unica deroga è per film autoprodotti e fatti tra attori che siano anche familiari. Non lo inventiamo, è scritto proprio così.  Evviva. L’impresa familiare ci salverà.

 

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L’isola sospesa tra sogno e memoria

 

Per Caffè 19, un breve racconto inedito sospeso tra sogno e memoria. Tito Barbini, classe 1945, ad un certo punto della sua vita si mette dietro le spalle la sua brillante carriera politica e di amministratore e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio un zaino. Il risultato è il libro Le nuvole non chiedono permesso. È ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi, con molti libri all’attivo, che vi invitiamo a leggere. Per tutti vogliamo ricordare il libro Caduti dal Muro edito nel 2009 da Vallecchi Editore nella collana Off e scritto con Paolo Ciampi , incentrato sulle tortuosità e i dolori della Storia,(premio Scrittore dell’anno Toscana 2009).

astipalea

Questa notte un sogno inquieto mi ha svegliato di soprassalto.
Astipalaya, Il mare dell’isola nell’alba primaverile è immobile. Dondolano le barche alla fonda con la prua rivolta verso il piccolo porto. Dal tavolo, accanto alla finestra, della mia stanza sul mare, finisco di mettere giù le ultime righe di una pagina del libro “L’isola dalle ali di farfalla”.

Non ricordo tutto il sogno, ma c’è qualcosa di leggermente insensato nel continuare a ripetermi, nel sonno, che da questa isola lontana non mi muovo e che rimarrò almeno fino alla fine del maledetto coronavirus. Il sogno, mi sembra di ricordare, all’inizio è dolce e sereno.

La prima aria del mattino richiama gli odori del porto al risveglio. L’aroma del caffè greco arriva dalla mia cucina mescolandosi a quello dell’acqua marina. Mi stropiccio gli occhi, guardo con rinnovata meraviglia l’orizzonte con la bianca corona delle case della Chora , indugio sulla mia amica Lucy, la cagnetta di Elias, sorrido ai gattini che giocano con le reti. Mi capita di rimanere a parlare sotto il pergolato con gli amici greci e di tanto in tanto rimanere seduto sul piccolo molo aspettando il rientro dei pescatori. Un sogno strano, un’angoscia sottile mi prende e mi fa risvegliare di soprassalto. Mi sto ammalando? L’isola è piccola , ha un presidio sanitario ma non c’è ospedale, non c’è un letto di terapia intensiva. Dopotutto perché uno scrittore non può ottenere tutte le emozioni che vuole da un’isola scontrosa ma amata…Meglio tornare a ragionare su quando potrò tornare nell’isola, la stanza è già affittata da un anno, avevo pensato di partire a meta Maggio , ma credo che non sarà possibile.

Il sogno mi mette davanti alla mia età, il pensiero, della malattia mi inquieta e mi suggerisce di restare a casa. Era vero per l’Ulisse omerico ed è vero anche per me. Siamo irresistibilmente attratti dalla nostra memoria delle cose, persone, luoghi e tempi. Questo ci spinge a viaggiare ma anche sulla via di casa.

Ma poi vorremmo sempre tornare indietro o fissare il passato una volta per tutte. Ma l’Ulisse omerico non aveva scelto la vecchiaia? Già , penso a Ulisse e penso anche che avrò tutto il tempo per tornare nella mia isola dalle ali di farfalla.

 

 

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Fare rete e sconfiggere l’isolamento tra joga bonito e sport challenge

“Sport has the power to change the world. It has the power to inspire. It has the power to unite people in a way that little else does. It speaks to youth in a language they understand. Sport can create hope where once there was only despair. It is more powerful than governments in breaking down racial barriers. It laughs in the face of all kinds of discrimination.”
N. Mandela

Con queste parole iniziava l’articolo di presentazione del volume “Marketing e management degli impianti sportivi” che presentammo nel Giugno 2019. Un’opera quantomai attuale, se vista dalla prospettiva dell’oggi, perchè metteva in luce le carenze e i bisogni di carattere infrastrutturale e sul piano governance delle imprese del settore sportivo. Del loro bisogno di crescere e di fare rete.

Si parla troppo poco dell’impatto che questa crisi ha e avrà sul mondo dello sport, non solo quello delle grandi realtà, ma soprattutto quello delle piccole società e associazioni, che svolgono un servizio complesso ed essenziale nella nostra società e che nonostante tutto continuano senza sosta e con coraggio a manutenere i loro impianti, a tenerli efficienti e pronti ad ospitarci tutti una volta ancora.

 

Per Caffè 19, l’autore di quel volume insieme a Stefano Magherini e al sottoscritto riprende il filo di quel discorso attualizzandolo con una breve riflessione.

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Antonello Macheda, laureato presso la scuola di Management dell’università degli studi di Siena nel 2018, è un economista aziendale, commerciale di professione presso il gruppo Piaggio di Pontedera nella divisione Piaggio Commercial, dirigente sportivo ed ex-allenatore di nuoto della Asd Polisportiva Olimpia di Colle di Val d’Elsa (SI). Da sempre sente una forte propensione verso il mondo dello sport, – ed in particolare verso quello natatorio, – che caratterizza buona parte della sua vita, dapprima come atleta, poi come allenatore ed infine come dirigente sportivo. Oltre allo sport, è appassionato di arte, fotografia e letteratura.

                            management impianti sportivi

 

Il mondo dello sport sta vivendo una crisi senza eguali. strano, non sentir parlare di calcio, di scudetto, e di sport, in un 2020 importante, in cui si sarebbero dovuti svolgere i giochi olimpici di Tokyo e molte altre manifestazioni sportive internazionali.

Nelle città italiane ormai deserte, in cui non è più possibile uscire, nemmeno per una passeggiata, gli sportivi di tutta Italia si stanno reinventando il modo di praticare attività sportiva tra le mura domestiche. 

C’è che si diletta a correre una maratona nel giardino di casa, i nuotatori si allenano muovendo le articolazioni nella vasca da bagno ( in particolare modo le gambe, il vero tallone d’Achille), i calciatori si esercitano nei palleggi o nei giochetti alla “Joga bonito”, i cestisti si esercitano facendo canestro ovunque, i tennisti si improvvisano amanti del ping-pong “da tavola”, poi ci sono gli amanti delle c.d. work out che grazie a video tutorial o dirette sui social dei personal trainer riescono a tenere in forma i propri affezionati. Una bella iniziativa promossa sui social da parte degli sportivi di tutte le discipline è la sport challenge, sfide utili a combattere la noia e a sentire più vicini i propri compagni di allenamento.

Allenarsi in un momento di difficoltà come questo, è utile non soltanto per mantenere o raggiungere una discreta forma fisica, ma serve soprattutto per distrarsi e liberarsi la mente dai cattivi pensieri che ci tormentano.

Lo sport non ha confini e né colori. Non è solo competizione, voglia di vincere, ma è soprattutto divertimento, aggregazione e voglia di liberarsi dai pesi della vita quotidiana, ed è proprio in un momento buio come questo che lo riscopriamo. 

..una volta ancora “Sport can create hope where once there was only despair“.

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L’esistenza come convivenza degli opposti

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Mirko Tondi è nato a Firenze nel 1977. Dopo la menzione speciale al premio Troisi (2005), ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi antologici (fra quelli anche un racconto per i Gialli Mondadori, 2010) e alcuni romanzi, tra cui l’ebook Come fili che s’intrecciano (Abel Books, 2012).Nel 2018 ha pubblicato la raccolta di racconti Vederci doppio (Robin Edizioni), ma il suo ultimo libro nel campo della narrativa è il romanzo Era l’11 settembre (Toutcourt Edizioni, 2020). All’inizio del 2020 ha dato alle stampe anche il volume Ricomincio da Firenze (Edizioni Il Foglio Letterario), un saggio cinematografico sui film girati e ambientati a Firenze e a cui hanno collaborato attori, registi, personaggi dello spettacolo, scrittori, giornalisti e blogger (alcuni nomi: Cristiano Militello, Antonio Petrocelli, Barbara Enrichi, Sergio Forconi e molti altri). Nell’autunno del 2015 ha fondato insieme a Chiara Novelli il Gruppo Scrittori Firenze, collettivo che intende promuovere la scrittura in ogni sua forma in tutto il territorio nazionale. Collabora con la rivista Il Foglio Online curando la rubrica “Brandelli di uno scrittore precario“

 

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Ciò che segue, per Caffè 19, è proprio un estratto del romanzo Era l’11 settembre, cui naturalmente auguriamo tutto il meglio, certi come siamo che il difficile periodo in cui ha visto la luce, che ha impedito all’Autore di poterlo promuovere come merita come è purtroppo successo ad altri libri, alla fine ne renderà solo più forte e duraturo il successo.

(Nando Barrella ha perso un figlio in un incidente stradale l’11 settembre del 2001. Ora, passati 15 anni, decide di fissare la sua vita su carta e si rivolge a un ghostwriter. Avviene così l’incontro di due decadenze: quella psicofisica dell’anziano che si sente responsabile della sua solitudine, e quella della società attuale di cui gli attentati al World Trade Center simboleggiano l’inizio. Entrambi i protagonisti vivono un senso di fallimento, ma dalla congiunzione delle loro fragilità e dal racconto della vita di Barrella, fiorirà una nuova spinta vitale.)

Mentre leggevo un libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, mi sono imbattuto in questa citazione di Fitzgerald: “Naturalmente ogni vita è un processo di demolizione”. La frase mi ha trascinato con sé non appena l’ho letta, e subito l’ho riversata su un taccuino; ma più che altro mi sono ritrovato a riflettere sul fatto che stessi trascrivendo le parole di un autore riportate da un altro autore, come in un geometrico gioco di scatole cinesi, l’una il contenitore dell’altra. Annoto frasi come questa per rileggerle un giorno e ritrovarmi in quell’esatto momento in cui le avevo scritte. Nel passaggio successivo dunque mi sono rivisto fra trenta o magari quarant’anni, quando avrei avuto più o meno l’età di Nando Barrella e probabilmente mi sarei ritrovato a rimpiangere con nostalgia quei momenti in cui già adesso, in realtà, rimpiango qualcosa che è avvenuto prima.

Mi sono lasciato risucchiare da questo vortice senza via d’uscita, giacché vivo di ricordi e sono destinato a ricordare, non solo per me ma anche per gli altri; allo stesso tempo so che un giorno tutto questo mi sarà insopportabile, fino a non voler più ricordare. La demolizione, trascorsa ormai la mia esistenza, sarà completa.

Al contrario, non so quale forza spinga Nando Barrella a voler ricordare a tutti i costi, al punto tale da dover pagare qualcuno per fossilizzare le sue memorie. Si tratta dello stesso meccanismo che attrae la maggior parte delle persone che si rivolgono a me: per quanto la volontà di dimenticare possa essere forte, prevale l’esigenza di raccontare, far riaffiorare il dolore anziché confinarlo nel territorio sperduto dell’oblio.

Penso di continuo al racconto di quel giorno, quando avvenne l’incidente. Dalla mia prospettiva vedevo un uomo completamente devastato da quanto gli era successo e, nonostante tutto, in grado di ripercorrere le sofferenze che l’evento aveva generato. Non posso saperlo con certezza, ma credo che perdere un figlio significhi essere uccisi in maniera lenta e studiata dal boia invisibile dell’autoannientamento; eppure la tortura, per quanto lunga e crudele, lascia solidificare la consapevolezza di averlo perso.

Da una parte il dolore distrugge e dall’altra l’accettazione costruisce, come due popoli antitetici, separati da un muro. Poi, un giorno, quel muro crolla e le due cose coincidono. Del resto ci sono in noi forze vitali contrastanti che riescono in qualche modo a stare insieme, a convivere nello stesso corpo.

L’uomo è un essere fatto di equilibri sottili e qualche volta, per qualche ragione difficile da comprendere, certi meccanismi funzionano pur sistemandosi a un passo dal disastro…(…)

 

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Il Maestro di Signa, la Madonna del latte e la par condicio (tra Siena e Firenze) dei Santi patroni

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, ci manda per Caffè 19 questo curioso e inedito articolo. E non sarà l’ultimo. Vogliamo ringraziarla, unitamente a Vito De Meo. Ida è diplomata presso il Liceo Artistico di Benevento, ha conseguito il diploma di restauro affreschi e poi la laurea in Beni Culturali presso l’Università di Pisa. Come restauratrice ha lavorato in Italia e all’estero, prendendo parte a importanti restauri come quelli su alcune opere di Giotto, Pontormo e presso la Basilica della Natività a Betlemme; più recentemente presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi.

FOTO IDA MOLINARO

 

L’affresco staccato conservato nel transetto sinistro all’interno della chiesa del SS. Salvatore a Castellina in Chianti (SI), è un mirabile esempio della tipologia iconografica della Madonna del latte, rappresenta la Vergine in trono con il seno sinistro scoperto, in atto di allattare il Figlio, circondata da due angeli nella parte alta e da due santi in basso: San Giovanni Battista a sinistra e probabilmente San Galgano a destra; l’affresco è inoltre inserito in una cornice realizzata in epoca posteriore in stile quattrocentesco, recante la scritta: Mater Divinae Gratiae.

Madonna del Latte di Castellina in Chianti

Quest’importante opera è stata attribuita sia a Bicci di Lorenzo (Firenze 1373-1452) che successivamente e più probabilmente a un suo allievo denominato Maestro di Signa, attivo nel XV secolo. L’opera in questione è sicuramente da inserire stilisticamente nell’ambito dell’arte fiorentina del Quattrocento, in essa infatti saltano agli occhi le eleganti volumetrie e i preziosi elementi decorativi che ne arricchiscono il trono, perfettamente collocabili nell’ambito della bottega di Bicci di Lorenzo. Egli però fu un artista che restò sempre legato al mondo tardo-gotico e alla pittura cortese, raramente si avvicinò alle novità rinascimentali. L’attribuzione dell’affresco a un suo allievo, il Maestro di Signa, risulta pertinente se consideriamo i numerosi elementi innovativi che lo distaccano in parte dalla bottega del maestro (a tal proposito possiamo confrontare l’affresco di Castellina con i tabernacoli di San Lorenzo a Greve, di Via San Zanobi a Firenze, di Castelbonsi a San Casciano e di Signa che hanno lo stesso soggetto); l’opera si caratterizza infatti con tratti molto vicini alle novità della Rinascita e possiamo inserirla temporalmente agli anni sessanta del Quattrocento; tratti però che allo stesso tempo si mostrano arcaici poiché l’opera conserva anche chiari caratteri tardo-gotici. Tutto ciò ci indica sicuramente un artista atipico per il periodo in cui opera. La sua personalità fu individuata da Federico Zeri, sulla base dello studio stilistico e iconografico realizzato sugli affreschi delle Storie della Beata Giovanna, nella Pieve dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Signa, datati 1460. Questa datazione certa, molto tarda però se consideriamo lo stile arcaico dell’artista, si scontra decisamente con un periodo inondato dalle novità rinascimentali e ha fatto sì che lo Zeri si soffermasse sulla ricerca di una nuova personalità artistica, comunque legata alla bottega di Bicci di Lorenzo. Dopo un lungo lavoro attributivo, possiamo oggi dire che l’artista fu sicuramente attivo a Firenze e dintorni, nel Valdarno, nella Val d’Elsa, nel Mugello e nell’Empolese.

Un recente studio ha proposto di identificare il Maestro di Signa con Antonio di Maso, l’unico allievo di Bicci che ancora oggi non ha opere attribuite. Questo artista infatti, coetaneo degli altri allievi del maestro come Stefano d’Antonio e Bonaiuto di Giovanni, ebbe una bottega propria a Firenze poiché vi risulta iscritto all’Arte dei Medici e degli Speziali ed ebbe molti e documentati contatti con Neri di Bicci, figlio del maestro.

Lo stile del Maestro di Signa può idealmente riassumersi nelle dicotomie tra l’arcaico e l’innovativo, il popolare e l’aulico, si caratterizza pertanto con uno stile elaborato, in cui le architetture di fondo, i numerosi personaggi spesso formali ma in descrizioni movimentate, la presenza di articolati decori con motivi a nastro intrecciato sugli elementi architettonici, costituiscono un chiaro richiamo a quelli usati nei cantieri brunelleschiani. Altro elemento importante e indice della sua sensibilità verso le novità rinascimentali sono sicuramente lo studio dello spazio e della luce, elaborati con la precisa volontà di ricerca su tridimensionalità e percettibilità chiaroscurale. Il ruolo più importante di questo artista fu quello di diffondere la cultura artistica fiorentina nei centri periferici, ebbe un notevole successo poiché questi erano maggiormente legati ad un gusto tradizionalista e meno permeati dalle innovazioni rinascimentali cittadine.

Nella carriera artistica del Maestro di Signa, il tema della Madonna con Bambino è un ben consolidato canone figurativo, più volte rintracciabile nei vari luoghi dove l’artista ha operato; suoi caratteri singolari sono la rigida frontalità che spesso ritroviamo nelle figura della Vergine, in forte contrasto col rapporto naturalistico madre-figlio; l’osservanza del rigido canone trecentesco che imponeva un ordine gerarchico nella dimensione dei personaggi raffigurati, l’attenzione si concentra così prima sulla Madonna, di dimensioni superiore agli altri componenti della sacra conversazione, poi a seguire su Santi e Angeli. Tutto ciò è da ascrivere probabilmente a precise richieste da parte di una committenza periferica e maggiormente legata a canoni tradizionalistici.

Un’altra caratteristica particolare, sempre dovuta alle committenze, è quella di inserire un Santo legato al luogo in cui l’artista realizza l’opera, con lo scopo di aumentarne la carica emotiva e devozionale; non dobbiamo quindi stupirci se nell’affresco castellinese, accanto alla figura di San Giovanni Battista (santo legato alla città di Firenze) troviamo uno dei patroni di Siena: il recente restauro infatti ha permesso una migliore analisi visiva del santo in questione e di identificarlo con San Galgano. L’essere giovane, con i capelli chiari esaltati da delicati riflessi biondi e la spada detta “della roccia” che egli tiene con una mano guantata (suo attributo principale), costituiscono un consolidato canone figurativo rimasto immutato dal ‘300 in poi nelle diverse rappresentazioni artistiche.

In conclusione, dopo un attento studio della personalità del Maestro di Signa e delle caratteristiche stilistico – iconografiche delle sue opere, possiamo dire che davanti alla Madonna del Latte di Castellina in Chianti ci troviamo in presenza di un’opera caratteristica poiché pur risentendo chiaramente dei dettami della bottega biccesca, in molti suoi particolari denota invece numerosi aspetti progressivi, di rottura e distacco dalla cultura figurativa tardo-gotica, proponendosi come una rielaborazione in forme più complesse e singolari. Il merito del Maestro di Signa è quello d’aver proposto, in un periodo dove gli elementi della rinascita erano di fondamentale importanza, una pittura comunque legata al passato e di farlo con un successo del quale é chiara testimonianza il grande numero e qualità delle sue opere.

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A Ponte a Greve/ In Ponte a Greve

italianoGiovanni Agnoloninarratore, saggista, traduttore e poeta, ha avuto la gentilezza e la disponibilità di capire subito cosa ci proponevamo con Caffè 19. Daltronde, i suoi Anticorpi letterari su Facebook, non hanno poi finalità assai diverse.  Il suo nuovo libro, il romanzo psicologico Viale dei silenzi, è uscito con Arkadia Editore il 17 ottobre 2019.

ingleseGiovanni Agnoloni (Florence, Italy, 1976) is a writer, a translator, a poet  and a cultural blogger. He right away perfectly understood our mission as Caffè 19, kindly collaborating with us. Not that difficult for him, if you look at his Anticorpi letterari Facebook page and its challenging mission! His new book, the psychological novel Viale dei silenzi has been published by Arcadia Editore on October, 2019. You can find the english version of this article here below, right after the italian one.

 

greve

In questi giorni di quarantena ho assistito a un prodigio: la visione di un mondo scomparso. E non perché – come dicono alcuni – il mondo di prima sarebbe finito. Il fatto è che ho ritrovato cose che forse non incontravo più da trent’anni. Le strade di Ponte a Greve deserte, Via Pisana dritta come un fuso, la prospettiva libera dall’ingombro delle auto. Solo qualche anima sporadica, diretta come me a fare la spesa nel piccolo alimentari davanti alla chiesa. Ritmo blando, lo scorcio del vecchio ponte sulla Greve che si staglia contro un cielo come neanche lo ricordavo.

Sembra un’istantanea degli anni ‘60 in cui qualche mese fa mi sono imbattuto su internet, con una signora che passava col bambino davanti al tabernacolo all’estremità opposta del ponte.

Vedendola, ho pensato che quel mondo, così vuoto e pacifico, non potesse più ripresentarsi. Adesso, però, le sfortunate circostanze della pandemia hanno aperto uno squarcio di assenza in cui quell’atmosfera si è nuovamente materializzata.

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Cerco di tirarmi su recuperando almeno una nota positiva in questo momento che non avrei mai immaginato di vivere. E il paradosso è che mi sento un po’ come in altre situazioni di vita di paese, durante alcune delle mie residenze letterarie in giro per l’Europa. Penso in particolare a Birr, nel centro dell’Irlanda, o a Tarazona, in Spagna. Dev’essere per via di questa dimensione di borgo, tornata a espandersi per effetto delle misure adottate dal governo. Il paese ha ripreso il sopravvento sulla città, spostandomi nel tempo e nello spazio proprio ora che la libertà di movimento è ridotta al minimo.

Faccio la spesa, carico il mio carrello portavivande e torno verso casa imboccando l’argine della Greve, che più o meno da una vita è il corridoio preferito delle mie meditazioni.

Le rotelle sobbalzano sulle gibbosità del sentiero, mentre in lontananza già vedo la piccola cascata che il torrente forma davanti a un vecchio mulino ristrutturato. Le case sulla riva opposta, colorate e coi panni stesi a sbattere piano su sostegni metallici, sanno di Quartiere degli Artisti praghese rivisitato in chiave moderatamente hipster. Così, almeno, pensavo prima. Adesso anche loro sono tasselli di uno spaziotempo alieno – o meglio, perso e ritrovato, in questo disgraziato marasma globale –, e forse un tacito viatico per una futura ripartenza meno caotica, isterica e atteggiata. Più silenziosa e genuina.

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During these days of quarantine, I’ve witnessed a miracle: the vision of a vanished world. And not because – as many people say – the world of before is over. The truth is that I’ve found again things that I hadn’t come across for over thirty years. The streets of Ponte a Greve are empty, Via Pisana is as straight as a string, its perspective free of cars and whatever obstruction. Just a few walking souls, bound like me to the small grocery store opposite the church. A slow pace of life, the view of the old bridge over the stream Greve standing out against a sky so blue that I can’t even remember.

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It looks like a picture from the 60s that a few months ago I found on the web, with a lady walking with her little son past the tabernacle at the other end of the bridge. Upon seeing it, I thought that such an empty and peaceful world would no longer reappear. Yet, the drama of the current pandemic has at least opened a gash of absence in which that atmosphere has materialized again.

I try to cheer myself up recovering one positive note in this moment, that I never expected I would live. And the paradox is that I feel a little bit like in other village-life situations that I experienced during some of my literary residencies around Europe. I particularly think of Birr, in the heart of Ireland, or Tarazona, in Spain.

It must be the effect of this hamlet-like dimension, that has expanded again due to the measures adopted by the government. The village has gained an upper hand over the city, shifting me in time and space right when our freedom of movement is reduced to a minimum.

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I buy some food, load my trolley and walk back home along the Greve embankment, which has been the favourite corridor of my meditations almost throughout my life. The casters jump on the humps of the ground, while, off in the distance, I can already see the little waterfall formed by the stream in front of an old renovated mill. The houses on the opposite bank, colourful and with hanging clothes rattling softly on metal props, remind me of Prague’s Art District, reinterpreted in a moderately hipster key. But that’s what I used to think before. Now they, too, are pieces of an alien spacetime – or rather of one that was lost but has been found again, in the unfortunate global chaos of this period –, and maybe a silent encouragement for a new beginning to come. Less chaotic, hysteric and pretentious. More silent and genuine.

Ringraziamo Giovanni Agnoloni per le foto

The photos are courtesy of Giovanni Agnoloni