XIC

 

Xavier Ilya Colosimos. Poeta, scrittore, giornalista e recensore infinitamente amato e stimato da chi ha avuto la fortuna di leggerlo e conoscerlo. Schivo fino all’inverosimile, i numerosi premi che le sue opere hanno conquistato in patria e anche all’estero gli sono sempre stati recapitati a casa, come la pizza. Infatti amava incontrare solo i suoi lettori, che sosteneva di riconoscere subito, dagli occhi e dalle domande che gli facevano, non amava pubblicare le sue opere se non sotto pseudonimo. In questo modo firmava anche i suoi articoli e le sue recensioni. Solo raramente usava le iniziali del suo nome, XIC. Alcuni sostengono fosse un vezzo, visto che il suo stile era sempre riconoscibilissimo. Ancora, non è mai stato tradotto in Italia. Non se ne sarebbe offeso, non amava molto le traduzioni. Diceva che tradurre le storie in parole scritte, in qualunque lingua inclusa la sua, era sempre e comunque tradire la forma più autentica di narrazione. Quella “narrazione primitiva” dello spirito laddove “le parole sono ancora dentro di noi come embrioni, l’anima rima col respiro e lo scorrere ritmato del sangue”.

I suoi scritti sono stati in massima parte rinvenuti nei diari, quelle agende da liceale, farcite d’inchiostro e coperte di adesivi che hanno sempre accompagnato la sua esistenza. Una vita singolare e tormentata quella di Xavier, che alla fine l’ha sommerso. Annota ancora nel suo diario che “presto mi sono pentito di scrivere e poi anche di vivere”.

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In possesso di uno stile e di un ritmo unici, cercava parole sfrontate che fossero capaci di “scavare ogni giorno l’indifferenza di animi induriti dalla rabbia e intorpiditi dalla vita con l’opera costante di una piccola goccia” ma anche versi che “possano far ruotare il mondo con la copia motrice di una tempesta[1].

In un’altra nota del suo diario si augura “di essere sufficientemente assennato da distruggere queste pagine prima che cadono in mani sbagliate. Anzi, ancora più sbagliate. Visto che sono già nelle mie, mani sbagliate per definizione. Mani di cui, molte volte, avrei fatto bene a non fidarmi troppo”. Ma non ne avrà il tempo. Né, forse, la voglia.

Era un viaggiatore instancabile.  Ma non documentava i suoi viaggi attraverso il suo blog o i social, come da qualche anno a questa parte va molto di moda. Anzi, quando partiva, sospendeva tutti i suoi account e le sue collaborazioni. “Viaggiare è spegnere la luce in città e accendere un falò nel bosco. È, deve essere, come stare in quarantena da tutto ciò che già si conosce” diceva. Poi al ritorno, raccontava i suoi “poemi imperfetti[2].  E il racconto, se era buono, doveva restituire in un’unica inscindibile soluzione, la mappa e l’album fotografico del suo itinerario. “Torno per aver voglia di partire ancora. Torno soprattutto per raccontare”. La sua casa, dopo il terremoto che aveva colpito il già povero distretto agricolo nel quale viveva, era una angusta roulotte. Come disse in un’intervista, tutto il suo universo dopo il big bang che aveva disperso il mondo in cui era conosciuto, era un tavolo, una sedia, una bottiglia. “un cavo elettrico consumato e singhiozzante, il mio cordone ombelicale col mondo[3]”.

Se ne perdono le tracce a Jos, Stato di Plateau, Nigeria, il dieci Marzo 2010[4].  Aveva solo 41 anni. O forse, chissà, in qualche dimensione ne ha ancora 46.

Ovunque sia, siamo onorati di averlo conosciuto. E di aver potuto leggere i suoi diari, grazie a sua sorella Antonia.

Qui pubblicheremo per la prima volta parti di alcune delle sue opere narrative e poetiche, nella speranza di poterle presto affidare alla cura di un vero editore.

[1] Discursos Mercuriales PP 76-77 Anno XV Nr 7 Luglio 2005

[2] La Noticia del Norte – 27/06/2003

[3] Sketchy Dreams Literary Review p 37-40 Anno VX nr 4 Settembre 1999

[4] El Nacional –Diarios de trabajo -11/03/2010

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