Bruna Sibille -Sizia, una storia affascinante e sconosciuta

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Bruna Sibille-Sizia, il fascino di una voce sommersa

Massimiliano Bellavista

26/02/2020

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo nella mia testa sono comparsi un uomo e una donna. L’uomo ogni giorno prende un tram. Questo tram è il numero 28, che ogni giorno lo riporta fedelmente a casa a Campo Ourique. Quando ne scende, spesso gli gira la testa: I sedili del tram, intrecciati di paglia resistente e sottile, mi portano a regioni lontane, mi si moltiplicano in industrie, operai, case di operai, vite, realtà, tutto. Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita. La donna invece, in un’altra città e in un altro tempo, prende il numero 2, un tram di colore verde che spartisce il lungo viale come un vascello il mare. …le luci dei finestrini balenano/ come manciate di stelle/gettate sul rettilineo deserto. Anche per lei quel tram è un’abitudine quotidiana, che la accompagna negli ultimi anni della sua vita. Certo, si parla una vita più lunga di quella dell’uomo, e di un capolinea meno improvviso e inatteso. Ma si tratta pur sempre di un capolinea.

Quei due tram, il numero 28 e il numero 2, attraversano sferragliando il novecento letterario. Solo che uno è famoso, famosissimo, tanto che a Lisbona oggi per ogni turista è un itinerario immancabile: è il tram di Pessoa. Il numero 2 ha una storia ben diversa, anzi più che un tram sembra trattarsi di un Train de vie perché come nell’omonimo film non si sa bene per quel che lo riguarda dove finisca la realtà e cominci la fantasia. Quello è il tram di Bruna Sibille –Sizia, scrittrice misconosciuta di cui probabilmente nessuno di voi ha mai sentito parlare, anche se lo scrittore Tito Maniacco la definì con sicurezza La nostra prima e miglior narratrice in prosa degli anni Cinquanta, nonché, in assoluto la più rimossa della letteratura friulana in lingua italiana. Quei due tram sono metafore di tutta una vita. Una vita che per Bruna Sibille-Sizia da tanti, troppi anni, si svolge in direzione ostinata e contraria ad ogni successo, riconoscimento o anche solo momentanea gratificazione letteraria. E sì che la sua carriera di scrittrice era partita bene, subito dopo la guerra, con la segnalazione al Premio Viareggio e la stima di autori importanti. Ma poi quasi più niente. Una vita solitaria, ma non per questo isolata, anzi a tratti aperta al mondo e alle esperienze umane ma fatta di molti silenzi, su cui i frequenti colpi di un destino avverso hanno dato alla scrittrice innumerevoli e dolorose occasioni di riflessione. Così, visto che come spesso le è accaduto anche in questo caso nessun editore si è fatto avanti, a quasi ottant’anni stampa a sue spese un piccolo volumetto, un quaderno raccolto da una copertina di cartoncino bianco. Il libro, semplice nell’aspetto ma potente nei contenuti, non è in vendita, è per gli amici. Al centro il titolo “La pioggia sui vetri”. Al posto della sigla editoriale, il suo nome. È lei, come spesso le è accaduto, la solerte editrice di sé stessa. Insomma, nel 2003 esce un volume così scarno e semplice da parere una sorta di testamento. E forse, per certi versi, lo è.

La lirica ventisettesima senza titolo, come ci informa Martina Delpiccolo nel suo recente libro ‘Una voce carpita e sommersa’ dedicato proprio alla scrittrice, inizia così: Da quanti anni/viaggio in questo tram/numero due color verde…. E poi continua: Solo ora ho capito/che da tanti anni/viaggio in questo tram/inseguito dalla notte/frustato dalla pioggia/invaso dalle fogli secche/che turbinano nel vagone./sono il solo passeggero/tu sei il solo che al capolinea/attende questo tram/numero due color verde/che viaggia da tanti anni/per condurmi a te. Quel tram ha compiuto varie fermate, e l’autrice non le ha mai chiamate. Qualcuno, forse il destino, lo ha fatto per lei. La prima fermata la vede in un Friuli sconvolto dalla guerra: non fa in tempo a scendere dal tram poco più che bambina, senza il padre Gerardo, colonnello e decorato reduce di Russia internato in Germania dal ‘43 al ’45, che la sua adolescenza evapora tra atrocità e violenze fisiche e morali di ogni tipo. Diventa presto donna e partigiana, col nome di Livia. Scriverà: La mia vita esteriore/è una donna di ferro/La mia vita interiore/è una bambina che piange. E sarà sempre così, Bruna Sibille Sizia, apollinea e dionisiaca nelle stesse quantità, Livia, Sibilla e bambina e perciò in perenne tensione interiore. I bambini, a proposito, in un mondo normale dovrebbero andare a scuola e non recapitare messaggi ai partigiani. Ma la vita di quegli anni è tutto fuorché normale. Ma è scuola o manicomio? Nelle classi il compito e la Lutwaffe nel giardino!!!  – scrive nei suoi diari, minuziosamente tenuti forse per mettere in grado il padre, al suo ritorno, di colmare i vuoti temporali della sua forzata e lunga assenza.

Come se non bastasse nell’agosto 1944 arrivano in Friuli le sciabole dei cosacchi a cavallo, come usciti da un racconto di Salgari, ma di eroico hanno ben poco: sono i feroci mercenari dei tedeschi nazisti, quelli incaricati del ‘lavoro sporco’ contro la popolazione e i partigiani, in cambio di vaghe promesse territoriali riguardanti proprio il Friuli. E lei, Livia-Bruna. scrittrice del vissuto, si incarica di un lavoro ambizioso e doloroso: è infatti grazie a questa ‘letteratura del vissuto’ che tante figure umane altrimenti dimenticate arrivano tanto nitide ai nostri giorni. Partigiani, cosacchi, vittime, carnefici, luoghi distrutti dai bombardamenti. Tutto questo trova vita in romanzi di grande spessore, ma che non riescono mai editorialmente a spiegare le ali, a farsi conoscere.  Anche la Delpiccolo, nonostante uno studio di anni, non se lo sa spiegare fino in fondo.  Eppure si tratta di una scrittrice che vanta anche due importanti primati: è stata la prima ad occuparsi della storia dell’occupazione cosacca in Friuli durante la Seconda Guerra Mondiale, una storia particolare e che sarà ripresa con maggiore fortuna editoriale da Claudio Magris; ma fu anche la prima ad ambientare un romanzo nel Friuli del terremoto del 1976 (ne ‘Un cane da catena’).

La nostra scrittrice sommersa nelle sue opere tratta la materia sfuggente della morte in modo davvero peculiare. Senza mai cadere nella retorica o nel già sentito. In ‘Prima che la luna cali’, suo esordio letterario nel 1946 (qui il nostro tram letterario fa un’altra importante fermata), quando ha appena diciannove anni, premiato anche da Pier Paolo Pasolini, il racconto, messo poi in scena come atto unico, si apre con la vista di sette bare e sette cadaveri. Dentro le bare, dei non morti. Sono non-morti, sì, ma non sono affatto zombie: non sono solo soldati o partigiani che si sono anche uccisi l’un l’altro, ma c’è anche una donna. Narrano storie di guerra, ma anche di razza, terra, morte, vita, memoria, tempo, Dio. I sette morti sul palcoscenico sono irrequieti, si agitano, e non perché ci siano tra loro dei conti da saldare, su questo anzi riescono ad essere anche ironici. No, tra di loro va tutto bene. È che quei morti hanno ancora molto da insegnarci su come si è vissuto e invece si dovrebbe vivere, sull’insensatezza della violenza e della guerra, sul male e sul bene, sul valore della memoria. Ma c’è un termine per questo gioco per queste confessioni. Tutto questo il pubblico lo deve capire ‘prima che la luna cali’, perché è proprio la luna a tenerli in vita. C’è in quest’opera l’eredità dell’Irvin Shaw di ‘Bury the dead’, certo, ma ci sono molti aspetti originali e differenze notevoli rispetto a quell’opera.  C’è soprattutto la volontà, che ci sarà sempre nella scrittrice, di non fare tramontare la memoria e i valori della Resistenza perché la letteratura può essere un soffio di vita e la civiltà è come la brace. Soffiate, soffiate e tornerà ad ardere.

E poi, ogni scrittore in fin dei conti è un’impresa letteraria che lavora tanto a debito che a credito. Qualcuno ha fatto affidamento più marcatamente sull’uno o sull’altro aspetto. Nel caso della scrittrice friulana sono davvero molti di più i crediti. Se infatti da un lato nel volume della Delpiccolo si decifrano le influenze di altri scrittori e delle vaste letture della Sibille-Sizia sulla sua futura opera, dall’altro molto più eclatanti e affascinanti sono i suoi ‘crediti’. Se non ci credete, leggete nel volume quanto ‘L’armata dei fiumi perduti’ di Sgorlon sia debitore, non solo nei contenuti, ma anche formalmente in interi passi, del suo ‘La terra impossibile’, o di quanto debba alla scrittrice friulana il Magris di ‘Illazioni su una sciabola’. Ma sono altre ancora le fermate del ‘tram-vita’: una è rappresentata dal terribile terremoto che ha colpito la sua terra. Il terremoto è come la terza guerra mondiale, fa vittime, feriti, sfollati, alienati, dispersi esattamente come i combattimenti. Distrugge le case, che non si ritrovano più e, dall’orologio del campanile sono intanto ‘cadute’ le lancette dell’orologio. Qui l’emozione è forte e a chi scrive viene in mente un’angosciante teoria di orologi italiani dai quadranti fermi: 3.32 è il tempo che segnano le lancette della chiesa di Sant’Eusanio a l’Aquila, 3.36 quello dell’orologio del campanile di Amatrice, 4.50 l’ora segnata dal Palazzo Ducale di Castelpoto. E poi mi viene in mente il bellissimo passo scritto dal friulano Mauro Daltin ne ‘La teoria dei paesi vuoti’: la mia prima frattura, il mio primo orologio fermo è quello delle 21.03 del 6 Maggio 1976 (…) nacqui trentacinque settimane dopo, il giorno di Santo Stefano… Figlio del terremoto, così mi chiamavano le maestre delle elementari perché non riuscivo a stare fermo tra i banchi…”.  E da Portis si potrebbe idealmente andare a Tricesimo, dove il compianto poeta friulano Pierluigi Cappello, cui è stata intitolata nel 2018 la Biblioteca proprio della Tarcento di Bruna Sibille-Sizia, viveva in una delle baracche offerte dal governo austriaco ai terremotati.

Si trattò di un duro colpo per un popolo abituato alla certezza ed alla solidità del focolare e anche per la scrittrice, che per questa e molte altre ragioni ebbe una vita povera di soddisfazioni e anche di mezzi finanziari. E assai singolare e avara fu anche la sua vita dal punto di vista degli affetti se, poco dopo la sua morte, la sorella maggiore Silvana fa qualcosa che ha davvero del surreale: pubblica i suoi personali diari dei fatti di guerra. Ma non, come si potrebbe pensare, per collegare la sua memoria a quella della sorella o per tenerne viva la memoria, ma per affossarla, sostenendo che Bruna Sibille-Sizia fosse una sorta di millantatrice, che si fosse, letterariamente, inventata un’esistenza da partigiana ‘eroica’ e sopra le righe, quando la realtà era ben altra, e che per farlo avesse in pratica messo in ombra o addirittura ‘ distrutto’ la reputazione dei genitori e della sorella, sostenendo che a lei la guerra le scivolasse addosso. Basteranno per confutare queste illazioni le ottime e puntuali pagine della Delpiccolo. In questo, Martina Delpiccolo sembra davvero lei la sorella affezionata che la scrittrice non ha mai avuto: nelle pagine di ‘Una voce carpita e sommersa’ non si percepisce solo la cura di una attenta biografa, la competenza di una ricercatrice, la viva curiosità del giornalista che conduce un’inchiesta ma anche un sincero e affettuoso legame personale con uno scrittore sommerso, un legame che va oltre il tempo.

E poi il tram-vita arriva inesorabilmente al capolinea. Peccato, perché nel frattempo la voce della scrittrice ha acquistato un peso e una profondità straordinari. Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea, diceva Sbarbaro in un aforisma di ‘Fuochi fatui’. Bruna Sibille-Sizia sarà arrivata felicemente al suo? Non lo sapremo mai. Il capolinea, l’orizzonte degli eventi di una vita e ancor più della vita di uno scrittore è per definizione inconoscibile e invisibile agli occhi, forse anche per questo è così affascinante: come il silenzio, non lo si può nominare, pena il distruggerne la stessa esistenza. E torniamo al libretto con la copertina di cartoncino bianco del 2003, senza prezzo di vendita, che riporta delle magnifiche poesie. Anche queste fanno parte dei libri della scrittrice passati sotto il colpevole silenzio di editori e critici, salvo poche eccezioni. L’Autrice, lo si vede bene, non ne ha davvero colpa: nella sua vita c’era tutto quello che serve ad uno scrittore, talento, esperienza, originalità, costanza, carattere. Forse, provocatoriamente si potrebbe sostenere che l’unica ‘colpa’ dell’autrice è da ricercarsi nel nome. Nomina sunt omina, in fondo. E il suo riecheggiare le sibille fa pensare al mistero, al fatto che la letteratura per sue insondabili ragioni a volte ha bisogno di oscurità e silenzio proprio come i vaticini. Forse esistono storie ‘indicibili’, storie che devono, chissà perché e chissà come, continuare a stare tutte sepolte nel chiuso mistero di una vita. Sommerse.

Letteratura e corona virus: per un esorcismo letterario

Se la letteratura ha o dovrebbe avere una funzione terapeutica sia sul piano fisico che su quello morale, e può servire a calmare l’isterismo di massa di queste ore, è bene chiamarla in notro aiuto. Questo articolo si propone di compiere questo esorcismo, richiamando voci che sono state capaci di trasformare le difficoltà in occasioni, l’isteria collettiva in occasione di bellezza. Cosa abbiamo da perdere? Al più ne ricaveremo qualche utile ‘suggerimento per la lettura’ durante le quarantene. E’ infatti probabile che la letteratura, almeno quella italiana, debba alcune tra le sue più memorabili pagine proprio alle epidemie. Del resto, non mancano i precedenti ancora più antichi e illustri: le pagine di Lucrezio ad esempio, o quelle di Tucidide che descrivono la peste in Atene

Dica pure, riguardo a questo argomento, ognuno, medico o profano, in base alle proprie conoscenze, quale sia stata la probabile origine, e quali cause ritiene capaci di procurare un siffatto sconvolgimento; io descriverò come (la pestilenza) si sia manifestata, ed esporrò chiaramente quei sintomi dai quali la si possa riconoscere, essendone informati, se colpisse di nuovo, perché io stesso ho avuto la malattia e ho visto gli altri soffrirne“.

Quanto all’Italia, non  occorre mica riferirsi solo al Boccaccio, dove nel Decameron è l’epidemia che imperversa in Firenze a fornire la cornice narrativa della storia. Ma di cornice, appunto, si tratta:

Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo,
quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa era stata inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvagie azioni e per correggerci. Era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario.

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A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi. Né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi.(…)

E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.

Un ruolo da protagonista l’epidemia invece la gioca ne ‘ I promessi sposi‘ e nelle vicende milanesi di Renzo e Lucia.  La peste nera del 1630 colpisce non solo Milano ma tutto il Lombardo-Veneto. Ne ‘La Colonna Infame’ Manzoni si riferisce a quella costruita sulle rovine della casa milanese di Gian Giacomo Mora, accusato ingiustamente dalla voce (isterica) di popolo insieme a Guglielmo Piazza di essere un  ‘untore’ della peste stessa.

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«QUI SORGEVA UN TEMPO LA CASA DI GIANGIACOMO MORA INGIUSTAMENTE TORTURATO E CONDANNATO A MORTE COME UNTORE DURANTE LA PESTILENZA DEL 1630.”… È UN SOLLIEVO PENSARE CHE SE NON SEPPERO QUELLO CHE FACEVANO, FU PER NON VOLERLO SAPERE, FU PER QUELL’IGNORANZA CHE L’UOMO ASSUME E PERDE A SUO PIACERE, E NON È UNA SCUSA MA UNA COLPA”. Alessandro Manzoni, Storia della Colonna infame»

E non è solo Manzoni a cercare di esorcizzare il male e trasformarlo in memento, in esortazione verso la razionalità: ci pensavano anche i bambini, dal Seicento, che dopo il girotondo si inseguivano cercando di toccarsi e dicendo «Ti ghe l’è, ti ghe l’è, ce l’hai, ce l‘hai!», alludendo al contagio.Gli inglesi inevece, a Londra durante la peste del 1665 cantavano una filastrocca che si conosce ancora : Ring a ring o’roses / A pocket full of
posies / A-Tishoo, a-tishoo / We all fall down!
E questo canto, nonostante le apparenze, non è meno disperato del primo perché il girotondo in questo caso almeno alle origini non è un gioco, direi che piuttosto è una specie di danza macabra, dato che in origine quella canzone era più che altro un modo per addolcire l’idea della morte nell’immaginario dei bambini.  La morte era ingentilita dall’immagine della collana di rose, ovvero i mefitici bubboni che fiorivano prima attorno al collo, e da essa i bambini dovevano apprendere che non ci si poteva difendere, se non provando a riempire le proprie tasche e i propri respiri di erbe odorose ( a pocketful of posies).

E da lì si va avanti in una sequela che si potrebbe allargare a macchia d’olio, proprio come un virus, ma stavolta benefico se serve a vaccinarci dall’ idiozia, a molta letteratura europea e mondiale.

Certo,  il Thomas Mann de ‘La morte a Venezia’, non si può non menzionare:

Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrato un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. […] Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria […] Il nord della penisola era rimasto immune; ma a metà maggio di quell’anno i terribili vibrioni erano stati rinvenuti a Venezia, in un medesimo giorno, sui cadaveri nerastri e scarniti di un mozzo di nave e di una fruttivendola. Fu imposto il silenzio sui due casi, ma nello spazio di una settimana erano saliti a dieci, venti, trenta, e per di più in diversi quartieri.

E nemmeno si può omettere il Camus de ‘La Peste’ con la malattia metafora di ogni male, ma da cui di deve cercare di guarire perchè è quello, il morbo morale, il più contagioso e insidioso, arduo da debellare “Il microbo è cosa naturale, Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile.”

Gli fa eco il di Saramago di ‘Cecità’ dove un uomo alla guida della sua auto, mentre è in attesa che il semaforo diventi verde, all’improvviso non vede più nulla. è l’inizio di una epidemia dove però a differenza di Camus  la metafora è più quella dell’indifferenza, del menefreghismo da cui è affetta la società: È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria.

E poi c’è tanta buona fantascienza, ovviamente.

Su tutti, almeno per me, ‘L’ombra dello scorpione (The Stand)’ di Stephen King, che inizia con la morte di quasi tutta la popolazione dell’America settentrionale a seguito degli effetti di un’arma batteriologica sfuggita al controllo dell’uomo: il virus, mutazione di quello dell’influenza è caratterizzato da un tasso di infettività del 99,4% ed un tasso di mortalità per gli infetti del 100%.

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Ma andando indietro nel tempo, come non ricordare il classico  ‘Il giorno dei trifidi’ di John Wyndham con l’epidemia di cecità, tanto per cambiare, apre la porta ad una invasione di mostri verdi.

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o l’apocalittica pandemia di ‘Earth Abides’ di George R. Stewart.

 

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C’erano una volta i poeti favolisti

Tre sommersi di accezione nel mio nuovo articolo appena pubblicato

crudeli prignotti fiacchi

Crudeli, Pignotti e Fiacchi. C’erano una volta i favolisti…

Massimiliano Bellavista

19/02/2020

Rudyard Kipling scrisse una volta una poesia che iniziava così: Quando si vuole che resti alcunché celato, poiché la verità è di rado amica delle folle, gli uomini scrivono favole, come il vecchio Esopo, scherzando su ciò che nessuno oserebbe nominare. E ciò fanno per necessità o accadrebbe, altrimenti, che, non piacendo, non sarebbero affatto ascoltati. La poesia si intitola “I Favolisti” e Kipling la compose nel 1917. Il sottotitolo, “1914-1918”, avessimo ancora dei dubbi, la situa nella storia ancor più precisamente rendendo lampante a tutti a quali verità scomode e pertanto celate l’autore volesse alludere. Il Novecento, con le sue atroci guerre mondiali si era divorato e aveva già a quel tempo sommerso tutto un genere, quello dei poeti favolisti. Parlarne adesso è qualcosa di più che riportare a galla dei sommersi, è un’operazione degna di un batiscafo letterario.

Non che l’Ottocento si fosse comportato molto meglio con le favole in versi, ancorché i Romantici ne esaltassero le possibilità di levare le briglie alla fantasia, pur trovandolo complessivamente come genere un po’ compassato e vecchiotto. Fu infatti essenzialmente grazie ai perfetti congegni poetici del La Fontaine che le favole in versi conquistarono il mondo nel Settecento, secolo di assoluta grazia del genere, in cui non c’era angolo d’Europa che non vi si cimentasse. Non c’era aspetto della vita quotidiana che avesse un pur recondito risvolto morale che non venisse esplorato o messo alla berlina. La cosa curiosa è che in quel secolo la regione in Europa dove questo particolare tipo di poeti si trova più concentrato è proprio la Toscana. In Europa a quel tempo bisognava viaggiare molto per trovare favolisti di livello: in Inghilterra Gay o Moore, in Germania Gellert o il più conosciuto Lessing. In Italia e in Toscana non c’era da girovagare molto, bastava spostarsi da Poppi a Figline Valdarno fino a Scarperia.

Tommaso Crudeli il casentinese, Lorenzo Pignotti il valdarnese, Luigi Fiacchi detto Clasio il mugellano; probabilmente quanto di meglio l’Italia poteva offrire in quel momento. Anche perché era facile allora per i poeti indugiare in mode e pose di maniera affatto originali che facevano durare i loro componimenti più o meno lo spazio della vita di una farfalla: imperversavano i sonetti e le canzoni per nozze, nascite, monacazioni, ricuperata salute, mascherate, lauree, quaresimali, cantanti, danzatrici, messe novelle, doni divini, di frutta, di fiori, passeggiate, ogni minimo caso della vita giornaliera, come la caduta di un ventaglio, un dolor di capo, una bizza, una contesa, una cavata di sangue. Tutti e tre invece scrissero cose destinate a durare pur avendo caratteristiche assai diverse, sfumature e interessi differenti derivanti dal corso talvolta peculiare delle loro vite.

Il Crudeli ebbe un singolare destino, in quanto fu in vita tanto provocatore e imprudente quanto i suoi epigrammi e ciò gli valse l’attenzione del Sant’Uffizio. E della poi abolita Inquisizione. Nel 1745 fu l’ultimo martire, visto che la sua vicenda portò proprio alla soppressione del Sant’Uffizio fiorentino e la successiva abolizione della pena di morte in Toscana, primo stato al mondo, giova ricordarlo, ad averla messa al bando. Il Pignotti dei tre è da sempre considerato il migliore. Di conseguenza si tratta del migliore dei favolisti italiani del Settecento. Storiografo granducale, incontrò Napoleone per tentare di dissuaderlo dall’occupazione del porto di Livorno nel giugno del 1796. Pare che Napoleone lo abbia colto con grandissima cortesia, ricordandogli che suo fratello maggiore, Giuseppe Bonaparte, era stato suo alunno a Pisa. Da cui discendono due considerazioni: la prima è che il mondo era piccolo anche allora, la seconda che Napoleone si intendeva anche di favole e doveva possedere un buon grado di autoironia.

Nel vasto repertorio del Pignotti infatti, ci sono molta satira ed ironia, e tutto ciò fa bella mostra di sé ne “La volpe scodata”, che inizia così: Sotto l’adunco dente/di tagliola tagliente/una volpa la coda avea lasciata/e la sua vita a gran stento salvata.  Arriva il giorno della grande adunata annuale delle volpi e lei si mette in un angolo, defilata, si sarebbe detto con la coda tra le gambe, se solo l’avesse ancora avuta. Poi, le viene in mente come nascondere il suo problema: Cominciò con forza a declamare/(…)/contro la strana moda/ di portare la coda. Geniale. L’animale illustra con convinzione quanto quelle loro gran code si impiglino in ogni dove, si riempiano di sporcizia, costituiscano addirittura un pericolo e conclude: Or sarei di parere/che con pubblica legge s’ordinasse/ch’ogni volpe la coda si tagliasse. Capolavoro di retorica convincente a tal punto che quasi viene preso sul serio dall’Assemblea; non fosse che una volpacchiotta, che di sua coda aveva vanità, le chiede, letteralmente, di “mostrare il di dietro”. Succede allora che A voltarsi la volpe allor costretta, /mostrò le sue disgrazie, e colle risa/la question fu decisa./ Ognuno i suoi difetti e i suoi mali/ render vorrebbe al mondo universali.

Il Clasio invece non si fece molto coinvolgere dalla politica, se ne stava appartato, interamente dedicato ai suoi studi, pienamente a suo agio nelle Accademie, dove poteva fare sfoggio delle sue capacità. Gli animali che si aggirano nelle sue poesie hanno ben poco di animalesco, sono dei filosofi mascherati, degli esseri a tratti un po’ malinconici e disillusi. Ma sotto sotto, anche lui è feroce col suo mondo. Tra tutte le sue storie, davvero molte e assai gustose, citiamo quella de “L’asino che porta il concime e quindi i fiori”. Quando passava per il paese carico di concime ciascun che l’incontrava a si molesto / fetor chiudeasi il naso, e si fuggia, mentre l’asino pensava invece di incutere timore e rispetto ai suoi compaesani. Quando transitava per le vie del centro di ritorno dai campi carico di fiori all’apparir dell’asino fiorito/ vennergli incontro i cittadini a schiere/chi voleva odorare, e chi vedere, la bestia riteneva di essere omaggiato come una star.  Ci vuole allora il cane del contadino a riportarlo coi piedi per terra. Quel cane lo apostrofa così: O barbagianni, / nel tuo creder così quanto t’inganni! /tutti della città gli abitatori/fuggon dal concio, e non a te fan loco:/ corron si tutti alla beltà de’ fiori,/ma non pensano a te punto né poco,/Si disse il cane da persona esperta,/ e l’asino rimase a bocca aperta.  E come altro poteva rimanere?

Sotto queste parole apparentemente lievi, non era infrequente che i nostri tre celassero verità assai scomode, satira non gradita ai potenti dell’epoca, addirittura si dice contenuti in codice a beneficio di poche orecchie esperte. Ma che è successo quando su questo genere si son spenti i riflettori? È successo che di loro tre a cominciare dalle scuole si legge poco e si sa ancor meno. Ma questo i favolisti lo sapevano bene e, conoscendoli un po’, direi che non se la sono presa, almeno a giudicare da come si chiude la poesia di Kipling che citavamo all’inizio: Questo fu il sigillo che serrò le nostre labbra, questo il giogo cui siamo sottoposti, negando a noi stessi ogni piacevole compagnia confacente al tempo e alla nostra generazione. I piaceri non perseguiti diventano rimpianti, e quanto ai dolori – non si è affatto ascoltati. Quale uomo ode altro che il brontolio dei cannoni? Quale uomo si cura d’altro che di quel che porta l’attimo? Quando la vita di un uomo supera ogni vita immaginata, chi mai troverà piacere nell’immaginare? Così è accaduto come proprio doveva accadere, e noi non siamo, né fummo, affatto ascoltati. Sì, non se la prenderanno, a patto che ogni tanto li leggiamo ancora. Così “c’erano una volta” diventerà “ci sono ancora”.

Il 22 Febbraio con Luca Betti e Fulvio Mazza per Recensio

Il prossimo 22 Febbraio a Siena, nell’ambito del progetto “Recensio” avremo occasione di aggiungere un altro tassello al progetto che va avanti da Ottobre 2019 con gli studenti dei Licei (saremo nell’Aula Magna del Liceo Classico). Parleremo di “quello che succede dopo” la redazione di un testo letterario con chi, quotidianamente, si confronta con lo scouting di talenti letterari e con le problematiche di editing e rappresentanza degli stessi autori presso le Case Editrici e, dall’altra parte,  con una nota Casa Editrice che ci illustrerà le peculiarità di un mestiere assai difficile ma essenziale nell’Italia di oggi,  in bilico tra esigenze di mercato, promozione, culturali e sociali.

Gli ospiti:

Fulvio Mazza, Direttore di Bottega editorialeBottega editoriale è un’Agenzia letteraria con sedi a Roma e Rende (Cs).

Luca Betti, fondatore, nel 1991, della Betti Editrice, che tutt’ora dirige. La casa Editrice da tempo svolge una interessantissima opera di promozione del Territorio. Da Siena e da una maggior attenzione alla saggistica legata all’area senese, negli anni la produzione si è arricchita con un buon catalogo di monografie di artisti, saggi di filosofia e storia contemporanea con uno sguardo all’intero territorio Toscano e a tematiche di interesse nazionale, non dimenticando uno spazio specifico per il pubblico dei più piccoli (collana Betti Junior).

Fulvio Mazza , giornalista e saggista è il direttore di Bottega Editoriale. La coordinatrice aziendale è l’agente letteraria Antonella Napoli.
I principi redazionali che stanno alla base dell’attività di Bottega editoriale sono racchiusi nel Nuovo Manuale pratico di Scrittura, Rubbettino, (www.store.rubbettinoeditore.it/nuovo-manuale-pratico-di-scrittura.html ), giunto alla sua terza edizione.
Enfant prodige dei servizi editoriali, l’azienda vanta un ricco Portfolio. Fulvio è autore/curatore di oltre cinquanta saggi sulla Storia politica e culturale per conto di vari editori fra cui: Città del Sole, Esi, Franco Angeli, Istituto dell’Enciclopedia italiana (“Treccani”), Laterza, Pellegrini, Rubbettino.
Ha svolto/svolge collaborazioni e docenze presso l’Università della Calabria, l’Università della Basilicata e l’Università di Bari, nelle materie di Storia, di Comunicazione e di Editoria.
Giornalista dal 1990, è stato/è articolista di varie testate, fra cui “Banca e Finanza” (Mondadori), “il Quotidiano del Sud”, “Prima comunicazione”.
Per una sua produzione giornalistica e saggistica, cfr.: www.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=solr_iccu&resultForward=opac/iccu/brief.jsp&from=1&nentries=10&searchForm=opac/iccu/error.jsp&do_cmd=search_show_cmd&item:5032:Nomi::@frase@=IT%5CICCU%5CCFIV%5C015309

Luca Betti, classe 1961, si occupa fin da giovanissimo di fotografia, appassionandosi però alla comunicazione editoriale a partire dalla metà degli anni ’80. Nel 1992 dà vita alla Betti Editrice, con il volume “Pallium”, che raccoglie le immagini di tutti i drappelloni realizzati per il Palio di Siena da artisti più o meno noti, il primo di una serie di testi nati dalla volontà di promuovere il territorio, la storia e le tradizioni.

Da Siena e da una maggior attenzione alla saggistica legata all’area senese, negli anni la produzione si è arricchita con un buon catalogo di monografie di artisti, saggi di filosofia e storia contemporanea con uno sguardo all’intero territorio Toscano e a tematiche di interesse nazionale, non dimenticando uno spazio specifico per il pubblico dei più piccoli con la collana Betti Junior.

La narrativa, che occupava uno spazio residuale, dal 2014 ha visto crescere in maniera esponenziale i titoli in catalogo raccolti nella collana Strade Bianche, che coniuga la vocazione per il legame con il territorio, alla ricerca di voci e linguaggi nuovi. Strade Bianche ospita romanzi e racconti che narrano la Toscana, dalle città ai piccoli borghi seguendo personaggi e strade poco battuti, a volte inconsueti. È in questo ambito che nel 2017 nasce il premio di narrativa sulla Via Francigena, che ha raccolto l’interesse del mondo editoriale e degli autori emergenti sia in Toscana che oltre i confini regionali.

Nel 2019 vede la luce una nuova collana, I LABIRINTI, dedicata esclusivamente a racconti, con diffusione nazionale.

Una produzione differenziata per tematiche e generi è elemento distintivo della Betti Editrice che, fin dalla sua nascita, si muove nel mondo editoriale cercando di far convivere e tenere in equilibrio il rispetto della storia e delle tradizioni con la curiosità per l’innovazione e i linguaggi contemporanei. Dalla gestione del progetto grafico, all’impaginazione, dalle strategie di comunicazione a quelle  distributive, la Betti Editrice segue ogni aspetto legato alla vita di un opera letteraria grazie alla collaborazione di un team di professionisti specializzati nei singoli settori.

Nella vita privata Luca Betti è attivo nel mondo dell’associazionismo, riveste ruoli dirigenziali nel Lions club senese e toscano, socio dell’Accademia dei Rozzi e ha presieduto diverse associazioni culturali. Ha condotto diverse rubriche culturali sulle radio locali. È appassionato di escursionismo, di alpinismo, di musica in vinile; ama la sua Contrada, la Chiocciola, e la sua Kawasaki custom gialla e non ha mai smesso di interessarsi alla fotografia. È portavoce della CNA toscana per il settore editoriale.

 

 

 

 

Raffaello Brignetti: io nuoto da solo. Il destino singolare degli scrittori ‘di mare’.

raffaello brignetti

Il mare come Grande Esecutore. Raffaello Brignetti nuota da solo

Massimiliano Bellavista

12/02/2020

Nella letteratura italiana non c’è molto mare, nella testa dei lettori anche di meno a giudicare dall’infelice parabola di molti autori considerati ‘di genere’.  Insomma, facendo un’analisi sommaria, ma piuttosto realistica, se un sommerso ha anche l’avventura (la sventura) di parlare di mare nei suoi romanzi, il suo inabissarsi non è quello di un lento naufragio, bensì quello istantaneo di un filo a piombo. Il mare, se c’è, nella nostra letteratura è spesso un comprimario stereotipato e un po’ bonaccione, un pentolone di minestra riscaldata, una vecchia gloria dal respiro corto e ansimante sul cui passato sono tutti interessati e sul cui futuro incerto e travagliato si glissa o si fa anche dell’ironia. A chi verrebbe onestamente in mente oggi di associare il mare nostrum con il mistero? Con la storia con la S maiuscola, forse, o con il mito e la cultura, allora sì. Provate invece adesso a pensare alla letteratura anglosassone e a sostituire mare con oceano: ecco che un senso gotico di mistero e avventura comincerebbe a galleggiare sull’onda dei vostri pensieri. Conrad, Melville, Hemingway, tanto per citarne alcuni… Come mai? Ed è poi vero che i nostri scrittori il mare lo guardano da riva, mentre quegli inglesi o americani lo attraversano, fisicamente e con la fantasia?

L’Italia eppure è una Repubblica fondata sul mare. A parte il sigillo delle Alpi, poi da ogni cantuccio vi si arriva. Già lo testimoniava Salgari, che con i suoi celeberrimi romanzi prima elaborò una sorta di pedagogia del mare, ritenendo inconcepibile per la Marina italiana la sconfitta di Lissa subita dagli austriaci nella terza guerra di indipendenza, e dopo concepì un personaggio, Sandokan, che come è stato osservato da qualcuno somiglia moltissimo a Garibaldi. È che non risulta mica facile, parlare di mare. Non è solo questione di tecnica, o di fantasia. Il più delle volte, bisogna esserci vissuti accanto molto a lungo, in alcuni casi portarne negli occhi e nel cuore una esperienza traumatica. Prendete Stevenson. Per molto tempo per la sua famiglia è stato una pecora nera. Nel mondo di allora erano i suoi avi le vere star. Per ben due secoli infatti, la sua famiglia ha concepito in Scozia i più incredibili e sfidanti progetti di fari e anche lui fu avviato alla carriera di ingegnere (per i curiosi la ditta di famiglia ha operato fino agli anni Trenta mentre il Northern Lighthouse Board, istituzione per cui la famiglia ha lavorato, è ancora attiva).  Whenever I smell salt water, I know that I am not far from one of the works of my ancestors, scrisse Stevenson nel 1880.

Salgari invece, scioccato o forse disgustato della sua esperienza sui mari di casa, fuggiva con la fantasia verso i pelaghi esotici, ma chi l’ha detto che il nostro buon Mediterraneo non possa essere anche lui misterioso, beffardo e infido come i mari del Nord o gli oceani? La risposta la troviamo nei sommersi. Sì perché siamo stati capaci di dimenticare la maggioranza dei nostri scrittori di mare, quasi si trattasse di un sottogenere alla ‘velisti per caso’. E non è così. Raffaello Brignetti è nato sull’Isola del Giglio nel 1921, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza sull’Isola d’Elba. Come per Stevenson, c’era di mezzo un faro, quello dell’isoletta della Palmaiola, poco più di uno scoglio, dove vivevano in tre (oltre a lui il papà Angiolo e la mamma Biagina). È infatti al faro di Forte Focardo, dove suo padre lavora come guardiano, che passa la maggior parte del suo tempo. L’infanzia e la giovinezza furono di un arcipelago, tutto o quasi quello toscano, più che di una sola isola. […] I ricordi sono successivi – quando avevo sei anni? Forse meno – e la scena è di una spiaggia quieta, lunata, il Campese, con la torre e una brezza estiva dall’interno che sapeva di vigne, macchie e fieni; la brezza mi sottraeva e portava al largo una barchetta con la vela di carta.

Quando si laurea, dopo la guerra, lo fa con l’aiuto di un relatore un po’ particolare, Giuseppe Ungaretti, con una tesi sugli scrittori di mare, sia italiani sia stranieri, in cui parla anche di un altro sommerso, Vittorio Rossi, autore di pagine memorabili che invitiamo a leggere. Sarà Ungaretti, indubbiamente, a trasmettergli un forte lirismo, che impronta tante sue pagine successive. In effetti ci sono pagine in Brignetti che reggono benissimo il confronto con tutti gli autori più celebri che sul mare e di mare hanno scritto. Era sicuramente un maestro degli incipit. Due momenti importanti della sua carriera di scrittore, il Premio Viareggio nel 1967 e lo Strega quattro anni dopo, coincidono con due tra i più belli incipit della nostra letteratura, due autentici cavalli di razza.

Trapassava torpide onde; il sonno della notte sembrava rimasto nel mare, lui filava, con nuoto uniforme, correndo distanze calcolate sotto la superficie, nel giorno incominciato. Spuntava, respirava e subito il dorso appariva e spariva dietro il muso, brillava un guizzo di coda: il delfino andava, la lunghezza sott’acqua era uguale. Curvo emergente riappariva. Continuava, tagliava l’onda. Un grigiore lo circondava nell’aria, benché di equinozio, non ancora pienamente illuminata, e più nell’acqua dove l’onda al suo tuffo si richiudeva con riflesso per un momento verde ferro e pari appena dopo, spento, in ampio mare. (“Il Gabbiano Azzurro”, 1967)

Il primo fu un giorno forte e armonioso. La goletta andava, vele a dritta. Filava, il maestrale la inclinava: lo scafo si risollevava e intanto non aveva corso una parte; tornava, sotto il vento, basso sulla destra, risaliva, percorreva un’altra misura. Per un poco la schiuma era stata quasi pari al bordo; poi il bordo era tornato alto e la schiuma rotta, spersa nella scia e in questa subito cancellata, richiudendosi il mare. Il cammino proseguiva uguale e vario continuamente. (“La spiaggia d’oro”, 1971)

I suoi scritti assomigliano ai ricci di mare: ostici da prendersi, delicati da trattarsi, ma capaci di schiudere al loro interno un sapore che tutto il mare rappresenta e condensa. Se il tema prevalente della sua narrativa sarà, nella maggior parte dei casi, la vita marinara, questa in realtà è una metafora che si condensa in mistero, imprevedibilità e si esplicita in frequenti sconfinamenti nel fantastico alla Buzzati, o nel noir alla Poe. Basta leggere “Morte per acqua” per rendersene conto: le onde del mare di Brignetti non sono cronometricamente e meccanicamente regolate dalla luna, ma sono frutto e capriccio del caso, e questa distesa d’acqua apparentemente infinita vi svolge spesso un ruolo opprimente, capriccioso e claustrofobico che per la sua incomprensibilità ricorda Kafka e per la sua archetipicità talvolta anche la letteratura classica.

Insomma quello che si vuol dire è che ciò che contraddistingue questo scrittore dagli altri, italiani e stranieri, classificati come “di genere con a tema il mare” è che nei suoi scritti il mare non è la cartolina, ma il protagonista e al contempo il Grande Esecutore, il Leviatano, cioè l’attuatore tragico di un destino talvolta molto doloroso. Nel ‘61, a causa di un gravissimo incidente d’auto, Brignetti rimane in sedia a rotelle. Negli anni successivi, caparbiamente dedicati allo scrivere nonostante le molte menomazioni fisiche, vive ai piedi della Torre Medicea di Marciana Marina. Curioso che quella torre anticamente fosse essa stessa una specie faro, anche se di tipo un po’ diverso: infatti serviva per lo più ad avvertire otticamente gli abitanti dell’isola, e non i naviganti che le giravano attorno, di pericoli (a due gambe) che arrivavano dal mare.

Curioso anche per un altro motivo: anche il mare di Brignetti negli ultimi tempi si acquieta e diventa meno crudele, affidato a pagine dallo stile assai più contemplativo e introspettivo, come se anche la sua prosa fosse diventata soprattutto un faro rivolto verso l’interiorità piuttosto che verso un mondo esterno e sconosciuto. Speriamo che queste righe possano invogliare qualcuno a cercarlo e a leggerlo, perché il suo futuro non abbia a rimare con il desinit de “Il Gabbiano azzurro”, anch’esso a suo modo memorabile: “Annota il registro di veglia: «Scomparso all’orizzonte».” Insomma, sommerso.

 

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/il-mare-come-grande-esecutore-raffaello-brignetti-nuota-da-solo_2893.html

Nuovo articolo sui sommersi su Bottega Scriptamanent

bottega scriptamanent 1

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XIV, n. 149, febbraio 2020

Gli scrittori “sommersi”:
le vite e le loro opera

di Massimiliano Bellavista
Una ricerca dedicata ad autori dimenticati:
le motivazioni che spingono verso questa strada

«Naufragium feci, bene navigavi» (Ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere. Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano. Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.

Opere perdute, autori dimenticati
Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di Internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
La lista di questi naufragi è assai più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni solo per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Una ricerca verso il ricordo collettivo
Se però è vero che senza memoria storica nessun paese, nessuna società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato.
Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che ci proponiamo in questa rubrica è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo una personale sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i suggerimenti di tanti lettori, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 149, febbraio 2020)

Anna Banti e le donne, un nuovo articolo per i Sommersi

 

anna banti

 

Oggi, 07-02-2020

“Siamo così / È difficile spiegare / Certe giornate amare, lascia stare / Tanto ci potrai trovare qui / Con le nostre notti bianche / Ma non saremo stanche neanche quando / Ti diremo ancora un altro sì” è il testo di una famosa canzone intitolata Quello che le donne non dicono, del 1987. A sentire questa canzone Lucia Lopresti, in arte Anna Banti, autrice nel 1951 di Le donne muoiono avrebbe avuto un sussulto.  Purtroppo era morta novantenne due anni prima, nel 1985, non lontano dalla sua Firenze, e quindi non l’ha mai potuta ascoltare. Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico. Ripescarlo quindi, è d’obbligo.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, avrebbe sussultato perché avrebbe giudicato quei versi forse poco profondi e al contempo contradditori perché molto diversi ma anche molto sovrapponibili al suo modo di pensare, vedremo nel seguito di spiegare come mai. Con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da “donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna”; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni; quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi “fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo”.

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile. Per restare su temi di stretta attualità sanremese, qui non ci si pone né un passo avanti né uno indietro tra uomo e donna, come si vede, ma si vorrebbero compiere tanti passi, di civiltà, l’una accanto all’altro. Solo quattro anni prima era diventata una scrittrice conosciuta e apprezzata, per aver rievocato in un romanzo la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, figura adesso molto modaiola ma decisamente meno ai tempi della Banti, affermando che si trattava di “una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi”.

Parità di spirito si badi bene, prima di tutto e prima ancora che materiale, e su questo tema torneremo, perché le protagoniste delle storie della Banti sono al contempo archetipi e prototipi della nobiltà dell’animo femminile, e la scrittrice non si voleva far tirare per la giacchetta dal femminismo dei suoi tempi, mirava ben più in alto e ben oltre. È ambiziosa anche dal punto di vista strettamente letterario, visto che trova e scrive da par suo un punto di vista originalissimo su di un tema sui cui già ai suoi tempi si erano scritti oceani di inchiostro. Tutti e quattro i racconti della raccolta ospitano mirabili figure di donna che vi invitiamo a scoprire, ma è del racconto che fornisce il nome al volume che vi vogliamo parlare, il quale è situato in un futuro assai lontano, nel 2617. Venezia è in rovine, ma a Valloria, città lacustre vicina, succede qualcosa di inatteso: un giovane studente accusa i sintomi di una strana malattia, che consiste nel ricordare cose di un tempo sconosciuto ai più. La malattia è assai contagiosa, ma colpisce tutti e solo i giovani maschi. Tutti si ricordano di infinite vite passate, trascorse in tempi lontani.

In breve si realizza che le donne sono escluse dal virus della ‘seconda memoria’, ma quando succede, la stessa non è più considerata (dagli uomini) una malattia, ma il segno dell’evoluzione naturale della specie umana e dell’immortalità del genere umano maschile. Gli uomini non muoiono più. Le donne sì. Gli uomini si ricordano con precisione tutte le loro precedenti vite, mentre le donne continuano ad essere condannate a viverne una e una soltanto. Questo fatto è foriero di gravi conseguenze a breve e lungo termine: “Fra poco tutti gli uomini della terra avrebbero goduto la certezza di rivivere, di perfezionare le loro predilezioni, le loro doti, in un futuro senza posa rinnovato, mentre le donne si sarebbero trovate oscure ed effimere come farfalle notturne, incapaci di oltrepassare un termine che, al confronto, sembrava imminente come l’alba del condannato a morte”.

Gli uomini cui de facto, non si sa come non si sa da chi, è stata regalata l’immortalità perdono presto ogni interesse alla conservazione della vita e iniziano a considerare la morte una pura formalità. I due universi si separano, le differenze diventano un abisso incolmabile. Gli uomini si dicono che tutto sommato era inevitabile (in fin dei conti si trattava della conferma palese di un pregiudizio nei confronti delle donne che albergava già nei loro cuori), e si rallegrano della loro sorte, che non li pone più in relazione obbligata con esseri che giù consideravano intellettualmente e fisicamente inferiori.  Le donne lasciano compagni, mariti, fidanzati e si rifugiano in ghetti, spontaneamente e nella totale indifferenza degli uomini. Ma essere immortali ha il suo contrappasso. In questo mondo che si è fatto asettico, solo le donne conservano la pietas, la compassione, l’amore.  Nelle loro comunità, che ricordano gli antichi conventi ma dove si tramanda non tanto un sapere manoscritto ma uno spirituale ed emozionale fatto di arti, poesia, pittura, musica, circondati da un vero e proprio medioevo morale, le donne conservano il ‘culto della finitezza’, quello del valore delle relazioni, del tempo, in un’ultima analisi della vita: “Avidamente innamorate del loro breve soggiorno terreno, facevan tesoro di ogni attimo, prolungandolo in echi tanto profondi quanto parsimoniosi”.

Passano molti anni e un giorno d’estate del 2710, Agnese Grasti, una giovane musicista che proprio in quell’istante sta scrivendo una difficile partitura in una di quelle comunità di donne, realizza oltre ogni dubbio di essere stata contagiata dal virus.  In breve ne ha la conferma; è la prima donna ad avere inspiegabilmente conquistato la seconda memoria. Ma questa sua consapevolezza è presto seguita da una più intima e profonda: è sicura che ne potrà fare un uso assai più utile e proficuo di quanto hanno fatto gli uomini con lo stesso dono. Il resto degli avvenimenti descritti nel racconto è semplice quanto per certi versi a prima vista controverso e inspiegabile: Agnese si rifugia in un albergo e dopo una settimana di riflessioni e travagli interiori torna dalle compagne, consegna loro il diario di quei suoi ultimi incredibili giorni e si suicida. Perché? Forse perché il racconto è un racconto a chiave e niente di quel mondo distopico descritto in realtà è vero, nemmeno il virus: gli uomini sono vittime da decenni di un’orrenda allucinazione, ma sono ancor più vittime della loro stessa presunzione, che non li ha fatti dubitare nemmeno per un istante che la ‘seconda memoria’ fosse un fenomeno irreale.

Le donne invece hanno saputo mantenere il contatto con la finitezza e la realtà della condizione umana, hanno saputo preservare nelle loro comunità quello che ancora può identificare gli uomini come tali. Ponendo fine alla sua vita ma lasciandone questa volta una memoria non illusoria, ma scritta e tangibile, Agnese, l’unica contagiata, impedisce che quell’allucinazione collettiva contagi le altre donne. Non solo, anzi più importante di tutto, in questo modo la protagonista traccia una via in cui saranno le donne stesse e solo loro a salvare il mondo (e gli uomini) dall’annullamento, prospettando a tutti una via diversa e assai più proficua di quella distruttiva della ‘seconda memoria’ per raggiungere l’immortalità. Tale via passa necessariamente dal coltivare l’accettazione della propria condizione e di quella degli altri, poiché dove non c’è accettazione c’è necessariamente l’insorgere di un pensiero gretto e stereotipato che poi è l’anticamera di tante forme di violenza sociale. Ma comporta anche credere nel rispetto, nella relazione tra diversi, nell’amore, nel dubbio e nella la conoscenza senza mai ignorare la finitezza della condizione umana, ma anzi superandola insieme, passo dopo passo. Niente di scontato quindi, come si vede, nella produzione letteraria di questa scrittrice, anzi un modo diverso, insolito, al contempo complesso e provocatorio, di parlare di temi ancora assai controversi e attuali.

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/anna-banti-e-le-donne-che-muoiono_2892.html

 

Vertical farming su “Il Sole 24 Ore”

 

sole 24 ore«Per arrivare a questo cambio di rotta nel modo in cui coltiviamo il nostro cibo serve know how» sottolinea Luca Travaglini, fondatore con Daniele Benatoff della startup Planet Farms, che ha tra i partner anche Signify (ex Philips Lighting). Da qui, la scelta di Travaglini di avviare un innovativo laboratorio dedicato al vertical farming, dotato di camere bianche certificate, lampade Philips speciali che permettono di utilizzare “ricette di luce” specifiche per ogni ortaggio e la tecnologia, tra cui la blockchain per la tracciabilità di tutta la filiera. «L’obiettivo è il prodotto, che deve essere sano e sostenibile, in modo da assicurare ai gruppi della Gdo una produzione costante tutto l’anno, sia nella qualità che nella quantità» precisa Travaglini. In https://www.ilsole24ore.com/art/coltivazioni-indoor-business-e-sostenibilita-ABLgaSnB

VERTICAL FARMING 1

 

Al Liceo Scientifico Galilei il 3 e 4 Febbraio

Galilei 2

Ringrazio la scuola e i ragazzi per l’apprezzamento e la fiducia!!!

Al Caffè Letterario organizzeremo un READING AND LITERARY SLAM

Cercheremo inoltre di leggere (e apprezzare) racconti brevi e poesie  analizzando il significato e lo stile delle forme di espressione letteraria odierne, al fine di stimolare gli studenti alla comprensione dei testi e alla recensione degli stessi fatta, per così dire,  “da lettore a lettore“.

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