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Raffaello Brignetti: io nuoto da solo. Il destino singolare degli scrittori ‘di mare’.

raffaello brignetti

Il mare come Grande Esecutore. Raffaello Brignetti nuota da solo

Massimiliano Bellavista

12/02/2020

Nella letteratura italiana non c’è molto mare, nella testa dei lettori anche di meno a giudicare dall’infelice parabola di molti autori considerati ‘di genere’.  Insomma, facendo un’analisi sommaria, ma piuttosto realistica, se un sommerso ha anche l’avventura (la sventura) di parlare di mare nei suoi romanzi, il suo inabissarsi non è quello di un lento naufragio, bensì quello istantaneo di un filo a piombo. Il mare, se c’è, nella nostra letteratura è spesso un comprimario stereotipato e un po’ bonaccione, un pentolone di minestra riscaldata, una vecchia gloria dal respiro corto e ansimante sul cui passato sono tutti interessati e sul cui futuro incerto e travagliato si glissa o si fa anche dell’ironia. A chi verrebbe onestamente in mente oggi di associare il mare nostrum con il mistero? Con la storia con la S maiuscola, forse, o con il mito e la cultura, allora sì. Provate invece adesso a pensare alla letteratura anglosassone e a sostituire mare con oceano: ecco che un senso gotico di mistero e avventura comincerebbe a galleggiare sull’onda dei vostri pensieri. Conrad, Melville, Hemingway, tanto per citarne alcuni… Come mai? Ed è poi vero che i nostri scrittori il mare lo guardano da riva, mentre quegli inglesi o americani lo attraversano, fisicamente e con la fantasia?

L’Italia eppure è una Repubblica fondata sul mare. A parte il sigillo delle Alpi, poi da ogni cantuccio vi si arriva. Già lo testimoniava Salgari, che con i suoi celeberrimi romanzi prima elaborò una sorta di pedagogia del mare, ritenendo inconcepibile per la Marina italiana la sconfitta di Lissa subita dagli austriaci nella terza guerra di indipendenza, e dopo concepì un personaggio, Sandokan, che come è stato osservato da qualcuno somiglia moltissimo a Garibaldi. È che non risulta mica facile, parlare di mare. Non è solo questione di tecnica, o di fantasia. Il più delle volte, bisogna esserci vissuti accanto molto a lungo, in alcuni casi portarne negli occhi e nel cuore una esperienza traumatica. Prendete Stevenson. Per molto tempo per la sua famiglia è stato una pecora nera. Nel mondo di allora erano i suoi avi le vere star. Per ben due secoli infatti, la sua famiglia ha concepito in Scozia i più incredibili e sfidanti progetti di fari e anche lui fu avviato alla carriera di ingegnere (per i curiosi la ditta di famiglia ha operato fino agli anni Trenta mentre il Northern Lighthouse Board, istituzione per cui la famiglia ha lavorato, è ancora attiva).  Whenever I smell salt water, I know that I am not far from one of the works of my ancestors, scrisse Stevenson nel 1880.

Salgari invece, scioccato o forse disgustato della sua esperienza sui mari di casa, fuggiva con la fantasia verso i pelaghi esotici, ma chi l’ha detto che il nostro buon Mediterraneo non possa essere anche lui misterioso, beffardo e infido come i mari del Nord o gli oceani? La risposta la troviamo nei sommersi. Sì perché siamo stati capaci di dimenticare la maggioranza dei nostri scrittori di mare, quasi si trattasse di un sottogenere alla ‘velisti per caso’. E non è così. Raffaello Brignetti è nato sull’Isola del Giglio nel 1921, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza sull’Isola d’Elba. Come per Stevenson, c’era di mezzo un faro, quello dell’isoletta della Palmaiola, poco più di uno scoglio, dove vivevano in tre (oltre a lui il papà Angiolo e la mamma Biagina). È infatti al faro di Forte Focardo, dove suo padre lavora come guardiano, che passa la maggior parte del suo tempo. L’infanzia e la giovinezza furono di un arcipelago, tutto o quasi quello toscano, più che di una sola isola. […] I ricordi sono successivi – quando avevo sei anni? Forse meno – e la scena è di una spiaggia quieta, lunata, il Campese, con la torre e una brezza estiva dall’interno che sapeva di vigne, macchie e fieni; la brezza mi sottraeva e portava al largo una barchetta con la vela di carta.

Quando si laurea, dopo la guerra, lo fa con l’aiuto di un relatore un po’ particolare, Giuseppe Ungaretti, con una tesi sugli scrittori di mare, sia italiani sia stranieri, in cui parla anche di un altro sommerso, Vittorio Rossi, autore di pagine memorabili che invitiamo a leggere. Sarà Ungaretti, indubbiamente, a trasmettergli un forte lirismo, che impronta tante sue pagine successive. In effetti ci sono pagine in Brignetti che reggono benissimo il confronto con tutti gli autori più celebri che sul mare e di mare hanno scritto. Era sicuramente un maestro degli incipit. Due momenti importanti della sua carriera di scrittore, il Premio Viareggio nel 1967 e lo Strega quattro anni dopo, coincidono con due tra i più belli incipit della nostra letteratura, due autentici cavalli di razza.

Trapassava torpide onde; il sonno della notte sembrava rimasto nel mare, lui filava, con nuoto uniforme, correndo distanze calcolate sotto la superficie, nel giorno incominciato. Spuntava, respirava e subito il dorso appariva e spariva dietro il muso, brillava un guizzo di coda: il delfino andava, la lunghezza sott’acqua era uguale. Curvo emergente riappariva. Continuava, tagliava l’onda. Un grigiore lo circondava nell’aria, benché di equinozio, non ancora pienamente illuminata, e più nell’acqua dove l’onda al suo tuffo si richiudeva con riflesso per un momento verde ferro e pari appena dopo, spento, in ampio mare. (“Il Gabbiano Azzurro”, 1967)

Il primo fu un giorno forte e armonioso. La goletta andava, vele a dritta. Filava, il maestrale la inclinava: lo scafo si risollevava e intanto non aveva corso una parte; tornava, sotto il vento, basso sulla destra, risaliva, percorreva un’altra misura. Per un poco la schiuma era stata quasi pari al bordo; poi il bordo era tornato alto e la schiuma rotta, spersa nella scia e in questa subito cancellata, richiudendosi il mare. Il cammino proseguiva uguale e vario continuamente. (“La spiaggia d’oro”, 1971)

I suoi scritti assomigliano ai ricci di mare: ostici da prendersi, delicati da trattarsi, ma capaci di schiudere al loro interno un sapore che tutto il mare rappresenta e condensa. Se il tema prevalente della sua narrativa sarà, nella maggior parte dei casi, la vita marinara, questa in realtà è una metafora che si condensa in mistero, imprevedibilità e si esplicita in frequenti sconfinamenti nel fantastico alla Buzzati, o nel noir alla Poe. Basta leggere “Morte per acqua” per rendersene conto: le onde del mare di Brignetti non sono cronometricamente e meccanicamente regolate dalla luna, ma sono frutto e capriccio del caso, e questa distesa d’acqua apparentemente infinita vi svolge spesso un ruolo opprimente, capriccioso e claustrofobico che per la sua incomprensibilità ricorda Kafka e per la sua archetipicità talvolta anche la letteratura classica.

Insomma quello che si vuol dire è che ciò che contraddistingue questo scrittore dagli altri, italiani e stranieri, classificati come “di genere con a tema il mare” è che nei suoi scritti il mare non è la cartolina, ma il protagonista e al contempo il Grande Esecutore, il Leviatano, cioè l’attuatore tragico di un destino talvolta molto doloroso. Nel ‘61, a causa di un gravissimo incidente d’auto, Brignetti rimane in sedia a rotelle. Negli anni successivi, caparbiamente dedicati allo scrivere nonostante le molte menomazioni fisiche, vive ai piedi della Torre Medicea di Marciana Marina. Curioso che quella torre anticamente fosse essa stessa una specie faro, anche se di tipo un po’ diverso: infatti serviva per lo più ad avvertire otticamente gli abitanti dell’isola, e non i naviganti che le giravano attorno, di pericoli (a due gambe) che arrivavano dal mare.

Curioso anche per un altro motivo: anche il mare di Brignetti negli ultimi tempi si acquieta e diventa meno crudele, affidato a pagine dallo stile assai più contemplativo e introspettivo, come se anche la sua prosa fosse diventata soprattutto un faro rivolto verso l’interiorità piuttosto che verso un mondo esterno e sconosciuto. Speriamo che queste righe possano invogliare qualcuno a cercarlo e a leggerlo, perché il suo futuro non abbia a rimare con il desinit de “Il Gabbiano azzurro”, anch’esso a suo modo memorabile: “Annota il registro di veglia: «Scomparso all’orizzonte».” Insomma, sommerso.

 

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/il-mare-come-grande-esecutore-raffaello-brignetti-nuota-da-solo_2893.html

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Nuovo articolo sui sommersi su Bottega Scriptamanent

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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XIV, n. 149, febbraio 2020

Gli scrittori “sommersi”:
le vite e le loro opera

di Massimiliano Bellavista
Una ricerca dedicata ad autori dimenticati:
le motivazioni che spingono verso questa strada

«Naufragium feci, bene navigavi» (Ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere. Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano. Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.

Opere perdute, autori dimenticati
Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di Internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
La lista di questi naufragi è assai più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni solo per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Una ricerca verso il ricordo collettivo
Se però è vero che senza memoria storica nessun paese, nessuna società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato.
Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che ci proponiamo in questa rubrica è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo una personale sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i suggerimenti di tanti lettori, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 149, febbraio 2020)

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Anna Banti e le donne, un nuovo articolo per i Sommersi

 

anna banti

 

Oggi, 07-02-2020

“Siamo così / È difficile spiegare / Certe giornate amare, lascia stare / Tanto ci potrai trovare qui / Con le nostre notti bianche / Ma non saremo stanche neanche quando / Ti diremo ancora un altro sì” è il testo di una famosa canzone intitolata Quello che le donne non dicono, del 1987. A sentire questa canzone Lucia Lopresti, in arte Anna Banti, autrice nel 1951 di Le donne muoiono avrebbe avuto un sussulto.  Purtroppo era morta novantenne due anni prima, nel 1985, non lontano dalla sua Firenze, e quindi non l’ha mai potuta ascoltare. Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico. Ripescarlo quindi, è d’obbligo.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, avrebbe sussultato perché avrebbe giudicato quei versi forse poco profondi e al contempo contradditori perché molto diversi ma anche molto sovrapponibili al suo modo di pensare, vedremo nel seguito di spiegare come mai. Con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da “donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna”; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni; quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi “fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo”.

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile. Per restare su temi di stretta attualità sanremese, qui non ci si pone né un passo avanti né uno indietro tra uomo e donna, come si vede, ma si vorrebbero compiere tanti passi, di civiltà, l’una accanto all’altro. Solo quattro anni prima era diventata una scrittrice conosciuta e apprezzata, per aver rievocato in un romanzo la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, figura adesso molto modaiola ma decisamente meno ai tempi della Banti, affermando che si trattava di “una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi”.

Parità di spirito si badi bene, prima di tutto e prima ancora che materiale, e su questo tema torneremo, perché le protagoniste delle storie della Banti sono al contempo archetipi e prototipi della nobiltà dell’animo femminile, e la scrittrice non si voleva far tirare per la giacchetta dal femminismo dei suoi tempi, mirava ben più in alto e ben oltre. È ambiziosa anche dal punto di vista strettamente letterario, visto che trova e scrive da par suo un punto di vista originalissimo su di un tema sui cui già ai suoi tempi si erano scritti oceani di inchiostro. Tutti e quattro i racconti della raccolta ospitano mirabili figure di donna che vi invitiamo a scoprire, ma è del racconto che fornisce il nome al volume che vi vogliamo parlare, il quale è situato in un futuro assai lontano, nel 2617. Venezia è in rovine, ma a Valloria, città lacustre vicina, succede qualcosa di inatteso: un giovane studente accusa i sintomi di una strana malattia, che consiste nel ricordare cose di un tempo sconosciuto ai più. La malattia è assai contagiosa, ma colpisce tutti e solo i giovani maschi. Tutti si ricordano di infinite vite passate, trascorse in tempi lontani.

In breve si realizza che le donne sono escluse dal virus della ‘seconda memoria’, ma quando succede, la stessa non è più considerata (dagli uomini) una malattia, ma il segno dell’evoluzione naturale della specie umana e dell’immortalità del genere umano maschile. Gli uomini non muoiono più. Le donne sì. Gli uomini si ricordano con precisione tutte le loro precedenti vite, mentre le donne continuano ad essere condannate a viverne una e una soltanto. Questo fatto è foriero di gravi conseguenze a breve e lungo termine: “Fra poco tutti gli uomini della terra avrebbero goduto la certezza di rivivere, di perfezionare le loro predilezioni, le loro doti, in un futuro senza posa rinnovato, mentre le donne si sarebbero trovate oscure ed effimere come farfalle notturne, incapaci di oltrepassare un termine che, al confronto, sembrava imminente come l’alba del condannato a morte”.

Gli uomini cui de facto, non si sa come non si sa da chi, è stata regalata l’immortalità perdono presto ogni interesse alla conservazione della vita e iniziano a considerare la morte una pura formalità. I due universi si separano, le differenze diventano un abisso incolmabile. Gli uomini si dicono che tutto sommato era inevitabile (in fin dei conti si trattava della conferma palese di un pregiudizio nei confronti delle donne che albergava già nei loro cuori), e si rallegrano della loro sorte, che non li pone più in relazione obbligata con esseri che giù consideravano intellettualmente e fisicamente inferiori.  Le donne lasciano compagni, mariti, fidanzati e si rifugiano in ghetti, spontaneamente e nella totale indifferenza degli uomini. Ma essere immortali ha il suo contrappasso. In questo mondo che si è fatto asettico, solo le donne conservano la pietas, la compassione, l’amore.  Nelle loro comunità, che ricordano gli antichi conventi ma dove si tramanda non tanto un sapere manoscritto ma uno spirituale ed emozionale fatto di arti, poesia, pittura, musica, circondati da un vero e proprio medioevo morale, le donne conservano il ‘culto della finitezza’, quello del valore delle relazioni, del tempo, in un’ultima analisi della vita: “Avidamente innamorate del loro breve soggiorno terreno, facevan tesoro di ogni attimo, prolungandolo in echi tanto profondi quanto parsimoniosi”.

Passano molti anni e un giorno d’estate del 2710, Agnese Grasti, una giovane musicista che proprio in quell’istante sta scrivendo una difficile partitura in una di quelle comunità di donne, realizza oltre ogni dubbio di essere stata contagiata dal virus.  In breve ne ha la conferma; è la prima donna ad avere inspiegabilmente conquistato la seconda memoria. Ma questa sua consapevolezza è presto seguita da una più intima e profonda: è sicura che ne potrà fare un uso assai più utile e proficuo di quanto hanno fatto gli uomini con lo stesso dono. Il resto degli avvenimenti descritti nel racconto è semplice quanto per certi versi a prima vista controverso e inspiegabile: Agnese si rifugia in un albergo e dopo una settimana di riflessioni e travagli interiori torna dalle compagne, consegna loro il diario di quei suoi ultimi incredibili giorni e si suicida. Perché? Forse perché il racconto è un racconto a chiave e niente di quel mondo distopico descritto in realtà è vero, nemmeno il virus: gli uomini sono vittime da decenni di un’orrenda allucinazione, ma sono ancor più vittime della loro stessa presunzione, che non li ha fatti dubitare nemmeno per un istante che la ‘seconda memoria’ fosse un fenomeno irreale.

Le donne invece hanno saputo mantenere il contatto con la finitezza e la realtà della condizione umana, hanno saputo preservare nelle loro comunità quello che ancora può identificare gli uomini come tali. Ponendo fine alla sua vita ma lasciandone questa volta una memoria non illusoria, ma scritta e tangibile, Agnese, l’unica contagiata, impedisce che quell’allucinazione collettiva contagi le altre donne. Non solo, anzi più importante di tutto, in questo modo la protagonista traccia una via in cui saranno le donne stesse e solo loro a salvare il mondo (e gli uomini) dall’annullamento, prospettando a tutti una via diversa e assai più proficua di quella distruttiva della ‘seconda memoria’ per raggiungere l’immortalità. Tale via passa necessariamente dal coltivare l’accettazione della propria condizione e di quella degli altri, poiché dove non c’è accettazione c’è necessariamente l’insorgere di un pensiero gretto e stereotipato che poi è l’anticamera di tante forme di violenza sociale. Ma comporta anche credere nel rispetto, nella relazione tra diversi, nell’amore, nel dubbio e nella la conoscenza senza mai ignorare la finitezza della condizione umana, ma anzi superandola insieme, passo dopo passo. Niente di scontato quindi, come si vede, nella produzione letteraria di questa scrittrice, anzi un modo diverso, insolito, al contempo complesso e provocatorio, di parlare di temi ancora assai controversi e attuali.

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/anna-banti-e-le-donne-che-muoiono_2892.html

 

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Vertical farming su “Il Sole 24 Ore”

 

sole 24 ore«Per arrivare a questo cambio di rotta nel modo in cui coltiviamo il nostro cibo serve know how» sottolinea Luca Travaglini, fondatore con Daniele Benatoff della startup Planet Farms, che ha tra i partner anche Signify (ex Philips Lighting). Da qui, la scelta di Travaglini di avviare un innovativo laboratorio dedicato al vertical farming, dotato di camere bianche certificate, lampade Philips speciali che permettono di utilizzare “ricette di luce” specifiche per ogni ortaggio e la tecnologia, tra cui la blockchain per la tracciabilità di tutta la filiera. «L’obiettivo è il prodotto, che deve essere sano e sostenibile, in modo da assicurare ai gruppi della Gdo una produzione costante tutto l’anno, sia nella qualità che nella quantità» precisa Travaglini. In https://www.ilsole24ore.com/art/coltivazioni-indoor-business-e-sostenibilita-ABLgaSnB

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Al Liceo Scientifico Galilei il 3 e 4 Febbraio

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Ringrazio la scuola e i ragazzi per l’apprezzamento e la fiducia!!!

Al Caffè Letterario organizzeremo un READING AND LITERARY SLAM

Cercheremo inoltre di leggere (e apprezzare) racconti brevi e poesie  analizzando il significato e lo stile delle forme di espressione letteraria odierne, al fine di stimolare gli studenti alla comprensione dei testi e alla recensione degli stessi fatta, per così dire,  “da lettore a lettore“.

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Roberto Ridolfi e l’acqua del Chianti, un nuovo articolo che ho dedicato ai sommersi

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Sulla sovraccoperta de “L’acqua del Chianti” di Roberto Ridolfi edito nel marzo 1981 si scrive che «Sulla prosa di Ridolfi sono d’accordo tutti, da Montale a Emilio Cecchi. Indro Montanelli, sul Corriere della Sera, ne scrisse di queste pagine, terse, senza una sbavatura, saporose d’antico e pur modernissime, non c’è rimasto che Ridolfi a saperne scrivere». Non solo: il Dizionario della letteratura italiana contemporanea, nel 1973, lo indica come «uno dei prosatori più limpidi della nostra attuale letteratura». Ma di lui si sa ormai poco, e, se di Ridolfi, discendente di una delle più nobili famiglie fiorentine, capita di leggere qualcosa è essenzialmente per via della sua monumentale opera di storico. E qui viene la questione che anima questa puntata dei sommersi: L’acqua del Chianti, che raccoglie alcuni elzeviri di Ridolfi comparsi in quegli anni sul Corriere, è stata per chi scrive una rivelazione, il preciso indicatore che, negli ultimi trent’anni, sottacqua c’è finito non un autore, sulla opportunità del cui naufragio potremmo anche tranquillamente sbagliarci, ma tutta una fetta prestigiosa della cultura italiana. E questo, ci pare, è un dato oggettivo. In altre parole, dov’è finita quella illustre tradizione di scrittori e giornalisti capaci di firmare quel tipo e quel livello di elzeviri? È forse finita come la setta dei poeti estinti? Con il termine ‘elzeviro’ si allude ovviamente al famoso articolo di apertura della Terza pagina, riservato in via esclusiva agli scrittori affermati e alle loro libere riflessioni, all’eccellenza e all’eleganza delle loro parole e della loro scrittura.

Tutti questi scritti avevano nomi caratteristici. Emilio Cecchi coi suoi ‘Pesci rossi’ e Montale con le sue ‘Farfalleo leVariazioni’, poco sopra citati, furono insigni elzeviristi, lo fu anche Papini prima di loro con le ‘Schegge’, mentre quelli di Ridolfi si chiamavano ‘Ghiribizzi’ o ‘Palinfraschi’; nel contesto giornalistico attuale se va bene per elzeviro si intende poco più che una recensione.  Umberto Folena, editorialista di Avvenire, in un volume recentissimo, del dicembre 2019, dell’elzevirista, ovvero di colui «cui è permesso discettare un po’ su tutto con garbata ironia», dice apertamente che «Il problema, non da poco, è che oggi gli elzeviri non si scrivono più. È pura, favolosa archeologia. L’elzeviro come divertita divagazione, un andare felicemente a zonzo tra fatti e idee seguendo l’estro, tra giochi di parole e spunti brillanti senza mai prendersi troppo sul serio… alla fine il lettore si ritrova con un sorriso sulle labbra e qualche piccola idea in più nella zucca». Già, un problema davvero non da poco, che testimonia un evidente decadimento della nostra cultura. Eppure il libro che abbiamo in mano è solo del 1981.

Gli elzeviri si aspettavano, si leggevano con impazienza, si criticavano aspramente: sembra di parlare dei dinosauri, se si leggono in questo libro le pagine dedicate al modo con cui Ridolfi dialogava con i lettori, rispondendo alle loro moltissime lettere. Dice a un certo punto: «Ci sono poi lettere a dir poco bizzarre: tanto bizzarre che, a prima vista, viene fatto di prenderle come corbellature. Per esempio uno della Riviera Ligure testualmente scriveva: Sono un assiduo lettore della terza pagina del Corriere, specie degli elzeviri. M’è entrata nella testa l’idea che qualcuna delle seguenti firme sia uno pseudonimo e che si tratti in verità di una sola persona: Carlo Laurenzi, Indro Montanelli, Roberto Ridolfi. Se è così, non sarebbe meglio che gli articoli portassero tutti la stessa firma?». Incredibile davvero concepire una lettera del genere ai nostri tempi, come pure è arduo prestar fede alle proprie orecchie laddove Ridolfi narra la storia peculiare di un suo affezionato lettore, per il quale «L’amico Corriere era scuola e vita; i suoi redattori e i suoi collaboratori, anche se li conosceva soltanto di nome, erano per lui gente di casa».

Ecco l’antidoto all’oblio. Le parole, le parole senza cui non si pensa, non si può pensare, trovano in Ridolfi e nella sua prosa un rifugio naturale. Gli elzeviri insomma, a leggerli ora, sono delle autentiche riserve naturali per parole. Glielo aveva ben detto del resto anche Michele Prisco, altro illustre sommerso di cui presto ci occuperemo e già vincitore del premio Strega, che parlando implicitamente di Ridolfi senza mai nominarlo lo definiva sul Corriere come l’ultimo di una gloriosa stirpe, quella appunto degli elzeviristi, ma destinata certamente a soccombere vittima delle moderne ‘rivoluzioni culturali’. Così l’esimio scrittore del suo articolo «Se ne accorse subito. E di lì a qualche tempo […] accettò l’inattesa proposta d’andare in una grossa azienda provata ad organizzarvi l’ufficio stampa. S’impiegò». Parole profetiche quelle di Prisco, come oggi ben si vede, sennò nemmeno le citeremmo. Ma quanto al caso di Ridolfi, il nostro in realtà non fece mai quel passo e per orgoglio non mise ma in vendita la sua penna.

Ma veniamo al libro: Il primo capitolo, da cui ci viene il nome del volume, segue il magro corso della Greve, il suo costeggiare cautamente il colle di Percussina e lambire il poggio di Marignolle, ove l’autore risiedeva.  Poi alla Certosa di Monte Acuto il fiume riceve l’Ema, il fiume dantesco, in verità un fiumicello ‘alla mano’ come lo definisce Ridolfi e da quel momento fino alla congiunzione con l’Arno a Scandicci è un gustosissimo viaggio quello che dipana di fronte al lettore.  C’è un modo davvero diverso di descrivere i paesaggi chiantigiani, basti pensare ai paralleli improbabili e divertenti con il Nilo, con il Danubio o con il Po delle pagine di Bacchelli, accomunate a queste dalla presenza in entrambe di un mulino. Ma non finisce qui, più avanti si trova la sorprendente Pisa della giovinezza di Ridolfi, e c’è il Galluzzo, descritto in maniera davvero divertente nel susseguirsi degli anni e dell’urbanizzazione, smontando umoristicamente riga per riga e verso per verso le solenni rime del Pascoli «bramerebbe sempre il suo Mugnone/o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico, dando per ogni bruco una canzone». Si descrive in altre parole l’effetto che i danni dell’espansione di Firenze e dell’industrializzazione hanno prodotto sul paesaggio, ‘sporcando’ al contempo paesaggio e memoria, e la parabola, racchiusa in due pagine, tutta tesa tra le rime dantesche dedicate al Galluzzo e il gracchiare di Canzonissima dai televisori è davvero esilarante.

Ma ci sono anche pagine di vita quotidiana dedicate ad eventi personali non belli «Non molte notti or sono, un valente manipolo di ladri forzuti m’ha scassinato la casa e sgomberato le stanze del piano terreno, portando via una grande, pesantissima tavola quattrocentesca, con lo stemma dei miei scolpito in altorilievo sui fianchi, e insieme ad essa altri mobili antichi ed altre stemmate anticaglie: erano i resti di un grande vascello che affonda, e quegli stemmi, la sua vecchia bandiera. Il danno è grosso, almeno per me; eppure tanto non me ne duole quanto dello scempio della mia biblioteca […] Più d’una settimana è passata da quella notte, ma ho voluto lasciare ogni cosa come i barbari l’hanno lasciata; sono rimasti i vuoti, sono rimaste le ferite nel legno, che pur dovrò prima o poi decidermi a far medicare; rimarranno per sempre quelle dell’anima. […] Da allora non sono stato più capace di aprire un libro, di scrivere qualche parola sopra un foglio se non finalmente queste di disperazione, forse di addio. Si direbbe che io avessi scritto finora a dettatura di questi libri ed essi, per l’orrore, si siano ammutoliti ad un tratto. […] Questa biblioteca ho vegliata quando avevo piena la casa di soldatacci tedeschi ed io, io solo, ero rimasto a vegliarla; le schegge d’acciaio sfrondavano gli alberi che la circondavano, piovevano sulla ghiaia del giardino, battevano sui muri esterni. Essa m’ha a sua volta vegliato quando, infermatomi gravemente, m’ero fatto portare tra i libri perché dove m’era piaciuto di vivere mi sarebbe piaciuto morire. Quelle giornate e quelle nottate sono forse il punto più alto e patetico del mio umano cammino. Insomma, qui ho goduto la pace, qui ho patito la guerra, e non soltanto le guerre dello spirito».

Insomma, questi e altri libri di Ridolfi, legati alla sua vita ed ai suoi elzeviri sono certamente degni di tornare a galla nella nostra memoria: del resto anche lui era ben conscio, quasi alla fine della sua esistenza, di appartenere ad un’altra epoca, più fortunata, della scrittura, rispetto alla imperante sciatteria attuale. Ma diceva anche che le mode passano, e fanno spesso dei giri su sé stesse, per poi tornare quando meno te lo aspetti al punto di partenza. Insomma, per concludere con le sue parole «Il mondo cambia e bolle ben altro nel pentolone: a chi lo dite! Ma non per questo dobbiamo diserbare i garofani di Sanremo…».

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