Il mare e la foresta

 

FABIO FIORI 2

I buoni libri nascono spesso da felici intuizioni e anche da una buona dose di coraggio. Oggi per Caffè 19 ne abbiamo un esempio.L’intuizione di questo libro è quella di parlare con passi di grande bellezza e ampiezza di riferimenti culturali di un vero paradosso sensoriale: l’olfatto, e di metterlo in relazione a un’esperienza solo apparentemente così comune ed alla portata di tutti, ovvero quella del mare. Dice l’Autore: Forse è proprio in queste grigie giornate di nebbia di tanti anni fa, quando ero bambino ed era mio nonno a tenermi per mano, che ho imparato ad apprezzare l’odore del mare. Era lui che con poche parole mi invitava a chiudere occhi e orecchie, per sentire il mare solo con il naso.E’ quindi un senso bistratttato l’olfatto, ma è determinante, perchè è il più istintuale e immediato dei sensi. Chi vorrà leggere il libro, se ne accorgerà con piacere.Per rimanere in tema, si sa che ogni profumo si articola in una piramide olfattiva in cui le note di testa, le più volatili, precedono le note di cuore e infine le note di fondo, le più persistenti nel tempo, ma anche quelle che proprio dello scorrere del tempo hanno bisogno per affiorare ai nostri sensi. Ecco, per ogni buon libro dovrebbe essere lo stesso, dovrebbe in qualche modo “rimanerci addosso”: e le note di fondo che ci restano di questa lettura sono veramente delle migliori.

Fabio Fiori è nato e cresciuto a Rimini, dove l’Appennino incontra l’Adriatico, un paio di anni prima che la Luna fosse calpestata. Girovago per acque e per terre; fin da bambino va a remi e a vela, a piedi e a pedali. Sempre senza fretta,-dice nel suo libro L’ODORE DEL MARE-Piccole camminate lungo le rive mediterranee, Ediciclo 2019certo che i venti e le onde, la pioggia e la neve siano piccoli inconvenienti meteorologici e grandi convenienti esperienze. Vagabondando in lungo e in largo per il Mediterraneo ha incontrato pescatori, contadini e pastori, marinai, viandanti e pellegrini, condividendo con loro il pane, il vino e i racconti.A partire dai suoi viaggi ha scritto molti bei libri. Altre storie sono diventate narrazioni orali trasmesse da Rai Radio Tre: Il nostro mare quotidiano (2011), Il vento scrive (2013), Oceano, Italia (2016), Bernard Moitessier (2016), Joshua Slocum (2016), Jacques-Yves Cousteau (2018).

Grazie a Sarah Gaiotto di Ediciclo come sempre per la sua cortesia e disponibilità

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Il mare era la mia foresta. Quando da bambino la guardavo dalla battigia, smarrito e incantato. Quando da ragazzo la esploravo sottocosta, timoroso ed entusiasta. Il mare è la mia foresta.Ancora oggi, quando prendo il largo o cammino lungo la riva. Il mare sarà la foresta dei miei figli, dei miei nipoti e di tutti quelli che sentiranno l’ancestrale necessità di selvatichezza.

Una foresta che eternamente offre la sua fascinosa e terribile verginità, di onde dolci o violente, di venti tiepidi o gelidi, di acque trasparenti o torbide. Quando la attraverso la meraviglia viene liberata, quando la costeggio la fantasia viene rapita. Al suo cospetto riempio occhi, orecchi e polmoni della sua magnificenza. Una foresta blu o azzurra, quieta o burrascosa, sempre mutevole come il cielo. Foresta da esplorare e da immaginare. In cui riperdersi, rinselvatichirsi, rigenerarsi.

Solo la paura di perdersi costringe a orientarsi, l’inquietudine del selvatico ci obbliga all’attenzione, la tensione del generare ci invita all’ascolto Amo il selvaggio non meno del buono, scrive Thoreau andando per boschi. Amiamo il selvaggio non meno del buono, diciamo noi andando per mare. La sua foresta verde e la nostra blu sono luoghi di esperienze materiali e spirituali.

FaBIO FIORI 1

Quest’idea, questo sentire, si fa per paradosso più forte quando le rive sono quelle urbane, magari maltrattate, durante un affamato passato industriale o un bulimico presente turistico. Attivitàche hanno comunque stravolto, abbruttito, qualche volta contaminato la bellezza primigenia.

Malgrado tutto, l’orizzonte del mare offre una via di fuga e insieme una speranza di rinnovamento. La nostra foresta blu ossigena l’aria e rinfresca la mente, anche sull’affollato e inquinato limine mediterraneo. Camminandogli a fianco ci riconciliamo
con la natura.

 

 

 

#IORACCONTOBREVE: i racconti della prima settimana

E così, dobbiamo sinceramente e sentitamente ringraziarVi. Stanno arrivando molti racconti, caratterizzati da una passione ed un entusiasmo che per certi versi ci sorprende. Sono talmente tanti e belli che ne pubblicheremo alcuni a cadenza fissa (merciledì) ogni settimana. Ma anche coloro che si vedono pubblicati, rimangano collegati (e se  lo desiderano, ci mandino altro) perchè alla fine ci sarà un premio e una sorpresa.

Stefano Scanu, intanto, ci manda un suo racconto d’autore per rompere il ghiaccio. Del suo racconto sulle liste ci ricordiamo ancora con piacere!

Il deragliamento
Almeno voltati, fatti aiutare con la valigia, dimmi il tuo nome. Invece anche stavolta te ne stai lì anonima a guardare dal finestrino. Ti vedo malgrado la cortina di pendolari che ci separa. Perfino adesso che la luce si spegne e ogni cosa abbandona il suo alloggiamento. Vroum! Uno scossone gonfia l’aria e sbriglia le grida, s’alzano gonne, si scuciono gli orli, le scriminature si sfogliano, gli auricolari s’avvitano. Nel rollio il metallo sibila, esplodono riviste, telefonini, incisivi. Schizziamo tutti come cinesi al circo, frollati. Ma non tu.

 

Iniziamo oggi con la pubblicazione di tre racconti molto diversi tra di loro.

Cosa è l’istantaneità?  Ce lo dice a suo modo Fabio Marazzoli, fiorentino, scrittore e giallista, che lavora a Siena come ispettore informatico ma ci scrive da Poggibonsi, in provincia di Siena. È nascosta spesso in una immagine, come quella della propria casa. Ma questa casa è da intendersi in senso lato, come paese, comunità in grado di proteggerci e farci sentire bene anche in quarantena, da uomini coscienti delle proprie radici e del valore di una miriade di piccole cose, che stanno tutte sen strette dentro queste cento parole. Grazie Fabio!

 Il mio paese

marazzoli

Voglio bene al mio paese. Qui il sole sorprende ogni mattino facendo capolino fra le verdi pendici dei colli e colorando di riflessi rossastri le acque dei fiumi al tramonto. Tutto intorno risplende e il bagliore incastona un paese operoso fatto di gente. La gente è vicina, la senti al tuo fianco. La senti la gente, è nell’aroma fragrante del pane fresco nelle ceste bianche del fornaio giù da basso o nel brusio pomeridiano fra le stradine illuminate. Ma è anche nel sorriso della vicina di casa che ti porge lo spicchio d’aglio per una pomarola come si faceva una volta.

E una volta a casa? Si dice che in questi giorni molto italiani stanno riscoprendo la radio, più che la televisione. Ma nel racconto di Federico Romagnoli, scrittore e poeta, nato a Siena, città dove vive e lavora e Dottore Ricercatore in Letteratura Italiana Contemporanea con una tesi sul poeta senese Cesare Viviani, la radio è solo una scusa e una metafora. Come il concetto di ‘ferita’. Del resto, non era proprio Viviani ad aver scritto “”la vita ti fa una ferita e tu con le dita vuoi rimediare cucendo, attento che i margini combacino”?

La radio

radio

La notte è un selvaggio dispendio di energia. Chitarre selvagge distruggono le onde. Nuovi mondi e nuove percezioni. Sulle ali della vendetta. Non puoi alzare il volume come vorresti. Ma puoi immaginartelo. Puoi anche danzare estatico sulle fantasia che sciaborda e ti rende il mal di mare. Sono un romantico. Di quelli che si buttano nella tempesta. Perché non hanno niente di meglio da fare. La ferita poi. Me la lecco tutte le notti. Mentre danzo. Estatico e selvaggio. Spennello plasmo dilato le griglie grigiastre della mia vita. La ferita è la mia vita. Spengo la radio. Amen

E questa climax improntata ad un crescente erotismo termina con l’opera di Dimaco. Di lui dice che “anche cercando su internet, non si trova nulla. Si suppone sia vivo.”. Abbiamo cercato per curiosità, è proprio vero. Ma azzardiamo che Neruda non gli sia indifferente. Consigliamo a tutti con l’occasione di rileggerlo Neruda, a cominciare proprio dal Sonetto XXVII ‘Nuda sei semplice’.

NUDA

NUDA

Nuda sei meglio.

Te ne stai nuda davanti a me con l’espressione di chi sa che può tutto.

La luce filtra dalla persiana e ti disegna strani ghirigori addosso, sembrano tatuaggi di guerra.

Mi sfidi.

Io non ho argomenti di fronte all’arroganza dei tuoi fianchi.

Sto zitto e ti guardo e basta.

E anche tu mi guardi, con aria di superiorità, sapendo già che vincerai.

Forse se tu fossi vestita potrei almeno provarci, a resistere.

Ma sei nuda.

E allora io che posso fare?

Mi hai disarmato.

Posso solo arrendermi.

 

Il viaggio millenario di un’immagine tra fede ed arte.

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, dopo il precedente articolo sul Maestro di Signa ci manda per Caffè 19 quest’altro curioso e inedito pezzo. Lo stesso, come vedrete,  trae in qualche modo lo spunto dall’interesse suscitato dall’altro, Grazie Ida!

FOTO IDA MOLINARO

 

La raffigurazione della Madonna nell’atto di allattare il Bambino, la cosiddetta Madonna del Latte, è un’iconografia cristiana molto particolare e ricorrente nell’arte. Questo tipo di rappresentazione ha origini molto antiche e la sua raffigurazione ha subito numerose variazioni nelle diverse epoche storiche; inoltre è da sempre molto diffusa sia in Italia che soprattutto in Toscana.

Le fonti che esaltano l’allattamento si diffusero già a partire dal V secolo con il Concilio di Efeso (431), durante il quale venne finalmente stabilito il ruolo di Maria come madre di Dio e non più solamente di Cristo: «la Santa Vergine è Madre di Dio, essendosi il verbo di Dio incarnato e fatto uomo e per questo concepimento ha unito a sé il Tempio presso lei». L’allattamento da parte di Maria è quindi un atto straordinario, poiché la connota come madre e donna ed è importante come testimonianza del parto.

Madonna del Latte di Castelbonsi, Mastro di Signa

Tra il VI e VII secolo, nell’Egitto ormai cristianizzato, sono presenti rappresentazioni ufficiali della Madonna del Latte in cui essa è raffigurata mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Le immagini risultano molto stilizzate, alludendo più che mostrando; questo modello iconografico si diffuse poi dall’Egitto copto alle chiese orientali e nell’arte bizantina, con il nome greco di Galaktotrophousa. Dal mondo bizantino si estesero in seguito anche alla spiritualità etiopica, armena e franco-britannica, nonché negli scritti latini composti dal VI-XII secolo in poi, nei quali ella diviene un modello di castità e umiltà. In Europa e in particolare in Italia, questa rappresentazione si diffuse a partire dal XII secolo, in parte come conseguenza della prima crociata e trovando terreno fertile in tutte quelle aree che, grazie agli scambi commerciali, subirono maggiormente l’influenza bizantina. La Galaktotrophousa, pur essendo un’immagine molto venerata, stilisticamente proponeva una rappresentazione della Vergine con Bambino ormai inadeguata alle nuove esigenze culturali occidentali, troppo distante dalla forma maggiormente umanizzata alla quale si giungerà nel XIV-XV secolo.

Nel Medioevo la situazione cambiò notevolmente, l’istituzione del sacramento del matrimonio avvenuta nel XII secolo, che identificò quindi il ruolo della donna con quello di sposa e madre, anche se sempre subordinata al marito, ebbe il merito di risvegliare l’interesse della Chiesa verso la donna e soprattutto verso l’importante ruolo che essa assumeva nell’educazione e gestione della famiglia. Questa visione nobilitò le donne e, tramite la maternità, le riabilitò per la perduta verginità: il gesto di allattare trovò fondamento nella volontà della Chiesa di auspicare un matrimonio fecondo. L’identificazione tra Madonna col Bambino e maternità produsse un forte incremento del culto mariano, la Madonna che allatta divenne infatti testimonianza visibile del parto e della maternità, nobilitandoli entrambi. Alla fine del ‘200 prese corpo la tendenza da parte della Chiesa di comunicare ai fedeli i contenuti dottrinali in una maniera fortemente empatica, per cui fra il ‘300 e il ‘400 si ritroverà vittorioso il culto di Maria come figura umana grazie a una nuova interpretazione della religione cristiana, non più ieratica e inaccessibile ma umanizzata e sentimentale. Lo sgorgare del latte divenne segno di trasmissione della sapienza e conoscenza da parte della Chiesa verso il popolo. La rappresentazione della Madonna lactans ebbe quindi la massima fioritura da questo secolo fino all’età conciliare quando, rilevata nuovamente la sua sconvenienza, ne verrà proibito l’utilizzo per essere sostituita da altre tipologie raffigurative.

La grande forza di questo tipo d’iconografia fu proprio quella di suscitare particolare devozione nelle donne, in particolare nelle partorienti; durante l’esperienza cruciale del parto e durante i tristi periodi di povertà, queste si rivolgevano alla Vergine pregando di avere il latte necessario per poter sfamare le loro creature. Il culto si diffuse molto in Europa Occidentale dove ancora ritroviamo l’usanza di custodire come reliquie, all’interno delle chiese, ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle partorienti che lo avessero perso.

Come abbiamo detto, la devozione della Madonna del latte fu molto viva in Italia, in particolare in Toscana, terra fertile di arte sacra: vi troviamo infatti numerosi santuari sorti spesso in concomitanza con le antiche fonti lattaie, legate a culti precristiani, secondo i quali la terra e l’acqua erano evidenti simboli di fertilità; quindi per diventare fertili o per avere latte vi si poteva bere quest’acqua calcarea, biancastra, simile al colore del latte. L’immagine della Vergine che allatta il Bambino, importantissima per la duplice natura di Maria come procreatrice e vergine, divenne un modello importantissimo poiché elevava la posizione della donna sia nel ruolo civile che religioso. La sua raffigurazione, che fosse in trono, in Umiltà, oppure a terra (da cui Madre Terrena), ebbe fra Trecento e Quattrocento molta diffusione in tutta la Toscana e in particolar modo nelle città di Firenze e Siena. In queste due importanti città, questo modello fu elaborato ampiamente sviluppando esempi di puro lirismo: affettività e tenerezza tra Madre e Figlio si contrapposero ai precedenti modelli bizantini rigidi e stilizzati; lo sfondo del dipinto s’illuminò generalmente d’oro; la Vergine venne spesso rappresentata seduta in trono e rivestita da magnifici drappi, simbolo della sua regalità, accompagnata da angeli e Santi scalati in profondità; il seno venne raffigurato scoperto e il bambino si agita spesso come fosse un vero infante. Queste rappresentazioni trasmettono contemporaneamente un senso di sacralità e di umanità straordinario, poiché lo spettatore si rende conto di essere innanzi a un atto così naturale ma allo stesso tempo inviolabile e sacro.

Nel ‘400, alla rappresentazione della Madonna del Latte si associarono nuovamente concetti preesistenti quali lo sgorgare del latte come segno di trasmissione della sapienza: San Bernardo da Chiaravalle diffuse il suo culto sostenendo di aver ricevuto il latte di Maria, simbolo di divina conoscenza e cibo dell’immortalità. L’affinità fra la Chiesa e il Divin Bambino fu esaltata dalle maestose pale d’altare che comparsero numerose in questo periodo ritraendo la coppia madre-figlio nella sacra conversazione. L’umanesimo influì molto sulla rappresentazione delle Madonne, dando loro un aspetto troppo umano, non a caso il Concilio di Trento (1563) fece un passo indietro proibendo «di dare alle sante immagini attrattive provocanti». A seguito delle norme tridentine la Madonna non poté più essere rappresentata con il seno scoperto poiché una tale nudità non poteva essere tollerata nella Madre di Dio. Questa negazione però fu clamorosamente contraddetta dalle varie rappresentazioni di santi e sante, raffigurati in estasi mistica, con i loro corpi mezzi nudi e con fremiti tutt’altro che spirituali.

Nel Seicento invece, si assistette al trionfo della carnalità ma la Vergine divenne una pia immagine di castità e purezza, l’iconografia della Madonna del Latte venne proibita, non soltanto perché moralmente pericolosa, dato che poteva attrarre i fedeli per via della nudità, ma anche a causa della sua origine tratta dai vangeli apocrifi, messi all’indice dalla Chiesa. Il tema della Madonna del Latte continuò comunque a essere rappresentato, soprattutto grazie alle committenze private, meno soggette a certi controlli dogmatici. Un soggetto così fortemente legato al culto popolare poté quindi sopravvivere, seppur circoscritto alla devozione familiare.

In conclusione, possiamo lecitamente affermare che il culto della Madonna del Latte ha avuto una notevole fortuna poiché, traendo origine dalle reminiscenze di antichi culti sulla fecondità, li ha assorbiti nella femminilità della Madonna, ammantando di sacralità la quotidianità dei rapporti affettivi, sempre presenti concettualmente ma finora assenti iconograficamente.

Il domino letterario: seconda puntata

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Il domino letterario sta andando brillantemente avanti. Ricordo che ogni scrittore chiamato in causa deve registarre un video chiamandone in causa un altro e…così via!!!

Dopo il primo appuntamento della settimana scorsa che ha chiamato in causa Francesco Ricci, Francesco (che ringrazio) ha passato il testimone… a me con Dolceamaro

Trovate il video qui

domino letterario

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Ogni viaggio è un anello?

La TransiberianaTutti i viaggi sono viaggi in cerchio, basta guardarli dalla giusta prospettiva temporale.  Guardando da questa prospettiva, si combinano la scoperta, legata alla narrativa di viaggio, e la memorialistica, intesa come narrativa interiore del ritorno e della meditazione.

E’ probabile che Mario Cimarosti la pensi più o meno così. Autore di un bellissimo libro sul suo pluriennale ‘Silk Ring Tour’ (un viaggio sull’anello di seta) intititolato ‘Ai Confini dell’Asia’ , tema e libro su cui ritorneremo a breve in un altro articolo in grande stile, è scrittore che sa ben unire aneddoti e riflessioni, restituendoci il sapore di un viaggio che ha la forza della meditazione e l’intensità di un’esperienza emozionale lontana da ogni pregiudizio. Il padre di Mario, che è veneziano, è stato un artista vetraio a Murano. Pensiamo che quella stessa finezza, eleganza e trasparenza tipiche del vetro si ritrovino perfettamente nelle sue parole, unite anche ad un grande entusiasmo per i viaggi  e la vita.

Lo ringraziamo per aver contribuito a Caffè 19 con questo breve inedito e anche per aver saputo accostare a questa sua narrazione delle foto, anch’esse inedite, di rara bellezza.

I colbacchi di lana karakul

Ho iniziato il mio lungo viaggio che da Venezia, dove vivo, mi ha portato fino ai confini dell’Asia. Ho attraversato Mosca con il suo Cremlino straordinario, ho scritto una poesia seduto sulla piazza Rossa incantato da tanta cultura. Ho continuato verso San Pietroburgo la città dello Zar Pietro il Grande, con i suoi Palazzi patrimonio dell’Umanità UNESCO (opere progettate in molti casi da architetti italiani). Qui ho inseguito e scoperto i tesori degli Zar, i musei sono stracolmi di testimonianze della casa Reale di Russia con le carrozze d’epoca, i cimeli, le corone diamantate e le famosissime uova di Fabergè, l’orafo più conosciuto al mondo al servizio per molti anni degli zar di Russia.

Poi il mio cammino in terra di Russia si è magicamente incontrato sui binari della ferrovia ad oggi più lunga del nostro pianeta, è così se ho deciso di proseguire a bordo del mitico treno della Transiberiana, percorrendo oltre 9.000 km, opera ingegneristica voluta dallo Zar Nicola II alla cui costruzione hanno partecipato anche italiani, alla fine dell’800, provenienti soprattutto dal Friuli Venezia Giulia abilissimi costruttori di ponti ferroviari nella taiga siberiana e sulle sponde del lago Bajkal. Ho osservato incantato le foreste ed i boschi della taiga siberiana disseminata di legno di tiglio utilizzato dai russi già in epoca medioevale per costruire le Icone divenute famose ad oggi in tutto il mondo e custodite gelosamente nelle chiese e nei musei russi, luoghi che mi hanno tenuto compagnia in viaggio, facendomi ricordare le zone boschive del delle nostre Dolomiti italiane, terre incontaminate dall’odore inebriante di erba e legna.

Arrivato in treno in Mongolia nel mese di Luglio ho partecipato al Festival del Naadam, la più famosa manifestazione sportiva folkloristica del Paese: qui ho ammirato le lotte sportive con costumi locali dei mongoli il vincitore è stato eletto erede del grande conquistatore Gengis Khan. Ho assistito personalmente alle gare con i cavalli svolti dai bambini locali e alla caccia con i falchi, per gli amanti della natura e delle terre meno contaminate dalla globalizzazione questo posto è un vero paradiso!

Le spezie nei mercati d'Oriente

E’ stato importante per me vivere diversi giorni ospitato nelle yurte (tende) dei pastori nomadi della Mongolia, li ho osservati imparando la loro grande organizzazione nel deserto, dalla raccolta dell’acqua potabile nelle poche oasi, all’allevamento dei cavalli che utilizzano per la caccia insieme ai propri falchi che a comando si sganciavano dal loro braccio attaccando la preda selvatica tra le praterie incontaminate, procurandoci così la cena che cucinavamo sul fuoco la sera stessa. Ho imparato camminando con loro a dosare le energie alternando lunghe camminate sulle dune desertiche con notti di riposo sotto il magnifico cielo stellato del deserto del Gobi, sono bassissime le stelle del deserto mongolo, spesso mi è sembrato di accarezzarle con le mani.

I cacciatori in Mognolia con i loro falchi

Ho proseguito sulla strada dei carovanieri, oltrepassando a piedi i sentieri montagne sacre come il Monte Ararat in Armenia, l’altissimo monte biblico dove si arenò l’arca di Noè, ogni mio girono trascorso in Armenia a Erevan e dintorni era scandito dalla protezione della sua grande montagna, la osservavo laggiù in fondo oltre il confine turco, mi parlava l’Ararat come oggi parla ancora a cuore aperto a tutti gli armeni figli del genocidio nascosto, orgogliosi di essere armeni e fieri di aver saputo rialzarsi. Guardavo i monti armeni e mi sentivo più vicino all’Italia e alla nostra Belluno con le sue splendide Dolomiti. Dalle zone montuose armene, ho potuto arrivare sul lago Sevan (tra i laghi naturali più alti del mondo superando i 2000 metri), da qui attraverso zone coperte da boschi e tornanti ho superato il confine approdando in Georgia a Tiblisi scalando le rocce di Uplistikhe, luogo montuoso con chiede rupestri scavate nella roccia, ho parlato con i loro monaci e respirato la preghiera in queste zone ascetiche di grande valore spirituale e paesaggistico.
Tra tutte queste incredibili esperienze, quelle che più mi portano al legame tra la via della seta e le nostre montagne italiane sono state le avventure sotto la neve, tra le rocciose montagne dell’Azerbaijan: sono arrivato a Baku accolto da una foltissima nevicata che copriva con manto bianco la Capitale, ho passeggiato sotto la neve visitando il centro storico ed i suoi mausolei e caravanserragli. Sono arrivato fino ai confini del mar Caspio dove ho visitato il Tempio del fuoco di Ateshgah (luogo meditativo del mitico Zaratustra), simbolo della etnia dei parsi che ancora oggi predicano lo zoroastrismo in India. E ancora ho continuato il mio viaggio verso l’oriente arrivando a Chengde nei monti in Cina, tra monasteri buddhisti incastonati sulle rocce nella località montana a 4 ore di treno da Pechino, roccia, neve e meditazione mi hanno avvicinato alla gioia del camminare nella natura incontaminata, sempre abbracciato da quel calore che solo la montagna sa dare ad ogni esploratore. Una magia per ogni viaggiatore!

L'autore del libro Mario Cimarosti tra Oro e Maioliche nell' Harem Palazzo del uiltano

Il mio viaggio è continuato fino ancora fino al Mar Mediterraneo, sfociando nelle acque tra il Mar di Marmara e il Mar Nero lungo il corno d’oro sul Bosforo, visitando e facendomi persuadere dai Palazzi dei Sultani nella storica Costantinopoli, l’attuale Istanbul.
Sono partito dalle mie origini, dall’isola di Murano dove è nato ed ha vissuto mio padre Ernesto (era artista vetraio), ispirandomi al mitico mio conterraneo Marco Polo ho viaggiato per tanti anni nelle Terre d’Oriente.Tutte le emozioni vissute in queste terre lontane sono fortemente legate alla mia città di mare Venezia: in Russia dove San Pietroburgo è chiamata la “Venezia del Nord”, in Cina a Suzhou villaggio di pescatori oggi soprannominato la “Venezia D’Oriente”, in Azerbaijan dove nella città della seta (a Sheki) ritrovo il vetro di murano nel Palazzo del Gran Khan, in Armenia terra legata ancora oggi a Venezia anche con il Monastero Mechitarista Armeno nell’isola di San Lazzaro e infine in Turchia a Istanbul dove il quartiere Pera si affaccia al Ponte Galata sul Bosforo, un tempo colonia veneziana.Sono collaboratore delle Nazioni Unite avendo partecipato nel 1994 alla missione Albatros con i Caschi Blu dell’ONU per portare la pace in Mozambico sull’oceano indiano. Ho dormito per 3 mesi in tenda a Chimoio nell’entroterra mozambicano, in un villaggio sperduto alla fine del mondo, zone assolutamente non turistiche e poco accessibili se non con permessi internazionali. Lì ho vissuto la mia vera Africa quella che mi è entrata dentro fino all’anima per sempre!

Sono convinto che queste esperienze fuori dal comune, contenute nel mio libro, in luoghi straordinari spesso confrontandomi con le mie forze e paure, abbiano fatto crescere in me il desiderio continuo di scoperta e conoscenza, confortato sempre da popoli accoglienti e ospitali. Questo percorso immenso attraverso mezzo pianeta ha riempito la mia anima di viaggiatore, mi ha avvicinato alla meditazione scoperta e osservata in oriente, diventando il viaggio stesso una insperata cura dell’anima, incentivando la mia sete di conoscenza, riempiendo la mia valigia di innumerevoli altri punti di vista.

Il comma 22 e il doppio legame

La schizofrenia incombe sulle nostre menti come un crampo. Tutti, scienziati, comunicatori, politici ci stanno riempiendo di ingiunzioni paradossali. In ogni settore della vita e dell’economia.

  Comma 22 1

  • Uscire, ma non troppo lontani da casa
  • Rischiare? Sì ma con prudenza!
  • Incontrarsi, ma non in troppi 2, massimo tre. Facciamo quattro
  • Fare una corsettina? Sì ma restando fermi a casa o al massimo intorno. Correre sì, ma piano. Stare fermi, ma in forma!!!
  • Stare a 1 metro, anzi a due, facciamo quattro.
  • Aprire il negozio, ma non poterci far entrare nessuno.
  • Aprire una libreria, ma non poter aprire i libri.
  • Interagire a distanza, anche se “niente può sostituire il rapporto umano e il contatto fisico

Tutto ciò fa tanto Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”, quando recita la famosa battuta “Guarda ma non toccare – tocca ma non gustare – gusta ma non inghiottire

comma 22 3

Siamo pieni di ordini contraddittori. Che non sono assolutamente fatti per la mente umana. Nè la mente umana per loro. Come quando la mamma dice “Corri, ma non sudare!” O il capo che prima di una riunione ci intima” Le ordino di essere spontaneo!!!” Oppure il più bello di tutti: «La frase seguente è vera. La frase precedente è falsa.»Avete presente Bateson e il suo “Verso un’ecologia della mente“? Quello sì che dovrebbe essere un libro consigliato di questi tempi.

Bateson non è stato soltanto uno straordinario saggista, ma l’autore di alcune capitali scoperte concrete. Come appunto quella del «doppio vincolo», che è diventata un punto di riferimento prezioso anche per gli epistemologi e i teorici della comunicazione. Comandi contraddittori, e come tali ineseguibili senza sbagliare. Insomma, come fai sbagli!!!

C’è a questo proposito un’interessante racconto intitolato “Comma 22” (Catch 22) di Joseph Heller che descrive proprio bene questo stato di cose. Il racconto, basato su esperienze personali dello stesso Heller, aviatore durante la seconda guerra mondiale, ha come fulcro della vicenda un reparto di aviatori di stanza a Pianosa che esegue pericolose missioni di bombardamento a bordo di B 25. Ovviamente, maggiore è il numero di missioni eseguite, maggiore è la probabilità di essere feriti o uccisi. E maggiore lo stress psicologico cui vengono sottoposti i membri del reparto. Il capitano Yossarian, stressatissimo, comincia a fare cose bizzarre nella speranza di essere diagnosticato pazzo e quindi inabile al volo.

Comma 22 2

Yossarian ne parla con il dottor Daneeka, l’ufficiale medico di volo. L’ufficiale medico, usa come esempio un altro pilota, un certo Orr:

“È pazzo Orr?”

“Certo che lo è”, disse il dottor Daneeka

“Puoi esonerarlo?”

“Certo che posso. Ma prima lui deve chiedermelo. Questo fa parte della regola”.

“E allora perché non te lo chiede?”.

“Perché è pazzo”, disse il dottor Daneeka. “Deve essere pazzo per il fatto che continua a volare dopo aver sfiorato la morte così tante volte. Certo, posso esonerare Orr. Ma prima deve chiedermelo lui”,

“Questo è tutto quello che deve fare per essere esonerato?”

“Questo è tutto. Basta che me lo chieda”,

“Allora, dopo che lui te l’ha chiesto, puoi esonerarlo?”,

“No, dopo non posso esonerarlo”,

“Vuoi dire che c’è un comma (Catch si traduce appunto con “tranello” in inglese)?”,

“Certo che c’è un comma”, rispose il dottor Daneeka. “Il comma 22. Tutti quelli che desiderano essere esonerati dal volo attivo non sono veramente pazzi”.

Non sarà che alla fine l’unica cosa da fare sia riscoprire tutti il valore della nostra coscienza e del buon senso a interpretazione e a supporto delle regole?

 

Anatomia di un racconto. Per Caffè 19 una nuova rubrica a difesa del ‘panda’ della narrativa

Che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. Chi scrive parla per esperienza e sa quanto ha dovuto faticare per trovare due editori bravi e lungimiranti che ci hanno creduto davvero (perchè poi se si pubblicano e si promuovono per bene, poi il lettore li legge eccome, i racconti). Il risultato è che i “maestri del racconto” sono spesso solo stranieri. Invece no, invece no!. In Italia li sappiamo scrivere e anche….fare a pezzi all’occorrenza come i motorini per guardarci un po’ dentro!!!  Questa rubrica, che Mirko Tondi ci regalerà settimanalmente o giù di lì, si chiama Anatomia di un racconto. Grazie Mirko.

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Da alcuni giorni cerco un’idea per una rubrica letteraria. A dire il vero ho smesso di lambiccarmi il cervello, perché come al solito finisce che a forza di pensarci poi non mi viene in mente niente di originale. Anzi, il contrario. Poi c’è la vita di tutti i giorni, che a definirla così adesso pare la stessa vita di sempre. Macché. Sono in coda al supermercato da circa un’ora e mezza, e dopo un percorso a zig zag sotto a un sole che pare aver sbagliato mese per quanto si sia messo a picchiare, stiamo per entrare nell’ultimo tratto, quello adombrato da una fila di tendoni e gazebo. Stanno passando proprio adesso a consegnare delle bottigliette d’acqua, e la cosa mi ricorda una di quelle scene viste al telegiornale, di quelle con gli automobilisti che rimangono bloccati durante l’esodo estivo in un tratto autostradale dove c’è stato un incidente mortale e si è formata una scia chilometrica destinata a lambire l’infinito o un suo vicino parente. Invece siamo soltanto al supermercato, lo ricordo, in un giorno qualsiasi di una qualsiasi settimana d’aprile; ma la cosa più strana è che tutto questo ormai ci appare normale, è così e basta sembrano dire sommessamente le facce della gente, che esprimono un collettivo senso di rassegnazione. Facce private della loro metà e che ora sono soltanto occhi bassi, diretti verso la strada o fissi sul proprio dito che scorre sul cellulare. In questo tempo che ci ha separato dal mondo vero io mi sono tolto il giubbotto e, poggiando i gomiti sul carrello, ho letto il giornale, un numero del settimanale “La lettura” del weekend precedente, soffermandomi su una serie di articoli interessanti: la storia delle pandemie dall’antichità a oggi, il diario della quarantena condiviso da otto scrittori, quarant’anni dalla morte di Gianni Rodari (leggendo, mi sono ricordato che mio figlio è nato il suo stesso giorno), recensioni varie, un racconto di Etgar Keret.

Nessuna delle persone intorno a me – decine e decine – si è tolta il giubbotto o ha letto qualcosa che non fosse il proprio telefono; ho notato che alcuni continuavano a indossare addirittura foulard e copricollo. Forse non bastano i quattro gradi di stamattina presto a giustificare la cosa. È come se fossero rimasti paralizzati in una dimensione in cui fa ancora freddo e in cui i vuoti non si possono colmare. Mi pare di vedere davanti a miei occhi una nuova realtà, eppure più che mai romanzesca. Tant’è che in questo frangente mi sento attraversato da un’epifania e mi rivedo in Gabriel Conroy, protagonista del racconto I morti (l’ultimo della raccolta Gente di Dublino di Joyce), che dopo una rivelazione della moglie deve arrendersi a un senso di staticità e straniamento.

“La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.”

Questa sensazione di vuoto generale mi conduce a riflettere sul presente e a pormi un’improvvisa domanda, non so neanche da dove provenga: ma quali sono le mie passioni, le mie vere passioni e non quelle volatili, effimere, anzi quelle che non sono state scalfite nemmeno un po’ dallo scalpello del tempo? Ho già la risposta, senza nemmeno pensarci. La musica. Il cinema. E attorno alla lettura e alla scrittura, i racconti. I racconti, da quando scrivo e da quando leggo con ardore e consapevolezza, ci sono sempre stati, e ho buoni motivi per affermare che ci saranno sempre.

 

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Sono un lettore disordinato, e negli anni ho perso il controllo, tanto che al momento tengo sparsi per la casa diversi libri da leggere in parallelo: di solito un romanzo e un’autobiografia, qualche volta un libro sulla scrittura (un manuale o i consigli di un autore noto), il lettore di ebook sempre pronto a essere aperto quando c’è da fare un “assaggio” e quello di mp3 con gli audiolibri utili quando vado in bicicletta (non ora, certamente), ma ciò che non manca mai è una raccolta di racconti. Nei laboratori di scrittura creativa faccio leggere e scrivere testi brevi, e guarda caso proprio l’altra sera parlavamo di epifania discutendo sui racconti di Joyce (certo, e chi sennò), Pirandello e David Foster Wallace.

Una cosa che leggo spesso agli allievi dei laboratori sono “I diritti imprescrittibili del lettore”, elencati in Come un romanzo di Daniel Pennac; il quarto è il diritto di rileggere. Nella mia vita, lo confesso, non sono molti i libri che ho riletto (è pur vero che milioni di altri libri aspettano di essere letti per la prima volta), e se l’ho fatto è soprattutto perché mi sono avvalso di questo diritto in età differenti, volendo capire l’effetto che faceva riprendere in mano qualcosa che anni prima magari non mi aveva convinto oppure, al contrario, mi aveva conquistato già allora e adesso chissà.

Di racconti sfusi invece, certo complice la brevità ma non solo, ne ho riletti a decine, nonostante già li conoscessi a memoria o quasi, solo per il piacere di riscoprirli ogni volta. Vorrà pur dire qualcosa, no?

Come scrittore, è con i racconti che mi sono formato e che ho avuto le soddisfazioni più grandi. Negli anni poi mi sono accostato anche all’esperienza del romanzo, ma l’impronta è rimasta tale, tanto che i miei sono tutti romanzi piuttosto brevi. L’unico romanzo corposo che ho concepito giace tutt’ora lì nell’hard-disk, impubblicato (si dirà impubblicato? Beh, ormai è andata…) e probabilmente necessita dell’ennesima revisione (ho perso il conto, dato che la prima versione del libro risale alla fine del 2011). La verità è che mi sono avvicinato al romanzo un po’ per curiosità, un po’ per capire se fossi capace di gestirne l’intreccio, ma soprattutto perché è il mercato librario che mi ha spinto in quella direzione. I racconti non si leggono. I racconti non si vendono. Con i racconti non hai tempo di affezionarti ai personaggi. Sono frasi come queste che mi hanno condotto altrove. Certo la sperimentazione è essenziale per uno scrittore, perché gli permette di esplorare territori per lui sconosciuti. Ma evidentemente la nostra vera natura trova modo di emergere, di tornare a farci visita anche se per qualche tempo ce ne allontaniamo. In questo momento sono molto interessato all’autobiografia, al saggio cinematografico, e il racconto è tornato prepotentemente a riaffacciarsi nella mia vita. Adoro quella zona d’ombra che si riesce a creare attraverso le storie brevi, l’interpretazione, il focus su un dettaglio che esplode, l’episodio anziché l’intera esistenza, il lavoro di sottrazione che ti fa ragionare sugli impliciti, sul sottotesto, persino sui silenzi. Il non detto. E poi, per dirla con le parole di Julio Cortazar, “quella favolosa apertura dal piccolo verso il grande, dall’individuale e circoscritto all’essenza stessa della condizione umana”.

Dunque, mi chiedo spesso: perché nel nostro Paese c’è così poca attenzione verso il racconto? Perché, addirittura, in alcune recensioni si spacciano delle raccolte di racconti per romanzi, non nominandone mai la vera composizione? Che poi, diciamo la verità, in Italia abbiamo una tradizione gloriosa in fatto di racconti, sarebbe una lista lunghissima ma ne cito solo alcuni: Calvino, Moravia, Buzzati, Sciascia, Scerbanenco, Manganelli.

Proprio quest’ultimo diceva del racconto: “Sua è la gloria dell’imperfezione letteraria”. È assolutamente così: una gloriosa imperfezione. Oggi invece ci limitiamo a pochissimi autori che hanno avuto il merito di sfondare pur scrivendo racconti, manco fosse la serie B della letteratura; uno su tutti è Paolo Cognetti, che poi però ha vinto il Premio Strega con un romanzo… che le case editrici lo abbiano “obbligato” a passare alla forma lunga per diventare più commerciale?

Quando arrivo di fronte all’entrata del supermercato, mi rendo conto di aver imbastito nella mia mente una sorta di arringa in difesa del racconto, e che magari non ce n’era nemmeno bisogno, ché tanto sa difendersi bene da solo. Poi ci sono il gel igienizzante e i guanti di plastica trasparenti ad attendermi. Un addetto mi fa cenno che posso finalmente entrare. E mentre oltrepasso la porta scorrevole, mi rendo conto di un’altra cosa: che quell’idea per la rubrica, adesso, ce l’ho eccome.

Per questo ogni tanto tornerò a parlarvi di racconti, se non vi dispiace. Ogni volta un racconto diverso, analizzandone gli aspetti che più mi hanno colpito e che, spero, colpiranno anche voi.

Lo “stupido verso”…che ha la forza di cambiare tutto in meglio.

Chi come noi apre un Caffè letterario di questi tempi non può che essere un po’ pazzo e un po’ malato e aver bisogno come e ancor prima di tutti del potere curativo della parola.

Perciò accogliamo con piacere  il contributo inedito di Denata Ndreca.

Qualche tempo fa una rivista si è occupata di lei con un bell’articolo, parlando della sua vita come di una storia molto peculiare tra “poesia e integrazione“. Già, perchè Denata nasce a Scutari, la Firenze dei Balcani, cuore pulsante della cultura albanese, tra cristianesimo ed islam. Tra un marciapiede dove c’è il campanile di una chiesa ed un altro dove c’è il minareto di una moschea e ha attraversato, non smarrendo anzi rafforzando la sua voce di poetessa, i momenti bui della storia del suo Paese.Quindi la sua voce non poteva tacere in questo momento.  Ci dice più avanti che l’Universo risorge in un “semplice – stupido verso“. Noi la ringraziamo di questi versi nella convinzione che i versi più semplici e puri, tuttaltro che stupidi, siano in realtà i più difficili da comporre e che gli stessi siano come i fiori: sono proprio quelli in apparenza più elementari che restano indelebilmente impressi nella nostra memoria connessi ai momenti più complessi della nostra vita!!!

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Denata nel 2003 pubblica la sua prima raccolta di poesie “Intorno a me” in albanese. Nel 2017 con il volume di poesie “Senza Paura” viene classificata quinta al premio internazionale di letteratura “Terre di Liguria”. Sempre nel 2017 vince il premio internazionale “Michelangelo Buonarroti” per i Ragazzi con l’opera “La Carrozzina Magica” riportando l’attenzione dei bambini verso il mondo della malattia e della disabilità. Nel 2018 esce il libro Un Faro nella nebbia, nel 2019 Tempo negato.

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Ndreca

(Mentre tutto tace e sta in silenzio, guardo il mondo, scrivo e penso – a quello che abbiamo, a quello che ci tiene in sospeso; all’Universo che mi risorge in un semplice – stupido verso)

“La carezza”

Bisognerebbe seminare alberi.

Poi fiori.

Poi bisognerebbe prendersi cura di loro.

Bisognerebbe lavorare la terra di giorno

e lasciare briciole di pane

lungo i sentieri – per la notte buia.

 

E bisognerebbe guardare la luna

finché ce la lasceranno,

perché anche lì – vorranno mettere mano.

 

E alzare il volto verso il cielo,

e cogliere – nel petto – incrocio

delle tempeste col sereno.

 

E poi bisognerebbe dirlo alle stelle –

che sono belle.

 

E baciarsi, e amarsi.

Bisognerebbe ricordarlo sempre:

la carezza e gli abbracci  –

sono i luoghi più belli per ritrovarsi.

 

 

Denata Ndreca

 

 

 

Attenzione, attenzione, lanciamo il guanto di sfida: parte #io racconto breve!!!!

#ioraccontobreve: un racconto forte come un caffè espresso e  breve come una tazza di…ristretto! Nell’ambito dell’iniziativa Caffè 19 abbiamo deciso di dare a lettori, amici, scrittori o amanti della scrittura la possibilità non solo di leggere  o commentare quanto giorno per giorno tentiamo di fare, ma di esprimersi  attivamente scrivendo un racconto in forma breve, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!). Sembra facile, ma non lo è! I migliori saranno pubblicati sui nostri siti e social ed entreranno a far parte dell’iniziativa del Caffè letterario 19. Analogo comunicato è disponibile da ora sul sito di Toscanalibri.it nello spazio dedicato a Caffè 19.. Dovete inviarli per mail a bellmaxi@tin.it corredati di un vostro breve profilo.

Ma siccome non si può chiedere qualcosa senza dare prima il buon esempio, abbiamo chiesto a bravi scrittori di dare il la all’iniziativa: oggi iniziamo con i primi tre. Massimiliano Bellavista, Riccardo Boccardi,  Francesco Ricci, che hanno scelto , generosamente, di esporsi per primi!

IVO, RETROSPETTIVO di Massimiliano Bellavista

Il 15 la rata del mutuo, poi il negozio. Ivo, appena sveglio, fissava allo specchio il colorito giallastro. Rimanevano €154,54, due debiti, un tumore, nessun credito. Il furgone sfasciato per schivare un ciclista, il naso rotto al perito. Anni prima sua moglie, fuggita col terapeuta. Ricordava il loro primo appuntamento. Con la macchina, dopo la laurea, in posti bellissimi. Suo padre, morente, gli consegnò chiavi di negozio e furgone. Il futuro, due chiavi in mano. Lo scambiavano per lui quando uscivano con mamma. Lei finito il bagno lo asciugava. Nonna sorrideva: tutto il povero nonno.Quando nacque il nonno disse al babbo “Sei un uomo, tanta fortuna…tanta!!!”

SATORI di Riccardo Boccardi

Aprendo la confezione ne avvertii la fragranza gentile. Ero distratto dalla flebo di mia madre per notare quell’esplosione scarlatta. Nella camera d’ospedale l’aria sembrò rarefarsi, lo sterile biancore violato dal rosso festante. Una manciata di fragole portò sorrisi nell’angoscia delle quattro anziane sorelle di stanza. A tutte consegnai il delizioso regalo, stupito dal seducente potere benefico. Per tiepidi attimi scomparvero destino, sofferenza e morte. S’infranse la barriera tra le stagioni e vidi bimbe spensierate gustare l’estate. Ne custodirò il ricordo fin quando una giovane mano porgerà anche a me lo stesso frutto e dovrò allungarmi oltre le sbarre del letto per afferrarlo.

SERA DI CAMOLLIA di Francesco Ricci

C’erano delle sere in Camollia che parevano non avere fine. Sulle panche di legno, all’esterno della Società, uomini anziani sedevano a parlare. Noi ragazzi preferivamo stare con la schiena contro il muro per poter vedere meglio le citte che passavano sorridenti. Allora tante cose io non le capivo. Osservavo quegli uomini dai capelli bianchi e con profonde rughe sul volto, e pensavo che per loro la giovinezza fosse passata da tanto tempo e per sempre. Non mi rendevo conto che, in realtà, stava già dicendo addio anche a me, ai miei amici, a quelle citte bellissime e allegre.