L’esistenza come convivenza degli opposti

spinta vitale

Mirko Tondi è nato a Firenze nel 1977. Dopo la menzione speciale al premio Troisi (2005), ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi antologici (fra quelli anche un racconto per i Gialli Mondadori, 2010) e alcuni romanzi, tra cui l’ebook Come fili che s’intrecciano (Abel Books, 2012).Nel 2018 ha pubblicato la raccolta di racconti Vederci doppio (Robin Edizioni), ma il suo ultimo libro nel campo della narrativa è il romanzo Era l’11 settembre (Toutcourt Edizioni, 2020). All’inizio del 2020 ha dato alle stampe anche il volume Ricomincio da Firenze (Edizioni Il Foglio Letterario), un saggio cinematografico sui film girati e ambientati a Firenze e a cui hanno collaborato attori, registi, personaggi dello spettacolo, scrittori, giornalisti e blogger (alcuni nomi: Cristiano Militello, Antonio Petrocelli, Barbara Enrichi, Sergio Forconi e molti altri). Nell’autunno del 2015 ha fondato insieme a Chiara Novelli il Gruppo Scrittori Firenze, collettivo che intende promuovere la scrittura in ogni sua forma in tutto il territorio nazionale. Collabora con la rivista Il Foglio Online curando la rubrica “Brandelli di uno scrittore precario“

 

11 settembre_OK_stampa_page-0001

Ciò che segue, per Caffè 19, è proprio un estratto del romanzo Era l’11 settembre, cui naturalmente auguriamo tutto il meglio, certi come siamo che il difficile periodo in cui ha visto la luce, che ha impedito all’Autore di poterlo promuovere come merita come è purtroppo successo ad altri libri, alla fine ne renderà solo più forte e duraturo il successo.

(Nando Barrella ha perso un figlio in un incidente stradale l’11 settembre del 2001. Ora, passati 15 anni, decide di fissare la sua vita su carta e si rivolge a un ghostwriter. Avviene così l’incontro di due decadenze: quella psicofisica dell’anziano che si sente responsabile della sua solitudine, e quella della società attuale di cui gli attentati al World Trade Center simboleggiano l’inizio. Entrambi i protagonisti vivono un senso di fallimento, ma dalla congiunzione delle loro fragilità e dal racconto della vita di Barrella, fiorirà una nuova spinta vitale.)

Mentre leggevo un libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, mi sono imbattuto in questa citazione di Fitzgerald: “Naturalmente ogni vita è un processo di demolizione”. La frase mi ha trascinato con sé non appena l’ho letta, e subito l’ho riversata su un taccuino; ma più che altro mi sono ritrovato a riflettere sul fatto che stessi trascrivendo le parole di un autore riportate da un altro autore, come in un geometrico gioco di scatole cinesi, l’una il contenitore dell’altra. Annoto frasi come questa per rileggerle un giorno e ritrovarmi in quell’esatto momento in cui le avevo scritte. Nel passaggio successivo dunque mi sono rivisto fra trenta o magari quarant’anni, quando avrei avuto più o meno l’età di Nando Barrella e probabilmente mi sarei ritrovato a rimpiangere con nostalgia quei momenti in cui già adesso, in realtà, rimpiango qualcosa che è avvenuto prima.

Mi sono lasciato risucchiare da questo vortice senza via d’uscita, giacché vivo di ricordi e sono destinato a ricordare, non solo per me ma anche per gli altri; allo stesso tempo so che un giorno tutto questo mi sarà insopportabile, fino a non voler più ricordare. La demolizione, trascorsa ormai la mia esistenza, sarà completa.

Al contrario, non so quale forza spinga Nando Barrella a voler ricordare a tutti i costi, al punto tale da dover pagare qualcuno per fossilizzare le sue memorie. Si tratta dello stesso meccanismo che attrae la maggior parte delle persone che si rivolgono a me: per quanto la volontà di dimenticare possa essere forte, prevale l’esigenza di raccontare, far riaffiorare il dolore anziché confinarlo nel territorio sperduto dell’oblio.

Penso di continuo al racconto di quel giorno, quando avvenne l’incidente. Dalla mia prospettiva vedevo un uomo completamente devastato da quanto gli era successo e, nonostante tutto, in grado di ripercorrere le sofferenze che l’evento aveva generato. Non posso saperlo con certezza, ma credo che perdere un figlio significhi essere uccisi in maniera lenta e studiata dal boia invisibile dell’autoannientamento; eppure la tortura, per quanto lunga e crudele, lascia solidificare la consapevolezza di averlo perso.

Da una parte il dolore distrugge e dall’altra l’accettazione costruisce, come due popoli antitetici, separati da un muro. Poi, un giorno, quel muro crolla e le due cose coincidono. Del resto ci sono in noi forze vitali contrastanti che riescono in qualche modo a stare insieme, a convivere nello stesso corpo.

L’uomo è un essere fatto di equilibri sottili e qualche volta, per qualche ragione difficile da comprendere, certi meccanismi funzionano pur sistemandosi a un passo dal disastro…(…)

 

6 pensieri riguardo “L’esistenza come convivenza degli opposti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...