Anatomia di un racconto. Per Caffè 19 una nuova rubrica a difesa del ‘panda’ della narrativa

Che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. Chi scrive parla per esperienza e sa quanto ha dovuto faticare per trovare due editori bravi e lungimiranti che ci hanno creduto davvero (perchè poi se si pubblicano e si promuovono per bene, poi il lettore li legge eccome, i racconti). Il risultato è che i “maestri del racconto” sono spesso solo stranieri. Invece no, invece no!. In Italia li sappiamo scrivere e anche….fare a pezzi all’occorrenza come i motorini per guardarci un po’ dentro!!!  Questa rubrica, che Mirko Tondi ci regalerà settimanalmente o giù di lì, si chiama Anatomia di un racconto. Grazie Mirko.

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Da alcuni giorni cerco un’idea per una rubrica letteraria. A dire il vero ho smesso di lambiccarmi il cervello, perché come al solito finisce che a forza di pensarci poi non mi viene in mente niente di originale. Anzi, il contrario. Poi c’è la vita di tutti i giorni, che a definirla così adesso pare la stessa vita di sempre. Macché. Sono in coda al supermercato da circa un’ora e mezza, e dopo un percorso a zig zag sotto a un sole che pare aver sbagliato mese per quanto si sia messo a picchiare, stiamo per entrare nell’ultimo tratto, quello adombrato da una fila di tendoni e gazebo. Stanno passando proprio adesso a consegnare delle bottigliette d’acqua, e la cosa mi ricorda una di quelle scene viste al telegiornale, di quelle con gli automobilisti che rimangono bloccati durante l’esodo estivo in un tratto autostradale dove c’è stato un incidente mortale e si è formata una scia chilometrica destinata a lambire l’infinito o un suo vicino parente. Invece siamo soltanto al supermercato, lo ricordo, in un giorno qualsiasi di una qualsiasi settimana d’aprile; ma la cosa più strana è che tutto questo ormai ci appare normale, è così e basta sembrano dire sommessamente le facce della gente, che esprimono un collettivo senso di rassegnazione. Facce private della loro metà e che ora sono soltanto occhi bassi, diretti verso la strada o fissi sul proprio dito che scorre sul cellulare. In questo tempo che ci ha separato dal mondo vero io mi sono tolto il giubbotto e, poggiando i gomiti sul carrello, ho letto il giornale, un numero del settimanale “La lettura” del weekend precedente, soffermandomi su una serie di articoli interessanti: la storia delle pandemie dall’antichità a oggi, il diario della quarantena condiviso da otto scrittori, quarant’anni dalla morte di Gianni Rodari (leggendo, mi sono ricordato che mio figlio è nato il suo stesso giorno), recensioni varie, un racconto di Etgar Keret.

Nessuna delle persone intorno a me – decine e decine – si è tolta il giubbotto o ha letto qualcosa che non fosse il proprio telefono; ho notato che alcuni continuavano a indossare addirittura foulard e copricollo. Forse non bastano i quattro gradi di stamattina presto a giustificare la cosa. È come se fossero rimasti paralizzati in una dimensione in cui fa ancora freddo e in cui i vuoti non si possono colmare. Mi pare di vedere davanti a miei occhi una nuova realtà, eppure più che mai romanzesca. Tant’è che in questo frangente mi sento attraversato da un’epifania e mi rivedo in Gabriel Conroy, protagonista del racconto I morti (l’ultimo della raccolta Gente di Dublino di Joyce), che dopo una rivelazione della moglie deve arrendersi a un senso di staticità e straniamento.

“La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.”

Questa sensazione di vuoto generale mi conduce a riflettere sul presente e a pormi un’improvvisa domanda, non so neanche da dove provenga: ma quali sono le mie passioni, le mie vere passioni e non quelle volatili, effimere, anzi quelle che non sono state scalfite nemmeno un po’ dallo scalpello del tempo? Ho già la risposta, senza nemmeno pensarci. La musica. Il cinema. E attorno alla lettura e alla scrittura, i racconti. I racconti, da quando scrivo e da quando leggo con ardore e consapevolezza, ci sono sempre stati, e ho buoni motivi per affermare che ci saranno sempre.

 

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Sono un lettore disordinato, e negli anni ho perso il controllo, tanto che al momento tengo sparsi per la casa diversi libri da leggere in parallelo: di solito un romanzo e un’autobiografia, qualche volta un libro sulla scrittura (un manuale o i consigli di un autore noto), il lettore di ebook sempre pronto a essere aperto quando c’è da fare un “assaggio” e quello di mp3 con gli audiolibri utili quando vado in bicicletta (non ora, certamente), ma ciò che non manca mai è una raccolta di racconti. Nei laboratori di scrittura creativa faccio leggere e scrivere testi brevi, e guarda caso proprio l’altra sera parlavamo di epifania discutendo sui racconti di Joyce (certo, e chi sennò), Pirandello e David Foster Wallace.

Una cosa che leggo spesso agli allievi dei laboratori sono “I diritti imprescrittibili del lettore”, elencati in Come un romanzo di Daniel Pennac; il quarto è il diritto di rileggere. Nella mia vita, lo confesso, non sono molti i libri che ho riletto (è pur vero che milioni di altri libri aspettano di essere letti per la prima volta), e se l’ho fatto è soprattutto perché mi sono avvalso di questo diritto in età differenti, volendo capire l’effetto che faceva riprendere in mano qualcosa che anni prima magari non mi aveva convinto oppure, al contrario, mi aveva conquistato già allora e adesso chissà.

Di racconti sfusi invece, certo complice la brevità ma non solo, ne ho riletti a decine, nonostante già li conoscessi a memoria o quasi, solo per il piacere di riscoprirli ogni volta. Vorrà pur dire qualcosa, no?

Come scrittore, è con i racconti che mi sono formato e che ho avuto le soddisfazioni più grandi. Negli anni poi mi sono accostato anche all’esperienza del romanzo, ma l’impronta è rimasta tale, tanto che i miei sono tutti romanzi piuttosto brevi. L’unico romanzo corposo che ho concepito giace tutt’ora lì nell’hard-disk, impubblicato (si dirà impubblicato? Beh, ormai è andata…) e probabilmente necessita dell’ennesima revisione (ho perso il conto, dato che la prima versione del libro risale alla fine del 2011). La verità è che mi sono avvicinato al romanzo un po’ per curiosità, un po’ per capire se fossi capace di gestirne l’intreccio, ma soprattutto perché è il mercato librario che mi ha spinto in quella direzione. I racconti non si leggono. I racconti non si vendono. Con i racconti non hai tempo di affezionarti ai personaggi. Sono frasi come queste che mi hanno condotto altrove. Certo la sperimentazione è essenziale per uno scrittore, perché gli permette di esplorare territori per lui sconosciuti. Ma evidentemente la nostra vera natura trova modo di emergere, di tornare a farci visita anche se per qualche tempo ce ne allontaniamo. In questo momento sono molto interessato all’autobiografia, al saggio cinematografico, e il racconto è tornato prepotentemente a riaffacciarsi nella mia vita. Adoro quella zona d’ombra che si riesce a creare attraverso le storie brevi, l’interpretazione, il focus su un dettaglio che esplode, l’episodio anziché l’intera esistenza, il lavoro di sottrazione che ti fa ragionare sugli impliciti, sul sottotesto, persino sui silenzi. Il non detto. E poi, per dirla con le parole di Julio Cortazar, “quella favolosa apertura dal piccolo verso il grande, dall’individuale e circoscritto all’essenza stessa della condizione umana”.

Dunque, mi chiedo spesso: perché nel nostro Paese c’è così poca attenzione verso il racconto? Perché, addirittura, in alcune recensioni si spacciano delle raccolte di racconti per romanzi, non nominandone mai la vera composizione? Che poi, diciamo la verità, in Italia abbiamo una tradizione gloriosa in fatto di racconti, sarebbe una lista lunghissima ma ne cito solo alcuni: Calvino, Moravia, Buzzati, Sciascia, Scerbanenco, Manganelli.

Proprio quest’ultimo diceva del racconto: “Sua è la gloria dell’imperfezione letteraria”. È assolutamente così: una gloriosa imperfezione. Oggi invece ci limitiamo a pochissimi autori che hanno avuto il merito di sfondare pur scrivendo racconti, manco fosse la serie B della letteratura; uno su tutti è Paolo Cognetti, che poi però ha vinto il Premio Strega con un romanzo… che le case editrici lo abbiano “obbligato” a passare alla forma lunga per diventare più commerciale?

Quando arrivo di fronte all’entrata del supermercato, mi rendo conto di aver imbastito nella mia mente una sorta di arringa in difesa del racconto, e che magari non ce n’era nemmeno bisogno, ché tanto sa difendersi bene da solo. Poi ci sono il gel igienizzante e i guanti di plastica trasparenti ad attendermi. Un addetto mi fa cenno che posso finalmente entrare. E mentre oltrepasso la porta scorrevole, mi rendo conto di un’altra cosa: che quell’idea per la rubrica, adesso, ce l’ho eccome.

Per questo ogni tanto tornerò a parlarvi di racconti, se non vi dispiace. Ogni volta un racconto diverso, analizzandone gli aspetti che più mi hanno colpito e che, spero, colpiranno anche voi.

10 pensieri riguardo “Anatomia di un racconto. Per Caffè 19 una nuova rubrica a difesa del ‘panda’ della narrativa

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