Anatomia di un racconto Nr. 3: la prospettiva dei giorni perduti

Appena due giorni fa, a conferma del fatto che non è andato affatto tutto bene, e che in tanti siamo usciti dal guscio più stanchi e stressati che mai, e per di più con le solite vecchie idee in testa, (perchè le idee le cambi se apri le finestre e fai entrare aria fresca, ovvero fuor di metafora se incontri gente e viaggi, non se stai chiuso nell’ovattato ombelico domestico, mummificato davanti a un pc o in gabbia come i cardellini in terrazzo a cantare) mi son sentito ancora dire da addetti ai lavori che i racconti hanno un pubblico esiguo. Certo, può succedere, specialmente se non li leggiamo o se pubblichiamo solo quelli tradotti, magari di qualche decennio fa. E’ una delle più lampanti dimostrazioni del nostro provincialismo letterario. Ma lasciamo stare.

Nelle due puntate precedenti abbiamo parlato di varie cose. L ‘altra volta di che cos’è un racconto, la volta successiva, usando come apripista Thomas Bernhard, di come a volte basti una scena, una frase, un contrasto a ‘fare’ un racconto.  Questa volta  il discorso si fa più sottile, e lo introduce Buzzati. Questa rubrica, che Mirko Tondi ci sta regalando con una cadenza fissa, si chiama come ormai sapete  Anatomia di un racconto. Grazie di nuovo, Mirko, per gli spunti che ci dai!

Da parte mia e da disturbatore qual sono aggiungo che da questo testo di Buzzati emerge come ogni Editore dovrebbe pubblicare racconti di qualità, perchè chi li scrive deve possedere non solo talento, ma un bagaglio tecnico completo e fine, e non si può permettere errori (forse invece a pensar male scrivendo 500 o mille pagine, sì). Non si tratta solo di pennellare, nè di accostare colori sgargianti, come si potrebbe pensare, ma di prospettiva:  soffermatevi su quel che dice Mirko e vi accorgerete che il testo è una ablissima, fantastica sequela di vedute prospettiche, di punti di fuga che si inanellano e di susseguono, prima dalla villa, poi verso il parco, dal parco verso la discarica, dalla discarica al ventre del lettore (quel bellissimo ‘qui’ di cui Mirko parla magistramente) e infine…verso un punto irraggiungibile…

…e  poi scusare, ma oggi anche se qualcuno graziosamente legge, chi ‘rilegge’? un racconto invece da modo di farlo, e anche tante volte, dai punti di vista e dall’alto degli stati d’animo più disparati.

anatomia

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Anatomia di un racconto –I giorni perduti 

 

i giorni perduti

In questo brevissimo, microscopico (per dimensioni ma non certo per temi e significati) racconto di Dino Buzzati, tratto dalla raccolta Le notti difficili (1971), abbiamo un protagonista dal nome insolito, Ernst Kazirra, e sappiamo che da poco si è trasferito in una “sontuosa villa”. Il racconto comincia così, con l’avvistamento di un uomo misterioso, il quale porta sulle spalle una cassa uscendo da una porticina secondaria e la carica sul camion. Kazirra lo insegue a piedi, e non riuscendo a raggiungerlo lo segue in auto. Il camion giunge alla periferia della città, fermandosi al bordo di un fosso. “Lo sconosciuto”, come viene definito da Buzzati, scarica la cassa e la getta nel dirupo, cosicché questa vada a fare compagnia a migliaia di altre. A questo punto Kazirra si avvicina e rivolge la parola all’uomo, chiedendogli cosa ci sia in quelle casse. L’uomo, con un sorriso che stride con la situazione, risponde che là dentro ci sono i giorni. I dialoghi sono pochi e tutti serrati, e da questi si rivela che i giorni contenuti nelle casse non siano

 

perspettiva

giorni qualsiasi, ma i suoi giorni, quelli di Kazirra. Non solo: si tratta dei suoi giorni perduti. Siamo a metà di questo piccolo racconto (una paginetta in tutto) e siamo nel cuore della storia, laddove si scopre il mistero che ha condotto il protagonista a seguire uno sconosciuto. Kazirra guarda le casse ammucchiate laggiù nella scarpata, questo disordine fisico che ne riflette uno interiore, scende e ne apre una. Ecco che spunta “una strada d’autunno”, ma soprattutto Graziella, “la sua fidanzata che se n’andava per sempre”, e lui non riesce nemmeno a chiamarla.

Forse non vuole chiamarla. Preso da questa smania di scoprire quali altri giorni perduti contengano le casse, ne apre una seconda e ne esce una camera d’ospedale: questa volta l’immagine è dedicata al fratello morente e in sua attesa, ma lui è troppo concentrato sui suoi affari per recarsi a trovarlo. Terza cassa: c’è una “vecchia misera casa” – simbolo di un passato lontano, le umili origini abbandonate in virtù di agi e ricchezze – e davanti a un cancelletto Duk, il cane che lo attende da due anni, ormai rinseccolito e malandato.

Ed ecco la frase che cambia le carte in tavola, anzi la parola, una parola talvolta striminzita e insignificante e invece ora potente perché utilizzata nel posto giusto al momento giusto, e per questo in grado di fare la differenza: “Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco”. La parola è “qui”, perché d’improvviso avvicina incredibilmente chi legge al narratore, fino a rendere universale quella sensazione, che in fondo abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita, di aver perso un’occasione importante o magari più d’una, un rimpianto che comincia a circolare dentro di noi ed esplode nello stomaco. È come se il narratore si spogliasse dei suoi panni di cronista distaccato e ci indicasse sul suo corpo il punto esatto in cui si materializza quella “certa cosa”. Buzzati avrebbe potuto dire “lì”, oppure avrebbe potuto dire “Si sentì prendere da una certa cosa alla bocca dello stomaco”. Invece no: la frase rimane semplicissima nella sua costruzione e nel linguaggio, eppure quella parola piazzata in quel punto la rende decisiva.

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La figura dello scaricatore di casse adesso viene descritta “come un giustiziere”. Chi incarna allora lo sconosciuto? La sua coscienza, la voce della ragione, una giustizia terrena, il suo doppio, la morte, il tempo scaduto? Kazirra ora inizia a supplicarlo, chiedendo di lasciargli almeno quei giorni, solo quei tre. Crediamo che il protagonista abbia realizzato ormai i suoi errori e speriamo in una svolta dettata dai suoi sentimenti, ma ecco che invece propone in cambio dei soldi dicendo di essere ricco, di essere disposto a dare tutto quello che serve per ottenere quei giorni.

Vorrebbe contrattare con lo scaricatore, vorrebbe comprarlo così come ha comprato tutte le altre cose materiali, compresa la sua sontuosa villa. Ma no, non è possibile. Poi il finale: un gesto dell’uomo a indicare che è ormai troppo tardi, tutto ciò che è stato ha assunto il carattere dell’irreparabile, e dopo avviene la sua scomparsa insieme alle casse. Tutto svanisce, come in un racconto di fantasmi o in una scena immaginaria. Infine c’è un’ultima, eloquente frase: “E l’ombra della notte scendeva”. Kazirra, non c’è nessuna speranza per te in questa notte impietosa.

Numerose sono le domande alla fine della lettura nonostante la brevità del racconto, ma una necessaria selezione mi impone di privilegiarne alcune più di altre, e allora eccone un paio: visto che Buzzati sognava molto e da quanto riferisce in delle interviste scriveva anche dei suoi sogni, può darsi che queste atmosfere angosciose e rarefatte siano state proprio ispirate da un sogno? Considerato l’impianto kafkiano del racconto e l’adorazione di Buzzati per il genio praghese, sarà mica un caso che il nome del protagonista cominci con la lettera K?

I giorni perduti è un racconto fantastico e allegorico, ma anche capace di lanciare messaggi precisi, indiscutibili. Il protagonista ha passato la sua vita ad accumulare soldi e in preda all’avidità del possesso, e questo lo sappiamo da pochi ed efficaci elementi. I giorni che ha vissuto rappresentano il simbolo di tutti quelli che al contrario non è riuscito a vivere, perché troppo impegnato su sé stesso. Vien da dire che oltre ai suoi giorni, Kazirra abbia perso per sempre anche la felicità. O che, magari, non l’abbia mai trovata.

 

Quando i racconti sono asteroidi

Ho conosciuto Giorgio Simoni in una fiera del libro virtuale pochi giorni fa. Almeno questo lo si può fare, anche a distanza. Intendo valutare quando una persona, prima ancora che uno scrittore, ha qualcosa di interessante e profondo da dire su sé e sul suo territorio. E’ il suo caso

A breve parleremo del suo ultimo libro, vorrei però partire dalla grande cortesia che ha fatto per me e soprattutto per Caffè 19 con un suo inedito, uno di quei racconti da leggere e rileggere, perchè ogni volta dice qualcosina in più…

Giorgio Simoni abita a Pomarance in provincia di Pisa è amante della storia, molto interessato all’attualità e da sempre ama leggere. Nel nostro seminario online di qualche giorno fa ha detto di voler descrivere un territorio, il suo,  attraverso i suoi libri: già per questo per il sottoscritto è degno di ammirazione. Il suo territorio in verità un po’ in questo lo favorisce, se non altro nell’abbondanza di storie peculiari: oltre ad essere una zona bellissima, vi si svolge tra l’altro una delle storie industriali più singolari d’Italia, la storia dell’industria boracifera di Larderello.

larderello

Dal 2009 ha iniziato un percorso letterario che lo ha visto dal 2011 al 2016, con i suoi romanzi e racconti, finalista nei principali premi di genere quali: il Premio Tedeschi, Delitto d’autore, Gran Giallo Cattolica, Giallolatino, Nebbia Gialla e Garfagnana in giallo.  Per la casa editrice Delos Digital nella collana History Crime ha pubblicato quattro ebook dal titolo “La strada ferrata della vita”, “La sacra scheggia”, “Maremma amara” e “Il prezzo dell’ingenuità”. Ha appena finito di scrivere il romanzo storico “Il diavolo non abita qui” e iniziato il sequel di “Nati per morire”.

ASTEROIDS

Nonostante le grandi ombre rotonde sopra di me, il caldo è soffocante. Tutto intorno sento le grida. Cerco di concentrarmi, ma è così difficile.

Guardo gli asteroidi in avvicinamento, sempre più grandi, le traiettorie andranno a incrociarsi, ma entrambi sono in rotta di collisione con la Terra. È impossibile rimanere freddi e concentrati. Ma il prescelto sei tu! Sei tu l’uomo decisivo che deve evitare la catastrofe.

Mi asciugo la fronte e controllo l’energia disponibile nell’accumulatore del “raggio di forza”. Adesso è di nuovo sufficiente. Imposto il puntatore per colpire l’asteroide “A” per deviarlo sull’asteroide “B” e farli autodistruggere. Aspetto la sovrapposizione delle linee di mira guidate dal computer e schiaccio il pulsante di sparo. L’asteroide “A” è colpito!

asteroids

Lo vedo deviare verso “B” ma non avviene nessun impatto gli asteroidi si sovrappongono e si oltrepassano ancora intatti.

− Ho sbagliato ancora la generatrice! − sbotto.

Mi concentro sullo schermo e analizzo. La traiettoria della sezione conica originata dall’incontro tra la retta generatrice del piano inclinato e l’asse del cono origine non è una parabola ma un’iperbole, devo impostare di nuovo il programma.

Ammiro lo splendore del cielo così maledettamente bello con le sagome sempre più grandi di quei corpi celesti impazziti. All’improvviso un piccolo settore in basso s’illumina: − Impostare generatrice “A”

Devo iniziare di nuovo la sequenza per assecondare questo maledetto programma.

Improvvisamente, intorno a me, è sceso il silenzio. Sento il peso degli sguardi; sono tutti atterriti in attesa dell’inevitabile. La tensione è alle “stelle”; è il caso di dirlo. Sulla console digito velocemente i dati che ho ricalcolato. Tra qualche attimo avverrà l’ultimo incrocio di orbite degli asteroidi prima dell’impatto col pianeta. Se la generatrice impostata è corretta, la deviazione li farà scontrare e si neutralizzeranno a vicenda, altrimenti sarà la fine.

Ci siamo! Il periodo di rivoluzione è quasi completo, gli astri sono di nuovo in rapido avvicinamento, non è più questione di prospettiva, questa volta non possono evitarsi.

− Ora! – grido, premendo il pulsante di sparo.

− Andiamo Gianni… smettila di giocare con quell’Ipad. Non senti che caldo? Invece di stare sempre sotto l’ombrellone a rimbecillirti il cervello con quelle cazzate perché non vai a fare un bagno!

Guardo mio padre con odio. Riesce sempre a rovinarmi tutto. Sbircio ancora il tablet e vedo gli asteroidi sovrapporsi senza scontrarsi. Il pianeta è perduto e “Asteroids” ha vinto ancora.

− Fanculo – impreco.

− Come? – Papà mi guarda male.

− No niente. Vado a fare un tuffo… è meglio.

Italia Book Festival: un’esperienza con numeri importanti

Cercare nuove strade fuori della crisi e magari, alla fine dell’emergenza, soluzioni vincenti da aggiungere alle ‘vecchie’.

Come evidenziato in questi giorni, c’è chi ci prova con impegno.

fine italia book festival

Si è conclusa la prima edizione di Italia Book Festival, la fiera virtuale reale nei contenuti organizzata da Edizioni del Loggione/Damster Edizioni. Alla fiera hanno partecipato 85 case editrici proveniente da tutta Italia, oltre 10mila visitatori e 30mila visualizzazioni delle oltre 90 interviste proposte.
Lettori e autori hanno potuto curiosare fra gli stand, parlare con gli editori attraverso una chat personalizzata e sfogliare più di 4000 titoli proposte dalle case editrici.
Tanti i laboratori e le letture animate proposte nell’area bambini. Concorsi, corsi di scrittura creativa e presentazioni libri per lettori curiosi.
Novanta interviste in diretta streaming con scrittori, registi, editori e giornalisti. Fra loro Carlo Lucarelli, Michele Cucuzza, Francesco Gagliardi, Gabriella Genisi e Valerio Varesi.
Una prima edizione che ha catturato l’attenzione di tanti lettori e autori emergenti. Un modo per interagire e conoscere il variegato mondo delle piccole e medie case editrici.
Una prima edizione che ha raccolto tante adesioni e un buon riscontro di pubblico. Un appuntamento che si ripeterà molto probabilmente nel mese di novembre 2020.

Ne sono nate nuove interessanti relazioni e per quanto ci riguarda ciò si concretizzerà a breve su queste pagine anche per Caffè 19. Come si dice…stay tuned!!!!

festival dello scrittore

festival scrittore

 

#ioraccontobreve: i vincitori della quinta settimana

Dunque, procediamo con ordine:

Partiamo da Milano, una Milano alla Gaber, più che una Milano da bere, come si legge nell’abilissimo quadro che ci propone Stefano Scanu, che non finiremo mai di ringraziare per il suo sostegno a questa iniziativa, che ha riscosso anche più gradimento di quanto ci aspettassimo. In fin dei conti chi ha partecipato non ha vinto niente, al limite speriamo un buon articolo, un po’ di visibilità e di sicuro la nostra stima, ma noi di sicuro abbiamo vinto il sincero piacere di leggerVi!

VIA CAPPUCCINI N. 3 di Stefano Scanu

gaber

Volevo farti una sorpresa. Avrei dovuto mettere le Clark per non fare rumore proprio come diceva Gaber in una vecchia canzone, invece rimbombano solo i miei passi in questo quadrilatero fitto di silenzio.

Quando mi hai detto: “alle sei davanti a Villa Invernizzi, quello dei formaggini”, ho annuito fingendo di conoscerlo per non deluderti.

Poi il silenzio è cresciuto con la sera e mi spiace non ci fossi, perché avrei voluto ringraziarti.

Ormai sono qui da ore, a spiare solo e sedotto dei fenicotteri rosa dietro il cancello del palazzo.

Non ricordo neanche più che ci sono venuto a fare.

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Viviamo tempi di difficile interpretazione. E di frasi fritte, fritte, fritte come direbbe Benigni. Soprattutto sui media.

Siamo come in guerra; siamo come nel ’29; siamo come nel dopoguerra …uffa!!!

Erik Scortecci, studente liceale del secondo anno, ci dice che ha deciso di scrivere questo racconto rifacendosi per l’appunto alla frase che oggi sentiamo spesso: “siamo come in guerra”.

Allora –dice- ho pensato di intrecciare il desiderio del ritorno alla normalità e alla quotidianità con la storia di un uomo, sconosciuto, ma di cui è intuibile lo stato d’animo. Ho cercato di raccontare una situazione tipica vissuta dai soldati che tornarono dal fronte, e che oggi in qualche modo stiamo vivendo di nuovo, aspettando di ritornare alla normalità.

la guerra è finita

RITORNO ALLA NORMALITÀ

Il cielo era di un grigio piombo e i tuoni annunciavano un temporale. Le sue lacrime si confondevano alla pioggerellina che iniziava a scendere. Stremato per il lungo viaggio, si ristorò nei pressi di un boschetto. Rimase lì, a contemplare dopo tanto tempo quei colli della sua Toscana. Era autunno, i campi arati sembravano mostrare le loro cicatrici. Intanto ripensava alla loro fioritura: agli steli di grano, che ad ogni soffio di vento, iniziavano a danzare. Ricordavano le increspature di un mare agitato. Presto, al di là di quel mare, Piero avrebbe incontrato la salvezza, e la sua angosciosa attesa sarebbe finita.

E quindi via con Stefano Vallini, nato a Siena 40 anni esatti dopo Dizzy Gillespie. Lasciamo a voi stabilire quando… Ha pubblicato per Betti Editore Quante storie per un menu! – Racconti di cucina toscana e Il vento frusciava – Un suo racconto “Asfalto” ha trovato posto sul portale di Toscanalibri.it.

E siccome Dizzy Gillespie nella sua Stardust diceva Besides the garden wall, when stars are bright/You are in my arms il suo racconto non poteva che parlare di stelle …e di cose ahimè ben più terrene,

…A RIVEDER LE STELLE

stardust

Roman l’avevo visto davanti al supermarket, raramente davanti alla chiesa. Tendeva la mano e basta. Io vi appoggiavo solo sguardi colpevoli e facili da dimenticare. Non credo che abbia mai lavorato, ma è sempre vivo. Non posso dire lo stesso dei miei ex-colleghi. Lo saluto quando si affaccia dalla sua baracca dall’altro lato della strada.

Le auto ci dividono con i loro fumi di polveri sottili e ossido di azoto, che a respirarle fanno lo stesso effetto della vita. Il ponte che abbiamo sopra la testa ci protegge dalla pioggia. La notte, per vedere le stelle è sufficiente spostarsi nella scarpata di fianco.

Terminiamo con un tema che avevamo già approfondito nella puntata numero 3, quello dei negozi e dei mercati in questo periodo.  Ce ne parla Susanna Daniele, giornalista e scrittrice, che è nata e vive a Pistoia. Ha pubblicato con vari editori testi teatrali, e racconti gialli e noir. Il suo ultimo volume è Serra si racconta, la raccolta di un secolo di memorie degli anziani abitanti di un paese della montagna pistoiese.

I COLORI DELLA VITA

i colori della vita

È uno dei due negozi rimasti aperti in una piazza che da secoli è centro di scambi commerciali e di vita cittadina. Il verde scuro di cavoli e broccoli, le gradazioni del rosso di peperoni, pomodori, radicchio e melanzane, il bianco di finocchi, porri e cavolfiori.C’è la bandiera italiana su quelle mensole di pietra vecchie di sette secoli, e molto altro.C’è cibo per il corpo, ma anche un sorriso per l’anima che trapela dagli occhi della venditrice, c’è una parola scambiata in un momento in cui la solitudine ha il sapore acre di una cattiva medicina.

Tutti i colori del tempo, tutti i colori di Laura

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato per #ioraccontobreve un racconto di Laura del Veneziano

Quel racconto ci aveva colpito molto perchè trattava, anzi esaltava il tema del dettaglio e del colore/non colore, e di quei piccoli spazi e anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si soffermava complice la quarantena, assai più di prima. (e si sofferma ancora, perchè tanto ora la quarantena non sta scritta nelle autocertifcazioni ma peggio ancora nelle nostre paure).

Il racconto si intitolava ‘Bianco’ e funzionava, essendo una introspettiva inversione tonale, come un negativo in fotografia: non poteva non lasciare la porta aperta a un positivo, cioè al racconto  che segue...

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La pianta di capperi, le lucciole e tutti gli altri miei colori

Quando ero bambina, ero particolarmente affascinata dalla pianta di capperi, non da una pianta di capperi generica, ma proprio da quella pianta di capperi che, ai miei occhi,
inspiegabilmente cresceva sul muro esterno della casa di mia nonna. Mi si presentava alla vista ogni volta che, svoltato l’angolo dovevo salire le scale. Me la ricordo con estrema chiarezza proprio perchè la mia curiosità era attratta dal come. Come era possibile per una piccola piantina sbucare dal nulla in mezzo al grigio edificio? Come le riusciva di vivere rimanendo giorno e notte, attraverso le stagioni, abbarbicata ad un muro? Le sue foglie verdi, tondeggianti, regolari, di diverse dimensioni ma pur sempre in una composta armonia, attiravano la mia attenzione verso il centro della pianta, dove i fiori, che dal bianco sfumavano verso il fucsia e quasi il viola, mi piacevano da matti perché ostentavano una forza incredibile. La forza della sopravvivenza, di chi resisite incurante di tutto e di tutti, di che ci riesce sempre: quella pianta di capperi mi mostrava in tutta la sua essenza la capacità che oggi noi esseri umani nominiamo come resilienza, senza poi riuscire più di tanto a provocarla dentro di noi.
Fermo guarda eccone due, ce ne sono soltanto due”. E’ buio il primo giovedì di libera
uscita qui tra i campi intorno casa e l’idea di uscire fuori con i bambini per cercare le lucciole mi viene in mente durante la cena, guardando appunto il cielo che muta i suoi colori verso lo scuro.

Le lucciole, nelle mia memoria di bambina riempivano la natura ed il paesaggio intorno casa. Ne ricordo talmente tante, nelle calde notti di maggio! Quasi da poter suscitare spavento nel mio cuore infantile, per stranezza e sorpresa. Gialle, alternate, lucenti, illuminavano il nero scuro di quel buio che non poteva farmi paura, essendo io completamente padrona di quei luoghi.

A distanza di qualche decina di anni invece, qui ne vediamo soltanto due. Sono sufficienti per lasciarmi andare. Chiudo gli occhi. Il silenzio. Il vento caldo. Il mio respiro si nutre di una sensazione benefica ritrovata, rinnovata, inaspettata. Per qualche istante torno bambina a riscoprire dentro di me la gioia, la bellezza e il calore di una fanciullezza e di una vita meno in bilico di quella di questi giorni. Una vita piena, colorata di libertà. Che colore ha la libertà? Il colore delle nostre due piccole lucciole, poche, troppo poche, ma ben salde, nel loro tentativo di tenersi stretto quell’angolo di natura che abbiamo riservato a loro.

colori primari
Di mattina presto oggi ho deciso di dare una svolta a questi giorni, ed esco per una
camminata solitaria. Stare sola mi ha sempre dato conforto e continua a farlo anche adesso, che tutti, sono preoccupati della mancanza forzata di legami sociali. Il colore della solitudine mi si addice, perché è pieno intenso, vivo, mio, se dovessi dipingerlo sarebbe un blu immensamente profodo. Mentre procedo per le strade ancora un po’ sonnecchianti, mi accorgo che i colori della mia città sono cambiati, complici le pochissime persone in giro.

Osservo che il rosso dei papaveri ha invaso anfratti inaspettati e mi sorprendo di adocchiarli laddove non avrei mai pensato fosse possibile. A tratti il verde delle foglie degli alberi si lascia mescolare in tutte le diverse tonalità che questo colore vitale è in grado di offrire, per poi, all’improvviso, spostarsi per una folata di vento e mostrarmi un azzuro incredibilmente pieno: il cielo è di una limpidezza sorprendente.

Camminando sulla stradina sterrata, un sapore lievemente terroso si alza dai miei piedi e mi accorgo che anche il colore marrone sembra parlarmi e diffondere tutto intorno, nelle sue sfumature cangianti, la sembianze della vita che ha custodito gelosamente al caldo durante tutto l’inverno. Una domanda mi accompagna nel ritorno verso casa: è il sole che, come il resto della natura, si è ripreso il diritto di far risplendere di una intensità più viva tutti questi colori? O forse sono io, che adesso, da sola, mi concedo una diversa possibilità di guardarmi intorno, posando la mia attenzione su particolari che prima, la vita frenetica non mi permetteva di cogliere? Sono forse questi che solo adesso riesco a notare, tutti i miei colori?

Capperi

Il dubbio si scioglie quando decido di fermarmi a comprare la mia pianta di capperi.

Cadono le tessere del domino…

 

Effetto domino

Allora dunque: oggi tocca a Silvia Schiavo che per  il nuovo appuntamento con il nostro Domino Letterario, che vi permette di assistere stando a casa a presentazioni a catena di libri. Silvia Schiavo, chiamata in causa la scorsa settimana come ricorderete da Elisa Mariotti, propone la lettura di “Il copione maledetto” (ARA Edizioni) di Massimiliano Milanesi.

domino

Il libro – lI celebre e ormai anziano attore e regista teatrale Marco Rini torna a Siena per il solitario atto finale della sua esistenza. La parabola della sua lunga vita sembra infatti ormai destinata a concludersi nel rimpianto per la perdita della moglie e per il difficile rapporto con il figlio, quando dal passato riemerge un antico testo teatrale dai poteri inquietanti: Il copione maledetto. Tra vecchi teatranti alle prese con le grazie e le tragedie del proprio passato e giovani attori che affrontano le benedizioni e le maledizioni del proprio presente, la vicenda culmina con la messa in scena del Copione. Sarà infatti quest’ultima rappresentazione a portare a compimento i destini di tutti, nella gloria e nell’amore, nella miseria e nella rovina.

 

 

Per le puntate precedenti…

domino puntate precedenti

Marinifesto: pubblicato il mio contributo.

Ringrazio il Museo Marino Marini per questa bella sorpresa:  sono onorato che sia parte del Marinifesto. Sono contento in generale quando si affrontano in modo così creativo le questioni, attualissime, della fruizione della cultura, del racconto delle città d’arte e dell’interazione con gli spazi museali.

Marinifesto

Quando i futuristi pubblicarono il primo manifesto artistico del 20° secolo nel 1909 stavano aprendo la strada a qualcosa di più di una rivoluzione creativa. Stavano offrendo, insieme ad artisti e pensatori , soluzioni ai problemi del tempo che ancora oggi segnano il nostro presente culturale.
La vita non è la contemplazione delle cose fatte” (cit. Marino Marini) ma investimento per il futuro con un pensiero “laterale” creativo diverso.
Il #Marinifesto vuole per questo andare oltre le parola/guida dell’artista Marino Marini e aprirsi a tutti i creativi , artisti, designers, architetti, musicisti, scrittori, grafici, visionari di tutte le latitudini che vogliano contribuire a costruire i contenuti per la cultura del futuro con il loro apporto. Una “chiamata all’arte” attraverso le parole, i sentimenti, il pensiero di chi vuole lasciare un segno oggi per fondare il domani.

Questo il contributo che ho inviato in Aprile per il  #Marinifesto:

“Quando è fuoco non brucia il mondo, lo trasforma. È sia torcia che focolare.
Quando è tempo non consuma, è taumaturgo che sana, anticorpo che difende.
Quando è pensiero non è astratta, è artefice in opere del futuro.
La cultura sarà questo tempo, pensiero e fuoco. Di tutti.
Questo tempio sacro montato su di un carro di Tespi.”

 

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Italiabook Festival: video della tavola rotonda sull’ambientazione dei romanzi. Aggiungo i link a Rai Radio 3 e RadioSiena TV per il premio Asimov

Ringrazio sentitamente Stefano Zanerini (anche per la pazienza dimostrata nei primi minuti di difficoltoso collegamento!!!) e Katia Brentani (per il suo instancabile lavoro di questi giorni)

 

Seguiteci in diretta streaming  o su QuiBolognaTv

 

Italia book Festival 2020 4

 

 

Radio Siena TV: Premio Asimov

sienatvradio

Oggi alle 14.30 a Italia Book festival parleremo di racconti e loro ambientazione

Seguiteci in diretta streaming  o su QuiBolognaTV

 

Italia book Festival 2020 4

Ultimo week end con Italia Book Festival. Ecco il programma! Non mancate.
Oltre 80 case editrici e quasi 4mila libri a disposizione
 Potete riguardare tutte le interviste di questi giorni nella sezione “Appunti di viaggio”
23 maggio
10:30 Incontro con l’Editore – Pandilettere Edizioni
11:00 Incontro con l’Editore – Ecogeses cooperativa
11:30 Incontro con l’Editore – Buendia Books Edizioni
12:00 Selezione di Booktrailer
14:30 Incontro con l’Autore Incontro con l’Autore – Luca Martinelli – Giorgio Simoni – Massimiliano Bellavista- giornalista
I libri:
15:00 Incontro con l’Editore – All Around Edizioni
15:30 Incontro con l’Editore – La memoria del mondo Edizioni con Luca Malini
16:00 Incontro con l’Autore – Valeria Masciantonio (Ensemble Edizioni)
17.00 Incontro con l’Autore – Marino Bartoletti e Roberto Mugavero
17:30 Ospite IBF – Vito (Stefano Bicocchi) sarà presente Marcello Trazzi dei Rems
19:00 Incontro con … il regista Francesco Gagliardi
24 maggio
10:00 L’Angolo di Mastro Pennello – Vignette-live con Pietro Peo
10:30 Incontro con l’Editore – Terra Nuova Edizioni con Nicholas Bawtree
11:00 Incontro con l’Editore – CTL Edizioni
11:30 Incontro con l’Editore Tomolo-Edigiò Edizioni
12:00 Incontro con l’Autore
15:00 Incontro con l’Editore- Errekappa Edizioni con Monica Fava
Incontro con l’Autore – Simone Metalli curatore di Misteri e manicaretti a Bologna. Interviene Federica Mazzoni, Presidente Commissione Istruzione, cultura giovani, comunicazione
17:30 Ospite IBF – lo scrittore Carlo Lucarelli
18:30 Ospite IBF -lo scrittore Valerio Varesi
19:00 Incontro con i curatori dell’ebook Quadrifoglio-1 – Cristina Orlandi- Lorena Lusetti – Simone Metalli