Lasciami parlare…

Qualche tempo fa, con precisione nel 2018, al Pisa Book Festival una scrittrice si presentava con un libro assai particolare. Uno di quei libri originali ma anche necessari, perchè nati non solo dall’ispirazione, che è già tanto, ma dalle circostanze legate alla propria vita ed alla propria opera quotidiana, che è anche di più, come ben spiega in questa intervista, rilasciata proprio in quell’occasione. E quando la passione e la capacità si uniscono all’esperienza, non può che uscirne qualcosa di buono. L’idea che c’è dietro è quella di offrire a celebri protagonisti di opere musicali, teatrali, letterarie, ma anche a personaggi storici un’ultima occasione, un ultimo e irripetibile approdo psicoanalitico in cui raccontarsi prima dell’evento finale, la svolta del destino  che li ha consegnati alla storia e al nostro immaginario.

Quel libro era “Lasciami parlare…”, la scrittrice Laura Del Veneziano, nata ad Arezzo nel 1980. Laura vive e lavora come psicologo psicanalista nel Valdarno aretino. Mamma di due bambini, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura, svolge attività di ricerca sui temi della psicanalisi, del femminile e delle relazioni umane. Nel 2016 ha partecipato con uno scritto alla pubblicazione del saggio “Analityca- La passione della clinica” edito da ETS. Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera” “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente ha in preparazione altri lavori di scrittura.

Le abbiamo chiesto per Caffè 19 di abbandonare per un attimo il nuovo e di riportare in vita quelle atmosfere in questo scritto inedito, Le parole dei giorni strani. Giudicate Voi, ma ci sembra che ne sia valsa sicuramemte la pena. Grazie, Laura.

 

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Le parole dei giorni strani

Il silenzio è forse l’ovvietà che sorprende di più in questi giorni così difficili da definire, mi verrebbe di chiamarli semplicemente strani. Questa misteriosa entità ha avvolto le nostre vie e vite per giorni, ed anche nelle ore centrali della giornata era così forte da far tremare, aveva il sapore del vuoto e della mancanza.

Silenzio, vuoto, mancanza sono significanti potenti della nostra lingua, che ora tornano a risvegliare in noi, certe emozioni profonde, certe riflessioni sulla vita, sul suo senso e sul suo valore. Sono domande che non si quietano mai nell’essere umano e che non trovano silenzio dentro di noi, loro no. Nel silenzio dei giorni strani prendono vita i pensieri degli umani quelli belli e quelli brutti e vengono accolte la parole, quelle che sentiamo più difficili e che, in effetti, ri-escono meglio nel silenzio.

Parole come quelle che ho dato l’opportunità di esprimere ai miei personaggi in un immaginario studio di uno psicanalista e che, in questi nostri giorni strani fanno eco dentro me.

silenzio del veneziano
Poi mi riscuoto e il dolore e la sensazione di vuoto e di perdita più totale mi assalgono
sono le parole di Odile, la mia Odile che riflette sulla mancanza di poter essere se stessa. Per lei si tratta di vedersi soltanto come un corpo vuoto, servito al padre per i suoi scopi. E per noi? Non ci siamo forse sentiti invadere da questa stessa sensazione nelle lunghe ore di vuoto e di silenzio dell’altro? “Non ho appetito, non riesco a dormire perché tormentata dai miei pensieri: incubi, immagini spaventose si susseguono nei miei sogni. Vago per casa, per il giardino, senza un senso, senza una meta, lo faccio più spesso di quanto vorrei, non riesco a controllarlo, è come se fossi alla continua ricerca di qualcosa, come se, la mancanza incolmabile che mi accompagna da tutta una vita, adesso fosse insopportabile.” Queste sono le parole che nello scrivere i miei racconti ho scelto per Catherine, la protagonista di Cime Tempestose. Sono parole che spesso incontro nel mio lavoro, sono quelle che le persone, a volte usano, per dare voce al loro modo di sentire la vita. Sono pensieri che adesso ascolto un po’ più frequentemente e che necessitano della possibilità di essere accolti, in modo da poter uscire invece di restare dentro ad ingombrare l’anima.
Noia: la sensazione probabilmente tra le più gettonata del periodo, insopportabile ai più, poco compresa e vissuta spesso come terribile. In fatto di noia, certamente può aiutarci a riflettere Emma Bovary, maestra di noia: “Non provo niente. Niente mi scuote. Perché dovrebbe? Esiste qualcosa che potrebbe provocare ancora una qualunque reazione in me? È come se tutte le mie emozioni si fossero, improvvisamente, addormentate dentro, e io non le sento davvero più.

Difficile trovare parole più appropriate. Personalmente vado consapevolmente contro corrente, leggendo un lato positivo anche nella noia: se non avessimo mai la possibilità di annoiarci ci perderemmo tutta l’intensità che possono darci le cose che amiamo.

silenzio del veneziano 2

In effetti, la stessa Emma, può ricordare le cose piacevoli della vita, esattamente perché è in grado di provare la noia e questo le genera la mancanza: “Sono stata una ragazza sognatrice, ricordo con tristezza, nostalgia e distacco il tempo in cui fremevo e mi emozionavo, leggendo o ascoltando musica. Sognavo grandi passioni ad allietare la mia vita futura, come quelle che leggevo nei libri, le storie di donne amate, corteggiate, infinitamente desiderate e che vivevano vite lussuose e sontuose.” Leggere, ascoltare musica: si tratta in fin dei conti di espedienti, possono essere un tramite, un ponte tra i ricordi di un passato che ci sembra ormai troppo lontano e il futuro che rappresenta il sogno, il desiderio. Per poter continuare a desiderare a volte è necessario provare la mancanza e la mancanza in questi giorni può essere compagna della noia. Perché non provare a custodirla almeno fino a dove è tollerabile per darle una colorazione meno buia e viverla come ricordo di quello che è stato e, al tempo stesso, come preludio a tutto quello che verrà?
In questi giorni in cui si rincorrono, decreti, leggi, regole e norme da rispettare, può capitare di lamentarsi della nostra routine stravolta, appunto, da queste imposizioni. In questo tempo il mio pensiero è andato spesso a Gertrude, molto più conosciuta come la Monaca di Monza grazie al Manzoni. Ebbene sì, bisogna ammettere che l’assonanza tra i due momenti era piuttosto facile:“sono stata costretta ad una vita che mi sta stretta” faccio dire a questa donna. Insieme a lei la mia riflessione è andata a cadere su un altro tipo di costrizione, molto più vicino alle limitazioni a cui sono state sottoposte per secoli – ma in certi casi purtroppo ancora oggi ed anche in questi giorni strani – certe donne. Il suo racconto si snoda tra i momenti chiave che hanno dato l’impronta alla sua vita: “una vita limitata da rigide regole, scandita da norme, che non possono addirsi a tutte le donne, e di certo non a me.” Davvero si può pensare che una donna possa essere fermata da rigide regole? È di questo che si tratta?

Sono stata cresciuta ed educata in modo che per me fosse impensabile altra vita, se non quella del convento. Le uniche bambole che da bambina ricevevo in dono, portavano abiti monacali. L’idea che mi è sempre stata trasmessa è che una donna non potesse fare altro, se non la suora.” È’ possibile limitare una donna, la sua natura, la sua essenza? Come? E che succede quando ci si prova?

La storia ce ne ha lasciato grandi esempi e Gertrude stessa ci racconta la sofferenza con cui è andata incontro al suo destino, ingoiando lacrime amare, ma sentendo fino in fondo che la sua natura era un’altra e ritagliandosi un suo modo per viverla a pieno per quanto possibile.
Voglio concludere con una nota colorata. Vi capiterà, come capita a me, di passare sovente di fronte ad uno specchio in questi giorni strani: i capelli hanno ormai preso ogni libertà sulla testa, il viso forse è un po’ troppo segnato dalla mancanza parziale di sonno e da una tranquillità routinaria che vacilla. Non mi allontano subito da quell’immagine, resto qualche istante in più a guardarla, ed allora inevitabilmente è lei che mi viene in mente: Grimilde.

   del veneziano

La più bella di tutte in eterno, solo perché uno specchio – magico il suo – le diceva che lo era ogni volta che ne aveva bisogno. Perché una donna è bella? Certo che molto dipende dal gusto soggettivo di chi la guarda, ma fondamentalmente una donna è bella perché c’è qualcuno che glielo dice. Fosse anche uno soltanto in tutta la sua vita, ma è a quelle parole che una donna si attaccherà sempre per sentirsi bella. Grimilde allora, in tutta la sua originalità, ci insegna un nuovo modo di guardarci allo specchio. Guardiamo quell’immagine e cerchiamolo da sole il bello di noi, in quel riflesso, e pensiamo che quello specchio, anche se non magico, ci sta dicendo che la bellezza c’è dentro di noi anche adesso, in questi giorni strani, magari nascosta tra i capelli arruffati o dalle rughe che il trucco riesce a coprire poco bene. E se, come per Grimilde, accadesse che, un giorno, quello specchio ingrato e traditore dovesse farci notare che una certa “bambinetta sta crescendo e che potrebbe diventare molto, troppo bella” possiamo scegliere di cambiare specchio, perché sarà lui che “non dice il vero, invecchia troppo”.

 

2 pensieri riguardo “Lasciami parlare…

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