In equilibrio sul filo in un silenzio invaso di luce

Mirko Tondi, curatore della nostra rubrica ‘Anatomia di un racconto‘  (a proposito, a brevissimo la seconda puntata!!!) ha davvero scritto un bel libro.

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Per sostanziare il nostro parere, abbiamo scritto questo pezzo (come sapete, le nostre sono recensioni molto sui generis). Anche il sito dell’editore, Toutcourt, presenta diverse proposte interessanti, come ad esempio la collana di saggistica. Spero il pezzo vi piaccia e vi invogli a leggerlo.

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Potrebbe anche andare male. Non cercare un tuo equilibrio, non provarci nemmeno. Attaccati a me e lo cercherò io per te’.

Così disse al suo agente il grande Blondin, il Daredevil delle Cascate Niagara, il funambolo che attraversò strapiombi impossibili facendo le cose più improbabili, come mangiare frittate o, appunto, portarsi qualcuno in spalla. Crediamo che Philippe Petit, famoso equilibrista che nel 1974 traversò su un cavo teso lo spazio tra le torri gemelle, sarebbe stato d’accordo. Philippe Petit apre e chiude con il suo trattato sul funambolismo, l’opera di Mirko Tondi, Era l’11 settembre. Non pensiamo sia un caso.

Cos’è oggi un romanzo? Cosa significa davvero narrare? Non siamo convinti che molti oggi, sia tra gli scrittori che tra i lettori, lo sappiano così bene. Certo in un’opera cerchiamo tante cose: svago, riflessione, emozione.  Se è così, siamo a posto: in questo libro ci sono tutti.

Ma Era l’11 settembre non è un romanzo. È un filo teso tra il materiale e l’immaginario. C’è certo la storia, il felice (da un punto di vista narrativo) compenetrarsi di due storie: una globale e sociale, la sciagura dell’11 settembre, una individuale, la morte del figlio di Nando Barrella, come caratteristico di molta letteratura. Ma non è questo, a parere di chi scrive, il proposito vero dell’autore.

the great blondin

La nostra convinzione è che Mirko Tondi sia come Blondin, e il lettore sia come il suo agente, che lo spericolato funambolo si caricò sulle spalle. La sua narrazione è un filo teso, il suo stile l’equilibrio, il suo intento è colmare il vuoto con il suo passo. Ci può essere un po’ di ritrosia all’inizio, Philip Roth diceva che ci vuole uno specifico stato d’animo in cui scrivere e noi aggiungiamo che ce ne vuole sicuramente uno corrispondente in cui leggere, ma se la vinciamo ci ritroviamo su quel filo, che poi è lo stesso della nostra esistenza.

Sul filo teso troviamo per primo Nando Barrella, uomo di un’altezza solenne, ben piazzato nel fisico, cui fa da contraltare una stratta di mano rassegnata, assente, in totale disaccordo con l’imponenza della sua mole.  Ha perso suo figlio, il giorno delle Torri Gemelle, in un incidente stradale, di cui è venuto a sapere in circostanze curiose. Sul suo filo egli è immobile e il suo filo è teso verso la morte, perché ormai è anziano e soprattutto perché è assolutamente convinto che il vero responsabile della morte di suo figlio sia proprio lui e questo nel libro non è mai in discussione.  Cerca solo qualcuno, l’altro protagonista del libro, un ghost writer romantico che nonostante le delusioni e i fallimenti sotto sotto crede ancora all’autenticità e potere delle parole e della letteratura e che a tratti fa l’effetto di un Philip Marlowe dentro un film di Tarantino, che però sul filo teso dell’esistenza possa muoversi a piacimento avanti e indietro. Barrella in altre parole cerca qualcuno da pagare per fossilizzare le sue memorie, prima che lo scorrer del tempo cancelli suo figlio anche dai ricordi. Ma questa persona dovrà farlo in modo molto personale e particolare, però: La sua non sarebbe stata una falsa autobiografia in prima persona, ma una vera biografia in terza, sintetizza Tondi in una frase da ricordare. E lo scrittore del romanzo lo fa, proprio perché sotto sotto è un curioso, una sorta di investigatore che ripercorre la vita di Barrella non come in un diario, ma come in una sequela di sedute psicoanalitiche. Barrella si specchia in lui e lui in Barrella, in un gioco di rimandi e regressioni che porta i due molto lontano nei loro rispettivi retroterra mentali.

Come i musicanti di Brema, mentre Barrella si affida al ghost writer e il ghost writer cammina sul filo, il lettore si appoggia sulle spalle di tutti e due, trovando sul suo percorso molte altre cose: questo volume a buon diritto potrebbe essere esposto sugli scaffali di una libreria nel reparto ‘arti visive’. Infatti, mentre Barrella intreccia ricordi e rimorsi alla sua amata musica classica, lo scrittore segue un percorso musicale più pop, inserendo ogni dove riferimenti a opere d’arte, da Jan Van Eyck a Edward Hopper passando per Lippi e Rembrandt, e a film, dal Barry Lyndon di Kubrick all’Al Pacino di Un attimo, una vita passando per Bergman.  Il libro insomma, in certi tratti, trova il suo vero equilibrio più sulle immagini che sulle parole, e l’interpretazione critica che fornisce l’autore di alcune di quelle opere è veramente notevole per contenuti, suggestioni e accostamenti.

niagara daredevils

Ma un funambolo non si giudica solo dalla freddezza, ma anche dalla ricchezza della sua personalità e dall’ambizione insita nei suoi obiettivi. Quanto dista il filo da terra? E qui Mirko Tondi si prende un rischio notevole, è davvero molto ambizioso. Però secondo noi riesce nel suo intento, sempre naturalmente se l’abbiamo interpretato bene, Sì, perché alla fine succede qualcosa di molto particolare: come l’incontro iniziale tra i due protagonisti è preceduto da quella stretta di mano un po’ scialba di cui si è parlato prima, ora ne segue una finale, che rappresenta il suggello del loro rapporto umano: ‘Gli stringo la mano e il sorriso è ancora lì. Senza che io gli dica niente, mi chiede se sto meglio, adesso’.  Niente fiacchezza nella stretta, questa volta, come si vede, e poi quella strana domanda apparentemente stonata, rivolta al ghost writer dal cliente, Barrella, che però mai prima di allora si era interessato di lui. Ce n’è abbastanza da chiedersi, se la narrazione è una forma di terapia, chi ne sia stato in questa storia il vero beneficiario. E poi, la suggestione di quel peculiare nome, Mauro Kepesh, lo pseudonimo scelto dallo scrittore, e che ci viene offerto con nonchalance così, a freddo, proprio alla fine della storia: ci ricorda un altro Kepesh, David Kepesh, improbabile e assurdo protagonista di alcuni romanzi di Philip Roth, tra cui Il Seno.  Insomma, vi invitiamo a leggere questo libro assillandovi con una domanda, anzi due, facciamo tre: ma Era l’11 Settembre è un romanzo del reale o dell’assurdo? E i due protagonisti sono la stessa persona? E soprattutto, sono davvero reali?

O non è che a nostra insaputa su quella corda ci hanno da tempo tutti lasciati soli con le nostre vite e i nostri pensieri, come Blondin e Petit, e sono proprio loro, i personaggi del romanzo, a prendersi gioco di noi e osservare dal lontano, col binocolo, i nostri passi in bilico sull’esistenza?

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