Anatomia di un racconto. la seconda puntata della rubrica a difesa del..panda della narrativa!!!

Come dicevano l’altra volta che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Dicevamo che tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. E’ la più complessa forma di narrazione perchè (fintamente) semplice ed essenziale: e la semplicità, come l’essenzialità, sono le vette più alte da raggiungere per un narratore. Borges diceva che ‘all’improvviso comparivano tazze di tè, cappelli da signora e altre cose per riempire lo spazio. Il racconto, invece, aveva una certa tensione, come una freccia che deve raggiungere il bersaglio‘. Questa rubrica, che Mirko Tondi ci sta regalando con una cadenza, largo circa settimanale o giù di lì (e beninteso il ritardo non è per colpa sua! siamo noi che siamo sempre in affano nel pubblicare! così con questo messaggio cogliamo l’occasione per scusarci con lui), si chiama come ormai sapete  Anatomia di un racconto. Grazie di nuovo, Mirko.

anatomia

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Anatomia di un racconto – L’Italiano

Mi sono chiesto per giorni con quale racconto avrei cominciato questa rubrica, dopo la basilare introduzione della volta scorsa, che a conti fatti poteva ritenersi una sorta di numero zero. Ovvio che mi ballassero in testa certi nomi che hanno fatto di me lo scrittore che sono oggi, autori di racconti folgoranti (nomi come Cechov, Cortazar, Buzzati, Salinger, Kafka, Maupassant e molti altri, che sicuramente si faranno vivi più avanti). Poi ho pensato di dare la precedenza all’autore che avesse avuto sul sottoscritto l’impatto più forte, quello che avesse scavato il solco più profondo, quello che insomma avesse contribuito maggiormente a nutrire il mio stile, a permettere il suo evolversi fino al momento in cui vi scrivo. Quell’autore è Thomas Bernhard, e non manco mai di citarlo in ogni laboratorio che tengo. Il triste, tragico, deprimente Bernhard, che innalza il suicidio – suo tema ricorrente – a questione filosofica e antropologica di spessore infinito; eppure leggere quelle sue pagine incredibilmente vive è un’esperienza che ti cambia per sempre – nel bene o nel male –, un’esperienza incapace di lasciarti indifferente e di instillarti, anzi (ed ecco il paradosso), gocce di gioia che solo la letteratura più elevata può spiegare. Il racconto, nello specifico, si intitola L’italiano (1969 l’edizione originale, 1981 la prima edizione nel nostro paese).

Thomas Bernhard l'italiano

Una precisazione, per ora e per i prossimi numeri: la rubrica contiene dei necessari spoiler, ma suppongo che sarò perdonato per questo peccato veniale, e giacché si tratta di racconti e non di romanzi il mio senso di colpa sarà più lieve.

Siamo nella campagna austriaca e abbiamo due personaggi: uno è colui che racconta in prima persona e l’altro è appunto l’italiano del titolo. “Dopo cena passeggiai con l’italiano davanti al padiglione”. L’incipit è in medias res, non sappiamo cosa ci sia stato prima e francamente non ci interessa (una saggia regola di Kurt Vonnegut tra le sue otto per scrivere storie brevi recita così: “Inizia il più vicino possibile alla fine”); dunque non conosciamo ancora i rapporti che intrattengano i due, ma quel poco che serve – informazioni funzionali alla storia – le sapremo poco più tardi. Il padiglione è il luogo in cui le sorelle del narratore stanno sistemando la salma del padre e da cui infatti, citando le parole dello stesso Bernhard, “usciva aria di morte”. Il padre si è sparato in camera sua, sfigurandosi orribilmente il volto, e a dire il vero l’italiano quell’uomo non lo conosceva neppure, ma è stata la sua famiglia a inviarlo al funerale da Firenze. Tutto quel che l’italiano è capace di dire sul morto è che sia stata “una disgrazia”, null’altro. Il protagonista ha colto l’occasione per sparire nel parco con lui, in modo da sfuggire all’atmosfera pesante che circola in casa; vero è che nutre per lui, uomo schivo e taciturno, una certa fascinazione (“sembrava il più interessante di tutti, il più intelligente della compagnia”). Così il narratore comincia a parlare di un possibile viaggio nell’Italia del sud, in particolare in Sicilia (Agrigento, Palermo, Cefalù), poi arriviamo nella rimessa polverosa, accanto al padiglione, dove comincia a mostrare all’italiano una discreta collezione di costumi teatrali. Quella sera stessa, infatti, avrebbe dovuto tenersi una recita dei nipoti, scritta e recitata da loro stessi, una tradizione familiare da più di cent’anni, che si mette in scena l’ultima sera di agosto.

Qui si stabilisce tra i due un’affinità, poiché l’italiano dice che anche lui a Firenze era solito tenere insieme ai suoi familiari delle recite in casa, anche se d’inverno. Il protagonista ci rivela che all’inizio era irritato dal fatto che l’italiano parlasse un tedesco perfetto, mentre adesso, per un’ora intera, gli mostra i numerosi costumi, e l’italiano vuole che gli vengano mostrati.

albero radici

Il contatto ormai è avvenuto e diventa più intimo, quando l’italiano racconta della perdita della madre. In seguito l’italiano confessa la sua timidezza – seppur evidente –, il suo essere solitario e rivela la sua età. C’è a questo punto una frase emblematica di Bernhard, che ci dice quanto i due si siano avvicinati: “Ora sentiva di appartenermi”, dice il narratore. Intanto, in lontananza, si odono le voci delle sorelle che discutono (“Mi accorgevo ora di come erano tremende le loro voci”).

A volte basta una scena a fare grande un racconto, e qui a mio giudizio la scena contiene un poderoso contrasto: il protagonista osserva il padiglione – un luogo di divertimenti, costruito apposta per amene rappresentazioni teatrali e adesso diventato scenario di morte – e pensa che proprio in quel momento si sarebbe dovuta tenere la recita, con i parenti e gli amici riuniti nel parco lì davanti a godersi lo spettacolo.

parco muschio

Ed ecco il climax del racconto: “L’italiano non sospettava di nulla. Ero in dubbio se dirgli o no che ci trovavamo su una ventina di cadaveri sepolti.” Gli dice semmai che lì da bambino giocava a rincorrersi. Intanto si scorge, anche nel buio della sera, il contorno della fossa comune, la “macchia chiara” nell’erba; da dieci anni non ci tornava e ora sono quattro volte in tre giorni. Gli dice pure che il padre aveva espresso il desiderio di essere composto nella bara all’interno del padiglione. Della fossa comune ne parla all’italiano solo quando si allontanano, e dall’alto di un ponte gli rivela che là sono sepolti una ventina di polacchi, gli racconta la stessa storia che raccontava suo padre: i soldati si erano nascosti nel padiglione perché aspettavano la fine della guerra e invece erano stati uccisi dai tedeschi, usciti all’improvviso dal bosco nella notte. I cadaveri, rimasti lì per quindici giorni, emanavano una puzza tremenda; il padre era stato minacciato di fucilazione se li avesse portati via. Lui, che all’epoca dei fatti aveva dodici anni, quel maledetto giorno ha sentito dalla sua camera i polacchi urlare e per venti anni ha combattuto contro quelle grida, dice, che diventavano sempre più forti. Dopo questo, i due tornano a parlare del suicidio del padre, che l’italiano continua a definire “una disgrazia”.

Infine i due intraprendono un discorso sulla politica italiana, e qui sembra esserci uno scarto, un’apparente deviazione, ma è con un’ultima sentenza dell’italiano pronunciata davanti al morto che ci congediamo dal racconto: “Non c’è nessun mezzo per sfuggire a sé stessi”.

Cari lettori, se volete conoscere Thomas Bernhard cominciate da qui, perché questa frase è la summa della sua intera opera.

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