In evidenza

Finalmente: parte oggi in grande stile PARKTIME MAGAZINE. La mia rubrica sarà SHERWOOD.

Nasce ParkTime Magazine il giornale de I Parchi Letterari® per fare e promuovere cultura partendo dai luoghi e dalle comunità che la custodiscono.
Il settimanale, di cui sono fiera Direttrice Responsabile, è un viaggio che parte dai territori attraverso la letteratura. Un percorso arricchito ad ogni tappa da temi che non possono prescindere dalla memoria e che ci proiettano in un futuro prossimo ben consapevoli del presente che viviamo: ambiente, letteratura, notizie, curiosità, storia, arte, interviste, musica, moda, sport, economia, tendenze, food, insomma, tutto quello che è vita.

Una partecipazione attiva e più responsabile per focalizzare l’attenzione dai Parchi e sui Parchi attraverso gli argomenti che vi si affrontano. Il primo aspetto trova vita nella rubrica che abbiamo chiamato L’ Almanacco con contributi provenienti direttamente dai territori che ospitano, gestiscono e rendono vivi i singoli Parchi letterari. Park Time Magazine è a sua volta aperta a partecipazioni “esterne” in una sorta di dialogo permanente con l’Almanacco.

ParkTime si ispira ai principi di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale in linea con la Rete dei Parchi Letterari, un micro modello italiano di sviluppo locale che abbina la conoscenza culturale alla tutela del territorio. L’obiettivo è dare voce alle specificità ed ai talenti custoditi nelle comunità locali con percorsi di versi, parole, musica, sapori e artigianato partendo da una calendarizzazione di eventi dedicati alle famiglie ed ai cittadini,una fruizione consapevole e diffusa dei piccoli e grandi patrimoni. Una linea comune accolta con entusiasmo per rendere sempre più protagonisti e in prima persona i cittadini e i talenti, espressione di eccellenze a volte nascoste.

La nostra attenzione è rivolta alle generazioni piu’ giovani che hanno la responsabilità del futuro senza dimenticare il passato. Per questo motivo intendiamo coinvolgere scuole e università con l’intento di organizzare un premio letterario a loro dedicato.
ParkTime Magazine sarà nel breve periodo disponibile anche in inglese, convinti come siamo dell’importanza sempre più crescente al giorno di oggi dello scambio interculturale, nell’ambito europeo ed internazionale, facendo riferimento come I Parchi Letterari fanno da sempre, agli Istituti Italiani di Cultura, ai Comitati della Dante Alighieri e alle associazioni degli Italiani nel mondo.

Sul nostro giornale online grande rilievo è dato anche all’uso delle immagini, fotografie professionali, fumetti e videointerviste dando spazio a tutti i linguaggi multimediali e narrativi contemporanei. Dunque largo uso anche dei social, da Facebook a Youtube, da Twitter a Instagram per coinvolgere il numero di utenti piu’ ampio possibile.
I contenuti del Magazine sono diretti ad un pubblico trasversale, attento, curioso e protagonista.

I 26 Parchi Letterari, cui si aggiungono i 2 in Norvegia, sono una rete identificativa dell’Italia interna che riunisce oltre 40 Comuni e con loro associazioni culturali, musei, realtà̀ produttive (dall’enogastonomia all’artigianato, dalle strutture ricettive alle guide del territorio) e ambientali (Parchi naturali, oasi e riserve naturali) che partecipano a un lavoro di sviluppo condiviso in cui la consapevolezza del proprio patrimonio materiale e immateriale, della storia, delle tradizioni e delle peculiarità della filiera agroalimentare, diventano una risorsa di sviluppo locale a sostegno del lavoro di tutela e salvaguardia dell’ambiente.

Il legame tra ParkTime magazine e i Parchi Letterari è sottolineato dalla grafica della testata che richiama lo storico logo dei Parchi Letterari: stilizzato da Stanislao Nievo il ravenala del Madagascar, detto anche l’albero o palma del viaggiatore per le foglie che raccolgono la rugiada che disseta i viandanti. il simbolo dei Parchi Letterari ha nove foglie di alloro ognuna delle quali rappresenta una musa.

Un ringraziamento speciale va a Stanislao de Marsanich, Presidente dei Parchi Letterari che mi ha dato questa meravigliosa possibilità e a tutta la Rete dei Parchi e alle comunità coinvolte per tutto quello che ogni giorno realizzano. Un grazie di cuore a tutta la nostra squadra che presto conoscerete tutta.

Il nostro viaggio inizia oggi da qui, vi porteremo con noi in ogni luogo in cui andremo. Ci siamo e ce la metteremo tutta a mostrarvi tutte le meraviglie che incontreremo.

Annalisa Nicastro, Direttrice Responsabile ParkTime Magazine

In evidenza

I libri di Mompracem.Una bella novità. Le perle di Labuan. Dalla Luna o quasi.

Ringrazio Paolo Ciampi per questa bella iniziativa e per avermi coinvolto. https://ilibridimompracem.it/ è un sito che merita di essere visitato regolarmente, anche in considerazione della ricchezza dei suoi contenuti e del bellissimo stile con cui è stato progettato. Nel suo profilo Paolo di se stesso dice che Leggere è già un modo di viaggiare, viaggiare è già un modo di raccontare. Per questo vivo di parole, racconto storie, viaggio con lentezza. Sono pigro, ma l’irrequietezza mi salva e mi spinge altrove. Ho all’attivo una trentina di libri, alcuni fortunati, altri meno. La curiosità mi aiuta a scoprire un’Italia migliore di quella che si racconta ai Tg. Un altro motivo per non fermarsi. E davvero non si è fermato e ha saputo radunare intorno a Mompracem un gruppo di scrittori, saggisti e giornalisti di sicuro valore.

Io per parte mia, visto che si parla di Mompracem, sarò in via del tutto eccezionale una Lady Marianna attenta a scovare e segnalare al lettore le Perle di Labuan, ovvero libri e autori noti e meno noti che meritano di essere letti o riletti.

QUESTO IL NUMERO ZERO DELLA RUBRICA, USCITO OGGI.

DALLA LUNA…O QUASI

E che resta visto che si può solo girare intorno al castello e i ponti levatoi si possono anche ammainare ma tanto non si va, non si va oltre perché ogni casa è diventata un’isola. 

Sandokan adesso è lontano. Ma quando incrocio i suoi occhi, elusivi e difficili da domare come quelli di un falco essi curano tutte le ferite. 

È lui che mi ha insegnato quell’antica poesia medievale, la Canzone del Falco di Kuremberg. Io mi allevai un falco per più di un anno/Quando lo resi docile come lo desideravo/ e nel suo piumaggio misi ornamenti d’oro/si alzò nell’alto, per altre terre lui prese il volo….Dio unisca insieme quelli che vogliono per sé l’amore.

Mi salvano adesso queste mie note che scrivo di getto, senza riflessione ma seguendo il mio respiro, e il fatto che questa isola è dotata di una buona biblioteca, ma lo scrittore, l’intellettuale o sedicente tale è merce deperibile e di anima cagionevole.

Incontro Samuel Tissot, disorientato come me, il quale mi ricorda che devo ancora finire il suo trattato.  No non la Dissertazione sulle conseguenze dell’Onanismo, tra cui la vista offuscata, che l’ha reso immortale per generazioni, ma quello sulla Salute dei letterati, del 1780.  Mentre passeggiamo attorno al castello alza il dito per richiamare la mia attenzione, si ferma e mi ricorda squadrandomi  la nona cagione di malattia che ha, dopo lungo studio, individuato, la più insidiosa, non per niente lasciata da ultimo ‘Nè ho difficoltà di riputare per nona cagione delle malattie dei Letterati la vita loro appartata dalla società degli altri che sebbene sembri recar loro vantaggio porta seco tuttavia i suoi essenziali inconvenienti Gli uomini sono fatti pegli altri uomini il loro scambievole commercio porta dei vantaggi ai quali non senza proprio danno vi si può rinunziare e con ragione fu osservato che la solitudine produce un incomodo languore n Nulla più contribuisce alla salute che quella gioja animata dalla società e che resta assopita dal ritiro e questa causa morale della noja unita alle cagioni fisiche della malinconia di cui ho parlato di sopra perpetua nei Letterati una tristezza che per loro è tanto funesta quanto e vantaggiosa per gli uomini sociabili l’allegrezza rende quella misantropi fastidiosi inquieti disgustati di tutto ‘

Ma non si può uscire, e non posso autocertificare questa nona cagione perché non è prevista in nessun decreto. Tissot si stringe nelle spalle, non sa che farci e forse nemmeno comprende bene il problema, e prosegue la sua passeggiata da solo.

Ma del resto si è fatta sera, e anche quest’anno è al crepuscolo. E quando un anno che non si capisce è alle battute finali è quasi un sollievo.

Trovo Montale in biblioteca. Mi ricorda che se le cose non si capiscono conviene sempre guardarle da una certa distanza. Il suo anno incomprensibile è stato il 1968, alla cui fine mi ricorda che in Satura ha dedicato questi versi:

Ho contemplato dalla luna, o quasi,

il modesto pianeta che contiene

filosofia, teologia, politica,

pornografia, letteratura, scienze

palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,

ed io tra questi. E tutto è molto strano.

Tra poche ore sarà notte e l’anno

finirà tra esplosioni di spumanti

e di petardi. Forse di bombe o peggio,

ma non qui dove sto. Se uno muore

non importa a nessuno purché sia

sconosciuto e lontano.

Dalla luna o quasi, tutto cambia.  Bill Anders annuisce e conferma. Era proprio lì, letteralmente a un passo dalla Luna, quando scattò una famosa fotografia, famosa tanto quanto quella del fungo atomico di Nagasaki o del ribelle che ferma i carrarmati in Piazza Tienamen. Bill mi dice che ci sarebbe ancora voluto quasi un anno per metterci piede sulla luna, ma il 24 Dicembre 1968, pochi minuti dopo le 10:30 del mattino, ora di Houston, l’Apollo 8 stava riemergendo dal lato nascosto della Luna per la quarta volta. E tutto l’equipaggio, inclusi Lovell e Borman, si distrasse per un meraviglioso attimo, dimenticando i rischi, il tempo, le attrezzature maneggiate che valevano milioni di dollari. Dalla Luna o quasi, si vedeva la Terra.

Anders: Oddio, guarda quell’immagine laggiù! C’è la Terra che sorge. Wow, quant’è bella!

Borman: Ehi, non riprenderla, non è nel programma.

[clic dell’otturatore]

Anders: Hai della pellicola a colori, Jim? Dammi un rullino a colori, veloce, ti dispiace?

Lovell: Oh, gente, è magnifica.

Anders: Sbrigati.

Lovell: Dov’è?

Anders: Svelto.

Lovell: Qui in basso?

Anders: Prendimene uno a colori e basta. A colori per esterno. Spicciati. Ce l’hai?

Un bellissimo libro, quello di James Gladstone, intitolato Earthrise: Apollo 8 and the Photo That Changed the World, che ricorda quel momento unico e irripetibile, dove non ci vergognammo di manifestare ingenuità, stupore, entusiasmo. Lo sfoglio e lo rimetto a posto con cura nello scaffale.

Il potere delle parole che, ci consola, facendoci volare e riportandoci a terra allo stesso tempo. Il potere della luna, che ferma il tempo. È proprio lì, nell’intemporaneo, dove conviene stare adesso. In attesa che arrivi qualcosa, o qualcuno, non a liberarci, ma almeno a restituirci finalmente la diversità e la molteplicità del mondo, visto che vediamo solo le nostre facce riflesse negli infiniti specchi che popolano il castello. Montale mi dice che in fondo son parole sue, scritte in Xenia: 

il mio sogno non è nelle quattro stagioni.

Il mio sogno non sorge mai dal grembo

delle stagioni, ma nell’intemporaneo

che vive dove muoiono le ragioni

e Dio sa s’era tempo; o s’era inutile.

La biblioteca del castello è abbastanza grande da accogliermi: ritrovo i miei dieci libri là, aperti e mai finiti.  O finiti troppe volte, senza mai capirli fino in fondo. Mi viene voglia di torturarli, scollarli tutti, rimuovere dorsi e piatti e rincollare le pagine a casaccio, l’incipit dell’uno, il desinit dell’altro. Vorrei combinarli e non sapere mai quale storia mi aspetti. Sento una voce, quasi un sussurro o una cantilena un po’ ironica che dice Se una notte di inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intrecciano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto

Mi guardo intorno. Lui mi manca. Come sarebbe questa biblioteca dove a un tratto sono sola, se tutti i libri si aprissero all’unisono, come fiori su un prato?

In evidenza

L’origami letterario di Barzhaz. Quando la fine è solo una piega in più.

Desinit, excipit. Chiamatelo pure come volete. Meno personale e definitivo di un incipit, a volte quasi dimesso. Creare una fine per la narrazione è l’arte di piegare il racconto come si fa con la carta per l’origami. Solo che a piegare il foglio questa volta non sono le dita, ma le parole. E così questo racconto immaginatelo come un foglio di carta. Ogni finale una piega in più. Perchè a raccontare, non c’è mai fine.

Questo origami, particolarmente ben riuscito, lo dedico agli allievi di Barzhaz 1, e al bel lavoro fatto durante il corso!!!

Aprì gli occhi e fissò la parete.

Cosa l’aveva svegliato?  Tese l’orecchio per afferrare un suono, un rumore…niente

Alzò gli occhi e guardò la finestra in alto. Buio pesante che faceva dubitare di averli, gli occhi. Tese la mano: non c’era niente da toccare. La bocca era impastata e come anestetizzata. Non gli comunicava nulla.Aveva dormito steso su un fianco. Si rannicchiò ancora di più, in posizione fetale, anche se i muscoli facevano male. Fece per parlare, ma sembrava che le code vocali fossero diventate dure ed inerti, di pietra. Non l’avrebbe avuta vinta. La prigionia. Il suo aguzzino venuto da nulla. Era stato scelto perché somigliava a suo padre, gli aveva detto.

Ma lui di padre aveva avuto uno studioso. E lo stupido sadico non gli aveva tolto l’anello del veleno, il poison ring con l’ametista che una volta, tanto tempo prima, gli aveva regalato. L’unico senso attivo era il tatto, stava toccando l’anello. Per dimostrargli che l’acqua non era avvelenata ne aveva bevuto anche lui dal suo bicchiere. Ma non prima che gli avesse scaricato dentro tutto il veleno. Il veleno della lumaca di mare Conus regius, provvista di un peculiare arpione velenoso con il quale uccide le proprie prede, paralizzandole. Suo padre gli aveva rivelato il contenuto dell’anello solo poco prima di morire. Si apriva con uno scatto e una torsione dell’ametista, occorreva sapere come fare, e tanta, tanta forza. E pensare che aveva vissuto per più di vent’anni con quel veleno al dito, senza saperlo.

E ora sarebbe morto, Forse lo era di già.

L’aguzzino tra gli spasmi di dolore, sempre più acuti, come se un gigantesco pungiglione rovente gli entrasse a poco a poco nell’intestino disfacendolo fino ad afferrargli i polmoni, pensò che lui là dentro, l’ennesima, anzi l’ultima, reincarnazione di suo padre (il nome fittizio non gli interessava) sarebbe morto lentamente, molto lentamente. Il veleno di cui aveva intriso la sua tuta da prigioniero provocava una lenta deprivazione sensoriale. Si moriva persi nel labirinto di sé stessi, senza provare o sentire più niente. Assetati di una luce, di un rumore, di una sensazione tattile o gustativa. Gli aveva lasciato aperta anche la finestra, in alto, che dava sulla strada, ma tanto non sarebbe stato in grado di vederla.

Alice chiuse il libro. L’ultima lezione della scuola di lettura e scrittura volgeva al termine.  E mancava il finale alla storia

Fece il solito giro di opinioni. 

Massimiliano disse che gli andava bene così. Un bel finale tronco.

Non tutti erano d’accordo.

Emilia, sempre distratta e attempata, disse che la polizia, chiamata da un vicino aveva arrestato l’aguzzino e salvato il prigioniero. Casualmente, i soccorritori avevano subito l’antidoto pronto, e così avevano salvato anche il serial killer. Lui poi in galera si era pentito, aveva chiesto perdono e i due erano divenuti amici. Ci fu silenzio e nessuno commentò.

-Sì, ma i personaggi saranno morti davvero, tutti i personaggi? Osservò Roberta ansiosa come al solito.

Sentite qua: ho una proposta per il finale. Intervenne Giulio

-Sarebbe?

Sarebbe che fu allora che il detective Hobbes fece irruzione. Per il serial killer non c’era più niente da fare. Ma riuscirono a salvare il prigioniero, perché il veleno aveva azione molto lenta.

-E dai su…e che finale è …prevedibile., troppo prevedibile Commentò un altro.

Per me Hobbes interviene, sì, ma nota che l’aguzzino è chiuso dentro, mentre il prigioniero ha una via di fuga aperta. E allora pensa che le parti siano invertite. Il prigioniero diventa l’aguzzino, e l’aguzzino la vittima. Aggiunse la stessa persona.

Io immaginerei che Hobbes entra. Poi le cose vanno come vanno. Ma dopo anni, c’è una nuova scena. Ci sono due uomini. L’aguzzino e il prigioniero. E uno dei due porta ancora quello stesso anello. Fece presente un altro.

Un altro ancora, mi pare Daniele, propose un finale diverso.

In realtà la finestra la vedeva o meglio la intravedeva e soprattutto sentiva l’aria fresca pungergli la faccia. Era ancora vivo. L’acqua che aveva bevuta era davvero solo un sorso, solo un goccio, non posso morire. Pensò. Con fatica si girò supino, girò la testa in direzione della finestra e respirò. Un conato di vomito salì prepotente alla gola e poi al naso, si rigirò sul fianco e si liberò. Schifosamente sporco, maleodorante ma vivo. L’orecchio questa volta afferrò un rumore poi una voce. Suo padre.    

Era arrivato il termine della lezione. Chiusa la stanza, era il tempo di far sparire i due cadaveri giù di sotto. Peccato che suo fratello fosse morto, ma almeno avevano raggiunto lo scopo di vendicarsi di loro padre. e di tutti quelli che portavano la sua faccia.

————————————————————————————————————————————–

Non sono ancora sicuro che vada. Sospirò dall’altra parte della porta blindata

Senti, sono a pezzi, non riesco a pensare ad altro. Liberami e scriveremo un libro assieme, Te lo giuro. Implorò lo scrittore.

Sicuro?

Te lo giuro, te lo giuro te lo giuro.

————————————————————————————————————————————–

Ok mi sembra che ci siamo.  Ormai è tempo di finire le nostre sedute.

E  potrò uscire.

Sì, e questo racconto lo dimostra. Adesso hai rielaborato il Tuo dolore, guardi al Tuo passato con razionalità e con sufficiente distacco. Alla luce dei progressi fatti, raccomanderò alla commissione che Ti affidino all’esecuzione penale esterna. Lavorerai in una cooperativa sociale, quella di cui hai conosciuto il presidente e i volontari in questi mesi.

Annuì

Grazie

Dovere. Allora ciao. E buona vita.

Si chiuse la porta e la psicologa lasciò la cella.

Con la mano che ancora funzionava, mise via il quaderno con il racconto.  Se solo il veleno non gli avesse lasciato tutti quegli acciacchi. Ma la cooperativa ora riempiva tutti i suoi pensieri. Il presidente era suo padre. Un altro ancora.

———————————————————————————————————————————————–

­­­­­­­­­­­­­­­­L’intricata siepe di biancospino sarebbe stata il nascondiglio perfetto per osservare non visto.

Le lunghe spine aguzze graffiarono di rosso le sue mani mentre si faceva largo con decisione tra i rami.

Quell’uomo era il suo unico obiettivo ormai. Non si sarebbe fermato di fronte a nulla, pur di eliminarlo. Voleva vendetta.

La prigione, dove era stato rinchiuso fino a quel momento, gli aveva salvato la vita ma il suo lavoro alla cooperativa finalmente rappresentava l’occasione di avvicinarlo.

Prese fuori di tasca l’anello con l’ametista. Lo avrebbe usato ancora una volta.

————————————————————————————————————————————————————

Nel momento in cui nella sua testa si materializzò una strategia, il simulatore iniziò a suonare.

Dannazione!

Aprì il portello e uscì seccato.

Non sopportava più quei test per mettere alla prova le sue abilità, giorno dopo giorno. Per poi sentirsi dire che era ancora troppo presto. Era stato esonerato dal servizio molto tempo prima. Da sei mesi. Forse un anno. Non ne aveva più chiara cognizione.

Eppure sentiva di aver recuperato la lucidità mentale perduta, offuscata dagli effetti del veleno contenuto nella tuta.

In alcuni momenti, doveva ammetterlo, aveva pensato di non farcela. Ma era di nuovo in piedi.

Allo stesso modo avrebbe battuto quella dannata macchina.

Guardò l’esaminatore e attese il verdetto.

Nessuna parola uscì dalle sue labbra. Ma sorrise.

—————————————————————————————————————————————————-

Proprio in quell’istante, in un bar situato nella malfamata e nebbiosa periferia della città, Ingrid attendeva un segnale.

Il telefono emise un bip. Il messaggio, anche se telegrafico, conteneva tutto ciò che voleva sapere.

Idoneo.

Compose immediatamente il numero.

Dall’altro capo del filo, suonò libero una sola volta poi…il silenzio.

Chi non è in grado di intendere non va lasciato libero, la cura è l’unica soluzione.     

Così sia, psicologa.

Riattaccato il telefono, uscì dai locali della cooperativa. Decise che era il caso di agire subito.

Avrebbe pensato al presidente nel pomeriggio. Lui al momento non costituiva un reale pericolo. Mentre quel folle con l’anello sì.

La sua mente si era risvegliata, era consapevole. Aveva capito di non essere unico.

Presto avrebbe individuato altri come lui e li avrebbe fomentati alla rivolta.

Non poteva permettere che persone innocenti perdessero la vita, che il mondo beatamente ignaro aprisse gli occhi sui reali progressi della genetica nelle mani di tentacolari società ai limiti della legalità.

Doveva continuare la caccia. Fino alla fine.

——————————————————————————————————————————————————

…e chissà quanto ancora si potrebbe andare avanti. Ma ora la carta si fa spessa, e dura come legno da piegare ancora. La notte è fonda. Un Grazie particolare a Ilaria Montaguti e a Daniele Rondinelli per aver collaborato e consentito la pubblicazione di questo piccolo gioco, uno dei tanti che abbiamo cercato di fare o immaginare durante il corso. Loro sono scrittori, prima che allievi. Amici prima di tutto. Ad maiora!!!!

In evidenza

Un premio ben fatto e diverso dal solito

Ricollegandomi a quanto scritto negli ultimi post e incrociando le dita perchè tutto vada nel miglior modo visti gli sforzi notevolissimi prodigati dall’amica Laura Del Veneziano qui in veste di Presidente Consulta P.O., ecco un qualcosa dove lettere e sociale possono tornare ad avere un connubio, le une per illuminare in modo originale alcuni aspetti su cui l’altro, il sociale appunto, è bisognoso di attenzione. Qui il tema, caldissimo sotto molti aspetti assai poco retorici e invece molto pratici, è quello delle pari opportunità.

CONCORSO DI SCRITTURA : “O’PPORT’UNITA”
La Consulta per le Pari Opportunità del Comune di San Giovanni Valdarno, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza contro le donne, bandisce la Prima edizione del Concorso di scrittura
della Città di San Giovanni Valdarno “O’pport’unità”.

Per l’anno 2020 il tema è la “CRISI COME OPPORTUNITÀ
In questo particolare momento storico che stiamo attraversando, è necessario individuare una
possibilità di evoluzione dove la crisi diventi opportunità per evolvere in positivo verso una società
ottimale dove siano riconosciute opportunità migliori per ogni essere umano (uomo e donna).
Il concorso si articola in tre Sezioni:

Sezione A: Fiaba riservata agli autori minorenni.
Sezione B: Racconto breve riservata agli autori maggiorenni.
Sezione C: Poesia riservata agli autori di qualunque età.
La scadenza per l’invio degli elaborati è il 31 Gennaio 2021.
I primi tre classificati di ogni sezione saranno premiati con la pubblicazione della propria opera in una Antologia dedicata al Concorso edita dalla casa editrice Setteponti, oltre ad altri riconoscimenti.
La premiazione è prevista per il giorno 8 Marzo 2021.
Per informazioni contattare via mail la Consulta per le Pari Opportunità all’indirizzo:
consulta.po@comunesgv.it
Per le modalità di invio e di partecipazione e per ogni altra specifica, si rimanda al Regolamento Generale e al Bando qui sotto

In evidenza

Barzhaz 1 chiude oggi, A Gennaio i nuovi corsi base e avanzato

Barzhaz chiude i battenti con oggi per il 2020. I nuovi corsi inizieranno a gennaio.

Barzhaz noir invece ha chiuso domenica: qui la pagina con tutti i racconti vincitori. Un sincero ringraziamento a tutti i non pochi partecipanti.

La scuola Barzhaz è stata per me un’esperienza molto costruttiva. Ringrazio chi ha creduto nel progetto, sicuramente originale e diverso.

Ringrazio i partecipanti: è stato bello lavorare con loro e sarà altrettanto interessante e piacevole continuare nel 2021.

Per saperne di più, su regolamento e modalità di iscrizione:

https://www.italiabookfestival.it/iniziative-collegate/barzhaz

O scrivete a barzhaz@loggione.it

In evidenza

Bell’inizio stasera per la rassegna colori del libro off. Fino a metà dicembre con chi vorrà partecipare.

Ottimo incontro, una conversazione che è, essa stessa, una ‘storia di amicizia e di scrittura’.

Il video che ne è uscito è una fantastica occasione per rivivere un clima e un momento storico pieno di spunti e interessi. https://www.facebook.com/toscanalibri.it/videos/193728069034765/

La rassegna prosegue fino a metà di Dicembre (quando speriamo di intravedere almeno qualche spiraglio alla fine di questo incubo che ci attanaglia e poter presto tornare a parlarci di persona) secondo il seguente calendario

I Colori del Libro Off. Incontri d’autore in rete dal 18 novembre all’11 dicembre

Da domenica 15 novembre anche la Toscana è in lockdown, ma grazie ad iniziative come #icoloridellibrooff toscanalibri.it offre il suo contributo per far conoscere editori, autori e produzioni letterarie. La programmazione parte domani, mercoledì 18 novembre, con FrancescoRicci che alle 18.30, in diretta sulla pagina Facebook di Toscanalibri.it, presenta insieme a Massimiliano BellavistaStorie d’amicizia e di scrittura” (primamedia editore). Seguiranno poi altre 7 incontri d’autore in rete fino all’11 dicembre, tutti alle 18.30 in diretta Facebook.

Gli incontri d’autore – Secondo incontro giovedì 19 novembre con FrancescaPetrucci e il suo “Basta una coda” (MdS Editore), presentato con Sara Ferraioli. A seguire, mercoledì 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Carla Bardelli porta il suo contributo grazie al libro “La guerra è femmina” (Edizioni Effigi). Insieme a lei la scrittrice Simona Merlo. Venerdì 27 novembre è la volta di Paolo Ciampi che parlerà insieme a Sandro Gianetti, del suo libro fresco di stampa “Il maragià di Firenze” (Arkadia). Mercoledì 2 dicembre tocca poi a Giuseppe Leo Leonelli con “Tre” (I libri di Mompracem). Venerdì 4 dicembre spazio all’arte con “Jackson Pollock Dripping Dance” (Pacini Fazzi Editore) che verrà illustrato dalla autrici Federica Chezza e Angela Partenza insieme all’editore FrancescaFazzi e a Paolo Bolpagni della Fondazione Ragghianti, coeditore del volume e della collana. Mercoledì 9 dicembre si parla invece dello scrittore senese Federigo Tozzi nell’anno delle celebrazioni per il centenario della morte. Alessandra Cotoloni presenta il suo libro “Con gli occhi aperti. Viaggio nelle emozioni di Federigo Tozzi” (Betti Editrice). Interviene Riccardo Castellana, professore associato di Letteratura italiana e contemporanea all’Università di Siena; modera lo scrittore e saggista Luigi Oliveto. Ultimo incontro venerdì 11 dicembre con Teresa Lucente e il suo saggio “Il luogo accanto. Identità e differenza, una storia di relazioni” (Edizioni Effigi).

In evidenza

Storie d’amicizia e di scrittura, una recensione

https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/11/15/quando-scrivere-era-socialita-presento-storie-di-amicizia-e-di-scrittura-il-18-novembre-a-i-colori-del-libro-off/

Nel poker la doppia coppia è una mano composta da due carte dello stesso valore, in combinazione con altre due carte dello stesso valore anch’esse, più un kicker… Se entrambe le coppie coincidono, il kicker è proprio la carta che si va a guardare per decidere chi vince la posta.

Sul tavolo verde su cui Francesco Ricci fa scivolare le sue carte, ci sono due misteriosi giocatori che si affrontano con due doppie coppie: Debenedetti e Saba, Ginzburg e Morante, Moravia e Pasolini, Pavese e Pivano. La posta in gioco è possedere l’impronta culturale di un Paese ben diverso da quello di oggi. 

Ma a quel tavolo nessuno dei due giocatori sconosciuti può vincere, si tratta di coppie composte da carte pesanti, raffiguranti autentici mostri sacri della letteratura nostrana ed europea.

Il kicker però è proprio Ricci, che in questi ultimi anni si è in qualche modo ritagliato una nicchia nella saggistica e inventato, anzi reinventato un genere. È lui che anima il gioco e sposta con abilità il fulcro della nostra attenzione.

In epoca di virale e virtuale, sappiamo fin troppo bene quanto ci manchi il vissuto materiale. E allora come possiamo immaginare che lo scrittore, possessore di una sensibilità superiore alla media, sia una sorta di stilita, un asceta della parola appollaiato su una colonna?  La scrittura come ha ben detto Cees Nooteboom, è come costruire una strada per fare un viaggio, e se si può certamente viaggiare da soli, assai spesso lo si fa in coppia o in gruppo e certamente lungo la strada non si può fare a meno di confrontarsi con cose e persone. Anzi, si viaggia proprio per quello.

Ecco perché il filo rosso che anima l’opera di Ricci da un po’ di tempo a questa parte, è quello di riempire gli spazi e colmare i silenzi, aiutando il lettore a capire dove, come, quando e con chi i grandi scrittori nostrani hanno interagito, quanto tutto ciò ha influito sul loro modo di concepire l’arte e la letteratura. Non si tratta di otto biografie, nulla di tutto questo, di quelle se ne vendono un tanto all’etto: la domanda cui il libro risponde non è quella di capire, nozionisticamente, di che cosa e come questi autori ‘sono morti’, ma piuttosto come (e con chi) hanno vissuto.   E poco importa chi dei giocatori alla fine vorremo far vincere, questo dipenderà dalle nostre convinzioni di lettori, quello che è certo è che da questa lettura usciremo comunque arricchiti e assai più consapevoli.

Dice l’autore in Elsa, le prigioni delle donne, dedicato nel 2019 alla MoranteCome lettore, sono sempre stato interessato esclusivamente ai romanzi, ai racconti, ai saggi, che contribuiscono a migliorare la nostra conoscenza dell’umano: Dante, Shakespeare, Dostoevskij, sanno insegnarci intorno all’uomo, alla condizione dell’uomo, alla dimensione intima dell’uomo, lo stesso che possono insegnarci gli psicologi del profondo. Insomma, quando leggo, un libro pretendo che questo, partendo dalla vita di chi scrive, finisca col parlare alla vita di chi ne sfoglia le pagine”. Non sappiamo se lui se ne sia reso pienamente conto, ma come autore Ricci già in quel libro ci aiutava a compiere anche la navigazione inversa: sfogliando le pagine di quel libro presi dai fatti della nostra vita, si finiva per restarci incollati e cadere dritti dritti nella vita di Elsa Morante, seguendola in presa diretta.

Così succede anche, questa volta moltiplicato per otto, in questo suo ultimo volume. Si tratta quindi di un libro prima di tutto empatico, capace di catalizzare la reazione di osmosi tra lettore e percorsi di vita narrati. Al crocevia di questi percorsi, questa è la tesi di fondo che l’opera veicola, c’è stata un’epoca della storia del nostro Paese, periodo che nella quarta di copertina è individuato grossomodo con il trentennio che inizia con la conclusione del secondo conflitto mondiale (ma che io estenderei anche un filo di più almeno fino agli anni ottanta, avendo vissuto da ragazzo le estreme propaggini di quel modo di intendere la letteratura, che si esplicitava incomparabilmente più di ora e senza ritrosie e imbarazzi in occasioni di condivisione orale e ‘promiscuità letteraria’, in incontri pubblici fin dalle prime fasi di ideazione e gestazione di un’opera letteraria) in cui i libri non nascevano nel silenzio, ma nella convivialità di locali e ristoranti rumorosi, in accesi e ben frequentati salotti romani e milanesi, e nella frenesia delle fumose redazioni dei quotidiani.

E non si trattava mica di opere trascurabili; i romanzi, i racconti e le poesie non ne uscivano peggio di ora, anzi è ben vero il contrario.

Perché allora si faceva così, perché gli scrittori vivevano e interagivano profondamente gli uni con gli altri e con la società, molto più di adesso?

Nella desertificazione dei rapporti umani che stiamo attualmente vivendo, ben ci accorgiamo del significato preponderante che un ambiente, una relazione d’amore o anche una salda amicizia possono avere nella cura della nostra anima, nel nostro quotidiano esercizio intellettuale: questo per gli otto scrittori che popolano le righe di Ricci era chiaro come il sole a mezzogiorno. Anzi era scritto nel loro istinto: li accomunavano (anzi, accomunavano tutta la loro generazione) storie di solitudine, di violenza e di oppressione durante la guerra. Ora, che ‘si era liberi di scrivere, pubblicare, presentare i libri, partecipare a premi letterari, farsi intervistare, comparire su rotocalchi e quotidiani’ essi non si lasciano sfuggire questa opportunità, prima ancora etica che comunicativa, di parlare a tutti e di parlare chiaro, di interagire, di concepire e vivere pienamente la scrittura, detto alla Calvino, come mattone e motore del patto sociale. Ci si accorge leggendo che in loro non c’è desiderio di rivalsa, ma un autentico entusiasmo, una fiducia a tratti anche ingenua nella forza del racconto e della parola cui Ricci guarda giustamente da contemporaneo e acuto osservatore di quanto succede nella nostra società, con un tocco di nostalgia.

E queste coppie di grandi autori e scrittori, presentate da Ricci in un modo che qualche volta fa pensare a una specie di messa in scena teatrale, come le particelle subatomiche si rivelano ai nostri occhi nel libro solo quando le loro orbite si incrociano e si libera energia. Immersi nelle relazioni profonde tra di loro ne accettano consapevolmente tutti (o quasi) i risvolti: quelli positivi di stima, solidarietà e aiuto ( si vedano nel libro le interessantissime dinamiche Saba–Debenedetti o Ginzburg-Morante) ma anche le gelosie, le incomprensioni, le critiche, mai cattive anzi sofferte, alle rispettive opere, i momenti di lontananza, e talvolta pure i rifiuti (si pensi alla diade Pavese-Pivano, forse la sezione più affascinante del volume) di portare il loro rapporto su di un piano diverso.  Credo che, più di ogni altra cosa, sia proprio questo che Ricci ci aiuta a capire, con il suo modo di porgere le cose al contempo musicale e lieve ma anche strutturato e attento, in quanto frutto come sua abitudine di una meticolosa ricerca; quegli scrittori non hanno vissuto isolati (e i contemporanei non dovrebbero farlo nemmeno oggi), chiusi in bolle comunicative che riecheggiavano solo e soltanto il loro pensiero, ma sono sempre rimasti aperti al confronto con chi concepiva in modo assai diverso il ‘mestiere di scrivere’.  Moravia e Pasolini, ad esempio, dal loro desiderio di ‘stare vicini’ comprando casa assieme, dal comune viaggio materiale (si vedano le pagine dedicate all’India) e spirituale non hanno sicuramente mai messo a repentaglio un grammo della loro originalità espressiva, ma ne hanno anzi acquistato molto sul piano umano.

 Se scrivere ha senso solo se ci si pone degli obiettivi smisurati leggere questo libro appare allora doppiamente sensato: in primis perché il volume parla di coloro che questo principio lo hanno autenticamente messo in atto, pagandolo in qualche caso con la vita. In seconda battuta perché chi lo ha scritto ambisce genuinamente e senza retorica a farci tornare indietro nel tempo richiudendo intorno a sé gli echi sgranati di un’epoca per certi versi troppo frettolosamente e schematicamente archiviata.

In evidenza

Quando scrivere era socialità: presento ‘Storie di amicizia e di scrittura’, il 18 Novembre a ‘I colori del libro off’.

Da domenica 15 novembre anche la Toscana è in lockdown, ma grazie ad iniziative come #icoloridellibrooff Toscanalibri continuerà a dare il suo contributo per far conoscere editori, autori e produzioni letterarie. Mercoledì 18 novembre alle ore 18.30 vi aspetta in diretta sulla pagina Facebook di Toscanalibri.it Francesco Ricci con “Storie d’amicizia e di scrittura” (primamedia editore), un saggio che indaga una stagione nella vita letteraria italiana nella quale i libri, soprattutto a Roma, nascevano anche attraverso un incessante confronto con colleghi e amici, in una circolarità d’esperienze e di vissuti in cui ciascuno scrittore molto dava e molto riceveva in relazione al “mestiere di scrivere”. Dialogherò con l’autore e sarà molto interessante, perchè il taglio del libro è davvero originale.


 
Il libroLa scrittura viene spesso associata all’idea di solitudine, raccoglimento, silenzio. È all’interno della sua stanza-tana-cella monastica, infatti, che il poeta solitamente compone i suoi versi e la stessa cosa può dirsi del romanziere, del drammaturgo, del critico. Il momento della “socialità”, di conseguenza, sembra per lo scrittore iniziare sempre dopo, quando l’opera, ormai conclusa e pubblicata, è presentata al pubblico, divenendo oggetto di discussione e di giudizio. C’è stata, però, una stagione nella vita letteraria italiana – il trentennio che grosso modo inizia con la conclusione della seconda guerra mondiale – nella quale i libri, soprattutto a Roma, nascevano anche attraverso un incessante confronto con colleghi e amici, negli uffici di una casa editrice, in una trattoria, in un caffè all’aperto, in un appartamento privato, dove, in una circolarità d’esperienze e di vissuti, ciascuno scrittore molto dava e molto riceveva in relazione al “mestiere di scrivere”. In Storie d’amicizia e di scrittura Francesco Ricci si sofferma su otto dei maggiori protagonisti di quegli anni, distribuiti in quattro coppie: Giacomo Debenedetti e Umberto Saba, Natalia Ginzburg ed Elsa Morante, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese e Fernanda Pivano. Con loro, pagina dopo pagina, come in un romanzo, anche altri personaggi si fanno incontro al lettore (Italo Calvino, Giulio Einaudi, Carlo Emilio Gadda, Cesare Garboli, Leone Ginzburg, Carlo Levi, Alberto Mondadori, Enzo Siciliano) consentendogli di tornare a respirare il clima, fatto di coralità e di collaborazione, di quella stagione ormai lontana.

In evidenza

Barzhaz noir primo posto

Procedendo per gradi

Guardò ancora una volta la sua stessa testa fissarlo dal pavimento. Era decisamente la sua, senza ombra di dubbio. Era stata decapitata con un taglio netto da una grossa lama. Cambiò prospettiva e con gli occhi della sua testa sul pavimento vide sé stesso ritto in piedi. Decise di procedere per gradi. Stava forse dormendo? Doveva escludere la possibilità che si trattasse di un sogno. Con un rapido gesto s’infilzò la coscia con il tagliacarte che stringeva nella mano sinistra. Entrambe le teste ebbero un sussulto e all’unisono emisero un grido di dolore. O almeno così parve all’uomo che prontamente gettò a terra il tagliacarte. Per un breve lasso di tempo aspettò che accadesse qualcosa. Non registrò nulla di rilevante, a parte il forte dolore alla coscia sinistra. Annotò nella mente il dato: non stava sognando. Spostò lo sguardo di un paio di metri e vide il corpo. Se c’erano una testa e un corpo separati con tutta probabilità appartenevano al medesimo uomo. Escluse l’ipotesi del suicidio. Non restava che scoprire chi era l’assassino.

Era bravo a trovare il colpevole, il migliore. Nessuno riusciva a farla franca. Da vent’anni aveva un’agenzia in società con il fratello, col quale suo malgrado condivideva tutto… anche Maria.

Per lui non era mai stato facile avere un gemello. Doveva mettersi subito al lavoro. Posò il machete, che stringeva ancora nella mano destra, si rimboccò le maniche e si rese conto con orrore che la camicia appena ritirata dalla lavanderia era tutta sporca di sangue