L’origami letterario di Barzhaz. Quando la fine è solo una piega in più.

Desinit, excipit. Chiamatelo pure come volete. Meno personale e definitivo di un incipit, a volte quasi dimesso. Creare una fine per la narrazione è l’arte di piegare il racconto come si fa con la carta per l’origami. Solo che a piegare il foglio questa volta non sono le dita, ma le parole. E così questo racconto immaginatelo come un foglio di carta. Ogni finale una piega in più. Perchè a raccontare, non c’è mai fine.

Questo origami, particolarmente ben riuscito, lo dedico agli allievi di Barzhaz 1, e al bel lavoro fatto durante il corso!!!

Aprì gli occhi e fissò la parete.

Cosa l’aveva svegliato?  Tese l’orecchio per afferrare un suono, un rumore…niente

Alzò gli occhi e guardò la finestra in alto. Buio pesante che faceva dubitare di averli, gli occhi. Tese la mano: non c’era niente da toccare. La bocca era impastata e come anestetizzata. Non gli comunicava nulla.Aveva dormito steso su un fianco. Si rannicchiò ancora di più, in posizione fetale, anche se i muscoli facevano male. Fece per parlare, ma sembrava che le code vocali fossero diventate dure ed inerti, di pietra. Non l’avrebbe avuta vinta. La prigionia. Il suo aguzzino venuto da nulla. Era stato scelto perché somigliava a suo padre, gli aveva detto.

Ma lui di padre aveva avuto uno studioso. E lo stupido sadico non gli aveva tolto l’anello del veleno, il poison ring con l’ametista che una volta, tanto tempo prima, gli aveva regalato. L’unico senso attivo era il tatto, stava toccando l’anello. Per dimostrargli che l’acqua non era avvelenata ne aveva bevuto anche lui dal suo bicchiere. Ma non prima che gli avesse scaricato dentro tutto il veleno. Il veleno della lumaca di mare Conus regius, provvista di un peculiare arpione velenoso con il quale uccide le proprie prede, paralizzandole. Suo padre gli aveva rivelato il contenuto dell’anello solo poco prima di morire. Si apriva con uno scatto e una torsione dell’ametista, occorreva sapere come fare, e tanta, tanta forza. E pensare che aveva vissuto per più di vent’anni con quel veleno al dito, senza saperlo.

E ora sarebbe morto, Forse lo era di già.

L’aguzzino tra gli spasmi di dolore, sempre più acuti, come se un gigantesco pungiglione rovente gli entrasse a poco a poco nell’intestino disfacendolo fino ad afferrargli i polmoni, pensò che lui là dentro, l’ennesima, anzi l’ultima, reincarnazione di suo padre (il nome fittizio non gli interessava) sarebbe morto lentamente, molto lentamente. Il veleno di cui aveva intriso la sua tuta da prigioniero provocava una lenta deprivazione sensoriale. Si moriva persi nel labirinto di sé stessi, senza provare o sentire più niente. Assetati di una luce, di un rumore, di una sensazione tattile o gustativa. Gli aveva lasciato aperta anche la finestra, in alto, che dava sulla strada, ma tanto non sarebbe stato in grado di vederla.

Alice chiuse il libro. L’ultima lezione della scuola di lettura e scrittura volgeva al termine.  E mancava il finale alla storia

Fece il solito giro di opinioni. 

Massimiliano disse che gli andava bene così. Un bel finale tronco.

Non tutti erano d’accordo.

Emilia, sempre distratta e attempata, disse che la polizia, chiamata da un vicino aveva arrestato l’aguzzino e salvato il prigioniero. Casualmente, i soccorritori avevano subito l’antidoto pronto, e così avevano salvato anche il serial killer. Lui poi in galera si era pentito, aveva chiesto perdono e i due erano divenuti amici. Ci fu silenzio e nessuno commentò.

-Sì, ma i personaggi saranno morti davvero, tutti i personaggi? Osservò Roberta ansiosa come al solito.

Sentite qua: ho una proposta per il finale. Intervenne Giulio

-Sarebbe?

Sarebbe che fu allora che il detective Hobbes fece irruzione. Per il serial killer non c’era più niente da fare. Ma riuscirono a salvare il prigioniero, perché il veleno aveva azione molto lenta.

-E dai su…e che finale è …prevedibile., troppo prevedibile Commentò un altro.

Per me Hobbes interviene, sì, ma nota che l’aguzzino è chiuso dentro, mentre il prigioniero ha una via di fuga aperta. E allora pensa che le parti siano invertite. Il prigioniero diventa l’aguzzino, e l’aguzzino la vittima. Aggiunse la stessa persona.

Io immaginerei che Hobbes entra. Poi le cose vanno come vanno. Ma dopo anni, c’è una nuova scena. Ci sono due uomini. L’aguzzino e il prigioniero. E uno dei due porta ancora quello stesso anello. Fece presente un altro.

Un altro ancora, mi pare Daniele, propose un finale diverso.

In realtà la finestra la vedeva o meglio la intravedeva e soprattutto sentiva l’aria fresca pungergli la faccia. Era ancora vivo. L’acqua che aveva bevuta era davvero solo un sorso, solo un goccio, non posso morire. Pensò. Con fatica si girò supino, girò la testa in direzione della finestra e respirò. Un conato di vomito salì prepotente alla gola e poi al naso, si rigirò sul fianco e si liberò. Schifosamente sporco, maleodorante ma vivo. L’orecchio questa volta afferrò un rumore poi una voce. Suo padre.    

Era arrivato il termine della lezione. Chiusa la stanza, era il tempo di far sparire i due cadaveri giù di sotto. Peccato che suo fratello fosse morto, ma almeno avevano raggiunto lo scopo di vendicarsi di loro padre. e di tutti quelli che portavano la sua faccia.

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Non sono ancora sicuro che vada. Sospirò dall’altra parte della porta blindata

Senti, sono a pezzi, non riesco a pensare ad altro. Liberami e scriveremo un libro assieme, Te lo giuro. Implorò lo scrittore.

Sicuro?

Te lo giuro, te lo giuro te lo giuro.

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Ok mi sembra che ci siamo.  Ormai è tempo di finire le nostre sedute.

E  potrò uscire.

Sì, e questo racconto lo dimostra. Adesso hai rielaborato il Tuo dolore, guardi al Tuo passato con razionalità e con sufficiente distacco. Alla luce dei progressi fatti, raccomanderò alla commissione che Ti affidino all’esecuzione penale esterna. Lavorerai in una cooperativa sociale, quella di cui hai conosciuto il presidente e i volontari in questi mesi.

Annuì

Grazie

Dovere. Allora ciao. E buona vita.

Si chiuse la porta e la psicologa lasciò la cella.

Con la mano che ancora funzionava, mise via il quaderno con il racconto.  Se solo il veleno non gli avesse lasciato tutti quegli acciacchi. Ma la cooperativa ora riempiva tutti i suoi pensieri. Il presidente era suo padre. Un altro ancora.

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­­­­­­­­­­­­­­­­L’intricata siepe di biancospino sarebbe stata il nascondiglio perfetto per osservare non visto.

Le lunghe spine aguzze graffiarono di rosso le sue mani mentre si faceva largo con decisione tra i rami.

Quell’uomo era il suo unico obiettivo ormai. Non si sarebbe fermato di fronte a nulla, pur di eliminarlo. Voleva vendetta.

La prigione, dove era stato rinchiuso fino a quel momento, gli aveva salvato la vita ma il suo lavoro alla cooperativa finalmente rappresentava l’occasione di avvicinarlo.

Prese fuori di tasca l’anello con l’ametista. Lo avrebbe usato ancora una volta.

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Nel momento in cui nella sua testa si materializzò una strategia, il simulatore iniziò a suonare.

Dannazione!

Aprì il portello e uscì seccato.

Non sopportava più quei test per mettere alla prova le sue abilità, giorno dopo giorno. Per poi sentirsi dire che era ancora troppo presto. Era stato esonerato dal servizio molto tempo prima. Da sei mesi. Forse un anno. Non ne aveva più chiara cognizione.

Eppure sentiva di aver recuperato la lucidità mentale perduta, offuscata dagli effetti del veleno contenuto nella tuta.

In alcuni momenti, doveva ammetterlo, aveva pensato di non farcela. Ma era di nuovo in piedi.

Allo stesso modo avrebbe battuto quella dannata macchina.

Guardò l’esaminatore e attese il verdetto.

Nessuna parola uscì dalle sue labbra. Ma sorrise.

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Proprio in quell’istante, in un bar situato nella malfamata e nebbiosa periferia della città, Ingrid attendeva un segnale.

Il telefono emise un bip. Il messaggio, anche se telegrafico, conteneva tutto ciò che voleva sapere.

Idoneo.

Compose immediatamente il numero.

Dall’altro capo del filo, suonò libero una sola volta poi…il silenzio.

Chi non è in grado di intendere non va lasciato libero, la cura è l’unica soluzione.     

Così sia, psicologa.

Riattaccato il telefono, uscì dai locali della cooperativa. Decise che era il caso di agire subito.

Avrebbe pensato al presidente nel pomeriggio. Lui al momento non costituiva un reale pericolo. Mentre quel folle con l’anello sì.

La sua mente si era risvegliata, era consapevole. Aveva capito di non essere unico.

Presto avrebbe individuato altri come lui e li avrebbe fomentati alla rivolta.

Non poteva permettere che persone innocenti perdessero la vita, che il mondo beatamente ignaro aprisse gli occhi sui reali progressi della genetica nelle mani di tentacolari società ai limiti della legalità.

Doveva continuare la caccia. Fino alla fine.

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…e chissà quanto ancora si potrebbe andare avanti. Ma ora la carta si fa spessa, e dura come legno da piegare ancora. La notte è fonda. Un Grazie particolare a Ilaria Montaguti e a Daniele Rondinelli per aver collaborato e consentito la pubblicazione di questo piccolo gioco, uno dei tanti che abbiamo cercato di fare o immaginare durante il corso. Loro sono scrittori, prima che allievi. Amici prima di tutto. Ad maiora!!!!

2 pensieri riguardo “L’origami letterario di Barzhaz. Quando la fine è solo una piega in più.

  1. Voglio ringraziare il Maestro Massimiliano per la dedica, per i giochi e per quello che è stato per me Barzhaz, ovvero, una rivelazione, un nuovo modo di leggere un testo e soprattutto di analizzarlo. Un abbraccio anche a Ilaria, scrittrice e compagna in questo viaggio intimo tra le parole.
    Grazie amici.
    Ad maiora!

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    1. Mi unisco a Daniele nei ringraziamenti a Massimiliano così ben espressi. Barzhaz mi ha entusiasmato. Ho scoperto autori che non conoscevo, modi di esprimere se stessi e di trasmettere emozioni. Ho conosciuto due scrittori talentuosi: Massimiliano e Daniele, da cui ho imparato molto e che ringrazio. A presto, Ilaria

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