I libri di Mompracem.Una bella novità. Le perle di Labuan. Dalla Luna o quasi.

Ringrazio Paolo Ciampi per questa bella iniziativa e per avermi coinvolto. https://ilibridimompracem.it/ è un sito che merita di essere visitato regolarmente, anche in considerazione della ricchezza dei suoi contenuti e del bellissimo stile con cui è stato progettato. Nel suo profilo Paolo di se stesso dice che Leggere è già un modo di viaggiare, viaggiare è già un modo di raccontare. Per questo vivo di parole, racconto storie, viaggio con lentezza. Sono pigro, ma l’irrequietezza mi salva e mi spinge altrove. Ho all’attivo una trentina di libri, alcuni fortunati, altri meno. La curiosità mi aiuta a scoprire un’Italia migliore di quella che si racconta ai Tg. Un altro motivo per non fermarsi. E davvero non si è fermato e ha saputo radunare intorno a Mompracem un gruppo di scrittori, saggisti e giornalisti di sicuro valore.

Io per parte mia, visto che si parla di Mompracem, sarò in via del tutto eccezionale una Lady Marianna attenta a scovare e segnalare al lettore le Perle di Labuan, ovvero libri e autori noti e meno noti che meritano di essere letti o riletti.

QUESTO IL NUMERO ZERO DELLA RUBRICA, USCITO OGGI.

DALLA LUNA…O QUASI

E che resta visto che si può solo girare intorno al castello e i ponti levatoi si possono anche ammainare ma tanto non si va, non si va oltre perché ogni casa è diventata un’isola. 

Sandokan adesso è lontano. Ma quando incrocio i suoi occhi, elusivi e difficili da domare come quelli di un falco essi curano tutte le ferite. 

È lui che mi ha insegnato quell’antica poesia medievale, la Canzone del Falco di Kuremberg. Io mi allevai un falco per più di un anno/Quando lo resi docile come lo desideravo/ e nel suo piumaggio misi ornamenti d’oro/si alzò nell’alto, per altre terre lui prese il volo….Dio unisca insieme quelli che vogliono per sé l’amore.

Mi salvano adesso queste mie note che scrivo di getto, senza riflessione ma seguendo il mio respiro, e il fatto che questa isola è dotata di una buona biblioteca, ma lo scrittore, l’intellettuale o sedicente tale è merce deperibile e di anima cagionevole.

Incontro Samuel Tissot, disorientato come me, il quale mi ricorda che devo ancora finire il suo trattato.  No non la Dissertazione sulle conseguenze dell’Onanismo, tra cui la vista offuscata, che l’ha reso immortale per generazioni, ma quello sulla Salute dei letterati, del 1780.  Mentre passeggiamo attorno al castello alza il dito per richiamare la mia attenzione, si ferma e mi ricorda squadrandomi  la nona cagione di malattia che ha, dopo lungo studio, individuato, la più insidiosa, non per niente lasciata da ultimo ‘Nè ho difficoltà di riputare per nona cagione delle malattie dei Letterati la vita loro appartata dalla società degli altri che sebbene sembri recar loro vantaggio porta seco tuttavia i suoi essenziali inconvenienti Gli uomini sono fatti pegli altri uomini il loro scambievole commercio porta dei vantaggi ai quali non senza proprio danno vi si può rinunziare e con ragione fu osservato che la solitudine produce un incomodo languore n Nulla più contribuisce alla salute che quella gioja animata dalla società e che resta assopita dal ritiro e questa causa morale della noja unita alle cagioni fisiche della malinconia di cui ho parlato di sopra perpetua nei Letterati una tristezza che per loro è tanto funesta quanto e vantaggiosa per gli uomini sociabili l’allegrezza rende quella misantropi fastidiosi inquieti disgustati di tutto ‘

Ma non si può uscire, e non posso autocertificare questa nona cagione perché non è prevista in nessun decreto. Tissot si stringe nelle spalle, non sa che farci e forse nemmeno comprende bene il problema, e prosegue la sua passeggiata da solo.

Ma del resto si è fatta sera, e anche quest’anno è al crepuscolo. E quando un anno che non si capisce è alle battute finali è quasi un sollievo.

Trovo Montale in biblioteca. Mi ricorda che se le cose non si capiscono conviene sempre guardarle da una certa distanza. Il suo anno incomprensibile è stato il 1968, alla cui fine mi ricorda che in Satura ha dedicato questi versi:

Ho contemplato dalla luna, o quasi,

il modesto pianeta che contiene

filosofia, teologia, politica,

pornografia, letteratura, scienze

palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,

ed io tra questi. E tutto è molto strano.

Tra poche ore sarà notte e l’anno

finirà tra esplosioni di spumanti

e di petardi. Forse di bombe o peggio,

ma non qui dove sto. Se uno muore

non importa a nessuno purché sia

sconosciuto e lontano.

Dalla luna o quasi, tutto cambia.  Bill Anders annuisce e conferma. Era proprio lì, letteralmente a un passo dalla Luna, quando scattò una famosa fotografia, famosa tanto quanto quella del fungo atomico di Nagasaki o del ribelle che ferma i carrarmati in Piazza Tienamen. Bill mi dice che ci sarebbe ancora voluto quasi un anno per metterci piede sulla luna, ma il 24 Dicembre 1968, pochi minuti dopo le 10:30 del mattino, ora di Houston, l’Apollo 8 stava riemergendo dal lato nascosto della Luna per la quarta volta. E tutto l’equipaggio, inclusi Lovell e Borman, si distrasse per un meraviglioso attimo, dimenticando i rischi, il tempo, le attrezzature maneggiate che valevano milioni di dollari. Dalla Luna o quasi, si vedeva la Terra.

Anders: Oddio, guarda quell’immagine laggiù! C’è la Terra che sorge. Wow, quant’è bella!

Borman: Ehi, non riprenderla, non è nel programma.

[clic dell’otturatore]

Anders: Hai della pellicola a colori, Jim? Dammi un rullino a colori, veloce, ti dispiace?

Lovell: Oh, gente, è magnifica.

Anders: Sbrigati.

Lovell: Dov’è?

Anders: Svelto.

Lovell: Qui in basso?

Anders: Prendimene uno a colori e basta. A colori per esterno. Spicciati. Ce l’hai?

Un bellissimo libro, quello di James Gladstone, intitolato Earthrise: Apollo 8 and the Photo That Changed the World, che ricorda quel momento unico e irripetibile, dove non ci vergognammo di manifestare ingenuità, stupore, entusiasmo. Lo sfoglio e lo rimetto a posto con cura nello scaffale.

Il potere delle parole che, ci consola, facendoci volare e riportandoci a terra allo stesso tempo. Il potere della luna, che ferma il tempo. È proprio lì, nell’intemporaneo, dove conviene stare adesso. In attesa che arrivi qualcosa, o qualcuno, non a liberarci, ma almeno a restituirci finalmente la diversità e la molteplicità del mondo, visto che vediamo solo le nostre facce riflesse negli infiniti specchi che popolano il castello. Montale mi dice che in fondo son parole sue, scritte in Xenia: 

il mio sogno non è nelle quattro stagioni.

Il mio sogno non sorge mai dal grembo

delle stagioni, ma nell’intemporaneo

che vive dove muoiono le ragioni

e Dio sa s’era tempo; o s’era inutile.

La biblioteca del castello è abbastanza grande da accogliermi: ritrovo i miei dieci libri là, aperti e mai finiti.  O finiti troppe volte, senza mai capirli fino in fondo. Mi viene voglia di torturarli, scollarli tutti, rimuovere dorsi e piatti e rincollare le pagine a casaccio, l’incipit dell’uno, il desinit dell’altro. Vorrei combinarli e non sapere mai quale storia mi aspetti. Sento una voce, quasi un sussurro o una cantilena un po’ ironica che dice Se una notte di inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intrecciano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto

Mi guardo intorno. Lui mi manca. Come sarebbe questa biblioteca dove a un tratto sono sola, se tutti i libri si aprissero all’unisono, come fiori su un prato?

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