31-12-2020, 23.59-59. In quel preciso momento.

E’ uscito il numero 6 di Parktime

Attraverso una scelta di poesie e racconti si tira il bilancio di quel preciso momento: da Buzzati a Eliot, da Ungaretti a Zadie Smith e Cristina Campo. di Massimiliano Bellavista

31 Dicembre 2020. In quel preciso momento, si chiude l’anello di giorni di un altro anno che non è un anno come un altro.

In quel preciso momento è un’opera di Dino Buzzati simile ad una coperta di quelle che una volta si facevano con gli scampoli di tessuto avanzati; un patchwork di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario a proposito della fine dell’anno. Un diario già di per sé assomiglia a un bilancio: lo si scrive cronologicamente in discesa, scendendo sulla china del tempo, ma lo si legge quasi sempre in salita, a ritroso, per capire qualcosina della propria vita. Del perché le cose sono andate così. Il fatto che sia chiuso tra due identiche copertine di cartone, materializza la circolarità del tempo.

A un certo punto nel libro si legge un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo:

«Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”.

“Ti ha dato pene più che gioie?”

“Sì”.

“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto”. […]

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”

“Mica tanto, a dir la verità”.

“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore».

Strano. Strano che in quel preciso momento ci mancherà qualcosa, sempre e comunque. Non i sogni, non i pensieri o i ricordi ma le parole, quelle sì. Perché le parole per scorrere, hanno bisogno del tempo mentre in quel preciso momento il tempo non scorrerà. Poi, come ogni anno, sarà necessario trovarne di nuove, perché l’anello di giorni del 2021 possa aprirsi.

Quali parole ci verranno in mente quando quel preciso momento sarà trascorso? Presto nel mattino, presto anche nel secolo, ci sarà sperabilmente un nuovo inizio, sperabilmente migliore di quello che caratterizza l’incipit di Denti Bianchi, stupenda opera di Zadie Smith.

«Presto nel mattino, tardi nel secolo, Cricklewood Broadway. Alle 6,27 dell’1 gennaio 1975, Alfred Archibald indossava un abito di velluto a coste ed era seduto a bordo di una Cavalier Musketeer Estate, con la faccia riversa sul volante. Sperava che il giudizio divino su di lui non fosse troppo severo. Giaceva abbandonato in avanti, la bocca molle, le braccia a croce, spalancate sui due lati, come un angelo caduto; nei pugni stringeva le medaglie dell’esercito (a sinistra) e la licenza matrimoniale (a destra), perché aveva stabilito di portare i suoi errori con sé. In un occhio gli si rifletteva una lucina verde: segnalava una svolta a destra che aveva deciso di non fare. Era rassegnato. Era preparato a tutto questo. Aveva gettato in aria una moneta e si era attenuto rigidamente al risultato. Si trattava di un suicidio premeditato. Anzi, della sua risoluzione per l’Anno Nuovo.Ma perfino mentre il respiro gli si faceva convulso e la vista si appannava, Archie era consapevole che Cricklewood Broadway sarebbe parsa una strana scelta. Strana per la persona che avrebbe notato per prima, attraverso il parabrezza, la sua figura abbandonata, strana per il poliziotto che avrebbe redatto il rapporto, per il giornalista locale incaricato di scrivere dieci righe, per i parenti che le avrebbero lette. Stretto da una parte dall’imponente edificio di un cinema multisala e dall’altra da un gigantesco incrocio di strade, Cricklewood non era un posto in alcun modo speciale. Non un posto dove un uomo potesse andare a morire».

Eliot, nonostante in quel preciso momento ci fosse la guerra, suonava un pò più ottimista. In Little Gidding, componimento parte dei suoi memorabili Quartetti, figli di un passaggio di testimone tra anni duri, di guerra e di sofferenza, scrive:

«Le parole dell’ultimo anno appartengono alla lingua dell’ultimo anno / e le parole del prossimo anno aspettano un’altra voce».

E quale sarà questa voce? Sarà davvero diversa? La sentiremo risuonare in noi? Giuseppe Ungaretti in quel preciso momento scrisse la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto. Ma le parole non devono morire, ce ne devono sempre essere delle altre. Words must go on. Se necessario anche usando un po’ di ironia. 

Seamus Heaney alla fine del 1986 scivola sul ghiaccio e si infortuna al ginocchio. Quell’anno, poco dopo, muore anche suo padre. Il suo haiku ‘1.1.87’ recita così «Dangerous pavements. / But I face the ice this year / With my father’s stick».

Eliot ebbe in Cristina Campo una grande traduttrice. Lei si innamorò della poesia di Luzi e poi, non corrisposta, del poeta stesso. Scrisse su questa esperienza quello che forse è uno dei suoi testi più noti Moriremo lontani. 

Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Questa poesia fa parte del canzoniere Passo d’addio. 

Trovo che sia una bella immagine, questa. In quel preciso momento, posare la guancia sul palmo di qualcuno, svuotando di parole l’anima.

In quel preciso momento allora forse chiuderemo il nostro diario del 2020, l’anello dei giorni. È tempo anche di chiudere queste mie parole. Il suggello scelto dalla Campo al percorso spesso ciclico, della sua identità lirica in quella raccolta furono proprio quei versi di Eliot: «For last year’s words belong to last year’s language / And next year’s words await another voice. / And to make an end is to make a beginning».

Bisogna crederci.Auggie Wren

A Novembre ci eravamo concentrati, per il numero 6, su Cechov in modo molto originale. La settima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5 ;Nr 6 ) ritorna a parlarci di un argomento a me molto caro, ovvero il punto di vista in narrativa, e lo fa attraverso un racconto di Paul Auster. Scomodiamo quindi un vero Maestro.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko, non posso non far notare l’importanza delle sue conclusioni. Quando Mirko scrive: Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia non posso non essere daccordo e riportare quanto diceva Tabucchi e che ho utlizzato proprio ieri sera leggendolo ai numerosissimi partecipanti all’incontro svolto con Viola Conti.

Scrive Tabucchi a proposito del mestiere dello scrittore ‘ è semmai un gioco che somiglia a
quello dei bambini. Di una terribile serietà. Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende un sassolino e, seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera,reggendo il sassolino sul palmo della mano che quel sassolino è il mondo. Sottolineo: non lo pensa soltanto, ma lo dice, perché è solo quando lo dice che il sortilegio si avvera e il sassolino si avvera e il sassolino diventa il mondo: è il patto assoluto. Il bambino sa che se quel sassolino cadesse il mondo precipiterebbe, l’universo in cui il mondo gira sarebbe perturbato, gli astri impazzirebbero e avanzerebbe il caos. Sa che finché durerà il gioco avrà nelle mani le sorti del mondo.

E allora, aggiungo rivolgerndomi a Voi, qual è il vostro sassolino??? Siete disponibili a far credere (e a credere per primi voi) che sia il mondo?

Anatomia di un racconto – Il racconto di Natale di Auggie Wren di Mirko Tondi

Tra i racconti che ben conciliano con questo periodo di festività, uno di quelli che preferisco è sicuramente Il racconto di Natale di Auggie Wren, soprattutto perché ritengo che sia – rispetto al particolare periodo dell’anno a cui si riferisce – del tutto originale. Non è il classico racconto di Natale in cui ci sono alberi addobbati, scampanellii, pacchetti regalo, ritorni in famiglia, occasioni di redenzione. Scritto da Paul Auster, fu pubblicato per la prima volta nel 1990 nell’edizione natalizia del New York Times, ma ispirò poi (cinque anni più tardi) la sceneggiatura del film Smoke, con Harvey Keitel e William Hurt, diretto da Wayne Wang proprio insieme allo scrittore americano.

Qui l’autore ci avvisa fin dal principio che la storia che ci racconterà non è sua ma l’ha sentita da Auggie Wren, nome inventato per l’occasione su richiesta stessa di quest’ultimo. Ci anticipa dunque i fatti salienti, che tra poco andremo a scoprire: un portafoglio smarrito, l’incontro con una donna cieca, una cena di Natale. Poniamo adesso attenzione al punto di vista: in questo momento lo scrittore coincide con un narratore di primo grado (ovvero quello che comunica in maniera diretta con il lettore), mentre Auggie Wren rappresenta un narratore di secondo grado. A questo punto ci vengono fornite alcune informazioni, così per esempio veniamo a sapere da quanto i due si conoscano (undici anni) e che rapporto intercorra tra loro (Auggie Wren è semplicemente un tabaccaio, di cui lo scrittore è cliente), rapporto che un giorno in qualche modo prende un’altra direzione: il tabaccaio si imbatte in una recensione del libro del suo cliente, ed ecco che d’improvviso inizia a condividere con lui il progetto di una vita, mosso dalla scoperta di un’affinità artistica; Auggie infatti si diletta come fotografo, e da dodici anni scatta dallo stesso angolo e alla stessa ora del giorno una foto allo stesso tratto di strada. Conserva dodici album (uno per ogni anno) e un totale di più di quattromila fotografie, che ora intende mostrare al suo speciale cliente. A un primo sguardo, tutte le foto appaiono identiche, e lo scrittore non afferra il senso dell’intero progetto, che risulta soltanto una “una fredda scarica di ripetizioni”. Ma su consiglio del tabaccaio lo scrittore rallenta, finché non ci suggerisce che “Aveva ragione, ovviamente. Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente”. In questa frase semplice è racchiusa invece una saggezza popolare, di quelle che riesci a cogliere solo dopo un errore. Da questo momento in poi, il cliente presta maggiore attenzione ai dettagli e inizia a far caso ai cambiamenti, fino a notare anche quelli più piccoli, più trascurabili per uno spettatore poco interessato: cambiamenti di clima, di luce, di traffico. Addirittura riesce a riconoscere i volti dei passanti in quella strada. Soprattutto si accorge di non essere più annoiato mentre sfoglia gli album, che in maniera superficiale aveva giudicato tutti identici e irrilevanti.

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Non siamo neanche a metà racconto e già è accaduto qualcosa di importante tra due persone. Ma ecco che l’autore sta per svelarci come Auggie si è procurato la macchina e ha iniziato a fotografare. Quando gli viene commissionata una storia di Natale dal New York Times, si trova ad affrontare una crisi personale, convinto di non esserne capace e temendo di dar vita all’ennesima storia sentimentale. Così un giorno si sfoga col suo tabaccaio, che subito intercetta la sua necessità e si offre – in cambio di un pranzo – di raccontargli la miglior storia di Natale che abbia mai sentito. Da qui in avanti abbiamo una storia nella storia, dato che Auggie prende la parola e comincia a raccontare, divenendo lui il narratore di primo grado, per poi tornare a dialogare con lo scrittore solo nel finale. Soltanto dopo aver ascoltato come si è svolta tutta la faccenda (che non svelerò, ma che vi invito a leggere…), allo scrittore viene in mente che Auggie possa aver inventato ogni cosa, ma un attimo dopo dice queste parole, che sono la base di ogni buon patto narrativo: “Sono stato convinto a crederci e questo era l’unica cosa che contava. Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia. E a proposito: godetevi pure il Natale, per quanto quest’anno vi sia consentito.

Parktime nr 5: Sherwood sorvola D’Annunzio, Eduardo e..altri

Volare sul proprio mondo

Il 21 dicembre è il giorno che ha inaugurato il solstizio d’inverno e ha visto quest’anno la congiunzione di Giove e Saturno. Proprio a partire da questo giorno parliamo del volo. Questo sarà un argomento che ci accompagnerà nel futuro qualche numero di Sherwood. 
Immaginate di poterli visitare dall’alto i Parchi letterari, uno dopo l’altro. Uno spettacolo unico. Staccare l’ombra da terra, prendere la via del cielo, dimenticarsi in esso, una necessità immortale nell’uomo come nell’animo l’avidità del volo diceva d’Annunzio

Nel 1916 a seguito di un incidente aereo, d’Annunzio riporta considerevoli danni agli occhi, per un certo tempo è seriamente impedito nell’uso della vista. Ma gli occhi dello spirito sono ancora bene aperti. Anzi, spalancati. Scrive Notturno

Usciamo. Mastichiamo la nebbia./La città è piena di fantasmi/Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligene./I canali fumigano./De i ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino./Qualche canto d’ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo./I fanali azzurri nella fumea./Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia./Una città di sogno, una città d’oltre mondo, una città bagnata dal Lete/o dall’Averno./I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano 

Torneremo su questi versi e su altro con i ragazzi di Sherwood, che ci stanno lavorando su. Quello che ci interessa per ora è entrare nel clima e immaginare quel volo nella notte dei sensi. Già cominciamo a sentirci e a pensare come novelli Saint-Exupéry. 

Antoine de Saint-Exupéry negli anni Trenta prestò servizio come pilota commerciale e di linea. Non fu Il Piccolo Principe, ma il romanzo Volo notturno , che vi invitiamo a leggere, a renderlo celebre. Il protagonista è un pilota che conduce come uno spericolato Ulisse voli commerciali nei cieli notturni della Patagonia, del Paraguay, dell’Argentina. È la Compagnia per cui lavora che lo obbliga a questa autentica sfida alla morte, per guadagnare di più. La notte può essere sinistra e aggressiva, se ci si vola dentro così a lungo con quei piccoli aerei di allora. 

Rivière giudicava che le stelle eran troppo splendenti, l’aria troppo umida. Che strana notte! Essa imputridiva improvvisamente, a zone, come la carne d’un frutto luminoso. Le stelle, al completo, dominavano ancora Buenos Aires, ma non era che un’oasi, e d’un istante; e, d’altronde, era un porto che l’aeroplano non poteva raggiungere. Notte minacciosa, che un vento cattivo toccava e imputridiva. Notte difficile a vincere. In qualche luogo, nelle sue profondità, un aeroplano era in pericolo: e sulle rive di quella notte gli uomini si agitavano impotenti. 

Lasciato sulle rive della notte c’è anche il protagonista della nostra storia, con cui Vi facciamo gli Auguri. Nella notte di Natale è concesso a tutti volare sul proprio mondo, per quanto ristretto sia, fosse anche un … presepe. E, attraverso le parole, ripensarlo.,,,prosegue su Parktime

Ti piace il presepe?

TI PIACE IL PRESEPE?

Luca: Dove siamo arrivati? Oramai sei un giovanotto, non sei più un bambino. Io non sono eterno. I soldi ci vogliono. Dopo Natale, viene il sarto, porta i campioni e ti fai un bel vestito di stoffa pesante, questo che tieni addosso ormai è partito. Ti faccio pure due camicie. Un vestito e due camicie. (indica il presepio, ammiccando) Te piace, eh? Te piace!

Tommasino: (annodandosi la cravatta) No

NATALE IN CASA CUPIELLO – EDUARDO DE FILIPPO

Lo scrittore se ne stava rincantucciato tra la scrivania, la vecchia sedia in pelle e una giungla di bicchieri che, spiccando sul tavolo pieno di carte arruffate, sembravano giovani bambù variopinti.

Sollevò due carte, certamente le più vecchie, lo si vedeva dallo spessore della polvere che le infarinava, e poi l’ultimo appunto per una storia da scrivere, vergato su una carta in effetti ancora bella lucida, comprata pochi giorni prima in onore di una purtroppo illusoria ispirazione.

Idee strette e lise come le sue scarpe e stantie come il pane che mummificava nel cestino in cucina, constatò. All’inizio già non erano granché, poi la polvere, gravando sopra il suo scritto, vi entrava per osmosi sostituendosi anche al poco di buono che c’era ancora rimasto dentro.

Ad un tratto una mano enorme lo prese dalla finestra che teneva aperta anche a Dicembre, e lo portò fuori, in alto nel nulla notturno. Si sentì rapito, anzi l’immagine che gli solcò la mente fu quella di essere stato colto, come un ortaggio.

Ti piace il presepe? la voce che lo domandava non era cupa o tonante. Non proveniva da un roveto ardente. E tuttavia non ammetteva la mancanza di una risposta.

Sei Dio?

Tecnicamente sì. Ma per Te sono Mio.

Lo scrittore, in momenti di difficoltà o sconforto, invece di rivolgersi direttamente a Dio, cosa che gli sembra troppo formale, in effetti si rivolgeva ad una entità che chiamava Mio. Il suo particolare Olimpo a conduzione singola, insomma, un po’ Dio un po’ Oracolo secondo il bisogno.

Ti piace il presepe?

Ma quale presepe?

Ma come quale? Non lo vedi? Quello che sta sotto di Te.

Guardò quello che si agitava sotto i suoi piedi. La città in periferia, strisce di auto interminabili, sprazzi velocissimi di treni sui binari che poi come vermi si infilavano in gallerie perdendosi nel nulla, i parcheggi delle fabbriche ormai vuoti. Più lontano i macchinari all’opera tra i fumi di una discarica, che come scarabei stercorari spingevano e spostavano incessantemente rottami e i materiali che senza sosta enormi camion scarrabili gli facevano rotolare accanto. Se ne avvertiva l’odore. E poi la via lattea dei mega condomini con i roveti intricati di cavi e antenne sui tetti, con affaccio su strade a scorrimento veloce e sopraelevate. Sopra, quasi alla sua altezza, due elicotteri bottinavano tra i grattaceli del quartiere degli affari.

Onestamente no, Rispose di getto, pentendosene subito un po’.

Sentì Mio sospirare, e la mano afferrarlo di nuovo, poco gentilmente, per spostarlo poco più avanti.

Ti piace il presepe?

Il parco che stava sorvolando era di per sé bellissimo, ma mal sorvegliato dalla polizia e ancor peggio mantenuto, così che in poco tempo era diventato il regno dei tossici. Siccome si ostinava ad andarci tutti i giorni a correre, sapeva benissimo dove le varie bande nascondevano dosi e contanti. Una volta aveva anche pensato che sarebbe stato interessante prendere e scambiare tutto, i soldi di una gang di pusher con quelli di un altro, e anche tutta la bamba, mescolandola come un’insalata mista. Si era domandato più di una volta cosa sarebbe successo e se avrebbero quantomeno combattuto un po’ fra sé prima di mangiare la foglia e fargli il culo a fette.

No, non mi piace affatto.

Il sospiro si fece più forte, e anche la mano, nello spostarlo, questa volta gli fece scricchiolare più di una costola, vertebre comprese.

Ti piace il presepe?

Ora era sopra il centro cittadino. Gente ce n’era, ma non tanti negozi erano aperti, e quasi alcun locale. Chiuse tutte le sue amate librerie, e anche le biblioteche dove in passato aveva fatto tante ricerche. Con la mascherina e i cappelli, la gente che circolava sembrava una folla di rapinatori in preda alla nevrosi, ognuno con un suo progetto in mente, che si muoveva a scatti, velocissima, come criceti sulla ruota. A due isolati dalla piazza centrale, c’era la residenza assistita dove viveva, anzi sopravviveva ibernata in una stanza all’ultimo piano, la sua anziana madre, che non vedeva da mesi. Non fosse stato per l’alberello illuminato in cortile stento quanto le luci che lo adornavano, tra il grigiore e il ronzio della centrale termica, quel palazzo algido e male illuminato sarebbe somigliato a una grossa cella frigorifera di una sala mortuaria.

Ancora più avanti c’era l’appartamento della sua ex moglie, e la sua adorata Lucia, che di certo dormiva abbracciata a Caviglia, l’orso che le aveva regalato, tanto, troppo tempo fa. Quando ancora le parole gli rendevano qualcosa o quantomeno valevano la considerazione di sua moglie

Quando andava a lavoro, doveva solo attraversare la strada, e c’era subito il portone dell’Editore. La sede di un grande editore con un gran via vai di corrieri, impiegati e scrittori. Ora era tutto chiuso ermeticamente, un solo piano e il resto affittato. Dalle finestre al primo piano filtrava la luce blu degli schermi dei pc, somigliava oramai più a una software house che a una casa editrice.

Si stava irritando. No! Non mi piace per niente!!!E poi cosa mi dovrebbe piacere?

Ma è stato un lavoraccio farlo, questo presepe. Migliaia di anni, tanta pazienza, e poi Ti lamenti.

Perché non vai a chiederlo a qualcun altro? Magari Ti va meglio

Già fatto, e tutti erano contenti di volare, di guardarsi intorno. Solo voi scrittori vi lamentate sempre. Non siete mai contenti.

Questo non è un presepe. Mancano i personaggi, la capanna, il bue e l’asinello

Ah, questa è bella. Proprio Tu parli, che l’anno scorso hai fatto il presepe con una cassa di legno per il vino vuota come capanna e le bottiglie di alcol mignon come personaggi?

Sì però devi ammettere che il laghettino con la pompa e vodka ghiacciata al posto dell’acqua è stato un colpo di genio. E poi io mica ti ho chiesto se Ti piaceva.

Comunque c’è poco da scherzare, questo è davvero un presepe rispose la voce sbuffando

E allora non mi piace.  Sbottò lo scrittore incrociando le braccia.

Ok vediamo allora, campione, Tu come lo faresti? Suggeriscimelo Tu che non sei nemmeno capace di sognare e generalmente trasformi tutto in incubo.

Lo scrittore ci pensò su.

Ti propongo una sfida.

Sarebbe?

Tu mi riaccompagni a casa e io Ti scrivo il presepe che voglio.

E se poi non mi piace?

Mi farò piacere quello che ho sotto i piedi.

E quando ti chiederò se ti piace il presepe davvero mi risponderai si?

Promesso

E così fu.  Rieccolo alla scrivania. Tutte le sue cose erano a posto. Si fa per dire. Più che altro erano disposte nel consueto disordine.

Per scrivere ho bisogno solo di carta, tabacco, cibo e un po’ di whisky, diceva Faulkner si ripetè mentalmente per farsi forza.

Lo scrittore comunque non aveva cibo, scriveva direttamente al pc e non fumava, ma scartò in anticipo il suo autoregalo, versandone religiosamente il contenuto in un bicchiere a tulipano con acqua liscia, intorpidendo così il whisky quel tanto che bastava a renderlo sublime, con quei sentori di uvetta e pan di zenzero che lo deliziavano.

Scrisse tutta la notte. Terminò il libro. Stampò. Terminò il distillato.  Alla mattina la mano, puntuale, lo prelevò

Mio lesse tutto, con calma.

Ma è bellissimo disse commosso- pensavo di essere io solo quello capace di fare miracoli.

Lo scrittore si strinse nelle spalle. Non è un miracolo, sono solo parole.

Ma se rifacessi il presepio come dici Tu, dovrei ripartire da zero.

Non dovrebbe essere un problema per uno che si chiama Mio.

Ci fu silenzio, e poi fu giorno. Ma il giorno non veniva. Lo scrittore gliene domandò la ragione

Semplice, per poter lavorare ho tolto la corrente. Ora scollegherò la struttura di sostegno, partizionando l’impianto della terra da quello del cielo. È una gran faticaccia anche per me.

Ecco adesso non solo non si vedeva più niente in cielo, ma neanche sotto.  Un’alba vista dentro ad un baule.

Lo scrittore sorrise. Beh spero che ne valga la pena. Quanto a me, riportami a dormire e poi mettimi nel nuovo presepe al posto che Ti ho detto. Mi raccomando.

Ma vuoi proprio stare lì. Insomma, nel presepe vuoi proprio interpretare quel ruolo?

Lo scrittore si strinse nelle spalle. E quale altro? È perfetto per me.

Contento Tu, rispose Mio.

Ah, dimenticavo una cosa….

Sì?

È la vigilia di Natale, Lucia dorme che è un piacere. Lei spostala per ultima e non dimenticare Caviglia. E inoltre…

Si?

Mi piace il presepe. Dico davvero.

Mio lo squadrò dubbioso. Ma se ancora non ho fatto nulla. E non è che nel Tuo libro sia tutto così chiaro. Sembra cambiare ogni volta che lo leggo.

Appunto per quello, appunto per quello sorrise stanco lo scrittore.

Calcio e lettere, un piccolo omaggio a Paolo Rossi

In questo momento triste che ci fa pensare che proprio qua a Siena si sia aperto un buco nero inghiottendo un pezzo gioioso della nostra Storia, proviamo a risollevarci un po’ con la letteratura. Sarà un modo come un altro per ricordare un campione.

Tanto si è scritto di calcio ma non si tratta affatto di un monopolio dei giornalisti sportivi. Il calcio conquista tifosi inaspettati.

Di Montanelli spesso si ricorda l’aforisma  Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio.  Ma si conosce un po’ meno che l’11 maggio 1969 il giornalista, che si trovava a Parigi per seguire le elezioni presidenziali francesi, lasciò perdere per qualche ora Pompidou, Poher e la politica internazionale e, dopo aver ascoltato la radiocronaca di  Juventus-Fiorentina, partita decisiva per il secondo scudetto della Viola, travolto dall’emozione buttò giù seduta stante un pezzo su questo match.

Non fu da meno Mario Soldati a 75 anni fu inviato molto speciale del Corriere della Sera nel 1982. Pubblicherà persino un libro nel 1986 su quella esperienza Ah! Il Mundial A volte si innervosisce un po’ proprio per il comportamento di Rossi, che tiene sempre (secondo lui) la palla. Ad esempio scrive il 17 giugno 1982 (Italia-Polonia): «… proprio in quell’area Paolo Rossi tre o quattro volte si aggirò, insistette a aggirarsi con funambolesca agilità di gambe e piedi giocolieri intorno al pallone, mentre a pochi metri un suo compagno attendeva il passaggio, e mentre invano un avversario tentava di insinuarsi rompendo l’incanto».

Il calcio vuole a volte dire superare dolorosi infortuni, sopportare lunghi recuperi, come è stato per Rossi.Scrive Ernest Hemingway nel racconto In un altro paese (1938): «Il dottore si avvicinò alla macchina… Il mio ginocchio non si piegava e la gamba pendeva irrigidita dal ginocchio alla caviglia, senza polpaccio, e la macchina doveva piegare il ginocchio e farlo muovere come se andassi in bicicletta. Ancora non si piegava, però… Il dottore disse: “Tutto questo passerà. Lei è un giovanotto fortunato. Tornerà a giocare a football come un campione”».

Il calcio poi, come la letteratura, si può giocare in prosa e in poesia. E un campione, come è stato Rossi, come un ottimo scrittore deve saper padroneggiare tutti i generi e i registri. Pasolini la vedeva così: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro… Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio… con i suoi poeti e i suoi prosatori…» e il momento più poetico, manco a dirlo, è il gol.

Ma il calcio è fatto di spettatori, a volte inconsapevoli. Ma forse proprio per questo, in grado di raccogliere quella poesia. Umberto Saba non era un tifoso, ma riceve un biglietto in regalo da un amico per una partita Triestina – Ambrosiana. E, conquistato da quell’atmosfera per lui insolita, scrive nel suo Canzoniere, Cinque poesie sul gioco del calcio

Goal

Il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non vedere l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l’induce,

con parole e con la mano, a sollevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi

nel campo: intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questi belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere

– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.

Fare calcio e in generale fare sport, significa anche essere uomini, assumersi delle responsabilità fin da giovani o giovanissimi a volte in un modo così forte e originale da passare alla storia. Cosa che Rossi ha dimostrato. Fatto che ha colpito anche molti celebri scrittori. Un momento di responsabilità per eccellenza è il calcio di rigore (Rossi ne ha realizzati ben 26 nel campionato italiano). Racconta Peter Handke in Prima del calcio di rigore«Il portiere si domanda in qual angolo l’altro tirerà,” disse Bloch. “Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via».

Ma il rigore, tanto celebrato anche da artisti e cantanti, non c’è sempre stato. E tuttavia il calcio aveva ugualmente il potere di attirare l’attenzione di poeti e scrittori.

Nel 1928 Rafael Alberti scrive l’Oda a Platko, poesia che dedicò a Franz Platko, all’anagrafe Ferenc Plattkó Kopiletz. Anche lui si recava allo stadio occasionalmente, in quel caso per una finale di Copa del Rey disputata tra Barcellona e Real Sociedad. O meglio, lui assistete solo alla prima delle tre finali, perché, finendo le prime due in parità e non essendo allora previsti i calci di rigore, la partita si giocò e si rigiocò ben altre due volte. Comunque il portiere del Barcellona fu l’autentico eroe di questo trittico: parò, salvò il risultato, si prese in testa il calcio destinato al apllone che avrebbe segnato la sconfitta della sua squadra- Rientrò in campo dopo le cure, coi punti di sutura e con altri vistosi segni dei danni fisici subiti.

E Alberti gli dedicò questi versi, bellissimi

        Né il mare,

            che davanti a te saltava senza riuscire a difenderti.

            Non la pioggia. Non il vento, che era quello che ruggiva di più

            Né il mare né il vento, Platko,

            biondo Platko di sangue,

            portiere nella polvere,

            parafulmini.

Il Druido e il Maragià

Quando ho saputo che Paolo Ciampi aveva scritto un libro sull’Indiano, che per i più dei comuni mortali fa solo rima con ‘ponte’ e soprattutto con ‘traffico’ (il quale è un’assoluta certezza a Firenze la mattina come a Roma l’attesa biblica sul GRA) e per i restanti fiorentini è il Caronte che con i suoi stralli in acciaio unisce i quartieri di Peretola (a nord dell’Arno) e dell’Isolotto (a sud dell’Arno), ho subito pensato che si fosse messo in un’impresa difficile ma meritoria.

Meritorio era far sapere del Principe indiano morto troppo presto e troppo giovane (appena ventuno anni) a Firenze il 30 Novembre 1870, meritorio rendere noto ancora una volta che Firenze non è fatta solo di Piazzale, Boboli e Uffizi, meritoria in generale di questi tempi era la scrittura di un libro fuori dagli schemi.

Quando poi però ho iniziato a leggerlo, gentilmente inviatomi dall’Autore stesso con un cortese biglietto firmato di suo pugno, sono rimasto assai stupito.

Per quelli che amano la letteratura e in generale lo scrivere, quella che segue è una storia degna di essere raccontata almeno tanto quanto il libro di Paolo Ciampi è assolutamente meritevole di essere acquistato, perciò ascoltatemi se potete per un momento.

Le coincidenze sono incredibili.  E questo libro in questi giorni è stato un compagno interessante, ma anche sornione e beffardo, rivelatore di strani incroci di destini. E interessi letterari

Il libro per cui alcuni han tirato in ballo autori come Pessoa o Tabucchi ma che a me come stile adottato onestamente, se proprio si devono fare degli accostamenti, fa più pensare a Joyce e a Svevo, sospeso com’è, anzi oscillante, tra un flusso di coscienza a volte erratico e un monologo interiore più argomentativo, ha prima di tutto una genesi particolare. L’autore ne racconta il dietro le quinte, a cominciare dall’annuncio che ne fa pubblicamente, durante un evento letterario. Ne seguono una gestazione e una scrittura, come si apprende dal testo, piuttosto discontinue e irregolari, costellate da molti dubbi e ripensamenti. E molte visite al Monumento funebre del Principe.

Da uno scrittore come lui, che ha elevato il concetto di viaggio a suo personalissimo Canone letterario, è singolare e interessante leggere che A forza di scrivere di viaggi, sai, comincio a coltivare qualche perplessità, L’inquietudine dell’altrove si misura con l’inquietudine dell’ovunque: si va lontano e niente è davvero diverso. Avanza il sospetto che non sia questione di chilometri, ma di distanza interiore.

Il Principe e la sua statua quindi non paiono gli attori del libro, ma piuttosto una sorta di confessionale laico, dove l’autore depone i suoi dubbi e i suoi propositi senza attendersi assoluzioni ma solo ascolto.  All’annuncio pubblico del libro, segue ora quello interiore.  Mi è venuto in mente di scrivere di un viaggio che nemmeno parte, un viaggio di chi rimane sempre nel solito posto, e magari vede andare e venire gli altri.

Come nelle vecchie camere oscure, dove la fotografia si veniva definendo agitando delicatamente i liquidi nella bacinella, onda dopo onda, così nel volume il personaggio di Rajaram Chuttraputti di Kolhapur, giovanissimo principe ereditario che stava tornando in patria di ritorno da un viaggio politico e di istruzione in Europa (si potrebbe definirlo un Grand Tour all’indiana, dove quindi non era l’Italia ad essere centrale ma bensì Londra, capitale dell’impero) diventa sempre più nitido dopo capitolo. All’inizio è una statua (tra le altre cose, i lavori di restauro sono terminati proprio lo scorso settembre. Fate come Paolo, prendete la bici e andate a vederlo al parco delle Cascine), alla fine del libro un Uomo, uno Spirito, forse anche in qualche modo un Convitato di pietra.

Ora, più o meno quando Paolo annunciava il progetto del libro e si metteva in caccia del suo Indiano, io ancora non lo conoscevo di persona ma seguivo le tracce di Angelo De Gubernatis. Complice un tramonto da druido (una delle tante belle immagini uscite dalla penna ben appuntita di Paolo), stavolta non fiorentino ma triestino, a un certo punto mi capita in mano un suo libro, piuttosto raro a trovarsi, del 1878, dal titolo un po’ macabro Usi Funebri in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei. 

Che c’entra?

C’entra che la cosa mi ha fatto fare un salto sulla sedia perché nel libro di Paolo, l’eclettico professore, saggista, studioso e letterato pieno di sè, anarchico e un po’ paranoico Conte De Gubernatis (nel 1906 sarà addirittura candidato al Nobel per l’Italia) è la ‘spalla’ del nostro Principe.  Si chiamava Angelo de Gubernatis, nel 1861 fu il primo a laurearsi in Lettere nel Regno d’Italia appena proclamato, l’anno dopo partì per Belrlino per studiare il sanscrito. Era una scelta a dir poco originale, ma gli procurò una cattedra a Firenze. (…) Si interessava a tutto il De Gubernatis, forse a troppo. Si accendeva di passione e, dopo poco, in genere si spegneva. Solo l’amore per l’India non gli venne mai meno.

Le sue prime lezioni furono pubblicate in opuscoli che inauguravano in Italia il filone di studi indologici, e questo personaggio dalla cultura vastissima, ma che spesso non curava a sufficienza le sue opere, sempre preso da un altro interesse, è lo specchio dell’Europa, dell’Italia e della Firenze di quegli anni che il Principe Indiano trova durante il suo viaggio, sospesa tra positivismo e spiritualismo, facile agli entusiasmi ma anche e sempre più presa da dubbi e interrogativi sul futuro.

Insomma De Gubernatis è un’ottima scelta per l’esito del volume. Quello che non mi immaginavo è che, quando ci siamo conosciuti a inizio 2020, in pieno lockdown, Paolo ed io avessimo nella nostra testa un amico comune. Proprio lui, il Conte. E non lo sapevamo. Non ce lo siamo mai detti, non c’è ne è stata l’occasione. Per lui, era l’eminente studioso e amante dell’India, per me, preso in quel momento dalla scrittura di un noir, l’eclettico studioso dei riti funebri.

Nel libricino trovato a Trieste, De Gubernatis scrive Nell’ Altharveda la causa della malattia è sempre qualche maleficio occulto di uomini e di dei. 

E qui le strade mie e di Paolo convergono. Il libro di Paolo dedica le pagine più belle a questa lenta convergenza verso la morte, una sorta di Via Crucis che inizia a manifestarsi il 13 Novembre 1870  Un po’ di febbre, niente di che. Normale in fondo per un Indiano che ha attraversato mezza Europa e ora dal Tirolo, si appresta a fare ingresso in Italia.

Però la febbre va e viene, lo debilita a poco a poco, sottilmente, svuotandolo di energie. Poi c’è il viaggio, la visita a Venezia. E finalmente Firenze. La febbre ora torna, prepotente, il peggioramento è improvviso.

Scrive De Gubernatis nel mio libretto Il takman, la febbre, invocata come dio del giallo, affinché risparmi chi lo scongiura. Ed è curioso che per tal febbre intermittente viene pure usato nello scongiuro un metro che si alterna, un metro terzano. E quando la febbre diviene quartana, deve pure riuscire quartano il metro. .. Quando si consideri che la febbre è chiamata dal medico Sucruta, il re delle malattie (…) non vi è quasi malattia che nella credenza indo-europea non sia supposta contenere un demonio.

Ed è davvero un demone spietato quello che uccide il Principe. In pochissimi giorni. Proprio come profetizzano i demoni delle scritture sanscrite del libercolo che ho in mano.

È una scena bellissima da leggersi, surreale, onirica, ottimamente ‘girata’ più che descritta, quella che Paolo Ciampi dedica al corteo funebre, lo strano corteo che si forma sotto l’Albergo in Piazza Ognissanti. Gli otto domestici indiani che rabbrividiscono nel gelo della notte. Da sola vale il libro.

Come prescrivono i rituali indiani, c’è bisogno di bruciare il corpo su di una pira.  Cosa di certo non semplice da far capire alle autorità all’epoca. E poi c’è bisogno di due fiumi, perché è alla confluenza degli stessi che va innalzata la pira così da liberare l’anima per il suo viaggio.  Solo che Firenze notoriamente ne ha uno. E la promozione fatta sul momento del Torrente Mugnone a ‘collega’ dell’Arno, è sospesa tra l’ironico e il grottesco, ma testimonia anche l’umanità e la disponibilità dell’Italia di allora, a tutti i livelli, popolari e istituzionali, che ne esce in questo senso assai meglio di quella di oggi. Anche questa parte vale la pena di un’attenta lettura.

Me lo immagino quella notte di tanti anni fa il De Gubernatis lì a guardare la scena non sapendo se crederci davvero, peraltro come molti altri che vi assistettero. Il libro che ho in mano è di otto anni dopo, chissà che non avesse quella scena ben in mente quando lo scriveva.

E così la storia finisce grossomodo dove è iniziata. Davanti a un monumento che nel frattempo è diventato amico.  Ad uno scrittore che lo guarda e nel frattempo è anche lui cambiato, cresciuto. In fondo come diceva qualcuno, ogni storia è un viaggio e una meta e ogni libro una strada per arrivarci, e ciò che contraddistingue un buon scrittore è il sapere accompagnare il lettore senza lasciarlo indietro e o farlo uscire di carreggiata. Lo stesso qualcuno aggiungeva che però questa è una capacità rara e che aveva visto molti incidenti nella sua vita.

Credo che Paolo sia riuscito perfettamente nell’intento di accompagnarci a destinazione.  Senza incidenti, anzi con grande piacere che certamente si attinge dalla lettura del suo Maragià. E sono abbastanza certo che quella non sarà la meta definitiva, ma la stazione di partenza di un nuovo viaggio che presto scriverà. Chiuso ermeticamente in zona rossa pur di partire sarei disposto anche a portargli le valigie.