31-12-2020, 23.59-59. In quel preciso momento.

E’ uscito il numero 6 di Parktime

Attraverso una scelta di poesie e racconti si tira il bilancio di quel preciso momento: da Buzzati a Eliot, da Ungaretti a Zadie Smith e Cristina Campo. di Massimiliano Bellavista

31 Dicembre 2020. In quel preciso momento, si chiude l’anello di giorni di un altro anno che non è un anno come un altro.

In quel preciso momento è un’opera di Dino Buzzati simile ad una coperta di quelle che una volta si facevano con gli scampoli di tessuto avanzati; un patchwork di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario a proposito della fine dell’anno. Un diario già di per sé assomiglia a un bilancio: lo si scrive cronologicamente in discesa, scendendo sulla china del tempo, ma lo si legge quasi sempre in salita, a ritroso, per capire qualcosina della propria vita. Del perché le cose sono andate così. Il fatto che sia chiuso tra due identiche copertine di cartone, materializza la circolarità del tempo.

A un certo punto nel libro si legge un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo:

«Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”.

“Ti ha dato pene più che gioie?”

“Sì”.

“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto”. […]

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”

“Mica tanto, a dir la verità”.

“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore».

Strano. Strano che in quel preciso momento ci mancherà qualcosa, sempre e comunque. Non i sogni, non i pensieri o i ricordi ma le parole, quelle sì. Perché le parole per scorrere, hanno bisogno del tempo mentre in quel preciso momento il tempo non scorrerà. Poi, come ogni anno, sarà necessario trovarne di nuove, perché l’anello di giorni del 2021 possa aprirsi.

Quali parole ci verranno in mente quando quel preciso momento sarà trascorso? Presto nel mattino, presto anche nel secolo, ci sarà sperabilmente un nuovo inizio, sperabilmente migliore di quello che caratterizza l’incipit di Denti Bianchi, stupenda opera di Zadie Smith.

«Presto nel mattino, tardi nel secolo, Cricklewood Broadway. Alle 6,27 dell’1 gennaio 1975, Alfred Archibald indossava un abito di velluto a coste ed era seduto a bordo di una Cavalier Musketeer Estate, con la faccia riversa sul volante. Sperava che il giudizio divino su di lui non fosse troppo severo. Giaceva abbandonato in avanti, la bocca molle, le braccia a croce, spalancate sui due lati, come un angelo caduto; nei pugni stringeva le medaglie dell’esercito (a sinistra) e la licenza matrimoniale (a destra), perché aveva stabilito di portare i suoi errori con sé. In un occhio gli si rifletteva una lucina verde: segnalava una svolta a destra che aveva deciso di non fare. Era rassegnato. Era preparato a tutto questo. Aveva gettato in aria una moneta e si era attenuto rigidamente al risultato. Si trattava di un suicidio premeditato. Anzi, della sua risoluzione per l’Anno Nuovo.Ma perfino mentre il respiro gli si faceva convulso e la vista si appannava, Archie era consapevole che Cricklewood Broadway sarebbe parsa una strana scelta. Strana per la persona che avrebbe notato per prima, attraverso il parabrezza, la sua figura abbandonata, strana per il poliziotto che avrebbe redatto il rapporto, per il giornalista locale incaricato di scrivere dieci righe, per i parenti che le avrebbero lette. Stretto da una parte dall’imponente edificio di un cinema multisala e dall’altra da un gigantesco incrocio di strade, Cricklewood non era un posto in alcun modo speciale. Non un posto dove un uomo potesse andare a morire».

Eliot, nonostante in quel preciso momento ci fosse la guerra, suonava un pò più ottimista. In Little Gidding, componimento parte dei suoi memorabili Quartetti, figli di un passaggio di testimone tra anni duri, di guerra e di sofferenza, scrive:

«Le parole dell’ultimo anno appartengono alla lingua dell’ultimo anno / e le parole del prossimo anno aspettano un’altra voce».

E quale sarà questa voce? Sarà davvero diversa? La sentiremo risuonare in noi? Giuseppe Ungaretti in quel preciso momento scrisse la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto. Ma le parole non devono morire, ce ne devono sempre essere delle altre. Words must go on. Se necessario anche usando un po’ di ironia. 

Seamus Heaney alla fine del 1986 scivola sul ghiaccio e si infortuna al ginocchio. Quell’anno, poco dopo, muore anche suo padre. Il suo haiku ‘1.1.87’ recita così «Dangerous pavements. / But I face the ice this year / With my father’s stick».

Eliot ebbe in Cristina Campo una grande traduttrice. Lei si innamorò della poesia di Luzi e poi, non corrisposta, del poeta stesso. Scrisse su questa esperienza quello che forse è uno dei suoi testi più noti Moriremo lontani. 

Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Questa poesia fa parte del canzoniere Passo d’addio. 

Trovo che sia una bella immagine, questa. In quel preciso momento, posare la guancia sul palmo di qualcuno, svuotando di parole l’anima.

In quel preciso momento allora forse chiuderemo il nostro diario del 2020, l’anello dei giorni. È tempo anche di chiudere queste mie parole. Il suggello scelto dalla Campo al percorso spesso ciclico, della sua identità lirica in quella raccolta furono proprio quei versi di Eliot: «For last year’s words belong to last year’s language / And next year’s words await another voice. / And to make an end is to make a beginning».