Pat Patfoort, una favola per l’empatia e la non violenza

Pat Patfoort è un’antropologa e divulgatrice molto conosciuta, relativamente nota anche in Italia per i suoi studi e l’incessante sforzo che prodiga nell’insegnamento della cultura della non violenza.
Già questo basterebbe a giustificare l’avvicinamento del lettore a questo libro, Il piccolo albero spaventato (Infinito edizioni, pp. 64, € 11,90) perché oggi parlare ai bambini del tema della paura (e della sua gestione) e di quello ancora più rilevante dell’educazione all’empatia è di per sé rilevante e degno di considerazione.
Un buon lettore è per sua natura empatico e l’empatia, nella pluriennale esperienza dell’autrice è la ricetta, la porta di ingresso nel mondo della non violenza, della non sopraffazione reciproca.
«Infine, mettersi il più possibile nei panni di un altro, l’empatia, è fondamentale nell’atteggiamento nonviolento. In questo lo sviluppo della fantasia e dell’immaginazione ci può aiutare. Metterci al posto del piccolo albero è un buon esercizio».
Già, il piccolo albero, il protagonista del racconto: lasciamo al lettore curioso e alla sua consultazione del materiale iconografico che correda riccamente il libro, la scoperta del perché e percome sia diventato il protagonista di questa fiaba. Basti dire a questo riguardo che le illustrazioni di Jannik Roosens sono veramente di grande valore, e certamente hanno contribuito a fare la fortuna di questo libro, che conta traduzioni in varie lingue, quella italiana curata da Rossella Vezzalini. Se vi sono (e certamente vi sono) degli adulti che collezionano libri illustrati per l’infanzia, questo è sicuramente uno di quei libri da mettere in biblioteca. Gli acquerelli della parte centrale del volume di ambientazione notturna sono dei piccoli capolavori.
Ciò che però più ci interessa sottolineare è che si tratta di tutto fuorché di un testo scontato o di un protagonista noioso, idealizzato o men che meno statico, come si potrebbe immaginare. Questo alberello sta lì, sulla costa quasi verticale di un’altissima montagna, crescendo in posizione ostinata e contraria a ogni logica. Solo e isolato e quel che più conta, esposto alla violenza della natura, a un mondo dinamico fatto di slavine, nevicate, frane, tempeste, reagire altrettanto dinamicamente, questa creatura accetta e si adatta ad ogni condizione, perché «quella della natura dovrebbe essere la sola e unica forma di violenza esistente. È già sufficientemente devastante e drammatica, se pensiamo ai terremoti, alle eruzioni vulcaniche, agli incendi delle foreste, ai tornado, alle inondazioni, agli tsunami, ai fulmini…». Non si tratta insomma della gratuita violenza umana che invece conviene non accettare, ma eliminare alla radice.

Lo stupore e l’empatia contro la violenza
Chi è in fin dei conti un non violento? Non è un debole o uno che accetta passivamente la violenza. Volendo sintetizzare malamente quasi cinquanta anni di vita professionale – ce ne perdonerà l’autrice – secondo Patfoort è piuttosto qualcuno che è non solo empatico, cioè capace di entrare in sintonia con l’ambiente, come fa l’albero con la natura matrigna che lo circonda, ma anche qualcuno in grado «di gioire di tutto ciò che troviamo piacevole o bello, e di dedicarci tempo».
L’albero infatti ha paura, chi non ne ha, ma non si lascia vincere dall’odio. E questo fa la differenza, perché conserva la capacità di apprezzare la bellezza di quella stessa natura che lo minaccia, e quindi la possibilità di caricarsi di quella positività necessaria alla sua sopravvivenza. «Quello che il piccolo albero ama al di sopra d’ogni altra cosa, sono le notti illuminate da una moltitudine di stelle scintillanti e dalla luna che si sposta da un lato all’altro». Lo stupore per la vita, si direbbe sia il messaggio centrale dell’autrice, aiuta a ad avere la sfrontatezza di viverla appieno.
Ora, qui il libro per certi versi diventa addirittura rivoluzionario e provocatorio. Vi ricordate il principio di Pollyanna, la protagonista dei romanzi di Eleanor H. Porter e di un fortunato adattamento cinematografico? Era una bambina che insegnava a tutti a scorgere il lato positivo delle cose. Attenzione, scorgere il lato positivo delle cose, anche di quelle più avverse e brutte, non vuol dire vedere solo il bello, portando sul naso un paio di occhiali rosa. Esattamente come essere semplici non vuol dire essere sempliciotti. Ebbene, l’alberello del volume è una Pollyanna del mondo vegetale. Pratica sistematicamente il gioco della felicità. Esso vuole insegnarci attraverso la favola che è letteralmente incastonata negli acquerelli del volume qualcosa che molte orecchie indurite non vogliono nemmeno sentire ma che è indispensabile a un bambino: ovvero la potenza del bello che c’è intorno a noi e il miglior modo per evocarlo nello spirito dei propri simili. La semplicità infatti è un messaggio potente, è come un cerchio giottesco tracciato a mano libera nella mente del lettore, e questo libro riesce nel tentativo di rendere semplici e immediatamente assimilabili concetti complessi

La morale della favola
Si tratta senza dubbio di un’opera breve ma con molte chiavi di lettura e di conseguenza molteplici risvolti morali. L’albero, senza svelare i dettagli, sarà capace grazie alla sua positività di salvare se stesso e anche il suo prossimo.
In termini manageriali, si potrebbe dire che il piccolo grande albero è resiliente, cioè capace di assorbire i colpi della sorte, metabolizzarli e addirittura trasformarli in un punto di forza, un po’ come le nostre difese immunitarie fanno coi virus. E dati i tempi che viviamo, in cui non solo la non violenza ma la capacità di gestire la paura è certamente all’ordine del giorno, abbiamo certamente bisogno anche di questi anticorpi letterari.
L’incrocio tra esperienze personali dell’autrice e del marito, eccellente alpinista, con la fantasia e i temi pedagogici è senza dubbio ben bilanciato e originale, e certamente non era semplice. Non sempre si trova una simbiosi così felice tra testo e disegni, che invece nel volume è pienamente raggiunta. Unici elementi forse perfettibili sono in qualche punto della traduzione (a volte qualche vocabolo ripetuto troppo di frequente) e soprattutto della punteggiatura con l’uso un po’ troppo frequente dei punti esclamativi che, a giudizio di chi scrive, sono nei libri per l’infanzia tendenzialmente inutili in quanto sembrano voler impropriamente enfatizzare il tono cantilenante e a volte troppo alto del modo di parlare tipico dei bambini. Ma tutto sommato, si tratta di sfumature che nulla tolgono al piacere di una breve ma intensa lettura per tutte le età.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 159, dicembre 2020)

Barzhaz 2: il livello base e adesso anche l’avanzato partono a Gennaio. Ecco i calendari e le modalità di iscrizione

A gennaio 2021 partirà il secondo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Grazie per le bellissime parole dei miei ‘primi’ allievi del corso che si è svolto tra Settembre e Novembre.

Trovate video e tutti i dettagli sul sito di italiabookfestival ma intanto queste sono e date previste per il laboratorio di primo livello:

 –    giovedì 21 gennaio 2021

–    giovedì 04 febbraio 2021

–    giovedì 18 febbraio 2021

–    giovedì  04 marzo 2021

 – giovedì 18 marzo 2021

Per gli Autori interessati a un laboratorio di secondo livello (avanzato) le date previste sono:

– mercoledì 10 febbraio 2021

– mercoledì 24 febbraio 2021

– mercoledì 10 marzo 2021

. mercoledì 24 marzo 2021

Per informazioni e iscrizioni scrivere a barzhaz@loggione.it

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori.

COME PARTECIPARE

Per accedere a Barzhaz è necessario:

  • Un testo che stia tra le 6 e le 10 mila battute
  • Lo stralcio o il progetto del suo progetto di scrittura (se c’è) che sia romanzo, silloge di racconti o opera di qualunque genere
  • Un breve profilo personale

Da inviare a barzhaz@loggione.it

Struttura del corso di primo livello

Ogni incontro quindicinale:

  • si basa su un video introduttivo di qualche minuto
  • assegna una o più letture
  • assegna dei lavori da fare e consegnare entro i successivi dieci giorni

Temi di massima (l’ordine degli argomenti e l’estensione degli stessi dipenderà dagli interessi specifici dei partecipanti)

  1. Anatomia di una storia: il concetto di narrazione e gli amici di Kipling
  2. La narrazione come scenario
  3. Strategie e tattiche narrative
  4. La lettura critica di un testo
  5. La recensione come via maestra per la comprensione tecnica di un testo
  6. Le forme della narrazione: la forma breve
  7. Le forme della narrazione: romanzo e racconto lungo
  8. La scelta: partenza di un proprio ‘cantiere letterario’ che sarà condiviso con la scuola al fine di sviluppare una propria opera.
  9. I registri
  10. Le tecniche
  11. Il dialogo
  12. L’editing e la proposta di un testo
  13. La pubblicazione e la promozione

Riconoscimenti

Le migliori opere saranno raccolte e pubblicate in e-book.

Costi e modalità d’iscrizione

Per iscriversi al corso è sufficiente acquistare libri Edizioni del Loggione o Damster edizioni per un valore di almeno 50 euro.
Il catalogo completo su cui scegliere è su www.librisumisura.it

Il curatore del corso

Massimiliano Bellavista, fondatore di thenakedpitcher.com e di Caffè Letterario 19 è consulente di direzione, scrittore, blogger e docente di Management strategico presso l’Università di Siena. Vincitore di premi letterari, suoi racconti e poesie sono pubblicati su riviste e antologie. Tiene laboratori di lettura e scrittura nelle scuole. È stato scelto tra i 120 global experts per il progetto europeo vision. Le sue opere più recenti di narrativa, poesia e saggistica sono pubblicate da Franco Angeli, Castelvecchi e Licosia.

Landolfi, o della luna su Parktime Nr 2

Su Parktime di questa settimana Sherwood si occupa di Landolfi. Leggete anche il bell’editoriale di Annalisa Nicastro.

Grazie a quanto hanno collaborato.

Qui sotto le recensioni originali di K. Tushe e E. Scortecci riportate in estratto per ragioni di spazio nella rivista

Recensione sul romanzo “Racconto d’autunno” di Erik Scortecci

La malinconia, il ritornare con il pensiero a vicende passate, il mistero del futuro e l’incertezza caratterizzano, almeno secondo la mia esperienza, il periodo autunnale.   In questo contesto si svolgono le vicende narrate da Tommaso Landolfi nel suo “Racconto d’autunno”, pubblicato nel 1946. A fare da ambientazione alla storia è una casa, in cui vive un vecchio uomo, e presso cui il protagonista trova accoglienza. Fin da subito il tono della narrazione si fa misterioso, ricca di stranezze è quell’abitazione:  un ritratto, la serratura della porta di camera, l’invocazione del vecchio, di nuovo il ritratto, una donna, la morte improvvisa, Lucia, e finalmente la verità.

Ad un racconto apparentemente inverosimile si intrecciano aspetti della vita dell’autore. La stessa casa, infatti, aristocratica e di cui rimane traccia dell’antico splendore, richiama il palazzo di famiglia del Landolfi. Inoltre, come accaduto alla donna che compare nella seconda parte del romanzo, anche l’autore dovrà soffrire la scomparsa prematura della figura materna.

Per quanto riguarda l’organizzazione della storia il lettore potrà sicuramente notare una differenza tra la prima e la seconda parte. Infatti al racconto della fuga dalla guerra e alla descrizione statica della casa, in cui il protagonista trova rifugio, seguono vicende più dinamiche, e che vedono l’accenno ad una storia amorosa tra il nostro e la tanto misteriosa donna del ritratto.

La narrazione, rigorosamente in prima persona, include pochissimi dialoghi, e da ciò possiamo pensare ad un carattere introspettivo che l’autore fa assumere all’opera, nella quale egli ripercorre  alcuni passi della sua vita.

Tutto questo raccontato in poche pagine. Si tratta infatti di un romanzo estremamente breve, ma, a dispetto delle aspettative, lo stile, tipico di Landolfi, rende la lettura impegnativa e non facile da seguire. Prevalgono infatti l’ipotassi, un lessico alto e raffinato, e lunghe digressioni che rendono, a mio avviso, poco scorrevole l’intera opera. Per questo motivo, pur riconoscendo la grandezza dello scrittore italiano, ho trovato la lettura di “Racconto d’autunno” non molto piacevole e poco accattivante.

Tuttavia, al di là del mio personale giudizio, ritengo che la mia esperienza possa suscitare una riflessione ben più ampia. Potrei dire infatti che la frenesia del mondo digitale ci abbia abituati a non riuscire ad apprezzare, o non comprendere nella loro totalità, certe opere che ci obbligano a “starci di più”, che richiedono cioè un maggiore sforzo di concentrazione e di interpretazione cui potremmo non essere più avvezzi, data infatti l’immediatezza di un sms, o di un emoji, che, invece, si sono impadroniti del nostro modo di comunicare.

Allora, la grande maestria dell’autore, nel saper gestire uno stile cosi raffinato, ci spinge a rivalutare  alcuni aspetti che con l’era moderna stiamo abbandonando, e cosi facendo, anche noi, come il protagonista, alla fine potremo riscoprire la verità, e riuscire a leggere meglio anche noi stessi.


Recensione: Racconto d’Autunno, Tommaso Landolfi -di Kevin Tushe

Odiernamente, disponiamo di una vastissima gamma di strumenti per estemperare la nostra sete d’intrattenimento e la tecnologia è la più lampante tra le opzioni, con gli schermi che vengono anteposti alla carta che scorre sinuosa tra le dita. Ciò risulta spesso in accuse da parte delle generazioni precedenti, che criticano l’idiosincrasia dei millennials nei confronti della carta stampata, nonché la loro tendenza a trattare tutto con superficialità estrema e incapacità di provare empatia. Ebbene, che cosa è in grado di offrire di più rilevante e allettante, agli occhi di un adolescente (tra cui me, del resto), un brano rispetto ad un programma televisivo, oppure ad un formato audio-visivo interattivo, come può rivelarsi un videogioco?

 Nel volume Racconto d’Autunno, composto dall’autore frusinate Tommaso Landolfi nel 1946 ed edito nell’anno successivo, si è pervasi da una costante sensazione di inquietudine, che trascende il piano bidimensionale della pagina, consentendo al lettore un’immersività unica nelle vicende belliche immaginarie che seguitano alla seconda guerra mondiale, in uno scontro tra due fazioni fittizie. In questo clima di sconforto, per la cui esemplificazione l’autore attinge ampiamente dal proprio bagaglio di reduce del conflitto globale, egli riesce a far incarnare nei personaggi ogni possibile sfaccettatura della battaglia, tra cui il desiderio di fuga, di fare ritorno ad un luogo sicuro, distante da ogni apprensione. Il tormentato desiderio di svincolarsi da questo flusso ininterrotto di ardui quesiti sull’animo umano da parte del medesimo protagonista, che tenta di rivivere drammi per esorcizzarli, dona al brano un’atmosfera cupa, ma al contempo di umana compassione, una comprensione per l’animo umano e i suoi affanni incarnata nella figura del proprietario della villa – metafora, quasi, di una culla materna, luogo di sicurezza e pace – in cui il protagonista trova rifugio proprio grazie alla misericordia dello stesso possidente. Il quadro di questa vivida, seppur fittizia, rappresentazione è offerto da un linguaggio elevato, a tratti solenne, che, tuttavia, concede spazio a toni più intimi, di introspezione e tentativi di fornire risposta a quesiti fondamentali dell’anima; l’inchiostro va, pertanto, oltre le parole propriamente dette, confermandosi ancora una volta strumento predefinito e d’eccellenza per la preservazione delle infinite sfaccettature umane, eclissando gli altri strumenti precedentemente citati, di maggior impatto, quantomeno a primo acchito. Un volume che è una testimonianza, un accorato appello alla vita e sprone alla tanto agognata ricerca di serenità, mediante un processo narrativo che permetterà ad ogni lettore (Persino ai più razionali e privi di immaginazione, come me) di immedesimarsi nelle vicende del protagonista, nei suoi timori e speranze. Nella sua complessità, Racconto d’Autunno si presenta come un’esperienza in grado di ridonare vitalità ad un lettore che, in un’epoca dove prendono piede numerose altre forme di stimolo, si sente quasi in difetto, in una sorta di crisi spirituale dovuta alla stessa sovrabbondanza di fonti di intrattenimento, per alcuni addirittura superiori alla lettura; Landolfi con questa opera ribadisce definitivamente l’efficacia della scrittura e della lettura stessa, elevandola moralmente e donandole nuova dignità letteraria, permettendo ad ogni lettore di sognare e provare emozioni, anche senza l’ausilio di uno schermo.