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Le Ninfee di Nibbi

Ringrazio Filippo Nibbi per questo (i) inedito (i)

(Soggetto per film?)

Un ultraricco, ultramiliardario compra a un’ asta storica le ninfee di Monet.

Paga il quadro 100 milioni di euro. Appena gli viene aggiudicato, si alza tra gli applausi dei presenti si avvicina al quadro, tira fuori di tasca un pennarello e mette la sua firma sopra quella di Claude Monet. È mio, dice, ne faccio quello che voglio. Putiferio. Pandemonio. Sdegno, urla, caos, reazioni violentissime in tutto il mondo su ogni organo di comunicazione.
Il miliardario non arretra di un millimetro anzi, ribadisce il suo diritto di mettere sé stesso, il suo nome sul cammino di quel capolavoro . Anch’ io diventerò eterno. Si è comprato il mondo, il tempo, non solo un quadro: il prezzo così risulta perfino economico.
Anni dopo rimette all’asta l’opera sfregiata. Andrà invenduta pronostica qualcuno. Ma non si parla d’altro. All’asta partecipano migliaia di ricchissimi compratori da tutto il Mondo. E il Monet rifirmato viene venduto a mille milioni all uomo piu ricco della terra. Appena aggiudicato, il nuovo proprietario si alza, estrae di tasca un pennarello e “dipinge” una ninfea in alto a destra.
Scompiglio, putiferio, pandemonio…. Eccetera eccetera… Tutto ricomincia. Tutto si ripete nel secolo 4,5,7, 10,20 volte. Alla fine il quadro non è quasi più leggibile se non per l ultimo cm quadrato.
C’è ancora Monet, ma ci sono anche tanti uomini qualsiasi pazzi e distruttori. Diventa l’emblema dell’umanità. L’opera d’arte assoluta della nostra folle razza.

Questo quadro non più quadro , questo quadro che cammina nel Tempo, che si è fatto carne. Che si sporca , si consuma, che morirà di zozzura e di contaminazione diventa il quadro più famoso del mondo, il più prezioso. Come un razzo sorpassa la ieratica, gelida Gioconda. È lui, il quadro che morirà, il Quadro per eccellenza dell ‘umanità.

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-Cosa stai facendo?
-Niente
Ma il mio niente non è come il tuo
Non è un niente bianco, pacifico
È malefico infido e ignoto
In un attimo da niente si trasforma in vuoto

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Note varie su meraviglia, fantasia, virtuale e autofinzione

Parlando con i ragazzi di Recensio e stasera con gli allievi, anzi gli amici , di Barzhaz, oggi sono venute a galla alcune piccole/grandi riflessioni.

Non è che la narrativa emergente è, con tutta evidenza, quella scritta e vissuta in prima persona.?

Cosa ricerca il lettore in una narrazione? Sempre più, sembra, ciò che non trova nei racconti costruiti su personaggi deboli, scontati o mal costruiti, ovvero almeno alcuni ingredienti di questa lista: autenticità, credibilità. svago, intrattenimento, possibilità di lettura a vari livelli di comprensione, sensibilità, profondità e impegno . Ecco l’interesse crescente nella lettura di saggi (se ben scritti), biografie, libri di viaggio o di testimonianza degli argomenti più vari.

Libri insomma dove c’è un io narrante, più o meno autentico, vero o verosimile, che si traduce in parole. Un narratore che fa un viaggio insieme a chi legge, qundi; lo fa forse perchè quel narratore come obiettivo sembra avere non solo quello di raccontare storie, ma quello di curarsi, di ‘crescere’ e di liberarsi dal peso di sentimenti e contenuti forti, che necessariamnete deve condividere con qualcuno. Il lettore. Il tutto giocando in un campo in cui può sicuramente dare qualcosa in più, senza essere smentito, perchè lo conosce bene (o almeno crede): la propria vita. e il bagaglio di conoscenze apprese vivendola.

Ingegneria del sé, come sostiene Sergio Blanco, autodafè del proprio vissuto, fabbrica e reinvenzione dell’io che può anche sconfinare facilmente nel narcisismo e nella noia, l’autofinzione equivale a narrare ponendo l’io come guida di una storia: è una prospettiva da una parte rassicurante, dall’altra inquietante.

Di fatto per il narratore è come fare entrare la propria anima in un tunnel di specchi, in un gioco infinito di rimandi tra vero e verosimile.

Nel gioco che facciamo spesso del chi, come cosa dove quando e perchè, l’autofinzione sembra appiattire e relativizzare i sei servitori di Kipling. Come nella teoria della relatività, le prospettive cambiano nll’autofinzione: il chi e il cosa e il perchè sembrano quasi coincidere, il dove di per sè è quasi un personaggio, il quando può anche non contare niente, perchè l’io narrante per definizione spazia nel tempo, senza regole.

La realtà. Ecco l’altra riflessione. Abbiamo parlato della narrazione e del suo rapporto con il dominio del fantastico. Ma poco o quasi per niente si parla della narrazione, delle storie letterarie, in rapporto all’emergere prepotente del virtuale. Se lo si fa, ci si approccia al tema essenzialnente da un punto di vista strumentale. La realtà virtuale insomma è per lo più vista come potenziamento del testo, come ‘letteratura aumentata’. E-book, videogiochi, algoritmi creativi, una stampella per la realtà tangibile dei libri di carta…è veramente tutto qui? Molti avvertono che c’è, o sta per nascere, qualcosa di più. A quando una letteratura autenticamente ‘nativa’ del mondo virtuale, cioè di una dimensione nuova, che non è completamente ascrivibile alla realtà, ma nemmeno al dominio del fantastico? Dovremo forse riscoprire il vecchio senso del ‘meraviglioso’ al posto di quello del fantastico?. E che ruolo giocano davvero i nostri sensi e la fantasia in tutto questo?

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Varie (relativamente) importanti

Barzhaz 1 è arrivato oggi al suo secondo appuntamento mentre il corso avanzato partirà come da programma il 10 Febbraio. E’ una formula interessante e vedo con piacere che sta crescendo.

Il premio Asimov sta arrivando alle sue fasi più vive e sta avendo (anche per quello che posso vedere con le scuole e gli incontri che facciamo in giro, purtroppo ancora a distanza) dei risultati di partecipazione eccezionali, nonostante la crisi, nonostante la pandemia, nonostante tutto, a testimonianza di come i giovani abbiano più di tutti la voglia e la capacità di reagire. Anche grazie ad iniziative come questa.

Recensio III sta continuando e a breve compariranno nuovi articoli su Sherwood/Parktime

Intanto il giorno 13 p.v. con Toscanalibri c’è un evento a cui tengo molto.

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Jack & Jill e…Viceversa

Anno XVII, n. 181 febbraio 2021  
 

Ambientato nella lontana Australia
un romanzo molto disturbante
che non può lasciare indifferenti
L’edizione italiana, per Viceversa Publishing,
di un romanzo a firma di un talento meritevole
di Massimiliano Bellavista Chapeau. Questo il primo pensiero per chi, come Viceversa Publishing, casa editrice indipendente anglo-italiana, si è imbarcato nell’impresa di far conoscere per la prima volta gli scritti di Helen Hodgman al pubblico italiano cominciando dalla traduzione del suo romanzo del 1978 Jack & Jill (Viceversa Publishing, pp. 144, £ 12,00). Tra l’altro, si tratta di un’elegante e accurata traduzione a cura di Valentina Rossini.
Tanto di cappello, insomma, perché si tratta di quel genere di libri che al lettore può dare molto, ma che gli chiede anche qualcosa in cambio.
Quando un libro inizia così: «Annoiata, Jill pestava i piedi nella veranda, aspettando che sua madre venisse a cercarla. Non lo fece, Morì quel pomeriggio. Furiosa per essere trascurata, Jill si mise a saltare sul letto, tirando i capelli alla madre, tubando le sue prime parole nell’orecchio freddo e ceroso», vuol dire infatti due cose.
La prima: quel libro richiede al lettore, soprattutto quello che non è mai stato nell’outback australiano, uno sforzo di immedesimazione. Immedesimazione nel paesaggio, immedesimazione in una diversa e spiazzante logica sociale e familiare, immedesimazione in un territorio dove le enormi distanze che separano uomo da uomo, fattoria da fattoria, e le fattorie da Sidney, schiacciano e appiattiscono la vita come una forza di gravità moltiplicata, rendendola giocoforza semplice, quasi elementare, per non dire rude. Come un funerale talmente sbrigativo da scivolare in un peculiare humour nero.
«“Allora, dove? Dove la mettiamo?”
“Giù al ruscello, suppongo” disse il marito. (…) Douggie ritornò facendo dondolare il badile. Arrancarono fino al ruscello, dove ci misero delle ore per sotterrarla, il suolo era duro e roccioso. Sudando e con aria cupa, rovistarono la radura in cerca di rocce adatte a marcare il punto».
La seconda: che questo clima si riflette nel linguaggio, particolarissimo, una lingua e delle parole che, per molti aspetti restituiscono, soprattutto nella prima parte del libro, la sensazione di un idioma vergine dove la lingua inglese si ripiega nelle sonorità e nella dimensione orale delle lingue aborigene e dove le parole mantengono alla lettura una ruvidezza non filtrata da secoli di letteratura.
«Dall’alto, in alto tanto quanto il paradiso, la risata di un kookaburra attraversò fragorosa il bush, finché venne ingoiata dalla nebbia che avvolgeva come un sudario le lontane colline. Il suono svanì in un luccicante stormire di foglie, e si lasciò dietro una quiete enorme».

Un libro che attraversa la storia
Un padre solo e distante non è il massimo per crescere una figlia. E poi c’è quella distanza coperta di polvere, da tutto e da tutti, e di certo i libri fatti venire dalla città e legati con lo spago e le lezioni scolastiche via radio-ricetrasmittente che «crepitavano nell’etere ogni mattino» non bastano allo sviluppo di una ragazzina. E così Jill ruba quello che può, quel che le serve a trasformarsi da bambina in adolescente con la stessa difficoltà con cui il padre gratta via i frutti a una terra dura come pietra.
Ma a scombinare le carte ci pensa il giovane Jack, che arriva alla fattoria di Douggie in cerca di lavoro e vi rimane perché percepisce che Jill e il padre avevano«l’aspetto di persone a cui una mano poteva servire». Douggie ne necessita di certo per mandare avanti la fattoria, Jill per crescere. Ma non si tratta certo di un principe su un cavallo bianco, forse anzi proprio dell’opposto.
Tra i due nasce un rapporto complesso, violento e contorto che dalla Grande depressione ci porta dritti fino agli anni Sessanta. Questo rapporto dove attrazione e repulsione giocano in parti uguali, è onnipresente, anche quando lui parte militare, anche quando lei va all’università e poi si trasferisce in Inghilterra. Se non sono insieme fisicamente, sono le loro menti a essere interconnesse, nonostante tutto, nonostante la violenza, l’egoismo e la brutalità di Jack.
Il romanzo si muove su due piani all’inizio paralleli, si potrebbero definire due contrappunti, dove non è presente solo il tema di un amore tanto brutale da sembrare improbabile, ma anche quello della vita come è e come dovrebbe essere. Non è un caso che Jill diventi un’affermata scrittrice di libri per l’infanzia come non è frutto di coincidenze che il suo eroe immaginario, Barnaby, ragazzo dalla testa a forma di alluce, si aggiri tra le quinte, costruite ad arte nella mente turbata di Jill, di un perfetto mondo infantile. Quello che per lei non c’è mai stato.
È qui, nella convergenza di questi due piani che compete al lettore scoprire a poco a poco, che sta una buona parte dell’originalità del romanzo. Sorprendentemente, la Hodgman riesce a creare un altro grottesco binomio come solo gli scrittori più dotati sanno fare. Dalla fattoria persa nella polvere con Jill e il padre che vivono da soli, adesso sono passati gli anni e siamo nella casa di una famosa scrittrice, che manda avanti con Jack un matrimonio sterile e vuoto, uno scenario quasi allegorico. Lei scrive i suoi libri perdendone il conto, lui intaglia i suoi crocifissi di legno costellati di gocce di smalto color sangue. Stiamo assistendo a una rappresentazione del dolore, a una pièce teatrale, lo dice la scrittrice stessa: «La loro era una commedia a due interpreti, gli aveva ricordato lei in caso lui si fosse sentito chiamato fuori».

L’attesa di un figlio che può nascere solo dalle parole
Quella ossessione per la lavorazione del legno sembra quasi una grottesca versione di un mastro Geppetto molto noir che cerca di cavare dal dolore una qualche speranza, magari quella di avere un figlio, esattamente come Barnaby cresce con Jill e in Jill. Una situazione esplosiva, come si capisce, che non può durare. Si intuisce subito pertanto che la storia è solo in attesa di un catalizzatore, di un detonatore in grado far esplodere la stasi che si è ancora una volta creata. La figura di Raelene, l’ammiratrice segretaria che si insinua come un fiume carsico nelle loro vite separandole di nuovo e svuotando di senso dall’interno la loro unione ed è quindi quanto mai necessaria.
Ha insomma un che di mitico e inesorabile questa storia d’amore che pare caratterizzata da una sorta di legge fisica, perché si ha chiara percezione sin dall’inizio che Jack e Jill non possano far altro che vivere assieme, ma questa attrazione non può fare a meno di periodici Big Bang seguiti da altrettanti Big Crunch.
Ma se la storia in questo senso è prevedibile, e come ogni Pinocchio diventa alla fine un bravo ragazzo ogni parola non può che farsi carne, e quindi Barnaby diventare qualcosa di più di un personaggio letterario, la scrittura e lo sviluppo della storia non lo sono affatto, così come il finale.
Non si può da ultimo non rilevare come questo stile “acido” e questo ritmo narrativo grottescamente ironico e graffiante siano caratteristici di tutto un filone che anche al giorno d’oggi caratterizza un nutrito ventaglio di interessanti scrittrici, per esempio di area scandinava, tra cui non si può non menzionare Hanne Ørstavik, autrici che in qualche modo condividono con la Hodgman una certa difficoltà ad arrivare al grande pubblico, a farsi scoprire e tradurre. Il titolo di un libro ruvido che ricorda qualcosa di questo romanzo come Like Sant Som Jeg Er Virkelig, che in italiano suonerebbe più o meno Questo è quello che sono davvero sembrerebbe un bell’epitaffio per Jill, tanto quanto quello scelto per lei dalla Hodgman, «Jack avrà la sua Jill, e a male niente andrà». Di certo, come e tanto quanto il libro, si tratta di uno stravagante lieto fine.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)