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La lotteria è una cosa seria. Shirley Jackson anche…

A dicembre dello scorso anno avevamo parlato di Paul Auster , per il numero 7. L’ottava puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7) ci parla di una storia insolita e di un’epoca allo stesso tempo ricca e complessa nella storia del racconto e del raccontare. Singolare è infatti la storia di Shirley Jackson, scrittrice californiana deceduta nel 1965 e troppo ferquentemente e sbrigativamente liquidata come scrittrice di storie insolite, forse un po’ vintage, aventi a tema una degenerazione psichica, gotiche e ‘di fantasmi’. C’è di più. Molto di più. E Mirko ce lo spiega, concentrandosi sul racconto e su quel che successe dopo. Così, per non sovrappormi a lui, provo a riflettere su quanto sta cronologicamente a valle di questa storia, in quanto credo che in proposito bisogna farsi alcune domande, domande che credo dovrebbero interessarci molto perchè attuali. Queste domande, o meglio questi temi, li porrò solamente, perchè non c’è una sola risposta e forse perchè conta, alla fine, solo essere capaci di porsi alcuni interrogativi e, se si può, di rifletterci un attimo.

  1. La scrittura (e lo scrittore conseguentemente) sono da considerarsi i sensori storici più fini e anticipatori di quelli che a prima vista sembrano repentini cambiamenti sociali e politici? e lo sono ancora ai nostri tempi? In altre parole, perchè nei rispettivi campi e media, i marziani in diretta radio del 1938 di Orson Welles e questo racconto dieci anni dopo sul «New Yorker» furono presi da molti così sul serio, fecero paura e scatenarono un putiferio di reazioni che si ricorda ancora (La lotteria è incredibilmente ancora il testo più letto nella gloriosissima storia del «New Yorker»)? Non è che forse anticipavano, di qualche anno, quella terribile voglia di cercare una capro espiatorio a livello sociale che poi fu il maccartismo negli anni cinquanta?
  2. La lotteria come sistema sociale, come via di arruolamento del caso (e del caos) nella società in sostituzione di una democrazia zoppicante. La lotteria è del 1948, del 1941 è “La lotteria a Babilonia” il breve, scolvolgente racconto di Borges inserito nella raccolta “Finzioni”. Questo rispecchia la paura e lo scetticismo verso un sistema democratico dimostratosi debole, vunerabile e in alcuni casi incapace di modernizzarsi?
  3. Leggete la fine del racconto: che ne è stato della nostra sensibilità ? è quasi inevitabile trarne la conclusione che sia stata almeno in parte anestetizzata dalla tanta violenza e dal tanto menefreghismo che popola da anni le nostre cronache. Non si spiega in altro modo che una storia che per noi, come dice giustamente Mirko, è ora al più disturbante e relegabile al piano letterario, scatenò all’epoca una reazione vasta e indignata e una valanga di lettere al giornale che la pubblicò che ora non ci sogneremmo nemmeno di scrivere. Visto che con un pò di sfortuna ne troveremmo tutti i prodromi e le conferme in cronaca.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – La lotteria di Mirko Tondi

A chiunque sarà capitato di ritrovarsi a una festa di paese, una sagra o una simile occasione. E spesso in quelle circostanze si presenta il momento della tradizionale lotteria; che sia rappresentata da una ruota che gira, da un blocchettino di fogli o da un sacchetto di numeri dal quale estrarre quello vincente, questo poco cambia: il concetto rimane lo stesso, con uno o pochi vincitori e tutti gli altri con un pugno di mosche. Ciò che cambia può essere il premio ricevuto. In questo originalissimo racconto di Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1948, si parte in effetti dalla consueta amenità della lotteria. Eppure (e l’originalità consiste proprio in questo) la lotteria diventa qui imprevista fonte di angoscia, l’ingranaggio che funziona al contrario in un meccanismo perfetto.

Ciò che l’autrice ci presenta all’inizio è la tranquilla atmosfera di un piccolo villaggio americano, trecento persone appena. Fine giugno, una splendida mattinata di sole, quando “i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta”. Gli abitanti del villaggio si radunano nella piazza principale, si inizia a parlare di lotteria: oggi è il gran giorno. A ragion veduta, si potrebbe considerare un primo indizio di ciò che accadrà in seguito la scena di alcuni ragazzi con delle pietre in tasca, mentre altri le ammonticchiano in un angolo, ma sfido chiunque a cogliervi qualcosa di perturbante la prima volta che si legge il racconto. Tutto è sereno, niente lascia presagire al peggio. Le ragazzine parlano tra di loro, intanto i bambini giocano liberamente. La piazza comincia a riempirsi, gli uomini discutono dei loro affari, del tempo e della terra che coltivano; sorridono ma non sono allegri (ed ecco, volendo, un secondo indizio). C’è tempo anche per qualche pettegolezzo. Poi il signor Summers, che dirige la lotteria (“Era un uomo allegro e dalla faccia tonda”), arriva portando una cassetta nera di legno, contenente dei foglietti ripiegati. La cassetta ci viene descritta in maniera dettagliata (“in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata”), se ne racconta persino la storia e dove viene custodita durante l’anno. Summers fa un breve discorso introduttivo, mentre chi estrae i foglietti dovrà pronunciare un giuramento. Una signora arriva in leggero ritardo, ride per la dimenticanza insieme a un’altra.

C’è un assente in base agli elenchi, ha una gamba rotta e verrà sostituito dalla moglie, che dovrà “tirare”, questo è ciò che viene detto. Di seguito – poco prima che i capifamiglia vengano chiamati in ordine alfabetico a estrarre i foglietti – viene presentato nonno Warner, vero personaggio simbolo del racconto. Sarà lui infatti a dire “C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria”; è orgoglioso di questa tradizione, non vuole che la sospendano come è successo in altre città. “Sono settantasette anni che partecipo alla lotteria”, aggiunge.

Finiti i nomi chiamati a estrarre, piomba un lungo silenzio. Poi Summers dà il via all’apertura dei foglietti: chi lo ha trovato?, si chiedono tutti. Bill Hutchinson. Polemiche, la moglie grida all’ingiustizia. I cinque foglietti della famiglia vengono ritirati e rimessi nella cassetta, si passa a una nuova estrazione. È la moglie Tessie ad aver trovato il foglio con il cerchio nero. La gente sa quello che deve fare, adesso. C’è voglia di finire in fretta. Adulti e bambini hanno le pietre in mano, avanzano verso Tessie, che prova per l’ultima volta a lamentarsi. Nonno Warner carica la folla.

La lotteria ha ispirtato senz’altro molto racconti nati in epoche successive, e in generale la produzione letteraria della scrittrice americana ha ispirato molti autori, non ultimo Stephen King, che lo ha pure dichiarato. Questa passaggio progressivo da un inizio disteso e insospettabilmente pacifico fino all’impressionante finale non costituisce comunque una virata improvvisa, ma un lavoro calibrato sulla tensione, che da impercettibile si fa palpabile. Non ci sono innocenti, qui. Nemmeno i bambini sono esenti, anzi partecipano pur con tutta la loro inconsapevolezza a un evento che sarà formativo – in un modo o nell’altro – nelle loro esistenze. Inserisci dei bambini in una storia horror e avrai creato un efficace contrasto, inquietante al punto giusto: questa lezione la Jackson ce l’aveva data prima ancora che vedessimo tutti i film horror degli anni a venire. Il suo è un racconto sull’orrore quotidiano, una storia del terrore senza mostri, oppure sì: perché i veri mostri sono gli esseri umani. Un unico elemento dissonante che piazzato nel contesto della vita di tutti i giorni fa la differenza, modificando per intero il tono del racconto. Un pugno in pieno stomaco. È così che alcune storie rimangono, che ti abbiano commosso, fatto sorridere, procurato un shock o disturbato. E sì, il racconto di Shirley Jackson è profondamente disturbante, non si può negarlo. Ma è il risultato che conta, no?

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Dantedì e il girone degli ignoranti

In prossimità del Dantedì un evento ha fatto di sicuro rigirare nella tomba il Sommo Poeta.

La costituzione di un girone degli ignoranti, o meglio di quel particolare tipo di ignoranti che non sono in questo status per cause indipendenti dalla loro volontà, ma che sono invece compiaciuti del loro stato o peggio, lo usano malignamente per generare altra ignoranza, ovvero e in breve gli idioti, è quanto mai necessaria.

Il fatto è quello, riportato oggi dai giornali olandesi, del Dante ‘purgato’. Un piccolo editore olandese ha omesso il nome Maometto dal suo nuovo adattamento olandese dell’Inferno di Dante Alighieri, per non “ferire inutilmente” i lettori musulmani. Il brano del Canto XVIII non è stato cancellato, ma è stato ‘anonimizzato’.

Sabato, alla Radio 1 belga, la traduttrice ha spiegato la sua scelta. Secondo lei, il punto di vista su Maometto è ora cambiato a tal punto da non corrispondere più al “messaggio che vogliamo trasmettere con il libro”. L’intenzione dell’editore era di rendere l’Inferno accessibile al pubblico più vasto possibile, e anche giovane.

L’editore ha aggiunto, “il fatto che il brano non sia necessario per la comprensione del testo letterario”.

I lettori e gli studiosi, di ogni credo religioso, hanno bollato molto chiaramente questo tenativo come un nonsense e c’è chi ha detto chein fondo per chi preferisce leggere la Divina Commedia nel 700 ° anno della morte dell’autore in una versione con Maometto, fortunatamente ce ne sono abbastanza da scegliere: solo in olandese ci sono già una quindicina di traduzioni diverse.

Ma non è questo il punto: nel girone degli ignoranti, o peggio, con contrappasso da stabilirsi, dovrebbero finire coloro che pensano che il miglior modo per approcciarsi alla cultura e alla storia sia la cancellazione e la censura, coloro che pensano che la relativizzazione della cultura e la suddivisione della società in bolle culturali edulcorate sia davvero il futuro e un rimedio alle incomprensioni, coloro che pensano che la cultura sia una sorta di fast food dal menù banalizzato, prestabilito e omologato e anche coloro che sulle polemiche e sui veri problemi ci speculano solo per vendere qualche libro in più. Che si vendano libri o saponette, per loro è la stessa cosa.

Questi sono di sicuro i degni amici di chi qualche giorno fa ha messo in condizione di rinunciare all’incarico Marieke Lucas Rijneveld, la poetessa e traduttrice olandese, ventinovenne, che la casa editrice Meulenhoff a suo tempo aveva scelto per tradurre le poesia di Amanda Gorman, e che è stata considerata “troppo bianca” per svolgere un simile compito.

Ma la poesia, si sa, supera tutto e non si cura troppo di costoro, che passano e vanno. Lo sapeva Dante, lo sa Marieke che ha risposto alle polemiche proprio con una poesia, Everything inhabitable.

Ma di certo occorre vigilare su certe derive…

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Le lacrime di Andromeda

Un grazie a Romeo Lucchi per questo suo inedito

«Quella un po’ più a nord è la costellazione di Perseo» disse inclinando la testa verso Miryam.

Poi indicò il cielo con il braccio teso: «Là in basso all’orizzonte…  quella è Myrfak la sua stella più luminosa. Se sposti lo sguardo a destra vedi Andromeda e il quadrato di Pegaso».

Marco abbassò il braccio e posò la mano su quella di Miryam, lei ebbe un sussulto, lui tolse la mano e le guardò il volto. Stava fissando il cielo, ma la sua mente era altrove.

«Sapevi che Perseo salvò Andromeda da un mostro marino?»

«No» disse Miryam rannicchiandosi vicino a lui e appoggiando la testa sul suo petto.

Marco l’avvolse col braccio.

«La madre di Andromeda andava dicendo che la figlia era più bella di tutte le ninfe del mare. Ovviamente loro s’infuriarono e chiesero a Poseidone di punirla».

«Là, ne ho vista una» disse Miryam.

«Esprimi un desiderio.»

«Fatto».

«A cosa hai pensato?»

«Se te lo dico non si avvera.»

«Posso almeno sapere a cosa stavi pensando prima?»

«A niente.»

«È difficile non pensare a niente.»

«A niente d’importante» tagliò corto la ragazza.

Per un po’ non parlarono. Intorno regnava la calma più assoluta. C’era un silenzio che si sarebbe potuto sentire anche il suono delle stelle, pensò Marco.

«Ne ho vista un’altra» disse Miryam indicando il cielo con un piccolo gesto.

Poi altre scie luminose si susseguirono in una manciata di secondi e i due ragazzi, sotto il magico influsso di quello spettacolo, si strinsero l’una all’altro.

«I tuoi mi odiano.»

«Non è vero, non ti odiano.»

«Non sono stupida, mi sono accorta di come mi guardano» disse Miryam sciogliendosi dall’abbraccio e allontanandosi.

«Perché fai così? Non è colpa mia.»

«Lo so. È colpa del colore della mia pelle» disse lei caustica.

«Dai vieni qui» e si avvinò alla ragazza, ma Miryam fece un movimento con la mano per allontanarlo.

Calò di nuovo il silenzio e i due ragazzi rimasero a fissare il cielo senza più interesse.

«Voglio tornare a casa» disse Miryam.

Marco cercò di recuperare: «Non prima di aver finito di raccontarti la storia di Perseo e Andromeda» disse sorridendo.

Poi scrutò il suo viso in cerca di un segnale di pace. Ma Miryam era assente, aveva il volto turbato. Marco riusciva a sentire il fragore dei suoi pensieri. Si rattristò. Afflitto, si coricò sul prato e vide una stella cadente.

«Andromeda fu incatenata a una roccia a picco sul mare. Perseo la vide e fu rapito dalla sua fragile bellezza in preda all’angoscia. In principio la scambiò per una statua di marmo» fece una lunga pausa perché la stava osservando con attenzione «poi vide il vento scompigliarle i capelli e… le lacrime scorrerle sulle guance…»

Miryam stava piangendo.

«Sai che Andromeda aveva il colore della tua pelle?» e senza aspettare la risposta proseguì nel racconto «sua madre, Cassiopea, era la regina d’Etiopia. La cosa divertente è che durante le nozze, dopo che Andromeda era stata concessa in sposa a Perseo, la regina ordì una congiura ai danni del futuro genero perché Perseo non le andava a genio. Forse perché era bianco. Sporca razzista».

Marco spostò lo sguardo sulla ragazza e la vide sorridere.

«Cassiopea, la suocera, è quella a forma di doppia vu, sopra Perseo e Andromeda. E sopra Cassiopea c’è suo marito Cefeo, il suocero»

«Mi dai un bacio?» chiese Miryam.

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Il programma di Italia Book Festival: siamo in ballo 20 e 21 Marzo

I racconti arrivati sono più di tutte le altre volte, una tendenza in crescita costante che ci sorprende ogni volta che proponiamo il Laboratorio dentro al Festival. Che bello sarebbe farlo dal vivo! (ma ci arriveremo). Da Barzhaz noir del 2020 adesso nella prima parte del 2021 abbiamo il tema dell’amore, assai impegnativo per uno scrittore che si rispetti, E molti lo hanno gestito con eleganza e imprevedibilità. Quanto alla ‘lettura anatomica’ di un racconto del Sabato 20, quello è un esperimento e credo anche una gradita sorpresa per chi vorrà collegarsi: toccheremo almeno una piccola parte dei temi che affrontiamo abitualmente nel corso Master di Barzhaz. (così se vi piace, poi potete iscrivervi!)

Sabato 20 marzo ore 18,30 ANATOMIA DI UN RACCONTO – uno sguardo dentro la narrazione con il prof. MASSIMILIANO BELLAVISTA – Lettura “anatomica” di un racconto. Se avete palato fino e stomaco forte vediamo cosa c’è dentro e sotto le parole di una storia. E soprattutto, come funziona una narrazione

Domenica 21 marzo ore 18,30 PREMIAZIONE RACCONTI “LE VIE BREVI” – premiazione dei migliori racconti brevi 

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Le fiabe di Matilde. Giovani che di certo non stanno con …le ‘manintasca’!

Qualche giorno fa, a margine della bella e frequentatissima cerimonia di premiazione del Concorso di scrittura ‘O’pport’unità‘ abbiamo avuto la gradita sorpresa di conoscere Matilde Brogi, quattordici anni pieni di freschezza ed entusiasmo, che ha vinto sbaragliando la concorrenza con una fiaba assai originale (per chi la volesse ascoltare dalla sua viva voce consigliamo di portarsi sul minuto 50 circa della registrazione, mentre in questo articolo riproduciamo solo la parte che lei ha letto, essendo il testo nel suo complesso oggetto di una prossima pubblicazione). Ma non è tanto o solo la fiaba in sè, pur molto bella e che per la cronaca si intitola ‘Manintasca’una fiaba pensata per i bambini di oggi che saranno i nonni di domani, che ci ha colpito, ma la maturità e la capacità mostrate da Matilde nello scriverla e nel leggerla. Si capiva subito che dietro c’erano doti non comuni e una speciale passione per la lettura.

Ora sapete che questi sono chiodi fissi in questo blog, e da anni un pilastro fondamentale del progetto Recensio con ormai migliaia di studenti coinvolti, quindi non potevamo davvero non intervistarla. E crediamo che quello che ne è uscito sia molto interessante, anche in considerazione di un momento storico critico quale quello che stiamo vivendo, che proprio sui giovani dell’ età di Matilde si sta abbattendo come un macigno. Se nonostante tutto la parola scritta e letta può aiutare a far crescere una generazione con questo tipo di rappresentanti e questo spirito, allora ce la possiamo davvero fare!!! Un abbraccio ideale ai tanti giovani che ci aiutano con Recensio e ai più di 11 mila che attualmente stanno partecipando al Premio Asimov!!! E naturalmente…grazie Matilde, con l’augurio di sempre maggiori successi.

Quali sono le tue letture preferite? Di che genere prevalente, se c’è? Mi sapresti dare due titoli letti negli ultimi tempi?

Non ho un genere letterario preferito ma in base al mio umore mi piace leggere libri di narrativa dedicati ai ragazzi, come quello dell’autrice Sabrina Rondinelli intitolato Camminare Correre Volare o storici come Se questo è un uomo di Primo Levi. Ultimamente ho letto Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane  V. Felscherinow che mi ha appassionato ma anche sconvolto perché a tratti è molto forte. Adesso sto leggendo Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda e mi sta piacendo molto. Spesso la sera leggo storie a voce alta a mia sorella che frequenta la prima elementare e che fin da piccolissima si è mostrata appassionata all’ascolto delle fiabe.

Scrivi spesso? Da dove trai spunto per storie come quella che ha vinto il concorso?

Dalla terza elementare ho iniziato a scrivere alcuni racconti di avventure o fiabe ma prima d’ora non avevo mai partecipato ad un concorso di scrittura.

Riguardo alla fiaba Manintasca ho preso spunto dal titolo del concorso vale a dire La crisi come opportunità di miglioramento, cambiamento e crescita … ho pensato che anche noi stiamo vivendo un momento di crisi a causa del Covid. Ho riflettuto sul fatto che anche noi come i bambini abbiamo bisogno di credere in un lieto fine, come accade sempre nelle fiabe. Il primo passo è stato la scelta della protagonista, attribuirle un’età, un volto, delle caratteristiche… mi sono immaginata di essere io stessa il personaggio principale della fiaba e di calarmi nei suoi panni, provando così le sue stesse emozioni …

Mi sono ispirata anche alla leggenda natalizia della Renna Rudolph la quale inizialmente veniva presa in giro dalle sue compagne a causa del suo naso eccessivamente rosso ma che in una notte di nebbia fu scelta proprio per questa sua caratteristica da Babbo Natale per illuminare il cammino. Questo per me era un chiaro esempio di disabilità che diventa un’opportunità. Quindi posso dire di essermi ispirata anche a questa storia.

Come stai vivendo questo difficile momento che dura da un anno ormai? Cosa ti da forza e cosa ti manca? Leggere ti aiuta a superare la noia, stanchezza o i momenti più tristi?

In questo difficile anno si sono alternati momenti di sconforto dovuti al fatto che le lezioni in presenza fossero state sospese così come lo sport, che per me è molto importante o semplicemente le uscite con gli amici a momenti in cui ho cercato di non abbattermi ma di tirare fuori tutta la mia vitalità. Un po’ come Manintasca ho cercato di dedicare il mio tempo libero a preparare torte e a suonare il pianoforte …

Come vedi il tuo futuro? Cosa ti piacerebbe fare come studio? Continuerai a scrivere?

Leggere è un’attività rilassante a cui mi dedico soprattutto la sera quando non ho il permesso di usare il telefono.

Come percorso di studio ho scelto il liceo Scienze Umane con indirizzo musicale che mi darà l’opportunità di studiare anche musicoterapia. Non so con esattezza cosa voglio fare da grande: certi giorni penso di diventare una fisioterapista altri un’insegnante; in ogni caso la mia famiglia mi lascia libera di ascoltare la mia voce interiore.

In questi anni ho sempre scritto per trovare risposta ad un bisogno di comunicare le mie idee, fantasie ed emozioni; non so se continuerò a scrivere ma posso solo augurarmi di farlo.

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Un amore di pronomi

All’inizio c’ero io.

Ma poco dopo conobbi lui. Che bei tempi! Spensierati!

Lei molto, ma molto più tardi entrò nel nostro noi.

Lei e lui. Certe cose le capisco al volo, io.
Si però, prima lei.
Anche se a ben vedere prima prima lui…
Si ma poi anche lei. Ma quasi subito, eh!
E poi diventarono loro. Inevitabile. E non c’era quasi più tempo per noi. Ma non è che mi dispiacesse, tuttaltro. Io se serviva, c’ero sempre per loro.
Finito qui, dite Voi ?Macché.
Perché quasi subito lei, lei …va beh. E poi ad alcuni di essi non erano mai piaciuti né lei né lui. Figuriamoci adesso che erano diventati loro.
Ma anche lui. Lui si insomma…sotto sotto…ci metteva del suo. E poi veniva disperato da me e mi diceva…senti, ma non è che Tu…
Insomma c è proprio da dire che lui, faceva di tutto, lui, per lei, purché però poi lei e lui…
Insomma. Insomma. Sapete come succede a volte. Lei qua, lei là. Lei sotto, lei sopra. A sentir lui…Ma via, lui doveva comprendere fin da subito che a una come lei può anche capitare che a un certo punto incontri un altro lui… E anche uno come lui forse non era come lei ma di altre lei d’intorno ne aveva sempre avute parecchie pure lui. E questo ben prima che conoscesse lei. E che ne volete sapere voi? Non c’eravate voi quando noi eravamo già noi da un bel pezzo.
Però poi alla fine quando contava davvero lui era lui. Sempre da lei. Ma intanto lei, uh, lei. Non era mica più in lei. E di conseguenza lui era fuori di sè.
E così da quel momento lei e lui non sono stati mai più loro. Né noi potevamo come se niente fosse tornare ad essere noi come eravamo prima che lei e lui diventassero loro. O addirittura prima prima quando eravamo solo io e lui senza di lei.

Poi qualcos’altro è cambiato.

Anche perché io a un certo punto una sera che non ne potevo più presi il coraggio a due mani e dissi a lei: ..senti, ma se io e Te, insomma….noi…

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I lati. Scrivo pietre per le mie mura

2 inediti di Filippo Nibbi

La vita è una battaglia

Io mi difendo con la penna

La mia piccola lancia in resta sempre stretta nella mano destra

Ma resta la paura

Così con la penna scrivo pietre per le mie mura.

I QUATTRO ACCORDI

Io e i miei fratelli siamo in quattro. Loro sono gli altri tre miei lati. Insieme siamo stati il numero giusto per costruire una casa al cuore. E’ lì dentro che abito, nella mia solidissima casa interiore. Quando uno di noi morirà crollerà il tetto, saremo esposti alle intemperie. L’ultimo di noi vivrà (vivrà) tra le macerie.