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In memoria di Wopke Kleinhoek, lo scienziato che sapeva quando tacere

Quando si dice che la matematica è o dovrebbe essere più al centro dei nostri programmi scolastici si dice una grande verità. Per le giovani generazioni, la cultura matematica e scientifica è tutto. Lo dimostra in questi ultimi anni, ad esempio il ruolo dei ricercatori, dei virologi e degli epidemiologici divenuti autentiche star e personalità di riferimento a livello sociale. Proprio oggi 26-04-2021 si festeggiano i dieci anni dalla scomparsa del matematico macedone naturalizzato olandese Wopke Kleinhoek, probabilmente il più grande esponente del suo campo negli ultimi trent’anni.

Il nome forse non vi dirà molto ma non c’è matematico, anche di infimo livello, che non si sia confrontato con almeno una parte della sua sterminata produzione, che i suoi allievi (il famoso scienziato non scriveva e non pubblicava) ebbero cura di raccogliere, trascrivere dai suoi appunti ed editare pazientemente nei cinquantacinque volumi della fondamentale opera Monumenta.

Nato nel 1927 a Higrornick, un piccolo paese agricolo, figlio di un rigido e austero pastore protestante, il giovane Wopke fu ben presto avviato agli studi scientifici, viste le sue qualità del tutto eccezionali e la vivacità della sua intelligenza. Quando aveva otto anni, inventò un particolare orologio, che installò sulla locale torre campanaria, il quale era praticamente in grado di autoregolarsi e autolubrificarsi, nonchè di segnalare con particolari suoni e grande frastuono, di volta in volta diversi, ma anche con la più accurata precisione le fasi lunari, le eclissi, i passaggi di comete, gli eventi atmosferici particolarmente avversi alle colture e i cambi di stagione. Grande fu lo stupore della comunità e continuo l’afflusso di turisti e curiosi, che ad ogni ora del giorno e della notte si accampavano a centinaia in piazza per ascoltare le melodie dell’orologio, accompagnandole con festosi boati di ammirazione. A dieci anni inventò un parafulmine portatile per il bestiame con lo scopo di risolvere l’annoso problema di quei quattro o cinque capi che ad ogni stagione venivano uccisi da una scarica sui pascoli alti. Convinse gli allevatori del luogo a dotare tutto il bestiame del suo ritrovato, che chiamò il campanaccio di Kleinhoek, praticamente una cuffia in rame per bovini, ma un’estate metereologicamente molto instabile con molti temporali causò una moria di vacche a causa sia di reazioni allergiche al metallo che di terribili folgorazioni quale non si era mai vista a memoria d’uomo e consigliò l’istantanea rimozione del dispositivo. Successivamente si concentrò con incoraggianti risultati sulle tecniche di conservazione del formaggio fresco con l’arsenico e anche sulla geologia, elaborando un metodo per riportare in piena attività i vulcani spenti della zona che suscitò grande attenzione da parte dell’amministrazione regionale.  Da quel momento in poi un esponente dell’amministrazione lo affiancò quotidianamente nei suoi studi senza perderlo mai di vista.

Per l’undicesimo compleanno il suo primo professore di scienze gli regalò un trattato di oltre mille pagine che enucleava i problemi allora aperti nella matematica contemporanea, invitandolo, se ne avesse avuto il tempo, a tentare di risolverne almeno uno di sua scelta.  Dopo oltre un mese, visto che il giovane Wopke non accennava più al libro, l’insegnante gli domandò a che conclusioni fosse arrivato e se avesse risolto qualcuno di quei dilemmi. Lui per tutta risposta gli disse che li aveva risolti tutti la notte del suo compleanno, ma che ormai si era scordato tutte le soluzioni, tanto esse gli erano apparse ovvie e banali. Il professore, estasiato, lo segnalò piangendo al migliore liceo locale.  Quando partì per il liceo, c’erano tutti i suoi concittadini a salutarlo. Kleinhoek disse che parevano felici e sollevati che avesse avuto quella chance.  Per l’occasione il sindacò gli riconsegnò il suo orologio, ritenendolo troppo importante e avanzato per quella piccola comunità di pastori e agricoltori sempliciotti dalle abitudini banali e ripetitive, che desideravano fare vita ritirata e dormire la notte, invece che ascoltare i preziosi suggerimenti dell’orologio e le sue vivaci melodie con i turisti di tutto il mondo. Oltretutto i frequenti colpi di fucile di cui l’oggetto era stato in passato fatto segno da ignoti nemici del progresso scientifico, richiedevano una manutenzione costosa e continua che solo lo stesso Kleinhoek poteva garantire.

Kleinhoek ebbe una lunga e gloriosa carriera. Laureatosi con il massimo dei voti con una tesi così avanzata che il relatore, il celebre matematico Franz Dilbert, rinunciò a interpretarla dichiarandosene non all’altezza, cosa che suscitò grande emozione nell’ambiente accademico, emigrò in Olanda, dove conobbe in una birreria il ricco e celebre mercante di diamanti Oliver Ganzfalsch. Costui, affascinato dalla personalità del matematico, gli garantì una cattedra speciale a vita presso l’Università di Delft. Ganzfalsch dovette scontrarsi con le perplessità dell’ambiente scientifico, che generalmente giudicava l’approccio di Kleinhoek geniale ma criptico e troppo complesso, anche perché lo studioso non pubblicava mai i suoi risultati, né accettava di confrontarsi con i suoi colleghi, e si limitava ad annunciarli diffondendo delle note vergate di suo pugno in una grafia di difficile decifrazione (Kleinhoek vergava i suoi appunti su block notes formato A5 a quadretti, usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio). Ganzfalsch si disse certo che si trattava di difficoltà passeggere, in quanto lo studioso lavorava alla matematica del futuro, che non poteva essere compresa con chiarezza dai suoi contemporanei. La stampa infatti parlava di sovente degli studi di Kleinhoek come di una ‘matematica visionaria e profetica’. Kleinhoek accettò il posto offertogli da Ganzfalsch e dall’Università a condizione di non dovere insegnare, non dover mai pubblicare i suoi lavori e a patto che fosse costruito per lui un sottopassaggio che collegasse direttamente la cantina del suo appartamento con la portineria dell’Università. Kleinhoek soffriva infatti di gravi forme combinate di agorafobia, fotofobia, pluviofobia amaxofobia e fobia sociale. 

In effetti ebbe molti devoti discepoli, ma dettava loro i suoi appunti stando sempre in una stanza dei laboratori diversa dalla loro e, per quel che si sa, ebbe una sola relazione nella sua vita, con Nadja Dadusc, sua studentessa, per la cui intelligenza nutriva una stima sconfinata. Non vissero mai insieme, frequentandosi pochissimo anche dopo il matrimonio, perché lui abitava e passava le notti quasi sempre nei locali dell’università.  Si diceva che, ancora dopo dieci anni dal loro matrimonio, ogni volta che Wopke incontrava Nadja nei corridoi dell’università, si togliesse il cappello e le baciasse la mano per presentarsi, segno di un amore imperituro che resistette agli anni e alle difficoltà,

 Il suo contributo alla scienza è stato sconvolgente, grazie all’enorme modernità delle sue scoperte, combinate con un profondo senso dell’etica e dell’umiltà. Infatti Kleinhoek annunciava le sue scoperte, ma ne condivideva sempre il merito con i suoi allievi, cui magnanimamente lasciava il compito di formularle, testarle e comunicarle all’ambiente scientifico. Tali scoperte, stranamente, erano spesso assai distanti dai suoi studi e gli stessi allievi elogiavano il suo metodo, che puntava a renderli assolutamente autonomi. Tanto è vero che hanno spesso raccontato di aver avuto più volte l’impressione di esserci arrivati tutti da soli. Per questa sua capacità quasi maieutica, Kleinhoek viene spesso indicato come ‘Il Socrate della matematica’. Il suo motto preferito, che aveva trascritto in un cartello appeso alla porta del suo ufficio recitava: ‘Socrate supponeva di non sapere, io sono certo di non sapere un accidente. Quindi se entrate non chiedetemi niente’. Succedeva che molti si commovessero per questo esercizio di modestia, piangendo prima di entrare nel suo ufficio e continuando a piangere anche quando ne uscivano. E dire che la sua corporatura esile, e la sua faccia bianca e slavata, spesso inespressiva, non suggerivano affatto questa profondità spirituale.

I sui detrattori dicevano che in realtà era freddo e impassibile come un giocatore di poker. E che, essendo totalmente non empatico e anaffettivo ‘Kleinhoek era bravo a dissimulare le emozioni perchè in realtà non le provava affatto’. Ma questo francamente appare un travisamento della realtà.

I suoi studi si basano tutti sulla dimostrazione della congettura di Alphonse Le Chat che a sua volta si proponeva di risolvere il famoso e antico ‘dilemma dei felini’ di Casarini, un tipico problema di ordinamento dal caos. Tuttavia Le Chat non era mai arrivato ad una prova inappellabile. Il dilemma consiste in questo: dato un numero pari e costante di entità uguale a 44 si deve dimostrare che è sempre possibile ordinarle in una matrice di 6 file di 7 elementi ciascuno, con resto costante pari a 2. In pratica:

                                                                44 (G)F(6×7)=R(2)

Kleinhoek ricercò questa soluzione ininterrottamente, avidamente, sette giorni su sette, per oltre cinquant’anni, vivendo nella grigia cantina del palazzone che l’università gli aveva concesso per ospitare i suoi laboratori. Nel 1980, per i suoi instancabili sforzi gli fu conferita la medaglia Fields, il Nobel per la matematica, che lui però non ritirò mai in protesta contro il costo eccessivo dei trasporti aerei, che riteneva antidemocratico. Questo episodio, interpretato da alcuni biografi come rivelatore e anticipatore di una crescente vocazione sociale che poi sfocerà di lì a pochi anni in un gesto clamoroso, lo ha reso celebre alle generazioni successive come il profeta dei voli low cost. Il primo volo low cost, tra Dublino e Londra, fu in effetti organizzato su un 747 che portava il suo nome.

Nel 1997 trovò finalmente la soluzione del dilemma matematico cui aveva dedicato la vita, ma sorprendentemente non la rese pubblica, semplicemente postò sul suo blog senza darne eco la notizia dell’avvenuta scoperta. Dopo alcuni mesi tuttavia un suo ex allievo, Junichiro Sakamoto, docente presso l’Università di Tokyo, navigando in internet si imbattè casualmente nel post e la voce iniziò a diffondersi nell’ambiente scientifico. Alla chetichella, tutti i migliori cervelli dell’epoca si recarono in pellegrinaggio negli scantinati dell’Università di Delft rimanendo sconvolti e confermando che la soluzione in effetti era lì, a portata di mano. E che avrebbe per sempre cambiato il modo in cui le generazioni future avrebbero guardato alla matematica, alla scienza e anche alla vita pratica. Solo che era praticamente impossibile capire come Kleinhoek ci fosse arrivato e che cosa esattamente avesse scoperto, tanto il suo ragionamento era fuori dagli schemi e pieno di sottintesi.

Tuttavia, nonostante le enormi pressioni internazionali affinché rendesse pubblica la sua scoperta la sera del 24 Maggio 1997 Kleinhoek dette intenzionalmente fuoco ai suoi laboratori, bruciò i suoi appunti e licenziò tutti i suoi collaboratori, poi chiuse il suo blog con un ultimo post formato da un’unica frase ‘ Sono arrivato alla irrevocabile conclusione che certe cose forse è meglio non le sappiate’. 

Il senso delle sue dichiarazioni è oscuro. C’è chi dice che ritenesse l’umanità non pronta all’impatto della sua scoperta. In questo senso secondo alcuni Kleinhoek fu pioniere di quel movimento di pensiero che esalta il ruolo della scienza, dall’alto dell’enorme bagaglio di conoscenze ormai accumulate, come ultimo e supremo decisore su quali scoperte e innovazioni tecnologiche rendere disponibili all’Umanità. Un decisore molto più lungimirante, obiettivo ed efficace, a detta di chi la pensa così, dei sistemi democratici.

Fatto tutto questo lo scienziato si ritirò in meditazione presso i monaci ortodossi del monte Athos, che lo ospitarono a condizione che non tentasse mai di realizzare sul posto le sue invenzioni, dove morì nel 2011 in circostanze misteriose, schiacciato pare da un pesante icona che stava dipingendo usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio. Non ha mai rivelato la sua scoperta. Il suo testamento è anch’esso composto di poche parole: ‘Non lascio al mondo eredi, parole, scoperte e studi postumi. Lascio invece al mondo intatti, irrisolti, anzi esaltati e disponibili allo studio, tutti i dubbi e le questioni aperte che ho trovato, esattamente come li ho trovati.’

Il testamento stanziava anche un lascito per la realizzazione del premio Kleinhoek-Ganzfalsch, a tutt’oggi uno dei riconoscimenti scientifici più ambiti a livello internazionale, che si conferisce ogni anno allo scienziato più saggio del mondo, ovvero quello che raggiunge la scoperta più sensazionale, ma che si impegni anche solennemente e contestualmente a non farne mai uso e a non rivelarla mai ad anima viva.

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Lo strano caso del mondo capovolto: fine pandemia mai

Permettetemi due o tre pensieri acidi, reflussi gastrico-spirituali da ‘fine ‘ pandemia.

Si dice spesso che questo è un mondo dove la comunicazione è tutto. Anche come la comunicazione viene incartata e impacchettata,cioè a dire l’apparenza è, o dovrebbe essere, il nostro pane quotidiano. A cominciare da istituzioni e imprese.

La sensazione che invece si ricava dalle comunicazioni degli ultimi giorni è che comunicare non si sappia. O, peggio, che non si voglia. E che in fondo si conti sulla memoria corta o sulla distrazione dell’uditorio. Ci sono alcuni paradigmi classici di questa comunicazione a rovescio.

Il 25 Aprile festeggiamo.

Il 26 Aprile festeggiamo ancora: la liberazione dal Covid per decreto. Tra cinquantanni la ricorrenza sarà festeggiata riunendosi a distanza attorno a un monumento raffigurante una mascherina di marmo e poi cantando l’inno dal balcone di casa.. Però attenzione, ci dicono gli stessi che hanno dato il lieto annuncio, il Covid’non è finito’. I ristoranti possono aprire, ma …se piove? Falliscono. Le scuole riaprono al 100% ma, i mezzi di trasporto? e le aule una volta arrivati? Gli stadi: mezzi aperti ma i teatri no. Anzi si: tanto comunque se li aprono li aprono quando normalmente in anni felici le stagioni erano già finite. Il decretismo italiano è l’equivalente governativo della pietra filosofale: per decreto si può creare più o meno tutto, lavoro, immunità di gregge, ordine dal caoos, oro dal piombo, qualcosa dal vuoto.

I vaccini? sono efficaci, anzi no, anzi forse. A giorni alterni. Ma comunque si faranno i richiami per le targhe dispari e comunque conviene farli i vaccini perchè sono come la maglietta della salute, che fa sempre bene. Il fatto che poi sudando venisse la bronchite perchè la maglietta ti si appiccicava addosso era un trascurabile effetto collaterale.

Shit happens, come dice qualcuno (But does why this shit always happens to me, dice il malcapitato direttamente coinvolto, che a proposito oggi si chiama ‘resiliente’ in quanto uso ad essere circondato di escrementi e anzi, ad assorbirli un poco alla volta).

La Superlega è il calcio dei ricchi: lo dicono anzi lo strillano quelli di Fifa e Uefa (in puro stile demi vierge) che negli ultimi anni hanno mercificato anche i fili d’erba dei campi da calcio, spesso facendo un quantomeno discutibile impiego dell’etica sportiva asservita al business. Il calcio attuale è invece, notoriamente, un calcio da poveri che favorisce le squadre di quartiere e i dilettanti. Infatti I campionati europei sono oasi di uguaglianza di mezzi e li vincono sempre squadre non pronosticate.

Fissare regole in contraddizione, dire cose che si situano all’apposto di ciò che si sta facendo. E’ uno sport praticatissimo. Viene in mente il ‘corri ma non sudare’ o ‘urla piano’ delle nostre mamme, il ‘Bellavista venga volontario’ del Liceo, oppure il noto monologo di Al Pacino: ‘Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate‘.

E poi ci sono in sondaggi che dicono ciò che la gente vuole, che però in realtà dice quello che pensa il sondaggista vorrebbe sentire, che interpreta e riporta a chi prende le decisioni che a sua volta fa quello che crede che la gente voglia. In tutto questo, nessuno che guardi ad un orizzonte più ampio dei tre giorni. Governare coi sondaggi è come correre la maratona con l’enfisema polmonare acuto.

Imperversa, si sa, il politicamente corretto: ovvero l’impossibilità di applicare il diritto fondamentale all’universale uguaglianza del cretino, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso e appartenenza politica. Adesso ci sono categorie ai cui appartenenti del cretino non lo puoi dare a prescindere. Perchè si offendono e si sentono discriminati. Strano visto che i cretini sono numericamente (largamente)prevalenti sul globo. Oltretutto è un gruppo cui mi sono sentito sempre simpaticamente vicino. Questo viola un sacrosanto principio che dovrebbe essere riconosciuto dall’ONU. Dare modo al cretino di riconoscersi come tale e prendere coscienza è fondamentale. E se non è proprio un cretino, così potrebbe prendere provvedimenti.

Memoria corta: se non riusciamo a programmare oltre i tre giorni, non riusciamo neanche a ricordare fatti oltre il mese trascorso e quindi anche il perchè ce l’abbiamo con qualcuno. Se possiamo lo crocifiggiamo e poi passiamo oltre. E la politica se ne approfitta, ripulendo il sangue e riproponendoci dopo un pò la stessa minestra. Che accettiamo senza problemi, al massimo annusando un po’ il cucchiaio prima di ingerirne il contenuto. Siamo in lock down su un presente continuo.

Genericità: a furia di non sapere più conservare l’attenzione necessaria a leggere un messaggio più lungo di mezza pagina, approviamo tutto non capendo più niente.Sapendo poco di tutto e qualcosa di niente. Basta naturalmente che suoni bene e sia rassicurante, ovvero assomigli esattamente quello che ci aspettiamo che si dica. Sennò crea problemi. Ad esempio il politico deve parlare di sinergia e resilienza, il Papa benedire urbi et orbi, Miss e Mister Universo parlare della pace nel mondo, il cantante in voga usare un linguaggio che riesca a trasgredire ancora qualcosa etc etc

Bolla: sostantivo che sostituisce la parola fiducia. Significa guardare il mondo da uno specchio concavo. Se la pensi come me sei nella mia bolla. La bolla ospita solo quelli che la pensano come me. Ma se la pensi come me la mia non può essere che la verità. Cio che è nella bolla perciò è degno di fiducia, se è fuori è una fake fatto ad arte per fuorviarmi.

Terrapiattismo: alla fine hanno ragione loro, i terrapiattisti. Il mondo, per come lo vedono tanti, è piatto. Il trionfo di flatland. Anzi è fatto a fette, ognuno vive in una fetta. Chi finisce negli spigoli è fregato. La terza dimensione, quella curvilinea, è per i sempre più ridotti romantici amanti della filosofia, della politica con la P maiuscola e della cultura,.Per il resto ogni fetta è una tavola verde di forma quadrata con tanti circuiti stampati sopra e alcuni canali di comunicazione per i mezzi fisici. Uno è Suez: se si ostruisce, siamo rovinati. Se invece per un po’ non ci fossero le rotondità non sarebbe un problema.Si può vivere senza filosofia, democrazia e romanticismo: senza carta igienica e mascherine si tratterebbe di fronteggiare, disarmati e per giunta da due lati opposti, un problema insormontabile di contenimento degli orifizi.

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Luce e altro

A Maggio ci sarà di nuovo Italia Book festival con tante cose interessanti

Il Laboratorio ‘Vie brevi’ questa volta è dedicato al tema della luce. Stanno arrivando brevi interessanti, avete tempo fino al 3 Maggio

Torna “Le vie brevi” nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio! Leggete le istruzioni e inviate i vostri racconti a barzhaz@loggione.it Se il noir vi ha intrigato e se l’amore vi ha colpito (dato il numero dei racconti ricevuti dobbiamo dire che è stato peggio di Cupido!), perché questa volta non cimentarsi con..la luce?Questa volta tema del laboratorio di Barzhaz ‘Le vie brevi’ nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio sarà dedicato proprio alla luce. La luce è tante cose: chiarezza e benessere, ma anche rivelazione e accecamento. Traguardo ma anche inizio. A voi scegliere il punto di vista. Sorprendeteci!Racconti brevi, diciamo sulle 250 parole che sappiano illuminare questi nostri bui giorni . Se di amore era difficile scrivere (ma ci siete riusciti) scrivere di …luce rischia di essere ancora più arduo. Anche perchè scrivere breve di per sè non è affatto facile!Allo stesso tempo però mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. E viceversa la brevità è stata il trampolino di lancio per tanti autori.Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a Settembre ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Italia Book Festival.#racconti#raccontibrevi#barzhaz#italiabookfestival

Altra cosa, anzi due :

1.Scriptor è arrivato alle semifinali …

2. Maibuk è un social assai interessante e in crescita: dategli un’occhiata se potete…

è inoltre possibile che durate il festival ci siamo delle sorpese interessanti…stiamo registrando e provando qualcosa in questi giorni

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D.A.D.: Delirio a Distanza

E’di oggi la notizia della studentessa bendata per assicurarsi che non copiasse.

Crediamo che non esista immagine più rappresentativa del fallimento di un sistema cui corrisponde l’altrettanto iconica immagine che rappresenta l’atteggiamento delle istituzioni e di certi docenti:

Che non vogliono vedere i danni che stanno procurando a più generazioni e non vogliono constatare la totale inadeguatezza di un approccio didattico ottocentesco che tentano, inutilmente di rendere fruibile con qualche goffa iniezione di tecnologia

Che non vogliono sentire le richieste di genitori e studenti, tese almeno a superare con un comune sentire questo periodo, trincerandosi dietro ordini di servizio, l’immancabile privacy e regolamenti scritti sulla luna.

Che non comunicano o comunicano a sproposito, sventagliando compiti agli orari più impensati e non pianificando compiti, interrogazioni ed esercitazione, traformando in un rodeo o meglio in un assalto alla diligenza ogni finestra di ritorno (fisico ) a scuola, invece di dedicare questo tempo all’ascolto dei ragazzi, che accusano un disagio sempre più sordo, acuto ed evidente.

A quando una scuola che sappia tornare alla parola, alla centralità della persona e alla cultura della relazione e dell’ascolto? Lavorando da anni con i ragazzi di tante scuole sappiamo che questo è quello che vorrebbero e che vorremmo anche noi…

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A settembre ripartono i corsi di Barzhaz

Incredibile ma vero in un attimo siamo alla terza edizione di Barzhaz corso base e alla seconda del corso avanzato.

Quindi a settembre 2021 partirà il terzo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Sono aperte le iscrizioni! Per partecipare inviare una mail a: barzhaz@loggione.it se volete più info vedete qua , e qui sotto.

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori
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Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)