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Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)