Una volta ero Flesherman…

«Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora. Ma una parte di me sta franando in me stesso. È come se ai piedi della mia identità si fosse spalancato».
Il concetto di frana è quanto mai appropriato nel romanzo di Giuseppe Aloe Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino, pp. 196, € 16,00). Scritto dall’autore in due riprese intervallate da qualche anno, delle lettere di Hagenbach, che occupano molte intense pagine al cuore del romanzo, Aloe in una recente intervista ha dichiarato: «era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer». Questa malattia è di per sé, in effetti, una tragica caduta in se stessi, una implosione vista al rallentatore. Il termine “frana” poi suggerisce per assonanza quello di “trama”. Ma la trama, la chiave del libro, gli è venuta alcuni anni dopo, da un episodio di cronaca che riguardava il presunto ritrovamento a Berlino negli scantinati dell’ospedale della Charité nel 2009 della salma di Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria il cui corpo nel 1919 fu gettato in uno dei canali della Sprea che incrociano la celebre Unter den Linden. Ora, succede di frequente in letteratura che quando una storia poggia su solide realtà e incontrovertibili accadimenti personali e storici la narrazione che ne scaturisce subisca una deriva verso dimensioni insolite, oniriche al confine con il fantastico. Pare sia questo il caso del criminologo di fama internazionale Flesherman, cui viene diagnosticata una forma di demenza senile e che recatosi a Berlino per l’affaire Luxemburg, apprende della scomparsa dello scrittore Hagenbach, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca dello scrittore. «Si tratta di Hagenbach. Così esordì. Hagenbach?, chiesi. Sì, lo scrittore. Lo conoscevo. Avevo letto qualche suo libro. Anche di recente. Passando davanti a una libreria avevo comprato un suo romanzo. Forse l’ultimo». Questa ricerca ossessiva, condotta in una singolare Germania onirica, acquatica, sospesa tra passato e futuro, è come si intuisce, omericamente una ricerca di sé stesso. Flesherman è una sorta di Ulisse, che deve sfuggire ai mostri che la mente malata gli mette continuamente sulla strada, a frapporsi tra lui e la verità, tra lui e la realtà.

La metamorfosi
«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente. Quasi fossi un ragazzo, proprio uno di quelli che vedi correre sulla spiaggia, senza pena e rimorsi e non un uomo di sessantanove anni, affacciato sul limite del niente. Certo ho ancora un sistema per riconoscere le cose. Le so valutare. Riesco a trovare il bandolo delle vicende, anche se a volte si confondono. Diventano come una maglia con innumerevoli fili. Allora lascio perdere».
Il romanzo, costellato di richiami colti alla psicanalisi e alla grande letteratura, si incentra sul concetto di metamorfosi, e lo fa dichiaratamente. La malattia perseguita il protagonista, è una lebbra dell’anima che gli strappa pezzi di identità e di memoria via via che la sua ricerca continua. Il parallelo con Kafka è dichiarato e aperto, come si legge a più riprese nel romanzo: «Una mattina Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme insetto. Che ora se ne stava nell’orecchio di un cartellone pubblicitario, proprio nel condotto uditivo, e rimaneva fermo. Impassibile, proprio in vista. Tutti lo potevano osservare. Aveva superato il senso della vergogna, evidentemente. Non sentiva più vergogna. Era alla luce del sole. Aprii la finestra e gridai: ritorna nella tua stanza Gregor. Nasconditi, e poi la richiusi con forza». Solo che i mostri adesso non sono confinati in una stanza, hanno libero accesso a tutta la vita di un uomo e a tutto il suo mondo, presente passato e futuro e sono, anche per l’innegabile abilità dell’autore di intrecciare reale e immaginario senza far percepire al lettore i punti di sutura tra i due mondi, indistinguibili dalle entità reali. E così, di rimando letterario in rimando viene da pensare che forse il vecchio professore sia in realtà già morto senza saperlo, come sarebbe piaciuto a Kafka. In effetti, quando il protagonista raggiunge il mare e approda a Travemunde succede qualcosa di strano: «Avevo preso alloggio all’Hotel Riva proprio di fronte al mare. Chissà perché questo nome italiano?, mi ero detto varcando la soglia». Quel nome ci sembra un neanche tanto velato richiamo a Il cacciatore Gracco, scritto da Kafka nella prima metà del 1917. Lo scrittore ebbe un rapporto curioso con il lago di Garda, e in particolare con la città di Riva del Garda e la storia del racconto è quella di un “non vivo” che però è condannato a un eterno peregrinare per mare nel mondo reale. Come Flesherman.
«Lei è morto?. Sì – disse il cacciatore – come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto. Eppure lei vive ancora, disse il sindaco. In un certo senso – disse il cacciatore – in un certo senso». Tutti i protagonisti di una buona storia non l’attraversano ma indenni, cambiano, in un certo senso. E il professore che cerca lo scrittore scomparso non fa eccezione, subisce una metamorfosi tremenda, inesorabile e che tuttavia è allo stesso tempo ancora un poco aperta verso la speranza, verso la possibilità di recuperare sé stessi e il senso della propria vita.

Un treno allegorico che unisce personaggi di grande spessore
Il treno (i treni che sono onnipresenti nella storia), è il vero motore della narrazione. Il treno è allegoria del viaggio e della ricerca in se stessi, congiunge parti della storia e parti della vita del protagonista, la cui distanza relativa si è dilatata a dismisura a causa degli effetti della malattia che lo affligge, conferisce alla narrazione e al ricordo il giusto colore e il giusto ritmo, permette di dar fiato a belle descrizioni di ciò che fisicamente e spiritualmente circonda Flesherman. Non a caso la brusca cesura della fine della ricerca e del ritorno a casa che caratterizza la parte finale del volume, è caratterizzata da un mezzo di trasporto assai più veloce e in un certo senso al di sopra delle cose terrene, l’aereo, con cui la moglie lo accompagna simbolicamente verso l’epilogo.
Ma la maestria di Aloe si manifesta anche nel tratteggio dei molti personaggi femminili che costellano la storia come la prostituta Vanderlei, compagna di avventure del protagonista oppure Odette, la sua passione giovanile. Donne sensuali, forti e intelligenti al punto da sembrare a tratti onnipotenti a cui fa da contraltare la moglie di Flesherman, che assomiglia più a una madre che a una compagna di vita, una madre che allo stesso tempo asseconda e veglia il figlio, lasciandolo partire per la sua ultima avventura ma sorvegliandone a distanza il percorso, pronta ad intervenire come in effetti fa (non è un caso del resto che l’autore abbia dichiarato di immaginare di scrivere delle lettere alla madre quando stendeva le prime pagine del libro).
D’altra parte la figura della prostituta è essa stessa oggetto nella narrazione di un complesso gioco di specchi: «Mentre avanzavo nella piazza iniziai a pensare alla donna che avevano ucciso al posto di Rosa Luxemburg. Dovevano pur mettere qualcuno nella bara. Immaginavo un gruppetto di Freikorps che si aggira per la piazza alla ricerca di qualche prostituta. Una di quelle solitarie che fanno il mestiere da poco. Magari ancora giovane, inesperta. Uno del gruppetto va in avanscoperta, adesca la donna, la porta in un vicolo e qui viene raggiunto dagli altri, e la uccidono. Poi la buttano nel fiume. Se Bausch aveva ragione migliaia di persone in quasi cento anni erano andate sulla tomba di Rosa Luxemburg e avevano rivolto un pensiero a una prostituta innocente, uccisa senza motivo. Così è la storia, pensai: una beffa. Una colossale beffa».

Il tempo del commiato
Notevole la parte terminale del romanzo, dove il protagonista, ormai assediato dalla malattia, è poco più che un’ombra: «E invece ecco: accelerazione. La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. Era più vicina di quanto pensassi. L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo. Forse fu proprio dopo quella rivelazione, mi sembra, sdraiato nel letto a guardare il cielo estivo dalla finestra, che iniziai a maturare la decisione di scrivermi delle lettere. Ma forse non proprio lettere. Riflessioni, brevi messaggi, valutazioni da un altro universo. Come Hagenbach aveva fatto con la moglie. Il senso della vita che si eclissa riversato su carta. Solo che questa volta io le avrei scritte a me stesso».
Chi scrive con regolarità a se stesso, fondamentalmente sta tenendo un diario. E il romanzo, che ora da epistolare si fa intimo e personale, sancisce con pagine costellate di immagini degne di nota questo percorso di dissoluzione e fuga dalla vita «Ognuno sa di avere un’alleanza con sé stesso. Ed è l’unico concordato che non si deve infrangere. Altrimenti arriva veloce e senza riguardi la necrosi del cuore. Mi sento alla fine di un mandato. Manca solo qualche atto formale, poi ecco la scadenza naturale. Fra poco presenterò le mie dimissioni dal genere umano. Il mare della tranquillità. Io voglio arrivare lì».
Ed è qui, alla fine di questo viaggio, che Aloe depone il suo mandato di narratore nelle mani del lettore, che crediamo ne resterà soddisfatto.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

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