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Rivisitare l’Inferno o della cura dell’anima.

Un’argomentazione chiara
e semplice su temi complessi
di Massimiliano Bellavista
L’immaginario diffuso e condiviso oggigiorno, in egual misura tra chi crede e chi no, prevede che l’inferno che ci raffiguriamo mentalmente alla sola evocazione della parola o del concetto sia, sostanzialmente, quello dantesco. E esattamente come non occorre essere religiosi per avere una certa idea dell’inferno, non occorre nemmeno aver letto Dante per sintonizzare la propria mente sugli scenari angoscianti più tipici e scontati della Commedia. Perché?
La commistione di registri stilistici tipica della Commedia e l’ampio uso del registro realistico ai fini della trasposizione della realtà mondana nella dimensione ultraterrena forniscono una tale e vivida rappresentazione realistica che non poteva non influenzare, attraverso i secoli, schiere di lettori e artisti. Poi è arrivato Gustave Doré, e il suo novum nell’immaginario occidentale che ha definitivamente imposto un canone fatto di abissi, demoni, forconi, contrappassi e stridore di denti.
Per Dante tutto ciò in ultima analisi derivava da una specifica esigenza di categorizzare e analizzare il mondo in cui viveva, per la Chiesa, c’era la necessità di trasferire e restituire ai credenti, anche visivamente, il concetto del castigo eterno e della sofferenza dei dannati.
Dal punto di vista teologico, il tema della punizione eterna è a tutti, fedeli e non, assai ben noto. Tuttavia, come l’arcivescovo Andrè Lèonard ben riporta nella sua Prefazione al volume del sacerdote e mistico Yvon Kull, Rivisitare l’Inferno. O come divenire immortale (Rubbettino, pp. 186, € 18,00), «Dopo decenni, sono convinto che il problema più difficile della teologia sia quello dell’inferno, concepito come castigo eterno e sofferenza eterna dei dannati. Già Origene, nel terzo secolo, non sopportava il pensiero di una punizione eterna, senza alcuna prospettiva di riparazione di colpa e di salvezza». Singolare ma fondamentale tema, quello degli ultimi fini, su cui stranamente sia la predicazione della Chiesa che la riflessione teologica sono negli ultimi decenni quasi mute, lasciandoci di fatto spiritualmente ancorati alle immagini dantesche. E l’orizzonte laico non è meno silente, essendo del resto la nostra storicamente la società più ritrosa e refrattaria a temi come la morte e l’aldilà. E allora merito a chi almeno prova a discuterne.
Un’argomentazione elegante e non dirompente o distruttiva
Ma l’autore, dall’alto della sua lunga esperienza e del suo lunghissimo percorso di fede nella Congregazione ospedaliera del Gran San Bernardo, si guarda bene dal porsi in modo distruttivo, fuori dai canoni della Chiesa. Lo dice a più riprese, anzi sottopone volutamente il suo pensiero, attraverso questo libro, all’esame di tutti, in primis della Chiesa stessa. A ben vedere in effetti, il volume di Yvon Kull non è stato scritto per mettere in discussione la fede o la religiosità di alcuno, ma solo per suggerirci un altro e forse più fertile paradigma interpretativo dell’aldilà.
L’autore dispone di una larga cultura filosofica e teologica, ma deliberatamente ha voluto scrivere in un linguaggio semplice, pedagogico si direbbe, e non specialistico.
La tesi centrale è semplice quanto immensa. Si tratta della libertà individuale, ovvero e con altre parole, ciò che Dio ci impone e ciò che rimane nelle nostre mani, ancorato alla nostra personale decisione. In principio, vi è una sorta di imposizione che caratterizza un Dio che, senza evidentemente poterci consultare, ha imposto all’uomo l’esistenza con l’intento di potergli far vivere una vita destinata all’eternità. Ma, secondo l’autore, qui si ferma l’imposizione e l’esistenza non è uguale all’immortalità. Se quindi Dio ci offre l’opportunità di rispondere con un sì o con un no alla sua offerta, in questo secondo caso la punizione eterna di connotazione dantesca non avrebbe alcun senso. Dio quindi, secondo l’autore, che fonda le sue considerazioni su fonti autorevoli a cominciare dalla dottrina di Sant’Ireneo, «risponderebbe al nostro rifiuto non imponendoci l’esistenza eterna ma lasciandoci ritornare al nulla. L’inferno eterno sarebbe quindi la caduta nell’inesistenza eterna».
Tesi che come si comprende subito non lascia indifferenti e che si scontra prima di tutto con il nostro immaginario, cui ci si riferiva poc’anzi, e anche e di conseguenza con la più corrente interpretazione dei testi biblici. Tuttavia, questa tesi, come l’autore notare ricorrendo alla sua esperienza di interazione con i credenti, risponde a una esigenza che trova riscontro e consenso tra molte categorie di fedeli. Come dire insomma, che il nostro modo di pensare, come la società, è cambiato e che quindi con tutta probabilità occorrono nuovi pensieri e testi in grado di rispondere a un crescente disagio.

La crisi della fede e la ricerca di nuove categorie
«Non so perché, tu che tieni questo libro tra le mani t’interessi all’inferno» dice l’autore all’inizio del volume. Probabilmente accade perché il lettore sente, al di là delle possibili critiche, la genuinità del suo pensiero, la volontà costruttiva e non distruttiva con cui si è strutturato nel tempo. In poco meno di duecento pagine sono condensati trent’anni di riflessioni profonde, che hanno in primis plasmato la vita dell’autore stesso. «Un giorno ho pensato che se non avessi scritto questo libro, nessuno l’avrebbe mai scritto al mio posto, perché nessuno ha vissuto ciò che ho vissuto io stesso». Non sembri superbia. È che quote via via maggiori di fedeli esprimono un disagio e una difficoltà a inquadrare questo concetto, il convitato di pietra della fede, l’inferno. «Sarei in torto se volessi dare una lezione a chicchessia. So che il dogma dell’inferno è una pietra d’inciampo per molti sul cammino della fede cristiana. Sono numerosi quelli che non possono più credere in Dio a causa dell’inferno e della spiegazione che e ne dà. Numerosi sono quelli che credono in Dio, ma si domandano come amarlo veramente, se le sofferenze dell’inferno devono essere eterne. Come potrebbe un Dio permettere una tale atrocità ed essere amabile?».
La “seconda morte” che l’autore ci prospetta è un concetto chiaro e che restituisce il destino nelle mani dell’uomo stesso, in quanto sarà il suo libero rifiuto della grazia di Dio a determinarla. Anche questo inferno a ben vedere, alla fine è comunque eterno poiché la cessazione della vita è per sempre, l’annullamento, l’assenza totale intesa come ritorno al nulla, è irreversibile. Ma questa congettura è per certi aspetti rivoluzionaria e, a detta dell’autore, restituirebbe alla dottrina cristiana una parte significativa della sua originalità, della sua identità distinta rispetto a tante ‘religioni alla moda’. «Non ci sarà –non potrà esserci – una “vera” nuova evangelizzazione finché per così lungo tempo la Chiesa cattolica lascerà credere – peggio insegnerà – che l’anima è di natura immortale. Come volete che gli Hindu, i Buddisti, gli gnostici, quelli della New Age… – tutti quelli che per errore si credono immortali – abbiamo bisogno del nostro Gesù crocefisso per essere salvati dalla morte? Ai loro occhi, non hanno bisogno – come i cristiani – d’essere salvati dalla morte da un Altro perché si credono “immortali” in loro stessi».
Si tratta come si vede di un testo difficilmente classificabile, a metà com’è tra la teologia e il racconto di una vita, ma che ha l’indubbio merito di sollevare molteplici interrogativi, e anche di fornire alcune interessanti, originali e plausibili risposte, stimolando sicuramente la riflessione e il pensiero di tutti, non solo dei credenti.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 187, settembre 2021)