Un maestro assoluto del breve…

A Marzo avevamo parlato dell’inquietante Shirley Jackson , per il numero 8. La nona puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8) ci parla di uno scrittore raffinato, anzi raffinatissimo, ma assai poco o per niente conosciuto in Italia. Uno scrittore tormentato Stig Dagerman, complesso, un vero maestro del breve. Nato nel 1923 e segnato da una drammatica infanzia, ha scritto nella sua breve vita ( si suicidò nel 1954 proprio all’alba del suo successo letterario e di pubblico in Svezia) quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova con facilità in rete, ad esempio qui.

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – Uccidere un bambino

Ci sono racconti che ti rimangono dentro e te li porti dietro per sempre, racconti che in qualche modo ti hanno segnato nel profondo e che – proprio dalla prospettiva di uno scrittore di racconti – hanno persino cambiato il tuo modo di intendere la scrittura. Da quando, anni fa, ho letto per la prima volta Uccidere un bambino di Stig Dagerman, ho provato questa sensazione, e in ogni occasione che lo rileggo mi capita di pensare a quanto possa essere completa e potente anche una storia di cinque pagine scarse come questa. È stato per me necessario citarlo nella parte iniziale del romanzo Era l’11 settembre (ripubblicato in questi giorni da Nati per Scrivere), che parla – tra le altre cose – proprio di scrittura. Inutile dire, dunque, quanto ritenga indispensabile la lettura di questo racconto da parte di ogni persona che intenda scrivere; che si tratti di narratori di storie brevi o romanzieri non fa indifferenza, perché la bellezza non conosce limiti di forma né di dimensioni.

Ma qui, in questa rubrica, tentiamo soprattutto di analizzare i racconti migliori che si possano trovare in circolazione. E allora seguite innanzitutto il narratore onnisciente, che compie una panoramica sul paesaggio e dopo entra ed esce dalle case della gente, andando dal generale al particolare. La prima frase reca già un forte contrasto rispetto al titolo: “È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura”. Difatti l’atmosfera è idilliaca in questa domenica nella quale tra poco udiremo il suono delle campane, e intanto assistiamo alla scena di uomini che si radono, donne che canterellano, bambini che si abbottonano le camicette. Ma se ancora ci fosse qualche dubbio su ciò che sta per accadere, ecco la sentenza alla decima riga: “È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice”. Se sappiamo quanto sta per accadere, ancora però non sappiamo come. Seguiamo il bambino nel suo quadro familiare di una domenica qualsiasi, anzi l’ultima domenica della sua vita. Si sviluppa inevitabilmente tensione perché è vero – lo ripeto – che noi sappiamo cosa gli sta per succedere, ma lui no, non ne è al corrente (su questo concetto leggetevi la differenza tra suspense e sorpresa di cui si parla nel libro fondamentale Il cinema secondo Hitchcock scritto da Francois Truffaut. Hitchcock docet, sempre e comunque). Le persone che saranno implicate in questo dramma fanno programmi per un futuro imminente che non ci sarà.

Poi ci spostiamo sull’uomo che ucciderà un bambino: è felice, e mentre il benzinaio sta riempiendo il serbatoio fa una fotografia alla ragazza. Quando ripartono, l’uomo spiega che arriveranno al mare e lì affitteranno una barca; la ragazza lo ascolta e chiudendo gli occhi vede il mare. Attenzione ai dettagli: “Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue”, così come nella scena precedente il narratore aveva detto “Non vi sono ombre nella cucina”. Insomma, niente lascerebbe presagire al peggio, non ci sono segnali avversi. Continuiamo a seguire i due personaggi che tra poco si incontreranno, e lo facciamo in una sorta di montaggio alternato: l’uomo è ancora nel primo villaggio, il bambino è nel terzo. La madre nel frattempo si accorge di aver finito lo zucchero. I dettagli sono anche nei gesti, nei piccoli movimenti: il bambino che si allaccia le scarpe, il padre che piega lo specchio dopo la rasatura. Piccole e brevi inquadrature che mostrano gli oggetti (alla maniera di Martin Scorsese in Toro scatenato, per fare un accostamento cinematografico): “Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche.”

Ora la madre manda suo figlio a prendere lo zucchero da una famiglia che abita dall’altra parte della strada. Deve far presto, il padre gli grida che c’è una barca ad aspettarlo e insieme remeranno nel fiume; lui pensa a questo, “al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e che la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e per molti altri ancora”. È un impietoso conto alla rovescia. Attenzione anche alla simbologia della barca, la quale non solcherà nessun mare, nessun fiume, rimarrà ferma dov’è, così come il bambino la cui vita tra poco sarà interrotta. Il bambino attraversa la strada e l’auto blu dell’uomo che lo ucciderà entra nel secondo villaggio, in cui tutto è tranquillo, e ne leggiamo la descrizione: “È un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina con la tazza del caffè in mano”. L’auto al momento viaggia veloce e compaiono “i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie”, ed ecco dunque primi segnali funesti, l’avvisaglia di una tragedia incombente. L’autore ci tiene a rimarcare che “Non è certo un uomo cattivo” come a dire che questa è una disgrazia che potrebbe capitare a tutti, “Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino”. Siamo vicini al terzo villaggio, la donna chiude di nuovo gli occhi e immagina il mare. C’è ora il periodo più bello e d’impatto del racconto, che non riporterò (è un’unica frase di una quindicina di righe, e non voglio togliervi il piacere di leggerla nel flusso della storia). Ci troviamo un minuto prima dello scontro e prima che le vite di tutti gli attori coinvolti cambino drasticamente. La scena è di una nitidezza incredibile, come nel cinema. “Dopo è troppo tardi”, il fatto è già compiuto. Dopo, ogni cosa è perduta. Fra tutte le ferite, il tempo non potrà guarire questa, e ancora scorrono frasi di una saggezza lucidissima. Al ritorno, per l’uomo che ha ucciso un bambino e la donna ci sono solo ombre e silenzio. La vita si è rivelata in tutta la sua spietatezza, in un solo e decisivo attimo, e per loro – così come per i genitori del bambino – niente sarà più come prima.

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