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Anatomia di un racconto fa…10

A Settembre avevamo parlato di Stig Dagerman , per il numero 9. La decima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8; Nr 9) ci parla di uno scrittore assai interessante, dotato di un’ironia del tutto particolare e anche di una capacità unica di destreggiarsi tra reale, fantastico e autofinzione.Etgar Keret (1967) è uno scrittore israeliano di notevole successo, tradotto in decine di Paesi, e in Italia. Autore di racconti brevi e sceneggiature, il suo stile è inconfondibile.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto interessanti . Il racconto a cui fa riferimento si trova qui sotto. Sfido chiunque, anche non scrittore, che abbia dovuto comunque confrontarsi con il mondo della scrittura a dire di non aver guardato almeno una volta, con un misto di rabbia e impotenza, alla mitica città delle idee perdute. Su una cosa però non sono del tutto daccordo con Keret. Suggerisco comunque di andare sempre in giro con un piccolo taccuino (a proposito, l’etimologia di questa parola è molto interessante) e una matita al seguito. Molto meglio del telefono, anche perchè non sempre l’idea fuggente si manifesta in forma di parole…

Anatomia di un racconto – La città delle idee perdute

Etgar Keret ormai ci ha abituati alle sue storie lampo, alla base delle quali risiedono idee semplici e geniali allo stesso tempo. Il tutto funziona perfettamente in un meccanismo preciso, nell’arco di poche pagine, anche soltanto due o tre, e spesso ne rimane un senso profondo, che – come già detto in una precedente occasione citando le parole di Cortazar – “va molto oltre il piccolo e talvolta miserabile aneddoto che racconta”. Negli anni lo abbiamo imparato a conoscere con raccolte come All’improvviso bussano alla porta, Sette anni di felicità e Le tettine della diciottenne. Ma qualche volta un suo racconto ci viene concesso durante la lettura di riviste e inserti culturali, come quello di cui parliamo oggi, La città delle idee perdute, pubblicato su La Lettura nel numero di domenica 12 dicembre 2021 (nel 2019 invece venne anticipata un’altra sua brillante short story, La penultima volta che mi spararono da un cannone, tratto da Un intoppo ai limiti della galassia). Tre colonnine in fondo alla pagina per un piccolo gioiello, una vicenda come tante in realtà, uno scrittore che dimentica l’idea per una storia, eppure così significativa, persino universale.

La dedica iniziale recita così, ed è già un indizio: “In memoria di tutte le grandi idee che non sono mai diventate storie”. Si comincia da un evento letterario al quale Keret è stato invitato (come in molti suoi racconti, realistici o fantastici che siano, c’è lui stesso al centro della scena). Siamo a Milano, nel cuore della città. Nelle prime righe pare di stare in uno di quei sogni dove siamo in mezzo alla folla e domina il senso di inadeguatezza, infatti il nostro protagonista ci comunica che “delle duecento persone presenti sembravo l’unico a indossare una maglietta non stirata e dei pantaloni sgualciti”. Un attimo dopo, mentre sta per salire sul palco, Keret inciampa in maniera goffa producendo un rumore che richiama l’intera sala. Si rialza alla svelta e si avvicina alla sua poltrona, ma l’episodio difatti gli ha procurato un certo imbarazzo. Proprio in questo momento però gli balza in testa “una meravigliosa idea per un racconto”, come un’epifania nascosta tra le pieghe del mondo. Fosse stato in un’altra situazione, non ci sarebbe voluto molto a tirar fuori il telefono e ad annotare lo spunto. Ma in quel caso l’autore non azzarda, è convinto che già l’episodio della caduta lo abbia presentato in un modo non proprio impeccabile. L’idea la trascriverà una volta terminato l’incontro, è questo ciò che pensa. Dopo un’ora e un quarto di intervista, però, quella traccia folgorante è svanita.

Che un’idea si perda nel nulla può essere accaduto a tutti. Quando accade agli scrittori, è un po’ come una creatura non nata; forse non sarebbe cresciuta lo stesso, rimanendo per sempre a un livello embrionale nella mente del suo possibile autore, ma almeno ci sarebbe stata, lì, a disposizione, per essere eventualmente sviluppata. In questo caso invece no, è andata, finita nel deposito gigantesco delle idee smarrite. Chissà che qualcuno, magari il suo legittimo proprietario, non la reclami in futuro.

Ed ecco il periodo chiave del racconto: “Se c’è una cosa che tutte queste idee perdute hanno in comune, è che erano le migliori che avessi mai avuto. O almeno è così che le ricordo. Per quanto possa sembrare strano, non ho mai dimenticato un’idea mediocre o scadente: quelle si fissano per sempre in fondo alla mia mente. Sono solo quelle veramente buone che svaniscono nell’oblio.” Da qui – come spesso accade nelle sue storie, in conseguenza di un fatto banale, quasi insignificante –  partono riflessioni esistenziali di Keret, sul suo paese, sulla morte, sul dolore. E una frase che racchiude la verità del racconto: “Le piangiamo perché, a differenza delle idee che sviluppiamo e nutriamo per anni, quelle che dimentichiamo sono prive di difetti e carenze, offrono il potenziale della perfezione.” L’ultimo pezzetto, catartico e ineccepibile, lo lascio alla vostra lettura, casomai vi capiti di recuperare questo racconto da qualche parte. Ma quello che abbiamo detto finora basta e avanza – se così vogliamo fare un accostamento più generale alle nostre vite – per ragionare su ciò che abbiamo perso e su ciò che, invece, abbiamo conservato. Per scoprire che poi, può darsi, la perdita non sia che un’opportunità come un’altra insita nella natura umana. Ci troviamo a rimuginare su qualcosa che non c’è più, sguazzando addirittura nell’ossessione di recuperarla; intanto il bolide della vita ci scorre accanto veloce, e lo guardiamo come dal finestrino di un passeggero in autostrada. Forse quella città delle idee perdute, laggiù nella vallata, possiamo osservarla da lontano, resistere al fascino delle sue luci abbacinanti, e a un certo punto voltare le spalle per tornarsene a casa.

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Esce Equilibrium

Equilibrium esce nei prossimi giorni .

Una cosa di cui sono davvero molto felice e orgoglioso.

Ringrazio i molti che hanno creduto e collaborato a questa bella avventura (cui seguiranno altre traduzioni) che permette di leggere in inglese una storia cui tengo molto.Valentina Rossini e Gabriel Rowland in primis, e gli illustratori di questo bel volume.

Il libro non è solo bello, è anche un esperimento.

I libri bilingue sono in circolazione da tempo, ma sembra che la loro utilità nei luoghi dove avviene l’apprendimento di una lingua straniera sia ancora in qualche modo sottovalutata.

È anche vero che ci sono diversi libri bilingue, per bambini e adulti,  che sono stati prodotti senza tener conto di alcuni dettagli importanti, che se applicati, renderebbero questi tipi di pubblicazioni più attraenti e fondamentalmente utili al loro scopo.

Perché lo scopo fondamentale di una storia in versione bilingue, se prodotta con cura e attenzione, è quello di portare il lettore a confrontarsi con la lingua straniera che sta apprendendo evitando lo sforzo mentale che solitamente si crea quando ci si confronta con il solo testo straniero.

La natura “a specchio” del libro bilingue aumenta, anziché diminuire, l’oppotunità di “assorbire” in contesto e in complesso, termini ed espressioni che potrebbero semplicemente sfuggire leggendo solo il testo in lingua straniera.

Per questo è essenziale tradurre il testo originale avvicinandoci il più possibile ad esso, evitando però qualsiasi forzatura della lingua (che significa: scegliere la traduzione letterale di una frase o espressione, facendola suonare innaturale perché non usata nella lingua tradotta), e dove proprio è necessario, per esempio con termini o espressioni intraducibili, inserire note di spiegazione.

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Recensio a Roma e Siena. Nuove scuole e un articolo

E mentre a Roma al Liceo Tasso il progetto ‘Libri allo specchio’, gemello di Recensio, sta andando alla grande, oggi abbiamo aggiunto alla lista anche l’ Istituto di Istruzione Superiore Tito Sarrocchi. E’ stato bello e impegnativo far partire il progetto di lettura e scrittura con i ragazzi, che ringrazio per l’attenzione dimostratami. Intanto il Premio Asimov, ad un mese dalla scadenza, ha già raggiunto ben 9000 studenti iscritti

Per quanto rigiuarda l’Asimov,questo ol calendario degli incontri organizzati e che si possono seguire sul canale del Premio stesso ( https://www.youtube.com/c/PremioAsimov) :

17 gennaio Marco Ciardi ospite del Liceo Scientifico “Filippo Masci” di Chieti, evento curato da Federica Odorisio;
18 gennaio Agnese Collino ospite del Liceo Scientifico “Albert Einstein” di Teramo, evento curato da Emilia Marchitto;
19 gennaio Licia Troisi ospite del Convitto Nazionale “Domenico Cotugno” annesso Liceo Classico di L’Aquila, evento curato da Grazia Di Lorito.
20 gennaio Paul Sen ospite del Liceo Scientifico “Galileo Galilei” di Pescara, evento curato da Rosa Zollo;

Nel frattempo è uscito anche questo articolo.

Storia (a cura di La Redazione) . A.XVI, n. 172, gennaio 2022

La storia veradi un crimine “inventato”
di Massimiliano Bellavista
I turbamenti di una piccola comunità in un angolo nascosto di Francia

E chi l’ha detto che solo una storia inventata, ben congegnata possa fare di un libro un autentico noir? Eppure basta leggere la cronaca per capire che la realtà spesso mette la freccia e supera di slancio anche la fantasia più spinta. È noto il rapporto quasi simbiotico tra alcuni grandi scrittori del genere e la cronaca nera: Camilleri, Simenon su tutti, che la cronaca la masticava e rimasticava fino a tirarne fuori l’essenziale umano, per trattare un crimine inventati a misura di realtà, per evitare nel lettore una “crisi di rigetto”, contrastata da una robusta iniezione di credibilità e verità. Del resto se il crimine è pretesto per indagare la natura umana, è del tutto ovvio che possa accadere anche l’opposto.
La giornalista francese Florence Aubenas ha investito sette anni di ricerca per operare questa simbiosi, nel suo Lo sconosciuto delle poste (Feltrinelli, pp. 240, € 17,00). Perché la realtà, oltre che fonte di autenticità è anche un’altra cosa: è complessa. E davvero molto complessa è la concatenazione di fatti e che inizia la mattina del 19 dicembre 2008 a Montréal-la-Cluse, un borgo francese al confine con la Svizzera.
Catherine Burgod, quarantenne, incinta, impiegata postale viene trovata uccisa con ventotto coltellate nel suo piccolo ufficio. Dalla cassaforte sono spariti poco meno di 3.000 euro. L’ufficio, nel cuore del paese, si affaccia su una via stretta e ha un’unica entrata: eppure nessuno ha visto né sentito niente.
La comunità è sufficientemente piccola affinché, in più riprese, tutti vengano ascoltati dalle forze dell’ordine. E qui ci sono pagine che colpiranno il lettore, anche per lo stile brillante e coinvolgente, a cominciare da quelle che descrivono la maldestra opera d’indagine che ci mette più tempo del dovuto ad escludere l’ovvio candidato ad assumere il ruolo del colpevole, ovvero il (quasi) ex marito. Nella vita reale del resto, quando c’è bisogno difficilmente spunta un Hercule Poirot disponibile a sciogliere tutti i nodi, piuttosto si tratta di investigatori (e avvocati) di provincia, spesso assai più preoccupati di non fare brutta figura coi colleghi di città e con la stampa che di pianificare scientificamente un’indagine. «L’ipotesi del dramma passionale si scontra con un elemento inconfutabile: il Futuro Ex è totalmente innocente. Nel suo bestiario privato, un esperto lo classifica nella specie dei miracolati della scienza. Trent’anni fa, seppure innocente, quasi sicuramente sarebbe finito davanti a una Corte d’assise e – chissà ? – forse si sarebbe trovato nella specie decisamente meno piacevole degli errori giudiziari. Tuttavia, in pochi decenni, la Scientifica è diventata un elemento essenziale della macchina giudiziaria. Nelle poste piccole sono state scoperti alcuni indizi, soprattutto genetici, in punti strategici della scena del crimine. […] Ora, quell’impronta genetica non appartiene al Futuro Ex né ai suoi familiari. La perquisizione a casa sua non ha dato esiti, il test con il Bluestar nemmeno. Dopo un mese l’inchiesta a Montréal-la-Cluse è in caduta libera».

Una verità stritolata negli ingranaggi della giustizia
Sembra di leggere il Gide dei Fatti di Cronaca o piuttosto de Il caso Redureau. Solo che c’è una differenza non trascurabile: in quest’ultimo caso il protagonista è un ragazzo intelligente, che ha conseguito il diploma e di cui nessuno ha mai avuto a lamentarsi di lui, né i suoi datori di lavoro, né i compagni, né tantomeno la gente del paese. Di lui tutti sanno che non ha mai manifestato cattivi istinti, non è litigioso e non si è mai mostrato crudele con gli animali. Nel libro di Aubenas invece la situazione è esattamente invertita: entra in scena, è proprio il caso di dirlo, Gérald Thomassin, un attore, giovanissimo vincitore di un premio César come promessa del cinema, già interprete di una ventina di film prima di cadere in disgrazia. È lui, fannullone alcolizzato e piantagrane, con la sua banda di emarginati, a divenire presto agli occhi degli inquirenti il colpevole ideale. Del resto è qualcuno che ciondola in paese senza scopo. Uno straniero che nessuno conosce e che si è fermato in luogo dove «Alla stazione, i treni passano senza fermarsi».
La sua vita è una parabola: scelto dal cinema perché volto “vero” della periferia e specchio dell’emarginazione, dopo la notorietà emarginato ritorna. Ma un emarginato sui generis, che solo una grande penna poteva rendere in tutte le sue sfaccettature. Quando si parla di lui, il noir subisce una metamorfosi e diventa romanzo a pieno titolo un romanzo di una vita scritto assai bene, con la giusta dose d’emozione, di tragicità e anche di ironia caustica. «Fino alla morte di sua madre, Thomassin si è sempre arrangiato per trovare un riparo, spesso a casa delle donne. Le incontra nel mondo che frequenta in quel momento, il cinema o la galera, assistente di scena o assistente sociale».

Una fine spiazzante
Sarà Thomassin il colpevole, o qualcuno che si cela nell’ombra, in dettagli apparentemente insignificanti di cui la realtà, non i romanzi, è piena?
La prima regola è non svelare mai il finale. Ma qui potremmo anche farlo, e davvero non ruberemmo nulla al lettore, proprio perché il volume ha una sua dignità letteraria che va oltre la costruzione tipica del noir e dell’indagine giornalistica. La figura di Raymond Burgod, il padre della vittima, su tutte, è degna di menzione. Sarebbe facile cadere nel melenso o nel banale, ma non è questo il caso. L’uomo, roso dal dolore ma anche dall’impotenza acuita dal suo passato di influenza sociale e di vicinanza al potere, anima tutto il libro con la sua irrequietezza, la sua crescente tragica consapevolezza, accompagnata da una vecchiaia sempre più pesante da sopportare, di quanto un mondo fino a poco prima perfettamente chiaro prevedibile possa in realtà essere oscuro e spietato. «Raymond Burgod ha l’impressione che la mente lo tradisca, che lembi di memoria svaniscano. Si passa la mano trai capelli che il parrucchiere ha lasciato un po’ più lunghi sulle orecchie, un dito appena “come quando ero giovane”. Non riesce a credere che sua figlia sia stata uccisa da qualcuno che non aveva niente a che fare con lei. Un perfetto sconosciuto».
Un libro degno di nota e assolutamente da non perdere, degno del miglior Emmanuel Carrère.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XVI, n. 172, gennaio 2022)

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IL 10 Gennaio alle Oblate a Firenze

Sfidiamo tutte le difficoltà del grave momento parlando di qualcosa di cui abbiamo tutti bisogno. L’equilibrio inteso come conquista di una nuova visione e di una maggiore serenità, ma anche di un miglior grado di comprensione del cambiamento. La parola, scritta e parlata, non può che aiutarci. Non rinviamo niente. Ringrazio le Oblate e il Comune di Firenze per questa opportunità. E ovviamente Max Arcangeli. Ho voluto fortemente parlare di letteratura breve come terminale e allo stesso tempo catalizzatore del cambiamento e del raggiiungimento di un successivo equilibrio. Ho voluto fortemente essere accompagnato in questa avventura da due amici e da due ottimi scrittori come Paolo Ciampi e Mirko Tondi.

Venite se potete: la letteratura e anche il solo parlarne è davvero un ottimo antivirale per l’anima e contro la paura.

10 gennaio 2022
Ore: 17:00
Biblioteca delle Oblate

EQUI-LIBRI, narrazione breve, lettura e scrittura in un mondo che cambia

Tre autori si confrontano sull’anatomia della narrazione breve e sul senso della parola scritta in un mondo che cambia. In una coinvolgente carrellata che è essa stessa un racconto si spazia tra autori più e meno noti di caratura nazionale e internazionale intersecando i generi del racconto, della sceneggiatura e della canzone.

Intervengono: Massimiliano Bellavista docente e scrittore, Mirko Tondi insegnante e scrittore, Paolo Ciampi giornalista, saggista e scrittore. Inziativa a cura dell’Associazione La parola che non muore

La partecipazione è gratuita su prenotazione dal 20 del mese precedente. Per informazioni e prenotazioni contattare la biblioteca al numero 0552616523 oppure scrivere a bibliotecadelleoblate@comune.fi.it

L’accesso in Biblioteca è consentito esclusivamente agli utenti possessori del GREEN PASS RAFFORZATO e di un documento di identità, agli utenti di età inferiore ai dodici anni e ai soggetti esenti dalla campagna vaccinale.

Per partecipare agli eventi nelle Biblioteche è necessario indossare mascherine di tipo FFP2. 

Per permettere le operazioni di registrazione all’iniziativa si richiede di arrivare 15 minuti prima dell’inizio dell’evento. Per accedere alla biblioteca è necessario utilizzare la mascherina protettiva che copra naso e bocca e dopo aver disinfettato le mani con soluzioni idroalcoliche. La mascherina andrà indossata per tutta la durata dell’iniziativa.