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Vino e poesia: spettacolo in scena questa estate

Il 6 Agosto spettacolo di parole in piazza. Segue degustazione perchè non restino solo parole!! Lo scopo è creare una parallelo che in effetti è pienamente nelle cose, nelle pagine di autori famosi e meno famosi, nei versi di tanti poeti di ogni epoca. In questo spettacolo ricorderemo anche autori chiantigiani noti e meno noti. Un grazie agli altri membri del ‘cast’, Kevin Tushe e Vito De Meo. Per le istruzioni vedere https://www.cosafareintoscana.it/manifestazioni-toscana/calici-di-stelle-a-castellina-in-chianti-2021/

Calici di Stelle Castellina in Chianti 2021
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Il nuovo libro è uscito. Preview il 2 Agosto

Una ricerca partita un anno fa

Tante persone intervistate in giro per l’Italia e l’Europa. Così è nato Per Amore e per Arte

Una biografia che è più di un romanzo, perchè una vita così intensamente vissuta dentro alle pagine ci stava a stento. Così è venuto fuori un libro strano, che probabilmente sembrerà quasi un romanzo a chi Vanna la conosceva e viceversa una biografia immaginaria a chi non la conosceva affatto. E’ un pò come per il principio di indeterminazione: una vita, più cerchi di descriverla con le parole più lei si articola, cambia forma e si sottrae ad ogni tentativo di misura.

Adesso si debutta in pre-presentazione il 2 Agosto alle 18 con una bella Piazza da riempire.!!!! Poi andremo in guro per i luoghi dove Vanna è vissuta.

Il libro sarà in distribuzione dalla prossima settimana.

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1 articolo 1 recensione

Periodo estivo ricco di scrittura. Spero se ne vedano i frutti a Settembre.

Quel gran pezzo dell’Italia…https://www.sound36.com/quel-gran-bel-pezzo-ditalia-tutta-pura-e-tutta-bianca/

Un recensione sullì’ultimo libro di Labatut su Scriptamanent—

omunicazione e Sociologia (a cura di La Redazione) . A. XV, n, 166, luglio 2021

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Scienza
in modo unico

di Massimiliano Bellavista
Un saggio Adelphi
sulle astrazioni tra
aneddoto e invenzione

I personaggi che animano il volume Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Banjamìn Labatut (Adelphi, pp. 180, € 18,00) soffrono un dolore psichico, crescente, quello tipico degli schizofrenici. Da una parte c’è la vita reale, per cui il nostro cervello è biologicamente impostato, e dall’altro c’è il loro sconfinato, soverchiante amore per la scienza, che invece, non offre verità ma un metodo, per sua natura pieno di incertezze: una domanda scottante ed eterna che conosce solo risposte parziali e transitorie. È inevitabile che questo si rifletta sulle loro vite. Fritz Haber, Werner Heisenberg, Ervin Schrödinger e Alexander Grothendieck sono in questo volume di volta in volta sotto i riflettori, come stazioni di una Via Crucis del pensiero scientifico che consta di scene memorabili, anche se talvolta al limite del grottesco e del surreale. Prendete il brillante chimico al servizio del Kaiser, Fritz Haber, le cui scoperte hanno contribuito alla morte di tanti uomini a Ypres o che dal cianuro di idrogeno estratto dal blu di Prussia riesce a ricavare un pesticida efficacissimo, lo Zyklon, poi usato come agente tossico nelle camere a gas. Nella lettera scritta alla moglie al momento della morte, scrive Labatut spiazza ogni possibile ed elementare senso di umanità quando «Confessa un senso di colpa insopportabile, non per il ruolo che, direttamente o indirettamente, aveva giocato nella morte di tanti essere umani, ma perché il suo metodo di estrarre l’azoto dall’aria aveva talmente alternato l’equilibrio naturale che temeva che il futuro del mondo non sarebbe appartenuto all’essere umano, ma alle piante»

Una voragine senza fine
Labatut è senza alcun dubbio un dotatissimo sensibilissimo narratore. Le sue incursioni, sempre maggiori al progredire della storia, nel modo della supposizione e dell’irrealtà, sono così ben congegnate che è difficile comprendere il limite tra realtà e finzione nelle vite di questa galleria di personaggi. È anche un ottimo affabulatore, con una grande cura degli incipit e delle descrizioni «il 24 dicembre 1915, mentre prendeva il tè nel suo appartamento, Albert Einstein ricevette una busta inviata dalle trincee della prima guerra mondiale. La busta aveva attraversato un continente in fiamme; era sporca, stropicciata, e coperta di fango. Un angolo era stato strappato via, e il nome del mittente era nascosto da una macchia di sangue. Einstein la presa con i guanti e l’aprì con un coltello. La lettera conteneva l’ultima scintilla di un genio: Karl Schwarzschild, astronomo, fisico, matematico e tenete dell’esercito tedesco».
Nessuna parola, nessun aggettivo come si vede è fuori posto, e l’attenzione del lettore è subito catturata. Sarà andata esattamente così? Poco importa, è l’atmosfera che queste righe trasmettono che è funzionale a farci capire cosa sta succedendo, cosa c’è in ballo. In un momento così atroce, confrontato con un “eccesso” di realtà quali molti che il Novecento ha tragicamente saputo proporre all’umanità, il fisico fornisce ad Einstein la soluzione delle sue equazioni della relatività generale: ma si apre un nuovo baratro, in cui tuttora siamo dentro «C’era tuttavia qualcosa di molto strano nei risultati di Schwarzschild, […]. Il problema sorgeva quando una massa troppo grande si concentrava in un’area piccola, come accade quando una stella gigante esaurisce il suo combustibile e comincia a collassare su se stessa. […] in quel caso lo spazio e il tempo non si alteravano: si laceravano». Il risultato era inconcepibile: «Il risultato era una voragine senza fine, separata per sempre dal resto dell’universo».
Ecco il punto ed ecco anche la rinuncia cui allude il titolo del volume: per salire di livello nella comprensione della realtà dobbiamo in qualche modo accettare che essa si espanda dismisura verso territori dove l’astrazione logica e filosofica sembra prevalere sul dato empirico, sull’intuizione e anche sul senso comune. Dobbiamo accettare in questo caso l’emergere di singolarità fisico matematiche, come i buchi neri, cui non sappiamo dare una spiegazione. Cosa difficile da accettare per primi dai diretti interessati. Schwarzschild sente crescere dentro di sé una sorte di vuoto, di male oscuro e di chi li a pochissimo muore, e non per mano del nemico, ma per colpa di una malattia che lo svuota letteralmente di energie vitali.

Il caso e la nostra comprensione del mondo
Pensateci bene. Di certo viviamo in un mondo sempre meno meccanicistico e sempre più probabilistico: computer, meteo, rischio, economia, sono domini conquistati metro a metro da nuvole di densità probabilistiche. Come ci sentiamo? Disorientati, inevitabilmente. E questo senso di inadeguatezza e di disorientamento emerge con forza e grande efficacia narrativa quasi da ogni pagina del libro. Uomini, persino grandi uomini dotati di capacità del tutto uniche e particolari, sono descritti da Labatut come dei fragili Prometeo che per un attimo stringono la scintilla della conoscenza tra le mani, capaci anche a regalarcela spesso a costo della loro vita e dei loro salute mentale; questo però ha in ultima analisi solo l’effetto di rivelarci come sia sconfinata l’oscurità della grotta di ignoranza e inconoscibilità in cui siamo imprigionati. Il caso ci governa e talvolta ci sovrasta, ma le sue regole sfuggono al nostro senso comune, a volte sembrano addirittura invertire causa ed effetto, come ne caso della meccanica quantistica. Einstein ne diviene il più acerrimo, e questo accentua ancora di più il fascino sinistro delle ultime belle pagine del volume: si ha l’impressione di essere di fronte al caso di un padre che ripudia suo figlio con lui il lettore tende ad identificarsi. E le voragini, come in un terreno carsico, continuano ad aprirsi sotto i nostri piedi: il principio di indeterminazione, il mistero della funzione d’onda di Schrödinger. Insomma, sembra proprio che Dio abbia deciso di giocare a dadi con l’universo, e che la direzione imboccata dalla scienza sia irreversibile, ma sta anche a noi accrescere e padroneggiare questo immenso bagaglio di conoscenze. E una via ce la offre proprio Labatut attraverso questo originalissimo libro, dicendoci che c’è un modo per tornare a capire, per così dire a ‘misurare’ il mondo, e che è costituito dalla narrazione. Lo ha dichiarato lo stesso autore in una recente intervista alla Lettura: «non abbiamo mai veramente capito il mondo, però abbiamo capito le storie che ce ne siamo detti l’un l’altro, I fatti grezzi dell’esperienza hanno senso solo se puoi metterli insieme in una narrazione. E oggi, con il cambiamento incessante e l’interconnessione illimitata, l’unica capacità fondamentale dell’umanità, cioè la capacità narrativa (dono che certo viene dagli dèi) ci sta venendo meno. Non possiamo mettere il mondo in parole, non sappiamo dare un senso al vortice turbolento della realtà». Come dire che la narrativa, quando è raffinata e “buona” ci restituisce sempre moltiplicate chiavi interpretative e di sintesi di ogni scenario, per quanto complesso esso sia.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 166, luglio 2021)

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Una volta ero Flesherman…

«Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora. Ma una parte di me sta franando in me stesso. È come se ai piedi della mia identità si fosse spalancato».
Il concetto di frana è quanto mai appropriato nel romanzo di Giuseppe Aloe Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino, pp. 196, € 16,00). Scritto dall’autore in due riprese intervallate da qualche anno, delle lettere di Hagenbach, che occupano molte intense pagine al cuore del romanzo, Aloe in una recente intervista ha dichiarato: «era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer». Questa malattia è di per sé, in effetti, una tragica caduta in se stessi, una implosione vista al rallentatore. Il termine “frana” poi suggerisce per assonanza quello di “trama”. Ma la trama, la chiave del libro, gli è venuta alcuni anni dopo, da un episodio di cronaca che riguardava il presunto ritrovamento a Berlino negli scantinati dell’ospedale della Charité nel 2009 della salma di Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria il cui corpo nel 1919 fu gettato in uno dei canali della Sprea che incrociano la celebre Unter den Linden. Ora, succede di frequente in letteratura che quando una storia poggia su solide realtà e incontrovertibili accadimenti personali e storici la narrazione che ne scaturisce subisca una deriva verso dimensioni insolite, oniriche al confine con il fantastico. Pare sia questo il caso del criminologo di fama internazionale Flesherman, cui viene diagnosticata una forma di demenza senile e che recatosi a Berlino per l’affaire Luxemburg, apprende della scomparsa dello scrittore Hagenbach, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca dello scrittore. «Si tratta di Hagenbach. Così esordì. Hagenbach?, chiesi. Sì, lo scrittore. Lo conoscevo. Avevo letto qualche suo libro. Anche di recente. Passando davanti a una libreria avevo comprato un suo romanzo. Forse l’ultimo». Questa ricerca ossessiva, condotta in una singolare Germania onirica, acquatica, sospesa tra passato e futuro, è come si intuisce, omericamente una ricerca di sé stesso. Flesherman è una sorta di Ulisse, che deve sfuggire ai mostri che la mente malata gli mette continuamente sulla strada, a frapporsi tra lui e la verità, tra lui e la realtà.

La metamorfosi
«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente. Quasi fossi un ragazzo, proprio uno di quelli che vedi correre sulla spiaggia, senza pena e rimorsi e non un uomo di sessantanove anni, affacciato sul limite del niente. Certo ho ancora un sistema per riconoscere le cose. Le so valutare. Riesco a trovare il bandolo delle vicende, anche se a volte si confondono. Diventano come una maglia con innumerevoli fili. Allora lascio perdere».
Il romanzo, costellato di richiami colti alla psicanalisi e alla grande letteratura, si incentra sul concetto di metamorfosi, e lo fa dichiaratamente. La malattia perseguita il protagonista, è una lebbra dell’anima che gli strappa pezzi di identità e di memoria via via che la sua ricerca continua. Il parallelo con Kafka è dichiarato e aperto, come si legge a più riprese nel romanzo: «Una mattina Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme insetto. Che ora se ne stava nell’orecchio di un cartellone pubblicitario, proprio nel condotto uditivo, e rimaneva fermo. Impassibile, proprio in vista. Tutti lo potevano osservare. Aveva superato il senso della vergogna, evidentemente. Non sentiva più vergogna. Era alla luce del sole. Aprii la finestra e gridai: ritorna nella tua stanza Gregor. Nasconditi, e poi la richiusi con forza». Solo che i mostri adesso non sono confinati in una stanza, hanno libero accesso a tutta la vita di un uomo e a tutto il suo mondo, presente passato e futuro e sono, anche per l’innegabile abilità dell’autore di intrecciare reale e immaginario senza far percepire al lettore i punti di sutura tra i due mondi, indistinguibili dalle entità reali. E così, di rimando letterario in rimando viene da pensare che forse il vecchio professore sia in realtà già morto senza saperlo, come sarebbe piaciuto a Kafka. In effetti, quando il protagonista raggiunge il mare e approda a Travemunde succede qualcosa di strano: «Avevo preso alloggio all’Hotel Riva proprio di fronte al mare. Chissà perché questo nome italiano?, mi ero detto varcando la soglia». Quel nome ci sembra un neanche tanto velato richiamo a Il cacciatore Gracco, scritto da Kafka nella prima metà del 1917. Lo scrittore ebbe un rapporto curioso con il lago di Garda, e in particolare con la città di Riva del Garda e la storia del racconto è quella di un “non vivo” che però è condannato a un eterno peregrinare per mare nel mondo reale. Come Flesherman.
«Lei è morto?. Sì – disse il cacciatore – come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto. Eppure lei vive ancora, disse il sindaco. In un certo senso – disse il cacciatore – in un certo senso». Tutti i protagonisti di una buona storia non l’attraversano ma indenni, cambiano, in un certo senso. E il professore che cerca lo scrittore scomparso non fa eccezione, subisce una metamorfosi tremenda, inesorabile e che tuttavia è allo stesso tempo ancora un poco aperta verso la speranza, verso la possibilità di recuperare sé stessi e il senso della propria vita.

Un treno allegorico che unisce personaggi di grande spessore
Il treno (i treni che sono onnipresenti nella storia), è il vero motore della narrazione. Il treno è allegoria del viaggio e della ricerca in se stessi, congiunge parti della storia e parti della vita del protagonista, la cui distanza relativa si è dilatata a dismisura a causa degli effetti della malattia che lo affligge, conferisce alla narrazione e al ricordo il giusto colore e il giusto ritmo, permette di dar fiato a belle descrizioni di ciò che fisicamente e spiritualmente circonda Flesherman. Non a caso la brusca cesura della fine della ricerca e del ritorno a casa che caratterizza la parte finale del volume, è caratterizzata da un mezzo di trasporto assai più veloce e in un certo senso al di sopra delle cose terrene, l’aereo, con cui la moglie lo accompagna simbolicamente verso l’epilogo.
Ma la maestria di Aloe si manifesta anche nel tratteggio dei molti personaggi femminili che costellano la storia come la prostituta Vanderlei, compagna di avventure del protagonista oppure Odette, la sua passione giovanile. Donne sensuali, forti e intelligenti al punto da sembrare a tratti onnipotenti a cui fa da contraltare la moglie di Flesherman, che assomiglia più a una madre che a una compagna di vita, una madre che allo stesso tempo asseconda e veglia il figlio, lasciandolo partire per la sua ultima avventura ma sorvegliandone a distanza il percorso, pronta ad intervenire come in effetti fa (non è un caso del resto che l’autore abbia dichiarato di immaginare di scrivere delle lettere alla madre quando stendeva le prime pagine del libro).
D’altra parte la figura della prostituta è essa stessa oggetto nella narrazione di un complesso gioco di specchi: «Mentre avanzavo nella piazza iniziai a pensare alla donna che avevano ucciso al posto di Rosa Luxemburg. Dovevano pur mettere qualcuno nella bara. Immaginavo un gruppetto di Freikorps che si aggira per la piazza alla ricerca di qualche prostituta. Una di quelle solitarie che fanno il mestiere da poco. Magari ancora giovane, inesperta. Uno del gruppetto va in avanscoperta, adesca la donna, la porta in un vicolo e qui viene raggiunto dagli altri, e la uccidono. Poi la buttano nel fiume. Se Bausch aveva ragione migliaia di persone in quasi cento anni erano andate sulla tomba di Rosa Luxemburg e avevano rivolto un pensiero a una prostituta innocente, uccisa senza motivo. Così è la storia, pensai: una beffa. Una colossale beffa».

Il tempo del commiato
Notevole la parte terminale del romanzo, dove il protagonista, ormai assediato dalla malattia, è poco più che un’ombra: «E invece ecco: accelerazione. La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. Era più vicina di quanto pensassi. L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo. Forse fu proprio dopo quella rivelazione, mi sembra, sdraiato nel letto a guardare il cielo estivo dalla finestra, che iniziai a maturare la decisione di scrivermi delle lettere. Ma forse non proprio lettere. Riflessioni, brevi messaggi, valutazioni da un altro universo. Come Hagenbach aveva fatto con la moglie. Il senso della vita che si eclissa riversato su carta. Solo che questa volta io le avrei scritte a me stesso».
Chi scrive con regolarità a se stesso, fondamentalmente sta tenendo un diario. E il romanzo, che ora da epistolare si fa intimo e personale, sancisce con pagine costellate di immagini degne di nota questo percorso di dissoluzione e fuga dalla vita «Ognuno sa di avere un’alleanza con sé stesso. Ed è l’unico concordato che non si deve infrangere. Altrimenti arriva veloce e senza riguardi la necrosi del cuore. Mi sento alla fine di un mandato. Manca solo qualche atto formale, poi ecco la scadenza naturale. Fra poco presenterò le mie dimissioni dal genere umano. Il mare della tranquillità. Io voglio arrivare lì».
Ed è qui, alla fine di questo viaggio, che Aloe depone il suo mandato di narratore nelle mani del lettore, che crediamo ne resterà soddisfatto.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

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Finali regionali e nazionali del premio Asimov. Abbiamo numeri record (e ci fa piacere)

Il premio Asimov chiude una edizione da record. Se volete partecipare ai due eventi finali, siete tutti invitati!!!
ll “Premio Asimov” è un riconoscimento riservato ad opere di divulgazione e di saggistica scientifica particolarmente meritevoli. Esso vede come protagonisti sia gli autori delle opere in lizza che migliaia di studenti italiani, che decretano il vincitore con i loro voti e con le loro recensioni, a loro volta valutate e premiate.

Il Premio intende avvicinare le giovani generazioni alla cultura scientifica, attraverso la valutazione e la lettura critica delle opere in gara. Nasce da un’idea del fisico Francesco Vissani, che si è ispirato ad analoghe iniziative della Royal Society. Inizialmente istituito dal Gran Sasso Science Institute, grazie alla collaborazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e di molte altre realtà scientifiche, si qualifica oggi come Premio di livello nazionale.Il Premio è intitolato allo scrittore Isaac Asimov.

Domani, Venerdi` 28 Maggio alle ore 15, si svolgera` la cerimonia conclusiva Toscana, a cui sono stati invitati a partecipare i ragazzi  toscani che hanno scritto le  recensioni giudicate migliori e il/la migliore per ogni scuola. Verranno inoltre annunciati i nomi dei ragazzi che hanno ricevuto una  “menzione speciale” per aver scritto una ottima recensione, pur non essendo risultati vincitori.

Infine Sabato 29 Maggio alle ore 16 si svolgera` la cerimonia nazionale conclusiva del Premio Asimov: sono stati invitati a partecipare al dibattito uno studente o studentessa per ogni regione, e alla fine sara`annunciato il libro vincitore della sesta edizione.

Sara`possibile seguire in diretta streaming i due eventi sul canale You Tube del Premio Asimov, sia Venerdi` 28 che Sabato 29 Maggio: https://www.youtube.com/PremioAsimov
Cogliamo l’occasione per ringraziare tutte le scuole che anche quest’anno, con la loro collaborazione ed il loro impegno, hanno permesso che il Premio  Asimov avesse successo, e naturalmente tutti i componenti della commissione scientifica toscana che hanno svolto una enorme mole di lavoro per leggere e valutare le recensioni
Questi alcuni dei fantastici numeri del Premio 2021
numero di studenti aderenti: quasi 15.000
numero di regioni coinvolte 15
numero di scuole coinvolte 197
numero di professori coinvolti 668
numero di ‘giudici’ in aggiunta ai professori 192
Numero di recensioni  valide 9439  (di cui in Toscana: 890)

Vi Aspettiamo!!!

Quanto a me, mi occuperò delle interviste in relazione al libro di Telmo Pievani che fa parte della cinquina 2021