In evidenza

Guelfo Civinini, le finestre sui cortili

civinini

 

That wasn’t my fault, that wasn’t the idea. The idea was, my movements were strictly limited just around this time. I could get from the window to the bed, and from the bed to the window, and that was all. The bay window was about the best feature my rear bedroom had in the warm weather.  It was unscreened, so I had to sit with the light out or I would have had every insect in the vicinity in on me. I couldn’t sleep, because I was used to getting plenty of exercise. I’d never acquired the habit of reading books to ward off boredom, so I hadn’t that to turn to. Well, what should I do, sit there with my eyes tightly shuttered? Just to pick a few at random:  Straight over, and the windows square, there was a young jitter-couple, kids in their teens, only just married. It would have killed them to stay home one night. …The next house down, the windows already narrowed a little with perspective.  There was a certain light in that one that always went out each night too. Something about it, it used to make me a little sad. There was a woman living there with her child, a young widow I suppose. I’d see her put the child to bed, and then bend over and kiss her in a wistful sort of way. She’d shade the light off her and sit there painting her eyes and mouth. Then she’d go out. She’d never come back till the night was nearly spent—Once I was still up, and I looked and she was sitting there motionless with her head buried in her arms. Something about it, it used to make me a little sad. The third one down no longer offered any insight, the windows were just slits like in a medieval battlement, due to foreshortening.

Nel 1942 lo scrittore Cornell Woolrich scrive usando lo pseudonimo di William Irish il racconto “It Had to be Murder” che nel 1944 fu rinominato “Rear Window” (La finestra sul cortile) e divenne l’omonimo, celeberrimo capolavoro di Alfred Hitchcock. Il racconto colpì Hitchcock per vari motivi, ma soprattutto per un aspetto assai peculiare, ovvero le caratteristiche di ambientazione, la maestria che l’autore (anch’esso tra l’altro ormai un sommerso di lingua inglese) di sprigionare una storia in uno spazio ristretto. Un cortile. Delle finestre. Se infatti ogni racconto in letteratura ha bisogno di adeguati accorgimenti tecnici e narrativi atti a rendere possibile e credibile la sua “messa in scena” nella mente del lettore, è vero anche che la medesima letteratura ha una certa tendenza a soffrire di claustrofobia. Insomma, è piuttosto difficile conseguire esiti narrativi felici se tutta la storia si svolge in uno spazio ristretto. Non che non ci si riesca, Baudelaire, Maupassant, Leopardi, Pascoli Zola, Proust, Viginia Woolf, Montale, Conrad son tutti li già pronti a smentirci in una climax che ci stringe progressivamente in una tenaglia che va dalla città di Balzac passando per la casa di Madame Bovary in Flaubert fino alle stanze a misura di personaggio caratteristiche di Ibsen, per arrivare infine all’asfittico pertugio dell’io in Kafka. Ma è comunque raro, ed è in ogni caso degno di nota, perché non è assolutamente facile. Una buona storia è come un’esplosione, è difficile contenerla, confinarla, senza danni. È come immaginare di lanciare un piccolo petardo o provare invece a chiuderlo nel pugno quando esplode. Gli effetti sarebbero, come si sa, ben diversi.

Ora accade che un grande esempio di questa tecnica narrativa lo abbia scritto nel 1937, cinque anni prima di Woolrich, in una raccolta di racconti intitolata “Trattoria di Paese” un nostro autore decisamente sommerso, Guelfo Civinini. Qualcuno lo potrebbe forse ricordare come il librettista de “La Fanciulla del West” di Puccini. Ma finisce qui, di lui ristampato di recente non si trova di più. Eppure, meriterebbe, e non solo come scrittore, ma anche come poeta e giornalista. Le “Finestre Morte”, questo il titolo del racconto inserito nella raccolta sopra citata, si svolge tutto dentro un cortile chiuso: Fino da ragazzetto mi hanno sempre destato un senso non ben chiaro, di curiosità, preoccupazione, diffidenza, nelle facciate delle case, le finestre murate: quelle, voglio dire, che prima c’erano, aperte come le altre, in fila con quelle, o anche in disparte, a guardare un cortile, o sotto una sporgenza di grondaia; e poi furono tappate, e sopra ridipinte. Tutte le altre sono vive, animate, estrose; sono gli occhi della casa, che guardano il mondo, piccolo o grande, che hanno attorno. Si aprono, si chiudono, si accostano a bocca di lupo a spiare e ammiccare, alzano le mezze persiane a far solecchio, si adornano di vasi di fiori e di gabbie dei canarini, sventolano panni stesi, civettano, sospirano, chiacchierano, spettegolano, litigano. Ci sono anche quelle che si danno arie superbe, non prendono confidenza col vicinato, e stanno quasi sempre chiuse…”.

Viene alla mente quella bella immagine usata da Simenon ne “Le finestre di fronte”: C’era una grande casa crivellata di finestre. La finestra nel racconto è membrana narrativa, che separa l’io narrante dal mondo, ma è anche un amplificatore che personifica tante diverse identità, tutte portatrici di un messaggio.  Del resto la finestra è nella storia connotata anche religiosamente come luogo di annunciazione, o all’inverso, come back door da dove il diavolo, a volte sotto forma di subdolo corteggiatore, si intrufola in casa. Ma ci sono le finestre morte che l’autore vede “come gli spettri di queste vive…. Il tempo è passato, i colori si sono sbiaditi, l’intonaco non bene spianato si è scialbato di polvere, e anche qua e là si è scrostato, scoprendo l’ossame di sassi e di mattoni della finestra morta”. La nostra storia, chiusa in un ambiente così ristretto, non può che evolvere verso due direzioni, talvolta sovrapposte: da una parte la meditazione, dall’altra il voyeurismo improntato di eros e mistero. Moravia diceva che proprio il voyeurismo sarebbe il primo motore della letteratura e del cinema. Il nostro autore non fa eccezione: Ognuna di quelle finestre aveva per me ragazzo, e per quel po’ di ragazzo che per fortuna nostra, chi più chi meno, portiamo sempre con noi lo ha ancora, un che di mistero, intorno al quale mi perdevo volentieri a fantasticare. Chi sa quando era stata murata, e perché…

Ma per le arti visive è più facile e naturale, e se la lista elencata sopra di scrittori che parlano di finestre e spazi chiusi è nutrita, quella dei pittori e degli illustratori è addirittura sterminata, comunque sempre espressa prevalentemente sulle corde introspettive o voyeuristiche. Nel cinema un po’ meno, ma dopo Hitchcock si cimentano registi del calibro di Antonioni, Özpetek, il Dario Argento di “Profondo rosso” e soprattutto il Kielowski di “Decalogo 6” del 1988, dove un ragazzo mite e introverso di nome Tomek, s’invaghisce di Magda, una donna che vive nel condominio di fronte, più matura di lui. La spia con il suo cannocchiale ogni sera, in ogni aspetto della sua vita.  In letteratura però tutto questo è più difficile, richiede una grande padronanza di mezzi, un perfetto senso del ritmo abbinato ad una finissima tecnica descrittiva. Tutto questo in Civinini c’è: A cavallo fra l’infanzia e l’adolescenza mi accadde di passare un anno della mia vita in un paese del Mezzogiorno. Si stava di casa in una di quelle stradette mozze che là chiamano « corti ». Le stanze del davanti davano sulla corte con un lungo terrazzo fiorito di gerani e di convolvoli. Quelle interne, con la cucina e il solito sgabuzzino sul poggiolo, su un cortile silenzioso e squallido chiuso fra la casa nostra, il dietro di un’altra a due piani, e il vecchio tetto di una stalla vuota. Il cortile era della stalla, e da chissà quanto tempo nessuno c’era entrato. Erbacce e ortiche crescevano alte fra mucchi di calcinacci e di pietrame. In un angolo, a fior di terra, c’era una finestra nera di cantina, con l’Inferriata. Fra cantina e cortile una dozzina di gatti vivevano in libera e sonnolenta repubblica.
In quel cortile, un mondo chiuso in sé stesso dove si spande un silenzio perfetto, dialogano in una lingua incomprensibile a tutti, gatti e finestre. Ma quei gatti, che passano il tempo in quella cornice di assoluta fissità dormendo e sonnecchiando, e quelle finestre, all’apparenza scalcinate e anonime, da cui ogni tanto qualcuno fa cadere degli avanzi per i felini più sotto, non sono tutti uguali. C’è una finestra murata nel rettangolo avevano ridipinto telaio e vetri, e dietro questi, per effetto scenico, un tendaggio rosso sollevato ai lati, a baldacchino, come quelli delle vecchie quinte”.  E c’è un gatto, certo il più vecchio, grande, forte, placidamente autoritario maschio, naturalmente. Soriano tigrato, con appena un po’ di rogna su un orecchio, aveva degli occhi ancora bellissimi, d’ambra chiara. L’unico che guarda quella finestra murata. Senza un motivo. I gatti si sa, sono animali pragmatici: perché guarda lassù, giorno e notte, in direzione della finestra se non ne cade niente di buono da mangiare da anni?  Sembra di sentire il Pessoa di “Poemas Inconjunctos”: C’è solo una finestra chiusa/e tutto il mondo fuori;/e un sogno di ciò che potrebbe esser visto/se la finestra si aprisse,/che mai è quello che si vede/quando la finestra si apre. E sospesi su questo mistero, ben scritto e interpretato e che merita davvero di riemergere come peraltro altri scritti di Civinini, perfidamente vi lasciamo.

 

In evidenza

Il premio Asimov: la recensione delle opere di divulgazione scientifica

asimov

L’incontro avrà luogo presso il complesso S.Niccolò (ex ospedale psichiatrico di Siena, Pta Romana) nel palazzo centrale al piano 1 (quello dell’ingresso principale) in aula 145 alle ore 14:30 di giovedì 23 gennaio p.v.

Il Premio, intitolato allo scrittore Isaac Asimov, autore di numerose opere di divulgazione scientifica, è rivolto a tutti gli studenti di scuole secondarie superiori nelle Regioni partecipanti all’iniziativa. Gli studenti saranno coinvolti sia nella veste di giurati – chiamati a scegliere la migliore opera di divulgazione scientifica pubblicata nei due anni precedenti – sia in quella di concorrenti.Gli autori e le autrici delle migliori recensioni saranno infatti a loro volta premiati in occasione della cerimonia conclusiva che si terrà a primavera in contemporanea nelle sedi locali dei partners aderenti all’iniziativa. 

premio asimov siena

 

Venite numerosi!!!!!

 

PS il 25 p,v., altro incontro a Montepulciano

 

In evidenza

Nuovo sommerso: Piero Chiara e il fico sull’incudine

toscana libri blog 1Uno scrittore ormai famoso scopre di essere malato di un male incurabile. Ha iniziato a scrivere molto tardi, a cinquant’anni suonati. Ha abbandonato l’Amministrazione della giustizia per farlo, dove lavorava come cancelliere, andando in pensione anticipatamente, anche perché vi aveva fatto poca carriera, ma molta esperienza nel senso che aveva letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti nel modo più chiaro possibile…mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare.

Negli anni di cui scriviamo è molto affermato per aver saputo scrivere, muovendo i passi dalla Luino della sua infanzia, di una provincia universale ed eterna, quella italiana: la più ricca di emozioni di sapore umano, come diceva. Nel frattempo ha curato edizioni e traduzioni e ha scritto davvero di tutto: articoli, romanzi, ben dieci, di frequente oggetto di fortunate trasposizioni televisive e cinematografiche, come accade per “La stanza del Vescovo” (1976), “Il cappotto di astrakan” (1978), “Una spina nel cuore” (1979) e tanti, numerosissimi racconti brevi. Ma sono proprio i racconti, evidentemente, ad aver lasciato la traccia più profonda e non tanto, o non solo, nei lettori, ma in lui. Sì, perché Piero Chiara, così si chiama lo scrittore, proprio ai racconti affida il suo testamento letterario. Decide di mettere a punto un’ultima raccolta nel 1986, quasi un epitaffio alla sua parabola letteraria, quando è ormai da tempo gravemente ammalato, pensando a un libro al contempo diverso dagli altri, ma anche a tutti gli altri profondamente uguale. I personaggi de “Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti”, sono pur sempre i personaggi di quella sua antica Luino, ma che, cambiati gli abiti in camerino, potrebbero tranquillamente tornare in scena ne “Le mille e una notte”, nel suo prediletto “Decameron”, o tra le pagine di autori a cui molto deve come Balzac e Maupassant. La provincia in lui è palcoscenico, set cinematografico e incubatore ideale del suo romanzare, improntato a un realismo tutto personale, ma soprattutto il luogo dove tanti piccoli fatti umili ma singolari si accumulano, come succede con gli smottamenti, creando il terreno per una intensificazione narrativa che esplode in esiti particolarmente felici proprio in molti dei suoi racconti, oggi largamente dimenticati e pochissimo ripubblicati. Colpiscono le sue parole, che appartengono ad una intervista del marzo di quel suo ultimo anno, il 1986: stentavo a riprendermi, da un serio intervento chirurgico e stavo molto male. Tre o quattro racconti li avevo già, ma gli altri li ho scritti ad uno a uno come i capitoli di un romanzo e ne è nato un libro che giudico diverso dagli altri. Via via che scrivevo affidavo ai miei personaggi l’ultimo senso della mia vita. Del resto, quando gli chiesero “perché il racconto?” lui rispose che bisognava invece chiedersi “perché il romanzo”, dato che è il racconto ad essere il genere narrativo per eccellenza: più antico, essenziale, immutabile ed ineliminabile, che segue la storia dell’uomo.
piero chiara
Ma torniamo al senso della vita, anzi all’ultimo senso della vita, che lo scrittore affida ai personaggi dei racconti. Dovrebbe trattarsi una cosa importante, soprattutto per uno scrittore. Ma che cos’è, di cosa si tratta davvero per un narratore che, come il nostro, a un certo punto dal treno quotidiano della vita è sceso, smettendo di fare il pendolare, mettendosi in ascolto, è lasciandosene letteralmente attraversare nella speranza di poterla svelare e sgranare come una spiga quella sua vita, salvo poi spesso prosaicamente ridursi, come invariabilmente succede, a spigolare avidamente ciò che rimaneva non mietuto sul campo? Ebbene forse quel tanto ricercato senso della vita sta tutto in un frutto. Il fico. Non si tratta della madeleine di Proust, ma un po’ gli somiglia, perché cristallizza il passato, catalizzando nell’autore una feconda ricerca di associazioni e di esplorazioni interiori.  Non sono le pere butirro de “La Cognizione del Dolore”, le pere immaginate da Gadda spiccate a metà ottobre che maturano repentinamente, nel corso di una notte, tra il 2 e il 7 novembre, ma ci si avvicinano per ambiguità e senso ferocissimo dell’ironia. C’è un racconto in quella raccolta che parla di fichi. È un racconto inconsueto, un mix di tecniche narrative diverse, un motore a due tempi. In un pomeriggio d’autunno del 1917, dovevano essere gli ultimi giorni di ottobre il frutto è al centro di un racconto in cui la madre, Virginia Maffei, osservando una drammatica copertina della “Domenica del Corriere”, dapprima appare molto preoccupata per le possibili conseguenze della disfatta di Caporetto; ma poi un postino amico del padre irrompe sulla scena e porta quattro fichi rubati fuori Luino, fichi tardivi […], i più saporiti quelli con la goccia. Lo scrittore li assaggia per la prima volta e ne rimane scioccato, disorientato, come se biblicamente assaggiasse il frutto dell’albero della cognizione del bene e del male: da allora seppi che esisteva un fico, dice.  Gli sembra di toccare dei rospi, delle rane o altro animale del genere, come la salamandra o il lumacone, tutte bestiole che mio padre, portandomi a spasso nei boschi e per le campagne, mi aveva fatto osservare. Rimane scioccato dal comportamento della madre che aveva dato tanta importanza a quei quattro fichi, quando aveva sotto gli occhi la Domenica del Corriere con tutta quella povera gente in fugaprosegue su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/piero-chiara-e-il-fico-sull-incudine_2881.html

In evidenza

XIC/2

Dalla baia di Kruna andando verso le montagne cercando il cielo chiuso in una grotta

 

Anche oggi ho cercato il cielo

Sono giorni che lo cerco tra orizzonti chiusi e senza espressione

Ma senza ansia, l’aria per ora mi basta

Qui non c’è molta gente

Di giorno i pescatori sono al largo a seguire magre onde

I bambini illuminano i cortili bassi e oscuri con le gocce dei loro occhi grandi

E poi conviene stare al chiuso

Ci sono fortunali che strisciano sul mare

E passano e lasciano il segno sulla schiena schioccando come fruste.

Sono giorni che cerco il cielo

Ma senza convinzione

Come qualcosa che solo per qualche tempo si è perso a casa propria

Così oggi ho deciso di sviscerare

La grotta in cui ho dormito

Perché fuori l’orizzonte era una porta chiusa

Dicono sia magica dicono che respiri ma per ora emette solo silenzi

Ho deciso di accostarmi alle pareti grondanti del suo immenso stomaco muschioso

Le sento ruminare attorno a me

digerire ancora la tempesta di ieri

quella che si è aperta più in alto

tra le montagne

La mia esplorazione si è chiusa sul cul-de-sac

Di un muro istoriato di quarzo

Quando ormai camminavo carponi.

Sono uscito che faceva buio

Un po’ formica un po’ talpa

e cielo non c’era ancora

Era tutto grigio forse ero ancora nella grotta.

Ma c’era una strada che ho seguito

Una strada che non c’era ieri

Oltre una salita la svolta,

la strada d’improvviso si è allargata e mi si è aperta in gola come un vino novello

al sapore di salmastro si è sostituita la polvere.

Ecco squadernarsi il vento teso ma gentile dell’altopiano.

C’era la tua porta

Aperta per caso, poi per curiosità, poi per compassione

La tua casa era la prima del nuovo mondo

I tuoi occhi i primi che vedevo in tutto quel giorno

Nella tua casa ho portato solo me stesso

Zaino, scarpe tutto abbandonato in veranda, sporco di mondo

come la pelle di un serpente accanto al tuo bucato steso

ruvido ma profumato

Sono stato lupo alla tua tavola

Ridevi mettendoti le mani sulla bocca e sul petto

Il riso fumante era ocra e verde

I tuoi capelli lunghi

Il pane soffice e pieno d’aria

La bocca un fico maturo

Ti ho seguita docile nel tuo letto

Ho conosciuto il pendolo del tuo corpo, una storia narrata stentando nella mia lingua

Una nella tua che raccontavi ad occhi chiusi

E poi ricordo il mio sonno e quattro brevi sogni d’acqua

Circolari e confusi

E in mezzo un abbraccio di lana nera e ricami di luce boreale

Che venivano dalla costa sorridendoci sulla parete

Non so non riesco a ricordare se tu hai mai davvero dormito

Un po’ strega un po’ madre

La mattina quando sono uscito

Ho trovato di nuovo il pane e una brocca d’acqua ad aspettarmi e il cielo

Aperto come un ventaglio di vento leggero

Mi diceva che la marea era favorevole ai miei passi

Che dovevo riprendere le mie cose e imbarcarmi sul sentiero

Tu eri andata via, la tua vita

ortogonale al sentiero del mio viaggio proseguiva nel grappolo di tozze case verdi

che mi stava a circa cento metri dalla parte del cuore

un cestino di tuberi oblunghi, in mezzo a giardini di rose

di cui mi sembrava a tratti di sentire l’odore

da cui mi sembrava venisse un calpestio di passi di corsa

e un susseguirsi di voci ritmate che mormoravano filastrocche.

La tua casa buia conchiglia vuota sull’altopiano

Sembrava adesso più grande ma non mi pareva la stessa

Perdeva ombra viscida sulla strada

Come un mollusco marcio sulla battigia

La tua casa faro spento emorragia di vuoto

Faceva male, mi bruciava sulla schiena

Mi feriva la nuca

Indicava l’unica rotta da non seguire

L’unica meta da non sperare

Diceva di non voltarmi perché una notte non si confronta con una vita

Diceva che la mia memoria è un armadio pieno

Che dietro di me ci sono già troppe cose che sono rimorso

Molte che sono assordante rimpianto

Diceva di non essere debole

Ma è una grossa lacrima sulla mia schiena ancora oggi

La cruna dell’ago del tuo abbraccio.

XIC

(Annotato alla pagina di un diario 23-11-2001)

 

 

In evidenza

XIC/1

Com’è bello il mio piede che ritorna

Com’è bello il mio piede che ritorna

Inciso e modellato dal passaggio delle cose

Come e forse più della mia faccia.

Un piede che ha volato,

che ha lasciato una teoria di impronte silenziose sulle colline

quando c’era ancora il fango della primavera

e che ora sono un rosario di fossili velati dalla polvere calcinati dal sole

Un piede-bussola che è saltato dove non c’era strada

Che ha strisciato con dignità mendicando gli ultimi metri prima della notte

(sulle sue unghie la luna si scioglieva in riflessi madreperla)

e scaricato a terra come un parafulmine

i dolori e le imprecazioni di mezzo corpo e di tutta un’anima

Ha nuotato silenzioso in acque fredde come un pesce

Vestendosi di squame

 È stato geometra agrimensore costruttore

Perché ogni passo è un ponte costruito su un respiro

Se ha sbagliato strada ha pagato pegno per primo

Con pezzi di sé stesso, con fiori di cicatrici color vinaccia

Che sulla mia pelle sorridono ancora.

Il mio piede è la radice mobile che ho estirpato dalla mia terra

Ha unghie forti come artigli posso dormirci appeso

Capovolto col sangue agli occhi mentre rido

come un pipistrello ubriaco

il mio piede mazzetta strusciata sulla grancassa del mondo

Amplificatore e miccia di ogni mio pensiero

Che ha sostenuto, sospinto, scacciato da sé

Come un brutto sasso

A volte con dolore

A volte sulla strada è rimasto impigliato in un sorriso

Sulla soglia di una casa offerta e pagata con lo scambio di uno sguardo

E di una parola

A volte a cambiato strada e il corpo l’ha seguito

Perché l’istinto cresce a terra come l’erba

E gli occhi leggono le mappe

Mentre i piedi seguono la terra

XIC2

Come è bello il mio piede

Che torna e guarda la mia casa dall’alto

Il mio piede che nessuno ha voluto lavare

Tranne me stesso

Perché il mio piede è un’arma

Troppo ha calpestato troppo ha preso a calci

Un piede non perdona

Solo gli occhi talvolta lo fanno

Un piede dice sempre il vero

Non può farne a meno non si può chiudere come gli occhi

Solo quando si muore si può sospenderlo da terra

Quanto basta a interrompere il suono della vita

come sollevando la puntina di un giradischi.

Come è bello il mio piede che torna

Povero come quando era partito

Perché è fatto per spingere, per respingere

Mica è una mano, non sa afferrare e nemmeno trattenere

Mica è un occhio, non sa ricordare.

Come è bello il mio piede

Che si annuncia solenne a nessuno

Trascina me che ansimo

Verso la mia casa di ruote piatte dalla porta vuota

Lo lascerò fuori a correre, mentre metto in ordine

A prendere gli odori e i profumi del ritorno

A salutare in giro a riconoscere i segni del suo territorio

Perché adesso non mi serve, perché non sia imbarazzato, perché non si lamenti

Quando mi metterò seduto davanti a una tastiera e parlerò del mio viaggio

senza nemmeno dire che lui ne ha fatto parte

Mentre i miei occhi saranno chiusi

E le mie mani racconteranno disarticolandola la verità dei suoi passi.

XIC

(da “La febbre dei ritorni” -Quaderno di viaggio in versi 1993)

 

In evidenza

XIC

 

Xavier Ilya Colosimos. Poeta, scrittore, giornalista e recensore infinitamente amato e stimato da chi ha avuto la fortuna di leggerlo e conoscerlo. Schivo fino all’inverosimile, i numerosi premi che le sue opere hanno conquistato in patria e anche all’estero gli sono sempre stati recapitati a casa, come la pizza. Infatti amava incontrare solo i suoi lettori, che sosteneva di riconoscere subito, dagli occhi e dalle domande che gli facevano, non amava pubblicare le sue opere se non sotto pseudonimo. In questo modo firmava anche i suoi articoli e le sue recensioni. Solo raramente usava le iniziali del suo nome, XIC. Alcuni sostengono fosse un vezzo, visto che il suo stile era sempre riconoscibilissimo. Ancora, non è mai stato tradotto in Italia. Non se ne sarebbe offeso, non amava molto le traduzioni. Diceva che tradurre le storie in parole scritte, in qualunque lingua inclusa la sua, era sempre e comunque tradire la forma più autentica di narrazione. Quella “narrazione primitiva” dello spirito laddove “le parole sono ancora dentro di noi come embrioni, l’anima rima col respiro e lo scorrere ritmato del sangue”.

I suoi scritti sono stati in massima parte rinvenuti nei diari, quelle agende da liceale, farcite d’inchiostro e coperte di adesivi che hanno sempre accompagnato la sua esistenza. Una vita singolare e tormentata quella di Xavier, che alla fine l’ha sommerso. Annota ancora nel suo diario che “presto mi sono pentito di scrivere e poi anche di vivere”.

                   XYC1

In possesso di uno stile e di un ritmo unici, cercava parole sfrontate che fossero capaci di “scavare ogni giorno l’indifferenza di animi induriti dalla rabbia e intorpiditi dalla vita con l’opera costante di una piccola goccia” ma anche versi che “possano far ruotare il mondo con la copia motrice di una tempesta[1].

In un’altra nota del suo diario si augura “di essere sufficientemente assennato da distruggere queste pagine prima che cadono in mani sbagliate. Anzi, ancora più sbagliate. Visto che sono già nelle mie, mani sbagliate per definizione. Mani di cui, molte volte, avrei fatto bene a non fidarmi troppo”. Ma non ne avrà il tempo. Né, forse, la voglia.

Era un viaggiatore instancabile.  Ma non documentava i suoi viaggi attraverso il suo blog o i social, come da qualche anno a questa parte va molto di moda. Anzi, quando partiva, sospendeva tutti i suoi account e le sue collaborazioni. “Viaggiare è spegnere la luce in città e accendere un falò nel bosco. È, deve essere, come stare in quarantena da tutto ciò che già si conosce” diceva. Poi al ritorno, raccontava i suoi “poemi imperfetti[2].  E il racconto, se era buono, doveva restituire in un’unica inscindibile soluzione, la mappa e l’album fotografico del suo itinerario. “Torno per aver voglia di partire ancora. Torno soprattutto per raccontare”. La sua casa, dopo il terremoto che aveva colpito il già povero distretto agricolo nel quale viveva, era una angusta roulotte. Come disse in un’intervista, tutto il suo universo dopo il big bang che aveva disperso il mondo in cui era conosciuto, era un tavolo, una sedia, una bottiglia. “un cavo elettrico consumato e singhiozzante, il mio cordone ombelicale col mondo[3]”.

Se ne perdono le tracce a Jos, Stato di Plateau, Nigeria, il dieci Marzo 2010[4].  Aveva solo 41 anni. O forse, chissà, in qualche dimensione ne ha ancora 46.

Ovunque sia, siamo onorati di averlo conosciuto. E di aver potuto leggere i suoi diari, grazie a sua sorella Antonia.

Qui pubblicheremo per la prima volta parti di alcune delle sue opere narrative e poetiche, nella speranza di poterle presto affidare alla cura di un vero editore.

[1] Discursos Mercuriales PP 76-77 Anno XV Nr 7 Luglio 2005

[2] La Noticia del Norte – 27/06/2003

[3] Sketchy Dreams Literary Review p 37-40 Anno VX nr 4 Settembre 1999

[4] El Nacional –Diarios de trabajo -11/03/2010