In evidenza

I pustaha, i libri sospesi tra magia bianca e nera

(si ringrazia Thomas Swaan per le foto e le importanti delucidazioni)

 

IMG_0735

I pustaha, che in sanscrito significa libro o meglio manoscritto, sono libri misteriosi. Appartengono al popolo Batak, originario del nord di Sumatra, in Indonesia. I testi di questo libro riprodotto in fotografia, parlano di magia e divinazione. Questo libro altro non è che il taccuino dell’uomo della medicina Batak, il Datu.

Datu lo dettava ai suoi studenti, o forse erano loro stessi a prendere quelli che oggi chiameremmo appunti delle lezioni.

Questo ne spiega ciò che anche a prima vista si nota, ovvero il carattere frammentario, fatto di liste, testi, disegni e formule magiche.

La conoscenza di un Datu si componeva di tre aspetti inscindibili e imprescindibili:

  1. La capacità di sostenere e proteggere la vita
  2. La capacità di annientare la vita
  3. La dote della divinazione.

La prima dote voleva dire conoscere e saper fare diagnosi, rimedi, pozioni magiche e amuleti, amuleti e oggetti magici, e saper celebrare cerimonie per salvaguardare l’anima dei propri protetti.

La seconda dote equivaleva a saper praticare all’occorrenza la magia nera

La terza dote era connessa alla capacità di indagare e formulare vaticini scrutando nelle anime degli uomini, interpretando il volere degli Dei, delle stelle e degli antenati.

La fattura del libro è preziosa, antica e complessa.

IMG_0736

La copertina del libro era sempre ricavata dalla corteccia degli alberi di Aquilaria, un sempreverde tipico del sud est asiatico.  La corteccia veniva prima ammorbidita in acqua di riso, che è la sospensione di amido ottenuta drenando il riso bollito o bollendo il riso fino a quando non si dissolve completamente nell’acqua.

Sulla copertina come si vede si incideva sempre un geco, per rappresentare una Divinità favorevole all’uomo Boraspati, Dea della terra e della fertilità.

Il libro aveva uno stretto legame con il cibo, in quanto doveva assicurare protezione alla comunità, mentre il cibo doveva assicurarne il sostentamento. Il simbolo del geco accomunava i due aspetti, comparendo di sovente come decorazione anche sulle pareti esterne dei granai.

L’inchiostro era ottenuto da resine che veniva mescolata riscaldandola con altri ingredienti.

Per scrivere si usavano invece penne di bambu, corno di bufalo, o parte della foglia di una palma da zucchero.

 

IMG_0734

Questo libro è scritto in una lingua rituale, il Poda.

 

In evidenza

Bocca di rosa nel seicento: quando Francisco Macedo fu cacciato da Castellina

Se credete che la storia ogni tanto si ripeta cambiando certi fattori e vi piace De André  questo episodio è per Voi.

Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio
Il caso conferma l’importanza del piccolo borgo di Castellina in Chianti come centro di passaggio, stazione utilissima per recarsi nelle più disparate località utilizzando altre strade in alternativa al classico tragitto della Francigena. Come è noto, l’abitato è da sempre incrocio d’importanti arterie stradali in comunicazione con le valli d’Arbia, d’Elsa e della Pesa. Per questo luogo passava inevitabilmente molta gente: pellegrini, commercianti, viandanti d’ogni tipo e località. Persino Papa Leone X, durante il suo viaggio per incontrare Francesco I re di Francia a Bologna, sostò una settimana a Firenze e, di conseguenza, a Castellina nel novembre del 1515.
Oratorio S. Francesco alla Strada
Volendo evidenziare il transito di uomini di chiesa per Castellina, l’esempio più interessante e rilevante, se non altro per lo spessore squisitamente teologico e morale dell’individuo, è quello del celeberrimo padre Francisco Macedo da Coimbra (Portogallo), soprannominato «monstrum scientiae». Nacque a Coimbra nel 1596, formatosi da giovane in ambito gesuitico (1638) passò poi all’Ordine dei Frati Minori con il nome di Francesco di Sant’Agostino (1642). Personalità coltissima e poliedrica, ricoprì svariati ruoli sia nelle corti d’Europa che in ambito ecclesiastico: consigliere di Anna d’Asburgo regina di Francia e del re di Portogallo; qualificatore del S. Uffizio (l’Inquisizione) e durante un suo viaggio in Italia, papa Alessandro VII lo nomino lettore di controversia del Pontificio Collegio Urbano nonché professore di Storia Ecclesiastica presso lo Studium Urbis (l’Università della Sapienza), insegnamento introdotto per la prima volta in Europa proprio a Roma intorno al 1660. Mantenne la cattedra otto anni prima di dimettersi per insegnare filosofia morale all’Università di Padova.

L’illustre teologo giunse a Castellina il 4 ottobre del 1677 provenendo da Roma e intenzionato a salire l’Italia fino allo studium padovano. Prima però decise di fermarsi a Castellina per celebrare una messa nella pieve. Il 4 ottobre – memoria liturgica di san Francesco d’Assisidon Andrea Bianchi, pievano locale, era impegnato in una messa nell’oratorio intitolato proprio al santo francescano sito in località Strada (oggi proprietà Falassi), a sud dell’abitato castellinese. Data la sacrissima ricorrenza del 4 ottobre, Macedo pensò di celebrar messa nella pieve del SS. Salvatore. Un grande onore. Occasione che, contestualizzata al tempo in cui si presentò, dovette sembrare a dir poco eccezionale. Purtroppo, il pievano, al suo ritorno dall’oratorio di san Francesco alla Strada, si mostrò tutt’altro che disponibile e accogliente, arrivando persino a scacciare fisicamente il noto teologo.
Padre Macedo raffigurato insieme a Sant'Agostino e a Duns Scoto. Incisione dell'artista padovano Jacopo Ruffoni,1665-1680
Macedo si lamentò dell’accaduto con eminenti membri del clero regionale, come Mons. Pucci, vicario generale di Firenze, che al vescovo di Colle Val d’Elsa inoltrò il proprio rammarico per come fosse stato maltrattato il «più segnalato suggetto che habbia la religione Francescana». Il pievano castellinese si difese affermando che l’ottantunenne Macedo fosse giunto in paese con una «femmina di qualche sospetto», cioè una prostituta, tanto che il frate indignato spiegherà che la donna, accompagnata dal marito, altro non era che una dama di Modena proveniente anch’ella da Roma.

In questa diatriba però – e in pieno Seicento – fra Macedo effettuerà una lezione di morale davvero meravigliosa, spiegando nelle sue lunghe lettere che «io me ne vedo non solamente trattato di Apostata, ma ancora d’adultero […]; so bene che un Homo d’ottant’anni, e religioso di sessantasei, non è capace di cotesta nota. Le Puttane, se lo sono, non si scacciano dalle Chiese, anzi [bisogna] invitarle per le Messe e Sacramenti. Le Chiese vogliono aprirsi ai fuggitivi e ai malfattori. Il signor Pievano doveva considerare che Christo non rifiutò la Maddalena».

Fra Macedo parla di una Chiesa che sia in grado di rifiutare il peccato ma non i peccatori. La grazia salvifica di Cristo raggiunge tutti. La Chiesa è santa in quanto accoglie, consola e aiuta il peccatore ad affrontare il lungo, spesso tortuoso, cammino di conversione. Una lezione oggettivamente grandiosa, tale da essere ancora oggi degna d’ogni considerazione. Il pievano castellinese, invece, sembra essere ancorato ancora a quella politica pontificia cinquecentesca che promosse, attraverso i papi Pio V e Sisto V, una vera e propria persecuzione, soprattutto nella Città Eterna. Le meretrici minano quotidianamente la moralità del popolo, sono povere e nel peccato trovano la sussistenza materiale di cui necessitano. Queste donne furono spesso arrestate, a volte castigate con punizioni corporali o, il più delle volte, mandate in esilio. L’assurda diatriba tra don Andrea Bianchi e fra Macedo da Coimbra si concluse il 14 gennaio 1678, con l’ultima lettera del pievano castellinese.

Probabilmente redarguito dai suoi superiori e finalmente consapevole a pieno delle virtù e degli insegnamenti del monstrum scientiae, don Andrea indirizzò le sue scuse più sentite, affermando di aver agito ‘senza riflettere’, che non era ‘pienamente informato’. Prega il noto francescano di perdonarlo e spera di rivederlo per trattarlo con «ogni maggiore e ben dovuto ossequio». Purtroppo, Macedo, religioso e teologo stimatissimo nel suo tempo, non rispose alle scuse né tanto meno tornò a Castellina per celebrare la messa in onore di san Francesco d’Assisi. Morì appena 3 anni dopo affermando a chiare lettere che «non mi sovviene in mente di haver mai ricevuto una ingiuria simil a quella di Castellina». Tuttavia, il caso particolare, approfondisce e conferma l’importanza di questo piccolo borgo chiantigiano come centro di passaggio, stazione utilissima per i numerosi viaggiatori che per recarsi nelle più disparate località utilizzarono altre strade, sentieri validi, percorribili e attrezzati in alternativa al classico tragitto della Francigena di fondo valle.

Quelle vie (poi chiamate romee) che già la dinastia ottoniana percorse per attraversare l’Italia centrale e recarsi a Roma. Del resto, don Andrea Bianchi non avrebbe mai potuto reagire in malo modo – ostinandosi a voler ragione persino nella corrispondenza – e a scacciare fisicamente il celeberrimo francescano se non ci fossero stati, per queste terre, «ne’ tempi andati, più Sacerdoti forestieri, reali o mentiti, e tal volta Apostati, in compagnia di Donne sotto abito religioso». Tali esperienze obbligarono il pievano «ad aprire maggiormente e bene gli occhi nelle richieste di celebrare», perdendo l’occasione preziosa di veder «onore della Chiesa, e […] poterla puntualmente servire, com’è seguito in altre persone degne».

———————————
Insomma….
Persino il parroco che non disprezza
Fra un miserere e un’estrema unzione
Il bene effimero della bellezza
La vuole accanto in processione
E con la Vergine in prima fila
E bocca di rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano

( grazie a Vito De Meo per lo splendido pezzo inedito e per le immagini)

In evidenza

Firmate la petizione: salviamo la carta, salviamo la parola. Diffondete!!!

Grazie al supporto di molti e all’incoraggiamento di Massimo Arcangeli ho fatto partire questa petizione  su change. org
Questo è il link

Qui sotto il testo integrale. Firmate numerosi! in questo momento ci osno molti problemi sul tappeto, ma questo è sicuramente uno di quelli e ha avuto molta meno visibilità di tanti altri.

Salviamo la carta, salviamo la parola

AIUTO!!! QUESTA EMERGENZA UCCIDE LA CULTURA..

Recentemente un giornale australiano è balzato agli onori delle cronache per aver pubblicato un inserto di carta igienica.

Bene, si dirà. La carta ha così tanti usi. Quello che ci preoccupa è che, a breve, potrebbe rischiare di scomparire il suo uso storico principale.  L’iniziativa di quel giornale ne è l’immagine plastica, e la cosa non era certamente prevista.

Sono Massimiliano Bellavista, scrittore, docente e blogger. Fino a qualche mese fa, con Massimo Arcangeli, stavamo lavorando ai contenuti della manifestazione “Parole in cammino. Il festival dell’italiano e delle lingue d’Italia”, che come ogni anno spinge a riflettere su tante parole dell’italiano “eticamente” sensibili, bisognose di essere riempite nuovamente di senso, di essere risemantizzate per risorgere a una nuova vita o di essere semplicemente “salvate” perché poco usate (e perciò da usare di più). La posta ora in gioco è più alta.

Il problema futuro di tanti comparti industriali, e l’editoria non fa eccezione, sarà di muoversi e di destreggiarsi tra le macerie di quel che avverrà a emergenza finita. Illuminante al riguardo l’appello di Ricardo Franco Levi, presidente dell’Aie, apparso qualche giorno fa in un’intervista sul “Corriere della Sera” e al quale non si può non rispondere. In quell’intervista i danni subiti dall’industria editoriale, essenziale in un paese che ha sempre fatto della cultura la sua bandiera, sono apparsi in tutta la loro evidenza:

«I primi dati, raccolti in base a un questionario sottoposto a 145 case editrici sul periodo compreso tra il 17 e il 20 marzo, fotografano una realtà che era finora soltanto intuibile. Sarà lunga, anche sul libro, l’onda dell’emergenza Coronavirus. In sintesi: a fine 2020 si stimano 18.600 opere in meno pubblicate (nel 2018 sono stati pubblicati 78.875 titoli); 39,3 milioni di copie in meno stampate e confezionate; 2.500 titoli in meno tradotti. Un impatto diretto e devastante che anche qui non risparmia nessuno…Con la crisi del libro il Paese rischia un danno culturale gravissimo che si ripercuoterà anche sul futuro». L’emergenza riguarda imprese piccole e grandi indistintamente: «Le prime perché hanno strutture e spalle finanziarie meno robuste, le seconde perché hanno costi e investimenti maggiori».

Una situazione di estrema gravità, ha sottolineato Levi, anche perché finora, ha aggiunto, «il mondo del libro è stato sostanzialmente dimenticato rispetto al grande impegno che è stato profuso per venire incontro alle difficoltà dell’economia italiana».

Abbiamo fatto scaturire da tutto questo una proposta. Consiste di tre linee politiche di intervento su cui invitiamo chiunque abbia a cuore la cultura a mobilitarsi, facendo sentire la sua voce e aderendo alla nostra sottoscrizione:

1.      Tutelare il libro cartaceo per evitare che una cultura che si è sedimentata in secoli e secoli di produzione, trasmissione e ricezione del sapere per via libraria si smaterializzi di botto, con danni incalcolabili. Dopo la smaterializzazione dei rapporti sociali, i cui effetti potrebbero protrarsi a lungo, ben oltre la durata dell’emergenza, potremmo assistere a una smaterializzazione della cultura libraria, che della smaterializzazione sociale potrebbe essere lo specchio fedele e brutale.

2.      Sostenere, nell’emergenza e dopo l’emergenza, il settore dell’editoria libraria, esattamente come avviene per l’industria del cinema e dello spettacolo, anche nel reperimento delle risorse necessarie per l’acquisto della carta,

3.      Riaprire immediatamente le librerie, che già navigavano per tanti versi in brutte acque, anche per favorire la circolazione del sapere (e dei singoli saperi disciplinari), quanto mai necessaria in condizioni di crisi, e per aumentare le occasioni di formazione o di semplice svago.

Bisogna continuare a leggere e a scrivere. L‘editoria libraria è un settore che in qualunque paese civile, soprattutto in situazioni d’emergenza, dovrebbe essere ritenuto strategico per la sua capacità di generare un notevole indotto, a fronte di un investimento tutto sommato contenuto rispetto alle risorse necessarie per sostenere altri comparti, e per la sua funzione di potente leva sociale e reputazionale (oltreché culturale) per un’intera collettività.

 

 

In evidenza

Alsario della Croce, la modernità di una maledetta Cassandra.

ALSARIO

Cassandra era figlia di Priamo, re di Troia; il dio Apollo, che si era innamorato perdutamente di lei, le fece dono della preveggenza. Ma si sa all’epoca non si era disinteressati come oggigiorno e non si faceva niente per niente; Apollo aveva altre idee su di lei ma la giovane principessa troiana rifiutò la sua proposta amorosa di Apollo.

Lui non la prese bene e non si prese il dono indietro, la sua vendetta fu molti più fine e subdola: fece in modo che nessuno più le credesse e difatti numerose furono le sue profezie su futuri eventi negativi, ma non furono mai prese in alcuna considerazione.

Ora, di Cassandre che non possedevano doni divini ma semplicemente avevano le antenne un po’ più dritte degli altri, è piena la storia. in momento in cui tutti si riempiono la bocca con le opere del Manzoni e con la peste di Milano ci si dimentica di Vincenzo Alsario della Croce. Un uomo in anticipo sui tempi.

Medico prestigioso nato nello Stato di Genova poco dopo la metà del secolo XVI e morto nel 1631, nel primo periodo del secolo XVII era professore di chiara fama in Roma e archiatro di papa Gregorio XV, nonché cameriere d’onore di Urbano VIII.

Ebbe apparentemente un solo intoppo nella sua carriera, e per giunta proprio al termine di essa e della sua relativamente breve vita (morì poco più che cinquantenne). Lo storico e biografo Gerini, in un’opera del 1829, dice che venne allontanato da Roma perché «bisbetico, litigioso, millantatore soverchio e poco prudente».

Sarà. Forse era semplicemente nervoso perché nessuno lo voleva ascoltare. «Temendosi di peste l’anno 1630 vi pubblicò in lingua italiana un discorso pratico a preservarsi dal contagio; né avendo punto giovato questo suo lavoro, stampò l’anno seguente un consiglio in lingua latina sopra la peste che di già incrudeliva» [Storia letteraria della Liguria III, 256].

Eppure nel libro, stampato a Roma nel 1630 era stato chiarissimo, a cominciare dal titolo: Providenza metodica, per preservarsi dall’imminente peste. Discorso pratico, ove sono rimedij preservativi, e curativi ancora, cavati co’l mezzo di scopi metodici dalla cirugia, farmacia, e dieta, per comune intelligenza di tutti, in lingua volgare.

In esso, il nostro medico si rivolge a Urbano VIII dicendo che il pericolo è imminente, che va contenuto finché si è in tempo e che il suo scopo è soltanto quello di preservare con esatte diligenze le Province dello Stato Ecclesiastico, e Roma stessa dalla contagione, che si miseramente consuma la Lombardia. (e in realtà era già arrivata a colpire il Veneto, Bologna e a Modena).

Quanto di più moderno e attuale  ci si potesse aspettare da un libro del 1630.

In evidenza

Il Grande silenzio

Per il nostro Caffè 19 il contributo di Ezio Quarantelli (Direttore Editoriale Lindau) che ringraziamo.

Il grande silenzio

il grande silenzio

di Ezio Quarantelli

 

Sono solo in casa editrice, dove per il momento mi ostino a venire (mi è difficile lavorare a casa), anche se in costante contatto con tutti i miei compagni di avventura. Questa mattina ho sentito alla radio un lungo elenco di ragioni in base alle quali il lavoro da casa sarebbe preferibile, anche in tempi normali, al lavoro svolto comunitariamente in ufficio.  Sono perplesso. È bello, è vero, rimanere nel proprio ambiente domestico (magari in pigiama: è una delle ragioni evocate!), decidere, entro certi limiti, quando lavorare e quando fare altro, o quale musica ascoltare, cucinare il proprio piatto preferito tra una bozza e l’altra, evitare i contatti (se non in forma molto mediata) con il collega che proprio non sopportiamo. E può essere vero che la produttività così ci guadagni (e l’azienda risparmi, sull’affitto, sui consumi ecc.). Ma, così facendo, verso quale tipo di società e di convivenza ci dirigiamo?

Siamo già e da molti anni, individualmente e collettivamente, sempre più orientati all’isolamento o, quanto meno, a una progressiva sterilizzazione dei rapporti. La dimensione della relazione interpersonale, quella dell’incontro e della condivisione, dell’aiuto e del sostegno reciproco, del reciproco “accompagnamento” lungo le sempre incerte strade della vita, pare interessare soltanto a ristrette élite ideologicamente impegnate. I più (forse anche io) sembrano unicamente interessati a coltivare il proprio benessere (una parola chiave di questi anni), da soli o in una ristretta compagnia. Qualcuno parla di nuove forme di socialità. Mah… Sono d’accordo sulla “novità”, assai meno sul suo reale carattere. Mi sbaglio?

In questi giorni ho utilizzato diverse modalità di comunicazione online. Lo sappiamo tutti: ormai è possibile vedersi e parlarsi, come se si fosse uno di fronte all’altro. Ma si tratta di una vera equivalenza? Io dico di no. Io vivo questi giorni e queste necessarie modalità di comunicazione a distanza come una quaresima, in cui si fa quel che si può (e si deve), ci si consola a distanza (ed è anche bello), in attesa che tornino tempi migliori. Non è sempre facile la vita in casa editrice. Non siamo pochi e i caratteri spesso confliggono. Io poi non sono forse così efficace nel “dirigere il traffico”, anche se lo faccio da tanti anni. Ma preferisco mille volte avere tutti intorno, discutere, litigare, arrabbiarmi, che essere molto tranquillo, e forse efficiente, in solitudine.

“La vita”, scriveva Alain, “è un mestiere che bisogna fare in piedi”. Non da soli, aggiungo io. Proprio per questo stiamo lavorando a diverse iniziative, per farvi compagnia. Tenete d’occhio il nostro sito e le nostre pagine social. E soprattutto scriveteci, raccontateci la vostra vita quotidiana, le vostre letture, le vostre speranze, le vostre paure. Rendiamo fertile il grande silenzio che ci circonda.

In evidenza

Il bisogno di futuro

bisogno di futuro

Dovendo riflettere su quale dei nostri sensi più ci possa aiutare a comprendere il futuro chissà perché ma mi capita di pensare sempre più spesso all’udito.

La vista non ci aiuta, il futuro è troppo lontano, sempre oltre la curvatura dell’orizzonte e oltretutto a volte ci inganna come fanno i miraggi in mare aperto, invitandoci maliziosamente verso montagne e coste situate ben oltre l’orizzonte.

Il tatto men che meno è affidabile, il futuro è un tesoro intangibile poiché è quel luogo dove il presente e i nostri sogni finalmente si toccano, sarebbe una contraddizione in termini se non lo fosse, se potessimo davvero toccarlo.

Forse allora il futuro è capacità di ascolto, capacità di intendere i silenzi nascenti che sporadicamente intervallano il molto rumore che il nostro presente produce: proprio lì, forse, si sta generando un nuovo suono, l’alfabeto di un nuovo discorso sul mondo che ancora non si sa articolare, ma che tra un poco tutti intenderanno.

Inoltre il nostro orecchio, con la sua struttura complessa, è anche il centro dell’equilibrio; quindi analizzare i futuri possibili significa alla fine proprio questo: discernere tra i vari scenari quello che, col senno di poi, era inevitabile che dovesse verificarsi, non in quanto fosse il più logico, o il più probabile, ma in quanto era il più armonico, il più capace di mantenersi organicamente e costantemente in equilibro tra il nostro presente e il nostro possibile.

Utilizzando il nostro orecchio, udiremmo varie voci, voci che a volte ci parlano di un inesorabile accumulo di passato che ci sommergerà “La città di Leonia rifà sé stessa ogni giorno…l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove…Il risultato è questo: più che Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può più togliere…. “ (I. Calvino).

Ma ci sono anche voci un poco più ottimistiche, che ci direbbero che il futuro è già qui, lo stiamo già vivendo “Noi viviamo in contemporanea tre tempi: il presente del passato, che è la storia; il presente del presente, che è la visione; il presente del futuro, che è l’attesa. (Sant’Agostino)” anche se non è sempre facile leggerlo perché Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta. (P. Valéry)” e anche Amleto ci direbbe a tal proposito che “We know what we are but know not what we may be (W. Shakespeare)”.

Del resto, anche se agissimo nel presente con tutte le migliori intenzioni applicandoci per un futuro “migliore” o, quanto meno, “sostenibile” chi ci garantisce che questa volta non il nostro orecchio, ma quello dei posteri, intenderebbe il nostro linguaggio e le nostre intenzioni? In fin dei conti “ L’erede riceve qualcosa di diverso da quel che il morente gli lascia in eredità (E. Canetti).

Ma non dovremmo scoraggiarci per quanto saremo riusciti in qualche modo ad ascoltare perché il passato, le nostre cognizioni e la nostra capacità di pensare e riflettere sono carte che non possiamo non giocare: ancora una volta ecco una voce, quella di Don Chisciotte, che ce lo conferma “La storia è madre della verità, emula del tempo, depositaria delle azioni, testimone del passato, esempio e annuncio del presente, avvertimento per il futuro. (M. de Cervantes)

E quindi occorre darsi da fare, perché il futuro, se adesso fatichiamo ad ascoltarlo, tra poco potremmo vederlo e toccarlo, forse anche prima di quanto pensiamo: “- Alice: Per quanto tempo è per sempre? – Bianconiglio: A volte, solo un secondo.” (L Carrol)

E poi, troppe sono le incognite e i rischi se non lo facessimo, visti i mezzi di cui l’umanità oggi dispone: e qui altre parole ci circondano improvvisamente.” Il dottor Frankenstein sta sulle spalle di Gilgamesh. Poiché non si può fermare Gilgamesh, è impossibile anche fermare il dottor Frankenstein. La sola cosa che possiamo tentare di fare è di influenzare la direzione che stiamo prendendo. Dato che presto potremmo essere in grado di progettare anche i nostri desideri, forse la vera questione che ci troviamo di fronte non è “Cosa vogliamo diventare?” ma “Cosa vogliamo volere?”. Coloro che non sono spaventati da questo interrogativo, probabilmente non ci hanno riflettuto abbastanza. (Y. N. Harari). Inoltre un’altra voce forse aggiungerebbe che  “La volontà di fare scaturisce dalla conoscenza di ciò che possiamo fare.” (J. L. Allen)

E alla fine di questo percorso, possiamo davvero concludere che porsi in ascolto del futuro è fondamentale. Ma bisogna stare attenti a non ascoltare solo quel che vogliamo sentire…sarebbe un errore; il futuro non è il nostro specchio, ma una finestra aperta su un paesaggio affollato e mutevole. Quando si ascolta davvero, fateci caso, difficilmente c’è tempo di fare altro: ci si concentra, allontanando tutto il resto, ed il prima che si è vissuto diventa un cumulo di sensazioni che ci rende più ricettivi a questo o quel suono, all’inizio di una nuova storia (per questo forse, si potrebbe aggiungere che sarebbe bene che ascoltassimo in compagnia di altri, come quando si assiste ad  un concerto).

“Anche per te ci sono novità”. “È una giornata di molte novità. Per me e per te”.”

“Bene”. “E adesso?”.

“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”.

“E questa?”.

“Questa è finita”.

“Finita finita?”.

“Finita finita”.

“La scriverà qualcuno?”.

“Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento”. (D. Del Giudice)

In evidenza

L’Italia degli oroscopi: anche le stelle restano a casa.

 

 

      oroscopo

 

Mercurio è in Acquario dal 4 marzo fino al 15 marzo ed invece quel matto di Saturno entra in Acquario dal 22 marzo fino al 1 luglio ore 23,29. Per cui, essendo quel disfattista di Saturno responsabile di tutto, basterà solo aspettare che se ne vada e tutto il disastro sarà alle nostre spalle.

Nostradamus invece aveva previsto tutto, compreso l’esito del Campionato di Calcio 2020. Il vincitore, naturalmente, ci sarà svelato a cose fatte. Nostradamus si sa, è un evergreen che va bene per tutte le stagioni, un prêt-à-porter per i disastri, che attraverso di lui si possono ottimamente profetizzare dopo che sono accaduti.

In rete e sui giornali ci si arrabatta come si può, ma sono tempi davvero duri per tutti i lavoratori, compresi gli astrologi. Del resto, se dagli astrologi si passa agli astronomi (in Italia per molta gente non c’è poi così grande differenza tra le due parole), già quasi quarant’anni fa Carl Sagan ci diceva che “Siamo fatti della stessa materia delle stelle“. E viceversa. Dunque se noi stiamo male anche le stelle non possono passarsela troppo bene.

E allora via tutti a cambiare gli oroscopi. Se volete divertirvi, il mutamento leggendo giornali, riviste e rubriche e quant’altro in questi giorni è spassoso quanto, tanto per restare in tema, copernicano.

Basta leggere gli oroscopi fino a Gennaio e confrontarli con quelli di questi giorni. Ve lo consiglio, fa bene allo spirito e alla salute.

A Gennaio

Per le coppie: la primavera è un melting pot di incontri per chi è in cerca di un nuovo amore.”  (saranno virtuali?)

Tante le cose da fare! Come in uno scambio ferroviario, occorre sapere esattamente a che “ora” passano le occasioni. In primavera, viaggi, viaggi, viaggi!” (Speriamo, speriamo, speriamo!)

“Quando vi avventurerete a camminare su un terreno poco conosciuto, guardatevi attorno e fate un passo alla volta” (possibilmente non oltre i cento metri da casa e autocertificandosi)

è tempo di gettare le maschere e tornare ad essere quel che si è” ( appena possibile, seguiremo di certo il consiglio)

Occhio a quel bischeraccio di Saturno, ma comunque il 2020 sarà un anno “che fila via veloce e senza noia”, con uno speciale “semaforo verde per mutui e prestiti” (e questa sì, l’hanno proprio azzeccata).

A Marzo

Ma il Marzo di alcuni famosi calendari non è male per niente, tra un caveat per l’asma,  il più terribile male respiratorio di stagione e una illuminante massima di Papa Francesco Le mani che si stringono non garantiscono solo solidità ed equilibrio, ma trasmettono anche calore umano.

Come correre ai ripari? Mettendosi le stelle in casa.

Hai dei problemi con i familiari? è colpa della quadratura di quel bastardo di Saturno. Non evitarli viaggiando o stando lontano da casa e affrontali subito con il diretto interessato, tanto non te ne puoi liberare come prima uscendo tu per un lungo viaggio o defenestrando lui o lei. Incorreresti quantomeno in un doppio reato.

Avete voglia di programmare qualche evento? Beh le stelle sono favorevoli, potete farlo. Sappiate solo che lo stesso potrà subire qualche ritardo.

Avete (ancora) un lavoro? C’è ancora quel menagramo di Saturno che cambia segno zodiacale, passando dal Capricorno all’Acquario e “presto ci sarà qualcosa da decidere” (o con tutta probabilità altri lo decideranno per Te, magari per Decreto), Ma con calma perché cosa è meglio che chiudersi in casa a pensarci prima di prendere un decisione che potrebbe cambiarvi la vita?

Amanti del bricolage: l’anno è favorevolissimo-recita un altro di quei figli delle stelle- ai piccoli lavoretti domestici, un gran modo per tenersi occupati a casa e risparmiare. Ma –conclude vedendoci lungo-attenti agli infortuni e state lontani dal pronto soccorso!

Gli oroscopi per speciali categorie non sono da meno. Sembra che il 2020 sia un anno particolarmente favorevole agli sport individuali. Del resto, quello stronzo di Saturno passa in dodicesima casa e questo, si sa,  ha lo stesso effetto post prandiale della peperonata: subito dopo la digestione ti rende solitario e introspettivo.

Va a finire che la previsione migliore di tutte è quella su cui tutti, ma proprio tutti gli astrologi, sono d’accordo. Il 31 Dicembre 2020, e non il 32, l’anno (pare, con sollievo di tutti) dovrebbe finire. Non resta che aspettare a casa. Chissa che faccia farà quel poco di buono di Saturno.

In evidenza

Le meraviglie del libro di giada

IMG_0748

Splendidi, curiosi e rari.

Quando si dice di un libro che rappresenta un tesoro o un gioiello, in questo caso si è letteralmente vicini alla realtà. L’uso della Giada in Cina come materiale rituale risale con tutta probabilità addirittura al Neolitico. Secondo un antico proverbio cinese «l’oro ha un prezzo ma la giada non ne ha».

Oggetti di giada che avevano un significato religioso o indicavano un determinato status, politico o sociale.

Nella prima di queste foto un meraviglioso libro di giada con il suo sigillo imperiale.

Il sistema dei libri e dei sigilli fu fondato a partire dalla dinastia Qing. I 25 sigilli imperiali erano una rinomata collezione di sigilli ideata dall’imperatore Qianlong per rappresentare il potere statale. Ne era ben specificato il rispettivo ambito di utilizzo.

Di quei 25 sigilli imperiali, 23 erano di giada, con un disegno di drago e iscrizioni in caratteri Manciù e Han. Originariamente realizzati in oro e giada, sigilli imperiali e libri furono realizzati solo in giada dal 36 ° anno del regno dell’Imperatore Qianlong. Libri di giada e sigilli di giada con titoli postumi furono realizzati per ex imperatori ed imperatrici deceduti quando tali titoli venivano conferiti.

I testi potevano avere carattere evocativo o rituale, qualche volta si trattava di poesie. Quanto segue è una libera rielaborazione di concetti e suggestioni provenienti da quei testi.

IMG_0749

Il libro di giada

 

Davvero sembra uguale a un cielo

Che come la giada non nasconde mai insidie

Oltre la pelle d’ambra

Il tuo sorriso che svela la bocca

Piccola foglia tonda e carnosa

Quel tanto che basta a baciarla.

Sulle mie labbra

Muoiono le onde del tuo dolce respiro

In quei respiri di rosso cinabro

Sono intrecciati in nodi segreti

Le forti fibre di tutti i tuoi pensieri

Che solo io potrei sciogliere.

 

Quando sono partito

Ho lasciato le mie mani nelle tue

Il cuore incastonato nel tuo petto.

 

Ne fiorirà la notte

Che sempre si accenderà tra sole e sole

Della sua fitta lanugine nera

Mi farò una coperta

Calda e accogliente come i tuoi occhi

Perché attorno a me

Non si accumuli la densa

e acre cenere del silenzio

 

Il libro di giada di cui ti ho fatto dono ti veglia

Come si veglia un altare

Quel libro è uno specchio amico del tuo volto

Come il mare

Parla con onde che increspano la luce

Non ha voce, ma ha parole vere, immutabili

Simili a quelle di un padre

 

Le parole degli amanti sono invece corda spezzata

vento rabbioso che si torce come ferro sull’incudine

Impalpabile vuoto che cresce

tra gocce di pioggia sempre più trasparenti.

Non possono né attendere

Né trascendere questa stagione.

Come un semplice fiore

Che non può  trattenere  il tempo

Non sono capace di attesa

 

Ora che sei lontana e le tue montagne coprono il mio sole

La terra si fa specchio arido e netto della mia ombra smarrita.

Solo pochi giorni fa sulle montagne

Come i segni del cielo che scorrono sul libro di giada

Così correvano le stelle sulla tua schiena vicino alla mia.

 

Ora il fiume, quasi in secca, non mi porta più

Il suono di quelle poderose cascate, il crepitare di infiniti echi.

Nelle mie orecchie

Non corre fischiando come sangue la tua voce.

 

IMG_0750

IMG_0751

 

In evidenza

Valere un Perù…

30c2d0cb-765a-4d07-8a76-babd6a8de6dd

Il Perù, conquistato da Francisco Pizarro nel 1532 in nome e per conto della Corona di Spagna, era un’immensa miniera d’oro, e in Europa divenne presto simbolo di un luogo favoloso pieno di enormi ricchezze.

Valere un Perù diventò spesso un modo di dire diffusissimo, che è arrivato fino ai nostri giorni, nel senso di valere moltissimo, possedere un valore inestimabile

In tutta Europa, appunto, e non solo in Italia. Ce lo dimostra questo frammento inedito di un album amicorum.

Qualche secolo fa, quando si restava a casa ben di più, perché erano i mezzi e la difficoltà di spostamenti ad imporlo. E la casa era di conseguenza un luogo ben più sacro di adesso. Le visite di qualcuno in viaggio per motivi di piacere, lavoro o studio erano pertanto eventi da ricordare. E il proprietario dell’album chiedeva a questi visitatori di lasciare un segno del loro passaggio, sotto forma di massime, disegni o motti. A volte era lui stesso ad annotarli e datarli.

daad2d7e-ff5c-47f9-b3fb-61844a43f4a5(1)

 

In Italia gli album amicorum sono poco diffusi, lo sono stati soprattutto nel nord Europa, dal Cinquecento in poi. E questo inedito esemplare olandese settecentesco ci dice che il detto era popolare anche lì. Solo che l’amico, grato per l’ospitalità ricevuta dal padrone di casa, si pone in qualche modo in antitesi.  È così contento che in questa pagina annota: L’amicizia, il vero sale della vita umana, non la venderei nemmeno per le ricchezze di tutto il Perù.

E aggiunge una massima latina: fide, sed cui vide.  Fidati (certo) ma controlla sempre bene di chi

E lui evidentemente lo aveva fatto. Pare con esito positivo!

dfd2856c-4b2d-42fd-b6c8-6d0a7d0505e7