La parola che non muore: Bagnoregio e Montefiascone 1-3 Ottobre 2021

LA PAROLA CHE NON MUORE

Tre giorni di incontri a Bagnoregio e Montefiascone

(1°-3 ottobre)

VIa edizione

Dante, la memoria, la scuola, la malattia

Festival gemellato con 

LA FESTA DELLA SCUOLA (ASCOLI PICENO)

FESTA DI SCIENZA E FILOSOFIA (FOLIGNO)
FESTE ARCHIMEDEE (SIRACUSA)

FESTIVAL DELLA CRESCITA (MILANO)
ANTICONTEMPORANEO (CASSINO)
PAROLE IN CAMMINO (SIENA)

X-OFF. CONVERSAZIONI SUL FUTURO (LECCE)

DANTE SENZA FRONTIERE (SALERNO)

Un progetto in collaborazione

con

la SOCIETA’ DANTE ALIGHIERI

Con il sostegno di ZANICHELLI e MONDADORI EDUCATION

Direzione artistica: Massimo Arcangeli, Raffaello Palumbo Mosca

Direzione organizzativa: Diego Palma

Coordinamento generale: Fabio Di Nicola

Comitato scientifico: Edda Cancelliere, Milton Fernàndez, Riccardo Gualdo, Pierluigi Mingarelli, Mario Morcellini, Carlo Pulsoni, Davide Rondoni, Ottavio Rossani

Civita in giallo: Fabio Mundadori

Ufficio stampa: Massimiliano Bellavista

Coordinamento locale: Andrea Ciarrocchi

Coordinamento Premio poesia “Caro poeta”: Patrizia Marchei

Contributi video: Gianni Gadaleto

Tecnico audio e video: Andrea Artemi

Diretta Streaming: Alessandro Russo

Coordinamento per il territorio: Doriana D’Elia

Realizzazione grafica e sito web: Antonio Silvestri e Stefano Palma

Ne ha parlato perfino il “New York Times”. Con le sue erosioni dal basso, con le sue magiche e rarefatte prospettive aeree, con la sua capacità di dominare dall’alto il territorio al pari di una fortezza, con i suoi “ponti” quasi sospesi nel tempo e nello spazio, il borgo di Civita di Bagnoregio è un simbolo naturale della cultura che resiste, attraverso la conservazione caparbia di una memoria che si tramanda da secoli. Un luogo ideale per avviare riflessioni e letture fra narrativa e poesia, filosofia e scienza, lavoro critico ed esperienza personale (per una parola che è ancora fortunatamente viva, e intende anzi continuare a vivere), come primo passo per la realizzazione di un progetto di ampio respiro che trae ben più d’uno spunto dalle celebrazioni dantesche (nell’anno in corso ricorre il settecentesimo dalla morte del poeta).

La parola che non muore, che si svolge sotto la direzione artistica di Massimo Arcangeli e Raffaello Palumbo Mosca, parte dalla necessità della conservazione della memoria libraria e della memoria poetica che prende a modello proprio la Commedia di Dante, simbolo di una poesia universale che continua a parlare, in tante lingue disseminate per il mondo, a milioni e milioni di lettori.

La memoria poetica, ultimamente al centro di un animato – e in alcuni casi aspro – dibattito sulla presunta morte dell’oggetto sul quale si fonda e si esercita, sarà chiamata innanzitutto in causa dalla quarta edizione del premio dedicato ad Annibal Caro poeta (gemellato con quello dedicato al Caro traduttore, anch’esso giunto alla sua quarta edizione), che vedrà premiato, da una giuria di qualità, il miglior libro di poesia uscito fra il 2019 e il 2021.  

Quanto alla memoria libraria, nel corso della manifestazione si metterà a disposizione, per un poeta o uno scrittore, uno studioso o un artista, Casa Greco, a Civita di Bagnoregio, perché l’ospite che vi sia accolto ne faccia, soggiornandovi, luogo di ritiro, di concentrazione, di riflessione per il suo lavoro. Nell’occasione della sua nascita il compianto maestro Stelvio Cipriani ha donato a Civita, nel 2016, una sua composizione inedita.

I temi portanti dell’edizione di quest’anno, focalizzata sulle celebrazioni dantesche, ruoteranno intorno ai rapporti fra scienza e letteratura, al giallo d’autore, ai luoghi e alle parole (e ai linguaggi) da riabitare e al visibile parlare. Arricchiranno il programma alcuni eventi incentrati sulla scuola (al tempo della pandemia) e una sezione tematica intitolata Un male chiamato umanità (ispirata a Norman Oliver Brown, e a Ferdinando Camon), anche per ribaltare la prospettiva dalla quale si è perlopiù affrontata l’emergenza sanitaria.

Nei giorni del festival sarà infine conferito il premio itinerante “Visioni” a una o più personalità di spicco del panorama nazionale o internazionale. Il premio, nato nel 2015, viene attribuito, di tappa in tappa, a personaggi che si siano distinti nel campo del giornalismo, della cultura, dell’arte, dell’imprenditoria, dello spettacolo, ecc., ed è stato assegnato, negli anni, ad Antonio Ricci, Cristina Comencini, Enrico Mentana, Corrado Augias, Carlo Freccero, Gian Antonio Stella, Lucia Annunziata, Zygmunt Bauman, Sergio Castellitto, Agnes Heller, Luciano Canfora, Piergiorgio Odifreddi, Franco Cardini, Teresa Forcades, Alberto Asor Rosa, Antonio Presti, Michele Mirabella, Francesco Bruni (regista), Mario Martone, Livio Leonardi, Carlo Degli Esposti, Lamberto Giannini e molti altri.

Nascono con questa edizione anche il premio “Civita in giallo”, che sarà attribuito a uno scrittore di gialli o di noir, e il premio “Torre di Chia” (per il centenario dalla nascita di Pier Paolo Pasolini che si celebrerà nel 2022), indirizzato agli studenti delle scuole superiori di ogni ordine e grado e dal tema Scrittura, arti visive e identità. Un altro premio, intitolato al “Tronco d’Artista”, sarà lanciato in occasione della realizzazione di un’opera di Andrea Gandini, dedicata alla figura di Annibal Caro, traduttore dell’Eneide, che sarà mostrata per la prima volta al pubblico, alla Commenda di Montefiascone, nella giornata del 3 ottobre. Qui di seguito il regolamento del premio.

Regolamento

Art. 1

Non ci sono limitazioni di nessun tipo per la partecipazione al premio. A tutti i partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione. Agli studenti universitari e delle scuole secondarie di primo e secondo grado che avranno aderito all’iniziativa, oltre all’attestato, verrà riconosciuto un premio in libri.

Art. 2

I partecipanti al premio dovranno inviare via e-mail, entro il 30 giugno 2022, un progetto (sviluppato in 5.000 caratteri al massimo, spazi inclusi) per la realizzazione di un “tronco d’artista”: il tronco di un albero antico su cui lavorare (dipingendolo, modellandolo, trasformandolo in un qualunque altro oggetto, ecc.) per renderlo un manufatto. I progetti ritenuti migliori, secondo il giudizio di un’apposita commissione, saranno presentati durante l’edizione della “Parola che non muore” che si svolgerà nell’autunno del 2022.

L’iscrizione al premio, e la partecipazione al festival dei migliori selezionati dalla giuria, implica l’autorizzazione, da parte dei partecipanti, alle riprese fotografiche e audiovisive che saranno effettuate durante la manifestazione, nonché la loro libera utilizzazione, per fini promozionali, giornalistici, documentari o altro, da parte dell’organizzazione. L’iscrizione al premio implica altresì la cessione a titolo gratuito dei diritti di immagine in favore dell’organizzazione stessa o dei suoi incaricati, e la rinuncia a ogni eventuale azione tesa a ottenere il pagamento di corrispettivi, indennità, rimborsi o altro connessi a quei diritti.

Art. 3

I primi tre classificati saranno ospitati, per un soggiorno di una settimana per due persone, al Borgo “La Commenda”. Al vincitore assoluto sarà offerta l’opportunità di partecipare a uno dei festival della rete “La Parola che non muore” per un soggiorno, sempre per due persone, comprensivo della copertura, da parte dell’organizzazione, delle spese di trasporto. 

Art. 4

I progetti spediti via e-mail potranno essere illustrati secondo le seguenti modalità:

– verbale/espositiva (un riassunto del progetto, in chiave espositiva o narrativa);

– grafica (un dipinto, un esercizio di tecnica grafica o altro);

– multimediale (un videoclip).

Nella loro presentazione i partecipanti spiegheranno come intendono realizzare i loro progetti. La presentazione, se in modalità audiovisiva, non dovrà superare i 10 minuti di durata.

Programma

Venerdì 1° ottobre

Istituto omnicomprensivo F.lli Agosti (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Ore 11.30

Massimo Arcangeli, La parola e l’immagine. Con gli studenti delle terze classi (sezioni A e B) della scuola media dell’istituto, coordinati da Francesca Fiorentini

Ore 15.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Culture da salvare, da trasmettere, da condividere  

Luca Profili, sindaco di Bagnoregio, Civita, la “città che non vuole morire”

Francesco Bigiotti, amministratore unico di Casa Civita, Una residenza d’artista per il libro e la cultura

Luigi De Simone, imprenditore, Come far rinascere un antico borgo

Elisabetta Ferrari, Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF)

Beatrice Curci, associazione GIULIA (GIornaliste Unite LIbere Autonome), Dare voce alle differenze di genere

Massimo Arcangeli e Diego Palma, La voce della scuola

Ore 16.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Luoghi da riabitare

Filippo Arcelloni, Il teatro che cammina (sulla via Francigena)

Ore 16.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Civita in giallo. I luoghi

Premio “Visioni” a Marcello Fois

Introduce Fabio Mundadori. Premia Luca Profili

Ore 17.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (ETICA)

“Impossibile è essere savio chi non è buono”

Eugenio Coccia e Filippo La Porta, Dante e l’etica. Fra letteratura e scienza. Coordina Massimo Arcangeli

Ore 17.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Silvio Barbieri, Rita Biganzoli, Antonio De Nigris, Carlo Montanari, La scuola che potremmo avere: il futuro dopo l’emergenza

L’emergenza Covid ha posto in evidenza i problemi strutturali di una scuola non più al passo coi tempi. Problemi amplificati dalla didattica a distanza (DAD), anche se, quando il Covid ci ha colpiti di sorpresa, chi era già preparato a gestire una didattica innovativa in presenza ha saputo farlo anche a distanza. Una didattica on-line da non intendersi come una  forma sostitutiva della didattica in presenza, ma come un suo complemento.

Coordina Diego Palma

Ore 18.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Rosario Alfano e Giuseppe Mancuso, La scuola (da rifondare) che non c’è

Abbiamo bisogno di una tensione ideale che faccia della scuola riformata il luogo dove crescere insieme come comunità. Un luogo dove alimentare il senso civico e far maturare la consapevolezza di essere cittadini attraverso un percorso di studi, di esperienze, di scambi, di condivisione, di apprendimento. Un luogo dove si coltivi anche il rispetto per il lavoro. Per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) è aumentato il carico lavorativo (gli organici ridotti non riescono a soddisfare l’enorme mole di lavoro degli ultimi vent’anni), oltre alla responsabilità, ma non lo stipendio. Si combatte il Covid, nella realtà, senza il personale ATA.

Coordina Diego Palma

Ore 18.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Tiziana Mari, Se i quadri potessero pensare

Tanti dipinti famosi reinterpretati in chiave attualizzante, sotto la guida della docente che racconta qui il suo progetto (ideato e realizzato in tempi di pandemia), dagli studenti di una quarta classe del liceo scientifico Ettore Majorana di Orvieto. 

Ore 19.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La Voce della Scuola

Emma Sabatini e Gianmarco Silvano, L’Unione (degli Studenti) fa la forza. Un manifesto per la scuola del futuro

Con l’introduzione della DAD (marzo 2020) abbiamo assistito alla progressiva esplosione delle contraddizioni e delle problematiche strutturali che il sistema di scuola pubblica del nostro paese presenta ormai da decenni. Viviamo una scuola sempre più esclusiva, spesso determinata dalle logiche meritocratiche e competitive di un sistema capitalista in cui è immersa, in cui studenti e studentesse non sono condotti alla formazione di un pensiero critico ma alla mera acquisizione di sterili nozioni, con processi frontali e punitivi che non mirano a una reale crescita dell’individuo. Ci hanno lasciato una scuola in macerie, distrutta dai processi di aziendalizzazione e sottofinanziata. Abbiamo così deciso di mobilitarci e di ricostruire un modello di scuola alternativo. A partire dallo scoppio della pandemia siamo scesi nelle piazze per pretendere che l’istruzione pubblica costituisse la priorità del nostro governo, abbiamo preteso che tutti avessero accesso ai device e alla connettività. Siamo stati da sempre in prima linea per un ritorno in presenza in sicurezza e abbiamo preso parte a numerose mobilitazioni per sottolineare il carattere trasversale della didattica e la funzione sociale dei luoghi della formazione. Dal gennaio del 2021 abbiamo deciso di ricostruire le nostre scuole a partire dalla riapertura di cantieri, di spazi assembleari che garantissero un confronto reale tra le componenti sociali della scuola per immaginarne un cambiamento dal basso, in forma radicale e strutturale, dalla valutazione all’edilizia, dal diritto allo studio alla didattica. Un processo di costante riflessione pedagogica che non si può interrompere.

Coordina Diego Palma

Sabato 2 ottobre

Bagnoregio  

Ore 15.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (felicità)

“Altro ben è che non fa l’uom felice; / non è felicità”

Lello Voce, Il manifesto per una scuola della felicità

Il manifesto, proposto da un poeta che è anche un insegnante, è una provocazione che prova a immaginare una scuola superiore radicalmente diversa da quella attuale, una scuola che rifiuti di basarsi su controllo, valutazione ossessiva, competenze e competitività per diventare invece un luogo capace di creare felicità, solidarietà e rispetto per tutti coloro che ne fanno parte (allievi, insegnanti, personale tecnico). Una fabbrica di sogni e felicità, cultura e futuro. Ispirato al pensiero libertario di grandi figure come Ivan Illich e Danilo Dolci, il Manifesto per una scuola della felicità ribalta molti dei luoghi comuni della scuola così com’è (e come viene progettata oggi), lanciando il guanto di una sfida a ripensarla dalle fondamenta, mettendo al suo centro non questa o quella necessità economica e produttiva ma la voglia di stare assieme e la responsabilità di farlo nell’interesse comune, oggi più che mai. Pubblicato inizialmente sul sito del «Fatto quotidiano», il manifesto è stato poi rilanciato da Rai Radio 3 (nella trasmissione La lingua batte).

Ore 15.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (MENTE e MEMORIA)

“Apri la mente a quel ch’io ti paleso / e fermalvi entro: che non fa scïenza, / sanza lo ritenere, avere inteso”

La mente memore. Premio “Visioni” a Giorgio Vallortigara. Premia Francesco Bigiotti

Ore 16.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Il visibile parlare

Lucia Battaglia Ricci, Dante in immagini

Un affascinante viaggio, lungo i secoli, tra dipinti, miniature e altre rappresentazioni artistiche di personaggi ed episodi famosi della Commedia dantesca.

Ore 16.30 

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Civita in giallo. I tempi

Franco Forte e Fabiano Massimi, Storie gialle nell’Italia fascista e nella Germania nazista

L’uranio di Mussolini (Franco Forte) e I demoni di Berlino (Fabiano Massimi). Due gialli storici ambientati nei primi anni Trenta, alla vigilia del periodo più oscuro della storia europea nel “secolo breve”, che avrebbe precipitato il mondo nell’inferno della guerra più terribile che l’umanità ricordi. Due storie (quella italiana è ambientata in Sicilia) che ci fanno respirare il clima che fece da incubatore al fascismo e al nazismo e ne accompagnò il montare delle ideologie che li sostennero.    

Coordina Fabio Mundadori

Ore 17.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Una male chiamato umanità

“Io vidi una di lor trarresi avante / per abbracciarmi, con sì grande affetto, / che mosse me a far lo somigliante”

Salvatore Malizia, Patrizia Marchei Romano, Daniela Turi, Il “contagio” degli affetti. Malattie, cure, guarigioni

Modera Massimiliano Bellavista

Ore 17.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Parole da riabitare (cambiamento)

“Non v’accorgete voi che noi siam vermi / nati a formar l’angelica farfalla, / che vola a la giustizia sanza schermi?”

Massimiliano Bellavista, Marina Morbiducci, Antonella Palmitesta, Bianca Piergentili, Francesco Ricci, Sessualità “fluttuanti”, passaggi di stato, identità ibride

Modera Massimo Arcangeli

Ore 18.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Civita in giallo. I tempi

Mauro Valentini e Mirko Zilahy, Storie criminali da città eterne (Roma) e paesi che muoiono (Civita)

Tutti lo chiamavano Tyson (Mauro Valentini) e L’uomo del bosco (Mirko Zilahy). Il primo romanzo è la storia di un uomo cui si offre un giorno l’opportunità di cambiare il corso di una vita passata a rimediare alle conseguenze dei propri errori (ma di mezzo c’è Tyson…). Il secondo romanzo ci accompagna in un viaggio nel cuore di sangue e di pietra di Civita di Bagnoregio, e alla fine scopriamo che le sue viscere non sono poi così diverse da quelle covate nell’animo umano. 

Coordina Fabio Mundadori

Ore 18.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Una male chiamato umanità

Giorgio Nisini e Luca Ricci, Il tempo e la malattia

Un dialogo sull’umano e sulla malattia a partire dai libri Gli estivi (Luca Ricci) e Il tempo umano (Giorgio Nisini).

Coordina Raffaello Palumbo Mosca

Ore 19.00

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

La voce della scuola

Nicola Maulucci, Figli di un dio minore. Racconti di discontinuità didattica e di precarietà affettive

Dall’affidamento temporaneo, della durata al massimo di diciotto mesi, all’affidamento sine die (fino ai 18 anni). Esperienze di genitori affidatari piene di gioie ma anche ricolme di dolori, fra incomprensioni e ricongiungimenti, discussioni e riappacificazioni. Esperienze che ti riempiono in ogni caso la vita, anche se ci si chiede che senso abbia lasciare qualcuno nelle mani di una famiglia affidataria fino al compimento del diciottesimo anno senza poterlo adottare prima.

Ore 19.30

Auditorium Taborra (Bagnoregio)

Il visibile parlare

“E tu che se’ costì, anima viva, / pàrtiti da cotesti che son morti”

Lisa Flores (direttrice della scuola Flores), Antonella Arduini, Cristina Bombasaro, Monica Pesciarelli, Santina Petrosilli, Il flamenco. La tradizione che non vuole morire

La scuola di flamenco Flores è una realtà consolidata che propone spettacoli di danza e musica flamenca coi più importanti artisti della scena internazionale. Il flamenco, originario dell’Andalusia, è l’espressione più vivida e magnifica dell’arte gitana. È una danza sensuale, che produce un’intima unione fra il corpo e lo spirito, e arriva a farci comprendere in modo intuitivo l’energia ancestrale sopita dentro ciascuno di noi. Il flamenco è ritmo, armonia e contrasto, creatività e tradizione, suoni e musica alternati a profondi e magici silenzi.

Conduce Fabio Di Nicola

Domenica 3 ottobre

Borgo La Commenda (Montefiascone)

Ore 10.00

“Vorrei essere scrittore di musica, / vivere con degli strumenti / dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare”

I premi “Caro poeta”, “Caro traduttore”, “Torre di Chia”, Luigi De Simone (proprietario del Borgo La Commenda), Lucianna Argentino (vincitrice del premio “Caro Poeta” nel 2019), Federica Alessandri (per il premio “Caro traduttore”), Ivana Pagliara (cofondatrice di PromoTuscia)

Modera Elisabetta Ferrari

Ore 10.30

La Voce della Scuola

Cosimo Forleo, Maddalena Giocondo, Giusy Versace, La “nuova” scuola fra aziendalismo, precarizzazione ed educazione alla cittadinanza attiva

Nell’anno 2000, col Reg. 275 del 1999 e il successivo riconoscimento giuridico della dirigenza, è nata ufficialmente l’autonomia scolastica. La scuola è organizzata come un’azienda e le varie attività dei docenti sono sempre più burocratizzate e sempre meno collegiali. Sono passati vent’anni, e quali sono i risultati di queste scelte? Il lavoro dell’insegnante, in termini di efficacia, soprattutto dell’apprendimento degli allievi, se ne è avvantaggiato? Quali decisioni da prendere sarebbero necessarie, a livello politico e normativo, per una scuola italiana diversa? Come potrebbe intervenire utilmente, nel quadro generale, il Terzo Settore, e come accompagnare i giovani, grazie alla cultura del volontariato, verso la costruzione di una società democratica, equa ed inclusiva, in un percorso di consapevolezza dell’esercizio dei propri diritti, dei propri doveri e delle proprie responsabilità? Nasce intanto, in risposta a una crisi scolastica strutturale, il Movimento Lavoratori Precari (MLP.), che unisce il personale docente e il personale ATA e il cui doppio obiettivo è di cementare in un movimento politico i lavoratori precari di ogni categoria, sbeffeggiati nonostante una direttiva europea (1999/n. 70) preveda l’assunzione a titolo definitivo di tutti i dipendenti della scuola che abbiano svolto almeno 36 mesi di servizio.

Modera Diego Palma

Ore 11.15

La Voce della Scuola

Antonio Cosentino, Didattica della comunità di ricerca e “Philosophy for Children” (F4Ch)

La didattica della comunità di ricerca è stata definita all’interno del curricolo della philosophy for children alla luce di una rilettura del pensiero di John Dewey. La logica della ricerca, negli auspici di Dewey, dovrebbe essere estesa a tutti i campi della conoscenza e corrispondere a un incremento diffuso di riflessività. Il pensiero riflessivo in azione, infatti, non è altro che la ricerca. L’espressione comunità di ricerca implica, da un punto di vista scolastico, una proposta complessiva e articolata di didattica includente nei suoi elementi fondamentali: a) spostamento della didattica da un paradigma standard a uno riflessivo; b) trasformazione della dinamica del gruppo classe in una comunità di interazione; c) primato della comunicazione orale; d) primato di una dimensione sociale e costruttiva dei processi di apprendimento; e) spostamento dell’attenzione dal prodotto al processo; e)  riposizionamento della figura dell’insegnante nella sua funzione di “facilitatore”. 

Un male chiamato umanità

(intermezzo)

Alessandro Cola, Memorie romanesche al tempo del Covid

Un breve excursus tra i momenti salienti del periodo pandemico, fra ironia e canzonatura, satira e disagio. La quarantena fa brutti scherzi, e la prima prova a uscire fuor di… mascherina.

Ore 11.45

Trifone Gargano, Dante pop, tra un selfie e un tweet

Celebrare Dante con una versione divergente, in quanto classico attivo, nonostante i 700 anni trascorsi dalla sua morte. Un classico ancora capace di ispirare artisti e intellettuali contemporanei, e di trovare riscontro nei più diversi canali e codici espressivi (dai fumetti ai videogiochi, dalla canzone pop e rock ai brand pubblicitari, dalla narrativa ai social). Dante come “lievito”, insomma, o, per dirla con le sue stesse parole, “favilla” che “gran fiamma seconda”.  

Ore 12.15

Premio “Visioni” a Giorgio Colangeli. Premia Luigi De Simone

Ore 12.45

Luoghi da riabitare

Andrea Gandini e Valter Lazzarin, Artisti di strada. Lo scultore del legno che resuscita i tronchi, e l’enigmista che batte tautogrammi a tema sulla macchina da scrivere e poi li recita

Due “creativi” ci raccontano i loro progetti on the road per la presentazione ufficiale del tronco riportato in vita al Borgo La Commenda (realizzato in onore di Annibal Caro) e per il lancio del premio annuale al miglior “tronco d’artista”.

Coordinano Massimo Arcangeli e Raffaello Palumbo Mosca

Un maestro assoluto del breve…

A Marzo avevamo parlato dell’inquietante Shirley Jackson , per il numero 8. La nona puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8) ci parla di uno scrittore raffinato, anzi raffinatissimo, ma assai poco o per niente conosciuto in Italia. Uno scrittore tormentato Stig Dagerman, complesso, un vero maestro del breve. Nato nel 1923 e segnato da una drammatica infanzia, ha scritto nella sua breve vita ( si suicidò nel 1954 proprio all’alba del suo successo letterario e di pubblico in Svezia) quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova con facilità in rete, ad esempio qui.

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – Uccidere un bambino

Ci sono racconti che ti rimangono dentro e te li porti dietro per sempre, racconti che in qualche modo ti hanno segnato nel profondo e che – proprio dalla prospettiva di uno scrittore di racconti – hanno persino cambiato il tuo modo di intendere la scrittura. Da quando, anni fa, ho letto per la prima volta Uccidere un bambino di Stig Dagerman, ho provato questa sensazione, e in ogni occasione che lo rileggo mi capita di pensare a quanto possa essere completa e potente anche una storia di cinque pagine scarse come questa. È stato per me necessario citarlo nella parte iniziale del romanzo Era l’11 settembre (ripubblicato in questi giorni da Nati per Scrivere), che parla – tra le altre cose – proprio di scrittura. Inutile dire, dunque, quanto ritenga indispensabile la lettura di questo racconto da parte di ogni persona che intenda scrivere; che si tratti di narratori di storie brevi o romanzieri non fa indifferenza, perché la bellezza non conosce limiti di forma né di dimensioni.

Ma qui, in questa rubrica, tentiamo soprattutto di analizzare i racconti migliori che si possano trovare in circolazione. E allora seguite innanzitutto il narratore onnisciente, che compie una panoramica sul paesaggio e dopo entra ed esce dalle case della gente, andando dal generale al particolare. La prima frase reca già un forte contrasto rispetto al titolo: “È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura”. Difatti l’atmosfera è idilliaca in questa domenica nella quale tra poco udiremo il suono delle campane, e intanto assistiamo alla scena di uomini che si radono, donne che canterellano, bambini che si abbottonano le camicette. Ma se ancora ci fosse qualche dubbio su ciò che sta per accadere, ecco la sentenza alla decima riga: “È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice”. Se sappiamo quanto sta per accadere, ancora però non sappiamo come. Seguiamo il bambino nel suo quadro familiare di una domenica qualsiasi, anzi l’ultima domenica della sua vita. Si sviluppa inevitabilmente tensione perché è vero – lo ripeto – che noi sappiamo cosa gli sta per succedere, ma lui no, non ne è al corrente (su questo concetto leggetevi la differenza tra suspense e sorpresa di cui si parla nel libro fondamentale Il cinema secondo Hitchcock scritto da Francois Truffaut. Hitchcock docet, sempre e comunque). Le persone che saranno implicate in questo dramma fanno programmi per un futuro imminente che non ci sarà.

Poi ci spostiamo sull’uomo che ucciderà un bambino: è felice, e mentre il benzinaio sta riempiendo il serbatoio fa una fotografia alla ragazza. Quando ripartono, l’uomo spiega che arriveranno al mare e lì affitteranno una barca; la ragazza lo ascolta e chiudendo gli occhi vede il mare. Attenzione ai dettagli: “Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue”, così come nella scena precedente il narratore aveva detto “Non vi sono ombre nella cucina”. Insomma, niente lascerebbe presagire al peggio, non ci sono segnali avversi. Continuiamo a seguire i due personaggi che tra poco si incontreranno, e lo facciamo in una sorta di montaggio alternato: l’uomo è ancora nel primo villaggio, il bambino è nel terzo. La madre nel frattempo si accorge di aver finito lo zucchero. I dettagli sono anche nei gesti, nei piccoli movimenti: il bambino che si allaccia le scarpe, il padre che piega lo specchio dopo la rasatura. Piccole e brevi inquadrature che mostrano gli oggetti (alla maniera di Martin Scorsese in Toro scatenato, per fare un accostamento cinematografico): “Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche.”

Ora la madre manda suo figlio a prendere lo zucchero da una famiglia che abita dall’altra parte della strada. Deve far presto, il padre gli grida che c’è una barca ad aspettarlo e insieme remeranno nel fiume; lui pensa a questo, “al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e che la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e per molti altri ancora”. È un impietoso conto alla rovescia. Attenzione anche alla simbologia della barca, la quale non solcherà nessun mare, nessun fiume, rimarrà ferma dov’è, così come il bambino la cui vita tra poco sarà interrotta. Il bambino attraversa la strada e l’auto blu dell’uomo che lo ucciderà entra nel secondo villaggio, in cui tutto è tranquillo, e ne leggiamo la descrizione: “È un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina con la tazza del caffè in mano”. L’auto al momento viaggia veloce e compaiono “i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie”, ed ecco dunque primi segnali funesti, l’avvisaglia di una tragedia incombente. L’autore ci tiene a rimarcare che “Non è certo un uomo cattivo” come a dire che questa è una disgrazia che potrebbe capitare a tutti, “Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino”. Siamo vicini al terzo villaggio, la donna chiude di nuovo gli occhi e immagina il mare. C’è ora il periodo più bello e d’impatto del racconto, che non riporterò (è un’unica frase di una quindicina di righe, e non voglio togliervi il piacere di leggerla nel flusso della storia). Ci troviamo un minuto prima dello scontro e prima che le vite di tutti gli attori coinvolti cambino drasticamente. La scena è di una nitidezza incredibile, come nel cinema. “Dopo è troppo tardi”, il fatto è già compiuto. Dopo, ogni cosa è perduta. Fra tutte le ferite, il tempo non potrà guarire questa, e ancora scorrono frasi di una saggezza lucidissima. Al ritorno, per l’uomo che ha ucciso un bambino e la donna ci sono solo ombre e silenzio. La vita si è rivelata in tutta la sua spietatezza, in un solo e decisivo attimo, e per loro – così come per i genitori del bambino – niente sarà più come prima.

11 Settembre: a Pari (GR). Un libro da (ri)scoprire un evento da vivere

il 12 Maggio 2020, in piena tempesta, ho scritto una recensione ad un libro cui tengo molto. Il libro in questione è quello di Mirko Tondi, che dopo varie vicissitudini, torna sugli scaffali in una veste tutta nuova, una gran bella veste (va detto) curata da NPS Edizioni. Mirko mi ha anche fatto un bel regalo, facendo diventare quella recensione la postfazione del nuovo volume. Gliene sono come ovvio grato. Così Sabato 11 Settembre alle 18.30 ne festeggiamo l’uscita alle 18.30, nello spazio dedicato ai Borghi della Lettura, dietro Piazza Castelfidardo a Pari (GR), nei pressi del pozzo. Il libro poi materialmente sarà sugli scaffali dal giorno 15/09.

“Era l’11 settembre” è la storia di un uomo che ha perso suo figlio, proprio il giorno degli attentati a New York e al Pentagono, e che da allora non si dà pace, certo di averne causato la morte. Adesso, alla soglia degli ottant’anni, decide di raccontare la sua storia a un ghost-writer, e il normale rapporto di lavoro tra cliente e professionista genera un’intimità tale da far scoprire a entrambi qualcosa su loro stessi. Un cammino di espiazione e rivelazione, che si snoda tra eventi pubblici e privati, rimpianti e memorie scomode, accompagnato da fitte citazioni musicali, artistiche e cinematografiche, quasi l’arte potesse ordinare il caos delle loro vite.

Mirko, lo sapete, è il curatore della rubrica di questo blog ‘Anatomiam di un racconto’, in quanto sia lui che io crediamo molto nella forma breve del narrare. Ma di quando in quando c’è tempo anche per qualche romanzo e qualche buon saggio!

Rivisitare l’Inferno o della cura dell’anima.

Un’argomentazione chiara
e semplice su temi complessi
di Massimiliano Bellavista
L’immaginario diffuso e condiviso oggigiorno, in egual misura tra chi crede e chi no, prevede che l’inferno che ci raffiguriamo mentalmente alla sola evocazione della parola o del concetto sia, sostanzialmente, quello dantesco. E esattamente come non occorre essere religiosi per avere una certa idea dell’inferno, non occorre nemmeno aver letto Dante per sintonizzare la propria mente sugli scenari angoscianti più tipici e scontati della Commedia. Perché?
La commistione di registri stilistici tipica della Commedia e l’ampio uso del registro realistico ai fini della trasposizione della realtà mondana nella dimensione ultraterrena forniscono una tale e vivida rappresentazione realistica che non poteva non influenzare, attraverso i secoli, schiere di lettori e artisti. Poi è arrivato Gustave Doré, e il suo novum nell’immaginario occidentale che ha definitivamente imposto un canone fatto di abissi, demoni, forconi, contrappassi e stridore di denti.
Per Dante tutto ciò in ultima analisi derivava da una specifica esigenza di categorizzare e analizzare il mondo in cui viveva, per la Chiesa, c’era la necessità di trasferire e restituire ai credenti, anche visivamente, il concetto del castigo eterno e della sofferenza dei dannati.
Dal punto di vista teologico, il tema della punizione eterna è a tutti, fedeli e non, assai ben noto. Tuttavia, come l’arcivescovo Andrè Lèonard ben riporta nella sua Prefazione al volume del sacerdote e mistico Yvon Kull, Rivisitare l’Inferno. O come divenire immortale (Rubbettino, pp. 186, € 18,00), «Dopo decenni, sono convinto che il problema più difficile della teologia sia quello dell’inferno, concepito come castigo eterno e sofferenza eterna dei dannati. Già Origene, nel terzo secolo, non sopportava il pensiero di una punizione eterna, senza alcuna prospettiva di riparazione di colpa e di salvezza». Singolare ma fondamentale tema, quello degli ultimi fini, su cui stranamente sia la predicazione della Chiesa che la riflessione teologica sono negli ultimi decenni quasi mute, lasciandoci di fatto spiritualmente ancorati alle immagini dantesche. E l’orizzonte laico non è meno silente, essendo del resto la nostra storicamente la società più ritrosa e refrattaria a temi come la morte e l’aldilà. E allora merito a chi almeno prova a discuterne.
Un’argomentazione elegante e non dirompente o distruttiva
Ma l’autore, dall’alto della sua lunga esperienza e del suo lunghissimo percorso di fede nella Congregazione ospedaliera del Gran San Bernardo, si guarda bene dal porsi in modo distruttivo, fuori dai canoni della Chiesa. Lo dice a più riprese, anzi sottopone volutamente il suo pensiero, attraverso questo libro, all’esame di tutti, in primis della Chiesa stessa. A ben vedere in effetti, il volume di Yvon Kull non è stato scritto per mettere in discussione la fede o la religiosità di alcuno, ma solo per suggerirci un altro e forse più fertile paradigma interpretativo dell’aldilà.
L’autore dispone di una larga cultura filosofica e teologica, ma deliberatamente ha voluto scrivere in un linguaggio semplice, pedagogico si direbbe, e non specialistico.
La tesi centrale è semplice quanto immensa. Si tratta della libertà individuale, ovvero e con altre parole, ciò che Dio ci impone e ciò che rimane nelle nostre mani, ancorato alla nostra personale decisione. In principio, vi è una sorta di imposizione che caratterizza un Dio che, senza evidentemente poterci consultare, ha imposto all’uomo l’esistenza con l’intento di potergli far vivere una vita destinata all’eternità. Ma, secondo l’autore, qui si ferma l’imposizione e l’esistenza non è uguale all’immortalità. Se quindi Dio ci offre l’opportunità di rispondere con un sì o con un no alla sua offerta, in questo secondo caso la punizione eterna di connotazione dantesca non avrebbe alcun senso. Dio quindi, secondo l’autore, che fonda le sue considerazioni su fonti autorevoli a cominciare dalla dottrina di Sant’Ireneo, «risponderebbe al nostro rifiuto non imponendoci l’esistenza eterna ma lasciandoci ritornare al nulla. L’inferno eterno sarebbe quindi la caduta nell’inesistenza eterna».
Tesi che come si comprende subito non lascia indifferenti e che si scontra prima di tutto con il nostro immaginario, cui ci si riferiva poc’anzi, e anche e di conseguenza con la più corrente interpretazione dei testi biblici. Tuttavia, questa tesi, come l’autore notare ricorrendo alla sua esperienza di interazione con i credenti, risponde a una esigenza che trova riscontro e consenso tra molte categorie di fedeli. Come dire insomma, che il nostro modo di pensare, come la società, è cambiato e che quindi con tutta probabilità occorrono nuovi pensieri e testi in grado di rispondere a un crescente disagio.

La crisi della fede e la ricerca di nuove categorie
«Non so perché, tu che tieni questo libro tra le mani t’interessi all’inferno» dice l’autore all’inizio del volume. Probabilmente accade perché il lettore sente, al di là delle possibili critiche, la genuinità del suo pensiero, la volontà costruttiva e non distruttiva con cui si è strutturato nel tempo. In poco meno di duecento pagine sono condensati trent’anni di riflessioni profonde, che hanno in primis plasmato la vita dell’autore stesso. «Un giorno ho pensato che se non avessi scritto questo libro, nessuno l’avrebbe mai scritto al mio posto, perché nessuno ha vissuto ciò che ho vissuto io stesso». Non sembri superbia. È che quote via via maggiori di fedeli esprimono un disagio e una difficoltà a inquadrare questo concetto, il convitato di pietra della fede, l’inferno. «Sarei in torto se volessi dare una lezione a chicchessia. So che il dogma dell’inferno è una pietra d’inciampo per molti sul cammino della fede cristiana. Sono numerosi quelli che non possono più credere in Dio a causa dell’inferno e della spiegazione che e ne dà. Numerosi sono quelli che credono in Dio, ma si domandano come amarlo veramente, se le sofferenze dell’inferno devono essere eterne. Come potrebbe un Dio permettere una tale atrocità ed essere amabile?».
La “seconda morte” che l’autore ci prospetta è un concetto chiaro e che restituisce il destino nelle mani dell’uomo stesso, in quanto sarà il suo libero rifiuto della grazia di Dio a determinarla. Anche questo inferno a ben vedere, alla fine è comunque eterno poiché la cessazione della vita è per sempre, l’annullamento, l’assenza totale intesa come ritorno al nulla, è irreversibile. Ma questa congettura è per certi aspetti rivoluzionaria e, a detta dell’autore, restituirebbe alla dottrina cristiana una parte significativa della sua originalità, della sua identità distinta rispetto a tante ‘religioni alla moda’. «Non ci sarà –non potrà esserci – una “vera” nuova evangelizzazione finché per così lungo tempo la Chiesa cattolica lascerà credere – peggio insegnerà – che l’anima è di natura immortale. Come volete che gli Hindu, i Buddisti, gli gnostici, quelli della New Age… – tutti quelli che per errore si credono immortali – abbiamo bisogno del nostro Gesù crocefisso per essere salvati dalla morte? Ai loro occhi, non hanno bisogno – come i cristiani – d’essere salvati dalla morte da un Altro perché si credono “immortali” in loro stessi».
Si tratta come si vede di un testo difficilmente classificabile, a metà com’è tra la teologia e il racconto di una vita, ma che ha l’indubbio merito di sollevare molteplici interrogativi, e anche di fornire alcune interessanti, originali e plausibili risposte, stimolando sicuramente la riflessione e il pensiero di tutti, non solo dei credenti.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 187, settembre 2021)

Il canto di Jimmie Blacksmith

https://it.viceversapublishing.co.uk/il-canto-di-jimmie-blacksmith

Il canto di Jimmie Blacksmith non è un romanzo ma la descrizione di un mito. Un mito, in tempi moderni, può nascere da poche parti, perché servono molti ingredienti: un’ambientazione esotica, o addirittura vergine nell’immaginario collettivo, dei personaggi forti, che dicano o facciano almeno qualcosa che non è mai stato detto o fatto prima, un tessuto di rappresentazioni immaginarie del mondo e di evocazioni potenti, una storia che metta in discussione o faccia vacillare quei valori e quelle convinzioni consolidate di cui la società si nutre. 

Certo, quando nel 1972 Thomas Keneally decise di romanzare la vera storia di Jimmy Governor, il mezzosangue domatore di cavalli che con il fratello uccise nove bianchi terrorizzando l’Australia per mesi (precisamente tra il Luglio e l’Ottobre del 1900), voleva affrontare, da un nuovo punto di vista, il tema per lui consueto dell’influsso che certi eventi o cambiamenti storici e sociali hanno sulla moralità e la vita individuale Non vi è alcun dubbio su questo. Ma se si legge bene il volume si giunge presto alla conclusione che forse voleva fare anche dell’altro (e ci è riuscito): scrivere una fiaba tragica, far nascere un mito.

Solo così si spiega un incipit come questo: Nel giugno del 1900, lo zio materno di Jimmie Blacksmith, Tabidgi-Jackie Smolders per il mondo bianco-fu turbato dalla notizia che il nipote aveva sposato una ragazza bianca nella chiesa metodista di Wallah. Pertanto prese il dente dell’iniziazione di JImmie e si mise in cammino per Wallah, una distanza di cento miglia.

Questo non è l’inizio di una cronaca né tantomeno di un romanzo, ma è l’equivalente di un c’era una volta, l’incipit di una favola tragica, della narrazione di un mito del riscatto degli emarginati e della fondazione di una nazione che però non è mai sbocciato.

E sì che i tempi sembravano maturi nel 1900, quando, tra la curiosità dell’opinione pubblica mondiale, stava per nascere una grande e giovane Nazione, finalmente indipendente dal giogo coloniale, una Nazione che voleva essere aperta, anzi precorritrice dei cambiamenti sociali del secolo breve (il voto alle donne. La pensione ai vecchi e alle vedove. Tribunali industriali benevoli con i sindacalisti si legge nel libro), ma che, questa l’amara constatazione che lo stesso autore fa nella sua prefazione alla ricca e ben curata traduzione del romanzo edita a cura di Viceversa Publishing, a distanza di oltre cento anni non è stata invece capace di affrontare in modo risolutivo il tema degli aborigeni. Lo dimostra molto bene tanta letteratura recente che proprio da quel Paese viene, tra tutti la Sally Morgan de La mia Australia (1987).

E allora, come capita di sovente in letteratura, il protagonista non può che essere che qualcuno la cui vita il confine tra le due culture, quella bianca e quella nativa, lo rappresenta plasticamente. Qualcuno come Jimmie Blacksmith per esempio, che vede il suo mondo antico sfaldarsi (Gli uomini tribali erano mendicanti che vomitavano sherry bruciabudella dell’Hunter River al riparo dei cessi dietro i pub. Gli anziani tribali (…) prestavano le loro mogli agli uomini bianchi per un sorso da una bottiglia di brandy) ma decide comunque di reagire, di farsi apprezzare per il suo lavoro, di integrarsi come si direbbe oggi.

Quando però il mondo bianco tanto agognato gli volta le spalle, negandogli il giusto compenso per il suo duro lavoro (simbolo quest’ultimo del riscatto sociale nel passaggio da una società tribale ad una fondata sul denaro) e mirando per giunta a spezzare il suo matrimonio con Gilda allontanandolo anche dal suo bambino, qualcosa in lui si spezza. Non ci sarebbe davvero bisogno di sottolineare come Keneally sia un ottimo scrittore, ma ci son pagine dove riesce addirittura a superare sé stesso. Come in un mito greco infatti, il lettore sa benissimo cosa sta per succedere, non è quello il punto, non è il cosa ma il come cui il lettore è interessato, cioè in ultima analisi la cifra stilistica e il registro che lo scrittore sceglierà di utilizzare per il suo racconto. Una famiglia bianca sarà massacrata, altri quattro morti seguiranno, ma c’era modo e modo di esprimere questa brutale cesura, il sangue rifiutato e ancestrale dei riti aborigeni che torna in scena inondandola di terrore, i processi mentali che alla velocità della luce si succedono nella mente del protagonista che oscilla sempre più vorticosamente tra le estremità degli istinti tribali, la sua nuova normalità e un futuro di orrore. Ecco, Keneally fa tutto questo da maestro, come quando descrive la visita del protagonista al cattivo padrone Newby, che lo vuole far fuggire senza pagarlo con la scusa che anche i suoi parenti vivono con lui e che questi rappresenterebbero per lui un pericolo.  Era infatti contro tutte le ragioni portare Tabidgi con sé in una missione di reclamo. Tabidgi era il pretesto di Newby per sospenderli le provviste. Tuttavia, all’altra estremità degli istinti tribali, Jimmie forse voleva semplicemente mostrare Jackie ai Newby, far loro vedere quale innocuo vecchio bastardo fosse. Ecco, quella espressione all’altra estremità degli istinti tribali, è un vero tocco da maestro, perché dice metaforicamente tutto quello che c’è da dire.

Tuttavia Il compito non gli riesce e Jimmie lasciò entrare nel suo corpo una maestà di giudizio inebriante, la sensazione che erano le stelle appuntite nel cielo a spingerlo. Obbedendo ad una ben nota regola della tragedia greca, Keneally sembra quasi esitare a mettere in scena la crudezza di quanto sta per succedere (lo esplicita a chiare lettere quando scrive che il lettore ne dovrebbe essere risparmiato). Da scrittore elegante e completo infatti, ci ha già introdotto a sufficienza nel delirio di Jimmie, ci ha, per così dire, già fatto sentire molto forte l’odore del sangue: l’ultimo magia della sua scrittura è dunque trasformare tutto quello che assurdamente segue in una conseguenza ovvia e ‘normale’ utilizzando uno stile volutamente non lirico, anzi piatto e quasi disimpegnato. (…) e poi con calma fece a pezzi Miss Graf tra il fianco e le costole.  Mentre colpiva e continuava a colpire, Jimmie apprese la facilità dell’uccidere. Le persone erroneamente lo vedevano come un atto estremo, terrificante.

Ciò che segue è una terrificante parabola, nel senso che il destino di Jimmie Blacksmith in questa favola è segnato da una strana e inquietante ciclicità, anche questa tipica caratteristica di un mito. Uscito in modo traumatico dal mondo tribale, dopo essere stato capace di introiettare piuttosto profondamente la cultura bianca dominante al punto di vivere, lavorare, pregare e persino amare come i bianchi, Jimmie, guidato non più dalla razionalità ma dall’istinto del suo cervello rettiliano, sprofonda mortalmente nel profondo del suo passato aborigeno.

Il simbolo e il segnale di questo passaggio ultimo e irreversibile è la foresta, dove fugge con il fratello: essa nel volume è descritta frequentemente. È allo stesso tempo la madre, il luogo che gli accoglie, quando viene descritta esplicitamente come soprannaturale: fitta, più familiare, pullulante di insetti industriosi, ma è anche la matrigna, cioè il luogo che, insopportabilmente, sembra imprigionarli (Per liberarsi degli interminabili alberi, di nuovo si facevano venire intenzionalmente delle crisi).

Jimmie e il fratello attingono a piene mani, nella loro definizione e marcatura come personaggi della storia, dal bagaglio mitologico. Un po’ Eteocle e Polinice, in quanto vittime della stessa maledizione, un po’ Castore e Polluce, in quanto inseparabili condivisori di un destino di morte, di una discesa nel mondo delle ombre proiettate dalla loro coscienza.

E l’Australia? L’Australia che sta sempre sullo sfondo del volume nel frattempo diviene festosamente una realtà, una Federazione ma, lo si capisce subito, non così diversa come essa per prima si credeva dai Paesi dell’antica Europa. Anch’essa non è più una terra vergine e ha ora la sua polvere da cacciare sotto i tappeti, i suoi scheletri da stipare nell’armadio e sono assai belle significative le ultime pagine del libro, che descrivono il limbo, si potrebbe dire il Miglio Verde, in cui è sospeso il protagonista, in attesa di una assoluzione che forse, anche contro la sua volontà razionale il lettore gli ha già dato.

M l’Australia lo condanna invece ad una morte sospesa che certo avverrà, poichè tutta la nazione vuole in fondo la sua libbra di carne, ma non subito, senza fretta e solo quando si spegneranno gli echi della festa, perché Non si potevano impiccare dei neri in una simile occasione.

Il 5 Settembre a S. Giovanni Valdarno in Piazza Masaccio

Il 7 Marzo scorso abbiamo infranto tutti i record con la premiazione online, ma sarà bello, anzi bellissimo, incontrare tutti fisicamente (tutti no perchè erano quasi tremila…ma insomma una buona parte!!!) il prossimo 5 Settembre e leggere anche l’Antologia che ne è uscita grazie all’Editore Setteponti. Per info e prenotazioni https://www.comunesgv.it/premiazione-concorso-letterario-opportunita/

Ascoli 1-3 Settembre

La Festa della Scuola

Ascoli Piceno (1°-3 settembre 2021)

L’idea

Chissà quante volte ti sarà capitato di ascoltare discorsi che ti hanno lasciato insoddisfatto (perché chi parla non sempre conosce i problemi della scuola), di raccogliere le testimonianze di colleghi meno fortunati di te o di sottoscrivere appelli d’intellettuali per un ritorno alla cultura, all’istruzione, alla vera scuola. Chissà quante volte ti sarai indignato per una legge scritta male, per un provvedimento sbagliato, per un ordine illegittimo o ingiustificato da rispettare, per un’accusa infondata o per una responsabilità che non è tua, e quante volte avresti voluto gridare la tua insoddisfazione, avresti voluto che qualcuno ti capisse, ti rappresentasse, ti dicesse come stavano davvero le cose. Chissà quante volte hai scioperato, o hai sfilato sperando di far sentire la tua voce. Quasi sempre te ne sei andato deluso, perché eravate troppo pochi, o non eravate abbastanza, perché dai portoni, dalle finestre, dai balconi o dalle entrate dei negozi le persone ti guardavano senza capire il senso della tua protesta, quando avresti voluto dirgli che quella protesta era anche la loro. Chissà quante volte te la sei presa coi sindacati, perché non ti sentivi rappresentato, senza capire che anche i sindacati soffrono della tua stessa malattia, la mancanza di strategie, la sindrome da accerchiamento, l’isolamento. Chissà quante volte ti sei indignato per essere considerato un fannullone, un laureato che ruba uno stipendio che non merita, non lavora abbastanza, né a casa né a scuola, ha un sacco di privilegi, ha troppe vacanze e così via. Chissà quante volte ti sei indignato coi politici, che ti imponevano riforme sempre più stringenti, e ti chiedevano sempre di più, dandoti poco o niente in cambio, e quante volte te la sei presa col tuo dirigente, che ti accusava di non saper insegnare, di non sapere gestire le classi, di non lavorare abbastanza, o coi tuoi stessi colleghi, quelli che, anziché schierarsi dalla tua parte, ti lasciavano solo. Troppo spesso avresti voluto protestare, ma non l’hai fatto. Hai preferito startene buono, in disparte, per non avere problemi e non crearti nemici, senza accorgerti che più agivi così più il discredito, la rivalità e l’arroganza dei tuoi avversari crescevano.

Tutto questo soffre degli stessi mali: l’impotenza, la rassegnazione, la solitudine in cui è stata costretta (e si è costretta) la scuola.  Gli insegnanti hanno imparato a inviarsi mail, messaggi o appelli, si sono crogiolati nella dignità della loro professione, si sono compiaciuti per quanto erano bravi a raccontarsi la loro condizione, hanno solidarizzato e, tuttavia, hanno finito per autoescludersi e isolarsi e, senza rendersene conto, hanno accettato di dividersi in mille sottocategorie. Hanno accettato di farsi valutare e di autovalutarsi, pur sapendo che il loro parere non contava niente, e hanno imparato a pubblicizzare le loro scuole nascondendo la polvere (le tante magagne) sotto la cattedra, senza capire che, se fuori della scuola sono visti in un certo modo, è perché sono i primi a nascondere a se stessi la verità dicendosi che tutto va bene. Hanno considerato nemici i genitori dei loro alunni, accusandoli di non essere dei buoni educatori, dimenticando che i genitori sono a loro volta vittime di una società imbalsamata e, ultimamente, regredita. Hanno spesso considerato nemici i loro stessi studenti, li hanno accusati di non saper neppure protestare senza capire che questa scuola non insegna neanche a protestare perché non sa davvero ribellarsi. Hanno inviato i loro appelli ai politici, e hanno continuato a farlo anche quando si sono accorti che non erano in realtà interessati ai problemi della scuola e degli insegnanti. Pensavano di avere il diritto di protestare, convinti che, prima o poi, qualcuno li avrebbe sentiti, ma non si sono accorti che nessuno li ascoltava perché nessuno poteva sentirli. Alla fine sono rimasti da soli a raccontarsi tutto questo, a confondere la scuola con la loro categoria, a difendere i loro ragazzi e le loro ragazze dai disastri di un’istruzione sempre più avara di cultura e di risorse.

C’è sempre una venatura eroica, e al tempo stesso un po’ malinconica, nei discorsi degli insegnanti, come di chi abbia sperimentato tante volte il fallimento di un’idea inseguita per un’intera vita senza riuscire mai a realizzarla: insegnare. Se in anni di grandi trasformazioni, più subite che condivise, non sono mancati i richiami alla mobilitazione e alla protesta, e poi le manifestazioni e gli scioperi in difesa dell’istruzione e della scuola, i vari appelli sono purtroppo caduti ogni volta nel vuoto anche per l’impotenza di una categoria delusa, divisa, demotivata, inascoltata e, spesso, rassegnata alla sconfitta. Una soluzione a tutto questo è però stata sempre a portata di mano, davanti ai nostri occhi: anziché alimentare le divisioni è necessario unirsi e allearsi con chi abbia veramente a cuore la scuola, per rompere definitivamente il suo isolamento. Piuttosto che nascondersi la verità, come troppe volte è accaduto, è necessario far conoscere anche all’esterno ciò che succede nelle nostre scuole. Solo così si può pensare di raggiungere una piena consapevolezza di sé e di proiettarla in un disegno, in una visione del futuro. Soltanto quando avranno condiviso il loro lavoro con le famiglie degli alunni, perché conoscano a fondo il contesto in cui studiano i loro figli, e le reali condizioni in cui operano, gli insegnanti potranno chiedere e ottenere – quando necessario – il loro aiuto. L’isolamento si può spezzare solo con l’informazione e la trasmissione culturale, e lo si può fare attraverso la nascita di un movimento, aperto a tutti, che organizzi ogni anno un meeting sulla scuola pubblica,confeste, concerti, conferenze, dibattiti, mostre o concorsi, le testimonianze degli insegnanti, degli alunni e dei loro genitori, la presenza di intellettuali e scrittori e la partecipazione di lavoratori e persone comuni, così da creare una cassa di risonanza tanto potente da non poter essere ignorata.

La Voce della Scuola non vuole essere un movimento di protesta, non vuole sostituirsi ai sindacati o alle associazioni di categoria e non è neppure un’organizzazione di soli insegnanti. La Voce della Scuola è un movimento di persone che si uniscono per ridare senso e dignità (oltreché voce) all’istruzione pubblica, che hanno a cuore la scuola e vogliono cambiarla, che vogliono poter condizionare, con la forza dei numeri e delle idee, dell’entusiasmo e dell’impegno, le scelte politiche dei prossimi governi. La Voce della Scuola è ora anche una manifestazione culturale, aperta alla collaborazione di tutti: La Festa della Scuola.

Aderisci e diffondi la nostra idea, scrivendo a: redazione@lavocedellascuolalive.it

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Massimo Arcangeli e Diego Palma

Il progetto

“La Scuola Secondo me”. Potrebbe essere il titolo di un libro, ed esprime nei fatti un desiderio recondito, un sogno, un obiettivo spesso coltivato da chi vive la scuola. Nasce da questa semplice frase “La festa della Scuola”, un evento culturale organizzato da Massimo Arcangeli, responsabile dell’associazione La Parola che non Muore, in collaborazione con l’associazione La Voce della Scuola di Diego Palma. La Festa della Scuola, aperta alla partecipazione di tutti e di cui è in preparazione il sito (www.lafestadellascuola.it), si terrà il 1°, il 2, il 3 settembre 2021 ad Ascoli Piceno. Vi chiediamo di partecipare. Sarà una preziosa occasione per poterci conoscere, per poterci confrontare, per poter immaginare e progettare insieme la scuola di domani. Questi i temi principali al centro della manifestazione: una politica per la scuola; un manifesto per la scuola futura; i docenti precari, “ingabbiati” e “immobilizzati”; trasparenza, sicurezza, programmazione e dispersione scolastica; inclusione e bisogni “speciali”; didattica, cultura scolastica, saperi disciplinari.

All’evento prenderanno parte docenti, studenti, famiglie, gruppi di coordinamento e associazioni di categoria, sindacati, giornalisti e rappresentanti della politica. Il nostro principale obiettivo, perché la scuola esca dal suo isolamento, è di progettare lascuola di domani partendo dai problemi del presente, di lavorare tutti insieme per la ricostruzione di un sistema scolastico che valorizzi il lavoro degli insegnanti, che ne riconosca e ne salvaguardi la professionalità, che metta in primo piano i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Una scuola unilaterale, separata dalle vite dei giovani, ne favorisce la dispersione; una scuolache coinvolga attivamente gli studenti al fine di contribuire a migliorarla li richiama invece a sé, e quegli studenti così non si perderanno (né oggi, a scuola; né domani, all’università o nel mondo del lavoro). Solo così si può puntare seriamente a una scuola che, anziché essere considerata un costo, possa rappresentare per lo Stato italiano, come per qualunque nazione abbia a cuore l’istruzione, la formazione e l’educazione alla cittadinanza, il suo più grande investimento. Una scuola che riparta dalla cultura, il vero capitale da tutelare e incrementare

Per info e contatti: maxarcangeli@tin.it, redazione@lavocedellascuolalive.it

La manifestazione

PROGRAMMA

1° settembre

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Ore 14.30 Saluti istituzionali

Marco Fioravanti, sindaco del Comune di Ascoli Piceno, Ascoli candidata a capitale italiana della cultura per il 2024

Monica Acciarri, assessore all’Istruzione, all’Università e al Turismo del Comune di Ascoli Piceno

Giorgia Latini, assessore alla Cultura, all’Istruzione e allo Sport della regione Marche

Guido Castelli, assessore al Bilancio, alle Finanze, alla Ricostruzione della Regione Marche 

Marco Ugo Filisetti, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della regione Marche

Rossano Sasso, sottosegretario alla Pubblica Istruzione

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

15.15 Giorgia Latini, assessore all’Istruzione della Regione Marche, e Massimo Rocchi, Dirigente P. F. Istruzione, Formazione, Orientamento e Servizi territoriali per la Formazione della Regione Marche, La digitalizzazione nella scuola. I progetti sperimentali della Regione Marche

Per una scuola del merito  

Ore 15.45 Donatella Ferretti, La scuola del futuro

Ore 16.00 Michele Zannini e Gioconda Martucci, Concorsi e accesso ai ruoli. Il Comitato “Trasparenza è Partecipazione” e l’ultimo concorso per dirigenti scolastici

Il concorso per dirigenti scolastici del 2017 è stato annullato dal Tar del Lazio con due sentenze (n. 8655/2019 e n. 8670/2019) per l’incompatibilità di tre commissari. Tali sentenze sono state ribaltate dal Consiglio di Stato con un’altra sentenza (12 gennaio 2021). Oggi, sui fatti relativi alla procedura concorsuale, indagano 6 procure (Napoli, Roma, Ravenna, Bologna, Catania e Santa Maria Capua Vetere), e ciò che stupisce della sentenza del Consiglio di Stato è la mancata applicazione delle norme sul conflitto di interessi e sull’anticorruzione, disposizioni che lo stesso giudice aveva in precedenza utilizzato (sentenza n. 178/2019, dove si legge che i membri di una commissione di concorso “devono astenersi in caso di conflitto di interessi, segnalando ogni situazione di conflitto, anche potenziale”, come previsto dall’art. 51 c.p.c. e dall’art 6 bis della Legge 241/1990). Il 14 gennaio 2021 il Consiglio di Stato (sentenza n. 451/2021) ha disposto l’ostensione dell’intera documentazione concorsuale (elaborati, griglie di valutazione, verbali di commissione), riguardante i 3.795 candidati che hanno superato lo scritto e sono stati ammessi alla prova orale. Dalla lettura dei documenti emergono evidenti anomalie: attribuzione di punteggi elevati nelle competenze normative a candidati che nei propri elaborati non citano alcuna norma; griglie di valutazioni errate, con attribuzione di punteggi oltre il massimo assegnabile; gravissime disparità di trattamento, con valutazioni macroscopicamente travisate che hanno portato alla promozione di candidati che hanno risposto a una domanda anche solo con tre parole (“Didattica per competenze”) e alla bocciatura di altri candidati i cui compiti sono risultati completi; correzioni di compiti in orari non corrispondenti agli orari dei verbali (o avvenute addirittura alle quattro di notte). Ciò che sta emergendo è l’arbitrarietà di comportamento delle 38 sottocommissioni, che non si sono minimamente attenute al principio di omogeneità valutativa a cui si erano vincolate. A volte la valutazione è il semplice frutto della somma algebrica necessaria a raggiungere la fatidica soglia di 70/100, ottenuta utilizzando in maniera impropria punteggi non consentiti. Altra nota dolente della procedura concorsuale riguarda i codici sorgente del software Cineca, che ha palesato enormi problemi di funzionalità, non permettendo il salvataggio dei compiti di molti candidati (molti i dubbi, inoltre, su presunte violazioni dell’anonimato). Tutte le evidenze emerse necessitano di ottenere risposte dalla politica, chiamata a dare soluzioni serie e concrete a centinaia di ricorrenti. Gli aspiranti dirigenti scolastici, beffati dalla procedura selettiva, chiedono tutela delle proprie violate posizioni mediante l’attuazione di una soluzione extragiudiziale al contenzioso in atto. Come per i concorsi del 2004 e del 2006, d’altronde, una norma già c’è: si tratta dell’art. 1, comma 87 della Legge 107/2015. La soluzione extragiudiziale comporterebbe un risparmio alle casse dello Stato, ed eviterebbe ai ricorrenti i tempi biblici della giustizia amministrativa (il contenzioso non si è esaurito con la sentenza del Consiglio di Stato, riguardante solo circa 350 ricorrenti) e risolverebbe l’annoso problema delle reggenze. 

Coordina Aldo Torchiaro (“Il Riformista”)

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Lavoro, editoria e nuovi modelli didattici

Ore 17.00 Cosimo Forleo, Conoscenze vs competenze. Discipline e classi di concorso

Da oltre vent’anni la scuola italiana ha vissuto trasformazioni che hanno stravolto non solo la sua organizzazione, con l’introduzione dell’autonomia scolastica a seguito della riforma Bassanini, ma anche i programmi di studio. Era proprio necessario? Questi cambiamenti hanno portato reali vantaggi in termini di apprendimento, di conoscenze, di spendibilità dei titoli di studio nel mondo del lavoro? Le varie indagini effettuate (nazionali e comunitarie), anche dopo l’introduzione della “didattica delle competenze”, non hanno prodotto risultati soddisfacenti per i nostri studenti. Permane, in particolare, una grave crisi nelle materie scientifiche. Senza solide conoscenze e abilità non ci può essere vera consapevolezza, nei nostri allievi, del loro valore e delle loro aspirazioni, e per molti la didattica dev’essere specialmente indirizzata proprio alle conoscenze, cioè a quei “saperi forti” senza i quali non ci può essere né una crescita intellettuale né il raggiungimento degli obiettivi formativi. La revisione delle classi di concorso, a metà degli anni ’90, ha portato all’accorpamento di diverse discipline e la riforma Gelmini (2010) ne ha eliminate alcune fondamentali per il curricolo scolastico. Oggi siamo arrivati al punto che tutti possono insegnare tutto, con le ovvie conseguenze. A essere penalizzate sono soprattutto le discipline che presentano un’articolata struttura interna ed esibiscono un metalinguaggio che il docente, prima di dimostrarsi in grado di trasmetterne i contenuti, deve poter maturare.

Ore 17.15 Pino Turi (Uil Scuola, segretario generale), Ieri, oggi, domani. La Uil per la scuola

Ore 17.30 Uniti per la scuola. Tavola rotonda. Ornella Cuzzupi (Ugl), Andrea De Giorgi (Cobas), Salvatore Inglima (Cisl), Marcello Pacifico (Anief), Antonio Renga (Fil Cgil), Fabrizio Reberschegg (Gilda), Silvia Silvestri (Snals), Paolo Pizzo (Uil Scuola)

Modera Gioacchino Onorati

Ore 18.15 Marco Di Martino e Maria Serrone, L’Associazione Libera Scuola (ALS) per il precariato

Modera Diego Palma

Ore 18.30 Stefano Della Posta e Alessandro Maiorana, Alla faccia della meritocrazia. Gli “ingabbiati”

Formatosi in modo spontaneo e dal basso, il gruppo degli “ingabbiati” di ruolo di ogni ordine e grado comprende tutti quei docenti che, in possesso dei titoli previsti dalla normativa vigente per l’accesso all’insegnamento, aspirano a conseguire un’ulteriore abilitazione per accedere alla mobilità professionale. Il gruppo porta avanti da anni una battaglia di civiltà e giustizia, ponendo agli interlocutori di turno sempre la stessa domanda: “Perché non possiamo avere la possibilità di un avanzamento professionale come avviene negli altri settori della Pubblica Amministrazione (attraverso il conseguimento di un ulteriore abilitazione) e, quindi, di accedere alla mobilità professionale?” Nel tempo sono state avanzate varie proposte (PAS, concorsi straordinari abilitanti, ecc.), nessuna della quali, a tutt’oggi, ha però risposto alla domanda posta dai docenti ingabbiati, che ritengono fondamentale la formazione professionale. La richiesta è di avviare un processo di apprendimento permanente (long life learning) mediante l’attivazione di percorsi abilitanti con selezione in itinere e in uscita, banditi e svolti con una regolare cadenza temporale come avviene in molti paesi europei. La progressione di carriera e il cambio di cattedra sono una risorsa per le nostre scuole e per i nostri studenti, e i docenti di ruolo con esperienze in ordini, gradi e cattedre differenti, in molti casi in grado di padroneggiare alcune delle più importanti metodologie didattiche (cooperative learning, circle time, project based learning, flipped classroom, ecc.), sono perfettamente in grado di implementare una didattica per competenze.

Ore 19.00 Trifone Gargano, “Disingabbiare” i classici. Proposte per una nuova didattica della letteratura

Liberare la didattica della letteratura… dal didattichese. Dante e la flipped class-room; il dialogo umanistico, Galileo Galilei e il Debate; le aule tematiche del Purgatorio dantesco. Uno, nessuno, centomila tweet: il finto profilo Facebook di Adriano Meis; i meme di Vitangelo Moscarda (come tu mi vuoi). Selfie e letteratura: Dante (100 selfie, per 100 canti); Foscolo (sonetto autoritratto); Govoni (autoritratto). Tweet e post letterari: i tweet fulminanti della Divina Commedia; cinguettii e catena rimica. «M’insegnavate come l’uom s’etterna»: la nozione di classico (e quella di canone); il classico per don Lorenzo Milani; il classico per Italo Calvino. Dis-appunti per il nuovo Ministro del MI: il caso Benedetto Croce (1921); Compagni di scuola (Venditti); Io sono Francesco (Tricarico); Il tramonto della luna (Leopardi); La scuola grande come il mondo (Rodari)

Pausa cena

Teatro Ventidio Basso

Il presente nel futuro, il futuro nel passato

Ore 21.00 Lucio Russo, Perché la cultura classica. La risposta di uno scienziato

Ore 21.30 Giancarlo Visitilli, “è bravo ma potrebbe fare di più” ovvero “Ha le capacità ma non le sfrutta”

Un ritornello che le madri, i padri (ma sempre di meno), e soprattutto i figli, sentono dirsi ripetutamente dagli insegnanti. Da generazioni. Due frasi inutili e senza senso cui tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo creduto. È come se gli insegnanti, alla nascita, prima di lallare, mostrassero di averle connaturate nel loro dire. La scuola italiana procede così, senza alcuna assicurazione, da generazioni, incurante del tempo (e dei tempi). Il suo, compreso quello della scuola a distanza, che è un meraviglioso ossimoro (ma per nulla poetico), dovrebbe essere scandito dalla lezione di Italo Calvino sulla leggerezza e la rapidità, sull’esattezza e la molteplicità. Tutte cose che mancano però ai padri e ai figli, agli studenti e agli insegnanti e a un paese che, pur avendo le capacità di comprenderle, non le sfrutta o non s’impegna abbastanza per farlo.

Ore 22.00 Lamberto Giannini e i suoi giovani “speciali”, Augenblick”. Uno spettacolo “normale”. Con Erika Bonura, Rachele Casali, Marika Favilla, Andrea Lo Schiavo, Giuditta Novelli, Aurora Paoli, Marta Petracchi, Marco Visconti

Un breve estratto dell’ultimo spettacolo della compagnia Mayor Von Frinzius, fondata nel 1996 dal regista Lamberto Giannini, e formata da 80 attori per metà disabili e per l’altra metà composta da ragazzi e ragazze livornesi, che ha realizzato un teatro che intermezza testi e movimenti pulsionali. La rappresentazione è dedicata ad Andrea Matteucci, uno studente scomparso del regista, che è stato anche docente. Una riflessione tragica, e al tempo grottesca, sull’attimo che cambia.

Premio speciale Visioni

Premia Marco Fioravanti (sindaco di Ascoli Piceno)

2 settembre

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Per una nuova scuola “costituzionale”. Proposte e strategie

Ore 15.00 Salvatore Iannone e Giuseppe Pellegrino, La scuola a misura di apprendente: la Consulta provinciale degli studenti

Ore 15.30 Scuola, università, informazione. Tavola rotonda. Roberta Balzotti (Giulia Giornaliste), Felice Manti (“Il Giornale”), Laura Margottini (“Il Fatto Quotidiano”), Andrea Scarpa (“Il Messaggero”)

Modera Massimo Arcangeli

Ore 16.30 Doriana D’Elia (presidente CNDI), Ylenia Franco (vicepresidente CNDI) e Margherita Stimolo (presidente VOOG), Lavoro o famiglia? Docenti “immobilizzati” e “abilitati e vincolati”

La neonata associazione Vincolati di Ogni Ordine e Grado (VOOG) lotta insieme ai colleghi di ogni ordine e grado, senza distinzioni di alcun genere, contro la legge dei vincoli. Contro ogni vincolo, poiché tutti i docenti hanno il diritto di riunirsi alle proprie famiglie; madri e padri, mariti, mogli e figli devono poter stare vicini ai propri cari e scegliere la scuola in cui lavorare. I docenti di ogni ordine e grado forniscono un contributo importante anche perché ciascuno abbia le stesse opportunità e sia seguito lungo il suo percorso per raggiungere i propri obiettivi. Una caratteristica importante dell’associazione è infine la sinergia tra gli educatori per compattare il “corpo docente”, per unirlo al suo interno contro la frammentazione. Per raggiungere obiettivi comuni e produrre cambiamenti importanti bisogna operare uniti; solo così è possibile ottenere risultati visibili. I docenti immobilizzati, rappresentati dal CNDI (Coordinamento Nazionale Docenti Immobilizzati), sono tutti quei docenti la cui sede di titolarità è fuori della provincia di residenza o che, per motivi oggettivi, hanno l’esigenza di dover cambiare provincia di titolarità. Il senso dell’immobilizzazione è dovuto principalmente all’abbattimento del 75% delle disponibilità per la mobilità interprovinciale, ma ben altre criticità ruotano intorno allo status del docente immobilizzato: il ricorso reiterato alle precedenze nelle procedure di mobilità territoriale, in alcuni casi totalizzante; i controlli non adeguati sul possesso dei titoli; organici scarni nell’organico di diritto ma abbondanti nell’organico di fatto; la continua riduzione oraria dell’offerta formativa; ricognizioni incomplete delle cattedre per le procedure di mobilità annuale; le disponibilità rese note dopo la convalida della mobilità; l’erogazione superflua di titoli di specializzazione in territori saturi. Sono solo alcune delle criticità lamentate dai docenti immobilizzati, la cui battaglia opera per il riconoscimento di diritti che sono alla base del funzionamento ottimale della scuola. Percorsi più chiari e ottimali per la mobilità costituiscono percorsi chiari per le famiglie e per gli alunni che necessitano di accompagnamento lineare per il pieno sviluppo delle potenzialità di tutti; a cominciare dai più fragili, che non sono soltanto gli alunni e le loro famiglie ma anche gli insegnanti che, da anni, non ottengono risposte in termini di certezza e di rispetto.

Ore 16.45 Celestino Tartaro, Insegnare da precario   

Storie di insegnanti precari in trincea, che continuano a lavorare con gli studenti più fragili o bisognosi senza chiedere niente, oltre la scadenza contrattuale, dopo la chiusura dell’anno scolastico.

Ore 17.15 Carla Sambrotta, Sapere, saper fare, saper essere

La scuola non fornisce occasioni per sviluppare quella che Daniel Goleman chiama intelligenza emotiva. Gli studenti sono monadi, destinati a non incontrarsi mai: studiano da soli; non gli vengono assegnati lavori di gruppo; le lezioni sono quasi tutte frontali; il solo rapporto previsto è tra il docente e il singolo allievo. Troppe discipline, troppi compiti. Le proposte: implementare l’intelligenza emotiva con gruppi di lavoro e laboratori (sulle tecniche narrative, sugli strumenti musicali, sulla cucina, sulla cinematografia, ecc.); garantire l’alternanza scuola-lavoro con stage legati alle attività di laboratorio; prevedere un certo numero di discipline di base per tutti, alle quali affiancarne altre a scelta (Musica, Storia e critica del cinema, Educazione alimentare, ecc.); eliminare i compiti nella scuola primaria e ridurli nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

Ore 17.45 Anna Angelucci, La classe come “comunità ermeneutica”. Il dialogo sul testo e l’educazione al mondo

Una classe può ancora configurarsi come una comunità ermeneutica, vale a dire come una comunità democratica (che non è una community digitale, in cui, oggi più che mai, sembra davvero urgente recuperare forme in presenza di collettività perduta) che, attraverso l’esercizio dialogico del confronto, anche tra posizioni molto diverse o antagoniste, si allena all’assunzione di una responsabilità etica e civile, da agire nella scuola e nel mondo. Se, a ben guardare, la crisi della scuola ha in larga parte coinciso con la crisi dell’insegnamento della letteratura – testimoniata quantitativamente dalla riduzione diffusa delle ore di italiano in tutti gli ordini e gradi, e qualitativamente dalla rimessa in causa dello statuto epistemologico della disciplina –, allora non forse è inopportuno provare a ripartire da una prospettiva formativa particolare e generale: nella classe come comunità ermeneutica la dimensione educativa dell’interpretazione critica e dialogica della letteratura e del testo, nel suo darsi simbolicamente come possibilità espressiva soggettiva, consente di recuperare la funzione educativa della scuola nel suo farsi materialmente luogo di quella possibilità.

Ore 18.15 Sara Cencetti, A. Valeria Saura, L’Accademia della Crusca per la scuola. Strumenti per la didattica dell’italiano: dizionari e risorse in rete

L’intervento è diviso in due parti: nella prima ci si soffermerà sui principali tipi di dizionari a disposizione degli insegnanti, nella seconda sulle risorse in rete per l’aggiornamento della didattica dell’italiano. Il ricorso al dizionario (cartaceo o digitale) si rivela estremamente efficace, dal punto di vista didattico, per approfondire la competenza lessicale, a scuola e durante tutto l’arco della vita.  La rassegna partirà dai dizionari sincronici (o dell’uso) e dai dizionari storici per approdare al DOP (Dizionario d’Ortografia e di Pronunzia), e ai repertori etimologici, e ai dizionari analogici o concettuali, e quindi concludersi, nell’anno di Dante, col Vocabolario dantesco. Quanto alle risorse virtuali, il discorso si avvierà dal servizio di Consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca e proseguirà con l’illustrazione del sito www.cruscascuola.it (interamente rivolto al mondo della scuola), che offre, tra l’altro, le videoregistrazioni delle lezioni magistrali tenute presso l’Accademia su temi di interesse per l’insegnamento della lingua italiana e i materiali didattici prodotti dagli accademici e dai docenti che seguono le iniziative formative della Crusca.

Ore 18.45 Guido Castelli, assessore alla Ricostruzione della Regione Marche, e Stefano Babini, direttore Ufficio Speciale Ricostruzione Marche, Scuola e ricostruzione post-sisma

Pausa cena

Teatro Ventidio Basso

Classici e moderni. Lingua, musica, letteratura

Ore 21.00 Ivano Dionigi, Segui il tuo demone. A tu per tu con i classici

Ore 21.30 Francesco Sabatini, Plurilinguismo e centralità della lingua 1

Ore 22.00 Ernesto Assante, Non sono solo canzonette. La musica “leggera” sul tema della scuola

3 settembre

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

L’organizzazione, la programmazione, le sfide didattiche

Ore 10.30 Una politica per la scuola. Didattica, formazione, programmazione. Tavola rotonda. Ella Carmela Bucalo (Fratelli d’Italia, deputata), Flora Frate (Gruppo Misto, deputata), Bianca Laura Granato (L’Alternativa c’è, deputata), Riccardo Nencini(Psi, senatore, presidente VII Commissione Permanente “Istruzione pubblica e beni culturali”), Mario Pittoni (Lega, senatore, vicepresidente VII Commissione Permanente “Istruzione pubblica e beni culturali”)

Modera Valentina Santarpia (“Corriere della Sera”)

Ore 11.30 Rosanna Fanzo, La musica a scuola. Una rivoluzione endogena

Un mosaico orfano di molte tessere: questa l’immagine d’insieme che emerge osservando l’offerta formativa riguardante la musica nei diversi gradi d’istruzione. Non tessere perdute, ma tessere mai allocate. Ci siamo preoccupati di difendere le classi di concorso e non ci siamo adoperati per mettere al mondo l’unica azione necessaria che avrebbe cambiato le sorti della questione: la condivisione reale di senso tra gli attori della scuola. L’obiettivo più autentico che un musicista-docente dovrebbe avere l’obbligo di perseguire è insegnare che l’ascolto è un’intenzione. L’ascolto è uno spazio in cui ci concediamo la possibilità di essere. L’ascolto produce bellezza. La bellezza è un incontro potente, al punto da farci sentire in costante contatto con le nostre forze e in comunione con l’universo. “Sono qui e ti ascolto”: è la condizione che percepiamo di aver trovato quando stabiliamo rapporti autentici di amicizia, di coppia, di crescita. Quando ci scopriamo educatori. Quando ci scopriamo genitori. Quando ci scopriamo famiglia. La musica può descriverci, sa “metterci su pentagramma”: è in grado di generare un ritmo simile a quello del nostro respiro e dei nostri pensieri. La musica rassicura l’essere umano. La musica può sostenerci nell’affrontare la complessità del nostro divenire, ci dimostra che “si può fare”. La musica è dotata della capacità di farci da specchio. Ci aiuta ad accorgerci che siamo interi. Ci permette di capire che il nostro intero è fatto di parti che convivono, emergono a turno, a volte sono in conflitto ma spesso s’intendono e si sostengono, crescono con tempi diversi ma maturano, desiderano essere ascoltate. Dobbiamo convincerci che siamo “orchestre”.

Ore 12.00 IdeaScuola. La scuola in sicurezza. Tavola rotonda. Rocco Davide Guerra, Alessandro Ferretti, Luigi Moccia, Vincenzina Salvatore

Coordina Stefania Sambataro

Ore 12.30 Clorinda Razzino, Un incontro tutto “speciale”

Tutto ha avuto inizio nell’anno scolastico 2016-2017, quando Marco è stato iscritto alla prima classe di una scuola di Vasto. Ero appena rientrata dalla maternità, la mia bimba aveva pochi mesi, e io fui assegnata a quella classe. Il primo giorno lo ricordo come fosse ieri. Tutti i bambini erano in fila ad attendere di entrare. Marco, accompagnato dalla mamma, era in un angolo che si dimenava. Entrano tutti i bambini, prendono posto, ma Marco no: resta impalato davanti alla porta, con la mamma che a fatica lo sorregge. Urla, piange. Io mi avvicino e il primo approccio è catastrofico: Marco mi dà uno schiaffo fortissimo, facendomi cadere gli occhiali. Li raccolgo da terra con molta tranquillità, e dico alla mamma di lasciarlo. Prendo quindi la mano di Marco, ma il bambino era molto agitato e spaventato. Così, in accordo con una collega, lo portiamo in un’auletta adiacente alla classe. Proprio lì avverrà un piccolo, grande miracolo…. 

Ore 13.00 Premiazioni

Lancio del premio letterario La festa della Scuola. Premiazioni per il miglior progetto didattico sperimentale. Premio all’insegnante dell’anno. Premio per giovani “speciali”

Coordina Corrado Zunino (“la Repubblica”)

Premia Lucia Albano (Fratelli d’Italia, deputata)

Palazzo dei Capitani del Popolo, Sala della Ragione

Tutela del territorio, professione insegnante, didattica a distanza

Ore 15.00 Le piccole associazioni sindacali a supporto territoriale. Tavola rotonda. Davide Lercara, Adele Sammarro e Francesco Tulone (Confasi Nazionale), Antonio D’Ascoli e Giacomo Vitale (Adesso Scuola)

Modera Massimiliano Bellavista

Ore 15.30 Antonio De Nigris, Roberta Falagiani Benini, Carmelo Ficara, Renato Imbriani, Angela Loritto, ANAPS. Professione insegnante: il merito e l’esperienza didattica a distanza

Modera Giulia Menzietti

Il 20 maggio 2021 è stato firmato il Patto per la scuola. È un documento molto importante e ben strutturato, ma ci chiediamo quanti lo abbiano letto bene e fino a che punto ci sia la volontà di applicarlo. «Il Paese ha la responsabilità di superare l’emergenza in atto con una visione strategica in grado di affrontare le molteplici sfide per la ripresa, con la consapevolezza che il futuro dell’Italia sarà nelle mani dei giovani che oggi frequentano le nostre scuole […]. Le risorse europee, a partire dal Next Generation EU, rappresentano l’occasione per rilanciare la centralità della scuola per il Paese. Oggi il sistema educativo italiano è chiamato ad una sfida straordinaria: valorizzare come opportunità di profonda innovazione l’esperienza vissuta da tutta la comunità educante durante il periodo pandemico. Un nuovo modello culturale è la base di una nuova organizzazione del lavoro nelle scuole e di ogni capacità di utilizzare l’innovazione tecnologica per il miglioramento del benessere collettivo. Diviene indifferibile rilanciare il sistema scolastico, compresi Convitti, Educandati Nazionali, CPIA [Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti], e affrontare in maniera organica e strutturata i temi della formazione iniziale, del reclutamento, della formazione in ingresso e in servizio e della valorizzazione della professionalità di tutto il personale della scuola, ivi compreso il personale educativo». Più volte, in altri punti del documento, viene sottolineata l’importanza dell’istruzione e della formazione, ma sono parole al vento: in concreto non è stato fatto, salvo demonizzare la DAD come punizione per chi non potrà esibire il green pass. A non tenere in considerazione i primi mesi del 2020, quando l’intero paese si è fermato, allibito e preoccupato di fronte a una situazione cui non era preparato, nonostante la didattica online rappresenti una realtà quasi ventennale (ma pressoché ignorata nel mondo scolastico) molte decisioni non sono state prese sebbene si potessero prendere per evitare il protrarsi delle chiusure scolastiche. Abbiamo scuole utilizzate solo in parte e scuole dismesse dato il calo demografico, perché non si è intervenuti con investimenti sull’edilizia scolastica, aumentando il numero dei locali disponibili e riducendo gli alunni per classe? Sono stati buttati al vento migliaia di euro in banchetti inutili e finiti in disuso, in inutili scuole estive, in organico Covid, e si doveva invece investire nell’assunzione mirata per titoli e servizio per dare un organico stabile alle scuole, agli alunni e alle famiglie. E per la formazione? Dove sono gli investimenti mirati ed efficaci per imprimere la spinta innovativa alla scuola sbandierata come motore propulsivo della società del futuro? I risultati INVALSI sono l’esito di una didattica di emergenza in cui, chi avrebbe dovuto, non ha saputo predisporre per tempo un piano di formazione adeguato. Una didattica innovativa che può divenire la molla per un rinnovamento del sistema scolastico, sollecitando l’introduzione di nuove modalità di insegnamento, la revisione dei criteri di valutazione (ma non due mesi prima degli scrutini) e altri parametri e interventi da prendere in considerazione, se si vuole veramente mettere in atto il Patto per la scuola. Abacusonline e Anaps Formazione si sono già attivati, offrendo ai colleghi un primo approccio utile per affrontare il nuovo anno con strumenti più adeguati. La nostra proposta è di mettere a disposizione di tutti strumenti didatticamente validi per dirigenti e docenti, studenti e famiglie, partendo da una formazione specifica mirata.

Ore 16.30 Rita Biganzoli, Raffaela Castrignanò, Carlo Montanari, Il gruppo Abacus: i pionieri italiani dell’e-learning

Ore 17.00 Aldo Domenico Ficara, Divulgare un progetto didattico: dal self publishing al social network

La visione del laboratorio povero, che esulando dallo spazio fisico è soprattutto un luogo mentale, costituisce una scelta metodologica da sperimentare in modo sistemico e può divenire buona prassi di insegnamento secondo una modalità learning by doing applicata agli stessi docenti: elemento di innovazione sarà, pertanto, anche la possibilità di realizzare i kit insieme ai colleghi fruitori del percorso formativo. La metodologia applicata, basandosi su contenuti tecnici e su competenze trasversali di tipo comunicativo, può considerarsi di tipo smart. Il docente dev’essere al contempo un trasmettitore di conoscenze consolidate e un ‘insegnante-ricercatore’, che progetta, sperimenta e attua, con creatività, il percorso scientifico in funzione del processo educativo e formativo dei suoi allievi anche con percorsi in cooperative learning. Le attività sperimentali previste sono strutturate con diverse modalità di formazione, in aula e in piattaforma digitale, fra loro connesse e integrate, anche attraverso la metodologia didattica peer to peer tra docenti, che scambiano e mettono a confronto i risultati delle loro esperienze in una logica di arricchimento e di osservazione reciproche (tutoring in practice). In questo contesto risulta fondamentale, per una buona divulgazione del progetto didattico, l’uso dei social network e delle piattaforme digitali di self publishing, fondato sulla presenza di un sito o una piattaforma on line in cui l’autore ha la possibilità di creare il suo libro e, quindi, di divulgare i propri intendimenti progettuali.

Ore 17.30 Paola Grillo, La scuola si racconta. Il “kintsugi”, ovvero l’arte di curare le ferite

Un salto di specie ci ha catapultati in una pandemia. Con un salto interiore ne usciremo: stiamo imparando a dare valore alle piccole cose, ad apprezzare la quotidianità, ad amare la normalità. Impariamo a rammendare le nostre comunità e le nostre vite, a rendere preziose le cuciture, a raccontare gli strappi. Impariamo il “kintsugi”, l’arte giapponese di riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto con oro o argento liquido, esaltandone le cicatrici e rendendo quell’oggetto unico e irripetibile, con una propria trama da raccontare. Così “kintsugi” diventa un’esperienza di scrittura creativa a scuola, l’arte di curare
le ferite dell’anima attraverso la narrazione autobiografica.

Ore 18.00 Fare il dirigente scolastico in tempi di emergenza sanitaria.Tavola rotonda. Rosanna Moretti, Marco Saccucci e Sabrina Morrea, Sabrina Vallesi.Coordina Arturo Verna

La riapertura delle scuole tra certezze e “raccomandazioni” (il Protocollo sulla ripresa delle attività didattiche in presenza, le azioni del dirigente scolastico, ecc.), le criticità da affrontare alla ripresa (vaccinazione totale, tamponi per il personale, organico docenti e personale ATA, ecc.), il rapporto scuola-famiglia (patto educativo di corresponsabilità, interventi di supporto psicologico e pedagogico-educativo, ecc.). Sono solo alcune delle questioni “calde” che dovranno essere fronteggiate, alla ripresa dell’anno scolastico, da dirigenti investiti anche, mai come ora, di pesanti responsabilità di controllo, dettate da una perdurante emergenza pandemica vissuta in un clima di generale incertezza. 

Ore 19.00 Rosario Alfano, Sara Gori, Angela Loritto (Anaps), Racconti di insegnanti, racconti sugli insegnanti

Coordina Roberta Falagiani Benini (Anaps)

Storie di maestre “usa e getta” con un anno di prova superato. Storie professionali e umane costellate da disuguaglianza e disuguaglianze e disparità di trattamento, come per gli insegnanti di religione, attraverso i silenzi di una politica sorda e di una giustizia incoerente. Storie che raccontano della centralità del ruolo docente per l’insegnamento dell’educazione civica per la formazione dei cittadini di domani.