Luce e altro

A Maggio ci sarà di nuovo Italia Book festival con tante cose interessanti

Il Laboratorio ‘Vie brevi’ questa volta è dedicato al tema della luce. Stanno arrivando brevi interessanti, avete tempo fino al 3 Maggio

Torna “Le vie brevi” nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio! Leggete le istruzioni e inviate i vostri racconti a barzhaz@loggione.it Se il noir vi ha intrigato e se l’amore vi ha colpito (dato il numero dei racconti ricevuti dobbiamo dire che è stato peggio di Cupido!), perché questa volta non cimentarsi con..la luce?Questa volta tema del laboratorio di Barzhaz ‘Le vie brevi’ nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio sarà dedicato proprio alla luce. La luce è tante cose: chiarezza e benessere, ma anche rivelazione e accecamento. Traguardo ma anche inizio. A voi scegliere il punto di vista. Sorprendeteci!Racconti brevi, diciamo sulle 250 parole che sappiano illuminare questi nostri bui giorni . Se di amore era difficile scrivere (ma ci siete riusciti) scrivere di …luce rischia di essere ancora più arduo. Anche perchè scrivere breve di per sè non è affatto facile!Allo stesso tempo però mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. E viceversa la brevità è stata il trampolino di lancio per tanti autori.Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a Settembre ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Italia Book Festival.#racconti#raccontibrevi#barzhaz#italiabookfestival

Altra cosa, anzi due :

1.Scriptor è arrivato alle semifinali …

2. Maibuk è un social assai interessante e in crescita: dategli un’occhiata se potete…

è inoltre possibile che durate il festival ci siamo delle sorpese interessanti…stiamo registrando e provando qualcosa in questi giorni

D.A.D.: Delirio a Distanza

E’di oggi la notizia della studentessa bendata per assicurarsi che non copiasse.

Crediamo che non esista immagine più rappresentativa del fallimento di un sistema cui corrisponde l’altrettanto iconica immagine che rappresenta l’atteggiamento delle istituzioni e di certi docenti:

Che non vogliono vedere i danni che stanno procurando a più generazioni e non vogliono constatare la totale inadeguatezza di un approccio didattico ottocentesco che tentano, inutilmente di rendere fruibile con qualche goffa iniezione di tecnologia

Che non vogliono sentire le richieste di genitori e studenti, tese almeno a superare con un comune sentire questo periodo, trincerandosi dietro ordini di servizio, l’immancabile privacy e regolamenti scritti sulla luna.

Che non comunicano o comunicano a sproposito, sventagliando compiti agli orari più impensati e non pianificando compiti, interrogazioni ed esercitazione, traformando in un rodeo o meglio in un assalto alla diligenza ogni finestra di ritorno (fisico ) a scuola, invece di dedicare questo tempo all’ascolto dei ragazzi, che accusano un disagio sempre più sordo, acuto ed evidente.

A quando una scuola che sappia tornare alla parola, alla centralità della persona e alla cultura della relazione e dell’ascolto? Lavorando da anni con i ragazzi di tante scuole sappiamo che questo è quello che vorrebbero e che vorremmo anche noi…

A settembre ripartono i corsi di Barzhaz

Incredibile ma vero in un attimo siamo alla terza edizione di Barzhaz corso base e alla seconda del corso avanzato.

Quindi a settembre 2021 partirà il terzo laboratorio di lettura e scrittura Barzhaz. Sono aperte le iscrizioni! Per partecipare inviare una mail a: barzhaz@loggione.it se volete più info vedete qua , e qui sotto.

Barzhaz’ è un termine di origine bretone che ha a che fare con il concetto di ‘bardo’, ma anche con quello di canto, narrazione e oralità.
Gli studi scientifici più eminenti confermano quello che ogni buon scrittore sa: prima esiste il suono, l’oralità; poi viene la lettura, dove a quei suoni si associano parole indelebilmente dotate di forma e sostanza. Solo dopo, se ci sono le condizioni, la scrittura ‘accade’.

Nel contesto attuale, quello della scrittura, Barzhaz significa credere tre cose:

  1. Non si può forse insegnare a scrivere ma si può sicuramente insegnare a leggere.
  2. Le scuole di scrittura non vi servono, e la vera creatività viene dallo stimolare e accrescere il proprio registro espressivo attraverso la lettura.
  3. Leggere è come cacciare le parole e le loro tracce: non si improvvisa e serve tanto la teoria quanto la pratica.

Se si diventa cacciatori di parole si può diventare scrittori.

In sostanza, il nostro cervello attiva, durante la pratica della lettura, la regione cerebrale in precedenza utilizzata da nostri antenati cacciatori per riconoscere le tracce degli animali cacciati o ai quali sfuggire. Quale che sia il vostro scopo nella scrittura, ovvero comprenderla in profondità (seguire le tracce lasciate da altri) o fare di essa il vostro principale obiettivo (lasciare delle tracce del vostro passaggio) Barzhaz vi può aiutare a:

  • capire come leggere criticamente ed analiticamente un testo;
  • comprendere gli elementi e i metodi rilevanti della narrazione di una storia;
  • padroneggiare stili e tecniche narrative;
  • gestire i vostri ritmi di lettura e scrittura;
  • sviluppare il vostro’ marchio di fabbrica’ in ambito letterario;
  • comprendere come trasformare tutto questo in una comunicazione efficace verso lettori ed editori

Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)

La lotteria è una cosa seria. Shirley Jackson anche…

A dicembre dello scorso anno avevamo parlato di Paul Auster , per il numero 7. L’ottava puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7) ci parla di una storia insolita e di un’epoca allo stesso tempo ricca e complessa nella storia del racconto e del raccontare. Singolare è infatti la storia di Shirley Jackson, scrittrice californiana deceduta nel 1965 e troppo ferquentemente e sbrigativamente liquidata come scrittrice di storie insolite, forse un po’ vintage, aventi a tema una degenerazione psichica, gotiche e ‘di fantasmi’. C’è di più. Molto di più. E Mirko ce lo spiega, concentrandosi sul racconto e su quel che successe dopo. Così, per non sovrappormi a lui, provo a riflettere su quanto sta cronologicamente a valle di questa storia, in quanto credo che in proposito bisogna farsi alcune domande, domande che credo dovrebbero interessarci molto perchè attuali. Queste domande, o meglio questi temi, li porrò solamente, perchè non c’è una sola risposta e forse perchè conta, alla fine, solo essere capaci di porsi alcuni interrogativi e, se si può, di rifletterci un attimo.

  1. La scrittura (e lo scrittore conseguentemente) sono da considerarsi i sensori storici più fini e anticipatori di quelli che a prima vista sembrano repentini cambiamenti sociali e politici? e lo sono ancora ai nostri tempi? In altre parole, perchè nei rispettivi campi e media, i marziani in diretta radio del 1938 di Orson Welles e questo racconto dieci anni dopo sul «New Yorker» furono presi da molti così sul serio, fecero paura e scatenarono un putiferio di reazioni che si ricorda ancora (La lotteria è incredibilmente ancora il testo più letto nella gloriosissima storia del «New Yorker»)? Non è che forse anticipavano, di qualche anno, quella terribile voglia di cercare una capro espiatorio a livello sociale che poi fu il maccartismo negli anni cinquanta?
  2. La lotteria come sistema sociale, come via di arruolamento del caso (e del caos) nella società in sostituzione di una democrazia zoppicante. La lotteria è del 1948, del 1941 è “La lotteria a Babilonia” il breve, scolvolgente racconto di Borges inserito nella raccolta “Finzioni”. Questo rispecchia la paura e lo scetticismo verso un sistema democratico dimostratosi debole, vunerabile e in alcuni casi incapace di modernizzarsi?
  3. Leggete la fine del racconto: che ne è stato della nostra sensibilità ? è quasi inevitabile trarne la conclusione che sia stata almeno in parte anestetizzata dalla tanta violenza e dal tanto menefreghismo che popola da anni le nostre cronache. Non si spiega in altro modo che una storia che per noi, come dice giustamente Mirko, è ora al più disturbante e relegabile al piano letterario, scatenò all’epoca una reazione vasta e indignata e una valanga di lettere al giornale che la pubblicò che ora non ci sogneremmo nemmeno di scrivere. Visto che con un pò di sfortuna ne troveremmo tutti i prodromi e le conferme in cronaca.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – La lotteria di Mirko Tondi

A chiunque sarà capitato di ritrovarsi a una festa di paese, una sagra o una simile occasione. E spesso in quelle circostanze si presenta il momento della tradizionale lotteria; che sia rappresentata da una ruota che gira, da un blocchettino di fogli o da un sacchetto di numeri dal quale estrarre quello vincente, questo poco cambia: il concetto rimane lo stesso, con uno o pochi vincitori e tutti gli altri con un pugno di mosche. Ciò che cambia può essere il premio ricevuto. In questo originalissimo racconto di Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1948, si parte in effetti dalla consueta amenità della lotteria. Eppure (e l’originalità consiste proprio in questo) la lotteria diventa qui imprevista fonte di angoscia, l’ingranaggio che funziona al contrario in un meccanismo perfetto.

Ciò che l’autrice ci presenta all’inizio è la tranquilla atmosfera di un piccolo villaggio americano, trecento persone appena. Fine giugno, una splendida mattinata di sole, quando “i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta”. Gli abitanti del villaggio si radunano nella piazza principale, si inizia a parlare di lotteria: oggi è il gran giorno. A ragion veduta, si potrebbe considerare un primo indizio di ciò che accadrà in seguito la scena di alcuni ragazzi con delle pietre in tasca, mentre altri le ammonticchiano in un angolo, ma sfido chiunque a cogliervi qualcosa di perturbante la prima volta che si legge il racconto. Tutto è sereno, niente lascia presagire al peggio. Le ragazzine parlano tra di loro, intanto i bambini giocano liberamente. La piazza comincia a riempirsi, gli uomini discutono dei loro affari, del tempo e della terra che coltivano; sorridono ma non sono allegri (ed ecco, volendo, un secondo indizio). C’è tempo anche per qualche pettegolezzo. Poi il signor Summers, che dirige la lotteria (“Era un uomo allegro e dalla faccia tonda”), arriva portando una cassetta nera di legno, contenente dei foglietti ripiegati. La cassetta ci viene descritta in maniera dettagliata (“in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata”), se ne racconta persino la storia e dove viene custodita durante l’anno. Summers fa un breve discorso introduttivo, mentre chi estrae i foglietti dovrà pronunciare un giuramento. Una signora arriva in leggero ritardo, ride per la dimenticanza insieme a un’altra.

C’è un assente in base agli elenchi, ha una gamba rotta e verrà sostituito dalla moglie, che dovrà “tirare”, questo è ciò che viene detto. Di seguito – poco prima che i capifamiglia vengano chiamati in ordine alfabetico a estrarre i foglietti – viene presentato nonno Warner, vero personaggio simbolo del racconto. Sarà lui infatti a dire “C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria”; è orgoglioso di questa tradizione, non vuole che la sospendano come è successo in altre città. “Sono settantasette anni che partecipo alla lotteria”, aggiunge.

Finiti i nomi chiamati a estrarre, piomba un lungo silenzio. Poi Summers dà il via all’apertura dei foglietti: chi lo ha trovato?, si chiedono tutti. Bill Hutchinson. Polemiche, la moglie grida all’ingiustizia. I cinque foglietti della famiglia vengono ritirati e rimessi nella cassetta, si passa a una nuova estrazione. È la moglie Tessie ad aver trovato il foglio con il cerchio nero. La gente sa quello che deve fare, adesso. C’è voglia di finire in fretta. Adulti e bambini hanno le pietre in mano, avanzano verso Tessie, che prova per l’ultima volta a lamentarsi. Nonno Warner carica la folla.

La lotteria ha ispirtato senz’altro molto racconti nati in epoche successive, e in generale la produzione letteraria della scrittrice americana ha ispirato molti autori, non ultimo Stephen King, che lo ha pure dichiarato. Questa passaggio progressivo da un inizio disteso e insospettabilmente pacifico fino all’impressionante finale non costituisce comunque una virata improvvisa, ma un lavoro calibrato sulla tensione, che da impercettibile si fa palpabile. Non ci sono innocenti, qui. Nemmeno i bambini sono esenti, anzi partecipano pur con tutta la loro inconsapevolezza a un evento che sarà formativo – in un modo o nell’altro – nelle loro esistenze. Inserisci dei bambini in una storia horror e avrai creato un efficace contrasto, inquietante al punto giusto: questa lezione la Jackson ce l’aveva data prima ancora che vedessimo tutti i film horror degli anni a venire. Il suo è un racconto sull’orrore quotidiano, una storia del terrore senza mostri, oppure sì: perché i veri mostri sono gli esseri umani. Un unico elemento dissonante che piazzato nel contesto della vita di tutti i giorni fa la differenza, modificando per intero il tono del racconto. Un pugno in pieno stomaco. È così che alcune storie rimangono, che ti abbiano commosso, fatto sorridere, procurato un shock o disturbato. E sì, il racconto di Shirley Jackson è profondamente disturbante, non si può negarlo. Ma è il risultato che conta, no?

Dantedì e il girone degli ignoranti

In prossimità del Dantedì un evento ha fatto di sicuro rigirare nella tomba il Sommo Poeta.

La costituzione di un girone degli ignoranti, o meglio di quel particolare tipo di ignoranti che non sono in questo status per cause indipendenti dalla loro volontà, ma che sono invece compiaciuti del loro stato o peggio, lo usano malignamente per generare altra ignoranza, ovvero e in breve gli idioti, è quanto mai necessaria.

Il fatto è quello, riportato oggi dai giornali olandesi, del Dante ‘purgato’. Un piccolo editore olandese ha omesso il nome Maometto dal suo nuovo adattamento olandese dell’Inferno di Dante Alighieri, per non “ferire inutilmente” i lettori musulmani. Il brano del Canto XVIII non è stato cancellato, ma è stato ‘anonimizzato’.

Sabato, alla Radio 1 belga, la traduttrice ha spiegato la sua scelta. Secondo lei, il punto di vista su Maometto è ora cambiato a tal punto da non corrispondere più al “messaggio che vogliamo trasmettere con il libro”. L’intenzione dell’editore era di rendere l’Inferno accessibile al pubblico più vasto possibile, e anche giovane.

L’editore ha aggiunto, “il fatto che il brano non sia necessario per la comprensione del testo letterario”.

I lettori e gli studiosi, di ogni credo religioso, hanno bollato molto chiaramente questo tenativo come un nonsense e c’è chi ha detto chein fondo per chi preferisce leggere la Divina Commedia nel 700 ° anno della morte dell’autore in una versione con Maometto, fortunatamente ce ne sono abbastanza da scegliere: solo in olandese ci sono già una quindicina di traduzioni diverse.

Ma non è questo il punto: nel girone degli ignoranti, o peggio, con contrappasso da stabilirsi, dovrebbero finire coloro che pensano che il miglior modo per approcciarsi alla cultura e alla storia sia la cancellazione e la censura, coloro che pensano che la relativizzazione della cultura e la suddivisione della società in bolle culturali edulcorate sia davvero il futuro e un rimedio alle incomprensioni, coloro che pensano che la cultura sia una sorta di fast food dal menù banalizzato, prestabilito e omologato e anche coloro che sulle polemiche e sui veri problemi ci speculano solo per vendere qualche libro in più. Che si vendano libri o saponette, per loro è la stessa cosa.

Questi sono di sicuro i degni amici di chi qualche giorno fa ha messo in condizione di rinunciare all’incarico Marieke Lucas Rijneveld, la poetessa e traduttrice olandese, ventinovenne, che la casa editrice Meulenhoff a suo tempo aveva scelto per tradurre le poesia di Amanda Gorman, e che è stata considerata “troppo bianca” per svolgere un simile compito.

Ma la poesia, si sa, supera tutto e non si cura troppo di costoro, che passano e vanno. Lo sapeva Dante, lo sa Marieke che ha risposto alle polemiche proprio con una poesia, Everything inhabitable.

Ma di certo occorre vigilare su certe derive…

Le lacrime di Andromeda

Un grazie a Romeo Lucchi per questo suo inedito

«Quella un po’ più a nord è la costellazione di Perseo» disse inclinando la testa verso Miryam.

Poi indicò il cielo con il braccio teso: «Là in basso all’orizzonte…  quella è Myrfak la sua stella più luminosa. Se sposti lo sguardo a destra vedi Andromeda e il quadrato di Pegaso».

Marco abbassò il braccio e posò la mano su quella di Miryam, lei ebbe un sussulto, lui tolse la mano e le guardò il volto. Stava fissando il cielo, ma la sua mente era altrove.

«Sapevi che Perseo salvò Andromeda da un mostro marino?»

«No» disse Miryam rannicchiandosi vicino a lui e appoggiando la testa sul suo petto.

Marco l’avvolse col braccio.

«La madre di Andromeda andava dicendo che la figlia era più bella di tutte le ninfe del mare. Ovviamente loro s’infuriarono e chiesero a Poseidone di punirla».

«Là, ne ho vista una» disse Miryam.

«Esprimi un desiderio.»

«Fatto».

«A cosa hai pensato?»

«Se te lo dico non si avvera.»

«Posso almeno sapere a cosa stavi pensando prima?»

«A niente.»

«È difficile non pensare a niente.»

«A niente d’importante» tagliò corto la ragazza.

Per un po’ non parlarono. Intorno regnava la calma più assoluta. C’era un silenzio che si sarebbe potuto sentire anche il suono delle stelle, pensò Marco.

«Ne ho vista un’altra» disse Miryam indicando il cielo con un piccolo gesto.

Poi altre scie luminose si susseguirono in una manciata di secondi e i due ragazzi, sotto il magico influsso di quello spettacolo, si strinsero l’una all’altro.

«I tuoi mi odiano.»

«Non è vero, non ti odiano.»

«Non sono stupida, mi sono accorta di come mi guardano» disse Miryam sciogliendosi dall’abbraccio e allontanandosi.

«Perché fai così? Non è colpa mia.»

«Lo so. È colpa del colore della mia pelle» disse lei caustica.

«Dai vieni qui» e si avvinò alla ragazza, ma Miryam fece un movimento con la mano per allontanarlo.

Calò di nuovo il silenzio e i due ragazzi rimasero a fissare il cielo senza più interesse.

«Voglio tornare a casa» disse Miryam.

Marco cercò di recuperare: «Non prima di aver finito di raccontarti la storia di Perseo e Andromeda» disse sorridendo.

Poi scrutò il suo viso in cerca di un segnale di pace. Ma Miryam era assente, aveva il volto turbato. Marco riusciva a sentire il fragore dei suoi pensieri. Si rattristò. Afflitto, si coricò sul prato e vide una stella cadente.

«Andromeda fu incatenata a una roccia a picco sul mare. Perseo la vide e fu rapito dalla sua fragile bellezza in preda all’angoscia. In principio la scambiò per una statua di marmo» fece una lunga pausa perché la stava osservando con attenzione «poi vide il vento scompigliarle i capelli e… le lacrime scorrerle sulle guance…»

Miryam stava piangendo.

«Sai che Andromeda aveva il colore della tua pelle?» e senza aspettare la risposta proseguì nel racconto «sua madre, Cassiopea, era la regina d’Etiopia. La cosa divertente è che durante le nozze, dopo che Andromeda era stata concessa in sposa a Perseo, la regina ordì una congiura ai danni del futuro genero perché Perseo non le andava a genio. Forse perché era bianco. Sporca razzista».

Marco spostò lo sguardo sulla ragazza e la vide sorridere.

«Cassiopea, la suocera, è quella a forma di doppia vu, sopra Perseo e Andromeda. E sopra Cassiopea c’è suo marito Cefeo, il suocero»

«Mi dai un bacio?» chiese Miryam.