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Anatomia di un racconto: Piglia,o dell’osare nello scrivere.

Ci eravamo lasciati a Gennaio con Keret ( nr 10 ) . L‘ undicesima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8; Nr 9) ci parla di Ricardo Piglia. Ci sono scrittori- Sistema e scrittori- Paese. Ovvero scrittori capaci di andare oltre sè stessi e costruire oltre sè stessi un nuovo ambito letterario, e scrittori capaci di rappresentare un’epoca o o un luogo. Piglia è davvero un buon esempio di queste categorie se si pensa quello che ha rappresentato per l’Argentina (invitiamo a leggere ‘Respirazione artificiale’) e la qualità notevolissima della sua produzione letteraria. Interessante la sua produzione, interessantissima la sua vita, da essa non scindibile ma anzi ad essa intimamente legata, il suo percorso personale evidenzia la capacità, purtroppo piuttosto rara in scrittori e intellettuali, di apprezzare e far conoscere nel suo paese la letteratura internazionale e di sperimentare con coraggio, sempre e comunque, scommettendo con convinzione sulla scrittura propria e altrui. Si evidenzia anche quella caratteristica visione ‘antologica’ della propria scrittura, che in fondo non faceva distinzione tra racconto breve, romanzo, recensione e saggio perchè mirava soprattutto a mettere in luce la qualità espressiva e la validità dei contenuti, indipendentemente dalla forma letteraria di volta in volta prescelta. Scrittore anche intimamente legato all’Italia (ebbe a dire ‘Ai miei studenti di Princeton, racconta Ricardo Piglia, scherzosamente dico d’ essere uno scrittore italo-argentino. In realtà l’ Italia l’ ha conosciuta per lo più attraverso i racconti dei famigliari, migranti piemontesi, oltre che con le parole dei poeti, come accade ad ogni vero legame: «quando iniziammo a pubblicare – ricorda – io e i miei amici sapevamo a memoria i versi di Ungaretti, Saba e Montale».) Piglia è nato in un luogo letterario, Adrogué, il sobborgo di Buenos Aires in cui Borges scrisse e ambientò alcune delle sue opere. Il racconto integrale si può trovare qui . Grazie Mirko

Anatomia di un racconto – La pazza e il racconto del delitto

Partiamo da una considerazione non indifferente: con questa storia lo scrittore argentino Ricardo Piglia vinse nel 1975 il primo premio in un concorso per racconti polizieschi, nella cui giuria c’era nientemeno che Jorge Luis Borges; il premio, nello specifico, consisteva in un viaggio a Parigi e in un soggiorno per quindici giorni in un albergo di prima fascia. L’incipit, con quei tre aggettivi in serie,  potrebbe ricordarci un altro grande inizio, quello dell’Ulisse di Joyce, che ne contava due ma altrettanti potenti ed evocativi: “Solenne e paffuto” (o “Imponente e grassoccio” a seconda delle traduzioni, vedete voi quali scegliere). In questo caso la descrizione del personaggio di Almada (che, badate bene, avvia la vicenda ma poi nel prosieguo dell’intreccio si defila e viene richiamato solo indirettamente) comincia con “Grasso,

trasandato e malinconico” e continua con un affondo nel suo stato interiore: “Almada si sentiva smarrito, pieno di paura e disprezzo”. Poi sopraggiunge in lui il ricordo di Larry, la donna con cui ha avuto una relazione, e che a più riprese viene descritta senza sconti, così: “la pelle avvizzita, le occhiaie […] altezzosa, ubriaca, indifferente […] il profumo maligno.” L’uso degli aggettivi, già da quello che si intuisce nelle prime righe, è per l’appunto mai banale, anzi studiato, sopraffino. Sentite qua, per esempio: “All’angolo, il locale New Deal era una macchia ocra, corrosa, ancora più pervertita nella bruma delle sei del pomeriggio”. Di nuovo un tris di aggettivi, qui utilizzati a creare un climax ascendente. Almada trova una donna che dorme sdraiata a terra, avvolta negli stracci, e la tocca con un piede. La donna si chiama (la chiamano) Anahí (poco dopo lei si definirà “La peccatrice, la gitana”). Gli chiede dei soldi, e lui cosa le risponde? “Va bene. Se ti inginocchi e mi baci i piedi ti do mille pesos” (si ha già la caratura del personaggio in questa battuta, emerge in un attimo tutta la sua psicologia sorretta dalla depravazione e dal desiderio di prevaricare le donne e tenerle sotto il proprio dominio; già poco prima, pensando a Larry, era stato tentato di “entrare nel cabaret e trascinarla fuori per un braccio e schiaffeggiarla finché non gli avesse obbedito”). Le agita la banconota davanti agli occhi. Lei temporeggia, lui insiste. Poi la donna lo fa. “Lui la squadrò dall’alto, imponente, uno scintillio umido negli occhietti da gatto.” A questo punto le porge i soldi e le dice di comprarsi un profumo. Lui si allontana verso il locale da ballo e lei, “la pazza”, intanto canta la macarena.

Entra ora in scena Antúnez, il protettore che vive con Larry. Quindi un’anticipazione, “i segni della morte nei cassetti aperti”, e un messaggio d’addio sullo specchio scritto col rossetto in maniera tremolante e frettolosa. Secondo e ultimo capitoletto: ecco Emilio Renzi, alter ego di Piglia (non dimentichiamo difatti che il vero nome dello scrittore era all’anagrafe Ricardo Emilio Piglia Renzi). “A Emilio Renzi interessava la linguistica ma si guadagnava da vivere scrivendo recensioni sul giornale El Mundo”, e poi nel descriverlo l’omaggio al suo massimo riferimento artistico, un altro grande autore argentino: “quell’aspetto assorto e un po’ metafisico che lo rendeva simile ai personaggi di Roberto Arlt”. Emilio deve sostituire il collega malato, che si occupa di cronaca nera: c’è da raccontare la notizia dell’omicidio di Larry. L’incarico viene conferito a lui dal “vecchio Luna”, il suo capo, perché quest’ultimo “pensò che costringerlo a immischiarsi in quella storia di prostitute da quattro soldi e papponi gli avrebbe fatto solo bene”. Il corpo della donna viene ritrovato dietro il locale in cui lavorava, è stata uccisa a coltellate. L’unica testimone è la mendicante che Almada aveva incontrato all’inizio. “Quando l’avevano trovata stava cullando il cadavere come se fosse una bambola e ripeteva una storia incomprensibile”. Viene arrestato subito Antúnez e tutto sembra già risolto. Renzi inizia a fare le sue indagini finché avviene l’incontro con la pazza, la quale dà vita a flusso di coscienza delirante quanto risolutivo. L’enigma infatti è nelle parole (riporto il dialogo esponendo la logica con cui il protagonista arriva alla soluzione, non tanto la soluzione stessa: “È la pazza che lo dice: la pazza che da almeno dieci ore ripete sempre le stesse cose senza dire niente. Ma proprio perché ripete le stesse cose la si può comprendere. C’è una serie di regole in linguistica, un codice che si usa per analizzare il linguaggio psicotico”. Attenzione, adesso: la vera sorpresa non è la scoperta della verità da parte di Renzi ma ciò che viene dopo, uno scoppiettante susseguirsi di colpi di scena, comprese le ultimissime righe, che rimandano a un finale circolare. Terminata la lettura, si rimane increduli: davvero questo è un racconto, oppure è un romanzo condensato con abile mestiere in dieci pagine? Appare evidente che contenga molto di più di quello che ci viene narrato, ed è un racconto sporco, scorretto, malato, di quelli che oggi sarebbe difficile scrivere e, ancor di più, farsi pubblicare. Come mi piace ripetere: scrivere significa soprattutto osare. E Piglia qui l’ha fatto in modo eccellente. Borges e soci ci avevano visto sicuramente giusto a conferirgli il primo premio.

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Anatomia di un racconto fa…10

A Settembre avevamo parlato di Stig Dagerman , per il numero 9. La decima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8; Nr 9) ci parla di uno scrittore assai interessante, dotato di un’ironia del tutto particolare e anche di una capacità unica di destreggiarsi tra reale, fantastico e autofinzione.Etgar Keret (1967) è uno scrittore israeliano di notevole successo, tradotto in decine di Paesi, e in Italia. Autore di racconti brevi e sceneggiature, il suo stile è inconfondibile.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto interessanti . Il racconto a cui fa riferimento si trova qui sotto. Sfido chiunque, anche non scrittore, che abbia dovuto comunque confrontarsi con il mondo della scrittura a dire di non aver guardato almeno una volta, con un misto di rabbia e impotenza, alla mitica città delle idee perdute. Su una cosa però non sono del tutto daccordo con Keret. Suggerisco comunque di andare sempre in giro con un piccolo taccuino (a proposito, l’etimologia di questa parola è molto interessante) e una matita al seguito. Molto meglio del telefono, anche perchè non sempre l’idea fuggente si manifesta in forma di parole…

Anatomia di un racconto – La città delle idee perdute

Etgar Keret ormai ci ha abituati alle sue storie lampo, alla base delle quali risiedono idee semplici e geniali allo stesso tempo. Il tutto funziona perfettamente in un meccanismo preciso, nell’arco di poche pagine, anche soltanto due o tre, e spesso ne rimane un senso profondo, che – come già detto in una precedente occasione citando le parole di Cortazar – “va molto oltre il piccolo e talvolta miserabile aneddoto che racconta”. Negli anni lo abbiamo imparato a conoscere con raccolte come All’improvviso bussano alla porta, Sette anni di felicità e Le tettine della diciottenne. Ma qualche volta un suo racconto ci viene concesso durante la lettura di riviste e inserti culturali, come quello di cui parliamo oggi, La città delle idee perdute, pubblicato su La Lettura nel numero di domenica 12 dicembre 2021 (nel 2019 invece venne anticipata un’altra sua brillante short story, La penultima volta che mi spararono da un cannone, tratto da Un intoppo ai limiti della galassia). Tre colonnine in fondo alla pagina per un piccolo gioiello, una vicenda come tante in realtà, uno scrittore che dimentica l’idea per una storia, eppure così significativa, persino universale.

La dedica iniziale recita così, ed è già un indizio: “In memoria di tutte le grandi idee che non sono mai diventate storie”. Si comincia da un evento letterario al quale Keret è stato invitato (come in molti suoi racconti, realistici o fantastici che siano, c’è lui stesso al centro della scena). Siamo a Milano, nel cuore della città. Nelle prime righe pare di stare in uno di quei sogni dove siamo in mezzo alla folla e domina il senso di inadeguatezza, infatti il nostro protagonista ci comunica che “delle duecento persone presenti sembravo l’unico a indossare una maglietta non stirata e dei pantaloni sgualciti”. Un attimo dopo, mentre sta per salire sul palco, Keret inciampa in maniera goffa producendo un rumore che richiama l’intera sala. Si rialza alla svelta e si avvicina alla sua poltrona, ma l’episodio difatti gli ha procurato un certo imbarazzo. Proprio in questo momento però gli balza in testa “una meravigliosa idea per un racconto”, come un’epifania nascosta tra le pieghe del mondo. Fosse stato in un’altra situazione, non ci sarebbe voluto molto a tirar fuori il telefono e ad annotare lo spunto. Ma in quel caso l’autore non azzarda, è convinto che già l’episodio della caduta lo abbia presentato in un modo non proprio impeccabile. L’idea la trascriverà una volta terminato l’incontro, è questo ciò che pensa. Dopo un’ora e un quarto di intervista, però, quella traccia folgorante è svanita.

Che un’idea si perda nel nulla può essere accaduto a tutti. Quando accade agli scrittori, è un po’ come una creatura non nata; forse non sarebbe cresciuta lo stesso, rimanendo per sempre a un livello embrionale nella mente del suo possibile autore, ma almeno ci sarebbe stata, lì, a disposizione, per essere eventualmente sviluppata. In questo caso invece no, è andata, finita nel deposito gigantesco delle idee smarrite. Chissà che qualcuno, magari il suo legittimo proprietario, non la reclami in futuro.

Ed ecco il periodo chiave del racconto: “Se c’è una cosa che tutte queste idee perdute hanno in comune, è che erano le migliori che avessi mai avuto. O almeno è così che le ricordo. Per quanto possa sembrare strano, non ho mai dimenticato un’idea mediocre o scadente: quelle si fissano per sempre in fondo alla mia mente. Sono solo quelle veramente buone che svaniscono nell’oblio.” Da qui – come spesso accade nelle sue storie, in conseguenza di un fatto banale, quasi insignificante –  partono riflessioni esistenziali di Keret, sul suo paese, sulla morte, sul dolore. E una frase che racchiude la verità del racconto: “Le piangiamo perché, a differenza delle idee che sviluppiamo e nutriamo per anni, quelle che dimentichiamo sono prive di difetti e carenze, offrono il potenziale della perfezione.” L’ultimo pezzetto, catartico e ineccepibile, lo lascio alla vostra lettura, casomai vi capiti di recuperare questo racconto da qualche parte. Ma quello che abbiamo detto finora basta e avanza – se così vogliamo fare un accostamento più generale alle nostre vite – per ragionare su ciò che abbiamo perso e su ciò che, invece, abbiamo conservato. Per scoprire che poi, può darsi, la perdita non sia che un’opportunità come un’altra insita nella natura umana. Ci troviamo a rimuginare su qualcosa che non c’è più, sguazzando addirittura nell’ossessione di recuperarla; intanto il bolide della vita ci scorre accanto veloce, e lo guardiamo come dal finestrino di un passeggero in autostrada. Forse quella città delle idee perdute, laggiù nella vallata, possiamo osservarla da lontano, resistere al fascino delle sue luci abbacinanti, e a un certo punto voltare le spalle per tornarsene a casa.

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Un maestro assoluto del breve…

A Marzo avevamo parlato dell’inquietante Shirley Jackson , per il numero 8. La nona puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7; Nr 8) ci parla di uno scrittore raffinato, anzi raffinatissimo, ma assai poco o per niente conosciuto in Italia. Uno scrittore tormentato Stig Dagerman, complesso, un vero maestro del breve. Nato nel 1923 e segnato da una drammatica infanzia, ha scritto nella sua breve vita ( si suicidò nel 1954 proprio all’alba del suo successo letterario e di pubblico in Svezia) quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti e articoli.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova con facilità in rete, ad esempio qui.

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – Uccidere un bambino

Ci sono racconti che ti rimangono dentro e te li porti dietro per sempre, racconti che in qualche modo ti hanno segnato nel profondo e che – proprio dalla prospettiva di uno scrittore di racconti – hanno persino cambiato il tuo modo di intendere la scrittura. Da quando, anni fa, ho letto per la prima volta Uccidere un bambino di Stig Dagerman, ho provato questa sensazione, e in ogni occasione che lo rileggo mi capita di pensare a quanto possa essere completa e potente anche una storia di cinque pagine scarse come questa. È stato per me necessario citarlo nella parte iniziale del romanzo Era l’11 settembre (ripubblicato in questi giorni da Nati per Scrivere), che parla – tra le altre cose – proprio di scrittura. Inutile dire, dunque, quanto ritenga indispensabile la lettura di questo racconto da parte di ogni persona che intenda scrivere; che si tratti di narratori di storie brevi o romanzieri non fa indifferenza, perché la bellezza non conosce limiti di forma né di dimensioni.

Ma qui, in questa rubrica, tentiamo soprattutto di analizzare i racconti migliori che si possano trovare in circolazione. E allora seguite innanzitutto il narratore onnisciente, che compie una panoramica sul paesaggio e dopo entra ed esce dalle case della gente, andando dal generale al particolare. La prima frase reca già un forte contrasto rispetto al titolo: “È una giornata mite e il sole splende obliquamente sulla pianura”. Difatti l’atmosfera è idilliaca in questa domenica nella quale tra poco udiremo il suono delle campane, e intanto assistiamo alla scena di uomini che si radono, donne che canterellano, bambini che si abbottonano le camicette. Ma se ancora ci fosse qualche dubbio su ciò che sta per accadere, ecco la sentenza alla decima riga: “È la mattina felice di un giorno infausto perché in questo giorno nel terzo villaggio un bambino sarà ucciso da un uomo felice”. Se sappiamo quanto sta per accadere, ancora però non sappiamo come. Seguiamo il bambino nel suo quadro familiare di una domenica qualsiasi, anzi l’ultima domenica della sua vita. Si sviluppa inevitabilmente tensione perché è vero – lo ripeto – che noi sappiamo cosa gli sta per succedere, ma lui no, non ne è al corrente (su questo concetto leggetevi la differenza tra suspense e sorpresa di cui si parla nel libro fondamentale Il cinema secondo Hitchcock scritto da Francois Truffaut. Hitchcock docet, sempre e comunque). Le persone che saranno implicate in questo dramma fanno programmi per un futuro imminente che non ci sarà.

Poi ci spostiamo sull’uomo che ucciderà un bambino: è felice, e mentre il benzinaio sta riempiendo il serbatoio fa una fotografia alla ragazza. Quando ripartono, l’uomo spiega che arriveranno al mare e lì affitteranno una barca; la ragazza lo ascolta e chiudendo gli occhi vede il mare. Attenzione ai dettagli: “Nessuna ombra si proietta sull’auto, il paraurti splendente non ha nessuna ammaccatura né la minima traccia rossa di sangue”, così come nella scena precedente il narratore aveva detto “Non vi sono ombre nella cucina”. Insomma, niente lascerebbe presagire al peggio, non ci sono segnali avversi. Continuiamo a seguire i due personaggi che tra poco si incontreranno, e lo facciamo in una sorta di montaggio alternato: l’uomo è ancora nel primo villaggio, il bambino è nel terzo. La madre nel frattempo si accorge di aver finito lo zucchero. I dettagli sono anche nei gesti, nei piccoli movimenti: il bambino che si allaccia le scarpe, il padre che piega lo specchio dopo la rasatura. Piccole e brevi inquadrature che mostrano gli oggetti (alla maniera di Martin Scorsese in Toro scatenato, per fare un accostamento cinematografico): “Sulla tavola ci sono il caffè, il pane, la panna e le mosche.”

Ora la madre manda suo figlio a prendere lo zucchero da una famiglia che abita dall’altra parte della strada. Deve far presto, il padre gli grida che c’è una barca ad aspettarlo e insieme remeranno nel fiume; lui pensa a questo, “al fiume e alla barca e ai pesci che guizzano e nessuno lo avverte che gli restano soltanto otto minuti da vivere e che la barca rimarrà dov’è per tutto quel giorno e per molti altri ancora”. È un impietoso conto alla rovescia. Attenzione anche alla simbologia della barca, la quale non solcherà nessun mare, nessun fiume, rimarrà ferma dov’è, così come il bambino la cui vita tra poco sarà interrotta. Il bambino attraversa la strada e l’auto blu dell’uomo che lo ucciderà entra nel secondo villaggio, in cui tutto è tranquillo, e ne leggiamo la descrizione: “È un piccolo villaggio di casette rosse e di gente appena sveglia che siede in cucina con la tazza del caffè in mano”. L’auto al momento viaggia veloce e compaiono “i pali del telegrafo incatramati di fresco sfilargli accanto come ombre grigie”, ed ecco dunque primi segnali funesti, l’avvisaglia di una tragedia incombente. L’autore ci tiene a rimarcare che “Non è certo un uomo cattivo” come a dire che questa è una disgrazia che potrebbe capitare a tutti, “Non farebbe male a una mosca ma tra qualche istante ucciderà un bambino”. Siamo vicini al terzo villaggio, la donna chiude di nuovo gli occhi e immagina il mare. C’è ora il periodo più bello e d’impatto del racconto, che non riporterò (è un’unica frase di una quindicina di righe, e non voglio togliervi il piacere di leggerla nel flusso della storia). Ci troviamo un minuto prima dello scontro e prima che le vite di tutti gli attori coinvolti cambino drasticamente. La scena è di una nitidezza incredibile, come nel cinema. “Dopo è troppo tardi”, il fatto è già compiuto. Dopo, ogni cosa è perduta. Fra tutte le ferite, il tempo non potrà guarire questa, e ancora scorrono frasi di una saggezza lucidissima. Al ritorno, per l’uomo che ha ucciso un bambino e la donna ci sono solo ombre e silenzio. La vita si è rivelata in tutta la sua spietatezza, in un solo e decisivo attimo, e per loro – così come per i genitori del bambino – niente sarà più come prima.

La lotteria è una cosa seria. Shirley Jackson anche…

A dicembre dello scorso anno avevamo parlato di Paul Auster , per il numero 7. L’ottava puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5;Nr 6 ; Nr 7) ci parla di una storia insolita e di un’epoca allo stesso tempo ricca e complessa nella storia del racconto e del raccontare. Singolare è infatti la storia di Shirley Jackson, scrittrice californiana deceduta nel 1965 e troppo ferquentemente e sbrigativamente liquidata come scrittrice di storie insolite, forse un po’ vintage, aventi a tema una degenerazione psichica, gotiche e ‘di fantasmi’. C’è di più. Molto di più. E Mirko ce lo spiega, concentrandosi sul racconto e su quel che successe dopo. Così, per non sovrappormi a lui, provo a riflettere su quanto sta cronologicamente a valle di questa storia, in quanto credo che in proposito bisogna farsi alcune domande, domande che credo dovrebbero interessarci molto perchè attuali. Queste domande, o meglio questi temi, li porrò solamente, perchè non c’è una sola risposta e forse perchè conta, alla fine, solo essere capaci di porsi alcuni interrogativi e, se si può, di rifletterci un attimo.

  1. La scrittura (e lo scrittore conseguentemente) sono da considerarsi i sensori storici più fini e anticipatori di quelli che a prima vista sembrano repentini cambiamenti sociali e politici? e lo sono ancora ai nostri tempi? In altre parole, perchè nei rispettivi campi e media, i marziani in diretta radio del 1938 di Orson Welles e questo racconto dieci anni dopo sul «New Yorker» furono presi da molti così sul serio, fecero paura e scatenarono un putiferio di reazioni che si ricorda ancora (La lotteria è incredibilmente ancora il testo più letto nella gloriosissima storia del «New Yorker»)? Non è che forse anticipavano, di qualche anno, quella terribile voglia di cercare una capro espiatorio a livello sociale che poi fu il maccartismo negli anni cinquanta?
  2. La lotteria come sistema sociale, come via di arruolamento del caso (e del caos) nella società in sostituzione di una democrazia zoppicante. La lotteria è del 1948, del 1941 è “La lotteria a Babilonia” il breve, scolvolgente racconto di Borges inserito nella raccolta “Finzioni”. Questo rispecchia la paura e lo scetticismo verso un sistema democratico dimostratosi debole, vunerabile e in alcuni casi incapace di modernizzarsi?
  3. Leggete la fine del racconto: che ne è stato della nostra sensibilità ? è quasi inevitabile trarne la conclusione che sia stata almeno in parte anestetizzata dalla tanta violenza e dal tanto menefreghismo che popola da anni le nostre cronache. Non si spiega in altro modo che una storia che per noi, come dice giustamente Mirko, è ora al più disturbante e relegabile al piano letterario, scatenò all’epoca una reazione vasta e indignata e una valanga di lettere al giornale che la pubblicò che ora non ci sogneremmo nemmeno di scrivere. Visto che con un pò di sfortuna ne troveremmo tutti i prodromi e le conferme in cronaca.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko per la sua sensibilità, per averci fatto rflettere e come al solito per l’originalità del suoi contributi annuncio che ci risentiremo presto con un altro interessante pezzo.

Anatomia di un racconto – La lotteria di Mirko Tondi

A chiunque sarà capitato di ritrovarsi a una festa di paese, una sagra o una simile occasione. E spesso in quelle circostanze si presenta il momento della tradizionale lotteria; che sia rappresentata da una ruota che gira, da un blocchettino di fogli o da un sacchetto di numeri dal quale estrarre quello vincente, questo poco cambia: il concetto rimane lo stesso, con uno o pochi vincitori e tutti gli altri con un pugno di mosche. Ciò che cambia può essere il premio ricevuto. In questo originalissimo racconto di Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1948, si parte in effetti dalla consueta amenità della lotteria. Eppure (e l’originalità consiste proprio in questo) la lotteria diventa qui imprevista fonte di angoscia, l’ingranaggio che funziona al contrario in un meccanismo perfetto.

Ciò che l’autrice ci presenta all’inizio è la tranquilla atmosfera di un piccolo villaggio americano, trecento persone appena. Fine giugno, una splendida mattinata di sole, quando “i prati erano pieni di fiori e l’erba era già alta”. Gli abitanti del villaggio si radunano nella piazza principale, si inizia a parlare di lotteria: oggi è il gran giorno. A ragion veduta, si potrebbe considerare un primo indizio di ciò che accadrà in seguito la scena di alcuni ragazzi con delle pietre in tasca, mentre altri le ammonticchiano in un angolo, ma sfido chiunque a cogliervi qualcosa di perturbante la prima volta che si legge il racconto. Tutto è sereno, niente lascia presagire al peggio. Le ragazzine parlano tra di loro, intanto i bambini giocano liberamente. La piazza comincia a riempirsi, gli uomini discutono dei loro affari, del tempo e della terra che coltivano; sorridono ma non sono allegri (ed ecco, volendo, un secondo indizio). C’è tempo anche per qualche pettegolezzo. Poi il signor Summers, che dirige la lotteria (“Era un uomo allegro e dalla faccia tonda”), arriva portando una cassetta nera di legno, contenente dei foglietti ripiegati. La cassetta ci viene descritta in maniera dettagliata (“in alcuni punti perdeva già la vernice, in altri era scheggiata”), se ne racconta persino la storia e dove viene custodita durante l’anno. Summers fa un breve discorso introduttivo, mentre chi estrae i foglietti dovrà pronunciare un giuramento. Una signora arriva in leggero ritardo, ride per la dimenticanza insieme a un’altra.

C’è un assente in base agli elenchi, ha una gamba rotta e verrà sostituito dalla moglie, che dovrà “tirare”, questo è ciò che viene detto. Di seguito – poco prima che i capifamiglia vengano chiamati in ordine alfabetico a estrarre i foglietti – viene presentato nonno Warner, vero personaggio simbolo del racconto. Sarà lui infatti a dire “C’è sempre stata la lotteria, e la lotteria è una cosa seria”; è orgoglioso di questa tradizione, non vuole che la sospendano come è successo in altre città. “Sono settantasette anni che partecipo alla lotteria”, aggiunge.

Finiti i nomi chiamati a estrarre, piomba un lungo silenzio. Poi Summers dà il via all’apertura dei foglietti: chi lo ha trovato?, si chiedono tutti. Bill Hutchinson. Polemiche, la moglie grida all’ingiustizia. I cinque foglietti della famiglia vengono ritirati e rimessi nella cassetta, si passa a una nuova estrazione. È la moglie Tessie ad aver trovato il foglio con il cerchio nero. La gente sa quello che deve fare, adesso. C’è voglia di finire in fretta. Adulti e bambini hanno le pietre in mano, avanzano verso Tessie, che prova per l’ultima volta a lamentarsi. Nonno Warner carica la folla.

La lotteria ha ispirtato senz’altro molto racconti nati in epoche successive, e in generale la produzione letteraria della scrittrice americana ha ispirato molti autori, non ultimo Stephen King, che lo ha pure dichiarato. Questa passaggio progressivo da un inizio disteso e insospettabilmente pacifico fino all’impressionante finale non costituisce comunque una virata improvvisa, ma un lavoro calibrato sulla tensione, che da impercettibile si fa palpabile. Non ci sono innocenti, qui. Nemmeno i bambini sono esenti, anzi partecipano pur con tutta la loro inconsapevolezza a un evento che sarà formativo – in un modo o nell’altro – nelle loro esistenze. Inserisci dei bambini in una storia horror e avrai creato un efficace contrasto, inquietante al punto giusto: questa lezione la Jackson ce l’aveva data prima ancora che vedessimo tutti i film horror degli anni a venire. Il suo è un racconto sull’orrore quotidiano, una storia del terrore senza mostri, oppure sì: perché i veri mostri sono gli esseri umani. Un unico elemento dissonante che piazzato nel contesto della vita di tutti i giorni fa la differenza, modificando per intero il tono del racconto. Un pugno in pieno stomaco. È così che alcune storie rimangono, che ti abbiano commosso, fatto sorridere, procurato un shock o disturbato. E sì, il racconto di Shirley Jackson è profondamente disturbante, non si può negarlo. Ma è il risultato che conta, no?

Bisogna crederci.Auggie Wren

A Novembre ci eravamo concentrati, per il numero 6, su Cechov in modo molto originale. La settima puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5 ;Nr 6 ) ritorna a parlarci di un argomento a me molto caro, ovvero il punto di vista in narrativa, e lo fa attraverso un racconto di Paul Auster. Scomodiamo quindi un vero Maestro.

Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui:

Nel ringraziare Mirko, non posso non far notare l’importanza delle sue conclusioni. Quando Mirko scrive: Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia non posso non essere daccordo e riportare quanto diceva Tabucchi e che ho utlizzato proprio ieri sera leggendolo ai numerosissimi partecipanti all’incontro svolto con Viola Conti.

Scrive Tabucchi a proposito del mestiere dello scrittore ‘ è semmai un gioco che somiglia a
quello dei bambini. Di una terribile serietà. Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende un sassolino e, seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera,reggendo il sassolino sul palmo della mano che quel sassolino è il mondo. Sottolineo: non lo pensa soltanto, ma lo dice, perché è solo quando lo dice che il sortilegio si avvera e il sassolino si avvera e il sassolino diventa il mondo: è il patto assoluto. Il bambino sa che se quel sassolino cadesse il mondo precipiterebbe, l’universo in cui il mondo gira sarebbe perturbato, gli astri impazzirebbero e avanzerebbe il caos. Sa che finché durerà il gioco avrà nelle mani le sorti del mondo.

E allora, aggiungo rivolgerndomi a Voi, qual è il vostro sassolino??? Siete disponibili a far credere (e a credere per primi voi) che sia il mondo?

Anatomia di un racconto – Il racconto di Natale di Auggie Wren di Mirko Tondi

Tra i racconti che ben conciliano con questo periodo di festività, uno di quelli che preferisco è sicuramente Il racconto di Natale di Auggie Wren, soprattutto perché ritengo che sia – rispetto al particolare periodo dell’anno a cui si riferisce – del tutto originale. Non è il classico racconto di Natale in cui ci sono alberi addobbati, scampanellii, pacchetti regalo, ritorni in famiglia, occasioni di redenzione. Scritto da Paul Auster, fu pubblicato per la prima volta nel 1990 nell’edizione natalizia del New York Times, ma ispirò poi (cinque anni più tardi) la sceneggiatura del film Smoke, con Harvey Keitel e William Hurt, diretto da Wayne Wang proprio insieme allo scrittore americano.

Qui l’autore ci avvisa fin dal principio che la storia che ci racconterà non è sua ma l’ha sentita da Auggie Wren, nome inventato per l’occasione su richiesta stessa di quest’ultimo. Ci anticipa dunque i fatti salienti, che tra poco andremo a scoprire: un portafoglio smarrito, l’incontro con una donna cieca, una cena di Natale. Poniamo adesso attenzione al punto di vista: in questo momento lo scrittore coincide con un narratore di primo grado (ovvero quello che comunica in maniera diretta con il lettore), mentre Auggie Wren rappresenta un narratore di secondo grado. A questo punto ci vengono fornite alcune informazioni, così per esempio veniamo a sapere da quanto i due si conoscano (undici anni) e che rapporto intercorra tra loro (Auggie Wren è semplicemente un tabaccaio, di cui lo scrittore è cliente), rapporto che un giorno in qualche modo prende un’altra direzione: il tabaccaio si imbatte in una recensione del libro del suo cliente, ed ecco che d’improvviso inizia a condividere con lui il progetto di una vita, mosso dalla scoperta di un’affinità artistica; Auggie infatti si diletta come fotografo, e da dodici anni scatta dallo stesso angolo e alla stessa ora del giorno una foto allo stesso tratto di strada. Conserva dodici album (uno per ogni anno) e un totale di più di quattromila fotografie, che ora intende mostrare al suo speciale cliente. A un primo sguardo, tutte le foto appaiono identiche, e lo scrittore non afferra il senso dell’intero progetto, che risulta soltanto una “una fredda scarica di ripetizioni”. Ma su consiglio del tabaccaio lo scrittore rallenta, finché non ci suggerisce che “Aveva ragione, ovviamente. Se non ti prendi il tempo per vedere, non imparerai mai a guardare niente”. In questa frase semplice è racchiusa invece una saggezza popolare, di quelle che riesci a cogliere solo dopo un errore. Da questo momento in poi, il cliente presta maggiore attenzione ai dettagli e inizia a far caso ai cambiamenti, fino a notare anche quelli più piccoli, più trascurabili per uno spettatore poco interessato: cambiamenti di clima, di luce, di traffico. Addirittura riesce a riconoscere i volti dei passanti in quella strada. Soprattutto si accorge di non essere più annoiato mentre sfoglia gli album, che in maniera superficiale aveva giudicato tutti identici e irrilevanti.

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Non siamo neanche a metà racconto e già è accaduto qualcosa di importante tra due persone. Ma ecco che l’autore sta per svelarci come Auggie si è procurato la macchina e ha iniziato a fotografare. Quando gli viene commissionata una storia di Natale dal New York Times, si trova ad affrontare una crisi personale, convinto di non esserne capace e temendo di dar vita all’ennesima storia sentimentale. Così un giorno si sfoga col suo tabaccaio, che subito intercetta la sua necessità e si offre – in cambio di un pranzo – di raccontargli la miglior storia di Natale che abbia mai sentito. Da qui in avanti abbiamo una storia nella storia, dato che Auggie prende la parola e comincia a raccontare, divenendo lui il narratore di primo grado, per poi tornare a dialogare con lo scrittore solo nel finale. Soltanto dopo aver ascoltato come si è svolta tutta la faccenda (che non svelerò, ma che vi invito a leggere…), allo scrittore viene in mente che Auggie possa aver inventato ogni cosa, ma un attimo dopo dice queste parole, che sono la base di ogni buon patto narrativo: “Sono stato convinto a crederci e questo era l’unica cosa che contava. Fino a che c’è qualcuno che ci crede non esiste storia che non può essere vera”. Insomma, la sospensione dell’incredulità: che tu la stia leggendo, ascoltando da qualcuno o vedendo al cinema, interrompi le tue facoltà critiche e goditi la storia. E a proposito: godetevi pure il Natale, per quanto quest’anno vi sia consentito.

Cechov e l’arte di raccontare…e scusate se è poco!!!

Ad Ottobre ci eravamo concentrati in modo originale su Cortazar. La sesta puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4, Nr 5 ) vira adesso su Cechov, (Taganrog, 29 gennaio 1860 – Badenweiler, 15 luglio 1904) uno degli scrittori più importanti della letteratura russa del XIX secolo.

Uno scrittore affascinante, forse perchè sospeso tra un’epoca ormai finita e una modernità mal digerita. Le pagine che Mirko gli ha dedicato sono molto intense e illuminanti. Il racconto a cui fa riferimento si trova qui.

Per conto mio, parlando Mirko di ‘progressione perfetta’ caratteristica di questo racconto, penso che ogni racconto sia come costruire una strada: è necessario arrivare da qualche parte, e arrivarci con il lettore. Altrimenti, come dice Cees Nooteboom ne ‘Le montagne dei Paesi Bassi‘: Ci sono cartelli che segnalano l’approssimarsi di una fontana-pausa di riposo per il lettore- o di una cunetta o di un altro passaggio difficile. In quei punti il lettore deve fare attenzione, lo scrittore non può lasciarlo volar fuori da una curva, anche se so bene che ci sono scrittori che non cercano altro. Forse io ho visto troppi incidenti per imitarli.’

Anatomia di un racconto – La morte dell’impiegato di Mirko Tondi

Quando si parla di racconti, non esiste scuola, corso, laboratorio di scrittura che manchi di far riferimento a Cechov. E i motivi sono molti: le sue strutture minimali eppure blindate, i suoi personaggi descritti con poche e significative pennellate, i suoi intrecci basati su piccoli e spesso trascurabili episodi (che però divengono decisivi per lo svolgersi della trama), il suo umorismo sottile e pervasivo, il suo stile misurato e al limite dell’essenzialità. Lontano, forse agli antipodi, di suoi connazionali e contemporanei alla stregua di Dostoevskij e Tolstoj, non era solito compiere immersioni nel ventre dei personaggi (come il primo) né esercitare sulla pagina la supremazia del maestro (come il secondo). La sua prosa non era ardita né fiammeggiante, ma era – semplicemente – l’espressione di un’efficacia massima, presa a modello da un numero imprecisato di scrittori dopo di lui, da qualsiasi parte del mondo. Uno dei suoi racconti che faccio spesso leggere ai corsi è La morte dell’impiegato, prezioso esempio di una progressione perfetta nell’arco di due paginette.

L’incipit ci regala già, oltre a una prima frase d’impatto, alcune informazioni sul protagonista e sul contesto, così come sul tipo di narratore con cui abbiamo a che fare: “Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmìtric Cervakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binocolo Le campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma all’improvviso… Nei racconti si trova spesso questo «all’improvviso». Gli autori hanno ragione: la vita è così piena di cose inaspettate. Ma all’improvviso il suo volto si contrasse, gli occhi gli si storsero, il respiro gli si fermò… allontanò il binocolo dagli occhi e… apscì!!! Starnutì, come vedete.” Il narratore fa un’incursione altrettanto improvvisa quanto l’utilizzo della medesima parola, per poi tornare sul personaggio e solo all’ultimo dire “Starnutì, come vedete”. Si tratta di un punto di vista originale e ironico, con il quale ci viene detto tra le righe “Ehi, questa è una storia e te la sto raccontando a modo mio, con tutte le licenze del caso… tu non devi far altro che metterti comodo e leggere.” Con tutta probabilità, poi, molti altri avrebbero glissato sulla reazione fisica per sintetizzare con quel semplice “Starnutì”, ma qui Cechov utilizza il famoso Show, don’t tell caro agli autori americani del 900 e tutt’ora in voga, poiché principio cardine della scrittura. Ci dice come cambia il suo corpo nell’attimo stesso in cui Cervakòv starnutisce, e non solo: ce lo mette davanti agli occhi, mostrandocelo. A questo punto il protagonista si accorge che là, nella prima fila, un vecchietto si sta asciugando col guanto la testa pelata e il collo; si tratta di “Sua Eccellenza Bricàlov, un pezzo grosso del Ministero delle comunicazioni.” Ecco che un fatto, seppur potenzialmente insignificante o quantomeno perdonabile (del resto, non eravamo certo in tempo di Coronavirus…), è accaduto.

Ed è il vero motore della storia, perché d’ora in avanti il nostro Cervakòv, timoroso e imbarazzato (il testo infatti fa largo uso di puntini di sospensione) – ma soprattutto risucchiato dal senso di colpa e di inadeguatezza –, cercherà ossessivamente di scusarsi. Nel seguito del racconto sarà deferente, importuno, petulante, contrito, sempre con l’obiettivo di essere ascoltato, e il generale dapprima minimizzerà, poi passerà a irritarsi e infine manifesterà tutta la sua rabbia di fronte all’insistenza dell’impiegato per un fatto così futile.

Nel finale – estremizzato ma oltremodo simbolico – il vissuto di Cervakòv porta a un’implosione e alle sue conseguenze estreme: la morte. Il racconto è onesto, non nasconde niente, d’altra parte ci dice già dal titolo cosa succederà, eppure quasi ce ne dimentichiamo, non possiamo credere che l’impiegato muoia in questo modo assurdo, per una sciocchezza del genere. Ma qui abbiamo a che fare con un concetto importante, e lo si potrebbe dire con le parole di Cortazar (di cui abbiamo parlato la volta scorsa): “Un racconto è significativo quando spezza i propri confini con quell‟esplosione di energia spirituale che illumina bruscamente qualcosa che va molto oltre il piccolo e talvolta miserabile aneddoto che racconta”. Così La morte dell’impiegato trascende la semplice vicenda del protagonista e diventa una brillante satira sulle caste e sulle gerarchie che queste comportano, nonché uno spaccato della società russa di fine Ottocento. Fa niente se Cervakòv (a volte anche Cervjakòv o Lervjakòv, a seconda delle scelte dei traduttori) sia un personaggio grottesco, fantozziano ante litteram; ciò che importa veramente è la sua pervicacia, il suo scontrarsi contro un muro di convenzioni, il suo intraprendere un percorso senza ritorno. In fondo, è anche una storia sull’incomunicabilità, tema che nel corso del secolo successivo avrebbe nutrito la letteratura (Svevo, Pirandello), l’arte (Hopper, Magritte), il cinema (si pensi, per esempio, a certe pellicole di Antonioni) e la musica (per citare un titolo: The Wall dei Pink Floyd). E scusate se è poco.

Cortazar, il racconto breve e la notte supina

C’eravamo lasciati in Agosto con Borges. La quinta puntata di Anatomia di un racconto, a cura di Mirko Tondi. ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4)

Adesso è tempo di riprendere con un altro gigante e teorizzatore del racconto breve, Julio Cortázar.

Nel 1962 Julio Cortázar tenne un ciclo di conferenze pubbliche a l’Avana. Ne uscì un saggio, intitolato Algunos Aspectos del cuento. C’è un passaggio che ben si sposta,credo, a quanto segue e che dice più sulle dinamiche del racconto di tanti corposi saggi. ‘e’ necessario arrivare ad avere un’idea viva di ciò che è il racconto, e questo è sempre difficile nella misura in cui le idee tendono all’astratto, a devitalizzare il loro contenuto, mentre a sua volta la vita rifiuta angosciata quel guinzaglio che vuole metterle la concettualizzzione per fissarla e categorizzarla. Ma se non abbiamo un’idea viva di ciò che è il racconto, avremo perso tempo, perchè un racconto, in ultima istanza, si muove su quel piano dell’uomo dove la vita e l’espressione scritta di quella vita ingaggiano una lotta fraterna, se mi si concede il termine; e il risultato di tale lotta è il racconto stesso, una sintesi vivente e insieme una vita sintetizzata, qualcosa come un’incresparsi d’acqua dentro un bicchiere, una fugacità in una permanenza. Solo con immagini si può trasmettere quell’alchimia che è all’origine della profonda risonanza che un grande racconto ha in noi, e che spiega anche perchè ci siano pochissimi racconti veramente grandi.’

Anatomia di un racconto – La notte supina di Mirko Tondi

L’ultima volta ci eravamo lasciati con il racconto Le rovine circolari, così oggi riprendo la rubrica con quella che penso sia la continuazione naturale dell’opera di Borges, ovvero quella del suo connazionale Julio Cortazar (anche se possiamo considerarlo un vero autore giramondo: nato a Bruxelles, vissuto a Buenos Aires, poi trasferitosi in Francia, a Parigi, dov’è morto nel 1984). Del resto i punti di contatto tra i due autori sono molteplici, e due temi tra i più ricorrenti sono quelli che riguardano il doppio e il sogno. In particolare, nel racconto di cui parliamo oggi, La notte supina (qualche volta tradotto La notte, supino), si ritrovano entrambi le tematiche, nelle quali echeggiano il mondo segreto dell’inconscio e certe pellicole dalle atmosfere alla David Lynch, facendoci camminare in bilico sul filo dell’ambiguità. La fusione tra sogno e realtà genera un territorio altro, una dimensione intermedia che è possibile esplorare solo grazie all’ingegno di poche e geniali menti.

“E in certe epoche andavano a cacciare nemici, la chiamavano la guerra dei fiori.” Questa è la frase di partenza del racconto, nelle cui prime righe incontriamo il protagonista, intento a prendere la sua moto dallo scantinato di un hotel. Lo vediamo salire a bordo e avviare il mezzo (“La moto ruggiva tra le sue gambe”), poi seguiamo il suo tragitto attraverso la città: i negozi con le loro vetrine, i viali alberati, le grandi ville. Ma subito – per distrazione o per eccessivo rilassamento – accade un incidente. Ogni volta che mi accingo a cominciare un racconto non posso che ripensare a uno dei preziosi consigli di Kurt Vonnegut sulla scrittura delle storie brevi, che recita così: “Inizia il più vicino possibile alla fine”. Ecco dunque che l’incidente (ciò che aziona la storia, che le permette subito di prendere una deviazione rispetto alla normalità) compare senza tanta suspense, ma con l’obiettivo di accorciare le distanze proprio rispetto alle narrazioni più lunghe. In questo trovo che l’approccio di Cortazar abbia una certa impostazione cinematografica: d’altra parte, in un film c’è un fatto più o meno importante che accade nei primi dieci minuti, e quel fatto sarà solo il primo anello di una catena che si svilupperà per la sua intera durata. Per scansare una donna che si è gettata in mezzo alla strada nonostante il semaforo non glielo consenta, sbanda e finisce a terra perdendo conoscenza. Quando ritorna in sé, quattro o cinque persone lo stanno estraendo da sotto la moto. Seppur stordito e con diverse ferite sul corpo, trova sollievo nell’idea che l’incidente non sia avvenuto a causa sua; la donna poi ha solo qualche graffio alle gambe, ma niente di più. L’uomo viene trasportato in una vicina farmacia, dopodiché arriva un’ambulanza; il braccio è sicuramente rotto ma non gli fa male, intanto il sangue gli scende da un taglio al sopracciglio e lui se lo lecca dalle labbra. In ospedale lo spogliano e gli mettono un camice. “Lo portarono alla sala di radiologia, e venti minuti dopo, con la lastra ancora umida appoggiata sul petto come una lapide nera, passò in sala operatoria. Qualcuno vestito di bianco, alto e magro, gli si avvicinò e si mise a guardare la radiografia”. In questo passaggio, compare quella “lapide nera” che – oltre a costituire una notevole similitudine – porta con sé anche un presagio di morte; inoltre, spicca il contrasto di colori tra la lastra scura e il camice bianco del medico.

Sopraggiunge ora un sogno pieno di odori, “e lui non sognava mai odori”. Si tratta di una sorta di indizio, un’anomalia che sottintende la realtà delle cose. “Dapprima un odore di pantano […] Ma l’odore cessò, e al suo posto venne una fragranza composta e scura come la notte in cui si muoveva fuggendo dagli aztechi.” Si nasconde nella selva, ma gli odori tornano a perseguitarlo: “odore di guerra”, pensa toccando un pugnale di pietra. Un’altra abilità dei grandi scrittori è quella di far confluire i sensi nella scrittura, riuscire a farli percepire al lettore, e qui Cortazar li usa tutti quanti o poco ci manca, in una combinazione tipica del suo stile: abbiamo il colore del fuoco (“Molto lontano, probabilmente dall’altro lato del grande lago, dovevano ardere fuochi di bivacchi; uno splendore rossiccio riempiva quella parte del cielo”), un suono improvviso (“Era stato come un ramo spezzato. Forse un animale che fuggiva come lui dall’odore della guerra”), un odore foriero di paura (“questo incenso dolciastro della guerra dei fiori”) e infine una sensazione tattile (“acquattandosi a ogni istante per toccare il suolo più duro del sentiero”). Siamo di nuovo nella stanza d’ospedale, il protagonista è febbricitante e assetato, col gesso al braccio. Il racconto adesso oscilla come un pendolo tra il sogno e il risveglio, tra la staticità del letto e la fuga disperata nella selva. Ma i guerrieri riescono a trovarlo e lo catturano. E quando torniamo per l’ennesima volta nell’ospedale, l’uomo ripensa al suo incidente e si accorge di avere un vuoto, che va dallo scontro al momento in cui lo hanno sollevano dal suolo.

Nell’ultima parte del racconto tutto comincia a girare più velocemente, ed è magistrale la gestione dei due universi, quello reale e quello onirico, come Cortazar avesse in mano uno specchio e ci mostrasse l’una o l’altra dimensione a seconda dell’inclinazione scelta. Fino alla rivelazione conclusiva, che stavolta non anticiperò, per non sciupare la sorpresa delle ultime righe. Oppure accorgersi che è stato tutto un sogno.

Punto Triplo a Firenze

Grazie alla benevolenza di Mirko Tondi, eccellente scrittore (“Era l’11 settembre” -Toutcourt Edizioni), docente e amico di questo blog per cui scrive la Rubrica ‘Anatomia di un racconto‘ (https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/04/24/anatomia-di-un-racconto-per-caffe-19-una-nuova-rubrica-a-difesa-del-panda-della-narrativa/) il prossimo 27 Ottobre a Firenze, con la ‘scusa’ di Punto Triplo parleremo di letteratura, parola e racconto breve. Purtroppo le misure di sicurezza anti COVID 19 non consentono di aprirci ad ospiti esterni che non siano già partecipanti al corso, e quindi questo non vuol essere un invito, ma certamente dal mio punto di vista è invece un’ottima occasione per ringraziarlo (come faccio, lo sapete, con tutti coloro che in questi tempi difficili portano avanti eventi, festival o nel suo caso, una ben collaudata ed efficace Scuola di scrittura).

Il suo corso di scrittura creativa a Firenze si pone l’obiettivo di creare un punto di approdo per aspiranti scrittori del territorio fiorentino e dei suoi dintorni, persone che vogliano cimentarsi con la scrittura in senso generale, anche per puro divertimento, non tanto chi voglia provare a intraprendere una professione legata a questo campo artistico particolare. Quello che interessa è fornire strumenti per cominciare a scrivere con metodo oppure per affinare le proprie capacità, ma anche offrire il pretesto per un esercizio di scrittura continuo e duraturo.

Circolarità, geometria, eleganza: l’anatomia di Borges narratore.

Come giustamente dice Mirko Tondi, prima a poi in questa anatomia di un racconto, rubrica nel frattempo gloriosamente giunta alla sua quinta puntata, dovevamo fare rotta su Borges.

E questo accostamento era ben difficile, come è difficile essere originali su di uno scrittore tanto citato, a volte anche a sproposito.  A mio parere, più che un modello Borges rappresenta un canone, una fonte di ispirazione. Rimanendo nella metafora marinaresca non è che ci si orienta con la stella polare perchè la si vuole raggiungere, ma semplicemente perchè con la sua sola presenza ci indica una direzione, ci apre gli occhi sulla nostra posizione.  E così Borges non è nè deve essere imitabile, perchè esteticamente è in qualche modo un canone chiuso in sè, ma indica meglio di tutti gli altri la direzione da seguire per rendere ancora più nobile ed efficace l’arte del racconto.  Perchè in letteratura vige una proporzionalità inversa tra distanza e possibilità di perdersi, tutta opposta a quella intuitiva del senso comune. E’insomma ben più facile, a parere di chi scrive, che un narratore si perda nello spazio di poiche pagine che in molte. Troppo da dire, molto da esprimere, ancora di più da sottointedere e, sotto pressione, la tubazione da qualche parte può cedere.

Mirko è riuscito ancora una volta a farci riflettere….

( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3,  Nr 4)

Ora gustiamoci questa nuova Anatomia…

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Anatomia di un racconto Nr. 5 – Le rovine circolari

Prima o poi doveva arrivare il momento in cui si parla di Borges, giacché lo scrittore argentino è senza dubbio – tutt’oggi e a maggior ragione oggi, nell’odierno panorama editoriale sempre meno incline alla pubblicazione di storie brevi – una delle massime autorità in tema di letteratura (in generale) e di racconti (in particolare).

È più che mai difficile scegliere un racconto su tutti nella sua eccellente e vasta produzione, motivo per il quale non sarà certo questo l’unico richiamo a Borges nella rubrica che state leggendo. Ma da qualche parte di deve pur cominciare, così la mia scelta è ricaduta su Le rovine circolari, testo che racchiude quell’universo immaginifico e l’atmosfera cosiddetta “onirica” che lo contraddistingue, tanto da aver contribuito massicciamente a creare – con la narrativa incentrata sul sogno – se non proprio un genere a parte sicuramente la parte fondamentale di un genere.

O forse sarà meglio parlare di forma, cosicché la distinzione appaia chiara una volta per tutte: sempre più spesso sento parlare dei racconti come “genere letterario”, assimilandoli a, che ne so, il genere fantasy, il rosa o il giallo, ma è chiaro che invece si debba parlare di una questione strutturale (e non solo di lunghezza dell’opera). Il romanzo ha una forma e il racconto ne ha un’altra, ma entrambi possono appartenere allo stesso genere. Detto ciò, mi sento libero di tornare al caro Borges e di tuffarmi nel sogno con lui, un sogno che a ogni lettura mi appare sempre più suggestivo e ricco di dettagli.

Borges

“Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime”. Basta questo attacco per farci rimanere incollati lì, basta un fatto non visto a introdurci in un mistero da svelare e bastano un sostantivo e un aggettivo associati in maniera originalissima a darci qualche indizio sullo stile dell’autore (casomai uno non avesse mai letto niente di Borges). Poi ci sono alcune parole che descrivono il protagonista: “taciturno”, “grigio”, “stravolto e insanguinato”. Lo vediamo, siamo con lui e lo seguiamo, finché non arriva in un antico tempio circolare di cui rimangono macerie. Si sdraia e dorme, “non per debolezza della carne, ma per determinazione della volontà”. Ma chi è? Cosa vuole fare? È un uomo, un mago, e ha un proposito: sognare un altro uomo, “sognarlo con minuziosa completezza e imporlo alla realtà”. Non ha altri progetti che questo, tramutare la vita in sogno poiché il sogno crei la vita stessa. All’inizio è puro caos, ma a poco a poco i sogni prendono la forma desiderata (“Il sogno è la soddisfazione di un desiderio” diceva Freud, anche se qui appaiono più forti i riferimenti agli archetipi junghiani, con il concetto di Ombra come proiezione inconscia di sé). L’uomo sogna sé stesso al centro di un anfiteatro circolare come quello in cui si trova, mentre impartisce lezioni a una platea silenziosa, e dopo una decina di notti passate così si trova da solo con un “ragazzo taciturno, malinconico, a volte ribelle, dai tratti affilati che ripetevano quelli del suo sognatore”. Poi un giorno la rivelazione: non era un sogno. Sopraggiunge l’insonnia, un costante e improduttivo stato di veglia, e la notte non riesce più a dare i suoi frutti. A questo punto, ecco una delle frasi più belle del racconto: “Comprese che l’impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui sono composti i sogni è il più arduo che un uomo possa intraprendere”. L’uomo deve accettare di aver fallito. E lo fa, ricominciando da capo, riposandosi per un mese e provando con un nuovo metodo, lasciandosi andare al sogno senza alcuna premeditazione. Ora i sogni ricominciano a sgorgare liberi dalla sua mente. Dapprima compone un cuore, per settimane, con minuziosa precisione e pazienza.

L’uomo domina i suoi sogni e li unisce tra loro come una tela. Ci vuole un anno perché si aggiungano gli altri organi, uno scheletro, i capelli, fino a che il sognato è completo. Certo da principio non cammina e non parla. L’uomo si pente ed è tentato di distruggere la sua opera, ma resiste. Dopo aver invocato i pianeti, si rivolge adesso alla statua del dio Fuoco (sognata anch’essa), che lo aiuta nel suo intento. Siamo al climax del racconto: “Nel sogno dell’uomo che sognava, colui che era sognato si svegliò”.

Per due anni continua nella sua opera e istruisce il sognato sui misteri dell’universo. L’obiettivo ora, se dapprima era quello di comporre una creatura nel sonno, è quello di comporre una creatura perfetta, tanto che ne ricrea le parti giudicate difettose. Dunque si insinua il dubbio: “A volte lo inquietava l’impressione che tutto ciò fosse già accaduto…”

L’uomo considera il sognato come un figlio – un figlio fantasma certo, ma pur sempre un figlio – e capisce che è finalmente pronto per nascere. E nascerà. Lo scopo è raggiunto, l’uomo è in estasi.

Anni dopo, svegliato da due rematori, l’uomo ha un presagio: teme che suo figlio scopra di non essere reale ma soltanto “un mero simulacro.

Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altro uomo”. La natura qui esprime tutta la sua bellezza attraverso le descrizioni sopraffine dell’autore: “una remota nuvola su una collina, leggera come un uccello; poi, verso il Sud, il cielo che aveva il colore rosa delle gengive dei leopardi”. Infine la ciclicità degli eventi, attraverso un incendio circolare che – in “un’alba senza uccelli” (quante albe con gli uccelli si ricordano invece nella letteratura, uccelli che per esempio diventano pensieri nella poesia Prima luce di Giorgio Caproni) – segue il perimetro delle rovine del tempio del dio Fuoco. Finale poderoso e imprevisto, con l’uomo ormai stanco e vecchio, che si getta nelle fiamme; ma è un fuoco candido, innocuo, che non brucia. Solo adesso, l’uomo capisce che anche lui non è altro che un sogno.

In questo stupendo racconto di Borges, l’immateriale si fa materia, per poi tornare al suo stato iniziale in una circolarità geometrica.

Nel sogno a puntate (quante volte anche noi avremmo voluto riprendere un sogno dalla notte precedente?) si concretizza un’impresa assimilabile alla creazione di Frankenstein o a quella di un Golem d’argilla – o, se preferite, a quella di un biblico Adamo – fino alla scoperta della verità. Il sogno e il doppio, tematiche care all’autore di Finzioni e L’Aleph, infittiscono l’intreccio e lo caricano di simbolismi. Chapeau.

Lucia Berlin, o della risurrezione

Se volete vedere le cose da altre angolazioni.

Se ritenete che la narrazione possa e debba essere un modo per vedere (capire) la vita propria e altrui, i suoi piaceri e i suoi dolori e sentire il suo motore in funzionamento da una pluralità, anzi da una polifonia di punti di vista.

In questo caso Lucia Berlin fa per Voi e non vi potete perdere questo quarto numero di Anatomia di un racconto, una rubrica tutta particolare condotta da Mirko Tondi ( QUI I PRECEDENTI NUMERI Nr 1, Nr 2, Nr 3)

Per non disturbare (come faccio spesso) il bel lavoro di Mirko aggiungero solo due concetti e una domanda delle cento pistole ( per Mirko, sennò come faccio a disturbarlo? Ma rivolta a tutti in realtà…)

Di Lucia Berlin si sa troppo poco, perchè troppo poco è stata apprezzata in vita tanto da essere un’autentica scrittrice ‘sommersa’ , fino a quando qualcuno si è degnato, giustamente, di ripubblicarla e renderla nota al grande pubblico. Ma raramente mi è capitato di leggere una intervista ad uno scrittore così divertente come questa da lei rilasciata nel 1996. Proprio del racconto che Mirko approfondisce dice che è stato  La cosa più sperimentale che ho fatto.

Altrettando raramente capita di leggere racconti così ben fatti (cfr La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri)

Domanda: ma può esistere un racconto perfetto? O è proprio un impercettibile margine di imperfezione a rendere un racconto ‘realmente perfetto’?

Ora gustiamoci questa nuova Anatomia…

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Anatomia di un racconto Nr. 4 – Punto di vista

Diciamo la verità: l’ambizione dello scrittore di racconti è quella di sfiorare – se non proprio raggiungere – la perfezione, che sia per struttura, per tecnica o per stile, o nel migliore dei casi tutte e tre queste cose assieme.

Magari intende dar vita a qualcosa che possa inscriversi nel campo dell’universale, qualcosa che non deve per forza piacere ma colpire, quello sì, lasciare il segno, incidere un’emozione sulla pelle di chi legge. Del resto non sono moltissimi i racconti che possono annoverarsi in questa ristretta categoria, forse Un giorno ideale per i pescibanana di Salinger (ne parleremo sicuramente in uno dei prossimi appuntamenti) o Il nuotatore di John Cheever (idem) e qualche altro, scegliete in base ai vostri gusti. Ma credo che Lucia Berlin, abilissima scrittrice di short stories mai fin troppo celebrata, sia riuscita a creare un piccolo capolavoro con Punto di vista, il racconto di cui parliamo oggi (“piccolo” per dimensioni, non certo per intenzioni, sia chiaro).

Non è assolutamente prerogativa di molti riuscire a scrivere un racconto che sia allo stesso tempo una lezione di letteratura e una lezione di scrittura, una lezione che non troverete in nessuno dei tanti corsi che si tengono oggi ma solo in queste poche pagine che ci ha regalato l’autrice americana.

Lucia Berlin

La prima riga recita così: “Immaginate il racconto di Cechov Angoscia narrato in prima persona.” Il racconto è appena cominciato e già noi siamo catturati da un gorgo metanarrativo che ci trascina nell’immaginario cechoviano, coi suoi personaggi disperati e commoventi, di cui il vetturino Jona Potàpov – che ha appena perso un figlio – è un esempio eccellente. Le righe che seguono – una decina in tutto – ci dicono che quel racconto di Cechov non è affatto in prima ma è in terza persona, ed è propria quella “voce imparziale” (per usare le parole della Berlin) che ci fa entrare nel dolore del personaggio. Certo dipende dall’intensità della voce che si usa, e ciò non significa che la scelta della terza persona sia migliore della prima (d’altra parte alcuni autori, come Dostoevskij, attraverso un io narrante intimo e profondo sono riusciti a toccare vette altissime), ma semplicemente che Cechov, nella sua ricerca dell’oggettività, riusciva attraverso il narratore onnisciente a riferire i sentimenti dei personaggi in maniera nitida e a farci empatizzare con loro. Ecco dunque la breve e utilissima lezione di letteratura che apre Punto di vista.

Poi la Berlin ci presenta la sua protagonista, dicendoci la sua età, la sua professione, le sue abitudini, tutto attraverso la prima persona. No, non funziona, ci dice subito dopo. In questo caso, meglio usare la terza persona e andare dritti all’aspetto abitudinario: «Ogni domenica, dopo essere passata in lavanderia e al supermercato, comprava l’edizione domenicale del “Chronicle”». Ora siete disposti ad ascoltare tutti i dettagli, perché “Pensereste, diavolo, se la narratrice ritiene che ci sia qualcosa da scrivere a proposito di questa creatura scialba dev’essere così. Continuiamo a leggere, vediamo cosa succede.”

A questo punto l’autrice ci rivela che il racconto non è ancora stato scritto, ma è in divenire nel momento stesso in cui leggiamo.

Aggiunge qualche altro dettaglio per renderci più credibile Henrietta, il suo personaggio, per esempio dicendoci che per mangiare si serve di “finissime posate italiane in massiccio acciaio inossidabile”, per confessarci poco dopo che lei stessa utilizza quel tipo di posate. Compie ora una rapida digressione e ci racconta un episodio divertente che le è accaduto, un banale equivoco, cosicché ci ritroviamo a familiarizzare – oltre che con Henrietta – pure con lei. Torna al suo personaggio e affastella altri dettagli, finché scopriamo che è innamorata del dottor B., per cui lavora come infermiera. Giunti fin qui sarà necessario sdoppiare l’attenzione, poiché esistono due diversi piani: da una parte quello sui cui si materializza a poco a poco Henrietta, il personaggio di fantasia, e dall’altra quello si cui si muove Lucia Berlin, la scrittrice. Il nefrologo su cui ha ricalcato il personaggio è lo stesso per cui lavorava lei un tempo, ma l’autrice ci fa sapere che in realtà non ne è mai stata innamorata; però Shirley, la ragazza che lavorava lì prima di lei, oh lei sì che ne era innamorata, al punto da fargli numerosi regali. Gli scrittori, si sa, rubano qua e là dalla vita degli altri.

VOLONTE

Quando ci ripenso, mi fa sempre ridere quella battuta del film Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio, dove Bizanti, il cinico capo redattore di un giornale (uno splendido Gian Maria Volonté) pronuncia questa battuta subito dopo aver licenziato Roveda, un giornalista dall’anima pura che vorrebbe raccontare una verità senza compromessi: “Finiremo tutti nel suo primo libro”. Proprio così.

L’autrice utilizza uno di quei regali (veri) – “un sedile da bicicletta peloso in pelle di montone” – per farne il climax del racconto (inventato), tracciando il momento in cui Henrietta viene schermita dal dottor B., “il momento in cui lei si rende conto di quanto il dottore la disprezzi, di quanto sia penoso l’amore che prova per lui”. Ci sono poi altre caratteristiche di Shirley che la Berlin attribuisce a Henrietta e che diventano le sue abitudini, soprattutto domenicali: Cosa mangia? Cosa guarda in televisione? Cosa farà in quel lunedì tanto atteso, quando il dottore che non la degna della minima considerazione arriverà a esserne persino infastidito? Dopo aver visto La signora in giallo, si fa un bagno rilassante, poi sorseggia una tazza di camomilla, infine sente dei rumori fuori dalla finestra: un’auto che sgomma, una portiera che sbatte, qualcuno che si avvicina alla cabina telefonica. “Henrietta spegne la luce, alza le veneziane vicino al letto, solo di poco. Il vetro della finestra è appannato”. La musica di Lester Young che arriva dall’autoradio. Nella cabina c’è un uomo che sta telefonando e si asciuga la fronte con un fazzoletto.

CONDENSA VETRO

E ora il vero colpo di genio, il gioco sul punto di vista del tutto inatteso eppure annunciato già dal titolo: la narrazione smette di essere in terza per far posto alla prima persona; d’improvviso l’autrice coincide con Henrietta, vi si sovrappone in maniera magistrale. “Mi appoggio contro il davanzale freddo e lo guardo”. Ascolta il sassofono di Lester Young e scrive una parola nel vapore del vetro. Quale? Non lo sapremo mai, perché la cancella “prima che qualcuno possa vederla”.