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Periodo estivo ricco di scrittura. Spero se ne vedano i frutti a Settembre.

Quel gran pezzo dell’Italia…https://www.sound36.com/quel-gran-bel-pezzo-ditalia-tutta-pura-e-tutta-bianca/

Un recensione sullì’ultimo libro di Labatut su Scriptamanent—

omunicazione e Sociologia (a cura di La Redazione) . A. XV, n, 166, luglio 2021

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Scienza
in modo unico

di Massimiliano Bellavista
Un saggio Adelphi
sulle astrazioni tra
aneddoto e invenzione

I personaggi che animano il volume Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Banjamìn Labatut (Adelphi, pp. 180, € 18,00) soffrono un dolore psichico, crescente, quello tipico degli schizofrenici. Da una parte c’è la vita reale, per cui il nostro cervello è biologicamente impostato, e dall’altro c’è il loro sconfinato, soverchiante amore per la scienza, che invece, non offre verità ma un metodo, per sua natura pieno di incertezze: una domanda scottante ed eterna che conosce solo risposte parziali e transitorie. È inevitabile che questo si rifletta sulle loro vite. Fritz Haber, Werner Heisenberg, Ervin Schrödinger e Alexander Grothendieck sono in questo volume di volta in volta sotto i riflettori, come stazioni di una Via Crucis del pensiero scientifico che consta di scene memorabili, anche se talvolta al limite del grottesco e del surreale. Prendete il brillante chimico al servizio del Kaiser, Fritz Haber, le cui scoperte hanno contribuito alla morte di tanti uomini a Ypres o che dal cianuro di idrogeno estratto dal blu di Prussia riesce a ricavare un pesticida efficacissimo, lo Zyklon, poi usato come agente tossico nelle camere a gas. Nella lettera scritta alla moglie al momento della morte, scrive Labatut spiazza ogni possibile ed elementare senso di umanità quando «Confessa un senso di colpa insopportabile, non per il ruolo che, direttamente o indirettamente, aveva giocato nella morte di tanti essere umani, ma perché il suo metodo di estrarre l’azoto dall’aria aveva talmente alternato l’equilibrio naturale che temeva che il futuro del mondo non sarebbe appartenuto all’essere umano, ma alle piante»

Una voragine senza fine
Labatut è senza alcun dubbio un dotatissimo sensibilissimo narratore. Le sue incursioni, sempre maggiori al progredire della storia, nel modo della supposizione e dell’irrealtà, sono così ben congegnate che è difficile comprendere il limite tra realtà e finzione nelle vite di questa galleria di personaggi. È anche un ottimo affabulatore, con una grande cura degli incipit e delle descrizioni «il 24 dicembre 1915, mentre prendeva il tè nel suo appartamento, Albert Einstein ricevette una busta inviata dalle trincee della prima guerra mondiale. La busta aveva attraversato un continente in fiamme; era sporca, stropicciata, e coperta di fango. Un angolo era stato strappato via, e il nome del mittente era nascosto da una macchia di sangue. Einstein la presa con i guanti e l’aprì con un coltello. La lettera conteneva l’ultima scintilla di un genio: Karl Schwarzschild, astronomo, fisico, matematico e tenete dell’esercito tedesco».
Nessuna parola, nessun aggettivo come si vede è fuori posto, e l’attenzione del lettore è subito catturata. Sarà andata esattamente così? Poco importa, è l’atmosfera che queste righe trasmettono che è funzionale a farci capire cosa sta succedendo, cosa c’è in ballo. In un momento così atroce, confrontato con un “eccesso” di realtà quali molti che il Novecento ha tragicamente saputo proporre all’umanità, il fisico fornisce ad Einstein la soluzione delle sue equazioni della relatività generale: ma si apre un nuovo baratro, in cui tuttora siamo dentro «C’era tuttavia qualcosa di molto strano nei risultati di Schwarzschild, […]. Il problema sorgeva quando una massa troppo grande si concentrava in un’area piccola, come accade quando una stella gigante esaurisce il suo combustibile e comincia a collassare su se stessa. […] in quel caso lo spazio e il tempo non si alteravano: si laceravano». Il risultato era inconcepibile: «Il risultato era una voragine senza fine, separata per sempre dal resto dell’universo».
Ecco il punto ed ecco anche la rinuncia cui allude il titolo del volume: per salire di livello nella comprensione della realtà dobbiamo in qualche modo accettare che essa si espanda dismisura verso territori dove l’astrazione logica e filosofica sembra prevalere sul dato empirico, sull’intuizione e anche sul senso comune. Dobbiamo accettare in questo caso l’emergere di singolarità fisico matematiche, come i buchi neri, cui non sappiamo dare una spiegazione. Cosa difficile da accettare per primi dai diretti interessati. Schwarzschild sente crescere dentro di sé una sorte di vuoto, di male oscuro e di chi li a pochissimo muore, e non per mano del nemico, ma per colpa di una malattia che lo svuota letteralmente di energie vitali.

Il caso e la nostra comprensione del mondo
Pensateci bene. Di certo viviamo in un mondo sempre meno meccanicistico e sempre più probabilistico: computer, meteo, rischio, economia, sono domini conquistati metro a metro da nuvole di densità probabilistiche. Come ci sentiamo? Disorientati, inevitabilmente. E questo senso di inadeguatezza e di disorientamento emerge con forza e grande efficacia narrativa quasi da ogni pagina del libro. Uomini, persino grandi uomini dotati di capacità del tutto uniche e particolari, sono descritti da Labatut come dei fragili Prometeo che per un attimo stringono la scintilla della conoscenza tra le mani, capaci anche a regalarcela spesso a costo della loro vita e dei loro salute mentale; questo però ha in ultima analisi solo l’effetto di rivelarci come sia sconfinata l’oscurità della grotta di ignoranza e inconoscibilità in cui siamo imprigionati. Il caso ci governa e talvolta ci sovrasta, ma le sue regole sfuggono al nostro senso comune, a volte sembrano addirittura invertire causa ed effetto, come ne caso della meccanica quantistica. Einstein ne diviene il più acerrimo, e questo accentua ancora di più il fascino sinistro delle ultime belle pagine del volume: si ha l’impressione di essere di fronte al caso di un padre che ripudia suo figlio con lui il lettore tende ad identificarsi. E le voragini, come in un terreno carsico, continuano ad aprirsi sotto i nostri piedi: il principio di indeterminazione, il mistero della funzione d’onda di Schrödinger. Insomma, sembra proprio che Dio abbia deciso di giocare a dadi con l’universo, e che la direzione imboccata dalla scienza sia irreversibile, ma sta anche a noi accrescere e padroneggiare questo immenso bagaglio di conoscenze. E una via ce la offre proprio Labatut attraverso questo originalissimo libro, dicendoci che c’è un modo per tornare a capire, per così dire a ‘misurare’ il mondo, e che è costituito dalla narrazione. Lo ha dichiarato lo stesso autore in una recente intervista alla Lettura: «non abbiamo mai veramente capito il mondo, però abbiamo capito le storie che ce ne siamo detti l’un l’altro, I fatti grezzi dell’esperienza hanno senso solo se puoi metterli insieme in una narrazione. E oggi, con il cambiamento incessante e l’interconnessione illimitata, l’unica capacità fondamentale dell’umanità, cioè la capacità narrativa (dono che certo viene dagli dèi) ci sta venendo meno. Non possiamo mettere il mondo in parole, non sappiamo dare un senso al vortice turbolento della realtà». Come dire che la narrativa, quando è raffinata e “buona” ci restituisce sempre moltiplicate chiavi interpretative e di sintesi di ogni scenario, per quanto complesso esso sia.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 166, luglio 2021)

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Una volta ero Flesherman…

«Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora. Ma una parte di me sta franando in me stesso. È come se ai piedi della mia identità si fosse spalancato».
Il concetto di frana è quanto mai appropriato nel romanzo di Giuseppe Aloe Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino, pp. 196, € 16,00). Scritto dall’autore in due riprese intervallate da qualche anno, delle lettere di Hagenbach, che occupano molte intense pagine al cuore del romanzo, Aloe in una recente intervista ha dichiarato: «era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer». Questa malattia è di per sé, in effetti, una tragica caduta in se stessi, una implosione vista al rallentatore. Il termine “frana” poi suggerisce per assonanza quello di “trama”. Ma la trama, la chiave del libro, gli è venuta alcuni anni dopo, da un episodio di cronaca che riguardava il presunto ritrovamento a Berlino negli scantinati dell’ospedale della Charité nel 2009 della salma di Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria il cui corpo nel 1919 fu gettato in uno dei canali della Sprea che incrociano la celebre Unter den Linden. Ora, succede di frequente in letteratura che quando una storia poggia su solide realtà e incontrovertibili accadimenti personali e storici la narrazione che ne scaturisce subisca una deriva verso dimensioni insolite, oniriche al confine con il fantastico. Pare sia questo il caso del criminologo di fama internazionale Flesherman, cui viene diagnosticata una forma di demenza senile e che recatosi a Berlino per l’affaire Luxemburg, apprende della scomparsa dello scrittore Hagenbach, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca dello scrittore. «Si tratta di Hagenbach. Così esordì. Hagenbach?, chiesi. Sì, lo scrittore. Lo conoscevo. Avevo letto qualche suo libro. Anche di recente. Passando davanti a una libreria avevo comprato un suo romanzo. Forse l’ultimo». Questa ricerca ossessiva, condotta in una singolare Germania onirica, acquatica, sospesa tra passato e futuro, è come si intuisce, omericamente una ricerca di sé stesso. Flesherman è una sorta di Ulisse, che deve sfuggire ai mostri che la mente malata gli mette continuamente sulla strada, a frapporsi tra lui e la verità, tra lui e la realtà.

La metamorfosi
«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente. Quasi fossi un ragazzo, proprio uno di quelli che vedi correre sulla spiaggia, senza pena e rimorsi e non un uomo di sessantanove anni, affacciato sul limite del niente. Certo ho ancora un sistema per riconoscere le cose. Le so valutare. Riesco a trovare il bandolo delle vicende, anche se a volte si confondono. Diventano come una maglia con innumerevoli fili. Allora lascio perdere».
Il romanzo, costellato di richiami colti alla psicanalisi e alla grande letteratura, si incentra sul concetto di metamorfosi, e lo fa dichiaratamente. La malattia perseguita il protagonista, è una lebbra dell’anima che gli strappa pezzi di identità e di memoria via via che la sua ricerca continua. Il parallelo con Kafka è dichiarato e aperto, come si legge a più riprese nel romanzo: «Una mattina Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme insetto. Che ora se ne stava nell’orecchio di un cartellone pubblicitario, proprio nel condotto uditivo, e rimaneva fermo. Impassibile, proprio in vista. Tutti lo potevano osservare. Aveva superato il senso della vergogna, evidentemente. Non sentiva più vergogna. Era alla luce del sole. Aprii la finestra e gridai: ritorna nella tua stanza Gregor. Nasconditi, e poi la richiusi con forza». Solo che i mostri adesso non sono confinati in una stanza, hanno libero accesso a tutta la vita di un uomo e a tutto il suo mondo, presente passato e futuro e sono, anche per l’innegabile abilità dell’autore di intrecciare reale e immaginario senza far percepire al lettore i punti di sutura tra i due mondi, indistinguibili dalle entità reali. E così, di rimando letterario in rimando viene da pensare che forse il vecchio professore sia in realtà già morto senza saperlo, come sarebbe piaciuto a Kafka. In effetti, quando il protagonista raggiunge il mare e approda a Travemunde succede qualcosa di strano: «Avevo preso alloggio all’Hotel Riva proprio di fronte al mare. Chissà perché questo nome italiano?, mi ero detto varcando la soglia». Quel nome ci sembra un neanche tanto velato richiamo a Il cacciatore Gracco, scritto da Kafka nella prima metà del 1917. Lo scrittore ebbe un rapporto curioso con il lago di Garda, e in particolare con la città di Riva del Garda e la storia del racconto è quella di un “non vivo” che però è condannato a un eterno peregrinare per mare nel mondo reale. Come Flesherman.
«Lei è morto?. Sì – disse il cacciatore – come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto. Eppure lei vive ancora, disse il sindaco. In un certo senso – disse il cacciatore – in un certo senso». Tutti i protagonisti di una buona storia non l’attraversano ma indenni, cambiano, in un certo senso. E il professore che cerca lo scrittore scomparso non fa eccezione, subisce una metamorfosi tremenda, inesorabile e che tuttavia è allo stesso tempo ancora un poco aperta verso la speranza, verso la possibilità di recuperare sé stessi e il senso della propria vita.

Un treno allegorico che unisce personaggi di grande spessore
Il treno (i treni che sono onnipresenti nella storia), è il vero motore della narrazione. Il treno è allegoria del viaggio e della ricerca in se stessi, congiunge parti della storia e parti della vita del protagonista, la cui distanza relativa si è dilatata a dismisura a causa degli effetti della malattia che lo affligge, conferisce alla narrazione e al ricordo il giusto colore e il giusto ritmo, permette di dar fiato a belle descrizioni di ciò che fisicamente e spiritualmente circonda Flesherman. Non a caso la brusca cesura della fine della ricerca e del ritorno a casa che caratterizza la parte finale del volume, è caratterizzata da un mezzo di trasporto assai più veloce e in un certo senso al di sopra delle cose terrene, l’aereo, con cui la moglie lo accompagna simbolicamente verso l’epilogo.
Ma la maestria di Aloe si manifesta anche nel tratteggio dei molti personaggi femminili che costellano la storia come la prostituta Vanderlei, compagna di avventure del protagonista oppure Odette, la sua passione giovanile. Donne sensuali, forti e intelligenti al punto da sembrare a tratti onnipotenti a cui fa da contraltare la moglie di Flesherman, che assomiglia più a una madre che a una compagna di vita, una madre che allo stesso tempo asseconda e veglia il figlio, lasciandolo partire per la sua ultima avventura ma sorvegliandone a distanza il percorso, pronta ad intervenire come in effetti fa (non è un caso del resto che l’autore abbia dichiarato di immaginare di scrivere delle lettere alla madre quando stendeva le prime pagine del libro).
D’altra parte la figura della prostituta è essa stessa oggetto nella narrazione di un complesso gioco di specchi: «Mentre avanzavo nella piazza iniziai a pensare alla donna che avevano ucciso al posto di Rosa Luxemburg. Dovevano pur mettere qualcuno nella bara. Immaginavo un gruppetto di Freikorps che si aggira per la piazza alla ricerca di qualche prostituta. Una di quelle solitarie che fanno il mestiere da poco. Magari ancora giovane, inesperta. Uno del gruppetto va in avanscoperta, adesca la donna, la porta in un vicolo e qui viene raggiunto dagli altri, e la uccidono. Poi la buttano nel fiume. Se Bausch aveva ragione migliaia di persone in quasi cento anni erano andate sulla tomba di Rosa Luxemburg e avevano rivolto un pensiero a una prostituta innocente, uccisa senza motivo. Così è la storia, pensai: una beffa. Una colossale beffa».

Il tempo del commiato
Notevole la parte terminale del romanzo, dove il protagonista, ormai assediato dalla malattia, è poco più che un’ombra: «E invece ecco: accelerazione. La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. Era più vicina di quanto pensassi. L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo. Forse fu proprio dopo quella rivelazione, mi sembra, sdraiato nel letto a guardare il cielo estivo dalla finestra, che iniziai a maturare la decisione di scrivermi delle lettere. Ma forse non proprio lettere. Riflessioni, brevi messaggi, valutazioni da un altro universo. Come Hagenbach aveva fatto con la moglie. Il senso della vita che si eclissa riversato su carta. Solo che questa volta io le avrei scritte a me stesso».
Chi scrive con regolarità a se stesso, fondamentalmente sta tenendo un diario. E il romanzo, che ora da epistolare si fa intimo e personale, sancisce con pagine costellate di immagini degne di nota questo percorso di dissoluzione e fuga dalla vita «Ognuno sa di avere un’alleanza con sé stesso. Ed è l’unico concordato che non si deve infrangere. Altrimenti arriva veloce e senza riguardi la necrosi del cuore. Mi sento alla fine di un mandato. Manca solo qualche atto formale, poi ecco la scadenza naturale. Fra poco presenterò le mie dimissioni dal genere umano. Il mare della tranquillità. Io voglio arrivare lì».
Ed è qui, alla fine di questo viaggio, che Aloe depone il suo mandato di narratore nelle mani del lettore, che crediamo ne resterà soddisfatto.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

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Un libro interessante e fuori dagli schemi

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Un articolato omaggio
di Mario Segni al padre

di Massimiliano Bellavista
Da Rubbettino un volume che getta nuova luce
su un’epoca grigia, destinato a far discutere

C’è stato il tintinnar di sciabole di Nenni e poi il tintinnar manette di Scalfaro. Siamo senza dubbio un paese dove i tintinnaboli di antica memoria sono ancora vivi e vitali e continuano a risuonare nella testa dei nostri politici.
Illo tempore servivano a scopi varî. Talora erano considerati come strumenti musicali, ma spesso venivano semplicemente usati per dare il segnale della chiusura o dell’apertura di edifici di interesse pubblico. Soprattutto era proprio col suono del tintinnabulum che il nuntius indicava, come più tardi nella religione cristiana, il momento del sacrificio. Nel contesto degli anni Sessanta e poi anche oltre, l’evocazione del tintinnio diviene sinonimo di rivelazione di una presunta oscura minaccia fondata sul possibile uso della violenza, sulla percepita imminente violazione intenzionale, da parte di non si sa chi, dei diritti e dei limiti dei poteri su cui questa Repubblica è ancora fondata. E il sacrificio reale seguito al presunto tintinnabolo cui si accennava è stato in Italia quello del capro espiatorio di turno, quello insomma in cui iniettare tutti i veleni di un’epoca per poi farlo affondare nell’assurdo, moralmente e spesso anche fisicamente.
Ma uno Stato serio non può mica fondarsi sui campanelli, se non vuole diventare il paese dei tintinnaboli, e per uscire da ogni ambiguità deve o dovrebbe discutere di fatti concreti, storicamente fondati.
Pare questa la miglior sintesi del tema e dell’obiettivo del libro di Mario Segni, Il colpo di Stato del 1964 – La madre di tutte le fake news (Rubbettino editore, pp. 180, € 13,00). Un libro appassionato, sicuramente, ma anche obiettivo, equilibrato nei giudizi e di grande interesse.
Certo, come sottolineato da Agostino Giovagnoli nella sua ottima introduzione «Figlio dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è in qualche modo parte in causa e non lo nasconde affatto. È evidente ed esplicita la preoccupazione di tutelare la memoria di suo padre e di rendergli ciò che gli spetta, in primo luogo il riconoscimento della sua rettitudine morale prima ancora che il ricordo della sua figura di democratico e antifascista. Un proposito che non è solo legittimo, ma anche utile per la ricerca della verità: qui Mario Segni riporta, infatti, un’ampia serie di fatti, documenti e argomenti di grande importanza per fare chiarezza». Il seguito del volume sembra dargli ragione su tutta la linea. In un paese culturalmente provinciale, politicamente comunale e per tutto il resto ancora legato agli interessi di quartiere o alle beghe di condominio è proprio questo che manca, un confronto serio e fondato riguardo a un’epoca grigia, condotto da più punti di vista, almeno quelli ancora disponibili. Un’epoca, quella della crisi del 1964, destinata probabilmente a rimanere tale, cioè grigia, oscura, vista la dipartita di tanti testimoni diretti e l’istituzionale e sistematica reticenza di molte parti in causa, nazionali e soprattutto internazionali. Invece questo confronto franco e costruttivo latita, lo vediamo in questi giorni, a libro non ancora uscito, con il susseguirsi di prese di posizione sui più diffusi quotidiani. E intanto quei fatti importantissimi, forieri di ampie e gravi implicazioni storiche per la Penisola, rimangono appannaggio di un pubblico di iniziati, non vengono spiegati se non propinando vulgate rituali e coinvolgono i giovani nelle scuole e università più o meno quanto le guerre puniche.

Tirare in ballo per la storia italiana recente il concetto di fake news
Abbiamo detto che il libro è un’ampia e originale disamina dei fatti della crisi apertasi nel torrido giugno 1964. La crisi del governo Moro, l’ostilità di Segni alla politica di collaborazione Dc-Psi, i profondi imbarazzi a destra e a sinistra per opposti ma coincidenti motivi, le difficoltà dell’Italia in politica economica. E un presidente che si trova stretto in una morsa che a tratti pare senza via di uscita e che lo scuote non solo politicamente, ma anche fisicamente, psicologicamente, con le ben note nefaste conseguenze che questo avrà a breve sulla sua salute. Prosegue il libro di Segni: «Premesse importanti in questo senso erano già state poste dall’esito delle elezioni del 1963, pesantemente negative per il centro-sinistra, e successivamente la “congiuntura economica” dette una spinta decisiva per il cambiamento. Alla svolta del luglio 1964, in altre parole, concorsero processi e forze ben più potenti delle azioni di qualche militare. Il tema vero di quella crisi fu soprattutto un altro: la continuazione o meno della collaborazione di governo tra democristiani e socialisti, per impedire la quale si attivò anche Antonio Segni. Come altri, infatti, il Presidente della Repubblica era convinto che, con la loro politica economica, i socialisti indebolissero la struttura economica del Paese e minacciassero di portarlo fuori dall’Occidente. Che cioè aprissero la strada al pericolo comunista. Ritenne perciò suo dovere prendere posizione contro il centro-sinistra per difendere gli interessi supremi dell’Italia. Del resto, Segni era stato eletto Presidente della Repubblica, anche per volontà di Moro, proprio perché presidiasse la collocazione atlantica e occidentale del Paese».
Il volume, in uno stile piano e posato ma molto chiaro, ripercorre un periodo colmo di sfumature e ambiguità (si direbbe una infinita scala di tonalità grigie) con una sola pretesa, che però anima tutte le pagine, ovvero quella di richiamare tutti all’obiettività e all’immedesimazione nel modo di pensare e nelle logiche dell’epoca, perché è fin troppo facile giudicare ex post, vestiti con gli abiti del poi. Per fare questo, Segni parte da basi semplici e incontrovertibili, pubblicando lettere e documenti di notevole interesse, documenti che sono stati ritrovati di recente, ancora in fase di riordino e che saranno poi a disposizione all’interno dell’Archivio Antonio Segni.
A tutto questo si accompagna, provocatoriamente, l’uso del termine fake news. Termine che, certamente, fa alzare il sopracciglio a molti che hanno vissuto la compostezza e la solennità della comunicazione giornalistica di quegli anni, ma che tuttavia non è uno slogan inventato per aumentare le tirature e anzi è strutturalmente legato a ogni pagina, a ogni considerazione contenuta nel libro. Insomma, una volta letto il volume non si può fare a meno di pensare che abbia ragione Giovagnoli quando dice che «Molte opinioni diffuse sul “golpe” del 1964 prescindono sic et simpliciter dalla verità dei fatti perché si sono formate e consolidate sulla base di motivazioni politico-ideologiche impermeabili alle verifiche fattuali. Non accade solo per le vicende del luglio 1964, ma questo caso è particolarmente emblematico». Fake news insomma.
In effetti è così, e il libro lo dimostra in modo disarmante. La vicenda del piano Solo ha inizio il 10 maggio del 1967. L’intera prima pagina de L’Espresso è occupata dal titolo a caratteri cubitali: 14 luglio 1964 – Complotto al Quirinale. E sotto, a caratteri ancora più estesi, Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato. Nel novembre di quello stesso anno si apre un processo e tutta la storia, ricostruita in modo puntuale nei capitoli che si susseguono, ha un esito singolare: l’indagine giudiziaria smentisce i giornalisti su tutta la linea, ma le fake news hanno invece l’esito opposto, conquistano spazio e fuorviano menti. «Mentre l’indagine giudiziaria si conclude, come sappiamo, con una clamorosa sconfitta dei giornalisti de L’Espresso, l’orientamento della pubblica opinione si sposta gradualmente verso le tesi dell’accusa. Non esistevano sondaggi in quel periodo. Ma l’andamento della stampa, che al processo dedica spazi amplissimi, è indicativo. Molti dei giornali non pregiudizialmente schierati con una delle parti, cambiano sensibilmente opinione, e da un atteggiamento neutro e distaccato, passano a considerare fondate le affermazioni de L’Espresso». È del resto, quello, un periodo di inchieste aggressive e a tratti anche feroci, basti pesare allo scandalo Lockheed, l’azienda americana produttrice di aeroplani che rivelò nel 1976 a una commissione del Senato americano che aveva corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia. Leone dovette dimettersi sotto gli attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito radicale e dal settimanale L’Espresso, salvo poi essere riabilitato come «capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese». Come si legge nella lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.
In questo sta forse uno degli indubbi meriti dell’opera di Mario Segni, ovvero quello di obbligarci a investigare un’epoca ma soprattutto un distorto atteggiamento mentale, che anima ancora la nostra politica: le fonti sembrano secondarie, la verità storica anche, mentre l’interpretazione ideologica e distorta è tutto. Per far presa sull’opinione pubblica non conterebbe insomma la verità, ma come e quanto forte si è capaci di urlare una menzogna. Questa è un’epoca di perniciosa sfiducia nei mezzi del confronto culturale e dell’argomentazione fondata, dove ognuno ama rinchiudersi nella propria bolla comunicativa, fatta solo e soltanto di altri individui che la pensano allo stesso modo. Provate se volete in questo senso a vedere cosa riporta Wikipedia alla voce “Piano Solo”. Un libro che si proponga di coltivare il dubbio di fronte a interpretazioni monocordi (si vedano a questo proposito le pagine del libro che smontano la famosa storia sulle ragioni dell’ictus che colpì Segni impedendogli l’esercizio delle funzioni presidenziali il 7 agosto 1964) è già per questo solo fatto meritevole di lettura.

La testimonianza e il dovere di un figlio
Ma il libro ha anche un’altra valenza. È il generoso e costruttivo atto di riabilitazione, prima di tutto morale, di un figlio verso il padre. Prendendo a prestito, visto che se è parlato a più riprese, un termine caro alle vicende giudiziarie, si potrebbe dire che si tratti di un atto dovuto. A lungo meditato, di certo non improvvisato (lo si intuisce subito sfogliando le pagine del volume) e come anticipato forse anche necessario. Ora, è singolare e sintomatico del livello attuale del dibattito politico nel paese, che anche questo atto sia oggetto di ironia e di inconcludente ridicolizzazione, invece che di apprezzamento o perlomeno di rispetto. È successo di recente sulle colonne di Repubblica, dove lo storico Miguel Gotor ha parlato commentando il libro di «una testimonianza interessante, riprova di un tenerissimo amore filiale di cui sarebbe sbagliato non tenere conto in un Paese pieno di buoni sentimenti come il nostro». Una delegittimazione che appare certamente eccessiva anche se, in effetti, qualche passaggio appare più rispondente al desiderio di un figlio di difendere la memoria del padre che all’onere di raccontare momenti così delicati della Storia italiana.
Con il presente volume Mario Segni segna anche un altro punto a suo favore, quello di richiamare alla sensibilità del lettore come sia importante rileggere con attenzione il passato. Attraverso un’approfondita analisi anche semantica e filosofica di questo “periodo di mezzo” post Scelba e Tambroni, egli sa mettere in luce quei comportamenti, quei linguaggi e quelle scelte che, spesso anche oltre la volontà e la consapevolezza di chi li mise in atto, posero le basi della strategia della tensione. Una semina di terrore che proprio in quegli anni trovò il terreno ideale dove mettere radici.
Non resta al lettore che trarre le sue personali conclusioni e forse cogliere l’invito che Segni fa concludendo il volume: «La Repubblica ha quindi una storia di cui possiamo andare fieri, non dobbiamo vergognarci. Il Partito comunista non ha avuto la forza di rivedere gli errori e le tragedie della sua storia. È un peccato, perché al grande merito di essere approdato alle rive della democrazia, pur partendo da tanto lontano, e anzi di avere contribuito moltissimo a salvarla nel periodo più pericoloso del terrorismo, avrebbe aggiunto quello della sconfessione degli errori del passato, e avrebbe dato un grande credito alla nuova sinistra, e a tutta la classe politica nel suo complesso. Ma ormai anche quella storia è finita. E forse adesso è più facile per tutti guardare indietro con serenità».
Sapremo farlo, o tentennando ci limiteremo al tintinnio?

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

Pat Patfoort, una favola per l’empatia e la non violenza

Pat Patfoort è un’antropologa e divulgatrice molto conosciuta, relativamente nota anche in Italia per i suoi studi e l’incessante sforzo che prodiga nell’insegnamento della cultura della non violenza.
Già questo basterebbe a giustificare l’avvicinamento del lettore a questo libro, Il piccolo albero spaventato (Infinito edizioni, pp. 64, € 11,90) perché oggi parlare ai bambini del tema della paura (e della sua gestione) e di quello ancora più rilevante dell’educazione all’empatia è di per sé rilevante e degno di considerazione.
Un buon lettore è per sua natura empatico e l’empatia, nella pluriennale esperienza dell’autrice è la ricetta, la porta di ingresso nel mondo della non violenza, della non sopraffazione reciproca.
«Infine, mettersi il più possibile nei panni di un altro, l’empatia, è fondamentale nell’atteggiamento nonviolento. In questo lo sviluppo della fantasia e dell’immaginazione ci può aiutare. Metterci al posto del piccolo albero è un buon esercizio».
Già, il piccolo albero, il protagonista del racconto: lasciamo al lettore curioso e alla sua consultazione del materiale iconografico che correda riccamente il libro, la scoperta del perché e percome sia diventato il protagonista di questa fiaba. Basti dire a questo riguardo che le illustrazioni di Jannik Roosens sono veramente di grande valore, e certamente hanno contribuito a fare la fortuna di questo libro, che conta traduzioni in varie lingue, quella italiana curata da Rossella Vezzalini. Se vi sono (e certamente vi sono) degli adulti che collezionano libri illustrati per l’infanzia, questo è sicuramente uno di quei libri da mettere in biblioteca. Gli acquerelli della parte centrale del volume di ambientazione notturna sono dei piccoli capolavori.
Ciò che però più ci interessa sottolineare è che si tratta di tutto fuorché di un testo scontato o di un protagonista noioso, idealizzato o men che meno statico, come si potrebbe immaginare. Questo alberello sta lì, sulla costa quasi verticale di un’altissima montagna, crescendo in posizione ostinata e contraria a ogni logica. Solo e isolato e quel che più conta, esposto alla violenza della natura, a un mondo dinamico fatto di slavine, nevicate, frane, tempeste, reagire altrettanto dinamicamente, questa creatura accetta e si adatta ad ogni condizione, perché «quella della natura dovrebbe essere la sola e unica forma di violenza esistente. È già sufficientemente devastante e drammatica, se pensiamo ai terremoti, alle eruzioni vulcaniche, agli incendi delle foreste, ai tornado, alle inondazioni, agli tsunami, ai fulmini…». Non si tratta insomma della gratuita violenza umana che invece conviene non accettare, ma eliminare alla radice.

Lo stupore e l’empatia contro la violenza
Chi è in fin dei conti un non violento? Non è un debole o uno che accetta passivamente la violenza. Volendo sintetizzare malamente quasi cinquanta anni di vita professionale – ce ne perdonerà l’autrice – secondo Patfoort è piuttosto qualcuno che è non solo empatico, cioè capace di entrare in sintonia con l’ambiente, come fa l’albero con la natura matrigna che lo circonda, ma anche qualcuno in grado «di gioire di tutto ciò che troviamo piacevole o bello, e di dedicarci tempo».
L’albero infatti ha paura, chi non ne ha, ma non si lascia vincere dall’odio. E questo fa la differenza, perché conserva la capacità di apprezzare la bellezza di quella stessa natura che lo minaccia, e quindi la possibilità di caricarsi di quella positività necessaria alla sua sopravvivenza. «Quello che il piccolo albero ama al di sopra d’ogni altra cosa, sono le notti illuminate da una moltitudine di stelle scintillanti e dalla luna che si sposta da un lato all’altro». Lo stupore per la vita, si direbbe sia il messaggio centrale dell’autrice, aiuta a ad avere la sfrontatezza di viverla appieno.
Ora, qui il libro per certi versi diventa addirittura rivoluzionario e provocatorio. Vi ricordate il principio di Pollyanna, la protagonista dei romanzi di Eleanor H. Porter e di un fortunato adattamento cinematografico? Era una bambina che insegnava a tutti a scorgere il lato positivo delle cose. Attenzione, scorgere il lato positivo delle cose, anche di quelle più avverse e brutte, non vuol dire vedere solo il bello, portando sul naso un paio di occhiali rosa. Esattamente come essere semplici non vuol dire essere sempliciotti. Ebbene, l’alberello del volume è una Pollyanna del mondo vegetale. Pratica sistematicamente il gioco della felicità. Esso vuole insegnarci attraverso la favola che è letteralmente incastonata negli acquerelli del volume qualcosa che molte orecchie indurite non vogliono nemmeno sentire ma che è indispensabile a un bambino: ovvero la potenza del bello che c’è intorno a noi e il miglior modo per evocarlo nello spirito dei propri simili. La semplicità infatti è un messaggio potente, è come un cerchio giottesco tracciato a mano libera nella mente del lettore, e questo libro riesce nel tentativo di rendere semplici e immediatamente assimilabili concetti complessi

La morale della favola
Si tratta senza dubbio di un’opera breve ma con molte chiavi di lettura e di conseguenza molteplici risvolti morali. L’albero, senza svelare i dettagli, sarà capace grazie alla sua positività di salvare se stesso e anche il suo prossimo.
In termini manageriali, si potrebbe dire che il piccolo grande albero è resiliente, cioè capace di assorbire i colpi della sorte, metabolizzarli e addirittura trasformarli in un punto di forza, un po’ come le nostre difese immunitarie fanno coi virus. E dati i tempi che viviamo, in cui non solo la non violenza ma la capacità di gestire la paura è certamente all’ordine del giorno, abbiamo certamente bisogno anche di questi anticorpi letterari.
L’incrocio tra esperienze personali dell’autrice e del marito, eccellente alpinista, con la fantasia e i temi pedagogici è senza dubbio ben bilanciato e originale, e certamente non era semplice. Non sempre si trova una simbiosi così felice tra testo e disegni, che invece nel volume è pienamente raggiunta. Unici elementi forse perfettibili sono in qualche punto della traduzione (a volte qualche vocabolo ripetuto troppo di frequente) e soprattutto della punteggiatura con l’uso un po’ troppo frequente dei punti esclamativi che, a giudizio di chi scrive, sono nei libri per l’infanzia tendenzialmente inutili in quanto sembrano voler impropriamente enfatizzare il tono cantilenante e a volte troppo alto del modo di parlare tipico dei bambini. Ma tutto sommato, si tratta di sfumature che nulla tolgono al piacere di una breve ma intensa lettura per tutte le età.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 159, dicembre 2020)

Cosi diciamo ‘addio’ sperando di dire ‘per sempre’

È come caricare uno di quei vecchi pendoli a catena. Apri con cura lo sportellino che protegge i lunghi pesi all’interno della cassa dell’orologio. Poi tiri la catena accanto al peso, non quella alla quale il peso è connesso.

L’ordine dei pesi da ricaricare non ha alcuna importanza. L’orologio riparte, il pendolo oscilla. È così che spesso si scrive quando si vuol narrare una vita intensamente vissuta. Si apre un pertugio nella memoria, un punto di vista su una vita ormai quasi immobile, se ne osservano pesi e contrappesi, si cerca di riavvolgere il filo del tempo e non è tanto importante l’ordine ma il senso che se ne afferra. E la vita, nello spazio di quella lettura, si rimette in moto. Per questa precisa ragione il volume merita da essere letto.
«Vorrei sparare agli orologi come i comunardi per azzerare il tempo» dice Andrea Frezza, l’autore di Così viviamo per dire sempre addio (Rubbettino Editore, pp. 280, € 15,00), un suggestivo e chimerico incrocio tra romanzo, sceneggiatura e memoriale. Sapeva che il tempo gli stava sfuggendo, proprio come sta spesso scritto sui vecchi orologi a pendolo.
Il Consiglio dei Ministri nel 2009, quando già il settantunenne scrittore, regista e sceneggiatore viveva da tempo in precarie condizioni economiche ed era gravemente malato deliberò di concedergli il vitalizio previsto dalla legge n. 440 del 1985, la cosiddetta “legge Bacchelli”.
Il suo libro esce poco più tardi, nel 2011, e nel 2012 l’autore scompare. Nel 2005 aveva lasciato Los Angeles, dove aveva insegnato Sceneggiatura, per tornare definitivamente in Italia a girare un film molto importante per lui. Non ci riesce purtroppo, a causa di mancati finanziamenti e così scrive questo libro.
Sono molti i pesi e le angosce che gravano sulla sua vita, come quelli che opprimono il protagonista della storia, Matteo, nato nel 1937 come Frezza, nome da evangelista e cognome glorioso che lo qualifica come ultimo della dinastia dei Santavelica, il quale a un certo punto della sua vita decide di tornare in Calabria negli aviti luoghi e abita in una piccola casa accanto alla più grande villa settecentesca di famiglia, la “casa dei ciliegi”, «costruita nel 1756, su disegno di Luigi Vanvitelli, e abbandonata ai vandali e alle intemperie due secoli dopo».
Il suo racconto, tuttavia, non ha niente di evangelico, è qualcosa a metà tra un corrosivo testamento e un doloroso epitaffio. «È il momento di scaricarmi l’anima con le parole come una puttana e bestemmiare come una baldracca. Parole di Amleto, che faccio mie in questa mattina di quiete apparente.
Perché la memoria m’impone questa tortura, questo ripassare il film della trascorsa felicità, delle vele gonfie di speranze e di sogni afflosciate dalla superficiale bonaccia che nasconde la devastante bufera della coscienza disintegrata?».

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Lo stile e l’uso del linguaggio
Anche lo stile, diretto fino alla sfacciataggine, afferra il lettore perché si avverte l’essenzialità ma anche la sincerità della narrazione. Nel volume non c’è niente di superfluo, niente che non dovrebbe stare dove è, in un salto temporale e geografico continuo, sfidando tempo e memoria.
Ci sono incipit degni di memoria come questo: «Mi sveglio presto, nell’ora che precede l’alba, quando anche le persone forti si sentono deboli, gli ammalati muoiono e i nemici sbarcano sulle spiagge».
In generale, si percepisce la genesi del testo quale sceneggiatura di un film, perché quasi ogni capitolo ha una forte resa visiva e scenica, l’immaginaria macchina da presa si muove fedelmente dietro alle parole del narratore. Un esempio sono le descrizioni e i dialoghi contenuti nel capitolo che si intitola Boogie Woogie, proprio il nome che Frezza avrebbe voluto dare al suo film.
Anche le immagini sono importanti. Certi oggetti e certe immagini sono simboli, perlopiù metafore di una vita che non scorre più e di una memoria intermittente e ingannevole che spesso la sovrascrive e la cancella come un nastro magnetico. Le tombe su tutti. Per uno come Matteo, che ha perso Stella, anzi «la mia diletta Stella, il mio amore ultimo, con cui ho vissuto gli anni migliori» e ha perso tutti i suoi amici, le tombe, nella loro grigia materialità, rappresentano anche le pietre sicure di un molo immaginario, un porto sicuro cui approdare nei frequenti momenti di smarrimento.
«Ritrovo le loro tombe al cimitero, nomi, date di nascita e morte, elogi della loro vita affidati alle lapidi per la memoria di chi ha voglia di leggere e visitare cimiteri. La visita ai morti è un rito molto praticato dalle mie parti, non soltanto il due novembre celebrato con le ossa di morto, dolci che riproducono tibie, femori, clavicole, teschi, alcuni talmente duri da rompere i denti, altri di pasta martorana, morbidi, colorati, zuccherini mia vita».
Per Frezza e per il protagonista del libro queste lapidi svolgono la funzione di tetre madeleine. E ricorrono continuamente: nel ricordo delle vittime dell’Olocausto, nella primavera del 1953 al cimitero di guerra di Colleville Sur Mer dove sono sepolti i morti di Omaha Beach, nei viaggi del protagonista.
«Visitavo tombe quando potevo… Andai a cercare la tomba di Raymond Chandler al Mount Hope Cemetery di San Diego, California. Quella di Truman Capote e di Marilyn al Westwood Memorial Park Cemetery, Los Angeles, California. E poi al cimitero nazionale di Arlington dov’è sepolto Dashiel Hammett. In uno dei periodici viaggi romani mi fermai in Inghilterra e andai a cercare nel giardino della chiesa di Heptonstall la tomba di Sylvia Plath. A tutti ho portato un fiore per ringraziarli della felicità che mi hanno dato leggendo, vedendo e sentendo le loro opere».
La pensa così anche Cees Nootebom. Il celebre scrittore olandese, nel suo Tumbas dice che «La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Si vede che anche Matteo deve essere alla fine un poeta, perché proprio per questo come Nooteboom nel corso della sua vita ha sentito il bisogno di visitare tutte le tombe dei grandi scrittori e filosofi che lo hanno segnato.

Non si impara a dire addio
«Ancora non so come dire addio ma sento che imparerò presto» è la frase che conclude il romanzo, che può essere letto anche come l’inquietante messa in scena di un presagio che evidentemente nella mente dell’autore rappresentava quasi una certezza. Ma si avverte che questa certezza non è affatto granitica, e non è affatto certo che con quell’addio, anche se si imparasse a darlo, tutto davvero finisca.
«Il viaggio della memoria è un addio a quel che s’abbandona» e ancora «Se i ricordi sono un dolore la loro assenza è una fonte di sofferenza ancor più grande». Matteo non è certo e nelle ultime pagine sembra centellinare il ritmo della narrazione, quasi indugiare, Forse per questo l’autore, altrettanto dubbioso, si affida a Rilke e alle Elegie duinesi, da un passo delle quali l’autore ha ricavato il titolo di questo romanzo: «Ma chi ci ha rigirati così/che qualsia quel che facciamo/è sempre come fossimo nell’atto di partire? Come/colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una/volta ancora/tutta la valle, si volta, si ferma, indugia /così viviamo per dir sempre addio…».
Se si legge l’addio di Florindo Rubbettino ad Andrea Frezza pubblicato ne Il Quotidiano della Calabria del 30 marzo 2012, si conclude riflettendo su come forse il tema del libro è tutta un’illusione, un miraggio, dove Matteo e Frezza, ora uniti, in realtà non vogliono dire addio, ma restare vivi e presenti alla nostra memoria. Ricorda Rubbettino a proposito di Frezza «Di quando giovane studente universitario bussasti a casa Moravia e di fronte al celebre scrittore, un po’ sbalordito e un po’ incuriosito da quel giovanotto temerario, chiedesti tutto d’un fiato: “come si fa a fare lo scrittore?”, o di quando Orson Welles che avresti dovuto sollecitare per affrettarsi a recarsi sul set ti fece sedere a tavola insieme a lui cercando di insegnarti come si prepara un’ottima insalata».
Curioso, proprio il piatto preferito del suo protagonista, unico compagno delle sue lunghe ore di solitudine. «Cipolle rosse, pomodori, cetrioli, olive nere, tonno, capperi, origano, olio e pane biscotto giallo di mais. Un calice di prosecco, ciliegie».

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 157, ottobre 2020)

Nuovo articolo sui sommersi su Bottega Scriptamanent

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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XIV, n. 149, febbraio 2020

Gli scrittori “sommersi”:
le vite e le loro opera

di Massimiliano Bellavista
Una ricerca dedicata ad autori dimenticati:
le motivazioni che spingono verso questa strada

«Naufragium feci, bene navigavi» (Ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere. Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano. Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.

Opere perdute, autori dimenticati
Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di Internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
La lista di questi naufragi è assai più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni solo per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Una ricerca verso il ricordo collettivo
Se però è vero che senza memoria storica nessun paese, nessuna società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato.
Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che ci proponiamo in questa rubrica è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo una personale sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i suggerimenti di tanti lettori, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 149, febbraio 2020)