Volare…?

Dopo averci fatto sorridere con l’incauto acquisto de La Tazza del Vate per #ioraccontobreve  solo due giorni fa, Romeo Lucchi  qui si è fatto decisamente più caustico, e si è preso, giustamente, tutte per se 250 parole invece che 100.

Sulla celeberrima canzone di Modugno gli aneddoti, anche quelli politici e persino di politica estera, si sprecano. Nei momenti di depressione in Italia si mette in discussione tutto, anche l’Inno nazionale, e pur di far le corna al povero Goffredo si oscilla dal  sostituto illustre tipo il Va pensiero verdiano al sostituto pop, ovvero Volare.

Volare

Questo aneddoto del 2029, però, ci mancava. E come poteva essere altrimenti. essendo nel futuro. Ci fa ridere? Sì, ma a denti stretti. Ci lascia un senso di disagio.  Non riusciamo a toglierci dalla testa che in fondo… oddio potrebbe anche succedere!!!!

 

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Volare

 

Spinse l’acceleratore sino in fondo e si lanciò nel vuoto.

Il monitor indicava la durata prevista della diretta streaming: 4 secondi e 521 millesimi.

Aveva precedentemente impostato la funzione regia automatica che prevedeva il montaggio del video da trasmettere in diretta sfruttando le due telecamere esterne e le quattro interne.

Per colonna sonora aveva scelto una vecchia canzone: Volare di Domenico Modugno. Calzante, pensò. Questa volta nessuno gli avrebbe rubato la scena, anche lui avrebbe avuto il suo minuto di gloria. Fanculo agli uragani, alle inondazioni, alle trombe marine e pure alle bombe d’acqua e all’alta marea. Fanculo alla fame, alla disoccupazione, alle migrazioni e alle guerre. Fanculo ai genocidi, fanculo a tutto e a tutti. Finalmente la scena era sua. Sfruttando l’App che aveva scaricato la sera prima aveva stimato almeno 500.000 spettatori connessi e quasi certamente il video avrebbe fatto il giro del mondo raccogliendo così milioni di visualizzazioni. Forse il suo sarebbe stato il video più visto al mondo. Di sempre. Primi like, trecento wow, commento: CHE FIGATA. 4500 like, 34 sigh, 866 wow, commenti: VAI COSI’, SEI UNA BOMBA! FIGO! SPAAACCAA!  8999 like, 1911 wow, 84 love, 50 sigh, 3842 wow, 112.543 like, commento: SIIIIII!  499.995 like, 88.912 commenti…

back future

Al momento dell’impatto al suolo apparve sul monitor la scritta “data odierna: 25 maggio 2029”.

Lo stesso giorno il Presidente degli Stati Uniti d’America George Clooney insieme al primo ministro Leonardo di Caprio si incontravano alla Casa Bianca con Rocco Siffredi, Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana per discutere dei futuri scenari del Mediterraneo.

 

Anatomia di un racconto. la seconda puntata della rubrica a difesa del..panda della narrativa!!!

Come dicevano l’altra volta che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Dicevamo che tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. E’ la più complessa forma di narrazione perchè (fintamente) semplice ed essenziale: e la semplicità, come l’essenzialità, sono le vette più alte da raggiungere per un narratore. Borges diceva che ‘all’improvviso comparivano tazze di tè, cappelli da signora e altre cose per riempire lo spazio. Il racconto, invece, aveva una certa tensione, come una freccia che deve raggiungere il bersaglio‘. Questa rubrica, che Mirko Tondi ci sta regalando con una cadenza, largo circa settimanale o giù di lì (e beninteso il ritardo non è per colpa sua! siamo noi che siamo sempre in affano nel pubblicare! così con questo messaggio cogliamo l’occasione per scusarci con lui), si chiama come ormai sapete  Anatomia di un racconto. Grazie di nuovo, Mirko.

anatomia

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Anatomia di un racconto – L’Italiano

Mi sono chiesto per giorni con quale racconto avrei cominciato questa rubrica, dopo la basilare introduzione della volta scorsa, che a conti fatti poteva ritenersi una sorta di numero zero. Ovvio che mi ballassero in testa certi nomi che hanno fatto di me lo scrittore che sono oggi, autori di racconti folgoranti (nomi come Cechov, Cortazar, Buzzati, Salinger, Kafka, Maupassant e molti altri, che sicuramente si faranno vivi più avanti). Poi ho pensato di dare la precedenza all’autore che avesse avuto sul sottoscritto l’impatto più forte, quello che avesse scavato il solco più profondo, quello che insomma avesse contribuito maggiormente a nutrire il mio stile, a permettere il suo evolversi fino al momento in cui vi scrivo. Quell’autore è Thomas Bernhard, e non manco mai di citarlo in ogni laboratorio che tengo. Il triste, tragico, deprimente Bernhard, che innalza il suicidio – suo tema ricorrente – a questione filosofica e antropologica di spessore infinito; eppure leggere quelle sue pagine incredibilmente vive è un’esperienza che ti cambia per sempre – nel bene o nel male –, un’esperienza incapace di lasciarti indifferente e di instillarti, anzi (ed ecco il paradosso), gocce di gioia che solo la letteratura più elevata può spiegare. Il racconto, nello specifico, si intitola L’italiano (1969 l’edizione originale, 1981 la prima edizione nel nostro paese).

Thomas Bernhard l'italiano

Una precisazione, per ora e per i prossimi numeri: la rubrica contiene dei necessari spoiler, ma suppongo che sarò perdonato per questo peccato veniale, e giacché si tratta di racconti e non di romanzi il mio senso di colpa sarà più lieve.

Siamo nella campagna austriaca e abbiamo due personaggi: uno è colui che racconta in prima persona e l’altro è appunto l’italiano del titolo. “Dopo cena passeggiai con l’italiano davanti al padiglione”. L’incipit è in medias res, non sappiamo cosa ci sia stato prima e francamente non ci interessa (una saggia regola di Kurt Vonnegut tra le sue otto per scrivere storie brevi recita così: “Inizia il più vicino possibile alla fine”); dunque non conosciamo ancora i rapporti che intrattengano i due, ma quel poco che serve – informazioni funzionali alla storia – le sapremo poco più tardi. Il padiglione è il luogo in cui le sorelle del narratore stanno sistemando la salma del padre e da cui infatti, citando le parole dello stesso Bernhard, “usciva aria di morte”. Il padre si è sparato in camera sua, sfigurandosi orribilmente il volto, e a dire il vero l’italiano quell’uomo non lo conosceva neppure, ma è stata la sua famiglia a inviarlo al funerale da Firenze. Tutto quel che l’italiano è capace di dire sul morto è che sia stata “una disgrazia”, null’altro. Il protagonista ha colto l’occasione per sparire nel parco con lui, in modo da sfuggire all’atmosfera pesante che circola in casa; vero è che nutre per lui, uomo schivo e taciturno, una certa fascinazione (“sembrava il più interessante di tutti, il più intelligente della compagnia”). Così il narratore comincia a parlare di un possibile viaggio nell’Italia del sud, in particolare in Sicilia (Agrigento, Palermo, Cefalù), poi arriviamo nella rimessa polverosa, accanto al padiglione, dove comincia a mostrare all’italiano una discreta collezione di costumi teatrali. Quella sera stessa, infatti, avrebbe dovuto tenersi una recita dei nipoti, scritta e recitata da loro stessi, una tradizione familiare da più di cent’anni, che si mette in scena l’ultima sera di agosto.

Qui si stabilisce tra i due un’affinità, poiché l’italiano dice che anche lui a Firenze era solito tenere insieme ai suoi familiari delle recite in casa, anche se d’inverno. Il protagonista ci rivela che all’inizio era irritato dal fatto che l’italiano parlasse un tedesco perfetto, mentre adesso, per un’ora intera, gli mostra i numerosi costumi, e l’italiano vuole che gli vengano mostrati.

albero radici

Il contatto ormai è avvenuto e diventa più intimo, quando l’italiano racconta della perdita della madre. In seguito l’italiano confessa la sua timidezza – seppur evidente –, il suo essere solitario e rivela la sua età. C’è a questo punto una frase emblematica di Bernhard, che ci dice quanto i due si siano avvicinati: “Ora sentiva di appartenermi”, dice il narratore. Intanto, in lontananza, si odono le voci delle sorelle che discutono (“Mi accorgevo ora di come erano tremende le loro voci”).

A volte basta una scena a fare grande un racconto, e qui a mio giudizio la scena contiene un poderoso contrasto: il protagonista osserva il padiglione – un luogo di divertimenti, costruito apposta per amene rappresentazioni teatrali e adesso diventato scenario di morte – e pensa che proprio in quel momento si sarebbe dovuta tenere la recita, con i parenti e gli amici riuniti nel parco lì davanti a godersi lo spettacolo.

parco muschio

Ed ecco il climax del racconto: “L’italiano non sospettava di nulla. Ero in dubbio se dirgli o no che ci trovavamo su una ventina di cadaveri sepolti.” Gli dice semmai che lì da bambino giocava a rincorrersi. Intanto si scorge, anche nel buio della sera, il contorno della fossa comune, la “macchia chiara” nell’erba; da dieci anni non ci tornava e ora sono quattro volte in tre giorni. Gli dice pure che il padre aveva espresso il desiderio di essere composto nella bara all’interno del padiglione. Della fossa comune ne parla all’italiano solo quando si allontanano, e dall’alto di un ponte gli rivela che là sono sepolti una ventina di polacchi, gli racconta la stessa storia che raccontava suo padre: i soldati si erano nascosti nel padiglione perché aspettavano la fine della guerra e invece erano stati uccisi dai tedeschi, usciti all’improvviso dal bosco nella notte. I cadaveri, rimasti lì per quindici giorni, emanavano una puzza tremenda; il padre era stato minacciato di fucilazione se li avesse portati via. Lui, che all’epoca dei fatti aveva dodici anni, quel maledetto giorno ha sentito dalla sua camera i polacchi urlare e per venti anni ha combattuto contro quelle grida, dice, che diventavano sempre più forti. Dopo questo, i due tornano a parlare del suicidio del padre, che l’italiano continua a definire “una disgrazia”.

Infine i due intraprendono un discorso sulla politica italiana, e qui sembra esserci uno scarto, un’apparente deviazione, ma è con un’ultima sentenza dell’italiano pronunciata davanti al morto che ci congediamo dal racconto: “Non c’è nessun mezzo per sfuggire a sé stessi”.

Cari lettori, se volete conoscere Thomas Bernhard cominciate da qui, perché questa frase è la summa della sua intera opera.

Tanto rumore per uno stronzillo. Un clickbait in pieno Settecento

 

 “Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti coll’eruzione del Vesuvio la sera degli otto d’Agosto 1779 ma (per grazia di Dio) durò poco

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Se il premio Nobel per la letteratura fosse strutturato come l’Oscar, questo libro avrebbe quello per il titolo, precursore di ben duecento anni dei titoli alla Wertmüller. Questo volume rientra nel novero dei libri sommersi che ci pososno insegnare molto su di noi, su come oggi si comunichi e su come i media enfatizzino i problemi drammatizzandoli invece che razionalizzandoli e contestualizzandoli. Sembra che qualcuno si sia davvero divertito a prendere la macchina del tempo e lasciare un opuscoletto in pieno Settecento per disorientarci.

A cominciare appunto dal titolo. Che è un vero clickbait.

Sveliamo subito l’inganno. Intanto il libro non è per niente quel che sembra.

  1. Il sedicente autore dell’opera, don Onofrio Galeota, “Poeta e Filosofo all’impronto e personaggio molto noto nella Napoli dell’epoca per i suoi opuscoli dissacranti e scellerati, in cui metteva alla berlina la società dell’epoca, non ne è in realtà l’autore, che è invece Galiani, economista, che ne imita lo stile;
  2. Nessuno, o pochi si spaventarono davvero per quella pseudo-eruzione;
  3. In realtà quella notte non successe quasi niente;
  4. Alla descrizione dell’evento vero e prorpio è dedicata una paginetta appena, perché tanto tutto quanto fece la montagna lo fece in pubblico e quelli che lo vollero vedere se non erano ciechi lo veddero;
  5. Il titolo è volutamente ingannevole. Dice l’Autore: Io ho messo nel titolo dell’opera che questa eruzione fu spaventosissima, e non è vero niente affatto…Ma io l’ho fatto per dar concetto al mio libro, muovere la curiosità, e così venderne di più.

Ma allora?

La storia va più o meno così. È una calda notte di Agosto del 1779, e sotto la Baracca della Sorbetteria, e il nostro Autore è là, tra tanta gente che si diverte all’aperto, nelle osterie e nei piccoli teatri, che intrattiene il suo pubblico recitando poesie all’impronta.

Ma questa allegria è spezzata dal Vesuvio, che si infiamma ed esplode alto nel cielo: tutti si precipitano all’aperto, ma non tanto impauriti, quanto per godersi quella specie di enorme spettacolo pirotecnico.

Se paura c’era stata, era per quello che doveva accadere, non per quello che succedeva che alla fine fu poca cosa, e chi si ricorda quella del 1737 dirà che c’è la differenza che c’è tra una cannonata e uno stronzillo di polvere sparato incoppa a un astrico.

Ma anche lì, il piatto piange perché se pure Don Onofrio sottolinea come molte di queste catastrofi o eventi naturali speciali, che siano comete, terremoti, eruzioni, equinozi, aurore boreali, solstizi o parti mostruosi, sono spesso pronostici di qualche evento maggiore che deve accadere nel prossimo futuro: mutazione di governi e principi, cadute di interi imperi, pestilenze, fame, guerre o fallimenti dolorosi, niente di tutto questo in realtà accadde mai.

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Ci rimise invece come al solito la gente comune, e anche in questo caso tirandola per i capelli e nella fattispecie: 1) un impresario del teatro  che non poté portare a termine l’Opera in programma, e questo scatenò effetti a catena che ne portarono di lì a poco al fallimento;  2) Vincenzo detto lo Spoletino, venditore di “chincaglierie” che per la prima volta fu costretto a sospendere e annullare la sua celebre Lotteria nella baracca presa in affitto; 3) un amico dell’autore, quasi sul lastrico, cui era rimasto di proprietà solo un bel giardino, che si ritrovò completamente coperto di cenere.

Ma qui viene fuori il vero perché del libro: secondo l’Autore i veri imbroglioni sarebbero quelli, studiosi e autorità, che tanto avevano scritto e filosofeggiato dottamente sul fenomeno e le sue supposte ‘ maraviglie’, traendone vantaggio, meraviglie che beninteso in realtà non ci furono affatto. E ce lo spiega per filo e per segno:

  1. SI DISSE CHE C’ERA UNA GIGANTESCA COLONNA DI FUMO E FUOCO FINO ALLA STRATOSFERA: MA QUANDO MAI? Hanno detto che la colonna di fuoco s’è alzata tre miglia, e io manco lo credo (…) forse forse non fu nemmeno mezzo miglio»;
  2. LE URLA STRAZIANTI DELLA GENTE SI SENTIVANO DA LONTANO nella maggior parte delli vicoli di Napoli non si vedeva niente; Le femmine parevano ossesse, indemoniate, e se li domandavate perché strillavano, non lo sapevano nemmeno loro»;
  3. LA POPOLAZIONE IN PREDA ALLA DISPERAZIONE: in realtà quella sera tutti mangiarono e con buonissimo appetito;
  4. LE RAFFIGURAZIONI PITTORICHE ESASPERATE: il nostro Autore nota il gran da farsi dei pittori e pittorelli, pittoricchi e pittoroni che si son messi a dipingere quell’eruzione e maledetto quell’uno che l’avesse ingarrata. Questo però non è stata gran maraviglia, perché a Napoli si dilettano più di far cornici, che non di far quadri…;
  5. L’ESAGERAZIONE DEGLI SCRITTORI E DEI CRONISTI NELL’ENFATIZZARE L’EVENTO: Ben nove quando scrive l’Autore, hanno scritto della cosa e qui il nostro sfodera il colpo da maestro che lo consegna dritto dritto all’immortalità, ovvero l’inversa proporzionalità tra tragedie e scrittori: Altre volte ci sono eruzioni grandi, e scrittori pochi, ed altre volte ci sono eruzioni piccole, e scrittori assai.

Lui, l’Autore, quindi in realtà sarebbe l’unico davvero sincero, e aveva solo l’intento, riuscito, di sdrammatizzare l’evento e di fugare le paure dalla testa dei suoi concittadini e così scrisse l’opera in una sola notte L’indomani l’opera vide la luce: si rise, svanirono le triste idee, ed ebbe fine il timore”.

Vi ricorda niente tutto questo? Secondo noi è probabile che leggendo l’opuscolo tanti avrebbero spento la televisione all’ora del TG…fosse stata già inventata!

Senza titolo in memoria di Ezio Bosso

ezio bosso

E’ un giorno molto triste.

E’ vero quel che se ne dice sui giornali.

Si è spenta una persona molto allegra, luminosa, di altissima e profondissima cultura e competenza.

Grande divulgatore come pochissimi in Italia

Persona che Ti rispondeva sempre, con cortesia. La nostta era una conoscenza a distanza, ma sempre animata da cortesia e immediatezza. Era attivissimo e tante cose diceva di sè e del contatto che aveva con la gente.

Qualche tempo fa gli avevo scritto in merito a dei brevi bellissimi versi, dei frammenti, che di quando in quando pubblicava sul suo account, pensavo di riprodurne alcuni per Caffè 19 unitamente ad altro materiale. Non ce n’è stato il tempo. Da questi versi, si capisce assai bene cosa voglia dire saper trasformare il dolore in arte e la disperazione  in opportunità. Ve ne consiglio la bellissima lettura di Stefano Accorsi

 


luna ride

Io li conosco i giorni che passano uguali

Fatti di sonno e dolore e sonno

per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani

Che sembra il binocolo non basti

Ma questi giorni sono quelli per ricordare

Le cose belle fatte

Le fortune vissute

I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci

Questi sono i giorni per ricordare

Per correggere e giocare

Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva

E dovremo immaginarlo migliore

Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire

Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire

Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo

Il gioco più bello

Cominciamo…

rosa

Sono in ogni nota che ho curato
Esisto in ogni nota insieme
Alle mie sorelle e fratelli
Figli o nipoti
Sono ogni nota studiata
Suonata e donata
Amata
perché non c’è nota che non ami
E che non abbia amato

Sono rinato
Nota dopo nota
Una nota alla volta
Fino ad abbracciarle tutte

Mi mancate
Quel sorriso che mi date
È dura
Il corpo non distratto dalle vostre note
Cura e terapia
E in ogni nota che sto curando
Preparando, studiando
Ci siete
In ogni nota
E saremo
Ogni nota

rosa 1

Mi manca tutto

Mi manca il fare

Un direttore senza orchestra non esiste

Ricordalo sempre

E allora grazie ancora miei compagni

Non fare acuisce solo ciò che non va

Ma abbiamo fatto

27 grammi di felicità

Valgono tonnellate di dolore

C’è un punto dove grida:

Io voglio vivere!

Chissà se lo trovate

Perché si vive comunque

Anche nel l’annullamento imposto

Piotr mio caro

Soprattutto mi hai dato vita

E continui a darne

Il viaggio millenario di un’immagine tra fede ed arte.

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, dopo il precedente articolo sul Maestro di Signa ci manda per Caffè 19 quest’altro curioso e inedito pezzo. Lo stesso, come vedrete,  trae in qualche modo lo spunto dall’interesse suscitato dall’altro, Grazie Ida!

FOTO IDA MOLINARO

 

La raffigurazione della Madonna nell’atto di allattare il Bambino, la cosiddetta Madonna del Latte, è un’iconografia cristiana molto particolare e ricorrente nell’arte. Questo tipo di rappresentazione ha origini molto antiche e la sua raffigurazione ha subito numerose variazioni nelle diverse epoche storiche; inoltre è da sempre molto diffusa sia in Italia che soprattutto in Toscana.

Le fonti che esaltano l’allattamento si diffusero già a partire dal V secolo con il Concilio di Efeso (431), durante il quale venne finalmente stabilito il ruolo di Maria come madre di Dio e non più solamente di Cristo: «la Santa Vergine è Madre di Dio, essendosi il verbo di Dio incarnato e fatto uomo e per questo concepimento ha unito a sé il Tempio presso lei». L’allattamento da parte di Maria è quindi un atto straordinario, poiché la connota come madre e donna ed è importante come testimonianza del parto.

Madonna del Latte di Castelbonsi, Mastro di Signa

Tra il VI e VII secolo, nell’Egitto ormai cristianizzato, sono presenti rappresentazioni ufficiali della Madonna del Latte in cui essa è raffigurata mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Le immagini risultano molto stilizzate, alludendo più che mostrando; questo modello iconografico si diffuse poi dall’Egitto copto alle chiese orientali e nell’arte bizantina, con il nome greco di Galaktotrophousa. Dal mondo bizantino si estesero in seguito anche alla spiritualità etiopica, armena e franco-britannica, nonché negli scritti latini composti dal VI-XII secolo in poi, nei quali ella diviene un modello di castità e umiltà. In Europa e in particolare in Italia, questa rappresentazione si diffuse a partire dal XII secolo, in parte come conseguenza della prima crociata e trovando terreno fertile in tutte quelle aree che, grazie agli scambi commerciali, subirono maggiormente l’influenza bizantina. La Galaktotrophousa, pur essendo un’immagine molto venerata, stilisticamente proponeva una rappresentazione della Vergine con Bambino ormai inadeguata alle nuove esigenze culturali occidentali, troppo distante dalla forma maggiormente umanizzata alla quale si giungerà nel XIV-XV secolo.

Nel Medioevo la situazione cambiò notevolmente, l’istituzione del sacramento del matrimonio avvenuta nel XII secolo, che identificò quindi il ruolo della donna con quello di sposa e madre, anche se sempre subordinata al marito, ebbe il merito di risvegliare l’interesse della Chiesa verso la donna e soprattutto verso l’importante ruolo che essa assumeva nell’educazione e gestione della famiglia. Questa visione nobilitò le donne e, tramite la maternità, le riabilitò per la perduta verginità: il gesto di allattare trovò fondamento nella volontà della Chiesa di auspicare un matrimonio fecondo. L’identificazione tra Madonna col Bambino e maternità produsse un forte incremento del culto mariano, la Madonna che allatta divenne infatti testimonianza visibile del parto e della maternità, nobilitandoli entrambi. Alla fine del ‘200 prese corpo la tendenza da parte della Chiesa di comunicare ai fedeli i contenuti dottrinali in una maniera fortemente empatica, per cui fra il ‘300 e il ‘400 si ritroverà vittorioso il culto di Maria come figura umana grazie a una nuova interpretazione della religione cristiana, non più ieratica e inaccessibile ma umanizzata e sentimentale. Lo sgorgare del latte divenne segno di trasmissione della sapienza e conoscenza da parte della Chiesa verso il popolo. La rappresentazione della Madonna lactans ebbe quindi la massima fioritura da questo secolo fino all’età conciliare quando, rilevata nuovamente la sua sconvenienza, ne verrà proibito l’utilizzo per essere sostituita da altre tipologie raffigurative.

La grande forza di questo tipo d’iconografia fu proprio quella di suscitare particolare devozione nelle donne, in particolare nelle partorienti; durante l’esperienza cruciale del parto e durante i tristi periodi di povertà, queste si rivolgevano alla Vergine pregando di avere il latte necessario per poter sfamare le loro creature. Il culto si diffuse molto in Europa Occidentale dove ancora ritroviamo l’usanza di custodire come reliquie, all’interno delle chiese, ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle partorienti che lo avessero perso.

Come abbiamo detto, la devozione della Madonna del latte fu molto viva in Italia, in particolare in Toscana, terra fertile di arte sacra: vi troviamo infatti numerosi santuari sorti spesso in concomitanza con le antiche fonti lattaie, legate a culti precristiani, secondo i quali la terra e l’acqua erano evidenti simboli di fertilità; quindi per diventare fertili o per avere latte vi si poteva bere quest’acqua calcarea, biancastra, simile al colore del latte. L’immagine della Vergine che allatta il Bambino, importantissima per la duplice natura di Maria come procreatrice e vergine, divenne un modello importantissimo poiché elevava la posizione della donna sia nel ruolo civile che religioso. La sua raffigurazione, che fosse in trono, in Umiltà, oppure a terra (da cui Madre Terrena), ebbe fra Trecento e Quattrocento molta diffusione in tutta la Toscana e in particolar modo nelle città di Firenze e Siena. In queste due importanti città, questo modello fu elaborato ampiamente sviluppando esempi di puro lirismo: affettività e tenerezza tra Madre e Figlio si contrapposero ai precedenti modelli bizantini rigidi e stilizzati; lo sfondo del dipinto s’illuminò generalmente d’oro; la Vergine venne spesso rappresentata seduta in trono e rivestita da magnifici drappi, simbolo della sua regalità, accompagnata da angeli e Santi scalati in profondità; il seno venne raffigurato scoperto e il bambino si agita spesso come fosse un vero infante. Queste rappresentazioni trasmettono contemporaneamente un senso di sacralità e di umanità straordinario, poiché lo spettatore si rende conto di essere innanzi a un atto così naturale ma allo stesso tempo inviolabile e sacro.

Nel ‘400, alla rappresentazione della Madonna del Latte si associarono nuovamente concetti preesistenti quali lo sgorgare del latte come segno di trasmissione della sapienza: San Bernardo da Chiaravalle diffuse il suo culto sostenendo di aver ricevuto il latte di Maria, simbolo di divina conoscenza e cibo dell’immortalità. L’affinità fra la Chiesa e il Divin Bambino fu esaltata dalle maestose pale d’altare che comparsero numerose in questo periodo ritraendo la coppia madre-figlio nella sacra conversazione. L’umanesimo influì molto sulla rappresentazione delle Madonne, dando loro un aspetto troppo umano, non a caso il Concilio di Trento (1563) fece un passo indietro proibendo «di dare alle sante immagini attrattive provocanti». A seguito delle norme tridentine la Madonna non poté più essere rappresentata con il seno scoperto poiché una tale nudità non poteva essere tollerata nella Madre di Dio. Questa negazione però fu clamorosamente contraddetta dalle varie rappresentazioni di santi e sante, raffigurati in estasi mistica, con i loro corpi mezzi nudi e con fremiti tutt’altro che spirituali.

Nel Seicento invece, si assistette al trionfo della carnalità ma la Vergine divenne una pia immagine di castità e purezza, l’iconografia della Madonna del Latte venne proibita, non soltanto perché moralmente pericolosa, dato che poteva attrarre i fedeli per via della nudità, ma anche a causa della sua origine tratta dai vangeli apocrifi, messi all’indice dalla Chiesa. Il tema della Madonna del Latte continuò comunque a essere rappresentato, soprattutto grazie alle committenze private, meno soggette a certi controlli dogmatici. Un soggetto così fortemente legato al culto popolare poté quindi sopravvivere, seppur circoscritto alla devozione familiare.

In conclusione, possiamo lecitamente affermare che il culto della Madonna del Latte ha avuto una notevole fortuna poiché, traendo origine dalle reminiscenze di antichi culti sulla fecondità, li ha assorbiti nella femminilità della Madonna, ammantando di sacralità la quotidianità dei rapporti affettivi, sempre presenti concettualmente ma finora assenti iconograficamente.

Anatomia di un racconto. Per Caffè 19 una nuova rubrica a difesa del ‘panda’ della narrativa

Che cos’è un racconto? Usiamo questo termine tutti quanti, come sinonimo di tante cose, anche a sproposito. Un romanzo è un racconto, un film è un racconto per immagini e via dicendo… ma il racconto è il panda dell’Editoria. Tutti lo amano,  ci costruiscono concorsi sopra, ma poi…non lo pubblicano perchè “non si vende”. Il racconto va protetto e capito, quindi. Chi scrive parla per esperienza e sa quanto ha dovuto faticare per trovare due editori bravi e lungimiranti che ci hanno creduto davvero (perchè poi se si pubblicano e si promuovono per bene, poi il lettore li legge eccome, i racconti). Il risultato è che i “maestri del racconto” sono spesso solo stranieri. Invece no, invece no!. In Italia li sappiamo scrivere e anche….fare a pezzi all’occorrenza come i motorini per guardarci un po’ dentro!!!  Questa rubrica, che Mirko Tondi ci regalerà settimanalmente o giù di lì, si chiama Anatomia di un racconto. Grazie Mirko.

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Da alcuni giorni cerco un’idea per una rubrica letteraria. A dire il vero ho smesso di lambiccarmi il cervello, perché come al solito finisce che a forza di pensarci poi non mi viene in mente niente di originale. Anzi, il contrario. Poi c’è la vita di tutti i giorni, che a definirla così adesso pare la stessa vita di sempre. Macché. Sono in coda al supermercato da circa un’ora e mezza, e dopo un percorso a zig zag sotto a un sole che pare aver sbagliato mese per quanto si sia messo a picchiare, stiamo per entrare nell’ultimo tratto, quello adombrato da una fila di tendoni e gazebo. Stanno passando proprio adesso a consegnare delle bottigliette d’acqua, e la cosa mi ricorda una di quelle scene viste al telegiornale, di quelle con gli automobilisti che rimangono bloccati durante l’esodo estivo in un tratto autostradale dove c’è stato un incidente mortale e si è formata una scia chilometrica destinata a lambire l’infinito o un suo vicino parente. Invece siamo soltanto al supermercato, lo ricordo, in un giorno qualsiasi di una qualsiasi settimana d’aprile; ma la cosa più strana è che tutto questo ormai ci appare normale, è così e basta sembrano dire sommessamente le facce della gente, che esprimono un collettivo senso di rassegnazione. Facce private della loro metà e che ora sono soltanto occhi bassi, diretti verso la strada o fissi sul proprio dito che scorre sul cellulare. In questo tempo che ci ha separato dal mondo vero io mi sono tolto il giubbotto e, poggiando i gomiti sul carrello, ho letto il giornale, un numero del settimanale “La lettura” del weekend precedente, soffermandomi su una serie di articoli interessanti: la storia delle pandemie dall’antichità a oggi, il diario della quarantena condiviso da otto scrittori, quarant’anni dalla morte di Gianni Rodari (leggendo, mi sono ricordato che mio figlio è nato il suo stesso giorno), recensioni varie, un racconto di Etgar Keret.

Nessuna delle persone intorno a me – decine e decine – si è tolta il giubbotto o ha letto qualcosa che non fosse il proprio telefono; ho notato che alcuni continuavano a indossare addirittura foulard e copricollo. Forse non bastano i quattro gradi di stamattina presto a giustificare la cosa. È come se fossero rimasti paralizzati in una dimensione in cui fa ancora freddo e in cui i vuoti non si possono colmare. Mi pare di vedere davanti a miei occhi una nuova realtà, eppure più che mai romanzesca. Tant’è che in questo frangente mi sento attraversato da un’epifania e mi rivedo in Gabriel Conroy, protagonista del racconto I morti (l’ultimo della raccolta Gente di Dublino di Joyce), che dopo una rivelazione della moglie deve arrendersi a un senso di staticità e straniamento.

“La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l’immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.”

Questa sensazione di vuoto generale mi conduce a riflettere sul presente e a pormi un’improvvisa domanda, non so neanche da dove provenga: ma quali sono le mie passioni, le mie vere passioni e non quelle volatili, effimere, anzi quelle che non sono state scalfite nemmeno un po’ dallo scalpello del tempo? Ho già la risposta, senza nemmeno pensarci. La musica. Il cinema. E attorno alla lettura e alla scrittura, i racconti. I racconti, da quando scrivo e da quando leggo con ardore e consapevolezza, ci sono sempre stati, e ho buoni motivi per affermare che ci saranno sempre.

 

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Sono un lettore disordinato, e negli anni ho perso il controllo, tanto che al momento tengo sparsi per la casa diversi libri da leggere in parallelo: di solito un romanzo e un’autobiografia, qualche volta un libro sulla scrittura (un manuale o i consigli di un autore noto), il lettore di ebook sempre pronto a essere aperto quando c’è da fare un “assaggio” e quello di mp3 con gli audiolibri utili quando vado in bicicletta (non ora, certamente), ma ciò che non manca mai è una raccolta di racconti. Nei laboratori di scrittura creativa faccio leggere e scrivere testi brevi, e guarda caso proprio l’altra sera parlavamo di epifania discutendo sui racconti di Joyce (certo, e chi sennò), Pirandello e David Foster Wallace.

Una cosa che leggo spesso agli allievi dei laboratori sono “I diritti imprescrittibili del lettore”, elencati in Come un romanzo di Daniel Pennac; il quarto è il diritto di rileggere. Nella mia vita, lo confesso, non sono molti i libri che ho riletto (è pur vero che milioni di altri libri aspettano di essere letti per la prima volta), e se l’ho fatto è soprattutto perché mi sono avvalso di questo diritto in età differenti, volendo capire l’effetto che faceva riprendere in mano qualcosa che anni prima magari non mi aveva convinto oppure, al contrario, mi aveva conquistato già allora e adesso chissà.

Di racconti sfusi invece, certo complice la brevità ma non solo, ne ho riletti a decine, nonostante già li conoscessi a memoria o quasi, solo per il piacere di riscoprirli ogni volta. Vorrà pur dire qualcosa, no?

Come scrittore, è con i racconti che mi sono formato e che ho avuto le soddisfazioni più grandi. Negli anni poi mi sono accostato anche all’esperienza del romanzo, ma l’impronta è rimasta tale, tanto che i miei sono tutti romanzi piuttosto brevi. L’unico romanzo corposo che ho concepito giace tutt’ora lì nell’hard-disk, impubblicato (si dirà impubblicato? Beh, ormai è andata…) e probabilmente necessita dell’ennesima revisione (ho perso il conto, dato che la prima versione del libro risale alla fine del 2011). La verità è che mi sono avvicinato al romanzo un po’ per curiosità, un po’ per capire se fossi capace di gestirne l’intreccio, ma soprattutto perché è il mercato librario che mi ha spinto in quella direzione. I racconti non si leggono. I racconti non si vendono. Con i racconti non hai tempo di affezionarti ai personaggi. Sono frasi come queste che mi hanno condotto altrove. Certo la sperimentazione è essenziale per uno scrittore, perché gli permette di esplorare territori per lui sconosciuti. Ma evidentemente la nostra vera natura trova modo di emergere, di tornare a farci visita anche se per qualche tempo ce ne allontaniamo. In questo momento sono molto interessato all’autobiografia, al saggio cinematografico, e il racconto è tornato prepotentemente a riaffacciarsi nella mia vita. Adoro quella zona d’ombra che si riesce a creare attraverso le storie brevi, l’interpretazione, il focus su un dettaglio che esplode, l’episodio anziché l’intera esistenza, il lavoro di sottrazione che ti fa ragionare sugli impliciti, sul sottotesto, persino sui silenzi. Il non detto. E poi, per dirla con le parole di Julio Cortazar, “quella favolosa apertura dal piccolo verso il grande, dall’individuale e circoscritto all’essenza stessa della condizione umana”.

Dunque, mi chiedo spesso: perché nel nostro Paese c’è così poca attenzione verso il racconto? Perché, addirittura, in alcune recensioni si spacciano delle raccolte di racconti per romanzi, non nominandone mai la vera composizione? Che poi, diciamo la verità, in Italia abbiamo una tradizione gloriosa in fatto di racconti, sarebbe una lista lunghissima ma ne cito solo alcuni: Calvino, Moravia, Buzzati, Sciascia, Scerbanenco, Manganelli.

Proprio quest’ultimo diceva del racconto: “Sua è la gloria dell’imperfezione letteraria”. È assolutamente così: una gloriosa imperfezione. Oggi invece ci limitiamo a pochissimi autori che hanno avuto il merito di sfondare pur scrivendo racconti, manco fosse la serie B della letteratura; uno su tutti è Paolo Cognetti, che poi però ha vinto il Premio Strega con un romanzo… che le case editrici lo abbiano “obbligato” a passare alla forma lunga per diventare più commerciale?

Quando arrivo di fronte all’entrata del supermercato, mi rendo conto di aver imbastito nella mia mente una sorta di arringa in difesa del racconto, e che magari non ce n’era nemmeno bisogno, ché tanto sa difendersi bene da solo. Poi ci sono il gel igienizzante e i guanti di plastica trasparenti ad attendermi. Un addetto mi fa cenno che posso finalmente entrare. E mentre oltrepasso la porta scorrevole, mi rendo conto di un’altra cosa: che quell’idea per la rubrica, adesso, ce l’ho eccome.

Per questo ogni tanto tornerò a parlarvi di racconti, se non vi dispiace. Ogni volta un racconto diverso, analizzandone gli aspetti che più mi hanno colpito e che, spero, colpiranno anche voi.

Attenzione, attenzione, lanciamo il guanto di sfida: parte #io racconto breve!!!!

#ioraccontobreve: un racconto forte come un caffè espresso e  breve come una tazza di…ristretto! Nell’ambito dell’iniziativa Caffè 19 abbiamo deciso di dare a lettori, amici, scrittori o amanti della scrittura la possibilità non solo di leggere  o commentare quanto giorno per giorno tentiamo di fare, ma di esprimersi  attivamente scrivendo un racconto in forma breve, sulla distanza delle 100 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!). Sembra facile, ma non lo è! I migliori saranno pubblicati sui nostri siti e social ed entreranno a far parte dell’iniziativa del Caffè letterario 19. Analogo comunicato è disponibile da ora sul sito di Toscanalibri.it nello spazio dedicato a Caffè 19.. Dovete inviarli per mail a bellmaxi@tin.it corredati di un vostro breve profilo.

Ma siccome non si può chiedere qualcosa senza dare prima il buon esempio, abbiamo chiesto a bravi scrittori di dare il la all’iniziativa: oggi iniziamo con i primi tre. Massimiliano Bellavista, Riccardo Boccardi,  Francesco Ricci, che hanno scelto , generosamente, di esporsi per primi!

IVO, RETROSPETTIVO di Massimiliano Bellavista

Il 15 la rata del mutuo, poi il negozio. Ivo, appena sveglio, fissava allo specchio il colorito giallastro. Rimanevano €154,54, due debiti, un tumore, nessun credito. Il furgone sfasciato per schivare un ciclista, il naso rotto al perito. Anni prima sua moglie, fuggita col terapeuta. Ricordava il loro primo appuntamento. Con la macchina, dopo la laurea, in posti bellissimi. Suo padre, morente, gli consegnò chiavi di negozio e furgone. Il futuro, due chiavi in mano. Lo scambiavano per lui quando uscivano con mamma. Lei finito il bagno lo asciugava. Nonna sorrideva: tutto il povero nonno.Quando nacque il nonno disse al babbo “Sei un uomo, tanta fortuna…tanta!!!”

SATORI di Riccardo Boccardi

Aprendo la confezione ne avvertii la fragranza gentile. Ero distratto dalla flebo di mia madre per notare quell’esplosione scarlatta. Nella camera d’ospedale l’aria sembrò rarefarsi, lo sterile biancore violato dal rosso festante. Una manciata di fragole portò sorrisi nell’angoscia delle quattro anziane sorelle di stanza. A tutte consegnai il delizioso regalo, stupito dal seducente potere benefico. Per tiepidi attimi scomparvero destino, sofferenza e morte. S’infranse la barriera tra le stagioni e vidi bimbe spensierate gustare l’estate. Ne custodirò il ricordo fin quando una giovane mano porgerà anche a me lo stesso frutto e dovrò allungarmi oltre le sbarre del letto per afferrarlo.

SERA DI CAMOLLIA di Francesco Ricci

C’erano delle sere in Camollia che parevano non avere fine. Sulle panche di legno, all’esterno della Società, uomini anziani sedevano a parlare. Noi ragazzi preferivamo stare con la schiena contro il muro per poter vedere meglio le citte che passavano sorridenti. Allora tante cose io non le capivo. Osservavo quegli uomini dai capelli bianchi e con profonde rughe sul volto, e pensavo che per loro la giovinezza fosse passata da tanto tempo e per sempre. Non mi rendevo conto che, in realtà, stava già dicendo addio anche a me, ai miei amici, a quelle citte bellissime e allegre.

 

Ruggiscono sia l’onda che la valanga

 

capitano di se stesso

Leggo. Scrivo. Viaggio. Credo proprio in quest’ordine. Non ho mai fatto altro. Anche quando ho letto cose bruttissime. Scritto cose sbagliate. Fatto viaggi da dimenticare. Così si presenta Michele Marziani, narratore, autore di romanzi. Editor. Conduttore di laboratori di narrativa. Giornalista professionista pentito, come dice lui. Quello che qui per Caffè 19 si presenta è un brano, a nostro giudizio bellissimo, del suo “Il suono della solitudine”  (per il permesso di riprodurlo ringraziamo sentitamente oltre a lui anche Sarah Gaiotto dell’Ufficio stampa Ediciclo Editore, di cui vi consigliamo spassionatamente di visitare il catalogo perchè ricco di libri molto originali e insoliti). Michele ha pubblicato otto romanzi (l’ultimo, “Lo sciamano delle Alpi” è uscito poco dopo il libro cui si riferisce il brano che proponiamo) oltre a numerosi libri di viaggio nella cultura materiale italiana.Oltre ai libri, dice,  amo la montagna, la pesca alla trota, il buon vino e scarabocchiare sui taccuini.

Qui di seguito un brano estratto da un libro che è poi un viaggio dell’Autore dentro sè stesso e dentro la sua propria dimensione temporale. Michele nutre certamente fiducia nella vita e gli rubiamo una bellissima frase che lui a sua volta cita nel libro, ” Se la vita mi vuole, mi mantiene” che potrebbe ben essere lo slogan di questi mesi di isolamento.

Abbiamo scelto questo brano che segue perchè semplicemente bello e compiuto in sè e perchè, come più volte abbiamo scritto, pur essendo l’Italia una repubblica ‘fondata sul mare’ non è che nella nostra letteratura il mare la faccia poi da protagonista…(“Questa volta sei al mare mentre sta per arrivare l’inverno e tu sai che scriverai questo libro e che lascerai la città che ha due soli punti di respiro: il mare e l’inverno.“)

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Per quanto tu ami l’infinito che guarda verso l’alto, la vertigine della parete, il rarefarsi dell’altitudine e l’imponenza delle vette, dentro di te sai che le risposte migliori arrivano dal mare.

Perché è lì che il mondo finisce lambito dall’acqua, non esiste un finis terrae sulle cime, i monti sono già da soli confine. La vetta è isolata. L’ultima spiaggia è ancora un’occasione, quella finale, ma lo è. Ruggiscono l’onda e la valanga. Ma tu puoi sfidare a testa alta il borbottio del mare.

L’isola è un’enclave isolata, come una valle, non sono mondi poi così lontani i tuoi. La sabbia del mare, la rena dei fiumi, è un circolo d’acqua. Il cerchio stesso della vita. È fin troppo facile dire che vieni dall’acqua, da quel liquido amniotico nel quale si sogna di ritrovare la serenità bambina. Basta un esame di psicologia per dire queste cose. Rocce e scogliere sono parenti, ma il mare trasporta la lontananza, la saudade, il sentimento del tempo che scorre, la salsedine.

mare miramare

Se fai uno sforzo lo sai quello che vorresti dire: che sei profondamente legato alla natura,
alla terra, all’acqua, a tutto quel mondo che in alto, in altissimo – o a livello della battigia
– sa bisbigliare a un cuore solitario e silenzioso. Sa dire le parole giuste. Sei prigioniero di
quei luoghi così profondi, potenti e semplici da lasciare a bocca aperta. Niente di simile c’è nella bellezza delle città, nella frenesia luminosa della modernità. Non c’è qualcosa di giusto o di sbagliato, anche tu, in fondo, ami la grandiosità di certe capitali. Ma sai che il tuo posto è lì, dove da solo puoi toglierti le scarpe e dire che siamo tutti figli del mondo, che siamo qui a percorrerlo ognuno per conto proprio, facendoci compagnia per brevi o lunghi tratti di strada.

Di fronte al mare che sembra non finire mai, nel rumore continuo della risacca, nell’attesa del tuo Godot personale, accarezzi la tua solitudine e con lei accarezzi la vita. Alzi gli occhi, li punti verso uno scoglio all’orizzonte. Poi torni sul tuo taccuino e disegni un veliero. Il comandante sei tu. Anche quando non sai dove andare.

 

 

L’esistenza come convivenza degli opposti

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Mirko Tondi è nato a Firenze nel 1977. Dopo la menzione speciale al premio Troisi (2005), ha pubblicato poesie e racconti in riviste e volumi antologici (fra quelli anche un racconto per i Gialli Mondadori, 2010) e alcuni romanzi, tra cui l’ebook Come fili che s’intrecciano (Abel Books, 2012).Nel 2018 ha pubblicato la raccolta di racconti Vederci doppio (Robin Edizioni), ma il suo ultimo libro nel campo della narrativa è il romanzo Era l’11 settembre (Toutcourt Edizioni, 2020). All’inizio del 2020 ha dato alle stampe anche il volume Ricomincio da Firenze (Edizioni Il Foglio Letterario), un saggio cinematografico sui film girati e ambientati a Firenze e a cui hanno collaborato attori, registi, personaggi dello spettacolo, scrittori, giornalisti e blogger (alcuni nomi: Cristiano Militello, Antonio Petrocelli, Barbara Enrichi, Sergio Forconi e molti altri). Nell’autunno del 2015 ha fondato insieme a Chiara Novelli il Gruppo Scrittori Firenze, collettivo che intende promuovere la scrittura in ogni sua forma in tutto il territorio nazionale. Collabora con la rivista Il Foglio Online curando la rubrica “Brandelli di uno scrittore precario“

 

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Ciò che segue, per Caffè 19, è proprio un estratto del romanzo Era l’11 settembre, cui naturalmente auguriamo tutto il meglio, certi come siamo che il difficile periodo in cui ha visto la luce, che ha impedito all’Autore di poterlo promuovere come merita come è purtroppo successo ad altri libri, alla fine ne renderà solo più forte e duraturo il successo.

(Nando Barrella ha perso un figlio in un incidente stradale l’11 settembre del 2001. Ora, passati 15 anni, decide di fissare la sua vita su carta e si rivolge a un ghostwriter. Avviene così l’incontro di due decadenze: quella psicofisica dell’anziano che si sente responsabile della sua solitudine, e quella della società attuale di cui gli attentati al World Trade Center simboleggiano l’inizio. Entrambi i protagonisti vivono un senso di fallimento, ma dalla congiunzione delle loro fragilità e dal racconto della vita di Barrella, fiorirà una nuova spinta vitale.)

Mentre leggevo un libro di Emmanuel Carrère, Vite che non sono la mia, mi sono imbattuto in questa citazione di Fitzgerald: “Naturalmente ogni vita è un processo di demolizione”. La frase mi ha trascinato con sé non appena l’ho letta, e subito l’ho riversata su un taccuino; ma più che altro mi sono ritrovato a riflettere sul fatto che stessi trascrivendo le parole di un autore riportate da un altro autore, come in un geometrico gioco di scatole cinesi, l’una il contenitore dell’altra. Annoto frasi come questa per rileggerle un giorno e ritrovarmi in quell’esatto momento in cui le avevo scritte. Nel passaggio successivo dunque mi sono rivisto fra trenta o magari quarant’anni, quando avrei avuto più o meno l’età di Nando Barrella e probabilmente mi sarei ritrovato a rimpiangere con nostalgia quei momenti in cui già adesso, in realtà, rimpiango qualcosa che è avvenuto prima.

Mi sono lasciato risucchiare da questo vortice senza via d’uscita, giacché vivo di ricordi e sono destinato a ricordare, non solo per me ma anche per gli altri; allo stesso tempo so che un giorno tutto questo mi sarà insopportabile, fino a non voler più ricordare. La demolizione, trascorsa ormai la mia esistenza, sarà completa.

Al contrario, non so quale forza spinga Nando Barrella a voler ricordare a tutti i costi, al punto tale da dover pagare qualcuno per fossilizzare le sue memorie. Si tratta dello stesso meccanismo che attrae la maggior parte delle persone che si rivolgono a me: per quanto la volontà di dimenticare possa essere forte, prevale l’esigenza di raccontare, far riaffiorare il dolore anziché confinarlo nel territorio sperduto dell’oblio.

Penso di continuo al racconto di quel giorno, quando avvenne l’incidente. Dalla mia prospettiva vedevo un uomo completamente devastato da quanto gli era successo e, nonostante tutto, in grado di ripercorrere le sofferenze che l’evento aveva generato. Non posso saperlo con certezza, ma credo che perdere un figlio significhi essere uccisi in maniera lenta e studiata dal boia invisibile dell’autoannientamento; eppure la tortura, per quanto lunga e crudele, lascia solidificare la consapevolezza di averlo perso.

Da una parte il dolore distrugge e dall’altra l’accettazione costruisce, come due popoli antitetici, separati da un muro. Poi, un giorno, quel muro crolla e le due cose coincidono. Del resto ci sono in noi forze vitali contrastanti che riescono in qualche modo a stare insieme, a convivere nello stesso corpo.

L’uomo è un essere fatto di equilibri sottili e qualche volta, per qualche ragione difficile da comprendere, certi meccanismi funzionano pur sistemandosi a un passo dal disastro…(…)

 

Il Maestro di Signa, la Madonna del latte e la par condicio (tra Siena e Firenze) dei Santi patroni

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, ci manda per Caffè 19 questo curioso e inedito articolo. E non sarà l’ultimo. Vogliamo ringraziarla, unitamente a Vito De Meo. Ida è diplomata presso il Liceo Artistico di Benevento, ha conseguito il diploma di restauro affreschi e poi la laurea in Beni Culturali presso l’Università di Pisa. Come restauratrice ha lavorato in Italia e all’estero, prendendo parte a importanti restauri come quelli su alcune opere di Giotto, Pontormo e presso la Basilica della Natività a Betlemme; più recentemente presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi.

FOTO IDA MOLINARO

 

L’affresco staccato conservato nel transetto sinistro all’interno della chiesa del SS. Salvatore a Castellina in Chianti (SI), è un mirabile esempio della tipologia iconografica della Madonna del latte, rappresenta la Vergine in trono con il seno sinistro scoperto, in atto di allattare il Figlio, circondata da due angeli nella parte alta e da due santi in basso: San Giovanni Battista a sinistra e probabilmente San Galgano a destra; l’affresco è inoltre inserito in una cornice realizzata in epoca posteriore in stile quattrocentesco, recante la scritta: Mater Divinae Gratiae.

Madonna del Latte di Castellina in Chianti

Quest’importante opera è stata attribuita sia a Bicci di Lorenzo (Firenze 1373-1452) che successivamente e più probabilmente a un suo allievo denominato Maestro di Signa, attivo nel XV secolo. L’opera in questione è sicuramente da inserire stilisticamente nell’ambito dell’arte fiorentina del Quattrocento, in essa infatti saltano agli occhi le eleganti volumetrie e i preziosi elementi decorativi che ne arricchiscono il trono, perfettamente collocabili nell’ambito della bottega di Bicci di Lorenzo. Egli però fu un artista che restò sempre legato al mondo tardo-gotico e alla pittura cortese, raramente si avvicinò alle novità rinascimentali. L’attribuzione dell’affresco a un suo allievo, il Maestro di Signa, risulta pertinente se consideriamo i numerosi elementi innovativi che lo distaccano in parte dalla bottega del maestro (a tal proposito possiamo confrontare l’affresco di Castellina con i tabernacoli di San Lorenzo a Greve, di Via San Zanobi a Firenze, di Castelbonsi a San Casciano e di Signa che hanno lo stesso soggetto); l’opera si caratterizza infatti con tratti molto vicini alle novità della Rinascita e possiamo inserirla temporalmente agli anni sessanta del Quattrocento; tratti però che allo stesso tempo si mostrano arcaici poiché l’opera conserva anche chiari caratteri tardo-gotici. Tutto ciò ci indica sicuramente un artista atipico per il periodo in cui opera. La sua personalità fu individuata da Federico Zeri, sulla base dello studio stilistico e iconografico realizzato sugli affreschi delle Storie della Beata Giovanna, nella Pieve dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Signa, datati 1460. Questa datazione certa, molto tarda però se consideriamo lo stile arcaico dell’artista, si scontra decisamente con un periodo inondato dalle novità rinascimentali e ha fatto sì che lo Zeri si soffermasse sulla ricerca di una nuova personalità artistica, comunque legata alla bottega di Bicci di Lorenzo. Dopo un lungo lavoro attributivo, possiamo oggi dire che l’artista fu sicuramente attivo a Firenze e dintorni, nel Valdarno, nella Val d’Elsa, nel Mugello e nell’Empolese.

Un recente studio ha proposto di identificare il Maestro di Signa con Antonio di Maso, l’unico allievo di Bicci che ancora oggi non ha opere attribuite. Questo artista infatti, coetaneo degli altri allievi del maestro come Stefano d’Antonio e Bonaiuto di Giovanni, ebbe una bottega propria a Firenze poiché vi risulta iscritto all’Arte dei Medici e degli Speziali ed ebbe molti e documentati contatti con Neri di Bicci, figlio del maestro.

Lo stile del Maestro di Signa può idealmente riassumersi nelle dicotomie tra l’arcaico e l’innovativo, il popolare e l’aulico, si caratterizza pertanto con uno stile elaborato, in cui le architetture di fondo, i numerosi personaggi spesso formali ma in descrizioni movimentate, la presenza di articolati decori con motivi a nastro intrecciato sugli elementi architettonici, costituiscono un chiaro richiamo a quelli usati nei cantieri brunelleschiani. Altro elemento importante e indice della sua sensibilità verso le novità rinascimentali sono sicuramente lo studio dello spazio e della luce, elaborati con la precisa volontà di ricerca su tridimensionalità e percettibilità chiaroscurale. Il ruolo più importante di questo artista fu quello di diffondere la cultura artistica fiorentina nei centri periferici, ebbe un notevole successo poiché questi erano maggiormente legati ad un gusto tradizionalista e meno permeati dalle innovazioni rinascimentali cittadine.

Nella carriera artistica del Maestro di Signa, il tema della Madonna con Bambino è un ben consolidato canone figurativo, più volte rintracciabile nei vari luoghi dove l’artista ha operato; suoi caratteri singolari sono la rigida frontalità che spesso ritroviamo nelle figura della Vergine, in forte contrasto col rapporto naturalistico madre-figlio; l’osservanza del rigido canone trecentesco che imponeva un ordine gerarchico nella dimensione dei personaggi raffigurati, l’attenzione si concentra così prima sulla Madonna, di dimensioni superiore agli altri componenti della sacra conversazione, poi a seguire su Santi e Angeli. Tutto ciò è da ascrivere probabilmente a precise richieste da parte di una committenza periferica e maggiormente legata a canoni tradizionalistici.

Un’altra caratteristica particolare, sempre dovuta alle committenze, è quella di inserire un Santo legato al luogo in cui l’artista realizza l’opera, con lo scopo di aumentarne la carica emotiva e devozionale; non dobbiamo quindi stupirci se nell’affresco castellinese, accanto alla figura di San Giovanni Battista (santo legato alla città di Firenze) troviamo uno dei patroni di Siena: il recente restauro infatti ha permesso una migliore analisi visiva del santo in questione e di identificarlo con San Galgano. L’essere giovane, con i capelli chiari esaltati da delicati riflessi biondi e la spada detta “della roccia” che egli tiene con una mano guantata (suo attributo principale), costituiscono un consolidato canone figurativo rimasto immutato dal ‘300 in poi nelle diverse rappresentazioni artistiche.

In conclusione, dopo un attento studio della personalità del Maestro di Signa e delle caratteristiche stilistico – iconografiche delle sue opere, possiamo dire che davanti alla Madonna del Latte di Castellina in Chianti ci troviamo in presenza di un’opera caratteristica poiché pur risentendo chiaramente dei dettami della bottega biccesca, in molti suoi particolari denota invece numerosi aspetti progressivi, di rottura e distacco dalla cultura figurativa tardo-gotica, proponendosi come una rielaborazione in forme più complesse e singolari. Il merito del Maestro di Signa è quello d’aver proposto, in un periodo dove gli elementi della rinascita erano di fondamentale importanza, una pittura comunque legata al passato e di farlo con un successo del quale é chiara testimonianza il grande numero e qualità delle sue opere.