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Vino e poesia: spettacolo in scena questa estate

Il 6 Agosto spettacolo di parole in piazza. Segue degustazione perchè non restino solo parole!! Lo scopo è creare una parallelo che in effetti è pienamente nelle cose, nelle pagine di autori famosi e meno famosi, nei versi di tanti poeti di ogni epoca. In questo spettacolo ricorderemo anche autori chiantigiani noti e meno noti. Un grazie agli altri membri del ‘cast’, Kevin Tushe e Vito De Meo. Per le istruzioni vedere https://www.cosafareintoscana.it/manifestazioni-toscana/calici-di-stelle-a-castellina-in-chianti-2021/

Calici di Stelle Castellina in Chianti 2021
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Il nuovo libro è uscito. Preview il 2 Agosto

Una ricerca partita un anno fa

Tante persone intervistate in giro per l’Italia e l’Europa. Così è nato Per Amore e per Arte

Una biografia che è più di un romanzo, perchè una vita così intensamente vissuta dentro alle pagine ci stava a stento. Così è venuto fuori un libro strano, che probabilmente sembrerà quasi un romanzo a chi Vanna la conosceva e viceversa una biografia immaginaria a chi non la conosceva affatto. E’ un pò come per il principio di indeterminazione: una vita, più cerchi di descriverla con le parole più lei si articola, cambia forma e si sottrae ad ogni tentativo di misura.

Adesso si debutta in pre-presentazione il 2 Agosto alle 18 con una bella Piazza da riempire.!!!! Poi andremo in guro per i luoghi dove Vanna è vissuta.

Il libro sarà in distribuzione dalla prossima settimana.

Vanna Bianciardi Bastreghi o dell’umanesimo che manca all’Europa. Un ricordo.

Giovanni Battista Angioletti rientrerebbe piuttosto bene nella mia rubrica de ‘I sommersi’ che presto (a settembre) riprenderemo, ma stavolta non è per questo che lo cito.  Vinse lo Strega e il Viareggio, ma soprattutto propugnava un’idea di ‘Umanesimo europeo’. Fondò la comunità europea degli scrittori.

Sergio Zavoli ricorda come una volta si fosse unito a lui ‘a chiedere per la RAI, da Parigi a Dublino, da Berlino a Londra, da Vienna ad Oslo «Saranno europei i nostri figli?». Erano nientemeno che gli anni Cinquanta.

In questi giorni è venuta purtroppo a mancare Vanna Bastreghi Bianciardi, una grande donna protagonista della cultura locale.  E non solo. Il libro di Nistri-Lischi nella cui prefazione a cura di Zavoli è contenuto quel passo è il suo Eurocrati in classe-l’Europa in una classe d’Italiano, del 1978, poi ristampato nel 2007.

Ci mancherà Vanna. Oggi con la figlia Gaia guardavamo con nostalgia le ordinatissime minute e le diapositive dei bellissimi e assai originali interventi che teneva sull’arte e sulla figura della donna nel Medioevo che sarebbe bello rendere di nuovo fruibili. Si respirava la sua presenza, in quella dimora antica dove il Pontefice Leone X, nei suoi viaggi verso Roma, aveva l’abitudine di soggiornare.

È un libro di grandissima attualità, quello che citavo, dovrebbe essere ristampato ancora una volta perché se ai riferimenti all’Europa (allora) a nove si sostituisce il numero attuale di Stati aderenti, il resto funziona benissimo e fa capire di più su come è cambiata la nostra visione del mondo negli ultimi cinquanta anni che la lettura di cento dotti trattati.

Ciò che animava anche la sua ampia e instancabile attività di animazione della cultura locale, come docente, esperta apprezzata in Italia e all’estero (con cui anche una volta tornata in Toscana aveva mantenuto proficui contatti) e come Assessore era davvero un profondo senso di umanesimo e come diceva Zavoli gli umori di una remota socialità rinascimentale.  Proprio quello che cercava caparbiamente Angioletti. Ce ne sarebbe davvero bisogno oggi perché non è che vediamo una grande abbondanza di donne e uomini dotati di una tale ampiezza e profondità di visione.

Senza starci tanto a ragionare (a Lei, dotata di umorismo e spontaneità non sarebbe piaciuto) si potrebbe tradurre tutto questo con la parola entusiasmo e fede. Vanna che aveva conosciuto il vero significato della violenza della guerra, apparteneva alla generazione dei pionieri entusiasti, affamati d’Europa. La sua era una fede tutta laica in un umanesimo europeo tutto da creare, mattone dopo mattone, per quanto la riguardava insegnando per decenni l’italiano a Bruxelles, al Berlaymont, nell’ambito di quello che allora si chiamava Mercato Comune. Si potrebbe dire che credeva in una Europa dell’essere prima ancora che dell’avere (oggi sia va a Bruxelles solo a chiedere). Eurocrate che insegna ad eurocrati, come si definisce a più riprese nel libro, pertanto entusiasta portatrice e ambasciatrice, ad un alto livello di interlocuzione, della propria cultura italiana ma altrettanto entusiasta e curiosa investigatrice e amante di quella degli altri Paesi, con cui nelle pagine del suo libro trova spiazzanti e inedite assonanze.  A cominciare dalla cultura belga, che si sforzò di capire in profondità, oltre tutti i pregiudizi e gli stereotipi, scoprendo delle persone dolci, piene di sensibilità e di comprensione. Questo è precisamente il comportamento di un umanista. Personalmente, ho capito più del Belgio e in particolare di Bruxelles visitandola con Lei che in tutti quanti i miei studi precedenti.

Nel libro esistono passi che sembrano scritti, profeticamente, oggi e non quarantadue anni fa, a volte assai critici perché si intuisce, a ragione, che l’Europa va costruita a partire dalla cultura e non dalla moneta. Occorre insomma la fondazione di radici comuni, altrimenti l’esperimento non può realmente funzionare.

In questa epoca in cui, anche per tenere insieme una famiglia, occorrono prodezze da acrobati, mi domando come faranno a tenere insieme nove paesi così diversi, senza finire per cavarsi gli occhi. L’Europa non progredisce’; ‘…dalla riunione al vertice, è l’Europa che è uscita sconfitta’, scrivono i giornali dopo quasi ogni incontro importante, protrattosi magari tutta la notte.

E ancora si legge mi sono spesso domandata perché questa scuola, in teoria fucina di europeisti futuri, acuisca il nazionalismo in maniera esasperata, soprattutto quando sono piccoli.

Vanna bianciardi

E poi dopo trent’anni trascorsi a Bruxelles, Vanna Bianciardi Bastreghi anima con intelligenza la cultura locale chiantigiana, e lo fa con ruoli non solo istituzionali (quelle Assessore alla Cultura a Castellina in Chianti) ma anche e specificatamente, entrando nel merito dei contenuti culturali. Prova ne sia il fatto che non capita certo spesso di vedere cataloghi di mostre che ricordano il contributo degli amministratori locali non negli stantii e rituali ringraziamenti iniziali, ma nel vivo del volume. In uno di questi cataloghi di mostre vi è una bella intervista dove in poche frasi Vanna sintetizza la storia chiantigiana e anche i suoi ideali di apertura e disponibilità verso l’altro e l’altrove: dalla solidarietà della comunità contadina (per fuoco e acqua non si ringrazia mai) alla esplosione di queste stesse comunità nel dopoguerra ( i piccoli mondi chiusi e paghi del poco non esistevano più, le campagne si svuotavano) fino all’affermarsi di un modello di turismo colto e internazionale  (ora assai rimpianto) dove per primi gli Inglesi, che scoprono il Chianti,  comprano case, trascorrono vacanze, addirittura si dedicano alla terra. A quegli stessi inglesi la ‘Vanna di Bruxelles’ aveva dedicato delle divertenti pagine che al lettore di oggi potrebbero suonare addirittura distopiche, descrivendo l’importanza che per Lei aveva lo ‘YES’ all’Europa del 5 Giugno 1975, vissuto in presa diretta dalla scrivente. Arrivavano ai Consigli con la loro Sterlina vacillante, nelle loro solide Rolls nere, impressionanti e déemodées. Ma al contempo erano ter-ri-bil-men-te affascinanti!

Vanna in quella stessa intervista dimostra di essere attenta anche ai fenomeni più recenti idi immigrazione rimarcando a chiare lettere che la disponibilità ad accogliere culture rientra nelle tradizioni locali di tolleranza.

Ma non si vive di sole mostre e occasioni ufficiali e così, oltre al personale e dotto contributo ad opere italiane e in lingua francese, ecco iniziative originali da Lei favorite come ”Il segreto del Santo”, cortometraggio ambientato a Castellina e che vede protagonisti molti abitanti del comune chiantigiano, finalista al Giffoni Film Festival, in concorrenza con più di 1600 altri film, piazzandosi fra i primi sei nella sua categoria e che poi ha partecipato a molti festival nazionali e internazionali e ha ricevuto inviti per altrettante manifestazioni di fama mondiale.

Speriamo di aver contribuito in qualche modo a ricordarla, questa figura di donna colta, intelligente e garbata, che se ne è andata così, esattamente come concluse il suo libro e come recentemente, quasi con le stesse parole, ha fatto Ennio Morricone: in punta di piedi, per non disturbare. Contando sul suo esempio e sul nostro speculare ricordo.

Il viaggio millenario di un’immagine tra fede ed arte.

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, dopo il precedente articolo sul Maestro di Signa ci manda per Caffè 19 quest’altro curioso e inedito pezzo. Lo stesso, come vedrete,  trae in qualche modo lo spunto dall’interesse suscitato dall’altro, Grazie Ida!

FOTO IDA MOLINARO

 

La raffigurazione della Madonna nell’atto di allattare il Bambino, la cosiddetta Madonna del Latte, è un’iconografia cristiana molto particolare e ricorrente nell’arte. Questo tipo di rappresentazione ha origini molto antiche e la sua raffigurazione ha subito numerose variazioni nelle diverse epoche storiche; inoltre è da sempre molto diffusa sia in Italia che soprattutto in Toscana.

Le fonti che esaltano l’allattamento si diffusero già a partire dal V secolo con il Concilio di Efeso (431), durante il quale venne finalmente stabilito il ruolo di Maria come madre di Dio e non più solamente di Cristo: «la Santa Vergine è Madre di Dio, essendosi il verbo di Dio incarnato e fatto uomo e per questo concepimento ha unito a sé il Tempio presso lei». L’allattamento da parte di Maria è quindi un atto straordinario, poiché la connota come madre e donna ed è importante come testimonianza del parto.

Madonna del Latte di Castelbonsi, Mastro di Signa

Tra il VI e VII secolo, nell’Egitto ormai cristianizzato, sono presenti rappresentazioni ufficiali della Madonna del Latte in cui essa è raffigurata mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Le immagini risultano molto stilizzate, alludendo più che mostrando; questo modello iconografico si diffuse poi dall’Egitto copto alle chiese orientali e nell’arte bizantina, con il nome greco di Galaktotrophousa. Dal mondo bizantino si estesero in seguito anche alla spiritualità etiopica, armena e franco-britannica, nonché negli scritti latini composti dal VI-XII secolo in poi, nei quali ella diviene un modello di castità e umiltà. In Europa e in particolare in Italia, questa rappresentazione si diffuse a partire dal XII secolo, in parte come conseguenza della prima crociata e trovando terreno fertile in tutte quelle aree che, grazie agli scambi commerciali, subirono maggiormente l’influenza bizantina. La Galaktotrophousa, pur essendo un’immagine molto venerata, stilisticamente proponeva una rappresentazione della Vergine con Bambino ormai inadeguata alle nuove esigenze culturali occidentali, troppo distante dalla forma maggiormente umanizzata alla quale si giungerà nel XIV-XV secolo.

Nel Medioevo la situazione cambiò notevolmente, l’istituzione del sacramento del matrimonio avvenuta nel XII secolo, che identificò quindi il ruolo della donna con quello di sposa e madre, anche se sempre subordinata al marito, ebbe il merito di risvegliare l’interesse della Chiesa verso la donna e soprattutto verso l’importante ruolo che essa assumeva nell’educazione e gestione della famiglia. Questa visione nobilitò le donne e, tramite la maternità, le riabilitò per la perduta verginità: il gesto di allattare trovò fondamento nella volontà della Chiesa di auspicare un matrimonio fecondo. L’identificazione tra Madonna col Bambino e maternità produsse un forte incremento del culto mariano, la Madonna che allatta divenne infatti testimonianza visibile del parto e della maternità, nobilitandoli entrambi. Alla fine del ‘200 prese corpo la tendenza da parte della Chiesa di comunicare ai fedeli i contenuti dottrinali in una maniera fortemente empatica, per cui fra il ‘300 e il ‘400 si ritroverà vittorioso il culto di Maria come figura umana grazie a una nuova interpretazione della religione cristiana, non più ieratica e inaccessibile ma umanizzata e sentimentale. Lo sgorgare del latte divenne segno di trasmissione della sapienza e conoscenza da parte della Chiesa verso il popolo. La rappresentazione della Madonna lactans ebbe quindi la massima fioritura da questo secolo fino all’età conciliare quando, rilevata nuovamente la sua sconvenienza, ne verrà proibito l’utilizzo per essere sostituita da altre tipologie raffigurative.

La grande forza di questo tipo d’iconografia fu proprio quella di suscitare particolare devozione nelle donne, in particolare nelle partorienti; durante l’esperienza cruciale del parto e durante i tristi periodi di povertà, queste si rivolgevano alla Vergine pregando di avere il latte necessario per poter sfamare le loro creature. Il culto si diffuse molto in Europa Occidentale dove ancora ritroviamo l’usanza di custodire come reliquie, all’interno delle chiese, ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle partorienti che lo avessero perso.

Come abbiamo detto, la devozione della Madonna del latte fu molto viva in Italia, in particolare in Toscana, terra fertile di arte sacra: vi troviamo infatti numerosi santuari sorti spesso in concomitanza con le antiche fonti lattaie, legate a culti precristiani, secondo i quali la terra e l’acqua erano evidenti simboli di fertilità; quindi per diventare fertili o per avere latte vi si poteva bere quest’acqua calcarea, biancastra, simile al colore del latte. L’immagine della Vergine che allatta il Bambino, importantissima per la duplice natura di Maria come procreatrice e vergine, divenne un modello importantissimo poiché elevava la posizione della donna sia nel ruolo civile che religioso. La sua raffigurazione, che fosse in trono, in Umiltà, oppure a terra (da cui Madre Terrena), ebbe fra Trecento e Quattrocento molta diffusione in tutta la Toscana e in particolar modo nelle città di Firenze e Siena. In queste due importanti città, questo modello fu elaborato ampiamente sviluppando esempi di puro lirismo: affettività e tenerezza tra Madre e Figlio si contrapposero ai precedenti modelli bizantini rigidi e stilizzati; lo sfondo del dipinto s’illuminò generalmente d’oro; la Vergine venne spesso rappresentata seduta in trono e rivestita da magnifici drappi, simbolo della sua regalità, accompagnata da angeli e Santi scalati in profondità; il seno venne raffigurato scoperto e il bambino si agita spesso come fosse un vero infante. Queste rappresentazioni trasmettono contemporaneamente un senso di sacralità e di umanità straordinario, poiché lo spettatore si rende conto di essere innanzi a un atto così naturale ma allo stesso tempo inviolabile e sacro.

Nel ‘400, alla rappresentazione della Madonna del Latte si associarono nuovamente concetti preesistenti quali lo sgorgare del latte come segno di trasmissione della sapienza: San Bernardo da Chiaravalle diffuse il suo culto sostenendo di aver ricevuto il latte di Maria, simbolo di divina conoscenza e cibo dell’immortalità. L’affinità fra la Chiesa e il Divin Bambino fu esaltata dalle maestose pale d’altare che comparsero numerose in questo periodo ritraendo la coppia madre-figlio nella sacra conversazione. L’umanesimo influì molto sulla rappresentazione delle Madonne, dando loro un aspetto troppo umano, non a caso il Concilio di Trento (1563) fece un passo indietro proibendo «di dare alle sante immagini attrattive provocanti». A seguito delle norme tridentine la Madonna non poté più essere rappresentata con il seno scoperto poiché una tale nudità non poteva essere tollerata nella Madre di Dio. Questa negazione però fu clamorosamente contraddetta dalle varie rappresentazioni di santi e sante, raffigurati in estasi mistica, con i loro corpi mezzi nudi e con fremiti tutt’altro che spirituali.

Nel Seicento invece, si assistette al trionfo della carnalità ma la Vergine divenne una pia immagine di castità e purezza, l’iconografia della Madonna del Latte venne proibita, non soltanto perché moralmente pericolosa, dato che poteva attrarre i fedeli per via della nudità, ma anche a causa della sua origine tratta dai vangeli apocrifi, messi all’indice dalla Chiesa. Il tema della Madonna del Latte continuò comunque a essere rappresentato, soprattutto grazie alle committenze private, meno soggette a certi controlli dogmatici. Un soggetto così fortemente legato al culto popolare poté quindi sopravvivere, seppur circoscritto alla devozione familiare.

In conclusione, possiamo lecitamente affermare che il culto della Madonna del Latte ha avuto una notevole fortuna poiché, traendo origine dalle reminiscenze di antichi culti sulla fecondità, li ha assorbiti nella femminilità della Madonna, ammantando di sacralità la quotidianità dei rapporti affettivi, sempre presenti concettualmente ma finora assenti iconograficamente.

Il Maestro di Signa, la Madonna del latte e la par condicio (tra Siena e Firenze) dei Santi patroni

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, ci manda per Caffè 19 questo curioso e inedito articolo. E non sarà l’ultimo. Vogliamo ringraziarla, unitamente a Vito De Meo. Ida è diplomata presso il Liceo Artistico di Benevento, ha conseguito il diploma di restauro affreschi e poi la laurea in Beni Culturali presso l’Università di Pisa. Come restauratrice ha lavorato in Italia e all’estero, prendendo parte a importanti restauri come quelli su alcune opere di Giotto, Pontormo e presso la Basilica della Natività a Betlemme; più recentemente presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi.

FOTO IDA MOLINARO

 

L’affresco staccato conservato nel transetto sinistro all’interno della chiesa del SS. Salvatore a Castellina in Chianti (SI), è un mirabile esempio della tipologia iconografica della Madonna del latte, rappresenta la Vergine in trono con il seno sinistro scoperto, in atto di allattare il Figlio, circondata da due angeli nella parte alta e da due santi in basso: San Giovanni Battista a sinistra e probabilmente San Galgano a destra; l’affresco è inoltre inserito in una cornice realizzata in epoca posteriore in stile quattrocentesco, recante la scritta: Mater Divinae Gratiae.

Madonna del Latte di Castellina in Chianti

Quest’importante opera è stata attribuita sia a Bicci di Lorenzo (Firenze 1373-1452) che successivamente e più probabilmente a un suo allievo denominato Maestro di Signa, attivo nel XV secolo. L’opera in questione è sicuramente da inserire stilisticamente nell’ambito dell’arte fiorentina del Quattrocento, in essa infatti saltano agli occhi le eleganti volumetrie e i preziosi elementi decorativi che ne arricchiscono il trono, perfettamente collocabili nell’ambito della bottega di Bicci di Lorenzo. Egli però fu un artista che restò sempre legato al mondo tardo-gotico e alla pittura cortese, raramente si avvicinò alle novità rinascimentali. L’attribuzione dell’affresco a un suo allievo, il Maestro di Signa, risulta pertinente se consideriamo i numerosi elementi innovativi che lo distaccano in parte dalla bottega del maestro (a tal proposito possiamo confrontare l’affresco di Castellina con i tabernacoli di San Lorenzo a Greve, di Via San Zanobi a Firenze, di Castelbonsi a San Casciano e di Signa che hanno lo stesso soggetto); l’opera si caratterizza infatti con tratti molto vicini alle novità della Rinascita e possiamo inserirla temporalmente agli anni sessanta del Quattrocento; tratti però che allo stesso tempo si mostrano arcaici poiché l’opera conserva anche chiari caratteri tardo-gotici. Tutto ciò ci indica sicuramente un artista atipico per il periodo in cui opera. La sua personalità fu individuata da Federico Zeri, sulla base dello studio stilistico e iconografico realizzato sugli affreschi delle Storie della Beata Giovanna, nella Pieve dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Signa, datati 1460. Questa datazione certa, molto tarda però se consideriamo lo stile arcaico dell’artista, si scontra decisamente con un periodo inondato dalle novità rinascimentali e ha fatto sì che lo Zeri si soffermasse sulla ricerca di una nuova personalità artistica, comunque legata alla bottega di Bicci di Lorenzo. Dopo un lungo lavoro attributivo, possiamo oggi dire che l’artista fu sicuramente attivo a Firenze e dintorni, nel Valdarno, nella Val d’Elsa, nel Mugello e nell’Empolese.

Un recente studio ha proposto di identificare il Maestro di Signa con Antonio di Maso, l’unico allievo di Bicci che ancora oggi non ha opere attribuite. Questo artista infatti, coetaneo degli altri allievi del maestro come Stefano d’Antonio e Bonaiuto di Giovanni, ebbe una bottega propria a Firenze poiché vi risulta iscritto all’Arte dei Medici e degli Speziali ed ebbe molti e documentati contatti con Neri di Bicci, figlio del maestro.

Lo stile del Maestro di Signa può idealmente riassumersi nelle dicotomie tra l’arcaico e l’innovativo, il popolare e l’aulico, si caratterizza pertanto con uno stile elaborato, in cui le architetture di fondo, i numerosi personaggi spesso formali ma in descrizioni movimentate, la presenza di articolati decori con motivi a nastro intrecciato sugli elementi architettonici, costituiscono un chiaro richiamo a quelli usati nei cantieri brunelleschiani. Altro elemento importante e indice della sua sensibilità verso le novità rinascimentali sono sicuramente lo studio dello spazio e della luce, elaborati con la precisa volontà di ricerca su tridimensionalità e percettibilità chiaroscurale. Il ruolo più importante di questo artista fu quello di diffondere la cultura artistica fiorentina nei centri periferici, ebbe un notevole successo poiché questi erano maggiormente legati ad un gusto tradizionalista e meno permeati dalle innovazioni rinascimentali cittadine.

Nella carriera artistica del Maestro di Signa, il tema della Madonna con Bambino è un ben consolidato canone figurativo, più volte rintracciabile nei vari luoghi dove l’artista ha operato; suoi caratteri singolari sono la rigida frontalità che spesso ritroviamo nelle figura della Vergine, in forte contrasto col rapporto naturalistico madre-figlio; l’osservanza del rigido canone trecentesco che imponeva un ordine gerarchico nella dimensione dei personaggi raffigurati, l’attenzione si concentra così prima sulla Madonna, di dimensioni superiore agli altri componenti della sacra conversazione, poi a seguire su Santi e Angeli. Tutto ciò è da ascrivere probabilmente a precise richieste da parte di una committenza periferica e maggiormente legata a canoni tradizionalistici.

Un’altra caratteristica particolare, sempre dovuta alle committenze, è quella di inserire un Santo legato al luogo in cui l’artista realizza l’opera, con lo scopo di aumentarne la carica emotiva e devozionale; non dobbiamo quindi stupirci se nell’affresco castellinese, accanto alla figura di San Giovanni Battista (santo legato alla città di Firenze) troviamo uno dei patroni di Siena: il recente restauro infatti ha permesso una migliore analisi visiva del santo in questione e di identificarlo con San Galgano. L’essere giovane, con i capelli chiari esaltati da delicati riflessi biondi e la spada detta “della roccia” che egli tiene con una mano guantata (suo attributo principale), costituiscono un consolidato canone figurativo rimasto immutato dal ‘300 in poi nelle diverse rappresentazioni artistiche.

In conclusione, dopo un attento studio della personalità del Maestro di Signa e delle caratteristiche stilistico – iconografiche delle sue opere, possiamo dire che davanti alla Madonna del Latte di Castellina in Chianti ci troviamo in presenza di un’opera caratteristica poiché pur risentendo chiaramente dei dettami della bottega biccesca, in molti suoi particolari denota invece numerosi aspetti progressivi, di rottura e distacco dalla cultura figurativa tardo-gotica, proponendosi come una rielaborazione in forme più complesse e singolari. Il merito del Maestro di Signa è quello d’aver proposto, in un periodo dove gli elementi della rinascita erano di fondamentale importanza, una pittura comunque legata al passato e di farlo con un successo del quale é chiara testimonianza il grande numero e qualità delle sue opere.

Bocca di rosa nel seicento: quando Francisco Macedo fu cacciato da Castellina

Se credete che la storia ogni tanto si ripeta cambiando certi fattori e vi piace De André  questo episodio è per Voi.

Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio
Il caso conferma l’importanza del piccolo borgo di Castellina in Chianti come centro di passaggio, stazione utilissima per recarsi nelle più disparate località utilizzando altre strade in alternativa al classico tragitto della Francigena. Come è noto, l’abitato è da sempre incrocio d’importanti arterie stradali in comunicazione con le valli d’Arbia, d’Elsa e della Pesa. Per questo luogo passava inevitabilmente molta gente: pellegrini, commercianti, viandanti d’ogni tipo e località. Persino Papa Leone X, durante il suo viaggio per incontrare Francesco I re di Francia a Bologna, sostò una settimana a Firenze e, di conseguenza, a Castellina nel novembre del 1515.
Oratorio S. Francesco alla Strada
Volendo evidenziare il transito di uomini di chiesa per Castellina, l’esempio più interessante e rilevante, se non altro per lo spessore squisitamente teologico e morale dell’individuo, è quello del celeberrimo padre Francisco Macedo da Coimbra (Portogallo), soprannominato «monstrum scientiae». Nacque a Coimbra nel 1596, formatosi da giovane in ambito gesuitico (1638) passò poi all’Ordine dei Frati Minori con il nome di Francesco di Sant’Agostino (1642). Personalità coltissima e poliedrica, ricoprì svariati ruoli sia nelle corti d’Europa che in ambito ecclesiastico: consigliere di Anna d’Asburgo regina di Francia e del re di Portogallo; qualificatore del S. Uffizio (l’Inquisizione) e durante un suo viaggio in Italia, papa Alessandro VII lo nomino lettore di controversia del Pontificio Collegio Urbano nonché professore di Storia Ecclesiastica presso lo Studium Urbis (l’Università della Sapienza), insegnamento introdotto per la prima volta in Europa proprio a Roma intorno al 1660. Mantenne la cattedra otto anni prima di dimettersi per insegnare filosofia morale all’Università di Padova.

L’illustre teologo giunse a Castellina il 4 ottobre del 1677 provenendo da Roma e intenzionato a salire l’Italia fino allo studium padovano. Prima però decise di fermarsi a Castellina per celebrare una messa nella pieve. Il 4 ottobre – memoria liturgica di san Francesco d’Assisidon Andrea Bianchi, pievano locale, era impegnato in una messa nell’oratorio intitolato proprio al santo francescano sito in località Strada (oggi proprietà Falassi), a sud dell’abitato castellinese. Data la sacrissima ricorrenza del 4 ottobre, Macedo pensò di celebrar messa nella pieve del SS. Salvatore. Un grande onore. Occasione che, contestualizzata al tempo in cui si presentò, dovette sembrare a dir poco eccezionale. Purtroppo, il pievano, al suo ritorno dall’oratorio di san Francesco alla Strada, si mostrò tutt’altro che disponibile e accogliente, arrivando persino a scacciare fisicamente il noto teologo.
Padre Macedo raffigurato insieme a Sant'Agostino e a Duns Scoto. Incisione dell'artista padovano Jacopo Ruffoni,1665-1680
Macedo si lamentò dell’accaduto con eminenti membri del clero regionale, come Mons. Pucci, vicario generale di Firenze, che al vescovo di Colle Val d’Elsa inoltrò il proprio rammarico per come fosse stato maltrattato il «più segnalato suggetto che habbia la religione Francescana». Il pievano castellinese si difese affermando che l’ottantunenne Macedo fosse giunto in paese con una «femmina di qualche sospetto», cioè una prostituta, tanto che il frate indignato spiegherà che la donna, accompagnata dal marito, altro non era che una dama di Modena proveniente anch’ella da Roma.

In questa diatriba però – e in pieno Seicento – fra Macedo effettuerà una lezione di morale davvero meravigliosa, spiegando nelle sue lunghe lettere che «io me ne vedo non solamente trattato di Apostata, ma ancora d’adultero […]; so bene che un Homo d’ottant’anni, e religioso di sessantasei, non è capace di cotesta nota. Le Puttane, se lo sono, non si scacciano dalle Chiese, anzi [bisogna] invitarle per le Messe e Sacramenti. Le Chiese vogliono aprirsi ai fuggitivi e ai malfattori. Il signor Pievano doveva considerare che Christo non rifiutò la Maddalena».

Fra Macedo parla di una Chiesa che sia in grado di rifiutare il peccato ma non i peccatori. La grazia salvifica di Cristo raggiunge tutti. La Chiesa è santa in quanto accoglie, consola e aiuta il peccatore ad affrontare il lungo, spesso tortuoso, cammino di conversione. Una lezione oggettivamente grandiosa, tale da essere ancora oggi degna d’ogni considerazione. Il pievano castellinese, invece, sembra essere ancorato ancora a quella politica pontificia cinquecentesca che promosse, attraverso i papi Pio V e Sisto V, una vera e propria persecuzione, soprattutto nella Città Eterna. Le meretrici minano quotidianamente la moralità del popolo, sono povere e nel peccato trovano la sussistenza materiale di cui necessitano. Queste donne furono spesso arrestate, a volte castigate con punizioni corporali o, il più delle volte, mandate in esilio. L’assurda diatriba tra don Andrea Bianchi e fra Macedo da Coimbra si concluse il 14 gennaio 1678, con l’ultima lettera del pievano castellinese.

Probabilmente redarguito dai suoi superiori e finalmente consapevole a pieno delle virtù e degli insegnamenti del monstrum scientiae, don Andrea indirizzò le sue scuse più sentite, affermando di aver agito ‘senza riflettere’, che non era ‘pienamente informato’. Prega il noto francescano di perdonarlo e spera di rivederlo per trattarlo con «ogni maggiore e ben dovuto ossequio». Purtroppo, Macedo, religioso e teologo stimatissimo nel suo tempo, non rispose alle scuse né tanto meno tornò a Castellina per celebrare la messa in onore di san Francesco d’Assisi. Morì appena 3 anni dopo affermando a chiare lettere che «non mi sovviene in mente di haver mai ricevuto una ingiuria simil a quella di Castellina». Tuttavia, il caso particolare, approfondisce e conferma l’importanza di questo piccolo borgo chiantigiano come centro di passaggio, stazione utilissima per i numerosi viaggiatori che per recarsi nelle più disparate località utilizzarono altre strade, sentieri validi, percorribili e attrezzati in alternativa al classico tragitto della Francigena di fondo valle.

Quelle vie (poi chiamate romee) che già la dinastia ottoniana percorse per attraversare l’Italia centrale e recarsi a Roma. Del resto, don Andrea Bianchi non avrebbe mai potuto reagire in malo modo – ostinandosi a voler ragione persino nella corrispondenza – e a scacciare fisicamente il celeberrimo francescano se non ci fossero stati, per queste terre, «ne’ tempi andati, più Sacerdoti forestieri, reali o mentiti, e tal volta Apostati, in compagnia di Donne sotto abito religioso». Tali esperienze obbligarono il pievano «ad aprire maggiormente e bene gli occhi nelle richieste di celebrare», perdendo l’occasione preziosa di veder «onore della Chiesa, e […] poterla puntualmente servire, com’è seguito in altre persone degne».

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Insomma….
Persino il parroco che non disprezza
Fra un miserere e un’estrema unzione
Il bene effimero della bellezza
La vuole accanto in processione
E con la Vergine in prima fila
E bocca di rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano

( grazie a Vito De Meo per lo splendido pezzo inedito e per le immagini)