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Fare Testo

Per fare un libro
ci vuole il Testo
A Firenze un nuovo tipo
di evento dedicato all’editoria
di Massimiliano Bellavista
Un Testo val bene una fila. È questo che devono essersi dette le molte persone che si sono viste incolonnarsi, sferzate dal maltempo di queste giornate siberiane, per partecipare a Testo [Come si diventa un libro].
È questo il titolo dell’evento che, dal 25 al 27 febbraio, la Stazione Leopolda di Firenze ha ospitato con notevole successo di pubblico. Il salone del libro che espressamente si dichiara dedicato a chi è innamorato dei libri: ovvero autori, editori e lettori. È stato organizzato da Stazione Leopolda e Pitti Immagine, ideato da Todo Modo, con il patrocinio e la collaborazione di Comune di Firenze e Regione Toscana.
Il mondo editoriale, reduce dall’effetto combinato di una crisi lunga e articolata e della morsa macroeconomica di eventi globali come la pandemia, è certamente in difficoltà. Non possono fare eccezione tutti quegli eventi, saloni inclusi, che si propongono di diffondere il verbo della cultura e del libro nella nostra società. Impresa difficile, per cui si è provato di tutto, dalla spettacolarizzazione (a volte eccessiva) degli eventi all’iniezione di tecnologia con i festival online. Il problema dei problemi è sempre lo stesso: dare voce alla miriade di prodotti e case editrici, selezionando qualità e prodotti editoriali di spessore con cui avvicinare il convitato di pietra: il lettore. O meglio, il non lettore, visto che, numeri alla mano, in Italia converrebbe proprio rivolgersi a questa categoria, ovvero coloro che sono fuori di quella sparuta minoranza di persone che leggono meno di un libro all’anno e così facendo, riempiranno il primo scaffale della loro libreria per l’età della pensione.

Una mano tesa al lettore e al non lettore (ma curioso)
L’ambiente gioca la sua parte e certamente ciò che colpisce è un’ambientazione insolita per un evento di questo tipo che ammicca a impressioni non solo culturali ma prima di tutto sensoriali. La porta è una copertina, che si varca per immergersi tra le navate della Leopolda tra sentori di carta e inchiostro. L’impegno sul concept, a cominciare dalla grafica e dai loghi, c’è e si vede.
Il libro è un prodotto, e come il marketing insegna, ha un suo ciclo di vita. Questo non banalizza la cultura e non toglie valore quasi eterno a un classico o a una cinquecentina, così come a un’edizione di pregio. Dice solo che dietro al libro ci sono aziende, di servizi e di produzione, che devono crescere, investire, difendere i posti di lavoro, generare profitto. E allora perché non rendere tutto ciò palese? Negli eleganti spazi di Testo viene riprodotto il ciclo di vita di un libro attraverso un percorso in sette stazioni.
Manoscritto, Risvolto, Traduzione, Segno, Racconto, Libreria e Lettore. Questa in sintesi l’intuizione dell’evento. Ognuna delle stazioni vanta capistazione di lusso, addetti ai lavori di grande esperienza, in grado di coinvolgere chi partecipa agli eventi, tutti gratuiti. Idealmente sette sono le stazioni che rappresentano la vita di un prodotto editoriale, una fase della vita del libro. E perché queste non siano le stazioni di una Via Crucis, devono giustamente essere conosciute da tutti. In primis il lettore, ma anche tanti sedicenti scrittori, per i quali il percorso elide a piè pari gli sforzi editoriali, le lacrime e sangue dell’editing, a va dal Manoscritto, di per sé perfetto e intoccabile, alle mani voraci di folle giubilanti e festanti di lettori. Ed è spesso con questo genere di “clienti” che agenti, editori, editor e comunicatori si trovano ad avere a che fare.
Si è dato spazio, giustamente, anche alle immagini e alla grafica, che non sono affatto in competizione con il testo ma sono anzi agenti e catalizzatori della sua efficacia e diffusione. Si inserisce in questo contesto l’evento “Scrivere con le immagini” presso l’Arena Olivetti che ha visto l’intervento di Oliviero Toscani.
Del resto se si vuole stimolare la curiosità dei “non lettori”, cioè dei non consumatori del prodotto librario, è giusto partire dal materiale per arrivare all’immaginario. Il libro, è stato detto, è oggetto tridimensionale e non dovrà scandalizzare se, esattamente come accade a certi bibliofili, potrebbe essere considerato e attrattivo per aspetti esteriori, legati per esempio alla sua materialità, alla qualità della sua veste editoriale e grafica.
Si è trattato quindi di un’iniziativa piuttosto ardita e originale nel suo genere che ha aggiunto al suo ambizioso programma di svelare al lettore il dietro le quinte di ciò che compra e legge un’attenta selezione di titoli e novità letterarie nazionali e internazionali, da Eshkol Nevo, Jan Brokken e Guadalupe Nettel, senza dimenticare i numerosi autori italiani: Fabio Bacà, Stefano Bartezzaghi, Massimo Carlotto, Daniele Mencarelli, Paolo Nori, Marco Peano, Veronica Raimo, Vanni Santoni, Nadia Terranova, Chiara Valerio.
A tutto questo si aggiunge una bella e nutrita esposizione di testi e libri di punta d di oltre sessanta case editrici, da Bompiani alle piccole realtà specializzate, come Le Lettere, Forma edizioni, Ediciclo editore, 66thand2nd e molte altre.

I laboratori per entrare tra gli addetti ai lavori
Ciò che colpisce è anche altro, ovvero il voler avvicinare il lettore o potenziale tale solleticando anche la sua aspirazione ad essere a sua volta un produttore di testi. Di qualità si intende. In questa direzione vanno i laboratori che hanno popolato l’iniziativa, cercando per esempio di gettare nuova luce e rendere meno scontato il concetto di scrittura creativa (i partecipanti, armati di carta, penna e pc hanno cercato di scrivere e descrivere, smontando, segmentando, revisionando le proprie storie, cancellando le parti noiose, arricchendo con la fantasia quelle avvincenti, e poi rimontandole), oppure quello di redazione. In questo senso, il relativo laboratorio si è concentrato su idee e possibilità legate alle nuove forme dell’editoria contemporanea e i partecipanti hanno potuto affrontare le diverse fasi del processo, dall’editing all’impaginazione dei contenuti.
Non sono mancati naturalmente anche gli eventi più tradizionali, dalle presentazioni librarie agli incontri con gli autori, ma il tutto senza dubbio è stato organizzato in una cornice che aveva ambizioni ben diverse e ben più ampie. Giusto in questo senso anche lo sguardo al passato recente, con momenti dedicati ad autori scomparsi recentemente, come Celati e Del Giudice, uno dei migliori scrittori del secondo Novecento, che è stato giustamente definito “l’uomo sottile”.
Ci auguriamo che tentativi come Testo continuino ad animare il panorama culturale italiano.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVIII, n. 194, marzo 2022)
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La scuola secondo D’Errico. Una recensione

Il ritratto di una scuola
ostaggio di sé stessa
e della società contemporanea
D’Errico e i problemi didattici
in un saggio per Armando
di Massimiliano Bellavista
I problemi della nostra scuola sono sotto gli occhi di tutti. La Dad (Didattica a distanza) e la pandemia non hanno fatto che estremizzarli, ma la scuola italiana ansimava ancor prima che fosse costretta a correre dall’emergenza. Studenti stressati e demotivati, politici ignoranti e disorientati, famiglie indifferenti e poco informate, insegnanti scarsamente aggiornati e soprattutto delegittimati (mentre in Giappone i docenti sono gli unici a non doversi inchinare dinanzi all’imperatore).
Il punto di vista di Stefano d’Errico, autore de La scuola rapita. Il Covid e la Dad. Il disastro educativo italiano (Armando editore, pp. 630, € 25,00) è chiaro ed è esattamente sovrapponibile a quello che fu di Italo Calvino: «Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere».
C’è da chiedersi come si sia arrivati a questo punto, e l’autore risponde puntualmente, con argomentazioni fin troppo dettagliate. Si tratta di più di 600 pagine che consentono di attraversare con rinnovata consapevolezza oltre sessanta anni di storia italiana dalle riforme degli anni Sessanta e Settanta fino alle conseguenze dei recenti tsunami riformistici (autonomia scolastica, riforme Moratti e Gelmini, legge sulla Buona scuola e via discorrendo).
Leggendo le pagine di questo notevole volume, la sintesi che si può trarre è che valga la ben nota metafora della rana bollita: vale a dire che una rana messa nell’acqua già calda scapperebbe, ma una che va in pentola con l’acqua fredda, tende a non accorgersi che essa si scalda a poco a poco. Fuor di metafora è quello che dice Pino Aprile nella sua Introduzione: «Ogni dettaglio è premessa di un maggior danno, tanto da dare senso compiuto al titolo: la demolizione della nostra scuola, già una delle migliori del mondo, non può esser conseguenza episodica di troppi incapaci, presuntuosi e ignoranti al vertice del ministero che la guida, ma l’esecuzione di un progetto, di cui quella sequenza di guastatori è solo uno dei meri esecutori».

Più cinese e meno greco
Il problema fondamentale è che oggigiorno la scuola odia sé stessa, e a scorrere le pagine di questo interessante volume, sembra diventata una fucina di idee bislacche e contraddizioni. Eppure è anche la stessa scuola che proprio mentre si sta scrivendo questo articolo ha consentito a una persona come Giorgio Parisi di conquistare il premio Nobel per la fisica. «Un Paese “normale” può lasciare da circa 30 anni (ovvero da quando esistono standard di legge) almeno l’80% delle proprie scuole fuori norma rispetto ad elementari regole di sicurezza? Nei 5 anni che vanno dal 2014 al 2019, nelle scuole italiane s’è verificato in media un crollo ogni 4 giorni. Che senso aveva colpire con continue controriforme la miglior scuola elementare del mondo (così certificata dall’Ocse sino al 1990), facendola scendere al sesto posto? È plausibile un liceo scientifico senza il latino (creato dal 2010)? È “normale” proporre per il liceo classico la sostituzione del greco con il cinese?».
Molte domande quindi, ma anche tante risposte. Forse in questo senso i meriti maggiori del libro in questo senso sono due, di cui il primo, di gran lunga più importante, è senza dubbio quello di generare nel lettore una gran voglia di reagire a questo stato di cose. Reazione che, come si nota a più riprese, ha visto molto latitare diversi attori del sistema scolastico a cominciare dalle stesse organizzazioni sindacali. «La vexata quaestio della scuola italiana ha origine nell’impiegatizzazione degli insegnanti. La scuola, in violazione del dettato costituzionale che ne impone da sempre uno status autonomo (tanto che i docenti ancora non sono giuridicamente annoverabili fra i lavoratori subordinati), è divenuta una res grazie alle attenzioni “disinteressate” dei sindacati dei pubblici travet e del settore privato che, di concerto con Confindustria, “vati” ed accademici della formazione, mondo clericale, partiti operaisti e liberisti, l’hanno spersonalizzata facendone mero terreno di conquista».
Il secondo merito è quello di fare proposte concrete per uscire da questa situazione, dall’ultimo anno di scuola dell’infanzia obbligatorio, all’obbligo scolastico esteso fino a 19 anni. Su tutti i numerosi e ragionevoli punti elencati con dovizia di dati e argomentazioni a sostegno si può citare questo breve ma significativo passo: «11) Sostituzione del programma “Invalsi” con sistemi sia di autovalutazione, anche ad interscambio e verifica congiunta da parte delle Scuole dello stesso ordine e grado e con analogo tessuto sociale di riferimento, sia di verifica ispettiva triennale centrale e/o regionale relativamente al conseguimento degli obiettivi datisi dalle Scuole tramite il Ptof, al fine di potenziare gli interventi che hanno ottenuto buoni risultati e modificare o abbandonare gli interventi inefficaci. Sistemi di stimolo e valutazione legati alla tradizione metodologico-didattica del nostro Paese (anziché alla “consuetudine” anglo-sassone, Usa, finnica e scandinava); 12) Messa in sicurezza di tutti gli istituti italiani, ad oggi in regime di deroga, ed in regola per meno del 15%. Assicurazione professionale a carico della parte datoriale per tutti gli operatori scolastici».

Un problema fondamentale: quello delle infrastrutture
Perché citiamo il tema della sicurezza? Perché esso attraversa tutto il libro, segnalando come l’ultima chiamata per la scuola italiana sia senza alcun dubbio costituita da un profondo intervento sulle sue annose carenze infrastrutturali. Certo, emerge con evidenza anche l’esigenza di profondi cambiamenti ai processi di reclutamento e formazione degli insegnanti, di potenti investimenti sulle metodologie e competenze didattiche ma il potenziamento delle infrastrutture e dell’istruzione tecnica è fondamentale e il non essersene mai occupati con serietà e continuità è il principale atto di accusa che questo libro a nostro giudizio vuole lanciare: « O gli “scostamenti” di bilancio “consentiti” dalla Ue e dalla casta politica Ue-dipendente devono sempre essere solo per altri settori, riarmo e mercato delle armi compresi? Peraltro con la manovra presentata per il 2021 si arriverà ad uno scostamento pari almeno al 10,8%. Sanno in che condizioni: è l’edilizia scolastica in Italia? Hanno mai visitato un Istituto tecnico aereonautico alloggiato in un condominio con aule 4×4, dove il simulatore di volo l’hanno visto solo in fotografia? O una scuola media inferiore (uso all’uopo la dicitura del secolo scorso) alloggiata in container da 20 anni, piuttosto che una scuola dell’Infanzia sistemata nei garage di una palazzina le cui saracinesche si affacciano direttamente sulla strada? Lo sanno che devono ancora essere sostituite le scuole chiuse perché sotto le fondamenta le eco-mafie avevano sotterrato rifiuti speciali?». Impressionanti sono poi le considerazioni dell’autore sul continuo stillicidio di istituti chiusi e di aule perse perché l’incuria li rende de facto inutilizzabili.
Una parte consistente del volume è poi dedicata ai recenti avvenimenti pandemici e alla Dad, ma il tutto è trattato con oggettività e sobrietà, perché le problematiche aggiuntive di questi ultimi due anni non sono piovute dal cielo, ma fanno parte di un ciclo vizioso che parte da molto lontano e il libro aiuta a comprenderlo bene.
Un ultimo aspetto da segnalare, estremamente attuale e di cui non si parlerà mai abbastanza, è il fatto che il volume dedichi le sue pagine finali, quelle orientate al futuro, al necessario coinvolgimento di famiglie e studenti. Questi ultimi sono spesso usati solo in maniera ‘decorativa’ dalla politica, quando di fatto proprio in questi ultimi tempi stanno dimostrando, nelle piazze, sui social e coi loro manifesti, una originalità e concretezza di proposte che farebbe molto bene alla scuola.
Come si vede una vastità di argomenti e temi che rende il libro consigliabile e utile anche come fonte documentale per ogni studente, insegnante o anche semplicemente per un cittadino che voglia essere consapevole di un settore così essenziale per il futuro di ogni Stato. A cominciare dal nostro.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 190, novembre 2021)

Rivisitare l’Inferno o della cura dell’anima.

Un’argomentazione chiara
e semplice su temi complessi
di Massimiliano Bellavista
L’immaginario diffuso e condiviso oggigiorno, in egual misura tra chi crede e chi no, prevede che l’inferno che ci raffiguriamo mentalmente alla sola evocazione della parola o del concetto sia, sostanzialmente, quello dantesco. E esattamente come non occorre essere religiosi per avere una certa idea dell’inferno, non occorre nemmeno aver letto Dante per sintonizzare la propria mente sugli scenari angoscianti più tipici e scontati della Commedia. Perché?
La commistione di registri stilistici tipica della Commedia e l’ampio uso del registro realistico ai fini della trasposizione della realtà mondana nella dimensione ultraterrena forniscono una tale e vivida rappresentazione realistica che non poteva non influenzare, attraverso i secoli, schiere di lettori e artisti. Poi è arrivato Gustave Doré, e il suo novum nell’immaginario occidentale che ha definitivamente imposto un canone fatto di abissi, demoni, forconi, contrappassi e stridore di denti.
Per Dante tutto ciò in ultima analisi derivava da una specifica esigenza di categorizzare e analizzare il mondo in cui viveva, per la Chiesa, c’era la necessità di trasferire e restituire ai credenti, anche visivamente, il concetto del castigo eterno e della sofferenza dei dannati.
Dal punto di vista teologico, il tema della punizione eterna è a tutti, fedeli e non, assai ben noto. Tuttavia, come l’arcivescovo Andrè Lèonard ben riporta nella sua Prefazione al volume del sacerdote e mistico Yvon Kull, Rivisitare l’Inferno. O come divenire immortale (Rubbettino, pp. 186, € 18,00), «Dopo decenni, sono convinto che il problema più difficile della teologia sia quello dell’inferno, concepito come castigo eterno e sofferenza eterna dei dannati. Già Origene, nel terzo secolo, non sopportava il pensiero di una punizione eterna, senza alcuna prospettiva di riparazione di colpa e di salvezza». Singolare ma fondamentale tema, quello degli ultimi fini, su cui stranamente sia la predicazione della Chiesa che la riflessione teologica sono negli ultimi decenni quasi mute, lasciandoci di fatto spiritualmente ancorati alle immagini dantesche. E l’orizzonte laico non è meno silente, essendo del resto la nostra storicamente la società più ritrosa e refrattaria a temi come la morte e l’aldilà. E allora merito a chi almeno prova a discuterne.
Un’argomentazione elegante e non dirompente o distruttiva
Ma l’autore, dall’alto della sua lunga esperienza e del suo lunghissimo percorso di fede nella Congregazione ospedaliera del Gran San Bernardo, si guarda bene dal porsi in modo distruttivo, fuori dai canoni della Chiesa. Lo dice a più riprese, anzi sottopone volutamente il suo pensiero, attraverso questo libro, all’esame di tutti, in primis della Chiesa stessa. A ben vedere in effetti, il volume di Yvon Kull non è stato scritto per mettere in discussione la fede o la religiosità di alcuno, ma solo per suggerirci un altro e forse più fertile paradigma interpretativo dell’aldilà.
L’autore dispone di una larga cultura filosofica e teologica, ma deliberatamente ha voluto scrivere in un linguaggio semplice, pedagogico si direbbe, e non specialistico.
La tesi centrale è semplice quanto immensa. Si tratta della libertà individuale, ovvero e con altre parole, ciò che Dio ci impone e ciò che rimane nelle nostre mani, ancorato alla nostra personale decisione. In principio, vi è una sorta di imposizione che caratterizza un Dio che, senza evidentemente poterci consultare, ha imposto all’uomo l’esistenza con l’intento di potergli far vivere una vita destinata all’eternità. Ma, secondo l’autore, qui si ferma l’imposizione e l’esistenza non è uguale all’immortalità. Se quindi Dio ci offre l’opportunità di rispondere con un sì o con un no alla sua offerta, in questo secondo caso la punizione eterna di connotazione dantesca non avrebbe alcun senso. Dio quindi, secondo l’autore, che fonda le sue considerazioni su fonti autorevoli a cominciare dalla dottrina di Sant’Ireneo, «risponderebbe al nostro rifiuto non imponendoci l’esistenza eterna ma lasciandoci ritornare al nulla. L’inferno eterno sarebbe quindi la caduta nell’inesistenza eterna».
Tesi che come si comprende subito non lascia indifferenti e che si scontra prima di tutto con il nostro immaginario, cui ci si riferiva poc’anzi, e anche e di conseguenza con la più corrente interpretazione dei testi biblici. Tuttavia, questa tesi, come l’autore notare ricorrendo alla sua esperienza di interazione con i credenti, risponde a una esigenza che trova riscontro e consenso tra molte categorie di fedeli. Come dire insomma, che il nostro modo di pensare, come la società, è cambiato e che quindi con tutta probabilità occorrono nuovi pensieri e testi in grado di rispondere a un crescente disagio.

La crisi della fede e la ricerca di nuove categorie
«Non so perché, tu che tieni questo libro tra le mani t’interessi all’inferno» dice l’autore all’inizio del volume. Probabilmente accade perché il lettore sente, al di là delle possibili critiche, la genuinità del suo pensiero, la volontà costruttiva e non distruttiva con cui si è strutturato nel tempo. In poco meno di duecento pagine sono condensati trent’anni di riflessioni profonde, che hanno in primis plasmato la vita dell’autore stesso. «Un giorno ho pensato che se non avessi scritto questo libro, nessuno l’avrebbe mai scritto al mio posto, perché nessuno ha vissuto ciò che ho vissuto io stesso». Non sembri superbia. È che quote via via maggiori di fedeli esprimono un disagio e una difficoltà a inquadrare questo concetto, il convitato di pietra della fede, l’inferno. «Sarei in torto se volessi dare una lezione a chicchessia. So che il dogma dell’inferno è una pietra d’inciampo per molti sul cammino della fede cristiana. Sono numerosi quelli che non possono più credere in Dio a causa dell’inferno e della spiegazione che e ne dà. Numerosi sono quelli che credono in Dio, ma si domandano come amarlo veramente, se le sofferenze dell’inferno devono essere eterne. Come potrebbe un Dio permettere una tale atrocità ed essere amabile?».
La “seconda morte” che l’autore ci prospetta è un concetto chiaro e che restituisce il destino nelle mani dell’uomo stesso, in quanto sarà il suo libero rifiuto della grazia di Dio a determinarla. Anche questo inferno a ben vedere, alla fine è comunque eterno poiché la cessazione della vita è per sempre, l’annullamento, l’assenza totale intesa come ritorno al nulla, è irreversibile. Ma questa congettura è per certi aspetti rivoluzionaria e, a detta dell’autore, restituirebbe alla dottrina cristiana una parte significativa della sua originalità, della sua identità distinta rispetto a tante ‘religioni alla moda’. «Non ci sarà –non potrà esserci – una “vera” nuova evangelizzazione finché per così lungo tempo la Chiesa cattolica lascerà credere – peggio insegnerà – che l’anima è di natura immortale. Come volete che gli Hindu, i Buddisti, gli gnostici, quelli della New Age… – tutti quelli che per errore si credono immortali – abbiamo bisogno del nostro Gesù crocefisso per essere salvati dalla morte? Ai loro occhi, non hanno bisogno – come i cristiani – d’essere salvati dalla morte da un Altro perché si credono “immortali” in loro stessi».
Si tratta come si vede di un testo difficilmente classificabile, a metà com’è tra la teologia e il racconto di una vita, ma che ha l’indubbio merito di sollevare molteplici interrogativi, e anche di fornire alcune interessanti, originali e plausibili risposte, stimolando sicuramente la riflessione e il pensiero di tutti, non solo dei credenti.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 187, settembre 2021)

Il gioco di specchi tra musica e parola

Un viaggio tra musica e parole,
un gioco che attraversa il secolo
tra letteratura e scrittura musicale
Pubblicato da Armando editore, Elisabetta Fava scrive
un volume di grande interesse per specialisti e non
di Massimiliano Bellavista
C’è un rimando continuo e antico tra parola e musica. In termini balistici, si potrebbe dire che la parola letteraria è come un proiettile con una gittata molto ampia ma a volte succede che il suo obiettivo sia così lontano e sfuggente che da sola non basta a raggiungerlo.
Ce lo spiega assai bene un libro che si può leggere con la stessa avidità di un romanzo, Oltre la parola, il fantastico nel Lied, di Elisabetta Fava (Armando editore, pp. 256, € 24,00).
Accade per esempio quando la parola si avventura in certe remote e scivolose dimensioni del fantastico dove la musica risulta essere l’unico propellente in grado di prolungare la parabola di quel colpo. E sì che se ne sono serviti “tiratori” tutt’altro che sprovveduti: le opere di Shakespeare ricorrevano alla musica ogni qualvolta dovessero evocare stati onirici, sovrannaturali e allucinatori. Insomma, se si trattava di cogliere nel segno del fantastico, in tutte le sue sfumature, la partitura musicale soccorreva la parola, anche quella più alta, e vi si inseriva, diventando un tutt’uno.
E questo succedeva indipendentemente che si trattasse di un fantastico nella sua declinazione fatata (La tempesta), orrifica (Macbeth) o parodistica (Le allegre comari di Windsor).

Fare ordine nelle varie dimensioni del fantastico
Il primo tema che il libro ha il merito di affrontare è proprio questo: che cosa intendiamo veramente con la parola “fantastico” e con tutti i suoi sinonimi? Termini come fantastico, sovrannaturale, meraviglioso, irreale, onirico, fantasmatico, immaginario sottendono in realtà una stratificazione e un processo evolutivo durato secoli di sensibilità letteraria, musicale e sociale che non può passare inosservata a chi si occupa di parola così come di musica. Dobbiamo intenderci su questo prima di andare oltre ed è proprio la parte introduttiva che da sola varrebbe già la lettura di questo saggio.
In questo senso il volume rappresenta, oltre che un viaggio affascinante nelle contaminazioni frequentissime tra musica e letteratura, anche una sorta di macchina del tempo attraverso l’evoluzione del pensiero. «Come fece notare già uno dei padri del fantastico moderno, Charles Nodier, prima dei Lumi si parlava di meraviglioso, mentre in seguito si preferì usare il termine “fantastico”. La sostituzione semantica rifletteva uno slittamento di senso; prima cioè si era partiti dal presupposto che la realtà comprendesse anche l’inesplicabile, incluso nella sfera di un trascendente che come tale non è conosciuto se non per rivelazione divina, ma è tuttavia ontologicamente ammesso. Dopo non si crederà più al trascendente né alle verità di fede, ma si avvertirà acutamente il senso di incompiutezza che il mondo transeunte lascia nell’uomo; così i romantici riscopriranno la sfera del sovrannaturale, affrancata dalla religione e al tempo stesso fermentata da un’inquietudine molto lontana dall’ingenua naturalezza della fiaba e dei miti». Beninteso, non si tratta solo di un’evoluzione temporale, ma anche geografica, in quanto, nelle varie culture nazionali, parole come “fantastico”, “merveilleux”, “wunderbar” riflettono a pieno titolo la specifica declinazione dell’ambito fantastico nella propria sfera culturale. Proprio grazie al moltiplicarsi delle messe in scena shakespeariane in pieno Settecento, il fantastico fa irruzione nella musica stimolando la sensibilità di celebri compositori per un arco temporale molto lungo, quale quello che va da Reichardt fino a Mendelssohn.
L’innesto di questo specifico ambito nelle forme del Lied ha rappresentato una bellissima avventura culturale e al contempo una sfida. Belle e dettagliate sono le pagine dedicate ai vari punti di vista dai quali praticamente tutti i più importanti autori hanno preso le mosse per espandere al contempo i limiti espressivi di musica e parola.
Di notevole rilievo è in infatti il tema dei vincoli che i musicisti si trovarono davanti nell’andare “oltre la parola”, con l’ambizione di musicare i grandi testi poetici loro contemporanei: tra tutti il limite, a occhi poco esperti inaspettato, rappresentato proprio dall’uso di uno strumento che si direbbe il più versatile, ovvero il pianoforte. «Ballata e Lied tentano l’impossibile; cimentarsi con testi di evidente natura sovrannaturale, e di un sovrannaturale fantastico, legato a leggende nordiche, non a credenze religiose; trasmettere il senso di questa irrealtà metafisica, ma trasmetterlo attraverso il solo pianoforte e attraverso una voce umana che resta impegnata tuttavia a far comprendere pulitamente il testo. […] Il repertorio che ne deriva contiene molti esperimenti di dubbia riuscita, ma anche alcuni capolavori destinati a segnare la storia del genere: a questi ultimi andranno in massima parte le nostre attenzioni». In queste pagine, lo specialista troverà soddisfazione, ma anche il profano rimarrà affascinato da quello che è a tutti gli effetti un viaggio dietro le quinte di una composizione musicale.

Oltre la parola, dentro una modernissima sperimentazione
Da questo punto in poi, il volume rispetta lo scopo prefisso, snodandosi in capitoli dai titoli accattivanti e insoliti: Come cantano gli spiriti?, Sulle alture degli elfi solo per citarne alcuni, che in realtà possono essere letti come una raccolta di racconti sulla musica, che quindi, come si fa comunemente con questo genere letterario, si prestano a una lettura in serie, ma anche a una più casuale. Questo tipo di lettura non impedirebbe al lettore di cogliere la bellezza del libro, assolutamente non confinata al tema centrale del Lied. In effetti abbiamo più che altro di fronte un ampio e ben organizzato excursus nell’ambito di alcune tra le più ardite, persistenti e riuscite sperimentazioni culturali, sia dal punto di vista ritmico che soprattutto timbrico. Le loro durature tracce anche quando il Lied, col primo Novecento, vedrà il suo tramonto e il fantastico ripiegherà progressivamente su una dimensione interiore, psichica non meno inquietante, non cesseranno di fruttificare e sollecitare l’invenzione dei compositori contemporanei e di influenzare la nostra vita, se solo si pensa solo alle ardite sperimentazioni elettroniche e vocali che caratterizzano la musica dell’oggi.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 183, aprile 2021)

Tre anime: un romanzo laboratorio

Tre anime sono sospese
dentro e fuori la vita.
L’equilibrio è deciso dall’autore
Da Rubbettino, un romanzo crudo,
realistico, quasi cinematografico
di Massimiliano Bellavista
Chi fa il portiere o sta comunque sulla porta occupa una posizione di confine. Sulla soglia, né fuori né dentro, ha il preciso compito di sorvegliare, osservare, ritmare accessi e deflussi tra una realtà, quella confinata del palazzo, e l’altra, quella del mondo che il palazzo circonda e talvolta assedia. Un po’ Cerbero, un po’ Caronte.
Il filone “del portiere” ha del resto padri nobili in letteratura, da Simenon alla Nothomb e possiede un innegabile fascino.
Perché diciamo questo? Perché anche se il lettore non ha naturalmente alcun obbligo di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore per stabilire se un’opera sia apprezzabile o meno, ci sono comunque delle eccezioni alla regola. E come è stato sottolineato da qualcuno il fatto che Gianluigi Bruni, autore dell’opera Luce del nord (Rubbettino, pp. 220, € 17,00) sia arrivato al romanzo dopo sessantacinque anni travagliati, spesi tra cinema e sceneggiature e poi convivendo con l’abisso di una crisi economica, lavorativa e personale, gestita però con dignità e tenacia, non è in questo caso un fatto secondario. L’autore alla fine si è ritrovato a lavorare come portiere in un condominio della Garbatella. Ma non si è arreso, e ha conosciuto anche grazie a questo lavoro una seconda fase del suo rapporto con la scrittura.
La sua attuale professione c’entra moltissimo in questa narrazione a tre voci, dove Frank è un anziano e scorbutico ex stuntman, alcolizzato, Cristian è un ragazzo dalla personalità complessa e disturbata, Eva una badante nostalgica e tetra, scrittrice e studente fallita. Cristian vive nel sottoscala, Frank ed Eva sono dirimpettai. Ha avuto il tempo di osservare molto, Bruni, in questi anni. Uomini e donne di tutti i tipi, con ogni tipo di problema e di croce sulle spalle. Ed è indubbio che sia attratto dalle contraddizioni e dalle ambivalenze di un’umanità così problematica, diseredata, e per certi aspetti invisibile.
Il linguaggio è crudo, duro, gli amanti di questo registro espressivo avranno pane per i loro denti, in uno stile che fa indubbiamente il verso a molta letteratura anglosassone, soprattutto americana, ma anche del filone scandinavo.
«Io non li leggo mai i libri. Magari, qualche volta, se me ne capita qualcuno in mano lo apro, leggo il titolo e qualche altra cosa… Uno ancora me lo ricordo, era un libro di Maria, gliel’aveva dato il prete e a un certo punto c’era scritto così: Io sono il primo. Sono anche l’ultimo. Chi vuole essere come me?… E io ci ho pensato al significato, ma non è che è proprio chiaro… perché secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, e se uno vuole essere come quello è perché lui è il primo. Io invece no, io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la merda». Così si esprime Frank, nell’incipit del volume, che non lascia molti dubbi sul seguito.

Una convergenza progressiva tra le varie proiezioni narrative dell’autore
La visione filmica dell’opera è evidente, così come il legame a un certo periodo e con una certa impostazione cinematografica che l’autore, avendo lavorato nell’ambiente ai massimi livelli con registi quali Federico Fellini (fu il suo assistente alla regia nel film La città delle donne), Luigi Comencini, Franco Zeffirelli, Dino Risi, Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Claudio Caligari conosce di certo assai bene, avendovi anche contribuito. Ma il nome chiave secondo chi scrive non si trova tra quelli appena citati ma piuttosto in quello di Bergman, soprattutto il Bergman di ispirazione kafkiana de Il rito.
Questo per un duplice motivo: da un lato siamo di fronte a una sorta di romanzo a chiave, allegorico, dove tutti e tre i personaggi sono alla fin fine proiezioni metaforiche della personalità dell’autore che infatti dichiara in una intervista: «Qualcuno ha detto che mi sono rappresentato nel personaggio di Eva e nella sua inconcludenza, nel suo essere una scrittrice fallita (…) È vero, ma è vero anche che c’è parte di me in Frank. Di gente come lui ne ho vista tanta nel mondo del cinema, spacconi, maneschi e bugiardi. Piuttosto sono, come lui, un vecchio rancoroso. Da ragazzo, poi, non ero né dotato né brillante, un po’ come Cristian». Dall’altro lato c’è l’assoluto scetticismo sulla possibilità di una redenzione, e di contrasto la quasi certezza sulla irreversibilità di una condanna sociale già definitivamente emessa.

Tre personaggi in cerca di un destino
I personaggi del libro partono per la loro navigazione letteraria all’inizio del volume come se si trattasse di una regata in solitario, ma poi si trovano, legandosi e intrecciandosi sempre di più e comunque garantendo in ogni capitolo il triplice punto di vista alla narrazione. Questa strana solidarietà che si sviluppa tra loro cercherà, con alterna efficacia, di fare scudo a esistenze difficilissime, sempre sull’orlo del baratro. È come se i personaggi del romanzo non potessero affatto rinunciare a questo schema di gioco narrativo, far sempre e comunque sentire, separatamente, la loro voce, il loro punto di vista, pena la loro definitiva disfatta, la loro dissoluzione, che però alla fine avviene comunque, in quanto per l’appunto inevitabile.
Di particolare impatto “cinematografico” è proprio l’epilogo, specialmente la parte conclusiva, che rende ben chiare la tecnica e l’impostazione molto vivida e d’impatto del linguaggio usato nel libro.
«Ma se ora volgiamo lo sguardo dallo schermo alla platea, notiamo che non c’è più nessuno. Dei tre solitari spettatori rimangono solo un cappello, una sciarpa e quello che sembra il residuo di un panino mangiucchiato infilato fra gli schienali di due poltrone. Se qualcuno oltre a loro tre fosse stato presente, avrebbe detto di aver visto le loro figure dissolversi lentamente per unirsi in una massa tremolante che avrebbe cominciato a levitare, per alzarsi verso l’alto soffitto della sala, dissolversi infine in una nube luminosa».
Queste tre anime sconclusionate hanno insomma, in qualche modo, trovato il loro autore e sul palco c’è il lettore, che può se vuole afferrarne la storia, prima che si dissolvano del tutto in quella nuvola.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 182, marzo 2021)

Jack & Jill e…Viceversa

Anno XVII, n. 181 febbraio 2021  
 

Ambientato nella lontana Australia
un romanzo molto disturbante
che non può lasciare indifferenti
L’edizione italiana, per Viceversa Publishing,
di un romanzo a firma di un talento meritevole
di Massimiliano Bellavista Chapeau. Questo il primo pensiero per chi, come Viceversa Publishing, casa editrice indipendente anglo-italiana, si è imbarcato nell’impresa di far conoscere per la prima volta gli scritti di Helen Hodgman al pubblico italiano cominciando dalla traduzione del suo romanzo del 1978 Jack & Jill (Viceversa Publishing, pp. 144, £ 12,00). Tra l’altro, si tratta di un’elegante e accurata traduzione a cura di Valentina Rossini.
Tanto di cappello, insomma, perché si tratta di quel genere di libri che al lettore può dare molto, ma che gli chiede anche qualcosa in cambio.
Quando un libro inizia così: «Annoiata, Jill pestava i piedi nella veranda, aspettando che sua madre venisse a cercarla. Non lo fece, Morì quel pomeriggio. Furiosa per essere trascurata, Jill si mise a saltare sul letto, tirando i capelli alla madre, tubando le sue prime parole nell’orecchio freddo e ceroso», vuol dire infatti due cose.
La prima: quel libro richiede al lettore, soprattutto quello che non è mai stato nell’outback australiano, uno sforzo di immedesimazione. Immedesimazione nel paesaggio, immedesimazione in una diversa e spiazzante logica sociale e familiare, immedesimazione in un territorio dove le enormi distanze che separano uomo da uomo, fattoria da fattoria, e le fattorie da Sidney, schiacciano e appiattiscono la vita come una forza di gravità moltiplicata, rendendola giocoforza semplice, quasi elementare, per non dire rude. Come un funerale talmente sbrigativo da scivolare in un peculiare humour nero.
«“Allora, dove? Dove la mettiamo?”
“Giù al ruscello, suppongo” disse il marito. (…) Douggie ritornò facendo dondolare il badile. Arrancarono fino al ruscello, dove ci misero delle ore per sotterrarla, il suolo era duro e roccioso. Sudando e con aria cupa, rovistarono la radura in cerca di rocce adatte a marcare il punto».
La seconda: che questo clima si riflette nel linguaggio, particolarissimo, una lingua e delle parole che, per molti aspetti restituiscono, soprattutto nella prima parte del libro, la sensazione di un idioma vergine dove la lingua inglese si ripiega nelle sonorità e nella dimensione orale delle lingue aborigene e dove le parole mantengono alla lettura una ruvidezza non filtrata da secoli di letteratura.
«Dall’alto, in alto tanto quanto il paradiso, la risata di un kookaburra attraversò fragorosa il bush, finché venne ingoiata dalla nebbia che avvolgeva come un sudario le lontane colline. Il suono svanì in un luccicante stormire di foglie, e si lasciò dietro una quiete enorme».

Un libro che attraversa la storia
Un padre solo e distante non è il massimo per crescere una figlia. E poi c’è quella distanza coperta di polvere, da tutto e da tutti, e di certo i libri fatti venire dalla città e legati con lo spago e le lezioni scolastiche via radio-ricetrasmittente che «crepitavano nell’etere ogni mattino» non bastano allo sviluppo di una ragazzina. E così Jill ruba quello che può, quel che le serve a trasformarsi da bambina in adolescente con la stessa difficoltà con cui il padre gratta via i frutti a una terra dura come pietra.
Ma a scombinare le carte ci pensa il giovane Jack, che arriva alla fattoria di Douggie in cerca di lavoro e vi rimane perché percepisce che Jill e il padre avevano«l’aspetto di persone a cui una mano poteva servire». Douggie ne necessita di certo per mandare avanti la fattoria, Jill per crescere. Ma non si tratta certo di un principe su un cavallo bianco, forse anzi proprio dell’opposto.
Tra i due nasce un rapporto complesso, violento e contorto che dalla Grande depressione ci porta dritti fino agli anni Sessanta. Questo rapporto dove attrazione e repulsione giocano in parti uguali, è onnipresente, anche quando lui parte militare, anche quando lei va all’università e poi si trasferisce in Inghilterra. Se non sono insieme fisicamente, sono le loro menti a essere interconnesse, nonostante tutto, nonostante la violenza, l’egoismo e la brutalità di Jack.
Il romanzo si muove su due piani all’inizio paralleli, si potrebbero definire due contrappunti, dove non è presente solo il tema di un amore tanto brutale da sembrare improbabile, ma anche quello della vita come è e come dovrebbe essere. Non è un caso che Jill diventi un’affermata scrittrice di libri per l’infanzia come non è frutto di coincidenze che il suo eroe immaginario, Barnaby, ragazzo dalla testa a forma di alluce, si aggiri tra le quinte, costruite ad arte nella mente turbata di Jill, di un perfetto mondo infantile. Quello che per lei non c’è mai stato.
È qui, nella convergenza di questi due piani che compete al lettore scoprire a poco a poco, che sta una buona parte dell’originalità del romanzo. Sorprendentemente, la Hodgman riesce a creare un altro grottesco binomio come solo gli scrittori più dotati sanno fare. Dalla fattoria persa nella polvere con Jill e il padre che vivono da soli, adesso sono passati gli anni e siamo nella casa di una famosa scrittrice, che manda avanti con Jack un matrimonio sterile e vuoto, uno scenario quasi allegorico. Lei scrive i suoi libri perdendone il conto, lui intaglia i suoi crocifissi di legno costellati di gocce di smalto color sangue. Stiamo assistendo a una rappresentazione del dolore, a una pièce teatrale, lo dice la scrittrice stessa: «La loro era una commedia a due interpreti, gli aveva ricordato lei in caso lui si fosse sentito chiamato fuori».

L’attesa di un figlio che può nascere solo dalle parole
Quella ossessione per la lavorazione del legno sembra quasi una grottesca versione di un mastro Geppetto molto noir che cerca di cavare dal dolore una qualche speranza, magari quella di avere un figlio, esattamente come Barnaby cresce con Jill e in Jill. Una situazione esplosiva, come si capisce, che non può durare. Si intuisce subito pertanto che la storia è solo in attesa di un catalizzatore, di un detonatore in grado far esplodere la stasi che si è ancora una volta creata. La figura di Raelene, l’ammiratrice segretaria che si insinua come un fiume carsico nelle loro vite separandole di nuovo e svuotando di senso dall’interno la loro unione ed è quindi quanto mai necessaria.
Ha insomma un che di mitico e inesorabile questa storia d’amore che pare caratterizzata da una sorta di legge fisica, perché si ha chiara percezione sin dall’inizio che Jack e Jill non possano far altro che vivere assieme, ma questa attrazione non può fare a meno di periodici Big Bang seguiti da altrettanti Big Crunch.
Ma se la storia in questo senso è prevedibile, e come ogni Pinocchio diventa alla fine un bravo ragazzo ogni parola non può che farsi carne, e quindi Barnaby diventare qualcosa di più di un personaggio letterario, la scrittura e lo sviluppo della storia non lo sono affatto, così come il finale.
Non si può da ultimo non rilevare come questo stile “acido” e questo ritmo narrativo grottescamente ironico e graffiante siano caratteristici di tutto un filone che anche al giorno d’oggi caratterizza un nutrito ventaglio di interessanti scrittrici, per esempio di area scandinava, tra cui non si può non menzionare Hanne Ørstavik, autrici che in qualche modo condividono con la Hodgman una certa difficoltà ad arrivare al grande pubblico, a farsi scoprire e tradurre. Il titolo di un libro ruvido che ricorda qualcosa di questo romanzo come Like Sant Som Jeg Er Virkelig, che in italiano suonerebbe più o meno Questo è quello che sono davvero sembrerebbe un bell’epitaffio per Jill, tanto quanto quello scelto per lei dalla Hodgman, «Jack avrà la sua Jill, e a male niente andrà». Di certo, come e tanto quanto il libro, si tratta di uno stravagante lieto fine.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)
 

La chimera della fiducia

Fidarsi è bene o meglio sospettare?
Quando la diffidenza può essere
il vero virus che mina la società
Un libro dall’approccio originale a un problema non recente:
la presenza incessante di fake news sempre più capziose
di Massimiliano Bellavista
Vivere in una bolla. È questo che fanno molti nostri concittadini, di ogni età e provenienza sociale, sottoponendo la loro razionalità ad un volontario e rigorosissimo lockdown intellettuale. Non si fidano di nessuno, a cominciare dai media mainstream, a meno che, a mezzo social e blog, qualcuno non scriva esattamente quello che loro sostengono. Non c’è spazio per il contradditorio, né per il cambiamento di opinione, principio su cui si reggono tutti i sistemi democratici.
Il libro La società della fiducia. Da Whatsapp a Platone di Antonio Sgobba (il Saggiatore, pp. 264, € 19,00), giornalista tra i conduttori di Tgr Petrarca, si prefigge di affrontare di petto, ma con pacatezza e accurata argomentazione, un problema tra i più gravi che affliggono la nostra società.
Cerchiamo notizie o conferme alle nostre credenze? Siamo ancora capaci di fidarci dei nostri concittadini?
Ho avuto il piacere di presentare il suo libro ad Ascoli, lo scorso settembre, e Antonio Sgobba mi è sembrato sin da subito una persona molto chiara e diretta. Questo si intuisce a chiare lettere in esergo al suo volume, quando scrive «Nella prima metà del libro mi occuperò della fiducia attraverso la sua negazione: la diffidenza. Nella seconda metà attraverso il suo riflesso: l’affidabilità». Ora, questa chiarezza non è così frequente nei saggi nostrani. Ma torniamo al punto, perché, come sostiene l’autore, sulla fiducia si gioca una partita di capitale importanza per il nostro futuro.

Le fake news e la post-verità
Cos’è una fake-news? Che cosa si intende per post-verità? Pochi ne sanno dare una definizione corretta. Nell’Otello verdiano, e nello specifico il secondo atto, quello in cui di fatto inizia la vicenda della gelosia, Otello dice «Mi trova / una prova secura / che Desdemona è impura… Vo’ una secura, una visibil prova…La prova io voglio! Voglio la certezza!». E Jago, implacabile, risponde: «E qual certezza v’abbisogna? Avvinti / vederli forse? E qual certezza sognate voi se quell’immondo fatto / sempre vi sfuggirà?… Ma pur se guida / è la ragione al vero, una sì forte / congettura riserbo che per poco / alla certezza vi conduce».
Ecco, il libro ci spiega con accuratezza e semplicità l’origine di queste «sì forti congetture» che hanno lo scopo di ingannarci, manipolarci, suscitare una nostra reazione preordinata come si trattasse di un stimolo chimico ai recettori del nostro cervello. L’epoca che viviamo, quella della post-verità, è dunque un’epoca dove la verità ha perso peso, è fluttuante in un orizzonte dove alla forza di gravità si è sostituito il desiderio di plasmare la realtà a nostra immagine e somiglianza. Il volume è importante anche perché ci fa intravedere anche cosa c’era prima della nostra epoca, un mondo pervaso da una grande inquietudine perché «Dalla Riforma fino al XX secolo la nota dominante della cultura occidentale era stata la fiducia. Ma la perdita della fiducia aveva travolto il ventesimo secolo. La scienza, un tempo principale sostegno della fiducia, ci ha insegnato a diffidare si sé stessa». Quindi il male è antico e l’autore ce lo dimostra con storie ed aneddoti di grande interesse e curiosità. Ma se questa è la diagnosi, qual è il decorso della malattia e soprattutto, c’è una cura?

Una speranza: un nuovo contratto sociale al confine tra calcolo e virtù
La progressione della malattia, se non si interviene, come Sgobba delinea nelle sue conclusioni, non è buona, anzi al contrario, ci induce a pensare a scenari distopici, dove alla fiducia si sostituisce un suo mostruoso e illusorio surrogato: il Grande Fratello tecnologico, l’orecchio e l’occhio digitale che tutto e tutti controlla. Il capitalismo della sorveglianza, che si nutre di dati.
L’autore su questo miraggio ci ammonisce chiaramente: «il controllo potrà anche garantirci la sopravvivenza, ma per vivere abbiamo bisogno della fiducia».
L’alternativa alla fiducia insomma è un totalitarismo che finisce per divorare se stesso: colpisce in questo senso nel libro il racconto dell’epoca del terrore staliniano dove «tutti dovevano guardarsi da tutti, chiunque poteva essere una spia o un informatore». E non stupisce quindi che Chruščëv a un certo punto, nell’estate del 1951 senta lo stesso Stalin mormorare tra sé e sé: «Sono finito, non mi fido di nessuno, neanche di me stesso».
Annoso problema dunque quello della fiducia: da Eraclito e dai dialoghi platonici, ha sempre fornito grandi spunti alla riflessione di filosofi e intellettuali, come il volume non manca di illustrare. Ma qual è la strategia per vincere la sfiducia, se la stessa ci è indispensabile come l’aria? Forse, per dirla con Dante, la ricetta è a metà tra calcolo e virtù, in quella fidanza di dantesca memoria, che è sostanzialmente un contratto, una convenienza, basato con giusti contrappesi, tra l’avversione al rischio tipica dell’uomo, e la sua ricerca di socialità, scritta nel suo stesso Dna. In altre parole, si potrebbe dire, l’autore sembra suggerirci la necessità di leggere dentro la parola fiducia, giù fino alla sua radice greca che significa “prestare fede”, e che, a ben vedere, è una forma medio-passiva del verbo “persuadere”. Questo vuol dire che la fiducia non è monodirezionale, non si può solo prendere o dare, ma è frutto di un contratto sociale giusto a metà tra ragione e istinto.
O, per dirla con parole più semplici, visto che sulla copertina del volume di Sgobba campeggia il naso di Pinocchio, questo non può non ricordarci che da quel libro potremmo sulla fiducia imparare assai. In fondo, basterebbe possedere la fiducia incrollabile di Geppetto o almeno non chiudere tutte le porte e fare come Mangiafuoco che a un certo punto dice «E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo».
Come si intuisce si tratta di un libro la cui lettura è impossibile non consigliare. Consideratelo se volete un manuale di autodifesa dai pensieri più ottusi e oscurantisti che ogni tanto provano a saltarci addosso.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 180, gennaio 2021)

Donne: una rivalsa a colpi di carta e penna. Una storia e una recensione

Una recensione che mi sono divertito a scrivere….

Donne arrabbiate e sfiduciate
nei confronti della società:
una rivalsa a colpi di carta e penna
Un’opera che alterna ironia al crudo realismo, con un genere
ancora poco diffuso in Italia. Scritto da Valeria Gangemi
di Massimiliano Bellavista
Questo settembre Ruth Bader Ginsburg, giudice liberale e icona pop, seconda donna della storia americana a far parte della Corte Suprema, (dopo Sandra Day O’Connor) è morta all’età di 87 anni, per complicazioni legate al cancro al pancreas. Ginsburg è stata prima di tutto un’architetta legale capace di trasformare negli anni Settanta la lotta per l’emancipazione femminile in qualcosa di più strutturato e meno urlato di una rivendicazione.
Diceva spesso che era diventata avvocata quando le donne non erano desiderate nella professione legale, riuscì nell’impresa di far equiparare a discriminazione razziale a quella sessuale, aprendo la strada a un lungo dibattito legale e prima ancora sociale.
Ora il libro Le donne lo fanno meglio di Valeria Gangemi (Città del sole Edizioni, pp. 120, € 10,00), manager impegnata nel sociale, condivide questo spirito. Questa raccolta di racconti non è un libro urlato, ma nemmeno da leggere sottovoce. È qualcosa a metà tra un diario e una galleria di ritratti. Ci sono narrazioni declinate sull’attualità e l’immediatezza, dove il dialogo gioca una parte preponderante.
L’uomo, gli uomini, è inutile dirlo, ne escono piuttosto malconci, a cominciare dalla Prefazione, che cita Simone de Beauvoir, e anche nei Ringraziamenti.
Proprio la Prefazione di Mariateresa Marino e i Ringraziamenti finali svolgono un ruolo non secondario in questo libro di esordio letterario dell’autrice.
La prima perché smarca il volume da ingombranti precedenti letterari, invocando per i ventidue racconti che compongono la raccolta una leggerezza da sketch teatrale e un gusto per il calembour (talvolta comunque un po’ troppo compiaciuto e fine a se stesso) che sono senza dubbio la cifra principale di quasi tutti i testi.
I secondi perché finalizzano l’esistenza del volume a uno scopo assai importante e concreto in quanto il ricavato del libro verrà devoluto alla Fondazione “Marisa Bellisario”. E qui la carrellata di grandi figure femminili non può non considerare il profilo della stessa Bellisario, prima grande donna manager italiana, guarda caso della stessa identica generazione della Bader Ginsburg. Il volumetto infatti si presta a nostro giudizio anche ad un’altra chiave di lettura.

La cultura imprenditoriale e manageriale femminile contro il mismanagement
La scrittrice, come già accennato, è anche un’affermata manager. Dettaglio certamente non trascurabile poiché, svolgendo tale professione da tempo, sa che alla fine non esistono molti tipi di management. Certo i nomi, gli stili e le sfumature cambiano nel tempo, ma fondamentalmente ne esistono solo due categorie: quello buono e quello cattivo. Ed è proprio quando si tocca questo ambito che con tutta probabilità, abbandonando per una volta il gioco di parole e le pennellate a volte monocordi nel definire l’inettitudine e la dabbenaggine maschile, il libro ci restituisce il meglio di sé.
Come nel racconto Tagli: «Ecco come in cinque minuti si chiude una questione di extra revenue. Risolvo il problema della Commessa che va bene e produce utile tagliando i costi sempre e solo con una ricetta basata su un unico ingrediente. Il personale. Taglio tre dipendenti che costano tanto perché hanno un contratto a tempo indeterminato (…) Tu insisti e gli fai notare: 1. il problema, se esiste, non lo risolvi ma lo stai trasformando in qualcosa di diverso che però continua a sussistere. Le tre dipendenti entrano, si trattengono con dignità (…) A prescindere, tranne me e le interessate, sembra che nessuno si renda conto del dramma». In questo racconto il capo-uomo utilizza una trita ricetta antica quanto efficace ma solo nel breve termine, licenziare. Tuttavia egli non tiene adeguatamente conto di ciò che il libro sottende e forse avrebbe potuto esprimere anche più apertamente e spregiudicatamente; ovvero che oggi non si tratta più di affrontare i problemi che affrontava la generazione della Bader Ginsburg (dove la questione era che le donne non erano nemmeno ascoltate), ma piuttosto quelli più sottili connessi all’apprezzamento della ricchezza connessa alla diversità del loro approccio. Dalla lettura del volume in questo senso emerge che la leadership al femminile è spesso capace di dare un contributo decisivo e di lungo respiro al buon management aziendale, come accade anche nel mondo imprenditoriale dove si è ormai acclarata una particolare abilità da parte delle imprenditrici di gestire in modo creativo e condiviso le situazioni di crisi.
Ma il volume mette opportunamente in luce anche dell’altro.

I lati inediti (e pericolosi) di un mondo spesso troppo declinato al maschile
Un altro racconto di impatto, stilisticamente molto simile a quello citato precedentemente è Cuore, per certi versi il più riuscito e bilanciato della raccolta. «Ma se si infartua il cuore delle donne come lo curano? Come quello di un uomo? Non mi dire che la parità la applicano quando non devono. Ma la diversità di genere intesa come fisici diversi non merita cure diverse? Ora capisco che diverso può presagire scenari degenerati ma giuro son seria, i farmaci e le dosi sono uguali a chi è diverso fisicamente da noi?».
L’inizio disorienta e invoglia a leggere. Così si scopre una insospettata e insospettabile miopia della capacità terapeutica della nostra medicina.
«E dopo una vita di stenti e noia, l’infarto può arrivare lo stesso. La differenza è che non sanno come curarci. Già, perché – assurdo ma vero – studi recenti sul tema hanno aperto il “vaso di Pandora”, scoprendo che alcune branche della medicina sottovalutano o non tengono conto delle condizioni di vita delle donne nella determinazione della diagnosi e del protocollo di cura. Per l’ischemia cardiaca, per esempio, le radiografie e i test sotto stress usati per la diagnosi sono “tarati” sul modello maschile e sono meno efficaci per le diagnosi nelle donne. Ancora, gli strumenti chirurgici come by-pass e angioplastica coronaria sono gli stessi di quelli usati per gli uomini e si presta poca attenzione al fatto che le donne hanno coronarie e vasi sanguigni più piccoli».
Vasi sanguigni più piccoli ma un grande cuore e una mente diversi ma di certo indispensabili e complementari, non sostituivi, a quelli maschili nella gestione di una realtà, quale quella odierna, di certo complessa e articolata. Alla fine, c’è da augurarsi, come in un certo senso fa l’autrice concludendo il suo volume con una spiazzante Ode agli uomini crediamo sentita e niente affatto ironica, che “il pensiero lungo rette parallele” che divide a volte i sessi alla fine converga. Se come dice la Gangemi, gli uomini migliori sono “i più”, non possiamo che augurarci di unire le forze “trovandoci” l’un l’altro, in un futuro che offra a tutti, uomini e donne, elementi di sinergia e intesa nella diversità per certi versi analoghi al vissuto personale della de Beauvoir, che pure ebbe il sodalizio intellettuale ed emotivo più forte della sua vita con un uomo così controverso come Jean-Paul Sartre e a quello della giudice Bader, la quale diceva che il marito e compagno di una vita Marty Ginsburg era l’unico uomo al quale importava davvero che lei avesse un cervello.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 178, novembre 2020)

Una recensione estiva…per la rubrica ‘La cultura, probabilmente’

Donne nascoste, donne svelate:
una fitta galleria di storie sospese
in presa diretta e dalle tante sfumature
Per Infinito edizioni un volume che parla del femminile
come in una staffetta “di vita in vita” tra cronaca e lirismo
di Massimiliano Bellavista
Questo libro suona come una condanna.
È una galleria di ritratti che sembrano quasi delle foto segnaletiche, perché, come si è giustamente osservato, neanche una delle protagoniste rinuncia infine a se stessa, ad apparire come esattamente è, con le virtù, ma anche ostentando tutti i segni ricevuti dalla vita.
Fedeltà: è questa la firma caratteristica di Donne nascoste. Ritratti di vite in bianco e nero (Infinito edizioni, pp. 108, € 12,50) volume redatto da Barbara Martini (con Introduzione di Teresa Bruno e Postfazione di Giulia Spagnesi), cui certo non difetta effettivamente la sincerità, e appunto, la fedeltà assoluta alla vita e al destino.
Continuando la narrazione di vita in vita, l’autrice si muove su un crinale, anticipando fin dalle prime pagine che tutte le sue eroine, chi prima chi poi, vi cadranno dentro.
Non si respira infatti molto ottimismo in questi brevi racconti. Le protagoniste nutrono una sostanziale sfiducia non solo verso l’universo maschile, ma anche verso quello femminile (per esempio verso la concretezza del supporto che possono fornire le amiche in momenti di difficoltà) e in generale verso il mondo.
È come se non ci parlassero per chiederci aiuto, né con un intento memorialistico, ma piuttosto discutessero con loro stesse, per fermare anche solo un poco il disordine dei pensieri e «la fatica interiore che sento e che mi fa andare veloce come un treno in corsa, come se anche i pensieri mi stancassero, specie se continuano a girare come in una giostra senza il perno sotto».
La conferma è in quel continuo riferirsi a termini remoti, nascosti: sotterrare, sottomettere, sottopelle, sottecchi. La violenza che le donne hanno subito dalla vita è sempre nascosta, sottotraccia nel cavo di un’emozione trattenuta, sotto un vestito o un monile, sotto uno sguardo. Quando la narrazione inizia di nuovo, vi è quindi quasi sempre una discesa nell’abisso.
«A volte la penso dolce, questa scalata all’inverso nel magma delle emozioni che si fanno organi e a volte desisto irretita dall’angoscia, dalla paura della tempesta di eventi sotterranei di cui ogni più piccola parte di me conserva gelosamente la memoria. Desisto per qualche ora, poi riparto, rimetto nel mio zaino le poche cose che servono per il viaggio nelle caverne del mio mondo fatato e riassaporo le bellezze dello scavo, l’eccitazione delle intense foto interiori alle scarpate, ai fulmini e alle voragini improvvise come in un soggiorno di altri tempi in alta montagna o al centro del pianeta, in cui l’andare riguardava il percorrere quel sentiero in cui riscattare quel lumicino di speranza nascosta fino a renderlo fuoco con il legno delle prove già superate e risolte».

L’uso dei feticci nella narrazione
D’altronde, le profondità possono essere anche rassicuranti: come scritto nell’Introduzione, sostanzialmente il definirsi, portare allo scoperto i propri pensieri e desideri farebbe imboccare alle protagoniste la strada di un conflitto che in fondo sembrano temere più dell’invisibilità.
Altra conferma si trova in quel rivolgersi a feticci, metafora della solitudine: pianeti, fantasmi, animali.
E come si esce da questo tetro cul-de-sac? Spesso non se ne esce affatto, sembra quasi che a volte anzi ci si compiaccia di questo crogiolo di sofferenza come fosse l’ennesima conferma di un teorema scontato quasi quanto quello di un Pitagora, a meno di non giungere a compromessi dolorosissimi, con se stesse, con il proprio uomo, con i propri sogni. O se ne esce con atti radicali e inconsulti, ma non meno difficili, perché asportare o curare un arto in cancrena prevede comunque un percorso incerto e quindi l’assunzione di un rischio. Non vi è comunque in vista per i personaggi del libro una facile assoluzione, né è raggiungibile, attraverso il loro narrare in prima persona, lo stato di quiete e il punto di vista del narratore onnisciente che a volte prende il controllo e che fa pensare al puparo di un teatro di marionette.
Materia scivolosa e costante dunque, quella trattata, e certo non nuova agli schermi della letteratura e a quelli della saggistica a sfondo psicanalitico. Ecco allora che in cerca di originalità, su quel crinale su cui si muove la narrazione e di conseguenza anche l’autore che cerca di tenervi dietro, a volte si rischia di incespicare, per esempio su un lirismo a tratti ossessivamente marcato, che va sistematicamente a caricare gli incipit.

Una molteplicità di tecniche e registri
«L’hanno vista per la strada vestita di gocce di aurora. I capelli, lunghi e sfibrati, non sfioravano neanche la punta delle sue delusioni, intercettavano solamente, con uno sforzo estremo, il pallore della luna manifestandone, stanchi, i riflessi. Il rosa del suo foulard s’innescava lento in mezzo ai sospiri degli occhi, occhi veri inaspriti dal sole d’inverno, dalla visione di tutte quelle brutte cose che non si raccontano». Questo brano è rappresentativo di quel che si vuol sottolineare.
A meno che…
A meno che però, non sia voluto espressamente cercare incipit dal tintinnio cristallino e trasparente per accentuare il contratto grottesco con le situazioni descritte nel prosieguo, dove il cristallo non tintinna e anzi è prima offuscato dal male subito, e poi a volte si infrange nel dramma dell’incomunicabilità e dell’assenza di speranza e redenzione.
A meno che le protagoniste abbiano in fondo un’unica via di salvezza che sta proprio nel potere terapeutico della parola, della narrazione e del lirismo, cioè della parola che suona, che risuona nella vita.
Vi sono indubbiamente nei racconti le tracce di varie tecniche e registri, ma si sente anche il Dna di un’unica voce che cerca di mimetizzarsi, indossando delle maschere: questo non paia in contrasto con la dichiarazione iniziale dell’autrice che parla di «storie vere». In fin dei conti una buona maschera è spesso più reale del reale.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 176, settembre 2020)

Monili, trame e rivoluzione: su Dire Fare e Scrivere ho scritto qualcosa su Roberto Gervaso

 

Seppur consapevole dell’impersonalità che conviene a un articolo giornalistico, mi sembra doverosa una premessa personale in cui a parlare saranno i ricordi e le impressioni: Roberto Gervaso era una persona speciale che non si prendeva mai troppo sul serio. Fu giurato in un premio di poesia che vinsi, ricordo con piacere quel momento e l’incoraggiamento che ne ebbi. È quindi rivolto a questo pensiero che ho letto la sua ultima opera, La regina, l’alchimista, il cardinale (Rubbettino, pp. 282, € 14,00), romanzo storico ambientato nella Francia di Luigi XVI: una lettura piacevole, con un ritmo e uno stile che tanti autori hanno smarrito, in favore di narrazioni assai più muscolari e invasive che fanno spesso sembrare questo genere piatto e monocorde con la scusa di modernizzarlo.

Gervaso foto


Eppure questo libro narra di uno dei periodi più esplosivi della storia, quando «dietro la sontuosa facciata, la miseria, la rovina, l’imminente sfacelo, il sovversivo caos. La Francia del superbo Luigi XIV non era che un ricordo. Il suo corrusco dispotismo s’era stemperato nell’assolutismo crepuscolare dei successori. La corona perdeva ogni giorno una gemma e il trono non era ormai che una fragile e vulnerabile scranna. La monarchia, la gloriosa monarchia capetingia, aveva i giorni contati».
Il libro si può ben leggere come un’opera di prosa. In effetti la prima parte introduce uno a uno i protagonisti dell’opera, i cui percorsi di vita sono destinati a intricarsi in un nodo di grande complessità e drammaticità. Vite contorte le loro, a due facce, come ancora oggi accade a certi vip. Molte occasioni pubbliche e poi una intrinseca e a volte indecifrabile fragilità e oscurità. Per ognuno di essi magistrali pennellate, quasi percorressimo l’austero corridoio di una prestigiosa quadreria.
Maria Antonietta Giovanna di Lorena, arciduchessa d’Austria, «regina, frivola, spensierata, impulsiva, pur se conscia della propria regalità, cercò e trovò, almeno in apparenza, sfogo e sollievo nei divertimenti: pranzi, balli, feste mascherate, partite a carte, teatro, escursioni. Ai doveri di sovrana antepose i piaceri di donna, pur se di donna votata, suo malgrado, a una mortificante castità».

  Gervaso
Luigi Renato Edoardo de Rohan, elegante e raffinato principe della Chiesa il quale «non aveva bisogno di presentazioni. Il suo nome era dovunque pronunciato con rispetto; la famiglia era tra le più ricche e influenti, a Parigi come in provincia». Il principe cade in disgrazia con la corte e la regina per i molti errori nel gestire gli ambiti incarichi ricevuti e le sue folli spese, necessarie a soddisfare non la ragion di Stato o le relazioni diplomatiche ma solo e soltanto le sue tre passioni: i giochi, le feste e l’alchimia.
E poi Giovanna de Saint-Rémy de Valois de la Motte, la grande orchestratrice, seduttrice e truffatrice, il primo motore di tutta la storia, colei che era favorita più da «Minerva e da Mercurio che da Venere».
Per ultimo citiamo Cagliostro, il principe dell’occulto, già protagonista della penna di Gervaso, venerato da Rohan al punto da considerarlo il faro e l’ispiratore di ogni sua azione, nella speranza che questi lo potesse anche concretamente aiutare, con la sua magia e la sua saggezza, a rientrare nelle grazie della regina. Ma per quello, come si vedrà leggendo il libro, non sarebbe bastata nemmeno la pietra filosofale.


Un preziosissimo monile al centro della storia diventa metafora di tutta un’epoca


E sì che la vicenda ruota intorno a qualcosa di affatto oscuro, anzi assai splendente, chiarissimo, sfavillante. Un monile. E che monile, fatto da uno dei gioiellieri più famosi e stimati dell’epoca, Boehmer. «Il monile, infatti, consisteva in tre fili di magnifiche pietre (575 secondo alcuni, 593 secondo altri, 647 per altri ancora) ornati di quattro pendenti, in ognuno dei quali erano incastonati cinque giri di diamanti. Duemilaottocento carati, per l’astronomico costo di un milione e seicentomila lire (oltre venticinque milioni di euro di oggi) rateabili».
L’arte di Gervaso e la bellezza del libro sta tutta in questa parola: incastonare. Infatti la storia si dipana sotto le nostre dita con fine cesello tecnico allo stesso modo di quei giri di diamanti perché l’autore è un gioielliere della parola. Non c’è passo del racconto che non sia ornato dalla luce di una fine e pungente ironia, che poi nasconde invece un più vasto ragionamento sulle vanità umane e un sostanziale stupore nel palesarsi di come tutti, ognuno vittima della propria ambizione e delle proprie bramosie, uomini e donne in gioco nella storia, indossino dei paraocchi che fanno loro vedere soltanto ciò che vogliono vedere, conducendoli a dolorose conseguenze. Umano, molto umano dunque il comportamento di colui che «ha voluto, e vuole, autoingannarsi» perché alla fine il mondo inesistente creato da un raggiro, da una truffa, può essere assai più seducente di quello reale.

Una manipolatrice subdola ma di corte vedute


Certo, la capacità manipolatoria di Giovanna è eccezionale: la si vede giocare a scacchi con le vite altrui, soprattutto con quella di Rohan («Di lei, lui non aveva capito niente; di lui, lei, tutto») ma anche (e perfino) con quella della regina. Ma detto così, sembrerebbe trattarsi di una storia scontata, dove il cattivo è cattivo e i raggirati sono degli ingenui e benpensanti poveracci: i personaggi invece si animano nella storia di tutte le sfaccettature che ce li restituiscono autenticamente umani. Giovanna alla fine fa ciò che fa cercando una compensazione per una vita e una giovinezza non facili; allo stesso modo si è portati a credere che Rohan, così bramoso di una vita irreale dove, offrendo la preziosa collana alla regina ne sarebbe divenuto il Primo ministro e l’indispensabile consigliere, non avrebbe potuto che cadere in qualche raggiro, se non prima, sicuramente poi.
Ma a ben vedere per tutte le parti in causa in questi accadimenti vale quello che l’autore, superbamente, scrive per Giovanna «Tattica geniale, fu una pessima stratega». Fa lo stesso effetto di un epitaffio, giusto? Insomma, quel che vogliamo dire è che non sempre un romanzo funziona perché vi è un personaggio che spicca e primeggia, forgiando la storia; a volte è vero l’opposto, come in questo caso, dove la storia appassiona e si legge in un soffio proprio perché tutti gli attori del racconto sono in fondo in fondo meschini, di corte prospettive, concentrati a vincere una battaglia e mai la guerra. O forse è il momento storico, schiacciato tra i tempi che furono e l’ascesa prepotente della borghesia, che proprio non consentiva una visione di lungo periodo, ma solo un gretto carpe diem.
Il libro è prezioso perché si presta a varie chiavi di lettura e questo non stupisce, viste le vette raggiunte da Gervaso nella narrazione di fatti storici. Ma vi è anche una gradevolissima lettura sociologica, che ben mette in evidenza quanto fatti apparentemente minori siano in grado di scatenare, o di contribuire a innescare, grandi cambiamenti. L’affare della collana, mal gestito dai regnanti, infatti non resta confinato tra le mura dei tribunali, ma diventando di pubblico dominio, mette in luce le debolezze di tutto un sistema di potere e di una monarchia divenuta debole e insipiente. Non solo, spacca l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, fornisce una fonte di lavoro pressoché inesauribile a legali, scrittori, moralisti.
E alla fine, in un sistema in piena criticità e incapace di punire, sarà la vita (e la storia) a metterci una pezza. Naturalmente in un modo tutto suo, che lasciamo al lettore scoprire. Al destino d’altronde, come a Gervaso, non manca il senso dell’ironia.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 175, agosto 2020)