Scrivere in punta di fioretto: pensavo fosse amore invece era una penna

Bargagli

Scrivere di punta. Le schegge di saggezza di Piero Bargagli

Massimiliano Bellavista

11/03/2020

Sono il bagaglio a mano della letteratura.  In cappelliera questo bagaglio ci sta sempre, basta al limite spingere un po’ per farlo entrare. Se i massicci romanzi storici o le smisurate epopee familiari sono l’artiglieria pesante della Repubblica delle Lettere, gli aforismi ne sono il fioretto, l’avanguardia e più di frequente la retroguardia. Leggeri e maneggevoli ma, visti i tempi, decisamente e in tutti sensi, virali, sono l’iniezione di adrenalina salvavita contro il morso della depressione culturale. Una iniezione dove spesso per la verità a tanta adrenalina si mescola anche una buona quantità di serotonina, sotto forma di ironia e sarcasmo.

Ma è un genere, se non proprio da specie protetta come oggigiorno è la poesia, quantomeno minacciata, vista che ciò che prima si condensava piuttosto comunemente in libri e pamphlet, sovente pubblicati in forma anonima o sotto coloriti pseudonimi, ma comunque pubblicati, apprezzati e condivisi, adesso si disperde nei social, e spesso scade in volgarità gratuite o magre invettive, allontanandosi così dal gusto del lettore medio. Chi sa scrivere buoni aforismi oggigiorno? Si contano sulle dita di una mano.
Flaiano era uno che con gli aforismi ci sapeva davvero fare e, constatando questo stato di cose, avrebbe fatto spallucce. Sul Corriere della Sera di esattamente cinquantuno anni fa scriveva: “La crisi della cultura. C’è sempre stata: Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l’inglese”. Quindi smettiamola di preoccuparci e godiamoci un sommerso autore di interessanti aforismi, riflessioni e salaci poesie condensate in scarni libretti che lui definiva Schegge. A suggerire il titolo al loro autore fu Prezzolini, che in una recensione disse Queste sono schegge di saggezza, sarebbe anche un bel titolo.  E così accadde.

Questi libretti escono uno dopo l’altro, in un periodo relativamente breve, dal 1977 ai primi anni Ottanta, in poche copie che subito vanno esaurite e hanno grande successo. Le citava Prezzolini, le citava di frequente Montanelli. John Rame, caposcuola del pop-snob, ne è il disincantato autore. Chiaramente, si tratta di uno pseudonimo. La Elena Ferrante del caso altri non era che il Marchese Piero Bargagli, senese, poi trasferitosi in Svizzera, a Lugano.  Alla fine degli anni Ottanta, del personaggio fuori dagli schemi si innamora Maurizio Costanzo, all’apice del successo con il suo Show. Ospite regolare del Teatro Parioli, questo personaggio non più giovane attira l’attenzione della televisione con le sue “Schegge di Saggezza”, libretto dove sono raccolti e condensati tutti i suoi colpi di fioretto. E di nuovo torniamo all’inizio di questo articolo: nella prefazione alle Schegge del 1992, pubblicato un anno prima che Bargagli morisse, è lo stesso Prezzolini a dire che Una delle malattie di tutta la letteratura italiana dai Siciliani a D’Annunzio fu la sovrabbondanza e lo spreco di parole. I nostri poeti, pochi esclusi, furono sovrabbondanti, ed io reagii fin da scolaro con risa, beffe, caricature e contraffazioni. Quando il Bargagli mi regalò questi suoi preziosi minuscoli prodotti, ora in versi ora in prosa, ma sempre di proporzioni da biblioteca delle formiche lo riconobbi come un compagno e spero d’essere ricambiato.

Ancora Flaiano gli farebbe eco, prendendosi gioco di capolavori che oggigiorno hanno i minuti contati e invocando per la letteratura nostrana l’avvento di uno stile concreto e asciutto, alieno da zavorre intellettuali e barocchismi, si potrebbe anche dire più spontaneo e genuino, visto che alla fine Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura (il Taccuino del marziano). Scrive Bargagli: Pensare è inutile,/ agire molesto/discorrere superfluo,/credere assurdo,/amare ridicolo./Nascere vessatorio,/mangiare istintivo,/scopare rischioso,/crepare definitivo/tutto quanto ovvio.

Bargagli è anche capace di accostamenti sorprendenti L’insonnia e la stitichezza sono strette parenti; l’una e l’altra sono conseguenze del vizio principale dell’uomo: l’impazienza (che è poi impazienza di morire). E la miglior cura è la pazienza. Aspettate tranquillamente di addormentarvi sdraiati nel letto: il sonno verrà. Aspettate serenamente di liberarvi seduti sul cesso: qualcosa verrà. Insonnia e stitichezza sono anche ottime amiche della cultura. L’attesa va confortata da buoni libri, con notevole vantaggio mentale.

Ma non è finita qui: nel 1991 c’è un attore e regista famoso che decide di fare un film tutto improntato ad una riflessione sull’amore e sulle sue conseguenze, un film-aforisma, a cominciare dal titolo Pensavo fosse amore e invece era un calesse. Massimo Troisi in questo film cita Bargagli. Si dice spesso che di riferimenti letterari sia intriso solo il suo ultimo film, il Postino, ma non è vero. Anche in Pensavo fosse amore, ci sono letteratura e filosofia. Soprattutto aforismi memorabili in stile Bargagli. La storia ruota intorno a due personaggi, Tommaso e Cecilia, lui gestore di un ristorante, lei di una libreria. All’inizio del film, nella libreria a Cecilia chiedono di un libro di cui si è sentito parlare in TV (forse si allude proprio allo show di Costanzo) e in particolare di una frase, in esso contenuta: Non bisogna amare per amore ma per schifo, perchè l’amore finisce ed è una delusione, anche lo schifo finisce però è una soddisfazione. Cecilia quella frase la riconosce subito e dice che si tratta del Matrimonio di convenienza del Marchese Piero Bargagli scritto sotto lo pseudonimo John Rame.

I due, Cecilia e Tommaso, si amano, ma arrivano sempre lì lì per sposarsi e poi non ne fanno niente: alla fine il film si chiude con loro che si ritrovano in un bar, dopo le nozze mancate, ma non riescono, né riusciranno, comunque a vivere l’uno senza l’altro sia pure in questa forma ‘sospesa’. Lui le dice: Io, guarda, non è che son contrario al matrimonio, che non son venuto…Solo, non lo so…Io credo che, in particolare, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro. Troppo diversi, capisci? Un altro aforisma degno di nota. Seguono i titoli di coda. Bargagli avrebbe detto alla coppia di tirarsi su e di non abbattersi troppo. In fondo basta che ci sia l’amore, anche se somiglia più a un calesse. Nelle sue Schegge, a proposito del matrimonio dice: Il matrimonio è un contenitore dentro il quale la coppia chiude l’amore per conservarlo; di solito invece lo fa marcire.  Il Matrimonio è sovente un contratto economico; il che tuttavia non evita il fallimento.

E’ tempo di riaccendere le stelle

 

riaccendere le stelle

Il virus e i sommersi. È tempo di riaccendere le stelle

Massimiliano Bellavista

05/03/2020

Se la letteratura ha o dovrebbe avere una funzione terapeutica sia sul piano fisico che su quello morale, e può servire a calmare l’isterismo di massa di queste ore, è bene chiamarla in nostro aiuto. Questo articolo si propone di compiere questo esorcismo, richiamando voci più o meno sommerse che sono state capaci di trasformare le difficoltà in occasioni, l’isteria collettiva in occasione di bellezza. Cosa abbiamo da perdere? Al più ne ricaveremo qualche utile “suggerimento per la lettura” durante le quarantene. È infatti probabile che la letteratura, almeno quella italiana, debba alcune tra le sue più memorabili pagine proprio alle epidemie. Del resto, non mancano i precedenti ancora più antichi e illustri: le pagine di Lucrezio ad esempio, o quelle di Tucidide che descrivono la peste in Atene Dica pure, riguardo a questo argomento, ognuno, medico o profano, in base alle proprie conoscenze, quale sia stata la probabile origine, e quali cause ritiene capaci di procurare un siffatto sconvolgimento; io descriverò come (la pestilenza) si sia manifestata, ed esporrò chiaramente quei sintomi dai quali la si possa riconoscere, essendone informati, se colpisse di nuovo, perché io stesso ho avuto la malattia e ho visto gli altri soffrirne.

Qualche tempo fa, poco prima di passare a miglior vita, Camilleri andò in onda sulla Rai con le “Conversazioni su Tiresia” scritte da lui medesimo. Il suo scopo era riuscire a capire cosa sia l’eternità. Tiresia è certamente un personaggio enigmatico, tanto sommerso nella nostra cultura che talvolta nemmeno ne avvertiamo la presenza, e Camilleri aveva ben ragione a parlarne al grande pubblico. Ne l’Edipo Re di Sofocle, a Tebe infuria la peste e, ad un certo punto della storia, Edipo chiede aiuto a Tiresia, vecchio indovino cieco. Tiresia, tuttavia, si rifiuta, sostenendo che il suo vaticino potrebbe portare conseguenze ancora più funeste. Edipo e Tiresia si scontrano verbalmente con toni molto accesi finché l’indovino non riferisce che proprio Edipo è l’assassino che si sta cercando. Edipo naturalmente non gli crede. Ma questa è un’altra storia.

Nel suo monologo ad un certo punto Camilleri parla de “Le mammelle di Tiresia” di Apollinaire.  Era il 1917, e nel prologo di quest’opera racconta Et, sur le champ de bataille, afin de ranimer l’ardeur des combattants français, un capitaine s’écrie: «Il est grand temps de rallumer les étoiles». È tempo di riaccendere le stelle: una frase meravigliosa. Purtroppo Il 9 novembre 1918 Apollinaire moriva all’ospedale italiano di Parigi, sotto i colpi dell’epidemia di Spagnola, che tra il 1918 e il 1919 contagiò un miliardo di uomini, uccidendone circa venti milioni.  Anche per Federigo Tozzi la sorte fu la stessa: nel 1920 pubblica per l’editore Treves “Tre croci”, ma l’autore muore proprio il 21 marzo 1920 per una polmonite.

Quanto all’Italia, comunque per parlare di letteratura ed epidemie non occorre mica riferirsi solo al Boccaccio, dove nel Decameron è l’epidemia che imperversa in Firenze a fornire la cornice narrativa della storia. Ma di cornice, appunto, si tratta: Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo, quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa era stata inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvagie azioni e per correggerci. Era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario. A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi. Né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi (…). E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.

Un ruolo da protagonista l’epidemia invece la gioca ne “I promessi sposi” e nelle vicende milanesi di Renzo e Lucia.  La peste nera del 1630 colpisce non solo Milano ma tutto il Lombardo-Veneto. Ne “La Colonna Infame” Manzoni si riferisce a quella costruita sulle rovine della casa milanese di Gian Giacomo Mora, accusato ingiustamente dalla voce (isterica) di popolo insieme a Guglielmo Piazza di essere un ‘untore’ della peste stessa. Qui sorgeva un tempo la casa di Giangiacomo Mora ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630… è un sollievo pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa ma una colpa. (Alessandro Manzoni, “Storia della Colonna infame”).

E non è solo Manzoni a cercare di esorcizzare il male e trasformarlo in memento, in esortazione verso la razionalità: ci pensavano anche i bambini, dal Seicento, che dopo il girotondo si inseguivano cercando di toccarsi e dicendo “Ti ghe l’è, ti ghe l’è, ce l’hai, ce l‘hai!”, alludendo al contagio. Gli inglesi invece, trent’anni più tardi, a Londra durante la peste del 1665, cantavano una filastrocca che si conosce ancora: Ring a ring o’roses / A pocket full of/posies / A-Tishoo, a-tishoo / We all fall down!”. Si può dire che questo canto, nonostante le apparenze, non è meno disperato del primo perché il girotondo, in questo caso, non è un gioco, è piuttosto una specie di danza macabra, dato che in origine quella canzone era più che altro un modo per addolcire l’idea della morte nell’immaginario dei bambini. La morte era ingentilita dall’immagine della collana di rose, ovvero i mefitici bubboni che fiorivano prima attorno al collo, e da essa i bambini dovevano apprendere che non ci si poteva difendere, se non provando a riempire le proprie tasche e i propri respiri di erbe odorose (a pocketful of posies).

È singolare che proprio in quell’anno, il 1665, uno studente, peraltro considerato dal suo docente non molto brillante, decidesse di sfuggire al contagio isolandosi in quarantena nel Lincolnshire, una contea delle Midlands Orientali, presso la casa dove aveva trascorso l’infanzia, ovvero il Woolsthorpe Manor. Quello studente dedicò la sua lunga quarantena allo studio, ma ogni tanto doveva pur svagarsi e allora se ne andava in giro a passeggiare: nel 1666 – dopo uno di questi giri, si sedette sotto il suo albero preferito. Quando gli cadde una mela sulla testa, si dice che abbia iniziato a pensare alla gravitazione e al motivo per cui la Luna non precipitasse sulla Terra come la mela.  Che sia vero o no poco importa, fu comunque in quarantena che Newton, ecco il nome di quello studente, approfondì i segreti reconditi della fisica e dell’ottica. Ce ne saremmo accorti tutti, per primo il suo professore di Cambridge che, quando lo rivide finita l’epidemia, lo trovò così cambiato (in meglio) che gli offrì una prestigiosa cattedra universitaria.

E da lì si va avanti in una sequela di storie che si potrebbe allargare a macchia d’olio a molta letteratura europea e mondiale, proprio come un virus, ma stavolta benefico se serve a vaccinarci dall’ idiozia. Certo, il Thomas Mann de “La morte a Venezia”, non si può non menzionare: Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrato un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. […] Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria […] Il nord della penisola era rimasto immune; ma a metà maggio di quell’anno i terribili vibrioni erano stati rinvenuti a Venezia, in un medesimo giorno, sui cadaveri nerastri e scarniti di un mozzo di nave e di una fruttivendola. Fu imposto il silenzio sui due casi, ma nello spazio di una settimana erano saliti a dieci, venti, trenta, e per di più in diversi quartieri.

E nemmeno si può omettere il Camus de “La Peste” con la malattia metafora di ogni male, ma da cui di deve cercare di guarire perché è quello, il morbo morale, il più contagioso e insidioso, arduo da debellare. Il microbo è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. Gli fa eco il Saramago di “Cecità” dove un uomo alla guida della sua auto, mentre è in attesa che il semaforo diventi verde, all’improvviso non vede più nulla. È l’inizio di una epidemia dove però, a differenza di Camus, la metafora è più quella dell’indifferenza, del menefreghismo da cui è affetta la società: È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria.

E poi c’è tanta buona fantascienza, ovviamente. Su tutti, almeno per me, “L’ombra dello scorpione” (The Stand) di Stephen King, che inizia con la morte di quasi tutta la popolazione dell’America settentrionale a seguito degli effetti di un’arma batteriologica sfuggita al controllo dell’uomo: il virus, mutazione di quello dell’influenza è caratterizzato da un tasso di infettività del 99,4% ed un tasso di mortalità per gli infetti del 100%. Ma andando indietro nel tempo, come non ricordare il classico “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham con l’epidemia di cecità, tanto per cambiare, apre la porta ad una invasione di mostri verdi, o l’apocalittica pandemia di “Earth Abides” di George R. Stewart.

Cerchiamo quindi di pensare positivo e rilassarci, con un po’ di ottimismo: è tempo di riaccendere le stelle.

Bruna Sibille -Sizia, una storia affascinante e sconosciuta

bruna sibille sizia

 

Bruna Sibille-Sizia, il fascino di una voce sommersa

Massimiliano Bellavista

26/02/2020

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo nella mia testa sono comparsi un uomo e una donna. L’uomo ogni giorno prende un tram. Questo tram è il numero 28, che ogni giorno lo riporta fedelmente a casa a Campo Ourique. Quando ne scende, spesso gli gira la testa: I sedili del tram, intrecciati di paglia resistente e sottile, mi portano a regioni lontane, mi si moltiplicano in industrie, operai, case di operai, vite, realtà, tutto. Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita. La donna invece, in un’altra città e in un altro tempo, prende il numero 2, un tram di colore verde che spartisce il lungo viale come un vascello il mare. …le luci dei finestrini balenano/ come manciate di stelle/gettate sul rettilineo deserto. Anche per lei quel tram è un’abitudine quotidiana, che la accompagna negli ultimi anni della sua vita. Certo, si parla una vita più lunga di quella dell’uomo, e di un capolinea meno improvviso e inatteso. Ma si tratta pur sempre di un capolinea.

Quei due tram, il numero 28 e il numero 2, attraversano sferragliando il novecento letterario. Solo che uno è famoso, famosissimo, tanto che a Lisbona oggi per ogni turista è un itinerario immancabile: è il tram di Pessoa. Il numero 2 ha una storia ben diversa, anzi più che un tram sembra trattarsi di un Train de vie perché come nell’omonimo film non si sa bene per quel che lo riguarda dove finisca la realtà e cominci la fantasia. Quello è il tram di Bruna Sibille –Sizia, scrittrice misconosciuta di cui probabilmente nessuno di voi ha mai sentito parlare, anche se lo scrittore Tito Maniacco la definì con sicurezza La nostra prima e miglior narratrice in prosa degli anni Cinquanta, nonché, in assoluto la più rimossa della letteratura friulana in lingua italiana. Quei due tram sono metafore di tutta una vita. Una vita che per Bruna Sibille-Sizia da tanti, troppi anni, si svolge in direzione ostinata e contraria ad ogni successo, riconoscimento o anche solo momentanea gratificazione letteraria. E sì che la sua carriera di scrittrice era partita bene, subito dopo la guerra, con la segnalazione al Premio Viareggio e la stima di autori importanti. Ma poi quasi più niente. Una vita solitaria, ma non per questo isolata, anzi a tratti aperta al mondo e alle esperienze umane ma fatta di molti silenzi, su cui i frequenti colpi di un destino avverso hanno dato alla scrittrice innumerevoli e dolorose occasioni di riflessione. Così, visto che come spesso le è accaduto anche in questo caso nessun editore si è fatto avanti, a quasi ottant’anni stampa a sue spese un piccolo volumetto, un quaderno raccolto da una copertina di cartoncino bianco. Il libro, semplice nell’aspetto ma potente nei contenuti, non è in vendita, è per gli amici. Al centro il titolo “La pioggia sui vetri”. Al posto della sigla editoriale, il suo nome. È lei, come spesso le è accaduto, la solerte editrice di sé stessa. Insomma, nel 2003 esce un volume così scarno e semplice da parere una sorta di testamento. E forse, per certi versi, lo è.

La lirica ventisettesima senza titolo, come ci informa Martina Delpiccolo nel suo recente libro ‘Una voce carpita e sommersa’ dedicato proprio alla scrittrice, inizia così: Da quanti anni/viaggio in questo tram/numero due color verde…. E poi continua: Solo ora ho capito/che da tanti anni/viaggio in questo tram/inseguito dalla notte/frustato dalla pioggia/invaso dalle fogli secche/che turbinano nel vagone./sono il solo passeggero/tu sei il solo che al capolinea/attende questo tram/numero due color verde/che viaggia da tanti anni/per condurmi a te. Quel tram ha compiuto varie fermate, e l’autrice non le ha mai chiamate. Qualcuno, forse il destino, lo ha fatto per lei. La prima fermata la vede in un Friuli sconvolto dalla guerra: non fa in tempo a scendere dal tram poco più che bambina, senza il padre Gerardo, colonnello e decorato reduce di Russia internato in Germania dal ‘43 al ’45, che la sua adolescenza evapora tra atrocità e violenze fisiche e morali di ogni tipo. Diventa presto donna e partigiana, col nome di Livia. Scriverà: La mia vita esteriore/è una donna di ferro/La mia vita interiore/è una bambina che piange. E sarà sempre così, Bruna Sibille Sizia, apollinea e dionisiaca nelle stesse quantità, Livia, Sibilla e bambina e perciò in perenne tensione interiore. I bambini, a proposito, in un mondo normale dovrebbero andare a scuola e non recapitare messaggi ai partigiani. Ma la vita di quegli anni è tutto fuorché normale. Ma è scuola o manicomio? Nelle classi il compito e la Lutwaffe nel giardino!!!  – scrive nei suoi diari, minuziosamente tenuti forse per mettere in grado il padre, al suo ritorno, di colmare i vuoti temporali della sua forzata e lunga assenza.

Come se non bastasse nell’agosto 1944 arrivano in Friuli le sciabole dei cosacchi a cavallo, come usciti da un racconto di Salgari, ma di eroico hanno ben poco: sono i feroci mercenari dei tedeschi nazisti, quelli incaricati del ‘lavoro sporco’ contro la popolazione e i partigiani, in cambio di vaghe promesse territoriali riguardanti proprio il Friuli. E lei, Livia-Bruna. scrittrice del vissuto, si incarica di un lavoro ambizioso e doloroso: è infatti grazie a questa ‘letteratura del vissuto’ che tante figure umane altrimenti dimenticate arrivano tanto nitide ai nostri giorni. Partigiani, cosacchi, vittime, carnefici, luoghi distrutti dai bombardamenti. Tutto questo trova vita in romanzi di grande spessore, ma che non riescono mai editorialmente a spiegare le ali, a farsi conoscere.  Anche la Delpiccolo, nonostante uno studio di anni, non se lo sa spiegare fino in fondo.  Eppure si tratta di una scrittrice che vanta anche due importanti primati: è stata la prima ad occuparsi della storia dell’occupazione cosacca in Friuli durante la Seconda Guerra Mondiale, una storia particolare e che sarà ripresa con maggiore fortuna editoriale da Claudio Magris; ma fu anche la prima ad ambientare un romanzo nel Friuli del terremoto del 1976 (ne ‘Un cane da catena’).

La nostra scrittrice sommersa nelle sue opere tratta la materia sfuggente della morte in modo davvero peculiare. Senza mai cadere nella retorica o nel già sentito. In ‘Prima che la luna cali’, suo esordio letterario nel 1946 (qui il nostro tram letterario fa un’altra importante fermata), quando ha appena diciannove anni, premiato anche da Pier Paolo Pasolini, il racconto, messo poi in scena come atto unico, si apre con la vista di sette bare e sette cadaveri. Dentro le bare, dei non morti. Sono non-morti, sì, ma non sono affatto zombie: non sono solo soldati o partigiani che si sono anche uccisi l’un l’altro, ma c’è anche una donna. Narrano storie di guerra, ma anche di razza, terra, morte, vita, memoria, tempo, Dio. I sette morti sul palcoscenico sono irrequieti, si agitano, e non perché ci siano tra loro dei conti da saldare, su questo anzi riescono ad essere anche ironici. No, tra di loro va tutto bene. È che quei morti hanno ancora molto da insegnarci su come si è vissuto e invece si dovrebbe vivere, sull’insensatezza della violenza e della guerra, sul male e sul bene, sul valore della memoria. Ma c’è un termine per questo gioco per queste confessioni. Tutto questo il pubblico lo deve capire ‘prima che la luna cali’, perché è proprio la luna a tenerli in vita. C’è in quest’opera l’eredità dell’Irvin Shaw di ‘Bury the dead’, certo, ma ci sono molti aspetti originali e differenze notevoli rispetto a quell’opera.  C’è soprattutto la volontà, che ci sarà sempre nella scrittrice, di non fare tramontare la memoria e i valori della Resistenza perché la letteratura può essere un soffio di vita e la civiltà è come la brace. Soffiate, soffiate e tornerà ad ardere.

E poi, ogni scrittore in fin dei conti è un’impresa letteraria che lavora tanto a debito che a credito. Qualcuno ha fatto affidamento più marcatamente sull’uno o sull’altro aspetto. Nel caso della scrittrice friulana sono davvero molti di più i crediti. Se infatti da un lato nel volume della Delpiccolo si decifrano le influenze di altri scrittori e delle vaste letture della Sibille-Sizia sulla sua futura opera, dall’altro molto più eclatanti e affascinanti sono i suoi ‘crediti’. Se non ci credete, leggete nel volume quanto ‘L’armata dei fiumi perduti’ di Sgorlon sia debitore, non solo nei contenuti, ma anche formalmente in interi passi, del suo ‘La terra impossibile’, o di quanto debba alla scrittrice friulana il Magris di ‘Illazioni su una sciabola’. Ma sono altre ancora le fermate del ‘tram-vita’: una è rappresentata dal terribile terremoto che ha colpito la sua terra. Il terremoto è come la terza guerra mondiale, fa vittime, feriti, sfollati, alienati, dispersi esattamente come i combattimenti. Distrugge le case, che non si ritrovano più e, dall’orologio del campanile sono intanto ‘cadute’ le lancette dell’orologio. Qui l’emozione è forte e a chi scrive viene in mente un’angosciante teoria di orologi italiani dai quadranti fermi: 3.32 è il tempo che segnano le lancette della chiesa di Sant’Eusanio a l’Aquila, 3.36 quello dell’orologio del campanile di Amatrice, 4.50 l’ora segnata dal Palazzo Ducale di Castelpoto. E poi mi viene in mente il bellissimo passo scritto dal friulano Mauro Daltin ne ‘La teoria dei paesi vuoti’: la mia prima frattura, il mio primo orologio fermo è quello delle 21.03 del 6 Maggio 1976 (…) nacqui trentacinque settimane dopo, il giorno di Santo Stefano… Figlio del terremoto, così mi chiamavano le maestre delle elementari perché non riuscivo a stare fermo tra i banchi…”.  E da Portis si potrebbe idealmente andare a Tricesimo, dove il compianto poeta friulano Pierluigi Cappello, cui è stata intitolata nel 2018 la Biblioteca proprio della Tarcento di Bruna Sibille-Sizia, viveva in una delle baracche offerte dal governo austriaco ai terremotati.

Si trattò di un duro colpo per un popolo abituato alla certezza ed alla solidità del focolare e anche per la scrittrice, che per questa e molte altre ragioni ebbe una vita povera di soddisfazioni e anche di mezzi finanziari. E assai singolare e avara fu anche la sua vita dal punto di vista degli affetti se, poco dopo la sua morte, la sorella maggiore Silvana fa qualcosa che ha davvero del surreale: pubblica i suoi personali diari dei fatti di guerra. Ma non, come si potrebbe pensare, per collegare la sua memoria a quella della sorella o per tenerne viva la memoria, ma per affossarla, sostenendo che Bruna Sibille-Sizia fosse una sorta di millantatrice, che si fosse, letterariamente, inventata un’esistenza da partigiana ‘eroica’ e sopra le righe, quando la realtà era ben altra, e che per farlo avesse in pratica messo in ombra o addirittura ‘ distrutto’ la reputazione dei genitori e della sorella, sostenendo che a lei la guerra le scivolasse addosso. Basteranno per confutare queste illazioni le ottime e puntuali pagine della Delpiccolo. In questo, Martina Delpiccolo sembra davvero lei la sorella affezionata che la scrittrice non ha mai avuto: nelle pagine di ‘Una voce carpita e sommersa’ non si percepisce solo la cura di una attenta biografa, la competenza di una ricercatrice, la viva curiosità del giornalista che conduce un’inchiesta ma anche un sincero e affettuoso legame personale con uno scrittore sommerso, un legame che va oltre il tempo.

E poi il tram-vita arriva inesorabilmente al capolinea. Peccato, perché nel frattempo la voce della scrittrice ha acquistato un peso e una profondità straordinari. Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea, diceva Sbarbaro in un aforisma di ‘Fuochi fatui’. Bruna Sibille-Sizia sarà arrivata felicemente al suo? Non lo sapremo mai. Il capolinea, l’orizzonte degli eventi di una vita e ancor più della vita di uno scrittore è per definizione inconoscibile e invisibile agli occhi, forse anche per questo è così affascinante: come il silenzio, non lo si può nominare, pena il distruggerne la stessa esistenza. E torniamo al libretto con la copertina di cartoncino bianco del 2003, senza prezzo di vendita, che riporta delle magnifiche poesie. Anche queste fanno parte dei libri della scrittrice passati sotto il colpevole silenzio di editori e critici, salvo poche eccezioni. L’Autrice, lo si vede bene, non ne ha davvero colpa: nella sua vita c’era tutto quello che serve ad uno scrittore, talento, esperienza, originalità, costanza, carattere. Forse, provocatoriamente si potrebbe sostenere che l’unica ‘colpa’ dell’autrice è da ricercarsi nel nome. Nomina sunt omina, in fondo. E il suo riecheggiare le sibille fa pensare al mistero, al fatto che la letteratura per sue insondabili ragioni a volte ha bisogno di oscurità e silenzio proprio come i vaticini. Forse esistono storie ‘indicibili’, storie che devono, chissà perché e chissà come, continuare a stare tutte sepolte nel chiuso mistero di una vita. Sommerse.

Raffaello Brignetti: io nuoto da solo. Il destino singolare degli scrittori ‘di mare’.

raffaello brignetti

Il mare come Grande Esecutore. Raffaello Brignetti nuota da solo

Massimiliano Bellavista

12/02/2020

Nella letteratura italiana non c’è molto mare, nella testa dei lettori anche di meno a giudicare dall’infelice parabola di molti autori considerati ‘di genere’.  Insomma, facendo un’analisi sommaria, ma piuttosto realistica, se un sommerso ha anche l’avventura (la sventura) di parlare di mare nei suoi romanzi, il suo inabissarsi non è quello di un lento naufragio, bensì quello istantaneo di un filo a piombo. Il mare, se c’è, nella nostra letteratura è spesso un comprimario stereotipato e un po’ bonaccione, un pentolone di minestra riscaldata, una vecchia gloria dal respiro corto e ansimante sul cui passato sono tutti interessati e sul cui futuro incerto e travagliato si glissa o si fa anche dell’ironia. A chi verrebbe onestamente in mente oggi di associare il mare nostrum con il mistero? Con la storia con la S maiuscola, forse, o con il mito e la cultura, allora sì. Provate invece adesso a pensare alla letteratura anglosassone e a sostituire mare con oceano: ecco che un senso gotico di mistero e avventura comincerebbe a galleggiare sull’onda dei vostri pensieri. Conrad, Melville, Hemingway, tanto per citarne alcuni… Come mai? Ed è poi vero che i nostri scrittori il mare lo guardano da riva, mentre quegli inglesi o americani lo attraversano, fisicamente e con la fantasia?

L’Italia eppure è una Repubblica fondata sul mare. A parte il sigillo delle Alpi, poi da ogni cantuccio vi si arriva. Già lo testimoniava Salgari, che con i suoi celeberrimi romanzi prima elaborò una sorta di pedagogia del mare, ritenendo inconcepibile per la Marina italiana la sconfitta di Lissa subita dagli austriaci nella terza guerra di indipendenza, e dopo concepì un personaggio, Sandokan, che come è stato osservato da qualcuno somiglia moltissimo a Garibaldi. È che non risulta mica facile, parlare di mare. Non è solo questione di tecnica, o di fantasia. Il più delle volte, bisogna esserci vissuti accanto molto a lungo, in alcuni casi portarne negli occhi e nel cuore una esperienza traumatica. Prendete Stevenson. Per molto tempo per la sua famiglia è stato una pecora nera. Nel mondo di allora erano i suoi avi le vere star. Per ben due secoli infatti, la sua famiglia ha concepito in Scozia i più incredibili e sfidanti progetti di fari e anche lui fu avviato alla carriera di ingegnere (per i curiosi la ditta di famiglia ha operato fino agli anni Trenta mentre il Northern Lighthouse Board, istituzione per cui la famiglia ha lavorato, è ancora attiva).  Whenever I smell salt water, I know that I am not far from one of the works of my ancestors, scrisse Stevenson nel 1880.

Salgari invece, scioccato o forse disgustato della sua esperienza sui mari di casa, fuggiva con la fantasia verso i pelaghi esotici, ma chi l’ha detto che il nostro buon Mediterraneo non possa essere anche lui misterioso, beffardo e infido come i mari del Nord o gli oceani? La risposta la troviamo nei sommersi. Sì perché siamo stati capaci di dimenticare la maggioranza dei nostri scrittori di mare, quasi si trattasse di un sottogenere alla ‘velisti per caso’. E non è così. Raffaello Brignetti è nato sull’Isola del Giglio nel 1921, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza sull’Isola d’Elba. Come per Stevenson, c’era di mezzo un faro, quello dell’isoletta della Palmaiola, poco più di uno scoglio, dove vivevano in tre (oltre a lui il papà Angiolo e la mamma Biagina). È infatti al faro di Forte Focardo, dove suo padre lavora come guardiano, che passa la maggior parte del suo tempo. L’infanzia e la giovinezza furono di un arcipelago, tutto o quasi quello toscano, più che di una sola isola. […] I ricordi sono successivi – quando avevo sei anni? Forse meno – e la scena è di una spiaggia quieta, lunata, il Campese, con la torre e una brezza estiva dall’interno che sapeva di vigne, macchie e fieni; la brezza mi sottraeva e portava al largo una barchetta con la vela di carta.

Quando si laurea, dopo la guerra, lo fa con l’aiuto di un relatore un po’ particolare, Giuseppe Ungaretti, con una tesi sugli scrittori di mare, sia italiani sia stranieri, in cui parla anche di un altro sommerso, Vittorio Rossi, autore di pagine memorabili che invitiamo a leggere. Sarà Ungaretti, indubbiamente, a trasmettergli un forte lirismo, che impronta tante sue pagine successive. In effetti ci sono pagine in Brignetti che reggono benissimo il confronto con tutti gli autori più celebri che sul mare e di mare hanno scritto. Era sicuramente un maestro degli incipit. Due momenti importanti della sua carriera di scrittore, il Premio Viareggio nel 1967 e lo Strega quattro anni dopo, coincidono con due tra i più belli incipit della nostra letteratura, due autentici cavalli di razza.

Trapassava torpide onde; il sonno della notte sembrava rimasto nel mare, lui filava, con nuoto uniforme, correndo distanze calcolate sotto la superficie, nel giorno incominciato. Spuntava, respirava e subito il dorso appariva e spariva dietro il muso, brillava un guizzo di coda: il delfino andava, la lunghezza sott’acqua era uguale. Curvo emergente riappariva. Continuava, tagliava l’onda. Un grigiore lo circondava nell’aria, benché di equinozio, non ancora pienamente illuminata, e più nell’acqua dove l’onda al suo tuffo si richiudeva con riflesso per un momento verde ferro e pari appena dopo, spento, in ampio mare. (“Il Gabbiano Azzurro”, 1967)

Il primo fu un giorno forte e armonioso. La goletta andava, vele a dritta. Filava, il maestrale la inclinava: lo scafo si risollevava e intanto non aveva corso una parte; tornava, sotto il vento, basso sulla destra, risaliva, percorreva un’altra misura. Per un poco la schiuma era stata quasi pari al bordo; poi il bordo era tornato alto e la schiuma rotta, spersa nella scia e in questa subito cancellata, richiudendosi il mare. Il cammino proseguiva uguale e vario continuamente. (“La spiaggia d’oro”, 1971)

I suoi scritti assomigliano ai ricci di mare: ostici da prendersi, delicati da trattarsi, ma capaci di schiudere al loro interno un sapore che tutto il mare rappresenta e condensa. Se il tema prevalente della sua narrativa sarà, nella maggior parte dei casi, la vita marinara, questa in realtà è una metafora che si condensa in mistero, imprevedibilità e si esplicita in frequenti sconfinamenti nel fantastico alla Buzzati, o nel noir alla Poe. Basta leggere “Morte per acqua” per rendersene conto: le onde del mare di Brignetti non sono cronometricamente e meccanicamente regolate dalla luna, ma sono frutto e capriccio del caso, e questa distesa d’acqua apparentemente infinita vi svolge spesso un ruolo opprimente, capriccioso e claustrofobico che per la sua incomprensibilità ricorda Kafka e per la sua archetipicità talvolta anche la letteratura classica.

Insomma quello che si vuol dire è che ciò che contraddistingue questo scrittore dagli altri, italiani e stranieri, classificati come “di genere con a tema il mare” è che nei suoi scritti il mare non è la cartolina, ma il protagonista e al contempo il Grande Esecutore, il Leviatano, cioè l’attuatore tragico di un destino talvolta molto doloroso. Nel ‘61, a causa di un gravissimo incidente d’auto, Brignetti rimane in sedia a rotelle. Negli anni successivi, caparbiamente dedicati allo scrivere nonostante le molte menomazioni fisiche, vive ai piedi della Torre Medicea di Marciana Marina. Curioso che quella torre anticamente fosse essa stessa una specie faro, anche se di tipo un po’ diverso: infatti serviva per lo più ad avvertire otticamente gli abitanti dell’isola, e non i naviganti che le giravano attorno, di pericoli (a due gambe) che arrivavano dal mare.

Curioso anche per un altro motivo: anche il mare di Brignetti negli ultimi tempi si acquieta e diventa meno crudele, affidato a pagine dallo stile assai più contemplativo e introspettivo, come se anche la sua prosa fosse diventata soprattutto un faro rivolto verso l’interiorità piuttosto che verso un mondo esterno e sconosciuto. Speriamo che queste righe possano invogliare qualcuno a cercarlo e a leggerlo, perché il suo futuro non abbia a rimare con il desinit de “Il Gabbiano azzurro”, anch’esso a suo modo memorabile: “Annota il registro di veglia: «Scomparso all’orizzonte».” Insomma, sommerso.

 

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/il-mare-come-grande-esecutore-raffaello-brignetti-nuota-da-solo_2893.html

Nuovo articolo sui sommersi su Bottega Scriptamanent

bottega scriptamanent 1

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XIV, n. 149, febbraio 2020

Gli scrittori “sommersi”:
le vite e le loro opera

di Massimiliano Bellavista
Una ricerca dedicata ad autori dimenticati:
le motivazioni che spingono verso questa strada

«Naufragium feci, bene navigavi» (Ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere. Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano. Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.

Opere perdute, autori dimenticati
Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di Internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
La lista di questi naufragi è assai più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni solo per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Una ricerca verso il ricordo collettivo
Se però è vero che senza memoria storica nessun paese, nessuna società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato.
Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che ci proponiamo in questa rubrica è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo una personale sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i suggerimenti di tanti lettori, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su se stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 149, febbraio 2020)

Anna Banti e le donne, un nuovo articolo per i Sommersi

 

anna banti

 

Oggi, 07-02-2020

“Siamo così / È difficile spiegare / Certe giornate amare, lascia stare / Tanto ci potrai trovare qui / Con le nostre notti bianche / Ma non saremo stanche neanche quando / Ti diremo ancora un altro sì” è il testo di una famosa canzone intitolata Quello che le donne non dicono, del 1987. A sentire questa canzone Lucia Lopresti, in arte Anna Banti, autrice nel 1951 di Le donne muoiono avrebbe avuto un sussulto.  Purtroppo era morta novantenne due anni prima, nel 1985, non lontano dalla sua Firenze, e quindi non l’ha mai potuta ascoltare. Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico. Ripescarlo quindi, è d’obbligo.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, avrebbe sussultato perché avrebbe giudicato quei versi forse poco profondi e al contempo contradditori perché molto diversi ma anche molto sovrapponibili al suo modo di pensare, vedremo nel seguito di spiegare come mai. Con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da “donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna”; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni; quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi “fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo”.

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile. Per restare su temi di stretta attualità sanremese, qui non ci si pone né un passo avanti né uno indietro tra uomo e donna, come si vede, ma si vorrebbero compiere tanti passi, di civiltà, l’una accanto all’altro. Solo quattro anni prima era diventata una scrittrice conosciuta e apprezzata, per aver rievocato in un romanzo la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, figura adesso molto modaiola ma decisamente meno ai tempi della Banti, affermando che si trattava di “una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi”.

Parità di spirito si badi bene, prima di tutto e prima ancora che materiale, e su questo tema torneremo, perché le protagoniste delle storie della Banti sono al contempo archetipi e prototipi della nobiltà dell’animo femminile, e la scrittrice non si voleva far tirare per la giacchetta dal femminismo dei suoi tempi, mirava ben più in alto e ben oltre. È ambiziosa anche dal punto di vista strettamente letterario, visto che trova e scrive da par suo un punto di vista originalissimo su di un tema sui cui già ai suoi tempi si erano scritti oceani di inchiostro. Tutti e quattro i racconti della raccolta ospitano mirabili figure di donna che vi invitiamo a scoprire, ma è del racconto che fornisce il nome al volume che vi vogliamo parlare, il quale è situato in un futuro assai lontano, nel 2617. Venezia è in rovine, ma a Valloria, città lacustre vicina, succede qualcosa di inatteso: un giovane studente accusa i sintomi di una strana malattia, che consiste nel ricordare cose di un tempo sconosciuto ai più. La malattia è assai contagiosa, ma colpisce tutti e solo i giovani maschi. Tutti si ricordano di infinite vite passate, trascorse in tempi lontani.

In breve si realizza che le donne sono escluse dal virus della ‘seconda memoria’, ma quando succede, la stessa non è più considerata (dagli uomini) una malattia, ma il segno dell’evoluzione naturale della specie umana e dell’immortalità del genere umano maschile. Gli uomini non muoiono più. Le donne sì. Gli uomini si ricordano con precisione tutte le loro precedenti vite, mentre le donne continuano ad essere condannate a viverne una e una soltanto. Questo fatto è foriero di gravi conseguenze a breve e lungo termine: “Fra poco tutti gli uomini della terra avrebbero goduto la certezza di rivivere, di perfezionare le loro predilezioni, le loro doti, in un futuro senza posa rinnovato, mentre le donne si sarebbero trovate oscure ed effimere come farfalle notturne, incapaci di oltrepassare un termine che, al confronto, sembrava imminente come l’alba del condannato a morte”.

Gli uomini cui de facto, non si sa come non si sa da chi, è stata regalata l’immortalità perdono presto ogni interesse alla conservazione della vita e iniziano a considerare la morte una pura formalità. I due universi si separano, le differenze diventano un abisso incolmabile. Gli uomini si dicono che tutto sommato era inevitabile (in fin dei conti si trattava della conferma palese di un pregiudizio nei confronti delle donne che albergava già nei loro cuori), e si rallegrano della loro sorte, che non li pone più in relazione obbligata con esseri che giù consideravano intellettualmente e fisicamente inferiori.  Le donne lasciano compagni, mariti, fidanzati e si rifugiano in ghetti, spontaneamente e nella totale indifferenza degli uomini. Ma essere immortali ha il suo contrappasso. In questo mondo che si è fatto asettico, solo le donne conservano la pietas, la compassione, l’amore.  Nelle loro comunità, che ricordano gli antichi conventi ma dove si tramanda non tanto un sapere manoscritto ma uno spirituale ed emozionale fatto di arti, poesia, pittura, musica, circondati da un vero e proprio medioevo morale, le donne conservano il ‘culto della finitezza’, quello del valore delle relazioni, del tempo, in un’ultima analisi della vita: “Avidamente innamorate del loro breve soggiorno terreno, facevan tesoro di ogni attimo, prolungandolo in echi tanto profondi quanto parsimoniosi”.

Passano molti anni e un giorno d’estate del 2710, Agnese Grasti, una giovane musicista che proprio in quell’istante sta scrivendo una difficile partitura in una di quelle comunità di donne, realizza oltre ogni dubbio di essere stata contagiata dal virus.  In breve ne ha la conferma; è la prima donna ad avere inspiegabilmente conquistato la seconda memoria. Ma questa sua consapevolezza è presto seguita da una più intima e profonda: è sicura che ne potrà fare un uso assai più utile e proficuo di quanto hanno fatto gli uomini con lo stesso dono. Il resto degli avvenimenti descritti nel racconto è semplice quanto per certi versi a prima vista controverso e inspiegabile: Agnese si rifugia in un albergo e dopo una settimana di riflessioni e travagli interiori torna dalle compagne, consegna loro il diario di quei suoi ultimi incredibili giorni e si suicida. Perché? Forse perché il racconto è un racconto a chiave e niente di quel mondo distopico descritto in realtà è vero, nemmeno il virus: gli uomini sono vittime da decenni di un’orrenda allucinazione, ma sono ancor più vittime della loro stessa presunzione, che non li ha fatti dubitare nemmeno per un istante che la ‘seconda memoria’ fosse un fenomeno irreale.

Le donne invece hanno saputo mantenere il contatto con la finitezza e la realtà della condizione umana, hanno saputo preservare nelle loro comunità quello che ancora può identificare gli uomini come tali. Ponendo fine alla sua vita ma lasciandone questa volta una memoria non illusoria, ma scritta e tangibile, Agnese, l’unica contagiata, impedisce che quell’allucinazione collettiva contagi le altre donne. Non solo, anzi più importante di tutto, in questo modo la protagonista traccia una via in cui saranno le donne stesse e solo loro a salvare il mondo (e gli uomini) dall’annullamento, prospettando a tutti una via diversa e assai più proficua di quella distruttiva della ‘seconda memoria’ per raggiungere l’immortalità. Tale via passa necessariamente dal coltivare l’accettazione della propria condizione e di quella degli altri, poiché dove non c’è accettazione c’è necessariamente l’insorgere di un pensiero gretto e stereotipato che poi è l’anticamera di tante forme di violenza sociale. Ma comporta anche credere nel rispetto, nella relazione tra diversi, nell’amore, nel dubbio e nella la conoscenza senza mai ignorare la finitezza della condizione umana, ma anzi superandola insieme, passo dopo passo. Niente di scontato quindi, come si vede, nella produzione letteraria di questa scrittrice, anzi un modo diverso, insolito, al contempo complesso e provocatorio, di parlare di temi ancora assai controversi e attuali.

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/anna-banti-e-le-donne-che-muoiono_2892.html

 

Roberto Ridolfi e l’acqua del Chianti, un nuovo articolo che ho dedicato ai sommersi

ridolfi

Sulla sovraccoperta de “L’acqua del Chianti” di Roberto Ridolfi edito nel marzo 1981 si scrive che «Sulla prosa di Ridolfi sono d’accordo tutti, da Montale a Emilio Cecchi. Indro Montanelli, sul Corriere della Sera, ne scrisse di queste pagine, terse, senza una sbavatura, saporose d’antico e pur modernissime, non c’è rimasto che Ridolfi a saperne scrivere». Non solo: il Dizionario della letteratura italiana contemporanea, nel 1973, lo indica come «uno dei prosatori più limpidi della nostra attuale letteratura». Ma di lui si sa ormai poco, e, se di Ridolfi, discendente di una delle più nobili famiglie fiorentine, capita di leggere qualcosa è essenzialmente per via della sua monumentale opera di storico. E qui viene la questione che anima questa puntata dei sommersi: L’acqua del Chianti, che raccoglie alcuni elzeviri di Ridolfi comparsi in quegli anni sul Corriere, è stata per chi scrive una rivelazione, il preciso indicatore che, negli ultimi trent’anni, sottacqua c’è finito non un autore, sulla opportunità del cui naufragio potremmo anche tranquillamente sbagliarci, ma tutta una fetta prestigiosa della cultura italiana. E questo, ci pare, è un dato oggettivo. In altre parole, dov’è finita quella illustre tradizione di scrittori e giornalisti capaci di firmare quel tipo e quel livello di elzeviri? È forse finita come la setta dei poeti estinti? Con il termine ‘elzeviro’ si allude ovviamente al famoso articolo di apertura della Terza pagina, riservato in via esclusiva agli scrittori affermati e alle loro libere riflessioni, all’eccellenza e all’eleganza delle loro parole e della loro scrittura.

Tutti questi scritti avevano nomi caratteristici. Emilio Cecchi coi suoi ‘Pesci rossi’ e Montale con le sue ‘Farfalleo leVariazioni’, poco sopra citati, furono insigni elzeviristi, lo fu anche Papini prima di loro con le ‘Schegge’, mentre quelli di Ridolfi si chiamavano ‘Ghiribizzi’ o ‘Palinfraschi’; nel contesto giornalistico attuale se va bene per elzeviro si intende poco più che una recensione.  Umberto Folena, editorialista di Avvenire, in un volume recentissimo, del dicembre 2019, dell’elzevirista, ovvero di colui «cui è permesso discettare un po’ su tutto con garbata ironia», dice apertamente che «Il problema, non da poco, è che oggi gli elzeviri non si scrivono più. È pura, favolosa archeologia. L’elzeviro come divertita divagazione, un andare felicemente a zonzo tra fatti e idee seguendo l’estro, tra giochi di parole e spunti brillanti senza mai prendersi troppo sul serio… alla fine il lettore si ritrova con un sorriso sulle labbra e qualche piccola idea in più nella zucca». Già, un problema davvero non da poco, che testimonia un evidente decadimento della nostra cultura. Eppure il libro che abbiamo in mano è solo del 1981.

Gli elzeviri si aspettavano, si leggevano con impazienza, si criticavano aspramente: sembra di parlare dei dinosauri, se si leggono in questo libro le pagine dedicate al modo con cui Ridolfi dialogava con i lettori, rispondendo alle loro moltissime lettere. Dice a un certo punto: «Ci sono poi lettere a dir poco bizzarre: tanto bizzarre che, a prima vista, viene fatto di prenderle come corbellature. Per esempio uno della Riviera Ligure testualmente scriveva: Sono un assiduo lettore della terza pagina del Corriere, specie degli elzeviri. M’è entrata nella testa l’idea che qualcuna delle seguenti firme sia uno pseudonimo e che si tratti in verità di una sola persona: Carlo Laurenzi, Indro Montanelli, Roberto Ridolfi. Se è così, non sarebbe meglio che gli articoli portassero tutti la stessa firma?». Incredibile davvero concepire una lettera del genere ai nostri tempi, come pure è arduo prestar fede alle proprie orecchie laddove Ridolfi narra la storia peculiare di un suo affezionato lettore, per il quale «L’amico Corriere era scuola e vita; i suoi redattori e i suoi collaboratori, anche se li conosceva soltanto di nome, erano per lui gente di casa».

Ecco l’antidoto all’oblio. Le parole, le parole senza cui non si pensa, non si può pensare, trovano in Ridolfi e nella sua prosa un rifugio naturale. Gli elzeviri insomma, a leggerli ora, sono delle autentiche riserve naturali per parole. Glielo aveva ben detto del resto anche Michele Prisco, altro illustre sommerso di cui presto ci occuperemo e già vincitore del premio Strega, che parlando implicitamente di Ridolfi senza mai nominarlo lo definiva sul Corriere come l’ultimo di una gloriosa stirpe, quella appunto degli elzeviristi, ma destinata certamente a soccombere vittima delle moderne ‘rivoluzioni culturali’. Così l’esimio scrittore del suo articolo «Se ne accorse subito. E di lì a qualche tempo […] accettò l’inattesa proposta d’andare in una grossa azienda provata ad organizzarvi l’ufficio stampa. S’impiegò». Parole profetiche quelle di Prisco, come oggi ben si vede, sennò nemmeno le citeremmo. Ma quanto al caso di Ridolfi, il nostro in realtà non fece mai quel passo e per orgoglio non mise ma in vendita la sua penna.

Ma veniamo al libro: Il primo capitolo, da cui ci viene il nome del volume, segue il magro corso della Greve, il suo costeggiare cautamente il colle di Percussina e lambire il poggio di Marignolle, ove l’autore risiedeva.  Poi alla Certosa di Monte Acuto il fiume riceve l’Ema, il fiume dantesco, in verità un fiumicello ‘alla mano’ come lo definisce Ridolfi e da quel momento fino alla congiunzione con l’Arno a Scandicci è un gustosissimo viaggio quello che dipana di fronte al lettore.  C’è un modo davvero diverso di descrivere i paesaggi chiantigiani, basti pensare ai paralleli improbabili e divertenti con il Nilo, con il Danubio o con il Po delle pagine di Bacchelli, accomunate a queste dalla presenza in entrambe di un mulino. Ma non finisce qui, più avanti si trova la sorprendente Pisa della giovinezza di Ridolfi, e c’è il Galluzzo, descritto in maniera davvero divertente nel susseguirsi degli anni e dell’urbanizzazione, smontando umoristicamente riga per riga e verso per verso le solenni rime del Pascoli «bramerebbe sempre il suo Mugnone/o il suo Galluzzo, in cui vivea mendico, dando per ogni bruco una canzone». Si descrive in altre parole l’effetto che i danni dell’espansione di Firenze e dell’industrializzazione hanno prodotto sul paesaggio, ‘sporcando’ al contempo paesaggio e memoria, e la parabola, racchiusa in due pagine, tutta tesa tra le rime dantesche dedicate al Galluzzo e il gracchiare di Canzonissima dai televisori è davvero esilarante.

Ma ci sono anche pagine di vita quotidiana dedicate ad eventi personali non belli «Non molte notti or sono, un valente manipolo di ladri forzuti m’ha scassinato la casa e sgomberato le stanze del piano terreno, portando via una grande, pesantissima tavola quattrocentesca, con lo stemma dei miei scolpito in altorilievo sui fianchi, e insieme ad essa altri mobili antichi ed altre stemmate anticaglie: erano i resti di un grande vascello che affonda, e quegli stemmi, la sua vecchia bandiera. Il danno è grosso, almeno per me; eppure tanto non me ne duole quanto dello scempio della mia biblioteca […] Più d’una settimana è passata da quella notte, ma ho voluto lasciare ogni cosa come i barbari l’hanno lasciata; sono rimasti i vuoti, sono rimaste le ferite nel legno, che pur dovrò prima o poi decidermi a far medicare; rimarranno per sempre quelle dell’anima. […] Da allora non sono stato più capace di aprire un libro, di scrivere qualche parola sopra un foglio se non finalmente queste di disperazione, forse di addio. Si direbbe che io avessi scritto finora a dettatura di questi libri ed essi, per l’orrore, si siano ammutoliti ad un tratto. […] Questa biblioteca ho vegliata quando avevo piena la casa di soldatacci tedeschi ed io, io solo, ero rimasto a vegliarla; le schegge d’acciaio sfrondavano gli alberi che la circondavano, piovevano sulla ghiaia del giardino, battevano sui muri esterni. Essa m’ha a sua volta vegliato quando, infermatomi gravemente, m’ero fatto portare tra i libri perché dove m’era piaciuto di vivere mi sarebbe piaciuto morire. Quelle giornate e quelle nottate sono forse il punto più alto e patetico del mio umano cammino. Insomma, qui ho goduto la pace, qui ho patito la guerra, e non soltanto le guerre dello spirito».

Insomma, questi e altri libri di Ridolfi, legati alla sua vita ed ai suoi elzeviri sono certamente degni di tornare a galla nella nostra memoria: del resto anche lui era ben conscio, quasi alla fine della sua esistenza, di appartenere ad un’altra epoca, più fortunata, della scrittura, rispetto alla imperante sciatteria attuale. Ma diceva anche che le mode passano, e fanno spesso dei giri su sé stesse, per poi tornare quando meno te lo aspetti al punto di partenza. Insomma, per concludere con le sue parole «Il mondo cambia e bolle ben altro nel pentolone: a chi lo dite! Ma non per questo dobbiamo diserbare i garofani di Sanremo…».

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Nuovo sommerso: Piero Chiara e il fico sull’incudine

toscana libri blog 1Uno scrittore ormai famoso scopre di essere malato di un male incurabile. Ha iniziato a scrivere molto tardi, a cinquant’anni suonati. Ha abbandonato l’Amministrazione della giustizia per farlo, dove lavorava come cancelliere, andando in pensione anticipatamente, anche perché vi aveva fatto poca carriera, ma molta esperienza nel senso che aveva letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti nel modo più chiaro possibile…mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare.

Negli anni di cui scriviamo è molto affermato per aver saputo scrivere, muovendo i passi dalla Luino della sua infanzia, di una provincia universale ed eterna, quella italiana: la più ricca di emozioni di sapore umano, come diceva. Nel frattempo ha curato edizioni e traduzioni e ha scritto davvero di tutto: articoli, romanzi, ben dieci, di frequente oggetto di fortunate trasposizioni televisive e cinematografiche, come accade per “La stanza del Vescovo” (1976), “Il cappotto di astrakan” (1978), “Una spina nel cuore” (1979) e tanti, numerosissimi racconti brevi. Ma sono proprio i racconti, evidentemente, ad aver lasciato la traccia più profonda e non tanto, o non solo, nei lettori, ma in lui. Sì, perché Piero Chiara, così si chiama lo scrittore, proprio ai racconti affida il suo testamento letterario. Decide di mettere a punto un’ultima raccolta nel 1986, quasi un epitaffio alla sua parabola letteraria, quando è ormai da tempo gravemente ammalato, pensando a un libro al contempo diverso dagli altri, ma anche a tutti gli altri profondamente uguale. I personaggi de “Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti”, sono pur sempre i personaggi di quella sua antica Luino, ma che, cambiati gli abiti in camerino, potrebbero tranquillamente tornare in scena ne “Le mille e una notte”, nel suo prediletto “Decameron”, o tra le pagine di autori a cui molto deve come Balzac e Maupassant. La provincia in lui è palcoscenico, set cinematografico e incubatore ideale del suo romanzare, improntato a un realismo tutto personale, ma soprattutto il luogo dove tanti piccoli fatti umili ma singolari si accumulano, come succede con gli smottamenti, creando il terreno per una intensificazione narrativa che esplode in esiti particolarmente felici proprio in molti dei suoi racconti, oggi largamente dimenticati e pochissimo ripubblicati. Colpiscono le sue parole, che appartengono ad una intervista del marzo di quel suo ultimo anno, il 1986: stentavo a riprendermi, da un serio intervento chirurgico e stavo molto male. Tre o quattro racconti li avevo già, ma gli altri li ho scritti ad uno a uno come i capitoli di un romanzo e ne è nato un libro che giudico diverso dagli altri. Via via che scrivevo affidavo ai miei personaggi l’ultimo senso della mia vita. Del resto, quando gli chiesero “perché il racconto?” lui rispose che bisognava invece chiedersi “perché il romanzo”, dato che è il racconto ad essere il genere narrativo per eccellenza: più antico, essenziale, immutabile ed ineliminabile, che segue la storia dell’uomo.
piero chiara
Ma torniamo al senso della vita, anzi all’ultimo senso della vita, che lo scrittore affida ai personaggi dei racconti. Dovrebbe trattarsi una cosa importante, soprattutto per uno scrittore. Ma che cos’è, di cosa si tratta davvero per un narratore che, come il nostro, a un certo punto dal treno quotidiano della vita è sceso, smettendo di fare il pendolare, mettendosi in ascolto, è lasciandosene letteralmente attraversare nella speranza di poterla svelare e sgranare come una spiga quella sua vita, salvo poi spesso prosaicamente ridursi, come invariabilmente succede, a spigolare avidamente ciò che rimaneva non mietuto sul campo? Ebbene forse quel tanto ricercato senso della vita sta tutto in un frutto. Il fico. Non si tratta della madeleine di Proust, ma un po’ gli somiglia, perché cristallizza il passato, catalizzando nell’autore una feconda ricerca di associazioni e di esplorazioni interiori.  Non sono le pere butirro de “La Cognizione del Dolore”, le pere immaginate da Gadda spiccate a metà ottobre che maturano repentinamente, nel corso di una notte, tra il 2 e il 7 novembre, ma ci si avvicinano per ambiguità e senso ferocissimo dell’ironia. C’è un racconto in quella raccolta che parla di fichi. È un racconto inconsueto, un mix di tecniche narrative diverse, un motore a due tempi. In un pomeriggio d’autunno del 1917, dovevano essere gli ultimi giorni di ottobre il frutto è al centro di un racconto in cui la madre, Virginia Maffei, osservando una drammatica copertina della “Domenica del Corriere”, dapprima appare molto preoccupata per le possibili conseguenze della disfatta di Caporetto; ma poi un postino amico del padre irrompe sulla scena e porta quattro fichi rubati fuori Luino, fichi tardivi […], i più saporiti quelli con la goccia. Lo scrittore li assaggia per la prima volta e ne rimane scioccato, disorientato, come se biblicamente assaggiasse il frutto dell’albero della cognizione del bene e del male: da allora seppi che esisteva un fico, dice.  Gli sembra di toccare dei rospi, delle rane o altro animale del genere, come la salamandra o il lumacone, tutte bestiole che mio padre, portandomi a spasso nei boschi e per le campagne, mi aveva fatto osservare. Rimane scioccato dal comportamento della madre che aveva dato tanta importanza a quei quattro fichi, quando aveva sotto gli occhi la Domenica del Corriere con tutta quella povera gente in fugaprosegue su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/piero-chiara-e-il-fico-sull-incudine_2881.html