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Un premio ben fatto e diverso dal solito

Ricollegandomi a quanto scritto negli ultimi post e incrociando le dita perchè tutto vada nel miglior modo visti gli sforzi notevolissimi prodigati dall’amica Laura Del Veneziano qui in veste di Presidente Consulta P.O., ecco un qualcosa dove lettere e sociale possono tornare ad avere un connubio, le une per illuminare in modo originale alcuni aspetti su cui l’altro, il sociale appunto, è bisognoso di attenzione. Qui il tema, caldissimo sotto molti aspetti assai poco retorici e invece molto pratici, è quello delle pari opportunità.

CONCORSO DI SCRITTURA : “O’PPORT’UNITA”
La Consulta per le Pari Opportunità del Comune di San Giovanni Valdarno, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale, in occasione del 25 novembre, giornata internazionale per
l’eliminazione della violenza contro le donne, bandisce la Prima edizione del Concorso di scrittura
della Città di San Giovanni Valdarno “O’pport’unità”.

Per l’anno 2020 il tema è la “CRISI COME OPPORTUNITÀ
In questo particolare momento storico che stiamo attraversando, è necessario individuare una
possibilità di evoluzione dove la crisi diventi opportunità per evolvere in positivo verso una società
ottimale dove siano riconosciute opportunità migliori per ogni essere umano (uomo e donna).
Il concorso si articola in tre Sezioni:

Sezione A: Fiaba riservata agli autori minorenni.
Sezione B: Racconto breve riservata agli autori maggiorenni.
Sezione C: Poesia riservata agli autori di qualunque età.
La scadenza per l’invio degli elaborati è il 31 Gennaio 2021.
I primi tre classificati di ogni sezione saranno premiati con la pubblicazione della propria opera in una Antologia dedicata al Concorso edita dalla casa editrice Setteponti, oltre ad altri riconoscimenti.
La premiazione è prevista per il giorno 8 Marzo 2021.
Per informazioni contattare via mail la Consulta per le Pari Opportunità all’indirizzo:
consulta.po@comunesgv.it
Per le modalità di invio e di partecipazione e per ogni altra specifica, si rimanda al Regolamento Generale e al Bando qui sotto

In evidenza

In-fine, c’è sempre un nuovo inizio

Chi come il sottoscritto tiene in piedi più vite e interessi diversi contemporaneamente, per poi constatare con sorpesa che tante volte non si tratta di compartimenti stagni ma solo di diverse modulazioni di un unico e convergente percorso di vita, non può che ricevere la mia incondizionata stima. Se poi si tratta di qualcuno che sa bene e ama applicare il suo talento a un progetto/i originali, allora il senso di stima si accresce ulteriormente. Credo sia questo il caso di Laura del Veneziano, che vive e lavora come psicologo psicanalista nel Valdarno aretino. Mamma di due bambini, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura, svolge attività di ricerca sui temi della psicanalisi, del femminile e delle relazioni umane, è stata già autrice nei mesi scorsi di qualche bell’intervento su questo blog. In-fine è un libro-esperimento che fa parte di una serie coraggiosa, è la raccolta di racconti che conclude il ciclo triennale di sedute di psicanalisi ‘impossibili’ con personaggi più o meno famosi e conosciuti (vedi Lasciami parlare (2018) e Lasciami parlareancora (2019). Anche stavolta il format è più o meno lo stesso: si tratta di persone, tirate fuori dalle loro storie, a cui viene data la possibilità di raccontarsi ad un immaginario psicanalista. Il filo che lega questi ultimi sette personaggi li colloca non necessariamente al capitolo finale delle loro vita; non siamo più in attesa del tragico epilogo toccato loro in sorte, quanto piuttosto in un momento forse ancora più complesso. Siamo nel punto esatto in cui per ognuno di loro sta per iniziare un cambiamento. Il mutamento ha ancora da manifestarsi, e tutto dipende da come ognuno di loro, a modo suo, deciderà di agire e di segnare così la sua strada. Ci troveremo ancora una volta catapultati in mondi fantastici, strani ed oscuri grazie ad Alice, Medusa ed Alcesti, attraverseremo celebri periodi storici guardando ai fatti con occhi diversi in compagnia di Cleopatra e Rossella, ci lasceremo affascinare dai segreti delle scienze con Marie, per arrivare alla fine di questo meraviglioso viaggio in compagnia di Laura. Il taglio di questo lavoro è però, anche leggermente differente rispetto ai due lavori precedenti: non necessariamente le donne che vi si incontrano si trovano sul bilico del loro epilogo finale, ma sono colte un po’ più precisamente in un momento di snodo, in cui la loro vita ha mostrato la via giusta per reagire a qualcosa, per cambiare strada, per crescere e migliorare.

Ma torniamo a Alice, una delle protagoniste del libro. Piena di nevrosi e strane inquietudini, prova a spiegarsi durante la seduta, a ‘tradursi’, sentendosi in bilico tra due mondi che sembrano avere regole fisiche e parole diametralmente opposte ma di cui lei rappresenta allo stesso tempo le contraddizioni e il punto di congiunzione. E l’anticamera psicologica tra questi due mondi è il lettino dello psicanalista.

In effetti, una volta passata nell’altro mondo, oltre alle due case di passaggio che di­cevo prima, ho avuto un sacco di strane avventure, e nes­suna di quelle avrei mai potuto prevederla, quindi, anche se quando le ho vissute in effetti mi sono sentita dentro a un nonsenso, e per molto tempo ne ho parlato come di sogni, poi a forza di pensare e ri-pensare ho capito che si tratta semplicemente di un mondo parallelo a questo. Ho tentato di spiegarlo a mia sorella, ma lei evidentemente non riesce a capire, ma con Lei forse sarò più fortunata.

Vede Dottore, nello stesso momento in cui noi adesso viviamo tutto questo, anche nel Regno delle Meraviglie e dello Specchio si svolgono dei fatti, quelli però sono liberi dalle regole che governano questa nostra vita. Le faccio un esempio: per restare fermi in un posto, là dobbiamo cor­rere. Oppure: per raggiungere un certo altro luogo prima dobbiamo per forza averlo superato. Io stessa ho dovuto fare proprio così, per ritrovarmi sulla collinetta insieme alla Regina Rossa. Dopo aver provato più volte a raggiun­gerla camminando verso di lei come sono abituata a fare, ho deciso di camminare all’indietro e Lei non ci crederà ma, in pochissimi minuti mi sono ritrovata sulla collinet­ta con Sua Maestà. Non lo trova meraviglioso? Io sì lo adoro quel mondo parallelo al nostro, è come se aprisse a infinite possibilità ogni volta. Non sai mai cosa aspettarti, ma stai pur certo che qualcosa accadrà. Qui nella nostra realtà, siamo inevitabilmente legati a infinite regole, sono interminabili, e si intrecciano tra loro. Di là invece tutto è imprevedibile, tutto può succedere perché ogni possibilità è lasciata libera di esprimersi. Io lo trovo fantasioso oltre che fantastico. Ecco, le faccio un altro esempio, stavolta con il linguaggio. Pensi per un attimo a tutto quello che ci circonda: sono le cose e per ognuna di loro noi usiamo al contempo i nomi delle cose e i nomi dei nomi delle cose. Forse un esempio concreto mi aiuterà a spiegarmi: noi ab­biamo il libro (cosa), la parola libro (nome della cosa) e il sostantivo che usiamo per indicare la parola libro (nome del nome della cosa), che poi è sempre libro. È come se si trattasse di una matrioska, ogni oggetto lo è nel linguag­gio. Mi sono messa a fare delle ricerche ultimamente, ov­viamente esiste una parola che spiega esattamente questo fenomeno: metalinguaggio. Ora non vorrei sembrarle im­pertinente, ma oramai il mio modo di ragionare funziona allo stesso tempo sia con le regole del nostro mondo che con quelle del Regno delle Meraviglie e dello Specchio, perciò mi scusi, ma non riesco proprio a trattenermi dal farle notare che se la parola metalinguaggio per noi ha il significato che ho poco fa provato a spiegarle, nell’altro mondo questa semplicemente potrebbe indicare allo stes­so tempo un linguaggio a metà o una meta nel linguaggio. Non le sembra incredibile? Trovo davvero affascinante questa particolarità della lingua: essa è tremendamente arbitraria, non trova? Ogni cosa di per sé è, nel senso che sta, si manifesta, ma diventa una nostra esigenza il fatto di darle un nome, solo per poterne parlare con un’altra persona ancora. Se non avessimo l’esigenza di dire il nome della cosa all’altro, non avremmo bisogno di dare nomi alle cose, è semplice! Perché mia sorella non comprende queste banali regole, invece di dirmi sempre che sto sol­tanto farneticando o sognando?

Faccio io miei migliori auguri a In-fine, sapendo che ogni scrittore è al contempo un pellegrino della parola e all’occorrenza ( in senso buono) anche un mentitore. La fine di questa storia è l’equivalente di una doverosa sosta ristoratrice dopo un lungo cammino. E’ importante capire quando fermarsi. Ma la mattina dopo sicuramente ci si risveglierà con ancora più voglia di camminare ancora, magari verso altre direzioni. Ma se anche poi volessimo tornare sui nostri passi, saremmo liberi di fare anche questo. Nell’interesse del lettore.

#ioraccontolungo nr 1: il romanzo aperto e partecipato. I primi contributi

 

giraffa

Ci siete? Ecco il primo contributo che porta avanti, in maniera originale , la storia tra LOGAN, SPYGIRL e BOMBSHELL. Con Laura Del Veneziano, aspettiamo altri contributi come questo!!! (se vi ricordate già la storia, basta che andiate all’ultimo paragrafo e troverete anche il nome dell’autore).

Giorno uno
Sono Logan, ed ero un uomo. Ora mi sento più un bozzolo in evoluzione verso non so che cosa, vivo come dentro ad un proiettile sparato dalla canna di un fucile e ho paura del mondo. La mia unica amica è Spygirl ma amo Bombshell. Pago Spygirl per essermi amica, pagavo Bombhell per dormire con me ma ora non più. Bombshell ora è lontana, bloccata in un’altra città che una volta era anche la mia. Anche Spygirl è lontana, ma meno. Questa sarà la prima pagina del mio diario. Il mio diario lo scriverò su un rotolo di carta, di quelli da disegno, per due buone ragioni. Primo perché me il mio diario me lo sono sempre immaginato così, secondo perché avere paura del mondo significa grossomodo soffrire di tutte le fobie esistenti messe insieme oppure di nessuna e così mi illudo che questo grosso e rassicurante rotolo sia infinito tanto quanto il tempo che mi ci vorrà a capire. La terza delle due buone ragioni è che me lo ha chiesto proprio Spygirl nella nostra ultima seduta. E a lei non so dire di no come invece dico spesso a Bombshell. Quando Spygirl mi chiede qualcosa avverto uno spasmo freddo qui, alla bocca dello stomaco. Ora Spygirl dice che questo rotolo può servire a specchiarmi di nuovo la mattina, ma riconoscendo l’immagine. In questi mesi di arresti domiciliari forzati ho solo nutrito lo stomaco, chiuso la mente e coltivato paure. Qualcuno ha lavorato per me, qualcuno ha pulito per me le strade di questa città che non conosco, lucidato la scrivania del mio ufficio, pagato le bollette, fatto la spesa. Non io. Ricordo una frazione insignificante del tempo trascorso a casa in questi mesi. Se monto le immagini mentalmente mi trovo davanti quasi solo una serie stroboscopica di albe e tramonti intervallate dal cigolio della porta del frigo che si apre e dal coperchio tazza del cesso che si chiude. Il resto si è perso, e non c’è più niente di continuo nella mia vita, ma un orizzonte latteo e poroso, e solo intermittenze e curve cieche sul mio cammino. Un uomo sceglie una casa come ogni nave prima o poi sceglie un porto. C’è un’anima da mettere all’ancora, un corpo da mettere al riparo. Io non mi ricordo nemmeno più esattamente perchè un anno fa ho scelto questa casa, e comunque ora non vi trovo pace. È come avere un vestito di due taglie più stretto. Non vale la pena neanche di farlo allargare. E Spygirl complice il lockdown nel frattempo mi ha anche cacciato dal nostro rifugio. Il suo bello studio accogliente che profumava di pelle. Un po’ quella delle sedie e del lettino, un po’ la sua.  Così oggi ho protestato.
Spygirl a Logan: Vede, lei non mi ha detto niente di strano. Una delle cose che più spesso mi è capitato di sentirmi dire in anni di professione è stato che entrare-  fisicamente nella stanza dell’analisi al mio studio è come entrare in un mondo parallelo, diverso. Le confesso volentieri un piccolo tratto personale: In effetti io conservo lo stesso ricordo della stanza della mia analisi. Così quando dopo qualche tempo dalla fine del mio percorso sono tornata a trovare il mio analista, che nel frattempo aveva trasferito lo studio, mi sono sentita strana, fuori posto ed ho sentito che la mia analisi personale, ormai conclusa, era in effetti al tempo stesso custodita nello studio precedente e gelosamente conservata dentro di me. Oggi dobbiamo accontentarci, capisce?  Ci aspetta un compito in più in questa assurda situazione di chiusura, un altro compito: dobbiamo trovare, pensare un secondo spazio che le permetta di continuare a lavorare con sè stesso, uno spazio diverso, non fisico, che in fin de conti, forse non può nemmeno preoccuparci troppo perché si tratta solo di uno spazio parallelo, temporaneo, il suo spazio interno. Spygirl mi dà del Lei, si irrigidisce che provo a darle del tu. Dice che io posso scegliere come rivolgermi a lei ma che continuerà a darmi del “lei” fintanto che non sentirà una necessità diversa. Sembra quasi me ne faccia una colpa ed ho impressione che voglia dirmi tra le righe che dare del “tu” attenua le sue capacità è come mettere la sordina a una tromba. Beh, e che c’è di male, a me piace Miles Davis.

Giorno due
Logan a Bombshell: Ti ho odiato perché hai riso dei miei peccati, ti ho amato perché mi hai aiutato a commetterne infiniti altri.  Poi, un giorno la corrente si è invertita, ed è diventato precisamente l’opposto. Sorprendentemente, ci andava bene a tutti e due così. Tutto è possibile in fondo, stasera al tramonto la luna piena si è ingoiata una striminzita falce di sole. Subito dopo, qualche mese fa, ci hanno tolto lo spazio come si tira via l’aria da un sacchetto. E in quel sacchetto non c’è più tempo, non c’è più aria né gravità.  E sono triste, impaurito, disperato perché io sono il messaggio e tu la bottiglia. O forse il contrario, in fondo non cambia. Non possiamo chiedere aiuto che insieme, ma non possiamo farlo insieme perché siamo dispersi su due isole diverse. Ho pensato spesso che la tua faccia fosse uno specchio. Ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce. Ho pensato che le tue braccia fossero una giostra per il mio corpo. Sono preda delle mie paure adesso. Posso sentirti, qualunque cosa ciò voglia davvero dire.
Penso che la solitudine sia una specie perversa di cecità. Non vedi che parti di te stesso, ma non vedi te stesso. E i sensi si amplificano tanto da far male. L’udito soprattutto. Un po’ l’olfatto. Tutto quello che hai lasciato in questo appartamento non profuma più, marcisce. Fiori, maglioni, frutta. Solo il gusto è diminuito. Non mangio più, prevalentemente bevo. Non dormo più, prevalentemente bevo. Provo ad alzarmi, mi affaccio alla finestra. C’è una fila ordinata di persone che cammina sul bordo del fiume e file più piccole fuori ai negozi. Il mondo è diventato un terrario. La mia vicina di pianerottolo è una formica rossa e grassa, è vorace. Compra, stipa la casa, produce spazzatura che pressa e getta con passo lento. Ho pensato che la tua pelle fosse una vela. Se la carezzavi, si tendeva. La carezza è un pettine per l’anima. Dopo è bella liscia e lucente.  Belli anche i tuoi massaggi, ora li vorrei, ma mi mancano più le carezze. La carezza sta al massaggio come un vino bianco fermo sta a un rosso corposo. Non si può iniziare con un rosso.  Se apro il pc, va tutto male. Il mondo dentro il pc è un acquario. Ieri ha chiamato il mio capo. Il mio capo è un grosso pesce rosso.  Non intelligente, ma in compenso con la bocca sempre aperta. Mi ha detto che il lavoro che avevo mandato era soddisfacente. Mi manchi. Forse ti amo. L.
Bombshell a Logan: Io non ho mai riso dei tuoi peccati e nemmeno ne ho commessi altri con te. Ogni uomo è un po’ acqua e un po’ sale: oltre un certo limite non si può aggiungere altro sale, perché l’acqua non lo riceverebbe e il sale non si scioglierebbe più. E così io non ho aggiunto nessun peccato alle tue maledizioni.  Anche io ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce, poi che fosse un aereo con un grande amo attaccato capace di pescarmi via da questo brutto orizzonte. Io non mi sento dentro ad un acquario o ad un terrario. Almeno là dentro ci sarebbe vita. Io mi sento dentro ad una di quelle palle di vetro con la neve di plastica.  Ti amo pressappoco lo stesso. B.

Giorno tre
Oggi ho chiamato Spygirl. Spygirl è un pesce particolare, una carpa koi. Non mi so spiegare perché la immagino così, non lo saprei proprio dire. La immagino nuotare placida nel suo studio, ora che non ci viene nessuno. Odio quando cambia quello sfondo del pc e lo fa ogni volta. E poi quando muove il braccio destro, il suo corpo si deforma. Se invece muove il sinistro, quello addirittura sparisce. Questa volta il suo braccio sinistro pavesato a festa e carico di vistosi bracciali spariva inspiegabilmente inabissandosi dritto dritto come un galeone spagnolo nell’acqua cristallina davanti ai Faraglioni di Capri. Doveminchiaèlamiastanza doveèlamiastanza doveèlamiastanza ilmiolettinolihaivendutimessiinsoffitta cazzodimmiqualcosaperfavore. Vorrei dirle. E invece dico buongiorno. Poi le ho raccontato un sogno, senza fermarmi. Una storia in un singolo lungo sorso.
Logan a Spygirl. Il sogno è questo. Potremmo dire che all’inizio il sogno sono quasi solo io. Io nel sogno sono vecchio e le tre canne di bambù sono ancora al loro posto. Appoggiate alla porta della rimessa. Anni fa erano la spina dorsale di magnifiche orchidee. Adesso sono solo canne coperte di muffa. In giardino c’è come odore di rinchiuso; c’è un’erba alta e vuota, gialla, ispida e secca come i miei tappeti: ha messo in ombra e soffocato il prato. Quell’erba è dello stesso colore del sole, che martella sulle tempie come un vino di poco prezzo, e soffrigge nelle orecchie assieme al sangue che, nonostante tutto, tenta di scorrere. Inchiodato Ad una sedia vedo le ombre infrangersi come onde sulla battigia di pietra serena della soglia. Quelle del giardino sono sempre più grandi ed invadenti, segno evidente delle molte piante che ho lasciato incolte. Quelle della casa non le conto più, tanto sono onnipresenti, rabbiose, invadenti. Quando si è vecchi si accendono sempre meno luci in casa. Così, con le tende tirate, nei giorni peggiori l’alba si confonde con il tramonto. Leggo, ascolto musica, parlo di me con me stesso. Nel parco ci sono molti alberi secchi, malati. E poi ci sono tre alberi danzanti, all’apparenza perfettamente sani uno accanto all’altro, che la malattia nella sua conta ha saltato. Adesso ondeggiano pericolosamente, perché sotto l’azione del vento non possono più appoggiarsi alle fronde dei loro vicini. Le tre canne di bambù non sono più al loro posto.  Vi è un giovane che le taglia con una lama affilata, di quelle così acuminate che scintillano. Le netta con uno straccio, le taglia in pezzi più piccoli con la massima cura. Poi le pulisce dal di dentro e vi pratica dei fori. Soppesa il lavoro fatto, sembra scegliere il pezzo migliore. Vi pratica un invito per le labbra e si mette a suonare. Mi guarda un po’ sorpreso come se dovessi conoscere tanto quel viso che quella nenia. Poi mi sorride senza pretese come se osservasse un bambino e mi accarezza il volto con una mano profumata. Gli chiedo di tagliarmi la gola di netto proprio mentre tramonta il sole e sale l’aria fresca della notte. Lo fa in silenzio, sento la sua mano sinistra sui miei occhi le sue labbra sulla mia fronte, il freddo pizzico della lama che mi sbarra il respiro.
Spygirl a Logan: Quando ha detto di aver fatto questo sogno? Che ne penserebbe se le dicessi che ho impressione che sia piuttosto un pensiero a metà tra sogno e veglia?
Logan a Spygirl: Si, è vero non l’ho sognato, non è un sogno. Ma vorrei che lo fosse
Spygirl a Logan: È comprensibile, saprebbe dirmi perché?
Logan a Spygirl: No, Non posso dirglielo. Perché in realtà c’è un altro sogno. Riguarda Bombshell
Spygirl a Logan: Il sogno che non vuole dirmi riguarda Bombshell?
Logan a Spygirl: Si. Quello che non voglio raccontarle, quello vero.
Spygirl a Logan: Ogni racconto che lei mi porta è comunque parte di lei e quindi è importante lavorarci, ecco perché non importa se non vuole raccontarmi il sogno su Bombshell. Le farò comunque una domanda sul suo racconto.
Logan a Spygirl: Cosa…
Spygirl a Logan: Chi è quel giovane che le taglia la gola?

*****

Giorno tre, notte (di Romeo Lucchi)
Non sono una star. Non sono al Roxy bar e non sto bevendo whisky, ma il fondo di una bottiglia di sambuca in un bicchiere di plastica, stropicciato e per giunta sporco di vino. Quando ero giovane c’ero stato al Roxy bar e non era come mi aspettavo. Il locale era piccolo. Entravi e c’era il bancone che prendeva tutto il lato sinistro. Niente tavolini. Questo è quanto ricordo, ma si sa i ricordi ingannano. Come la vita. All’inizio è piena di aspettative e a mano a mano che passa il tempo ti accorgi che riesci a collezionare solo fallimenti e di delusione in delusione ti convinci che nulla ha un senso. Ho cominciato a stilare un elenco delle fobie che ho coltivato in questi mesi. Forse lo farò avere alla carpa. Ci devo ancora riflettere. Per il momento mi piace riportare gli ultimi acquisti fatti su questa pagina. Paura di essere sporco. Non solo in senso fisico. Paura degli specchi, paura dei missili e delle pallottole. Di questo ne parlerò sicuramente a Spygirl perché temo che la forma fallica degli oggetti in questione potrebbe suggerire un disturbo più profondo di carattere sessuale. Paura della gravità. Non solo terrestre. Paura del silenzio, paura del rumore, paura di guardare in alto, paura dei numeri, paura dei polli, dell’aglio e delle amnesie… paura di perdere Bombshell. Ho sete. Voglio versare altra sambuca, ma è finita. Anche la canzone alla radio è finita. Il vuoto è enorme, voglio reagire, ma non ne ho voglia. Anche di questo voglio parlarne con la carpa.

Continua… scegli tu come, scrivi a redazione@toscanalibri.it e/o bellmaxi@tin.it

Questa la raccontiamo insieme, al via il contest #ioraccontolungo. Ecco l’incipit

Al via il contest #ioraccontolungo. Eccoci qui con 3 personaggi nuovi nuovi in cerca di una storia. Ma non di un solo autore, bensì di molti, potenzialmente infiniti. A quattro mani con Laura Del Veneziano (che ringrazio tantissimo per la sua disponibilità, la finezza nella scrittura e soprattutto….l’amicizia!) e con l’aiuto di Toscanalibri.it ci siamo confrontati con quanto di più difficile uno scrittore possa e debba fare: dare vita a dei personaggi, plasmarli dalla creta delle parole e poi… soffiargli dentro una voce, anzi di più, farli dialogare tra di loro. È l’inizio di un romanzo, di un racconto, di un diario? Non lo sappiamo, non sappiamo chi esattamente sia Logan e che rapporto ci sia con Bombshell. E Spygirl, è quello che sembra? E che ruolo giocano il sogno raccontato da Logan e quello che invece si rifiuta di raccontare? Col vostro aiuto, se vorrete, tentiamo un esperimento: date a turno un giorno di vita a questi personaggi, portando la storia da voi, con voi, dove volete. Pubblicheremo, ormai lo sapete, fedelmente i vostri contributi. Speriamo siano molti, speriamo che siano perfino molto migliori del nostro incipit.  Come finirà?

senza volto

Ecco l’incipit.Qui invece se preferite lo si può scaricare

Mandate i Vs contributi, se volete a bellmaxi@tin.it e a redazione@toscanalibri.it

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GIORNO UNO

Sono LOGAN, ed ero un uomo. Ora mi sento più un bozzolo in evoluzione verso non so che cosa, vivo come dentro ad un proiettile sparato dalla canna di un fucile e ho paura del mondo. La mia unica amica è SPYGIRL ma amo BOMBSHELL. Pago SPYGIRL per essermi amica, pagavo BOMBHELL per dormire con me ma ora non più. BOMBSHELL ora è lontana, bloccata in un’altra città che una volta era anche la mia. Anche SPYGIRL è lontana, ma meno. Questa sarà la prima pagina del mio diario. Il mio diario lo scriverò su un rotolo di carta, di quelli da disegno, per due buone ragioni. Primo perché me il mio diario me lo sono sempre immaginato così, secondo perché avere paura del mondo significa grossomodo soffrire di tutte le fobie esistenti messe insieme oppure di nessuna e così mi illudo che questo grosso e rassicurante rotolo sia infinito tanto quanto il tempo che mi ci vorrà a capire. La terza delle due buone ragioni è che me lo ha chiesto proprio SPYGIRL nella nostra ultima seduta. E a lei non so dire di no come invece dico spesso a BOMBSHELL. Quando SPYGIRL mi chiede qualcosa avverto uno spasmo freddo qui, alla bocca dello stomaco. Ora SPYGIRL dice che questo rotolo può servire a specchiarmi di nuovo la mattina, ma riconoscendo l’immagine. In questi mesi di arresti domiciliari forzati ho solo nutrito lo stomaco, chiuso la mente e coltivato paure. Qualcuno ha lavorato per me, qualcuno ha pulito per me le strade di questa città che non conosco, lucidato la scrivania del mio ufficio, pagato le bollette, fatto la spesa. Non io. Ricordo una frazione insignificante del tempo trascorso a casa in questi mesi. Se monto le immagini mentalmente mi trovo davanti quasi solo una serie stroboscopica di albe e tramonti intervallate dal cigolio della porta del frigo che si apre e dal coperchio tazza del cesso che si chiude. Il resto si è perso, e non c’è più niente di continuo nella mia vita, ma un orizzonte latteo e poroso, e solo intermittenze e curve cieche sul mio cammino. Un uomo sceglie una casa come ogni nave prima o poi sceglie un porto. C’è un’anima da mettere all’ancora, un corpo da mettere al riparo. Io non mi ricordo nemmeno più esattamente perchè un anno fa ho scelto questa casa, e comunque ora non vi trovo pace. È come avere un vestito di due taglie più stretto. Non vale la pena neanche di farlo allargare. E SPYGIRL complice il lockdown nel frattempo mi ha anche cacciato dal nostro rifugio. Il suo bello studio accogliente che profumava di pelle. Un po’ quella delle sedie e del lettino, un po’ la sua.

senza volto 2

Così oggi ho protestato.

SPYGIRL a LOGAN: Vede, lei non mi ha detto niente di strano. Una delle cose che più spesso mi è capitato di sentirmi dire in anni di professione è stato che entrare-  fisicamente nella stanza dell’analisi al mio studio è come entrare in un mondo parallelo, diverso. Le confesso volentieri un piccolo tratto personale: In effetti io conservo lo stesso ricordo della stanza della mia analisi. Così quando dopo qualche tempo dalla fine del mio percorso sono tornata a trovare il mio analista, che nel frattempo aveva trasferito lo studio, mi sono sentita strana, fuori posto ed ho sentito che la mia analisi personale, ormai conclusa, era in effetti al tempo stesso custodita nello studio precedente e gelosamente conservata dentro di me.

Oggi dobbiamo accontentarci, capisce?  Ci aspetta un compito in più in questa assurda situazione di chiusura, un altro compito: dobbiamo trovare, pensare un secondo spazio che le permetta di continuare a lavorare con sè stesso, uno spazio diverso, non fisico, che in fin de conti, forse non può nemmeno preoccuparci troppo perché si tratta solo di uno spazio parallelo, temporaneo, il suo spazio interno.

SPYGIRL mi dà del Lei, si irrigidisce che provo a darle del tu. Dice che io posso scegliere come rivolgermi a lei ma che continuerà a darmi del “lei” fintanto che non sentirà una necessità diversa. Sembra quasi me ne faccia una colpa ed ho impressione che voglia dirmi tra le righe che dare del “tu” attenua le sue capacità è come mettere la sordina a una tromba.

Beh, e che c’è di male, a me piace Miles Davis.

GIORNO DUE

LOGAN a BOMBSHELL: Ti ho odiato perché hai riso dei miei peccati, ti ho amato perché mi hai aiutato a commetterne infiniti altri.  Poi, un giorno la corrente si è invertita, ed è diventato precisamente l’opposto. Sorprendentemente, ci andava bene a tutti e due così. Tutto è possibile in fondo, stasera al tramonto la luna piena si è ingoiata una striminzita falce di sole. Subito dopo, qualche mese fa, ci hanno tolto lo spazio come si tira via l’aria da un sacchetto. E in quel sacchetto non c’è più tempo, non c’è più aria né gravità.  E sono triste, impaurito, disperato perché io sono il messaggio e tu la bottiglia. O forse il contrario, in fondo non cambia. Non possiamo chiedere aiuto che insieme, ma non possiamo farlo insieme perché siamo dispersi su due isole diverse. Ho pensato spesso che la tua faccia fosse uno specchio. Ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce. Ho pensato che le tue braccia fossero una giostra per il mio corpo. Sono preda delle mie paure adesso. Posso sentirti, qualunque cosa ciò voglia davvero dire.

Penso che la solitudine sia una specie perversa di cecità. Non vedi che parti di te stesso, ma non vedi te stesso. E i sensi si amplificano tanto da far male. L’udito soprattutto. Un po’ l’olfatto. Tutto quello che hai lasciato in questo appartamento non profuma più, marcisce. Fiori, maglioni, frutta. Solo il gusto è diminuito. Non mangio più, prevalentemente bevo. Non dormo più, prevalentemente bevo.

 Provo ad alzarmi, mi affaccio alla finestra. C’è una fila ordinata di persone che cammina sul bordo del fiume e file più piccole fuori ai negozi.

Il mondo è diventato un terrario.

La mia vicina di pianerottolo è una formica rossa e grassa, è vorace. Compra, stipa la casa, produce spazzatura che pressa e getta con passo lento. Ho pensato che la tua pelle fosse una vela. Se la carezzavi, si tendeva. La carezza è un pettine per l’anima. Dopo è bella liscia e lucente.  Belli anche i tuoi massaggi, ora li vorrei, ma mi mancano più le carezze. La carezza sta al massaggio come un vino bianco fermo sta a un rosso corposo. Non si può iniziare con un rosso.

Se apro il pc, va tutto male. Il mondo dentro il pc è un acquario.

Ieri ha chiamato il mio capo. Il mio capo è un grosso pesce rosso.  Non intelligente, ma in compenso con la bocca sempre aperta. Mi ha detto che il lavoro che avevo mandato era soddisfacente.

Mi manchi. Forse ti amo. L.

BOMBSHELL a LOGAN: Io non ho mai riso dei tuoi peccati e nemmeno ne ho commessi altri con te. Ogni uomo è un po’ acqua e un po’ sale: oltre un certo limite non si può aggiungere altro sale, perché l’acqua non lo riceverebbe e il sale non si scioglierebbe più. E così io non ho aggiunto nessun peccato alle tue maledizioni.  Anche io ho pensato che la tua mano fosse un cavallo veloce, poi che fosse un aereo con un grande amo attaccato capace di pescarmi via da questo brutto orizzonte. Io non mi sento dentro ad un acquario o ad un terrario. Almeno là dentro ci sarebbe vita. Io mi sento dentro ad una di quelle palle di vetro con la neve di plastica.  Ti amo pressappoco lo stesso. B.

GIORNO TRE

Oggi ho chiamato SPYGIRL. SPYGIRL è un pesce particolare, una carpa koi.  Non mi so spiegare perché la immagino così, non lo saprei proprio dire. La immagino nuotare placida nel suo studio, ora che non ci viene nessuno. Odio quando cambia quello sfondo del pc e lo fa ogni volta. E poi quando muove il braccio destro, il suo corpo si deforma. Se invece muove il sinistro, quello addirittura sparisce. Questa volta il suo braccio sinistro pavesato a festa e carico di vistosi bracciali spariva inspiegabilmente inabissandosi dritto dritto come un galeone spagnolo nell’acqua cristallina davanti ai Faraglioni di Capri.

Doveminchiaèlamiastanzadoveèlamiastanzadoveèlamiastanzailmiolettinolihaivendutimessiinsoffittacazzodimmiqualcosaperfavore. Vorrei dirle.

E invece dico buongiorno.

Poi le ho raccontato un sogno, senza fermarmi. Una storia in un singolo lungo sorso.

LOGAN a SPYGIRL. Il sogno è questo. Potremmo dire che all’inizio il sogno sono quasi solo io. Io nel sogno sono vecchio e le tre canne di bambù sono ancora al loro posto. Appoggiate alla porta della rimessa. Anni fa erano la spina dorsale di magnifiche orchidee. Adesso sono solo canne coperte di muffa. In giardino c’è come odore di rinchiuso; c’è un’erba alta e vuota, gialla, ispida e secca come i miei tappeti: ha messo in ombra e soffocato il prato. Quell’erba è dello stesso colore del sole, che martella sulle tempie come un vino di poco prezzo, e soffrigge nelle orecchie assieme al sangue che, nonostante tutto, tenta di scorrere. Inchiodato Ad una sedia vedo le ombre infrangersi come onde sulla battigia di pietra serena della soglia. Quelle del giardino sono sempre più grandi ed invadenti, segno evidente delle molte piante che ho lasciato incolte. Quelle della casa non le conto più, tanto sono onnipresenti, rabbiose, invadenti. Quando si è vecchi si accendono sempre meno luci in casa. Così, con le tende tirate, nei giorni peggiori l’alba si confonde con il tramonto. Leggo, ascolto musica, parlo di me con me stesso. Nel parco ci sono molti alberi secchi, malati. E poi ci sono tre alberi danzanti, all’apparenza perfettamente sani uno accanto all’altro, che la malattia nella sua conta ha saltato. Adesso ondeggiano pericolosamente, perché sotto l’azione del vento non possono più appoggiarsi alle fronde dei loro vicini. Le tre canne di bambù non sono più al loro posto.  Vi è un giovane che le taglia con una lama affilata, di quelle così acuminate che scintillano. Le netta con uno straccio, le taglia in pezzi più piccoli con la massima cura. Poi le pulisce dal di dentro e vi pratica dei fori. Soppesa il lavoro fatto, sembra scegliere il pezzo migliore. Vi pratica un invito per le labbra e si mette a suonare. Mi guarda un po’ sorpreso come se dovessi conoscere tanto quel viso che quella nenia. Poi mi sorride senza pretese come se osservasse un bambino e mi accarezza il volto con una mano profumata. Gli chiedo di tagliarmi la gola di netto proprio mentre tramonta il sole e sale l’aria fresca della notte. Lo fa in silenzio, sento la sua mano sinistra sui miei occhi le sue labbra sulla mia fronte, il freddo pizzico della lama che mi sbarra il respiro.

SPYGIRL a LOGAN: Quando ha detto di aver fatto questo sogno? Che ne penserebbe se le dicessi che ho impressione che sia piuttosto un pensiero a metà tra sogno e veglia?

LOGAN a SPYGIRL: Si, è vero non l’ho sognato, non è un sogno. Ma vorrei che lo fosse

SPYGIRL a LOGAN: È comprensibile, saprebbe dirmi perché?

LOGAN a SPYGIRL: No, Non posso dirglielo. Perché in realtà c’è un altro sogno. Riguarda BOMBSHELL

SPYGIRL a LOGAN: Il sogno che non vuole dirmi riguarda BOMBSHELL?

LOGAN a SPYGIRL: Si. Quello che non voglio raccontarle, quello vero.

SPYGIRL a LOGAN: Ogni racconto che lei mi porta è comunque parte di lei e quindi è importante lavorarci, ecco perché non importa se non vuole raccontarmi il sogno su BOMBSHELL. Le farò comunque una domanda sul suo racconto.

LOGAN a SPYGIRL: Cosa…

SPYGIRL a LOGAN: Chi è quel giovane che le taglia la gola?

 

#ioraccontobreve8. Ultima puntata (per ora)

Come si scrive un commiato in 100 parole?

Meglio usarne una sola, ma bella grossa: GRAZIE!!!

Ciao

Questa per ora è l’ultima puntata di #ioraccontobreve, la nostra fortunatissima iniziativa che ci ha permesso di fare la piacevole conoscenza di un sacco di persone e autori.

Però, prima di chiudere in bellezza, fatemi ringraziare Francesco Ricci, Riccardo Boccardi e Stefano Scanu per la loro diponibilità e cortesia (oltre al talento, ma questo lo sanno benissimo senza che glielo diciamo noi). Per parte mia, debbo ringraziare Simona Trevisi e Luigi Oliveto di Toscanalibri per averci creduto e per aver reso possibile la cosa.

Però però, prima di chiudere in bellezza fateci dire che siamo degli incoerenti di prima categoria: sì perché dopo aver sostenuto che raccontare breve fosse tutto, adesso dalla settimana prossima facciamo una inversione a U di proporzioni marziane e diciamo #ioraccontolungo o anche #questalaraccontiamoinsieme. O anche #lastaffettaletteraria.  (no, non stiamo seriamente bandendo un concorso per scegliere il nome di un concorso).

E sarà sfidante, molto sfidante perché abbiamo scritto a quattro mani con Laura del Veneziano un incipit (più di un incipit in verità) di una storia che vi chiediamo, con non più di una cartella A4 (alla volta se volete…) di portare nella direzione che vorrete voi! Cambiatele i connotati, assecondatela, stravolgetela, complicatela! Un romanzo aperto? Una specie. Un’opera aperta? Forse. Del resto lo sapete, no? È raccontare lungo che è la cosa di gran lunga più difficile. Noi lo abbiamo sempre detto.

Mandate tutto (appena vedrete pubblicato l’incipit) al solito indirizzo mail, ovvero bellmaxi@tin.it

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I tre racconti di questa settimana non sono particolarmente legati tra loro, lo ammettiamo. Ma uno ci ha colpito dati anche i fatti di cronaca di questi giorni. Vedere i giovani in piazza, organizzati per una vera manifestazione, credo la più autentica degli ultimi anni, ha attirato l’attenzione e il sostegno di molti.  Era da tempo, comunque la si voglia pensare al riguardo, che gente di 14-15-16 anni non veniva colpita a tal punto da un fatto di cronaca da prendere e manifestare. Alludiamo ai fatti di Minneapolis. Alludiamo a Kevin Tushe, studente liceale, che già ha partecipato due volte con successo a questa rassegna. Si vede la passione in quello che scrive.

floyd

SOGGIOGAMENTO

Il suo sguardo livido incrocia il mio, il suo respiro si fa sempre più affannato, man mano che il suo petto affonda sotto la pressione esercitata dall’agente, la stessa che mi opprime mentre rimango impassibile innanzi a tale orrore. Al collo quel giogo che lo umilia da secoli, le catene che cingono invisibili le sue membra, come un fardello che la vita gli ha arbitrariamente imposto. Perché America? Perché hai fatto credere che non valgono nulla? Perché li hai trattati come se il sangue sparso, raffigurato in rosso vivo sul nostro stendardo, non sia anche il loro? L’aquila non dispiega più le sue ali all’orizzonte, ma scruta dall’alto del suo nido l’eterna lotta per l’uguaglianza 

Quante volte avremmo voluto che i protagonisti tormentati di un libro, rivoltandolo aperto a testa in giù e scuotendolo ben bene, scivolassero nel mondo reale per godersi un po’ di tranquillità, un meritato riposo? Ma non è mica così semplice passare da una dimensione all’altra…anche per una ‘fuitina’ letteraria.

FUGA D’AMORE

Aspettarono di essere vicini l’una all’altro. Volevano cambiare il loro destino, fuggire e chiudere per sempre con le famiglie che si opponevano al loro amore. Si presero per mano e si aggrapparono a un punto di domanda, saltarono da un trattino all’altro, scivolarono su una virgola, aprirono una parentesi, si diedero un bacio, chiusero la parentesi. Proseguirono la loro fuga riga dopo riga verso la fine della pagina. Quando fecero l’ultimo salto non si voltarono. Fuori dalle pagine del libro però i loro corpi non avevano forma, non potevano esistere, cominciarono a svanire perché il loro era un amore impossibile.

  usciti da un libro

E poi a volte si perdono le parole, e non solo per amore…perché sopra non abbiamo riportato,l’autore? Perché è lo stesso del prossimo racconto, ovvero l’autore e attore Romeo Lucchi (che ringraziamo per il suo generoso apporto che vedrete anche nei prossimi giorni…’la tazza del Vate’ comunque ce la ricorderemo per un bel pezzo! https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/06/12/volare/ )

L’UOMO CHE NON SI CAPIVA

non ti capisco

Quando parlava era un disastro. Ometteva sempre il soggetto della frase, dimenticava pezzi della storia – più o meno lunghi – coniugava male i verbi e, cosa ancora più insopportabile, era un continuo ripetere e intercalare di mhmm…, eh…, cioè… In giugno prese parte a una rapina. Fu l’unico della banda a farsi pinzare. In commissariato gli chiesero di vuotare il sacco. Lui cominciò a parlare, ma non si capiva niente di quello che diceva. Credettero che volesse fare lo spiritoso e lo pestarono. Lo torchiarono per ore. Lui era sempre più criptico. Un duro, pensarono i poliziotti. E giù altre botte

Tutti i colori del tempo, tutti i colori di Laura

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato per #ioraccontobreve un racconto di Laura del Veneziano

Quel racconto ci aveva colpito molto perchè trattava, anzi esaltava il tema del dettaglio e del colore/non colore, e di quei piccoli spazi e anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si soffermava complice la quarantena, assai più di prima. (e si sofferma ancora, perchè tanto ora la quarantena non sta scritta nelle autocertifcazioni ma peggio ancora nelle nostre paure).

Il racconto si intitolava ‘Bianco’ e funzionava, essendo una introspettiva inversione tonale, come un negativo in fotografia: non poteva non lasciare la porta aperta a un positivo, cioè al racconto  che segue...

capperi 2

La pianta di capperi, le lucciole e tutti gli altri miei colori

Quando ero bambina, ero particolarmente affascinata dalla pianta di capperi, non da una pianta di capperi generica, ma proprio da quella pianta di capperi che, ai miei occhi,
inspiegabilmente cresceva sul muro esterno della casa di mia nonna. Mi si presentava alla vista ogni volta che, svoltato l’angolo dovevo salire le scale. Me la ricordo con estrema chiarezza proprio perchè la mia curiosità era attratta dal come. Come era possibile per una piccola piantina sbucare dal nulla in mezzo al grigio edificio? Come le riusciva di vivere rimanendo giorno e notte, attraverso le stagioni, abbarbicata ad un muro? Le sue foglie verdi, tondeggianti, regolari, di diverse dimensioni ma pur sempre in una composta armonia, attiravano la mia attenzione verso il centro della pianta, dove i fiori, che dal bianco sfumavano verso il fucsia e quasi il viola, mi piacevano da matti perché ostentavano una forza incredibile. La forza della sopravvivenza, di chi resisite incurante di tutto e di tutti, di che ci riesce sempre: quella pianta di capperi mi mostrava in tutta la sua essenza la capacità che oggi noi esseri umani nominiamo come resilienza, senza poi riuscire più di tanto a provocarla dentro di noi.
Fermo guarda eccone due, ce ne sono soltanto due”. E’ buio il primo giovedì di libera
uscita qui tra i campi intorno casa e l’idea di uscire fuori con i bambini per cercare le lucciole mi viene in mente durante la cena, guardando appunto il cielo che muta i suoi colori verso lo scuro.

Le lucciole, nelle mia memoria di bambina riempivano la natura ed il paesaggio intorno casa. Ne ricordo talmente tante, nelle calde notti di maggio! Quasi da poter suscitare spavento nel mio cuore infantile, per stranezza e sorpresa. Gialle, alternate, lucenti, illuminavano il nero scuro di quel buio che non poteva farmi paura, essendo io completamente padrona di quei luoghi.

A distanza di qualche decina di anni invece, qui ne vediamo soltanto due. Sono sufficienti per lasciarmi andare. Chiudo gli occhi. Il silenzio. Il vento caldo. Il mio respiro si nutre di una sensazione benefica ritrovata, rinnovata, inaspettata. Per qualche istante torno bambina a riscoprire dentro di me la gioia, la bellezza e il calore di una fanciullezza e di una vita meno in bilico di quella di questi giorni. Una vita piena, colorata di libertà. Che colore ha la libertà? Il colore delle nostre due piccole lucciole, poche, troppo poche, ma ben salde, nel loro tentativo di tenersi stretto quell’angolo di natura che abbiamo riservato a loro.

colori primari
Di mattina presto oggi ho deciso di dare una svolta a questi giorni, ed esco per una
camminata solitaria. Stare sola mi ha sempre dato conforto e continua a farlo anche adesso, che tutti, sono preoccupati della mancanza forzata di legami sociali. Il colore della solitudine mi si addice, perché è pieno intenso, vivo, mio, se dovessi dipingerlo sarebbe un blu immensamente profodo. Mentre procedo per le strade ancora un po’ sonnecchianti, mi accorgo che i colori della mia città sono cambiati, complici le pochissime persone in giro.

Osservo che il rosso dei papaveri ha invaso anfratti inaspettati e mi sorprendo di adocchiarli laddove non avrei mai pensato fosse possibile. A tratti il verde delle foglie degli alberi si lascia mescolare in tutte le diverse tonalità che questo colore vitale è in grado di offrire, per poi, all’improvviso, spostarsi per una folata di vento e mostrarmi un azzuro incredibilmente pieno: il cielo è di una limpidezza sorprendente.

Camminando sulla stradina sterrata, un sapore lievemente terroso si alza dai miei piedi e mi accorgo che anche il colore marrone sembra parlarmi e diffondere tutto intorno, nelle sue sfumature cangianti, la sembianze della vita che ha custodito gelosamente al caldo durante tutto l’inverno. Una domanda mi accompagna nel ritorno verso casa: è il sole che, come il resto della natura, si è ripreso il diritto di far risplendere di una intensità più viva tutti questi colori? O forse sono io, che adesso, da sola, mi concedo una diversa possibilità di guardarmi intorno, posando la mia attenzione su particolari che prima, la vita frenetica non mi permetteva di cogliere? Sono forse questi che solo adesso riesco a notare, tutti i miei colori?

Capperi

Il dubbio si scioglie quando decido di fermarmi a comprare la mia pianta di capperi.

Lasciami parlare…

Qualche tempo fa, con precisione nel 2018, al Pisa Book Festival una scrittrice si presentava con un libro assai particolare. Uno di quei libri originali ma anche necessari, perchè nati non solo dall’ispirazione, che è già tanto, ma dalle circostanze legate alla propria vita ed alla propria opera quotidiana, che è anche di più, come ben spiega in questa intervista, rilasciata proprio in quell’occasione. E quando la passione e la capacità si uniscono all’esperienza, non può che uscirne qualcosa di buono. L’idea che c’è dietro è quella di offrire a celebri protagonisti di opere musicali, teatrali, letterarie, ma anche a personaggi storici un’ultima occasione, un ultimo e irripetibile approdo psicoanalitico in cui raccontarsi prima dell’evento finale, la svolta del destino  che li ha consegnati alla storia e al nostro immaginario.

Quel libro era “Lasciami parlare…”, la scrittrice Laura Del Veneziano, nata ad Arezzo nel 1980. Laura vive e lavora come psicologo psicanalista nel Valdarno aretino. Mamma di due bambini, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura, svolge attività di ricerca sui temi della psicanalisi, del femminile e delle relazioni umane. Nel 2016 ha partecipato con uno scritto alla pubblicazione del saggio “Analityca- La passione della clinica” edito da ETS. Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera” “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente ha in preparazione altri lavori di scrittura.

Le abbiamo chiesto per Caffè 19 di abbandonare per un attimo il nuovo e di riportare in vita quelle atmosfere in questo scritto inedito, Le parole dei giorni strani. Giudicate Voi, ma ci sembra che ne sia valsa sicuramemte la pena. Grazie, Laura.

 

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Le parole dei giorni strani

Il silenzio è forse l’ovvietà che sorprende di più in questi giorni così difficili da definire, mi verrebbe di chiamarli semplicemente strani. Questa misteriosa entità ha avvolto le nostre vie e vite per giorni, ed anche nelle ore centrali della giornata era così forte da far tremare, aveva il sapore del vuoto e della mancanza.

Silenzio, vuoto, mancanza sono significanti potenti della nostra lingua, che ora tornano a risvegliare in noi, certe emozioni profonde, certe riflessioni sulla vita, sul suo senso e sul suo valore. Sono domande che non si quietano mai nell’essere umano e che non trovano silenzio dentro di noi, loro no. Nel silenzio dei giorni strani prendono vita i pensieri degli umani quelli belli e quelli brutti e vengono accolte la parole, quelle che sentiamo più difficili e che, in effetti, ri-escono meglio nel silenzio.

Parole come quelle che ho dato l’opportunità di esprimere ai miei personaggi in un immaginario studio di uno psicanalista e che, in questi nostri giorni strani fanno eco dentro me.

silenzio del veneziano
Poi mi riscuoto e il dolore e la sensazione di vuoto e di perdita più totale mi assalgono
sono le parole di Odile, la mia Odile che riflette sulla mancanza di poter essere se stessa. Per lei si tratta di vedersi soltanto come un corpo vuoto, servito al padre per i suoi scopi. E per noi? Non ci siamo forse sentiti invadere da questa stessa sensazione nelle lunghe ore di vuoto e di silenzio dell’altro? “Non ho appetito, non riesco a dormire perché tormentata dai miei pensieri: incubi, immagini spaventose si susseguono nei miei sogni. Vago per casa, per il giardino, senza un senso, senza una meta, lo faccio più spesso di quanto vorrei, non riesco a controllarlo, è come se fossi alla continua ricerca di qualcosa, come se, la mancanza incolmabile che mi accompagna da tutta una vita, adesso fosse insopportabile.” Queste sono le parole che nello scrivere i miei racconti ho scelto per Catherine, la protagonista di Cime Tempestose. Sono parole che spesso incontro nel mio lavoro, sono quelle che le persone, a volte usano, per dare voce al loro modo di sentire la vita. Sono pensieri che adesso ascolto un po’ più frequentemente e che necessitano della possibilità di essere accolti, in modo da poter uscire invece di restare dentro ad ingombrare l’anima.
Noia: la sensazione probabilmente tra le più gettonata del periodo, insopportabile ai più, poco compresa e vissuta spesso come terribile. In fatto di noia, certamente può aiutarci a riflettere Emma Bovary, maestra di noia: “Non provo niente. Niente mi scuote. Perché dovrebbe? Esiste qualcosa che potrebbe provocare ancora una qualunque reazione in me? È come se tutte le mie emozioni si fossero, improvvisamente, addormentate dentro, e io non le sento davvero più.

Difficile trovare parole più appropriate. Personalmente vado consapevolmente contro corrente, leggendo un lato positivo anche nella noia: se non avessimo mai la possibilità di annoiarci ci perderemmo tutta l’intensità che possono darci le cose che amiamo.

silenzio del veneziano 2

In effetti, la stessa Emma, può ricordare le cose piacevoli della vita, esattamente perché è in grado di provare la noia e questo le genera la mancanza: “Sono stata una ragazza sognatrice, ricordo con tristezza, nostalgia e distacco il tempo in cui fremevo e mi emozionavo, leggendo o ascoltando musica. Sognavo grandi passioni ad allietare la mia vita futura, come quelle che leggevo nei libri, le storie di donne amate, corteggiate, infinitamente desiderate e che vivevano vite lussuose e sontuose.” Leggere, ascoltare musica: si tratta in fin dei conti di espedienti, possono essere un tramite, un ponte tra i ricordi di un passato che ci sembra ormai troppo lontano e il futuro che rappresenta il sogno, il desiderio. Per poter continuare a desiderare a volte è necessario provare la mancanza e la mancanza in questi giorni può essere compagna della noia. Perché non provare a custodirla almeno fino a dove è tollerabile per darle una colorazione meno buia e viverla come ricordo di quello che è stato e, al tempo stesso, come preludio a tutto quello che verrà?
In questi giorni in cui si rincorrono, decreti, leggi, regole e norme da rispettare, può capitare di lamentarsi della nostra routine stravolta, appunto, da queste imposizioni. In questo tempo il mio pensiero è andato spesso a Gertrude, molto più conosciuta come la Monaca di Monza grazie al Manzoni. Ebbene sì, bisogna ammettere che l’assonanza tra i due momenti era piuttosto facile:“sono stata costretta ad una vita che mi sta stretta” faccio dire a questa donna. Insieme a lei la mia riflessione è andata a cadere su un altro tipo di costrizione, molto più vicino alle limitazioni a cui sono state sottoposte per secoli – ma in certi casi purtroppo ancora oggi ed anche in questi giorni strani – certe donne. Il suo racconto si snoda tra i momenti chiave che hanno dato l’impronta alla sua vita: “una vita limitata da rigide regole, scandita da norme, che non possono addirsi a tutte le donne, e di certo non a me.” Davvero si può pensare che una donna possa essere fermata da rigide regole? È di questo che si tratta?

Sono stata cresciuta ed educata in modo che per me fosse impensabile altra vita, se non quella del convento. Le uniche bambole che da bambina ricevevo in dono, portavano abiti monacali. L’idea che mi è sempre stata trasmessa è che una donna non potesse fare altro, se non la suora.” È’ possibile limitare una donna, la sua natura, la sua essenza? Come? E che succede quando ci si prova?

La storia ce ne ha lasciato grandi esempi e Gertrude stessa ci racconta la sofferenza con cui è andata incontro al suo destino, ingoiando lacrime amare, ma sentendo fino in fondo che la sua natura era un’altra e ritagliandosi un suo modo per viverla a pieno per quanto possibile.
Voglio concludere con una nota colorata. Vi capiterà, come capita a me, di passare sovente di fronte ad uno specchio in questi giorni strani: i capelli hanno ormai preso ogni libertà sulla testa, il viso forse è un po’ troppo segnato dalla mancanza parziale di sonno e da una tranquillità routinaria che vacilla. Non mi allontano subito da quell’immagine, resto qualche istante in più a guardarla, ed allora inevitabilmente è lei che mi viene in mente: Grimilde.

   del veneziano

La più bella di tutte in eterno, solo perché uno specchio – magico il suo – le diceva che lo era ogni volta che ne aveva bisogno. Perché una donna è bella? Certo che molto dipende dal gusto soggettivo di chi la guarda, ma fondamentalmente una donna è bella perché c’è qualcuno che glielo dice. Fosse anche uno soltanto in tutta la sua vita, ma è a quelle parole che una donna si attaccherà sempre per sentirsi bella. Grimilde allora, in tutta la sua originalità, ci insegna un nuovo modo di guardarci allo specchio. Guardiamo quell’immagine e cerchiamolo da sole il bello di noi, in quel riflesso, e pensiamo che quello specchio, anche se non magico, ci sta dicendo che la bellezza c’è dentro di noi anche adesso, in questi giorni strani, magari nascosta tra i capelli arruffati o dalle rughe che il trucco riesce a coprire poco bene. E se, come per Grimilde, accadesse che, un giorno, quello specchio ingrato e traditore dovesse farci notare che una certa “bambinetta sta crescendo e che potrebbe diventare molto, troppo bella” possiamo scegliere di cambiare specchio, perché sarà lui che “non dice il vero, invecchia troppo”.

 

#ioraccontobreve: i tre migliori della settimana

I racconti continuano ad arrivare inesauribili.

Oggi abbiamo tre ‘100 parole’ che si intrecciano perfettamente.

Iniziamo con un racconto d’Autore del nostro impareggiabile Stefano Scanu

Essere un’orca

orca

E in quel sogno ferino, il delfino si librava pelo pelo sull’acqua, sul buffetto di spumosa bianca che solleticava il dorso e le pinnuzze flaccide. Ebbro di fregole, rideva con la bocca-becco da bambino e gli occhi cinesi.
Nel dondolio maroso sognava d’essere un’orca assassina: mordeva l’acqua mentre le manuncole la schiaffeggiavano, la montavano a neve. Spettacolo di un candore più opalino della schiumetta su cui s’ardiva di volare, manco fosse un pesce-rondine. Ne avrebbe eseguite altre cinque almeno di queste piroette trasognate prima di risvegliarsi nella teca di vetro temperato, sotto lo sguardo sbalordito della scolaresca in gita all’acquario.

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Cosa ci ricorderemo di questi mesi? Come tipico di in trauma, e tutti certamente abbiamo vissuto e stiamo vivendo un trauma, per ognuno il punto di vista è diverso, come è diverso il senso che ci introduce in quella dinamica mentale.

Non c’è dubbio però che l’udito gioca un ruolo principe: pensateci bene, c’è forse un commentatore, giornalista o scrittore, che non abbia perlato del silenzio di questi giorni?

Ecco allora Mita Feri, senese, che si diletta di scrittura creativa e nella quotidianità si occupa di promozione culturale e turistica e di consulenza alle imprese per un’Amministrazione Comunale della provincia di Siena, raccontarci l’oro del silenzio

orecchio

C‘è un attimo perfetto prima della pioggia, quando la terra, turbata, freme come in attesa e accarezza l’oro del silenzio. Il silenzio è verità, serba le parole affinché non vadano inutilmente sprecate. Un po’ come fai tu quando assapori quell’assenza colma che ti riempe il petto, nella fiduciosa attesa del mio ritorno: un dono la tua mano calda, aperta a lenirmi fastidi e dissapori della quotidianità. La pioggia è generosa sulla terra, oscura il cielo, si moltiplica in tante fresche gocce: è dono d’amore. E come solamente l’amore sa fare, concepisce meraviglia, lasciando germogliare nuova bellezza e preziosa vita per l’eternità.

Mentre è la nostalgia del rumore il tema del 100 parole di Silvia Roncucci, autrice di articoli storico-artistici, saggi, racconti, scritti umoristici, romanzi, guide per ragazzi, che ha pubblicato due romanzi brevi, Non tutto è da buttare sul tema del ‘riciclo esistenziale’ e L’anno della morte di Kurt un romanzo generazionale ambientato tra gli anni Novanta e la contemporaneità. È in uscita il mio terzo romanzo, Solo per sentirselo dire. Fondatrice del Gruppo Scrittori Senesi, attualmente conduce la rubrica letteraria domenicale Liberi con i libri in onda sul canale Facebook e Youtube di Radio Epicentro. Ma la cosa più importante è che condividiamo con lei una sana e sincera passione per il pistacchio!!!

Nostalgia del rumore

Non state in mezzo alla strada, venite più vicini, il microfono è già al massimo, per favore non allontanatevi senza avvertire, la fila ai bagni pubblici non era prevista, questo clima infausto neanche, l’ingresso al Duomo si paga ma ne vale la pena, se non ce la fate a camminare aspettate seduti in piazza, il pranzo è tra un’ora, credete di resistere? Mentre cammino in una scenografia urbana deserta, quesiti, lamentele e pretese dei visitatori che sciamavano per Siena, ronzano nella mia memoria come una voce diventata cara solo dopo aver smesso di torturarmi le orecchie. 

silenzio

E poi c’è il tema del dettaglio e del colore, e dell’esaltazione di quei piccoli spazi, anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si sofferma gioco forza più di prima.

Ed ecco in questa linea il contributo di Laura Del Veneziano, psicologo, psicanalista, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura.  Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera”, “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente in preparazione altri lavori di scrittura. Segnaliamo il suo filone di ‘Lasciami parlare’ perché originalissimo e perché su questa chiave psicoanalitica torneremo sicuramente su Caffè 19.

BIANCO

bianco

Il colore è bianco, anche se minuscoli puntini di intonaco, visibili ad occhio nudo, ne interrompono imprevedibilmente la monotonia; la superficie è ruvida al tatto, ma questo è il senso che utilizzo di meno nei nostri riservati momenti di incontro. Mi ritrovo a fissarlo per ore e lo ritengo un regalo meraviglioso. In un contesto diverso, questo mio atteggiamento, sarebbe forse giudicato folle, mentre per me ha un autentico sapore di sopravvivenza. È quasi un sospiro di sollievo, il piccolo ritaglio di parete che mi si presenta alla vista in questi giorni: è il mio tempo, per pensare, scrivere, lavorare…