Domino letterario alla quarta puntata

Continua il nostro Domino Letterario che vi permette di assistere, stando a casa, a presentazioni a catena di libri. Per il quarto appuntamento Martina Delpiccolo, del cui libro avevo parlato io la scorsa settimana, propone la lettura di “La verità nello specchio e altri racconti” (primamedia editore) di Elisa Mariotti, una raccolta di 12 storie che

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restituiscono la fotografia di una società come la nostra in cui si disperdono, confliggono, parlano senza ascoltarsi, molteplici “io”. Clicca qui per il video.

Il libro – Quello di Elisa Mariotti è un libro nel quale la vita si rispecchia e si riconosce, anche se l’immagine che ne risulta è costituita in prevalenza dalla violenza (individuale e di gruppo), dalla maternità vanamente inseguita o negata, dall’incomunicabilità, dalla precarietà del lavoro, dall’isolamento, dalla morte che recide vite in fiore. I personaggi che incontriamo appaiono fragili, ma sanno trovare riserve di forza inaspettate per provare a cambiare prospettiva e raggiungere così il giro di boa; sanno leggersi dentro per cercare le risposte ai dubbi esistenziali che li tormentano, anche se questo comporta una faticosa presa di coscienza; si scoprono soli e, soli, provano a salvarsi. Con una scrittura scarna ed essenziale, l’autrice ci accompagna nelle vite di Cloè, Giorgio, Giulia e dei protagonisti dei suoi racconti per dimostrare che la salvezza è difficile – perché legata alla tenacia del singolo individuo -, ma non preclusa. Disillusione e amarezza lasciano sempre il passo alla speranza, senza la quale, parafrasando Eraclito, sarebbe impossibile trovare l’insperato.

 

Dentro e fuori

Martina Delpiccolo, saggista e ricercatrice originaria di Cervignano del Friuli è una persona speciale. Lo si vede dalla profonda sensibilità con cui, come abbiamo cercato di spiegare qualche settimana fa, ha realizzato il saggio Una voce carpita e sommersa: Bruna Sibille-Sizia.

Laureata in Lettere presso l’università di Trieste con una tesi in Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea, sulla scrittrice tarcentina ha pubblicato il saggio Bruna Sibille-Sizia, la “scrittrice ispiratrice” di Carlo Sgorlon e Claudio Magris nella rivista di critica e storia letteraria «Otto/Novecento», Milano, anno XLII, n. 1/2, gennaio/agosto 2018. Collabora con la rivista «Gorizia News & Views».

Per Caffè 19 la vedremo a breve impegnata in una iniziativa molto particolare, che avverrà sul canale YouTube. Per ora ha voluto mandarci questo bellissimo pezzo. Che la poesia sia con voi!!! Intanto la voglio ringraziare personalmente.

Dentro, mentre fuori la natura vive il suo Rinascimento. Chiusi, mentre ogni pianta e fiore si spalanca senza pudore. Fermi, mentre tutti i fili d’erba si scompigliano per il vento. Soli, mentre fuori i cinguettii vanno accordandosi ai fruscii. La contrapposizione tra il dentro e il fuori è resa ancora più stridula, acida e odiosa dall’irriverente e spudorato esplodere della natura. In questo anno 2020 di confino domestico, la vistosità della primavera pare proprio un bel dispetto. Dentro tutto è fermo. Fuori tutto è vita. E la vita è il motivo del nostro stare chiusi: salvare noi stessi e gli altri, mentre già qualcuno muore.

Se solo potessimo ospitare prati, chiome di alberi e pennellate petalose! A casa nostra far accomodare la Primavera! Che sia per questo che amici poeti hanno di lei scritto? Forse a noi, ora, in questo preciso momento, sono destinati in dono i loro versi? Era questo il loro intento? Portare dentro da fuori la stagione dei profumi e della luce? Che funzioni? Proviamo.

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Sperimentiamo con Saffo la voce e l’odore della primavera tra taciti mormorii d’acqua e stormire di fronde, mescolate a note profumate di rosa e miele misti a incenso, in un tempo assonnato. Ardente di desiderio è la primavera nei versi di Ibico che confessa: «Per me Eros / non riposa in alcuna stagione». È «dolce primavera» quella delle Georgiche di Virgilio.

“Primavera” è un senhal ossia nome in cui si cela l’amata di Guido Cavalcanti, gaia come la natura che loda la sua bellezza angelica: «Fresca rosa novella / piacente primavera». E nella Vita Nova, se la Giovanna di Guido è Primavera, la Beatrice di Dante sarà Amore. Eterna è la primavera nel Paradiso terrestre del Purgatorio come simbolo d’innocenza nell’Eden prima del peccato originale. La stagione cantata dal poeta, con continue reminiscenze ovidiane, pare sia finita insieme a paesaggio, figure e personaggi, fin sul pennello del Botticelli. E “sempiterna” è nella cantica del Paradiso: stagione-simbolo di beatitudine e gloria perpetue delle anime beate. Si accende la primavera spiritualizzata di fiori-beati, faville-angeli e fiume-luce: «e vidi lume in forma di rivera / fulvido di fulgore, intra due rive / dipinte di mirabil primavera. / Di tal fiumana uscian faville vive / e d’ogni parte si mettien ne’ fiori / quasi rubin che oro circunscrive; / poi, come inebrïate da li odori, / riprofondavan sé nel miro gurge, / e s’una intrava, un’altra n’usciva fori» (Paradiso, XXX vv. 61-68).

L’inaugurazione della primavera di Corrado Govoni va in cerca della nuova stagione, permette alla finestra di guardare la primavera, e altrove fa convivere o forse urtare sentimenti contrastanti in un crepuscolarismo che diviene più intimo: il tripudio della natura affollata e la tomba desolata. Vita che avvolge e consola perfino la morte: «Com’è bello, qui dentro e tutto intorno, / la lunga primavera e il breve giorno! / I rosolacci scarlatti / con le farfalle macchiate / che si posano leggermente / e fuggon via come scottate; / un rosaio fiorito, curvo / sotto il peso di una croce; / le ghirlande secche che pendono / sulla tomba d’un ignoto, / senza più fiori, simili / a cercini inservibili / a cinture di salvataggio / appese in ex-voto» (“Nel cimitero di Corbetta”, L’inaugurazione della primavera).

Una rondine basta a fare primavera? Quella di Pierluigi Cappello è uno scherzo della punteggiatura dentro una filastrocca: «La rondine è una virgola / una virgola nel cielo, una stellina singola / che fa fuggire il gelo. / Lei porta il buonumore / delle stagioni nuove / lei porta lo splendore / del mondo che si muove. / La vedi da quaggiù / la segui con il dito / ma lei non c’è già più, / l’incanto è già sparito» (“Rondine”, Ogni goccia balla il tango).

Cala la notte anche nei mesi della luce. A volte, per qualcuno, il chiarore permane anche dentro, anche nel buio. Altre volte invece il buio pesa. E allora la stagione della vita per il poeta friulano, in eterna ricerca nei giardini della poesia, diventa tempo che scorre, metrica leggera: «Quanto pesano gli occhiali stasera; / di tante negli ostinati giardini / soltanto una rima: la primavera». (“Primavera”, Azzurro elementare)

Grati ai poeti, mentre anche dentro ora tutto sboccia, ci inchiniamo come umili e felici mughetti campanulati. E già andiamo cercando e riscoprendo altri verdi versi che raccontano, come scrisse Emily Dickinson in un aprile che può colorarsi solo all’arrivo di un “tu”, il miracolo in tempo d’attesa: «La primavera ritorna sul mondo».

Bruna Sibille -Sizia, una storia affascinante e sconosciuta

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Bruna Sibille-Sizia, il fascino di una voce sommersa

Massimiliano Bellavista

26/02/2020

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo nella mia testa sono comparsi un uomo e una donna. L’uomo ogni giorno prende un tram. Questo tram è il numero 28, che ogni giorno lo riporta fedelmente a casa a Campo Ourique. Quando ne scende, spesso gli gira la testa: I sedili del tram, intrecciati di paglia resistente e sottile, mi portano a regioni lontane, mi si moltiplicano in industrie, operai, case di operai, vite, realtà, tutto. Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita. La donna invece, in un’altra città e in un altro tempo, prende il numero 2, un tram di colore verde che spartisce il lungo viale come un vascello il mare. …le luci dei finestrini balenano/ come manciate di stelle/gettate sul rettilineo deserto. Anche per lei quel tram è un’abitudine quotidiana, che la accompagna negli ultimi anni della sua vita. Certo, si parla una vita più lunga di quella dell’uomo, e di un capolinea meno improvviso e inatteso. Ma si tratta pur sempre di un capolinea.

Quei due tram, il numero 28 e il numero 2, attraversano sferragliando il novecento letterario. Solo che uno è famoso, famosissimo, tanto che a Lisbona oggi per ogni turista è un itinerario immancabile: è il tram di Pessoa. Il numero 2 ha una storia ben diversa, anzi più che un tram sembra trattarsi di un Train de vie perché come nell’omonimo film non si sa bene per quel che lo riguarda dove finisca la realtà e cominci la fantasia. Quello è il tram di Bruna Sibille –Sizia, scrittrice misconosciuta di cui probabilmente nessuno di voi ha mai sentito parlare, anche se lo scrittore Tito Maniacco la definì con sicurezza La nostra prima e miglior narratrice in prosa degli anni Cinquanta, nonché, in assoluto la più rimossa della letteratura friulana in lingua italiana. Quei due tram sono metafore di tutta una vita. Una vita che per Bruna Sibille-Sizia da tanti, troppi anni, si svolge in direzione ostinata e contraria ad ogni successo, riconoscimento o anche solo momentanea gratificazione letteraria. E sì che la sua carriera di scrittrice era partita bene, subito dopo la guerra, con la segnalazione al Premio Viareggio e la stima di autori importanti. Ma poi quasi più niente. Una vita solitaria, ma non per questo isolata, anzi a tratti aperta al mondo e alle esperienze umane ma fatta di molti silenzi, su cui i frequenti colpi di un destino avverso hanno dato alla scrittrice innumerevoli e dolorose occasioni di riflessione. Così, visto che come spesso le è accaduto anche in questo caso nessun editore si è fatto avanti, a quasi ottant’anni stampa a sue spese un piccolo volumetto, un quaderno raccolto da una copertina di cartoncino bianco. Il libro, semplice nell’aspetto ma potente nei contenuti, non è in vendita, è per gli amici. Al centro il titolo “La pioggia sui vetri”. Al posto della sigla editoriale, il suo nome. È lei, come spesso le è accaduto, la solerte editrice di sé stessa. Insomma, nel 2003 esce un volume così scarno e semplice da parere una sorta di testamento. E forse, per certi versi, lo è.

La lirica ventisettesima senza titolo, come ci informa Martina Delpiccolo nel suo recente libro ‘Una voce carpita e sommersa’ dedicato proprio alla scrittrice, inizia così: Da quanti anni/viaggio in questo tram/numero due color verde…. E poi continua: Solo ora ho capito/che da tanti anni/viaggio in questo tram/inseguito dalla notte/frustato dalla pioggia/invaso dalle fogli secche/che turbinano nel vagone./sono il solo passeggero/tu sei il solo che al capolinea/attende questo tram/numero due color verde/che viaggia da tanti anni/per condurmi a te. Quel tram ha compiuto varie fermate, e l’autrice non le ha mai chiamate. Qualcuno, forse il destino, lo ha fatto per lei. La prima fermata la vede in un Friuli sconvolto dalla guerra: non fa in tempo a scendere dal tram poco più che bambina, senza il padre Gerardo, colonnello e decorato reduce di Russia internato in Germania dal ‘43 al ’45, che la sua adolescenza evapora tra atrocità e violenze fisiche e morali di ogni tipo. Diventa presto donna e partigiana, col nome di Livia. Scriverà: La mia vita esteriore/è una donna di ferro/La mia vita interiore/è una bambina che piange. E sarà sempre così, Bruna Sibille Sizia, apollinea e dionisiaca nelle stesse quantità, Livia, Sibilla e bambina e perciò in perenne tensione interiore. I bambini, a proposito, in un mondo normale dovrebbero andare a scuola e non recapitare messaggi ai partigiani. Ma la vita di quegli anni è tutto fuorché normale. Ma è scuola o manicomio? Nelle classi il compito e la Lutwaffe nel giardino!!!  – scrive nei suoi diari, minuziosamente tenuti forse per mettere in grado il padre, al suo ritorno, di colmare i vuoti temporali della sua forzata e lunga assenza.

Come se non bastasse nell’agosto 1944 arrivano in Friuli le sciabole dei cosacchi a cavallo, come usciti da un racconto di Salgari, ma di eroico hanno ben poco: sono i feroci mercenari dei tedeschi nazisti, quelli incaricati del ‘lavoro sporco’ contro la popolazione e i partigiani, in cambio di vaghe promesse territoriali riguardanti proprio il Friuli. E lei, Livia-Bruna. scrittrice del vissuto, si incarica di un lavoro ambizioso e doloroso: è infatti grazie a questa ‘letteratura del vissuto’ che tante figure umane altrimenti dimenticate arrivano tanto nitide ai nostri giorni. Partigiani, cosacchi, vittime, carnefici, luoghi distrutti dai bombardamenti. Tutto questo trova vita in romanzi di grande spessore, ma che non riescono mai editorialmente a spiegare le ali, a farsi conoscere.  Anche la Delpiccolo, nonostante uno studio di anni, non se lo sa spiegare fino in fondo.  Eppure si tratta di una scrittrice che vanta anche due importanti primati: è stata la prima ad occuparsi della storia dell’occupazione cosacca in Friuli durante la Seconda Guerra Mondiale, una storia particolare e che sarà ripresa con maggiore fortuna editoriale da Claudio Magris; ma fu anche la prima ad ambientare un romanzo nel Friuli del terremoto del 1976 (ne ‘Un cane da catena’).

La nostra scrittrice sommersa nelle sue opere tratta la materia sfuggente della morte in modo davvero peculiare. Senza mai cadere nella retorica o nel già sentito. In ‘Prima che la luna cali’, suo esordio letterario nel 1946 (qui il nostro tram letterario fa un’altra importante fermata), quando ha appena diciannove anni, premiato anche da Pier Paolo Pasolini, il racconto, messo poi in scena come atto unico, si apre con la vista di sette bare e sette cadaveri. Dentro le bare, dei non morti. Sono non-morti, sì, ma non sono affatto zombie: non sono solo soldati o partigiani che si sono anche uccisi l’un l’altro, ma c’è anche una donna. Narrano storie di guerra, ma anche di razza, terra, morte, vita, memoria, tempo, Dio. I sette morti sul palcoscenico sono irrequieti, si agitano, e non perché ci siano tra loro dei conti da saldare, su questo anzi riescono ad essere anche ironici. No, tra di loro va tutto bene. È che quei morti hanno ancora molto da insegnarci su come si è vissuto e invece si dovrebbe vivere, sull’insensatezza della violenza e della guerra, sul male e sul bene, sul valore della memoria. Ma c’è un termine per questo gioco per queste confessioni. Tutto questo il pubblico lo deve capire ‘prima che la luna cali’, perché è proprio la luna a tenerli in vita. C’è in quest’opera l’eredità dell’Irvin Shaw di ‘Bury the dead’, certo, ma ci sono molti aspetti originali e differenze notevoli rispetto a quell’opera.  C’è soprattutto la volontà, che ci sarà sempre nella scrittrice, di non fare tramontare la memoria e i valori della Resistenza perché la letteratura può essere un soffio di vita e la civiltà è come la brace. Soffiate, soffiate e tornerà ad ardere.

E poi, ogni scrittore in fin dei conti è un’impresa letteraria che lavora tanto a debito che a credito. Qualcuno ha fatto affidamento più marcatamente sull’uno o sull’altro aspetto. Nel caso della scrittrice friulana sono davvero molti di più i crediti. Se infatti da un lato nel volume della Delpiccolo si decifrano le influenze di altri scrittori e delle vaste letture della Sibille-Sizia sulla sua futura opera, dall’altro molto più eclatanti e affascinanti sono i suoi ‘crediti’. Se non ci credete, leggete nel volume quanto ‘L’armata dei fiumi perduti’ di Sgorlon sia debitore, non solo nei contenuti, ma anche formalmente in interi passi, del suo ‘La terra impossibile’, o di quanto debba alla scrittrice friulana il Magris di ‘Illazioni su una sciabola’. Ma sono altre ancora le fermate del ‘tram-vita’: una è rappresentata dal terribile terremoto che ha colpito la sua terra. Il terremoto è come la terza guerra mondiale, fa vittime, feriti, sfollati, alienati, dispersi esattamente come i combattimenti. Distrugge le case, che non si ritrovano più e, dall’orologio del campanile sono intanto ‘cadute’ le lancette dell’orologio. Qui l’emozione è forte e a chi scrive viene in mente un’angosciante teoria di orologi italiani dai quadranti fermi: 3.32 è il tempo che segnano le lancette della chiesa di Sant’Eusanio a l’Aquila, 3.36 quello dell’orologio del campanile di Amatrice, 4.50 l’ora segnata dal Palazzo Ducale di Castelpoto. E poi mi viene in mente il bellissimo passo scritto dal friulano Mauro Daltin ne ‘La teoria dei paesi vuoti’: la mia prima frattura, il mio primo orologio fermo è quello delle 21.03 del 6 Maggio 1976 (…) nacqui trentacinque settimane dopo, il giorno di Santo Stefano… Figlio del terremoto, così mi chiamavano le maestre delle elementari perché non riuscivo a stare fermo tra i banchi…”.  E da Portis si potrebbe idealmente andare a Tricesimo, dove il compianto poeta friulano Pierluigi Cappello, cui è stata intitolata nel 2018 la Biblioteca proprio della Tarcento di Bruna Sibille-Sizia, viveva in una delle baracche offerte dal governo austriaco ai terremotati.

Si trattò di un duro colpo per un popolo abituato alla certezza ed alla solidità del focolare e anche per la scrittrice, che per questa e molte altre ragioni ebbe una vita povera di soddisfazioni e anche di mezzi finanziari. E assai singolare e avara fu anche la sua vita dal punto di vista degli affetti se, poco dopo la sua morte, la sorella maggiore Silvana fa qualcosa che ha davvero del surreale: pubblica i suoi personali diari dei fatti di guerra. Ma non, come si potrebbe pensare, per collegare la sua memoria a quella della sorella o per tenerne viva la memoria, ma per affossarla, sostenendo che Bruna Sibille-Sizia fosse una sorta di millantatrice, che si fosse, letterariamente, inventata un’esistenza da partigiana ‘eroica’ e sopra le righe, quando la realtà era ben altra, e che per farlo avesse in pratica messo in ombra o addirittura ‘ distrutto’ la reputazione dei genitori e della sorella, sostenendo che a lei la guerra le scivolasse addosso. Basteranno per confutare queste illazioni le ottime e puntuali pagine della Delpiccolo. In questo, Martina Delpiccolo sembra davvero lei la sorella affezionata che la scrittrice non ha mai avuto: nelle pagine di ‘Una voce carpita e sommersa’ non si percepisce solo la cura di una attenta biografa, la competenza di una ricercatrice, la viva curiosità del giornalista che conduce un’inchiesta ma anche un sincero e affettuoso legame personale con uno scrittore sommerso, un legame che va oltre il tempo.

E poi il tram-vita arriva inesorabilmente al capolinea. Peccato, perché nel frattempo la voce della scrittrice ha acquistato un peso e una profondità straordinari. Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea, diceva Sbarbaro in un aforisma di ‘Fuochi fatui’. Bruna Sibille-Sizia sarà arrivata felicemente al suo? Non lo sapremo mai. Il capolinea, l’orizzonte degli eventi di una vita e ancor più della vita di uno scrittore è per definizione inconoscibile e invisibile agli occhi, forse anche per questo è così affascinante: come il silenzio, non lo si può nominare, pena il distruggerne la stessa esistenza. E torniamo al libretto con la copertina di cartoncino bianco del 2003, senza prezzo di vendita, che riporta delle magnifiche poesie. Anche queste fanno parte dei libri della scrittrice passati sotto il colpevole silenzio di editori e critici, salvo poche eccezioni. L’Autrice, lo si vede bene, non ne ha davvero colpa: nella sua vita c’era tutto quello che serve ad uno scrittore, talento, esperienza, originalità, costanza, carattere. Forse, provocatoriamente si potrebbe sostenere che l’unica ‘colpa’ dell’autrice è da ricercarsi nel nome. Nomina sunt omina, in fondo. E il suo riecheggiare le sibille fa pensare al mistero, al fatto che la letteratura per sue insondabili ragioni a volte ha bisogno di oscurità e silenzio proprio come i vaticini. Forse esistono storie ‘indicibili’, storie che devono, chissà perché e chissà come, continuare a stare tutte sepolte nel chiuso mistero di una vita. Sommerse.