La poesia, o la terribile libertà dei limiti umani- Parte due e finale

 

Cesare Viviani

Torniamo a bomba su Cesare Viviani, con la seconda ed ultima parte del lavoro dell’ottimo Federico Romagnoli.

Per chi si fosse perso, ecco la prima parte.

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È qui che si spiega l’originaria, e poi costante, scomparsa del soggetto lirico nella poesia di Viviani come spiega il poeta stesso:

l’eccedenza di senso, in cui il soggetto viene sospeso con la lettura, non è “soggettiva” (nel senso dell’appartenenza al soggetto), ma è soggettiva nel senso del limite di leggibilità e, quindi, dell’impossibilità di essere codificata. Poiché è indicibile, resta nella fisica del soggetto e non può diventare metafisica o ineffabile. L’eccedenza, allora, non accompagna la lettura ma è lettura.[1]

Il linguaggio, considerato quindi come trauma originario del genere umano, manca di un elemento fondamentale, il senso, e questa mancanza crea i presupposti per “l’esperienza dell’irriducibile”, sia questa analitica che poetica: «L’esperienza dell’irriducibile non si può dire. La relazione tra quest’esperienza e la coscienza non  si può dire (è illeggibile)»[2], «la poesia è la vista dell’invisibile: è allucinazione […]. È l’inafferrabile che si fa tangibile per rimanere inafferrabile. Così l’analisi»[3]:

quando la bora avevo in passeggino

sbrindellavo il verde

mamma mi disse attento al gran mentolo, subito dopo

assaggiai il beverone

ma non credevo mai che sarei arrivato al santo     [p. 72]

Naturalmente potrei citare L’ostrabismo cara per intero, ma riporto in questo caso la lirica finale per riagganciarmi alla teoria esposta prima; il soggetto lirico è scomparso, in effetti “la catena dei significanti” lo attraversa («passeggino, verde, gran mentolo, beverone, santo») mettendo in moto il trauma descritto da Lacan. Eppure il poeta mostra chiaramente che si sta parlando di se stesso in questi cinque versi conclusivi, sta facendo addirittura  un excursus  di tutta la propria vita, dal «passeggino» fino all’arrivare a essere «santo», inteso forse come poeta, vedremo infatti come la mistica del poeta senese sia da riferirsi esplicitamente alla poesia. Ma è un “forse” che resta forte, inesplicabile, simbolo di una realtà intraducibile che pervade l’intera raccolta: «la chiarezza dei rapporti tra codice e incodificabile è impossibile: il rapporto possibile è l’assoluta illeggibilità […]. La psicanalisi è fare esperienza di questa illeggibilità (irriducibilità, estraneità[4]. Psicanalisi certo, ma anche e soprattutto, in questo caso, poesia. Non a caso lo stesso Lacan si riferisce a una “retorica dell’inconscio” dove predominano due figure su tutte: metafora e metonimia. La prima si basa sulla sostituzione semantica di un termine con un altro, la seconda designa un oggetto attraverso una sua parte.  Osserviamo però queste definizioni nell’ambito inteso da Lacan:

Cesare viviani 2

le due figure della metafora e della metonimia ci sono familiari. Ma non è per questo meno sorprendente constatare come esse corrispondano  rispettivamente a ciò che Freud ha definito come rimozione e spostamento. L’elemento essenziale del “lavoro onirico” emerge anche in questa analisi e si chiarisce col ricorso alle leggi della linguistica. La trasposizione sarà allora lo “scivolamento” del significato sotto il significante, sempre presente in atto del discorso; la condensazione la struttura della sovrapposizione di significanti; lo spostamento, come abbiamo visto, corrisponde alla metonimia; la rimozione alla metafora.[5]

Intendendo quindi la pratica poetica alla stregua di quella onirica, Viviani chiosa:

il linguaggio non ha bisogno di un altrove dove porre significati, allargarsi o acquistare spessore; qui il linguaggio non è potenziato da un altrove, ma l’altrove (l’altro) esiste tanto quanto è presente qui nel linguaggio. La metafora, ora, non è più la distinzione di spazi e percorsi. Ma è quella presenza che, non allontanando da sé i significati e i corpi, propone continuamente l’esperienza dello smarrimento […]. La metafora è il perdersi.[6]

Se nell’accezione convenzionale del termine quindi la metafora, una volta decodificata, avrà una valenza rassicurante dovuta al riconoscimento, ora appare invece deputata a un campo sensoriale decisamente più vasto:

il perdersi vuol dire, invece, portare l’immagine al presente, così che possa agire e scombinare quanto vuole, disorientare e confondere. Il perdersi vuol dire lasciare sospesa l’immagine come segreto e contatto tra i due, come ragione di fecondazione e di vita: non più svelamento immediato, ma occultamento prodigioso per una crescita imprevedibile.[7]

 «Una crescita imprevedibile», esattamente quella descritta dal poeta nella lirica finale de L’ostrabismo cara dove il poeta stesso passa dal «passeggino» al «santo», cinque versi che ora ci appaiono come una dichiarazione di poetica ben precisa; cinque versi in cui “passa” tutta la vita e l’esperienza del poeta in modo straniante o, per dirla freudianamente, “perturbante”. Ma intendere la poesia di Viviani, soprattutto questa prima fase sperimentale, come “poesia metafisica” sarebbe ingenuo e sbagliato; bensì parlerei di “poesia della meta fisica”, ovvero di una forma poetica che, attraverso un uso massiccio di suggestioni metafisiche, tende comunque a rappresentare la realtà, pur nella sua forma incomprensibile:

l’“assoluto” nel senso della logica e della comunicazione è ideologia. Ma il vero assoluto è il concreto, l’inevitabile, l’irriducibile (a comunicazione e a pensiero): che può essere vissuto solo nell’esperienza individuale. Non è qualcosa che supera l’esperienza, bensì qualcosa che non può uscire da essa. Quindi esiste l’assoluto nel senso dell’esperienza, e non esiste nel senso del pensiero.[8]

Tornando ancora sulla lirica conclusiva de L’ostrabismo cara, appare ancora più evidente la sua funzione metaforica (non a caso) della poetica di Viviani; il rapporto tra «senso dell’esperienza» e «senso del  pensiero» somiglia moltissimo a quello tra significato e significante: «il contenuto è il materiale che sostiene la forma, mentre la forma è ciò che rimane (sia come residuo che come durata). Allora il contenuto è il significante, la forma il significato»[9]. Allo stesso modo abbiamo considerato l’interpretazione della lirica in due modi diversi: prima considerandone gli aspetti potenziali determinati da quei significanti polisemantici, poi estraendone addirittura una dichiarazione di significato da attribuire alla poetica dell’autore; il risultato dell’algoritmo è dato dall’individuazione della categoria di “limite”. Una poetica naturalmente fatta di esperienza che troverà effettivamente il recupero dei significati nelle raccolte che verranno prese in esame in questo lavoro.

Lacan affermava l’esistenza di un significante fondamentale dell’inconscio, ovvero quello intorno cui si aggrega la catena dei significanti e quindi la coscienza del genere umano: Viviani non ha dubbi nell’identificarlo con il “limite”:

allora quando si dice che l’invenzione poetica (come ogni altra invenzione) non può uscire dal linguaggio, non si parla di un recinto di clausura e di asfissia, ma di un limite di necessità vitale, che è nascita: lo stesso che si può descrivere anche dicendo che nell’esperienza (della vita) la capacità di intelligenza e di dominio incontrano un limite insuperabile e che è illusorio pensare che tutto sia riducibile a comprensione e che ogni perdita sia recuperabile.[10]

osare dire

[1]    Viviani, Il sogno dell’interpretazione, cit., p. 74.

[2]    Ibidem, p. 81.

[3]    Ibidem, p. 87.

[4]    Ibidem, p. 80.

[5]    Palmier, cit., p. 64.

[6]    Viviani, Il sogno dell’interpretazione, cit., p. 31.

[7]    Ibidem, p. 32.

[8]    Ibidem, p. 98.

[9]    Ibidem, p. 47.

[10]  Cesare Viviani, La voce inimitabile, Il Melangolo, Genova 2004, p. 102.

 

Il Ministro Plenipotenziario e il Grandufficiale Lapidario

Vi piacciono le favole?

Speriamo di sì, perchè, in attesa di chiarire sul campo l’applicazione dell’ultimo D.P.C.M. che, per le sue evoluzioni verbali molto ci fa somigliare al Regno di Vocabolarium, Fabio Marazzoli ci propone una breve storiella, L‘incantesimo delle parole perdute su un Re affabulatore che, a un certo punto…perde le parole! Capita a tutti,  del resto.

Musicanti brema

Fabio Marazzoli, scrittore fiorentino, ha dato vita ai libri della serie dell’Ispettore  Cantagallo , quali  ad esempio “Lo sguardo nel buio” (2015, adattamento radiofonico 2012 “” su Radio 3 Network) e più recentemente con la LFA Publisher “Una tempesta nella tazzina” (Menzione di merito Concorso Peppino Impastato 2019).  Nel 2019 con LFA Publisher ha scritto il primo romanzo giallo di una nuova serie dal titolo “Una filastrocca di crimini e delitti”. Nel 2020 per promuovere la donazione gratuita a favore degli Ospedali italiani nell’emergenza coronavirus, ha scritto un racconto breve in lettura gratuita “Tombolo e Prospero Alla Fiera di Francoforte” che è stato reso disponibile dal sito internet letterario del Festival Giallo Garda.

Grazie Fabio per questo  racconto e questo tocco di leggerezza!

 

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C’era una volta un Re che era molto amato dai suoi sudditi perché sapeva parlare alle persone e trovava sempre le parole giuste per ogni occasione. Però un brutto giorno una strega cattiva fece un incantesimo al Re nascondendogli le parole per non farlo parlare e, soprattutto, per non farlo sposare.
In tutto il reame regnava tristezza e sconforto per quello che accadeva al Re.
Anche Araldo, il Banditore reale che scandiva le ore nel reame tutti i giorni a tutte le ore, era malinconico in quei brutti giorni.
«Sono le otto e tutto va male!» scandiva mestamente Araldo.
La perfida strega Sciarada, aiutata dai suoi infidi servitori, l’enigmatico Rebus e l’indecifrabile Sudoku, con un incantesimo oscuro aveva nascosto le parole del Re Madrigale che regnava in pace e concordia nel reame di Vocabolarium. Sciarada era invidiosa che il Re fosse amato dai suoi sudditi ed era gelosa perché non voleva che il Re sposasse la gentile e dolce damigella Quartina, di umili origini ma di animo nobile.
«Cosa avrà mai quella Quartina per piacere al Re che io non ho?» si domandava la strega.
Sciarada desiderava il Re ma lui non ne voleva sapere perché la strega era altezzosa e provocante, di una bellezza fredda senza il fuoco della passione. E non era neppure simpatica, diceva il Re.

Nel reame di Vocabolarium il povero Re non riusciva più a trovare le parole per fare un discorso sensato e non sapeva più come fare per sconfiggere quel maledetto incantesimo.
«Ahimè! Povero me, come farò!» si lamentava il Re, tirando un gran sospirone.
Il Gran Consigliere di corte, sua Eccellenza Panegirico, faceva al Re molti discorsi lunghi e noiosi per spiegargli ciò che poteva essere successo, però senza risolvere nulla.
«Potrebbe essere, Maestà, un malessere dovuto a quelle fave lesse con la lingua di porco in salmì che mangiaste l’altro iersera. Quantunque la rava e la fava, lo sa anche un villano di queste campagne, non cagionino guasti alla testa ma alle budella» diceva Panegirico.
Il Ministro Plenipotenziario del reame, il Grandufficiale Lapidario, illustrava al Re la drammatica situazione in maniera grave e breve, come se fosse stata scritta sulla pietra.
«Non facciamoci troppe illusioni, Maestà, la situazione è grave» sentenziava Lapidario.
Il Gran Cuoco di corte Pandiramerino era disperato. Alla corte del Re tutti i cortigiani stavano perdendo le parole e non potevano ordinare da mangiare alle cucine del reame. Come se ciò non bastasse, Pandiramerino si era accorto che anche lui cominciava a perdere le parole e non trovava più gli ingredienti dei piatti da cucinare. Non sapeva più cosa fare e come fare da mangiare.
«Non so più cucinare un brodo e nemmeno un uovo sodo!» cantilenava mesto Pandiramerino con un mestolo in mano.
«Mondiè! È lì che pensa da una settimana perché non sa più fare una Matriciana!» esclamava sconsolato il suo fido aiutante francese, lo Chef Supplì.
Se non fosse stato sconfitto l’incantesimo, piano piano tutte le persone del reame di Vocabolarium avrebbero perso le parole e sarebbero morte di stenti e di fame.
Allora, due bimbi del villaggio, Strambotto e Villotta insieme alla loro gatta Bubbola, pensa che ti ripensa, alla fine decisero di prendere il sentiero nel bosco per andare al Castello del Mago Ossimoro a chiedergli come spezzare quel malvagio incantesimo.
«Mago Ossimoro, aiutateci o moriremo tutti di fame» implorò il piccolo Strambotto.
«Mago Ossimoro, voi dovete sapere come sconfiggere la strega» affermò la furba Villotta.
Il Mago Ossimoro, che aveva una lunga barba bianca che gli arrivava fino ai piedi, fissò negli occhi la furba Villotta e aggrottò le folte ciglia bianche.
«Orsù, dopo un silenzio assordante vi dirò uno stratagemma strabiliante» sentenziò il Mago Ossimoro.

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Si massaggiò la lunga barba bianca e si mise a pensare in silenzio.
Si ricordò che la strega Sciarada era tanto avida di parole solo perché era egoista. Voleva avere tutte le parole solo per tenerle per sé e metterle assieme anche alla rinfusa. Di tutte quante non ne conosceva il significato e di alcune non sapeva neppure darne una definizione. Per questa ragione, il potente Mago Ossimoro escogitò un ingegnoso e meticoloso piano per poter ingannare la perfida strega Sciarada.
La strega amava i giochi di parole e nel reame di Vocabolarium fu organizzata una grande festa per sole damigelle con il Grande Enigma delle 100 Parole. La damigella che avrebbe indovinato tutte le parole sarebbe andata in sposa al Re. Sciarada non seppe resistere e sotto false spoglie vi partecipò, sbaragliando tutte le altre damigelle. Alla fine, però, dovette affettare un misterioso dolce, a forma di piccolo pane abbrustolito con noci e uvette sultanine che era stato cucinato per la prima volta da Pandiramerino e a cui il cuoco non aveva saputo dare un nome. Dentro quel dolce misterioso c’era l’enigma finale.
Sciarada lo affettò e ci trovò una piccolissima pergamena con scritto un indovinello.
UN SILENZIO CHE VALE PIÙ DI MILLE PAROLE
DICESI SILENZIO ELOQUENTE
MA VOI DOVRETE SCOPRIRE COSA SI DICE
PER INDICARE UNA DAMA FREDDA E SEDUCENTE.”
Era un indovinello magico del Mago Ossimoro.
La strega Sciarada ci pensò a lungo, non seppe dirlo, si arrabbiò e si strappò le vesti che la camuffavano, minacciando di grandi guai tutti quelli del reame.
Allora si manifestò anche il Mago Ossimoro che dette la risposta dell’indovinello.
«GHIACCIO BOLLENTE!»

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Alle sue parole tonanti, si aprì il cielo e sulla strega piombò un gigantesco pilastro di ghiaccio infuocato che inghiottì Sciarada nelle viscere della terra.
L’incantesimo scomparve e tutte le parole furono ritrovate.
Il Mago Ossimoro consigliò al Re Madrigale un potente antidoto per trovare sempre le parole e gli dette un libriccino dal titolo “L’Almanacco Enigmatico”.
Il Re riuscì così a trovare le parole in un remoto angolo del cervello dove mai avrebbe pensato che ci fossero e così sposò la bella Quartina in pompa magna, con Strambotto e Villotta testimoni delle nozze e la gatta Bubbola che reggeva il velo della sposa coi dentini.
E vissero tutti felici e contenti, tranne la strega.

 

Dolceamaro sul digitale terrestre a’ Di Sabato’

C’è ben poco da dire.Se non invitarVi a dare un’occhiata.Ne vale la pena per come è costruito l’intervento.

Ecco qua in anteprima, visto che ancora il podcast non è disponibile.

 

Sì perchè gli articoli e le critiche dovrebbero stare nella sezione ‘dicono di noi‘, ma dopo che dai primi di Marzo abbiamo pubblicato uno o due pezzi al giorno tra qui e Toscanalibri facendo poche parole e tanti fatti e lasciando poco spazio a quel che si diceva (positivamente) di noi, e quando c’è un pezzo fatto con tanta cura e che più che una fotografia mi sembra uno specchio (nel senso che mi ci ritrovo perfettamente rappresentato), non posso non inserirlo subito sul blog in bella evidenza.Del resto, sapete quanto come Caffè 19 teniamo ai racconti, ne abbiamo pubblicato molti, d’Autore, inediti e bellissimi in queste settimane, quindi una recensione come questa, che è ‘un racconto sui racconti’ va proprio a pennello!

Sì, oggi faccio un pò di sana autopromozione grazie all’aiuto di una persona speciale, Francesco Ricci, che sa come parlare e bucare lo schermo. Oggi sul canale 90 del digitale terrestre, c’era il contenitore pomeridiano ‘Di Sabato’ e si è parlato di racconti.

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Dolceamaro è una raccolta di racconti molto particolare, cui devo molto, perchè in un certo senso è stato un punto di svolta, anche grazie all’importante Editore che ci ha creduto, portandolo al Salone del Libro di Torino 2019 e in altri importanti contesti, come Più libri più liberi a Roma ed il Fringe Festival di Roma.

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Grazie a Francesco!

Il viaggio millenario di un’immagine tra fede ed arte.

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, dopo il precedente articolo sul Maestro di Signa ci manda per Caffè 19 quest’altro curioso e inedito pezzo. Lo stesso, come vedrete,  trae in qualche modo lo spunto dall’interesse suscitato dall’altro, Grazie Ida!

FOTO IDA MOLINARO

 

La raffigurazione della Madonna nell’atto di allattare il Bambino, la cosiddetta Madonna del Latte, è un’iconografia cristiana molto particolare e ricorrente nell’arte. Questo tipo di rappresentazione ha origini molto antiche e la sua raffigurazione ha subito numerose variazioni nelle diverse epoche storiche; inoltre è da sempre molto diffusa sia in Italia che soprattutto in Toscana.

Le fonti che esaltano l’allattamento si diffusero già a partire dal V secolo con il Concilio di Efeso (431), durante il quale venne finalmente stabilito il ruolo di Maria come madre di Dio e non più solamente di Cristo: «la Santa Vergine è Madre di Dio, essendosi il verbo di Dio incarnato e fatto uomo e per questo concepimento ha unito a sé il Tempio presso lei». L’allattamento da parte di Maria è quindi un atto straordinario, poiché la connota come madre e donna ed è importante come testimonianza del parto.

Madonna del Latte di Castelbonsi, Mastro di Signa

Tra il VI e VII secolo, nell’Egitto ormai cristianizzato, sono presenti rappresentazioni ufficiali della Madonna del Latte in cui essa è raffigurata mentre allatta Gesù Bambino o in procinto di farlo. Le immagini risultano molto stilizzate, alludendo più che mostrando; questo modello iconografico si diffuse poi dall’Egitto copto alle chiese orientali e nell’arte bizantina, con il nome greco di Galaktotrophousa. Dal mondo bizantino si estesero in seguito anche alla spiritualità etiopica, armena e franco-britannica, nonché negli scritti latini composti dal VI-XII secolo in poi, nei quali ella diviene un modello di castità e umiltà. In Europa e in particolare in Italia, questa rappresentazione si diffuse a partire dal XII secolo, in parte come conseguenza della prima crociata e trovando terreno fertile in tutte quelle aree che, grazie agli scambi commerciali, subirono maggiormente l’influenza bizantina. La Galaktotrophousa, pur essendo un’immagine molto venerata, stilisticamente proponeva una rappresentazione della Vergine con Bambino ormai inadeguata alle nuove esigenze culturali occidentali, troppo distante dalla forma maggiormente umanizzata alla quale si giungerà nel XIV-XV secolo.

Nel Medioevo la situazione cambiò notevolmente, l’istituzione del sacramento del matrimonio avvenuta nel XII secolo, che identificò quindi il ruolo della donna con quello di sposa e madre, anche se sempre subordinata al marito, ebbe il merito di risvegliare l’interesse della Chiesa verso la donna e soprattutto verso l’importante ruolo che essa assumeva nell’educazione e gestione della famiglia. Questa visione nobilitò le donne e, tramite la maternità, le riabilitò per la perduta verginità: il gesto di allattare trovò fondamento nella volontà della Chiesa di auspicare un matrimonio fecondo. L’identificazione tra Madonna col Bambino e maternità produsse un forte incremento del culto mariano, la Madonna che allatta divenne infatti testimonianza visibile del parto e della maternità, nobilitandoli entrambi. Alla fine del ‘200 prese corpo la tendenza da parte della Chiesa di comunicare ai fedeli i contenuti dottrinali in una maniera fortemente empatica, per cui fra il ‘300 e il ‘400 si ritroverà vittorioso il culto di Maria come figura umana grazie a una nuova interpretazione della religione cristiana, non più ieratica e inaccessibile ma umanizzata e sentimentale. Lo sgorgare del latte divenne segno di trasmissione della sapienza e conoscenza da parte della Chiesa verso il popolo. La rappresentazione della Madonna lactans ebbe quindi la massima fioritura da questo secolo fino all’età conciliare quando, rilevata nuovamente la sua sconvenienza, ne verrà proibito l’utilizzo per essere sostituita da altre tipologie raffigurative.

La grande forza di questo tipo d’iconografia fu proprio quella di suscitare particolare devozione nelle donne, in particolare nelle partorienti; durante l’esperienza cruciale del parto e durante i tristi periodi di povertà, queste si rivolgevano alla Vergine pregando di avere il latte necessario per poter sfamare le loro creature. Il culto si diffuse molto in Europa Occidentale dove ancora ritroviamo l’usanza di custodire come reliquie, all’interno delle chiese, ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle partorienti che lo avessero perso.

Come abbiamo detto, la devozione della Madonna del latte fu molto viva in Italia, in particolare in Toscana, terra fertile di arte sacra: vi troviamo infatti numerosi santuari sorti spesso in concomitanza con le antiche fonti lattaie, legate a culti precristiani, secondo i quali la terra e l’acqua erano evidenti simboli di fertilità; quindi per diventare fertili o per avere latte vi si poteva bere quest’acqua calcarea, biancastra, simile al colore del latte. L’immagine della Vergine che allatta il Bambino, importantissima per la duplice natura di Maria come procreatrice e vergine, divenne un modello importantissimo poiché elevava la posizione della donna sia nel ruolo civile che religioso. La sua raffigurazione, che fosse in trono, in Umiltà, oppure a terra (da cui Madre Terrena), ebbe fra Trecento e Quattrocento molta diffusione in tutta la Toscana e in particolar modo nelle città di Firenze e Siena. In queste due importanti città, questo modello fu elaborato ampiamente sviluppando esempi di puro lirismo: affettività e tenerezza tra Madre e Figlio si contrapposero ai precedenti modelli bizantini rigidi e stilizzati; lo sfondo del dipinto s’illuminò generalmente d’oro; la Vergine venne spesso rappresentata seduta in trono e rivestita da magnifici drappi, simbolo della sua regalità, accompagnata da angeli e Santi scalati in profondità; il seno venne raffigurato scoperto e il bambino si agita spesso come fosse un vero infante. Queste rappresentazioni trasmettono contemporaneamente un senso di sacralità e di umanità straordinario, poiché lo spettatore si rende conto di essere innanzi a un atto così naturale ma allo stesso tempo inviolabile e sacro.

Nel ‘400, alla rappresentazione della Madonna del Latte si associarono nuovamente concetti preesistenti quali lo sgorgare del latte come segno di trasmissione della sapienza: San Bernardo da Chiaravalle diffuse il suo culto sostenendo di aver ricevuto il latte di Maria, simbolo di divina conoscenza e cibo dell’immortalità. L’affinità fra la Chiesa e il Divin Bambino fu esaltata dalle maestose pale d’altare che comparsero numerose in questo periodo ritraendo la coppia madre-figlio nella sacra conversazione. L’umanesimo influì molto sulla rappresentazione delle Madonne, dando loro un aspetto troppo umano, non a caso il Concilio di Trento (1563) fece un passo indietro proibendo «di dare alle sante immagini attrattive provocanti». A seguito delle norme tridentine la Madonna non poté più essere rappresentata con il seno scoperto poiché una tale nudità non poteva essere tollerata nella Madre di Dio. Questa negazione però fu clamorosamente contraddetta dalle varie rappresentazioni di santi e sante, raffigurati in estasi mistica, con i loro corpi mezzi nudi e con fremiti tutt’altro che spirituali.

Nel Seicento invece, si assistette al trionfo della carnalità ma la Vergine divenne una pia immagine di castità e purezza, l’iconografia della Madonna del Latte venne proibita, non soltanto perché moralmente pericolosa, dato che poteva attrarre i fedeli per via della nudità, ma anche a causa della sua origine tratta dai vangeli apocrifi, messi all’indice dalla Chiesa. Il tema della Madonna del Latte continuò comunque a essere rappresentato, soprattutto grazie alle committenze private, meno soggette a certi controlli dogmatici. Un soggetto così fortemente legato al culto popolare poté quindi sopravvivere, seppur circoscritto alla devozione familiare.

In conclusione, possiamo lecitamente affermare che il culto della Madonna del Latte ha avuto una notevole fortuna poiché, traendo origine dalle reminiscenze di antichi culti sulla fecondità, li ha assorbiti nella femminilità della Madonna, ammantando di sacralità la quotidianità dei rapporti affettivi, sempre presenti concettualmente ma finora assenti iconograficamente.

L’isola sospesa tra sogno e memoria

 

Per Caffè 19, un breve racconto inedito sospeso tra sogno e memoria. Tito Barbini, classe 1945, ad un certo punto della sua vita si mette dietro le spalle la sua brillante carriera politica e di amministratore e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio un zaino. Il risultato è il libro Le nuvole non chiedono permesso. È ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi, con molti libri all’attivo, che vi invitiamo a leggere. Per tutti vogliamo ricordare il libro Caduti dal Muro edito nel 2009 da Vallecchi Editore nella collana Off e scritto con Paolo Ciampi , incentrato sulle tortuosità e i dolori della Storia,(premio Scrittore dell’anno Toscana 2009).

astipalea

Questa notte un sogno inquieto mi ha svegliato di soprassalto.
Astipalaya, Il mare dell’isola nell’alba primaverile è immobile. Dondolano le barche alla fonda con la prua rivolta verso il piccolo porto. Dal tavolo, accanto alla finestra, della mia stanza sul mare, finisco di mettere giù le ultime righe di una pagina del libro “L’isola dalle ali di farfalla”.

Non ricordo tutto il sogno, ma c’è qualcosa di leggermente insensato nel continuare a ripetermi, nel sonno, che da questa isola lontana non mi muovo e che rimarrò almeno fino alla fine del maledetto coronavirus. Il sogno, mi sembra di ricordare, all’inizio è dolce e sereno.

La prima aria del mattino richiama gli odori del porto al risveglio. L’aroma del caffè greco arriva dalla mia cucina mescolandosi a quello dell’acqua marina. Mi stropiccio gli occhi, guardo con rinnovata meraviglia l’orizzonte con la bianca corona delle case della Chora , indugio sulla mia amica Lucy, la cagnetta di Elias, sorrido ai gattini che giocano con le reti. Mi capita di rimanere a parlare sotto il pergolato con gli amici greci e di tanto in tanto rimanere seduto sul piccolo molo aspettando il rientro dei pescatori. Un sogno strano, un’angoscia sottile mi prende e mi fa risvegliare di soprassalto. Mi sto ammalando? L’isola è piccola , ha un presidio sanitario ma non c’è ospedale, non c’è un letto di terapia intensiva. Dopotutto perché uno scrittore non può ottenere tutte le emozioni che vuole da un’isola scontrosa ma amata…Meglio tornare a ragionare su quando potrò tornare nell’isola, la stanza è già affittata da un anno, avevo pensato di partire a meta Maggio , ma credo che non sarà possibile.

Il sogno mi mette davanti alla mia età, il pensiero, della malattia mi inquieta e mi suggerisce di restare a casa. Era vero per l’Ulisse omerico ed è vero anche per me. Siamo irresistibilmente attratti dalla nostra memoria delle cose, persone, luoghi e tempi. Questo ci spinge a viaggiare ma anche sulla via di casa.

Ma poi vorremmo sempre tornare indietro o fissare il passato una volta per tutte. Ma l’Ulisse omerico non aveva scelto la vecchiaia? Già , penso a Ulisse e penso anche che avrò tutto il tempo per tornare nella mia isola dalle ali di farfalla.

 

 

Il Maestro di Signa, la Madonna del latte e la par condicio (tra Siena e Firenze) dei Santi patroni

Ida Molinaro, restauratrice e studiosa di storia dell’arte, ci manda per Caffè 19 questo curioso e inedito articolo. E non sarà l’ultimo. Vogliamo ringraziarla, unitamente a Vito De Meo. Ida è diplomata presso il Liceo Artistico di Benevento, ha conseguito il diploma di restauro affreschi e poi la laurea in Beni Culturali presso l’Università di Pisa. Come restauratrice ha lavorato in Italia e all’estero, prendendo parte a importanti restauri come quelli su alcune opere di Giotto, Pontormo e presso la Basilica della Natività a Betlemme; più recentemente presso la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi.

FOTO IDA MOLINARO

 

L’affresco staccato conservato nel transetto sinistro all’interno della chiesa del SS. Salvatore a Castellina in Chianti (SI), è un mirabile esempio della tipologia iconografica della Madonna del latte, rappresenta la Vergine in trono con il seno sinistro scoperto, in atto di allattare il Figlio, circondata da due angeli nella parte alta e da due santi in basso: San Giovanni Battista a sinistra e probabilmente San Galgano a destra; l’affresco è inoltre inserito in una cornice realizzata in epoca posteriore in stile quattrocentesco, recante la scritta: Mater Divinae Gratiae.

Madonna del Latte di Castellina in Chianti

Quest’importante opera è stata attribuita sia a Bicci di Lorenzo (Firenze 1373-1452) che successivamente e più probabilmente a un suo allievo denominato Maestro di Signa, attivo nel XV secolo. L’opera in questione è sicuramente da inserire stilisticamente nell’ambito dell’arte fiorentina del Quattrocento, in essa infatti saltano agli occhi le eleganti volumetrie e i preziosi elementi decorativi che ne arricchiscono il trono, perfettamente collocabili nell’ambito della bottega di Bicci di Lorenzo. Egli però fu un artista che restò sempre legato al mondo tardo-gotico e alla pittura cortese, raramente si avvicinò alle novità rinascimentali. L’attribuzione dell’affresco a un suo allievo, il Maestro di Signa, risulta pertinente se consideriamo i numerosi elementi innovativi che lo distaccano in parte dalla bottega del maestro (a tal proposito possiamo confrontare l’affresco di Castellina con i tabernacoli di San Lorenzo a Greve, di Via San Zanobi a Firenze, di Castelbonsi a San Casciano e di Signa che hanno lo stesso soggetto); l’opera si caratterizza infatti con tratti molto vicini alle novità della Rinascita e possiamo inserirla temporalmente agli anni sessanta del Quattrocento; tratti però che allo stesso tempo si mostrano arcaici poiché l’opera conserva anche chiari caratteri tardo-gotici. Tutto ciò ci indica sicuramente un artista atipico per il periodo in cui opera. La sua personalità fu individuata da Federico Zeri, sulla base dello studio stilistico e iconografico realizzato sugli affreschi delle Storie della Beata Giovanna, nella Pieve dei Santi Giovanni Battista e Lorenzo a Signa, datati 1460. Questa datazione certa, molto tarda però se consideriamo lo stile arcaico dell’artista, si scontra decisamente con un periodo inondato dalle novità rinascimentali e ha fatto sì che lo Zeri si soffermasse sulla ricerca di una nuova personalità artistica, comunque legata alla bottega di Bicci di Lorenzo. Dopo un lungo lavoro attributivo, possiamo oggi dire che l’artista fu sicuramente attivo a Firenze e dintorni, nel Valdarno, nella Val d’Elsa, nel Mugello e nell’Empolese.

Un recente studio ha proposto di identificare il Maestro di Signa con Antonio di Maso, l’unico allievo di Bicci che ancora oggi non ha opere attribuite. Questo artista infatti, coetaneo degli altri allievi del maestro come Stefano d’Antonio e Bonaiuto di Giovanni, ebbe una bottega propria a Firenze poiché vi risulta iscritto all’Arte dei Medici e degli Speziali ed ebbe molti e documentati contatti con Neri di Bicci, figlio del maestro.

Lo stile del Maestro di Signa può idealmente riassumersi nelle dicotomie tra l’arcaico e l’innovativo, il popolare e l’aulico, si caratterizza pertanto con uno stile elaborato, in cui le architetture di fondo, i numerosi personaggi spesso formali ma in descrizioni movimentate, la presenza di articolati decori con motivi a nastro intrecciato sugli elementi architettonici, costituiscono un chiaro richiamo a quelli usati nei cantieri brunelleschiani. Altro elemento importante e indice della sua sensibilità verso le novità rinascimentali sono sicuramente lo studio dello spazio e della luce, elaborati con la precisa volontà di ricerca su tridimensionalità e percettibilità chiaroscurale. Il ruolo più importante di questo artista fu quello di diffondere la cultura artistica fiorentina nei centri periferici, ebbe un notevole successo poiché questi erano maggiormente legati ad un gusto tradizionalista e meno permeati dalle innovazioni rinascimentali cittadine.

Nella carriera artistica del Maestro di Signa, il tema della Madonna con Bambino è un ben consolidato canone figurativo, più volte rintracciabile nei vari luoghi dove l’artista ha operato; suoi caratteri singolari sono la rigida frontalità che spesso ritroviamo nelle figura della Vergine, in forte contrasto col rapporto naturalistico madre-figlio; l’osservanza del rigido canone trecentesco che imponeva un ordine gerarchico nella dimensione dei personaggi raffigurati, l’attenzione si concentra così prima sulla Madonna, di dimensioni superiore agli altri componenti della sacra conversazione, poi a seguire su Santi e Angeli. Tutto ciò è da ascrivere probabilmente a precise richieste da parte di una committenza periferica e maggiormente legata a canoni tradizionalistici.

Un’altra caratteristica particolare, sempre dovuta alle committenze, è quella di inserire un Santo legato al luogo in cui l’artista realizza l’opera, con lo scopo di aumentarne la carica emotiva e devozionale; non dobbiamo quindi stupirci se nell’affresco castellinese, accanto alla figura di San Giovanni Battista (santo legato alla città di Firenze) troviamo uno dei patroni di Siena: il recente restauro infatti ha permesso una migliore analisi visiva del santo in questione e di identificarlo con San Galgano. L’essere giovane, con i capelli chiari esaltati da delicati riflessi biondi e la spada detta “della roccia” che egli tiene con una mano guantata (suo attributo principale), costituiscono un consolidato canone figurativo rimasto immutato dal ‘300 in poi nelle diverse rappresentazioni artistiche.

In conclusione, dopo un attento studio della personalità del Maestro di Signa e delle caratteristiche stilistico – iconografiche delle sue opere, possiamo dire che davanti alla Madonna del Latte di Castellina in Chianti ci troviamo in presenza di un’opera caratteristica poiché pur risentendo chiaramente dei dettami della bottega biccesca, in molti suoi particolari denota invece numerosi aspetti progressivi, di rottura e distacco dalla cultura figurativa tardo-gotica, proponendosi come una rielaborazione in forme più complesse e singolari. Il merito del Maestro di Signa è quello d’aver proposto, in un periodo dove gli elementi della rinascita erano di fondamentale importanza, una pittura comunque legata al passato e di farlo con un successo del quale é chiara testimonianza il grande numero e qualità delle sue opere.

I lontar, i fragili libri che muoiono

Questo libro è un manoscritto, ma di un tipo davvero molto particolare. I manoscritti in foglia di palma sono preziosi e delicati manoscritti realizzati con foglie di palma essiccate. Le foglie di palma sono state usate come materiale di scrittura nel subcontinente indiano e nel Sud-est asiatico almeno fin dal V secolo a.C.

IMG_0744Questi in particolare sono Lontar: il termine è composto da due antiche parole giavanesi, vale a dire “foglia” ron e tal “palma”.

Le foglie di palma, prima cotte e fatte asciugare, erano incise con una specie di temperino sulle foglie di palma; sulla loro superficie venivano quindi applicati i colori e cancellati, lasciando l’inchiostro nelle scanalature incise. Ogni foglio in genere aveva un foro attraverso il quale poteva passare una stringa, e con questo sistema i fogli erano legati insieme. Ai due capi della stringa era collegata una moneta.

Un testo come questo poteva durare da qualche decennio a (nei casi più fortunati) circa 600 anni prima che l’umidità, l’azione degli insetti e la muffa si portassero via il libro e le sue storie. Pertanto, il fragile documento doveva essere copiato con una certa frequenza su una nuova serie di foglie di palma essiccate. Il che era complesso sia per il tempo necessario a riprodurre il manoscritto (anche più di un mese) che per quello necessario a trattare le foglie.  Per pulire e migliorare la flessibilità delle foglie di palma si usavano vari sistemi tra cui l’applicazione di una miscela di olio di citronella e polvere di noce indiano sulla superficie delle foglie.

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Perlopiù i libri avevano una custodia protettiva ottenuta in bambù e finemente decorata con motivi ornamentali.

Un Lontar poteva contenere scritti tratti da riti e leggi religiose, poteva trattare di astronomia e astrologia, omeopatia e guarigione, parlare di storie ed epopee, storia e genealogia, arti dello spettacolo e storie illustrate

Ma ormai pochi riescono a ripararli e ancor meno a leggerli.

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Grazie a Thomas Swaan per le fotografie.

 

Caffè 19, uno spazio di condivisione con l’Università di Siena e i suoi studenti

Ringraziamo sentitamente i referenti dell’Ufficio Stampa, delle attività culturali del Progetto USiena Campus, dell’Ufficio Comunicazione e del portale dell’ Università di Siena e di Uradio. Speriamo di aver ricordato tutte le persone che in questi ultimi giorni ci hanno aiutato con grande disponibilità. Adesso tutti gli studenti dell’ Ateneo potranno essere informati dell’iniziativa e se vogliono anche collaborarvi inviando scritti, video o immmagini.

 

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E così a morire

Per Caffè 19 un racconto che ha un incipit degno di una Poesia. Tito Barbini, classe 1945, ad un certo punto della sua vita si mette dietro le spalle la sua brillante carriera politica e di amministratore e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio un zaino. Il risultato è il libro Le nuvole non chiedono permesso. È ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi, con molti libri all’attivo, che vi invitiamo a leggere. Per tutti vogliamo ricordare il libro Caduti dal Muro edito nel 2009 da Vallecchi Editore nella collana Off e scritto con Paolo Ciampi , incentrato sulle tortuosità e i dolori della Storia,(premio Scrittore dell’anno Toscana 2009).

E cosi a morire, nel tempo del Corona virus, sono soprattutto i vecchi. Lo dicono i bollettini di guerra della Protezione Civile e sembra che questo ci consoli anche. Mi hanno chiesto un breve racconto. Voglio raccontarvi una storia che contiene una morale che scoprirete alla fine.

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Successe una domenica mattina mentre andavo al seggio. La data è di quelle che si segnano col pennarello sul calendario: il 16 giugno 1999. Quasi uno scherzo del destino: nel giorno più importante della politica, per un uomo che la politica ha sempre vissuto con passione, fu la vita a bussare alla mia porta. Come un padrone che esige tutto il dovuto e lo esige subito. Fu quello il giorno del mio infarto. Un momento – sospeso tra un prima e un dopo – di cui ancora oggi trattengo una sensazione acuta. All’inizio pensai che fosse una fitta provocata da un dolore reumatico. Solo poco più tardi compresi che non era una cosa da poco perché il dolore si faceva sempre più forte, insopportabile. Allora chiesi a mia figlia di accompagnarmi in ospedale. Non credo di aver provato realmente paura. È strano ma guardavo con distacco tutto quello che si agitava intorno a me. Come se stesse accadendo a un altro. Il mio doppio. Era su di lui che investivo quanto mi rimaneva di lucidità̀ e presenza, nell’evenienza della mia morte. Mi hanno detto che quel giorno mi sono trovato al limite, a un passo dalla fine. Però a ripensarci mi rivedo come il concorrente di un quiz televisivo, chiamato a scegliere tra due pulsanti, la vita e la morte. Alla fine ho scelto di andare avanti, forse per puro caso, senza averlo davvero ponderato. Che cosa è stato l’infarto? Che cosa può accadere nella testa di un uomo quando gli viene detto che sta camminando sul bordo di un precipizio? Domande difficili destinate a non avere risposta. Per quanto mi riguarda avrei preferito perdere conoscenza e sperimentare un’altra dimensione del viaggio. Invece ricordo con nitidezza una sorta di attesa di qualcos’altro, attesa di riposo, di quiete.

E oggi, vent’anni dopo, al mio trentesimo giorno di clausura, vorrei dire: se c’è una morale in questa storia, è che solo chi ama la vita difendendone purezza e dignità̀ guarda con rispetto alle persone avanti con l’età che possono ammalarsi. E cosi a morire, nel tempo del corona virus, sono soprattutto i vecchi. Lo dicono i bollettini di guerra della protezione civile e sembra che questo ci debba anche consolare. Mi hanno chiesto un breve racconto. Cosa sta passando in questi giorni la persona anziana, spesso sola e indifesa? Che cosa accade quando un uomo o una donna si trovano improvvisamente dentro una nuova realtà che annulla il passato e rende improbabile il futuro? Cosa significa ripartire?

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Come si può ripartire, se si può? Cosa succede alle nostre giornate, a partire dalla decisione di prendersi cura di sé oppure di non seguire le prescrizioni mediche? E agli affetti? Ecco, accadono tante cose, difficili a dirsi e a raccontarsi, ma c’è una su cui bisogna puntare l’intera posta: il coraggio di affrontare il futuro. In una delle ultime pagine de Il tempo ritrovato Marcel Proust scrive, non senza una vena di profonda tristezza, che c’è un momento nella vita di ciascuno in cui l’idea della morte si piazza in mezzo al cuore e non si può fare più nulla per scacciarla. Una cosa si può invece fare oggi, nel tempo del corona virus, rispettare e amare la senilità. E’ saggezza, esperienza e un dono anche per i giovani. Ormai i morti sono migliaia. Sono numeri elencati freddamente dimenticando che ogni morto era una persona, ogni persona era una storia e se potessimo guardare dentro a ognuna di esse scopriremmo tante cose belle. Ora, nel tempo del corona virus, ogni morto invece diventa un numero. Percentuali che stabiliscono quanto è dovuto al virus e quanto (come viene sussurrato con un tono consolatorio) è dovuto anche ad altre patologie dell’età avanzata. Che infinita tristezza. Muoiono da soli, senza la vicinanza dei loro cari, scompaiono nella notte in lunghe tradotte militari. Immagino queste persone nelle corsie delle terapie intensive, cercano il viso , la mano di una persona cara e non la trovano. Sono come astronauti che, persi nella loro odissea nello spazio profondo , hanno sì fame di ossigeno ma soprattutto di amore. Non possiamo far molto per essergli vicini. Ma un pensiero di vicinanza a tutte le persone che stanno soffrendo nelle stanze delle rianimazioni, un pensiero cosi potente che gli salvi la vita. Vorrei essere anch’io nella loro capsula spaziale a lottare e impedire di crollare dentro il buco nero che a volte ci inghiotte ma che, questa volta, riporterà la capsula nella nostra casa terra.

Ecco, a me è successo questo , ho sentito di essere in comunione con loro, pensando con amore ai miei genitori scomparsi. Mi dispiace che il babbo sia morto nel momento sbagliato e prima del tempo. Ho potuto tenergli la mano nelle ore in cui si è spento. Penso alla mamma e al babbo, oggi. Alla fatica della loro vita, ma anche alla forza con cui sostennero tutto, superarono tutto. Lottare per i loro figli, lottare perché non conoscessero le loro stesse umiliazioni, non fu niente di eroico. Fu naturale come bere un bicchiere d’acqua.

 

Ancora oggi vorrei poter conversare con loro, avere una seconda possibilità̀. Sarebbe l’occasione per rivolgergli finalmente qualche domanda che mi sono sempre portato dietro: per esempio, dove abbiano raccolto tutta quella forza. E quel senso del dovere, poi, con quelle radici profonde e potenti. Erano cose pensate per farmi crescere. Pochi concetti ma che dovevano essere ben chiari. E poi valori, che avrei dovuto tenere sempre presente. La dignità, l’onestà, la solidarietà verso i deboli, la fedeltà alla parola data… Riesco a rivederli, anche se poi, ovviamente, non rivedo solo loro. Nella mia fantasia, non è poi molto diverso da tanti altri anziani che ho incontrato nella mia Cortona, alle feste della liberazione e del primo maggio quando c’era la distribuzione militante dell’Unità, ai cortei del sindacato o sulle panche di legno delle feste dell’Unità dove non si finiva mai di aspettare la salsiccia e il bicchiere di vino rosso, ma l’attesa non pesava perché si conversava anche con chi non avevi mai visto prima. Ecco, penso a mio padre e ai suoi, ai miei, compagni che ci hanno lasciato e mi viene in mente la generosità della militanza quando la politica era una cosa bella, il senso di comunità.