#ioraccontobreve: i vincitori della sesta settimana

Mai e poi mai pensavamo di andare così avanti con #ioraccontobreve. Questa passione sincera e disinteressata per raccontare di tutto, da ambiti personali a fatti del passato, da oggetti ad emozioni, merita molta attenzione, merita l’ascolto che in effetti sta avendo.

Oggi partiamo da quelle piccole e grandi scelte che ogni tanto nella vita, si impongono. Anche se stavolta è doloroso, per il protagonista di questo racconto, scegliere tra Lei e…lei.

Di Letizia Lusini di Monteroni d’Arbia, si nota subito una certa dimestichezza con la scrittura e un taglio sottilmente ironico. Ha gestito per molti anni un banco nei mercati antiquari, scrive da oltre dieci anni con alcune pubblicazioni al suo attivo.

LA SCELTA

Scelta

Erano stati insieme per diciotto anni. Lui l’aveva curata, coccolata, amata. Era orgoglioso di lei anche dopo tanto tempo, la portava con fierezza ad ogni evento; e lei cresceva forte, decisa, senza difetti. Poi, un giorno, arrivò Lei. Guardò lei subito con disprezzo, e dette a Lui un aut-aut. Fu costretto a scegliere.  Lui la guardava ora: lei era ai suoi piedi, distrutta. Gli venne da piangere, poi “Caro, hai finito?” Lei lo chiamò dal soggiorno. “Sì, arrivo subito” rispose. Gli salirono agli occhi due lacrime, prima che uscisse dal bagno, e scivolarono giù, finendo sulla sua barba tagliata.

Di tutt’altro ambito e certo di tutt’altra scelta si parla in questa storia, in cui torna sui nostri schermi Francesca Condò, architetto specialista in restauro dei monumenti in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT, bissando il successo della terza settimana con un racconto elegante (interessante la sequenza del titolo che se si vuole è in sé un’altra narrazione sintetica) e di gran ritmo.

ACQUA, ARIA, FUOCO, TERRA.

La gamba legata si faceva spazio nell’acqua trascinandolo verso il fondo. Sergius pensò che aveva fatto qualcosa di non rimediabile. Lo pensò con la testa e col corpo che cominciava a cercare aria prima ancora di averne bisogno. Lo aveva fatto, doveva accettarlo. Lo aveva fatto. Non ci sarebbe stato più quel dolore ottuso ma neanche l’odore dei fiori e il senso di attesa della primavera. Quando sentì il flusso addensarsi attorno al corpo pensò che l’acqua stesse spietatamente prendendo il posto dell’aria. L’acqua invece lo respinse. La gamba smise di pesare e il corpo di dibattersi e cercare aria. Salì in superficie, al canneto. Sentiva la testa vuota riempirsi di braccia o serpi o animali sinuosi. Nel suo corpo affiorò un ricordo che non trovò una collocazione nel tempo o in uno spazio fisico. Era un ricordo solido, sessuale, pieno di energia e di forza che rasentava la violenza fisica. Le braccia afferrarono l’acqua e trovarono i fusti fitti delle canne.

4 elementi

E di bis in bis ecco un altro ‘narratore seriale’ del nostro contest, Kevin Tushe, vincitore della quarta settimana, senese e Liceale che a soli16 anni, che ama rievocare con ottima tecnica momenti di un passato certamente non vissuto ma di cui non gli sfugge l’intensità. Stavolta sono l’amore e la nostalgia a fare da padroni, ma anche un fatto storico accaduto quell’anno: per la prima volta nella storia a Città del capo un droghiere di mezza età, Louis Washkansky subisce un trapianto di cuore ad opera di Christiaan Barnard, carismatico e trasgressivo chirurgo 45enne.

Città del Capo,

Dicembre 1967, la calda brezza oceanica scompigliava i tuoi capelli corvini, il sole faceva rilucere la tua pelle color dell’ebano sotto quel tiepido crepuscolo d’estate australe. La Baia del Capo era il nostro anfiteatro, noi protagonisti di un’opera che pareva infinita, il mondo spettatore inconsapevole di una vicenda dai toni fiabeschi, predestinata a vita effimera.

Barnard

In quel mio breve soggiorno in Sudafrica l’apartheid ci aveva resi trasgressivi, seppur giovani e innocenti le nostre anime si intrecciavano, le nostre pelli si mescolavano alla stregua della costa con le onde dorate, in cui il tuo sguardo ambrato si confondeva. La sera della mia partenza la televisione racconta del primo trapianto di cuore, io che a te soltanto, a Città del Capo, ho aperto il mio cuore, perché tu del mio cuore eri diventata il capo, la mia anima, ora sbiadita nei flutti sanguigni dell’Atlantico.

#ioraccontobreve: i vincitori della quinta settimana

Dunque, procediamo con ordine:

Partiamo da Milano, una Milano alla Gaber, più che una Milano da bere, come si legge nell’abilissimo quadro che ci propone Stefano Scanu, che non finiremo mai di ringraziare per il suo sostegno a questa iniziativa, che ha riscosso anche più gradimento di quanto ci aspettassimo. In fin dei conti chi ha partecipato non ha vinto niente, al limite speriamo un buon articolo, un po’ di visibilità e di sicuro la nostra stima, ma noi di sicuro abbiamo vinto il sincero piacere di leggerVi!

VIA CAPPUCCINI N. 3 di Stefano Scanu

gaber

Volevo farti una sorpresa. Avrei dovuto mettere le Clark per non fare rumore proprio come diceva Gaber in una vecchia canzone, invece rimbombano solo i miei passi in questo quadrilatero fitto di silenzio.

Quando mi hai detto: “alle sei davanti a Villa Invernizzi, quello dei formaggini”, ho annuito fingendo di conoscerlo per non deluderti.

Poi il silenzio è cresciuto con la sera e mi spiace non ci fossi, perché avrei voluto ringraziarti.

Ormai sono qui da ore, a spiare solo e sedotto dei fenicotteri rosa dietro il cancello del palazzo.

Non ricordo neanche più che ci sono venuto a fare.

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Viviamo tempi di difficile interpretazione. E di frasi fritte, fritte, fritte come direbbe Benigni. Soprattutto sui media.

Siamo come in guerra; siamo come nel ’29; siamo come nel dopoguerra …uffa!!!

Erik Scortecci, studente liceale del secondo anno, ci dice che ha deciso di scrivere questo racconto rifacendosi per l’appunto alla frase che oggi sentiamo spesso: “siamo come in guerra”.

Allora –dice- ho pensato di intrecciare il desiderio del ritorno alla normalità e alla quotidianità con la storia di un uomo, sconosciuto, ma di cui è intuibile lo stato d’animo. Ho cercato di raccontare una situazione tipica vissuta dai soldati che tornarono dal fronte, e che oggi in qualche modo stiamo vivendo di nuovo, aspettando di ritornare alla normalità.

la guerra è finita

RITORNO ALLA NORMALITÀ

Il cielo era di un grigio piombo e i tuoni annunciavano un temporale. Le sue lacrime si confondevano alla pioggerellina che iniziava a scendere. Stremato per il lungo viaggio, si ristorò nei pressi di un boschetto. Rimase lì, a contemplare dopo tanto tempo quei colli della sua Toscana. Era autunno, i campi arati sembravano mostrare le loro cicatrici. Intanto ripensava alla loro fioritura: agli steli di grano, che ad ogni soffio di vento, iniziavano a danzare. Ricordavano le increspature di un mare agitato. Presto, al di là di quel mare, Piero avrebbe incontrato la salvezza, e la sua angosciosa attesa sarebbe finita.

E quindi via con Stefano Vallini, nato a Siena 40 anni esatti dopo Dizzy Gillespie. Lasciamo a voi stabilire quando… Ha pubblicato per Betti Editore Quante storie per un menu! – Racconti di cucina toscana e Il vento frusciava – Un suo racconto “Asfalto” ha trovato posto sul portale di Toscanalibri.it.

E siccome Dizzy Gillespie nella sua Stardust diceva Besides the garden wall, when stars are bright/You are in my arms il suo racconto non poteva che parlare di stelle …e di cose ahimè ben più terrene,

…A RIVEDER LE STELLE

stardust

Roman l’avevo visto davanti al supermarket, raramente davanti alla chiesa. Tendeva la mano e basta. Io vi appoggiavo solo sguardi colpevoli e facili da dimenticare. Non credo che abbia mai lavorato, ma è sempre vivo. Non posso dire lo stesso dei miei ex-colleghi. Lo saluto quando si affaccia dalla sua baracca dall’altro lato della strada.

Le auto ci dividono con i loro fumi di polveri sottili e ossido di azoto, che a respirarle fanno lo stesso effetto della vita. Il ponte che abbiamo sopra la testa ci protegge dalla pioggia. La notte, per vedere le stelle è sufficiente spostarsi nella scarpata di fianco.

Terminiamo con un tema che avevamo già approfondito nella puntata numero 3, quello dei negozi e dei mercati in questo periodo.  Ce ne parla Susanna Daniele, giornalista e scrittrice, che è nata e vive a Pistoia. Ha pubblicato con vari editori testi teatrali, e racconti gialli e noir. Il suo ultimo volume è Serra si racconta, la raccolta di un secolo di memorie degli anziani abitanti di un paese della montagna pistoiese.

I COLORI DELLA VITA

i colori della vita

È uno dei due negozi rimasti aperti in una piazza che da secoli è centro di scambi commerciali e di vita cittadina. Il verde scuro di cavoli e broccoli, le gradazioni del rosso di peperoni, pomodori, radicchio e melanzane, il bianco di finocchi, porri e cavolfiori.C’è la bandiera italiana su quelle mensole di pietra vecchie di sette secoli, e molto altro.C’è cibo per il corpo, ma anche un sorriso per l’anima che trapela dagli occhi della venditrice, c’è una parola scambiata in un momento in cui la solitudine ha il sapore acre di una cattiva medicina.

#oraccontobreve: i magnifici tre della quarta settimana

E mentre  il domino letterario è arrivato alla quinta settimana,( con Elisa Mariotti, chiamata in causa da Martina Delpiccolo, che suggerisce la lettura de “I cieli visti dal tempio” (Effigi edizioni) di Silvia Schiavio) questo quarto appuntamento di #ioraccontobreve è un dialogo (purtroppo rigorosamente a distanza) tra due categorie, gli insegnanti e gli alunni, quanto mai sulla cresta dell’onda in questo periodo. Poi c’è un convitato di pietra, il mezzo elettronico, digitale. Come l’acqua non ha sapore, odore, o colore. Ma a differenza dell’acqua, non sembra capace di ‘dissetarci’ davvero

Iniziamo

DO ALGORITHMS PLAY AN ELECTRIC BLUES?  di Massimiliano Bellavista

distopia 4

Con brevi istruzioni può azzurrarti gli occhi affinché scintillino di rimando sullo schermo come soluzioni in cerca di un problema affinché tu veda un mondo irreale, un miraggio, un’alba binaria grondante pixel e bit ‘unmondochepoiungiornotuttoquestosarà(virtualmente/diperatamente)tuo’.

Una realtà aumentata si direbbe quando invece è solo diminuita quando invece l’essenziale e il bello sono nel contatto, nell’addizione di corpi, prova se non ci credi a frapporre un diamante all’aurora, o anche a un semplice sorriso. Essere umani significa pretendere ogni giorno dal prossimo una libbra di carne e un quarto di pazzia. Ma vallo a spiegare a un chiunque qualcuno ora che la corsa è lanciata e lo stadio digitale bolle di grida e frigge di applausi.

Qui nell’acido sterile di una connessione postata silenziosamente su un tavolo di quercia c’è tutto intorno una trama bugiarda, una trincea invisibile di paure. Pensare che l’uomo sia direttamente deducibile dai fatti che tu sia sezionabile in una cascata ordinata di piccoli problemi e necessità, è razionale follia. Ma poi chi ti dice che questo non sia già successo e pure molte volte e non si sia il prodotto di un’ostinata e più che meritata Nemesi? Meritiamo di estinguerci, anzi, di spegnerci.

Perché può darsi che Dio la pensi come mia nonna:Quando non funziona non stare a grattarti. Spegni e riaccendi.

E continuiamo con Simonetta Losi, collaboratore Esperto Linguistico all’ Università per Stranieri di Siena, giornalista ed esperta in divulgazione culturale.  Se ci leggete da Vega e non sapete nulla (dato il ben noto ritardo relativistico del nostro segnale televisivo ad arrivarvi) dell’attuale istituzione della DAD, la famigerata didattica a distanza, leggete questo assi ben confezionato racconto e ve ne farete un’idea precisissima. No, amici Vegani, purtroppo non si tratta di un racconto distopico…

LA PIATTA FORMA DIGITALE

distopia 2

E così la mia didattica in una manciata di giorni è entrata in zona rossa attraverso una rivoluzione copernicana. Pochi clic e accedo a una piattaforma. Davanti, un vasto nulla animato.

Siamo chiusi dentro, ma immagini e parole dette, scritte, cantate, viaggiano libere raggiungendo studenti intrappolati a Siena, o fortunosamente tornati a casa, collegati dal mondo.

Prima, cancellando la lavagna, mi chiedevo dove andavano a finire le parole. Me lo chiedo ora, che sono un misto fra dj, avatar, voce disincarnata, su un ponte tibetano virtuale affollato, instabile.

Mancano presenza e relazione: insegnare a distanza è una piatta forma.

Gli fa da perfetto eco Maddalena Biserni, 16 anni, che frequenta la IIB del Liceo Classico Enea Silvio Piccolomini di Siena. Scrive molto bene Maddalena, leggere pennellate che poi cominciano a pesare sui pensieri. Insegnanti e studenti, come si vede, sono entrambi naufraghi sulle sponde del mare…virtuale.

TRA SOGNO E VIRTUALE

Il solletico dei fili d’erba che incontrano le mie braccia scoperte, il ronzio delle api che passano da fiore in fiore. I raggi del sole che sembrano fatti per scaldarmi la pelle. Gli universitari ridono seduti in terra aspettando la prossima lezione, alcuni fanno pranzo. Dietro sento il rumore leggero delle note di un pianoforte che si rincorrono tra loro, viene dal Collegio Tolomei. Passa un uomo con un cane, mi fermo ad osservarlo.

Mi balena in testa l’idea di andare da lui e chiedergli se posso accarezzarlo. Ma è notte e sono a casa sul letto e l’unico rumore che sento è il ticchettio dell’orologio sul comodino che mi ricorda che domani ho le videolezioni.

distopia 1

E nella morsa di tutta questa virtualità a pronta presa sotto vuoto spinto si perdono anche i confini dell’esperienza, si sovrammettono quelle vissute da altri quelle immaginate, quelle ancora da vivere. Dov’è la polvere, copre solo il passato o anche il futuro? Kevin Tushe, anche lui Liceale di 16 anni e tra l’altro fresco segnalato del Premio Asimov con una bella recensione , ha un’idea ben precisa al riguardo. E certo anche lui sa maneggiare molto bene la penna, e non lo diciamo solo noi.

POLVERE

distopia 3

Le mie dita blandiscono i lisci involucri, un tempo sgargianti, dei vinili, ora giacenti sbiaditi nel solaio. Scorro rapido i titoli, in cerca di memorie di gioventù trascorsa. Mi soffermo su una copertina avvolta da una densa patina di polvere: ne estraggo alla cieca il disco e, poggiato sul lettore, Born to Run di Bruce Springsteen avvolge l’ambiente. Sulle note di “We gotta get out while we’re young” rievoco il tepore delle sue membra che si confondono con le mie. Rimorsi di amori mai nati riaffiorano: rivivo drammi per esorcizzarli, finendo inevitabilmente soffocato dalla polvere stessa, nella quale mi reincarno, residuo di tempi distanti che non mi appartengono.

 

La poesia, o la terribile libertà dei limiti umani

«Allora: la poesia è la vista radicale delle cose» Cesare Viviani, Il mondo non è uno spettacolo

Viviani 2

Insomma, per  un Caffè letterario che si rispetti non  è che ci possiamo accontentare di una parola addomesticata, prêt-à-porter, smussata come un sasso di fiume. Daccordo la semplicità , e l’immediatezza, ma tra un caffè e l’altro dobbiamo anche andarci a cercare la parola grezza, quella sperimentale, che sta a quella prodotta in serie come un abito prêt-à-porter sta ad un capo d’alta moda. Del resto,  una nazione degna di tal nome si dovrebbe tenere stretti i suoi sperimentatori e artisti della parola, una specie rarissima. Ora, c’è un poeta, Cesare Viviani, che sostiene che “i significati hanno un potenziale di aggressività molto più alto che non i signifcanti” e perciò nei suoi testi, che dovrebbero essere letti e spiegati  meglio nelle scuole, li arma gli uni contro gli altri, fino a produrre testi allucinati, teatrali, labirintici, a volte comici. Se avrete pazienza, Federico Romagnoli, nato a Siena, città dove vive e lavora, laureato in “Competenze testuali e rapporti con i mass media” all’Università per Stranieri di Siena, ce lo spiegherà in modo molto chiaro e originale. Federico sta per conseguire un Dottorato di ricerca in “Letteratura, Storia della Lingua e Filologia italiana” (tesi proprio sul poeta senese Cesare Viviani). Ha pubblicato le raccolte poetiche Maschere in quiete (Tipografia senese, 2001), Carne diem (Zona Editore, 2010), L’abirinto (Giulio Perrone Editore, 2011 vincitore premio “Fili di parole”) e Stop (e) motion (Edizioni D’if, 2012, vincitore premio “i Miosotìs”).

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In questi tempi difficili, dove l’uomo si ritrova spaesato di fronte ad una condizione nuova, eppure atavica, di ridimensionamento e paura, il concetto di “limite” è più che mai vivo e sentito; mi piace riproporre a tal proposito una parte della mia tesi di laurea dedicata al poeta senese Cesare Viviani, e dedicata espressamente al concetto di limite all’interno della sua poetica. In particolare se ne ripercorrono le tracce partendo proprio dal suo primo libro, L’ostrabismo cara, il più sperimentale, il più connesso all’idea della trascendenza tra uomo e natura, all’indagine sublime dell’arte tra significato e significante. Da poco è uscita la sua ultima raccolta per Einaudi Ora tocca all’imperfetto, ma credo sia interessante andare a rivederne il fortunato esordio letterario, uno dei casi poetici più sorprendenti della storia italiana

viviani 1

 

Propedeutica al limite

 

Il senso del limite: L’ostrabismo cara

L’ostrabismo cara rappresenta il principio di tutto; è la prima raccolta di Viviani – esce per Feltrinelli nel 1973 – e fa capire immediatamente l’enorme potenziale del poeta. Un incandescente magma verbale che fonde, già dall’affabulatorio titolo, poesia e psicanalisi, un libro di lapsus lirici e creatività psicoanalitica. L’inesprimibilità della realtà circostante è già ben chiara, paradossalmente, nella mente dell’autore, solo che non riesce ancora a trovare una forma. Di conseguenza ne viene fuori un libro dominato da un «lessico dalle tessere disparate e una liberatoria manipolazione della lingua, contigua al processo analitico e realizzata con lapsus e varie operazioni sulla parola»[1], una parola che si specchia nell’ «ostrabismo» del titolo, facendosi allo stesso tempo strabica – e quindi capace di vedere più punti di vista contemporaneamente – e ostacolo (da ostracismo) alla comprensione stessa. È questo di fatto il primo grande paradosso su cui riflette la poesia di Viviani che sfocerà nella rappresentazione lirica della finitezza dell’infinito, del limite dei limiti. Si legga a tal proposito l’incipit, un vero e proprio gioco enigmistico sul significante dove, accanto alla presentazione di una pseudo storia in cui verosimilmente il poeta si cimenta in un romanzo in versi di formazione prettamente erotico, i significanti si inseguono e si contraddicono o cambiano improvvisamente forma e contenuto secondo le indicazioni tipiche del lapsus freudiano e dove assistiamo sia alla scomparsa del soggetto lirico che alla comparsa della retorica tipica del poeta senese fatta di anacoluti, sinestesie e significativi enjambements:

 

lo strale stanato e per scommessa,

l’ombretto bagnato nella fucina ho

trovato piegata e piagata col liquido

tuo giovereccio

questa indemoniata o indemoniato

non so che perché è stato più

un balzo che altro, ecco perché

assortivano molto le catenelle

perché le bacche filtravano rosso

e spingi e malta

ti vedevano i lutti

per questo col limite un opossum

 

non più belava esitata fusione

il gelato il pelato ospite anziano

distallato dal mosto,

quello tentato stasa per dire

a quel punto ho visto quale era     [p. 17][2]

viviani 3

Il poeta senese sublima le teorie linguistiche di Saussure e il rapporto arbitrario tra significato e significante diviene l’essenza della poesia stessa. Non v’è dubbio sul fatto che questo tipo di poesia sia debitrice delle istanze avanguardistiche e del Gruppo 63 in particolare ma, come ben nota Michel David, «Viviani sembra aver superato formalmente i suoi predecessori immediati del Gruppo 63 e con più bravura. Si è del resto schierato più di loro dalla parte dei significanti, rinunciando per ora a ogni volontarismo morale. […] Forse il futuro lo preoccupa meno di un presente strabicamente vissuto»[3]. In poche parole Viviani è più coraggioso, o forse crede più degli altri – e vedremo come il “credere” sarà decisivo nella poetica del poeta senese – nella forza della parola e nella parola lirica in particolare. Non a caso Le parole sono l’organo della vista è il titolo che Viviani sceglie per la premessa a un suo saggio psicoanalitico, Il sogno dell’interpretazione. Qui il poeta, certo ora in veste di critico di psicoanalisi, spiega lucidamente la propria concezione della realtà: «il piano di realtà – a cui si rivolga la nostra voce per prendere consistenza! – non è un ambiente raffigurabile e descrivibile, ma un livello non facilmente collocabile, fatto di luci e impronte, immagini e contatti, forme e ritmi, ombre e materie, che è il vero luogo della formazione psichica»[4]. E proprio questa “selva” di figure e sensazioni («luci, impronte, immagini, contatti, forme e ritmi») che ora resta solo avvertibile nella forza incontrollabile e polisemica del significante, troverà forma e pensiero proprio nell’ultima stagione del poeta. Ed eccoli i sensi miscelati come un delirio lirico-analitico:

 

ingiuriato da esautorate

storte malformi il cingolìo del becco invasore

villeggiante sprigiona il colore sul riverbero

del nido e inserendo nel destro provocante la

sfera si è inumidita lungo la paresi come

sperava e questo l’astinenza scortava dal baldo

paese, devi aggiuntare allora

sottraggono dal muto

dello sperma e soli compremono al miracolo

la catenina mista     [p. 51]

 

L’esperienza sensuale del poeta, cardine delle raccolte che questo lavoro prende in esame, si presenta in questa lirica come una miscellanea disomogenea, appunto un racconto schizzofrenico: «l’esperienza dell’ascolto analitico è simile all’ascolto di una lingua sconosciuta»[5] ci dice Viviani, «più progredisce e si sviluppa la “comunicazione”, più si formano “assoluti” e ci si allontana dall’esperienza assoluta. Più si è “comunicativi”, più ci si allontana dalla verità»[6]. Si intuisce quindi dove vuole arrivare il poeta con questa raccolta: «la psicanalisi è l’esperienza del limite. È la presenza autonoma del confine, che è illeggibile perché non è riferito alle terre che serve, alle distese dei significati noti»[7]. Formulando un sillogismo potremmo affermare che se la psicanalisi rappresenta l’esperienza della categoria “limite” e la sua incomprensibilità allora la poesia de L’ostrabismo cara, incomprensibile ridda di significanti, è psicanalisi. Ma Viviani sa bene che è vero anche il contrario e lo dimostrerà maturando una poesia completamente diversa e ben più improntata sul significato formale. In questo momento la scoperta del poeta ha una grande importanza nell’ambito della poesia italiana novecentesca: L’ostrabismo cara ha scoperto il limite umano mediante il trauma lacaniano del linguaggio, rappresenta in effetti una sorta di liricizzazione  della formula “l’inconscio strutturato come un linguaggio” appartenente allo stesso Lacan. Per capire meglio è necessario rifarsi a un famoso seminario del filosofo e psicanalista francese, quello sul racconto La  lettera rubata di Edgar Allan Poe.

La scena primitiva (non a caso Lacan impiega questo termine) si svolge nelle stanze della regina, che vi riceve una lettera che è costretta a nascondere  fra altre carte, per l’ingresso improvviso del re, dimostrando così che il contenuto è compromettente per il suo onore e la sua sicurezza. Approfittando della disattenzione del re, la regina ha lasciato la lettera sul tavolo con l’indirizzo in vista essa non sfugge però alla sorveglianza del ministro che, entrato insieme al re, si accorge dell’imbarazzo della regina, e ne comprende la causa. Il ministro allora tira fuori dalla tasca una lettera identica e fingendo di leggerla la sostituisce alla prima, con grande disappunto della regina, cui non è sfuggito nulla della manovra ma non ha potuto impedirla, temendo di suscitare il sospetto del re. La regina sa dunque che il ministro possiede la lettera e il ministro sa che la regina è stata testimone del suo gesto. La seconda scena si svolge nell’ufficio del ministro e in apparenza ripete la precedente. Diciotto mesi dopo la polizia, approfittando delle assenze notturne del ministro, ha perquisito la casa intera senza riuscire a scoprire la preziosa lettera. Il capo della polizia si fa allora annunciare al ministro e ispezionando la stanza, dietro i suoi occhiali con le lenti verdi, scopre ben presto l’oggetto di tante ricerche. È un biglietto spiegazzato, abbandonato, come inavvertitamente, alla vista di chiunque, che, come tutti sanno, è il sistema migliore per non farlo vedere a nessuno. Se ne impadronisce rapidamente, ripetendo il gesto del ministro, dal quale si accomiata senza troppa fretta, sicuro che questi non si è accorto della sostituzione. La situazione nuova che si è creata è che il ministro non ha più la lettera e non lo sa mentre la regina sa che ormai la lettera non è più nelle sue mani. A ciò si aggiunge un elemento nuovo, il biglietto lasciato dal capo della polizia che è un’imitazione ma non è priva di importanza.[8]

Ho preferito affidarmi alla sinossi di Palmier in quanto decisamente esplicativa della situazione e ricca dei particolari necessari a comprendere l’esegesi lacaniana. Considerando la lettera in qualità di “significante” e i personaggi di “significato” «il loro spostamento (dei personaggi) è determinato dal posto che viene a occupare quel puro significante che è la lettera rubata, nel loro trio. Sta qui ciò che lo confermerà come automatismo di ripetizione […]. Il significante è unità per il fatto di essere unico, non essendo per sua natura simbolo che di un’assenza. Ed è così che della lettera rubata non si può dire che bisogna che, al pari degli altri oggetti, sia o non sia da qualche parte, ma piuttosto che, a differenza di essi, sarà e non sarà là dove è, dovunque vada»[9]. Lo straordinario potere del significante abita e trasforma l’inconscio umano, anzi Lacan parla di una “catena di significanti” che attraversano il soggetto e di cui l’analista, o il poeta in questo caso, è tenuto a rintracciare l’unità significante, ovvero il limite:

l’analista si trova di fronte a significanti di cui spesso non sa che fare: brandelli di sogni, sintomi la cui collocazione nella storia del soggetto e il cui significato, da essa illustrato, rimangono ignoti. E tuttavia, afferma Lacan, tutti questi significanti formano la trama di un tessuto. Il significante trascende la materialità che lo esprime. In quanto si precisa come pura trascendenza, il significante porta in sé la traccia della morte, come anche Hegel ha dimostrato. Così il significante è “unità di essere unico”, è simbolo di un’assenza (FINE PARTE I).[10]

[1]    Dopo la lirica, cit., p. 275.

[2]    Le citazioni sono tratte da Cesare Viviani, L’ostrabismo cara, Feltrinelli, Milano 1973.

[3]    Michel David, Prefazione a L’Ostrabismo cara, cit., p. 10.

[4]    Cesare Viviani, Il sogno dell’interpretazione, Costlan Editori, Milano 1989, p. 8.

[5]    Ibidem, p. 62.

[6]    Ivi.

[7]    Ibidem, p. 66.

[8]    Jean-Michel Palmier, Guida a Lacan, Rizzoli Editore, Milano 1975, pp. 47-48.

[9]    Jacques Lacan, Scritti, Vol I, Einaudi, Torino 1974, p.12 e 21.

[10]  Palmier, cit., p. 54.

 

Lo “stupido verso”…che ha la forza di cambiare tutto in meglio.

Chi come noi apre un Caffè letterario di questi tempi non può che essere un po’ pazzo e un po’ malato e aver bisogno come e ancor prima di tutti del potere curativo della parola.

Perciò accogliamo con piacere  il contributo inedito di Denata Ndreca.

Qualche tempo fa una rivista si è occupata di lei con un bell’articolo, parlando della sua vita come di una storia molto peculiare tra “poesia e integrazione“. Già, perchè Denata nasce a Scutari, la Firenze dei Balcani, cuore pulsante della cultura albanese, tra cristianesimo ed islam. Tra un marciapiede dove c’è il campanile di una chiesa ed un altro dove c’è il minareto di una moschea e ha attraversato, non smarrendo anzi rafforzando la sua voce di poetessa, i momenti bui della storia del suo Paese.Quindi la sua voce non poteva tacere in questo momento.  Ci dice più avanti che l’Universo risorge in un “semplice – stupido verso“. Noi la ringraziamo di questi versi nella convinzione che i versi più semplici e puri, tuttaltro che stupidi, siano in realtà i più difficili da comporre e che gli stessi siano come i fiori: sono proprio quelli in apparenza più elementari che restano indelebilmente impressi nella nostra memoria connessi ai momenti più complessi della nostra vita!!!

Ndreca1

Denata nel 2003 pubblica la sua prima raccolta di poesie “Intorno a me” in albanese. Nel 2017 con il volume di poesie “Senza Paura” viene classificata quinta al premio internazionale di letteratura “Terre di Liguria”. Sempre nel 2017 vince il premio internazionale “Michelangelo Buonarroti” per i Ragazzi con l’opera “La Carrozzina Magica” riportando l’attenzione dei bambini verso il mondo della malattia e della disabilità. Nel 2018 esce il libro Un Faro nella nebbia, nel 2019 Tempo negato.

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Ndreca

(Mentre tutto tace e sta in silenzio, guardo il mondo, scrivo e penso – a quello che abbiamo, a quello che ci tiene in sospeso; all’Universo che mi risorge in un semplice – stupido verso)

“La carezza”

Bisognerebbe seminare alberi.

Poi fiori.

Poi bisognerebbe prendersi cura di loro.

Bisognerebbe lavorare la terra di giorno

e lasciare briciole di pane

lungo i sentieri – per la notte buia.

 

E bisognerebbe guardare la luna

finché ce la lasceranno,

perché anche lì – vorranno mettere mano.

 

E alzare il volto verso il cielo,

e cogliere – nel petto – incrocio

delle tempeste col sereno.

 

E poi bisognerebbe dirlo alle stelle –

che sono belle.

 

E baciarsi, e amarsi.

Bisognerebbe ricordarlo sempre:

la carezza e gli abbracci  –

sono i luoghi più belli per ritrovarsi.

 

 

Denata Ndreca