In evidenza

Alcuni eventi. In attesa di alcuni libri che usciranno presto..

E mentre si prepara qualche novità di rilievo sul fronte narrativa e e su quello della saggistica devo ringraziare gli organizzatori degli eventi (qui sotto alcuni) che mi stanno coinvolgendo sui temi della narrativa breve ( Punto Triplo e dintorni) e su quello della poesia ( La poesia è morta e altri versi). Sono, saranno veramente tante le occasioni di incontro e questo non può fare che piacere. Queste due nei prossimi giorni.

16 mar­zo, alle ore 18.30 – In­ter­vi­sta al­l’au­to­re: ospi­te lo scrit­to­re e gior­na­li­sta fio­ren­ti­no Mir­ko Ton­di, che pre­sen­te­rà il suo ro­man­zo “Era l’11 set­tem­bre” (NPS Edi­zio­ni), un’o­ri­gi­na­le e in­ti­mi­sti­ca ri­vi­si­ta­zio­ne del gior­no che scon­vol­se il mon­do. Con­du­co­no Ales­sio Del Deb­bio, pre­si­den­te di “Nati per scri­ve­re”, Lu­cia­na Vo­lan­te, vi­ce­pre­si­den­tes­sa, e Mas­si­mi­lia­no Bel­la­vi­sta, scrit­to­re.  (https://www.giornalelora.it/torna-la-rassegna-letteraria-culturalmentre-il-programma-di-marzo-della-web-tv-di-nati-per-scrivere/)

Parole, passi, sogni. Lettori in viaggio – l’iniziativa organizzata in collaborazione con gli amici de I libri di Mompracem torna dall’8 al 10 aprile in provincia di Modena, ospite questa volta del comune di Marano sul Panaro, per un altro festival che, in semplicità e in amicizia, intende provare a condividere parole, idee, progetti. 

Uguali sono anche molte delle passioni e degli interessi che animeranno questa due giorni: l’Appennino e i cammini che l’attraversano, il valore sociale dellalettura e degli spazi collettivi che promuovono cultura, la voglia di fare rete. Inviteremo tanti amici scrittori, artisti, viaggiatori, e insieme a loro circoli e gruppi di lettura, editori, librai. 

Ma a Marano intendiamo arricchire in due modi il nostro programma: con almeno due incontri nelle scuole dedicati al viaggio e alla narrazione dei luoghi; e con almeno un’iniziativa – ispirata dai pezzi di Muro di Berlino conservati accanto all’Auditorium – dedicati ai muri, ai confini, ai ponti. Questo anche come lancio del festival dei confini organizzato da Bottega Errante, editore friulano e nostro partner insieme all’editore toscano Betti, che a giugno organizzerà il primo festival dei confini.

Il programma provvisorio

In evidenza

IL 10 Gennaio alle Oblate a Firenze

Sfidiamo tutte le difficoltà del grave momento parlando di qualcosa di cui abbiamo tutti bisogno. L’equilibrio inteso come conquista di una nuova visione e di una maggiore serenità, ma anche di un miglior grado di comprensione del cambiamento. La parola, scritta e parlata, non può che aiutarci. Non rinviamo niente. Ringrazio le Oblate e il Comune di Firenze per questa opportunità. E ovviamente Max Arcangeli. Ho voluto fortemente parlare di letteratura breve come terminale e allo stesso tempo catalizzatore del cambiamento e del raggiiungimento di un successivo equilibrio. Ho voluto fortemente essere accompagnato in questa avventura da due amici e da due ottimi scrittori come Paolo Ciampi e Mirko Tondi.

Venite se potete: la letteratura e anche il solo parlarne è davvero un ottimo antivirale per l’anima e contro la paura.

10 gennaio 2022
Ore: 17:00
Biblioteca delle Oblate

EQUI-LIBRI, narrazione breve, lettura e scrittura in un mondo che cambia

Tre autori si confrontano sull’anatomia della narrazione breve e sul senso della parola scritta in un mondo che cambia. In una coinvolgente carrellata che è essa stessa un racconto si spazia tra autori più e meno noti di caratura nazionale e internazionale intersecando i generi del racconto, della sceneggiatura e della canzone.

Intervengono: Massimiliano Bellavista docente e scrittore, Mirko Tondi insegnante e scrittore, Paolo Ciampi giornalista, saggista e scrittore. Inziativa a cura dell’Associazione La parola che non muore

La partecipazione è gratuita su prenotazione dal 20 del mese precedente. Per informazioni e prenotazioni contattare la biblioteca al numero 0552616523 oppure scrivere a bibliotecadelleoblate@comune.fi.it

L’accesso in Biblioteca è consentito esclusivamente agli utenti possessori del GREEN PASS RAFFORZATO e di un documento di identità, agli utenti di età inferiore ai dodici anni e ai soggetti esenti dalla campagna vaccinale.

Per partecipare agli eventi nelle Biblioteche è necessario indossare mascherine di tipo FFP2. 

Per permettere le operazioni di registrazione all’iniziativa si richiede di arrivare 15 minuti prima dell’inizio dell’evento. Per accedere alla biblioteca è necessario utilizzare la mascherina protettiva che copra naso e bocca e dopo aver disinfettato le mani con soluzioni idroalcoliche. La mascherina andrà indossata per tutta la durata dell’iniziativa.

Il Druido e il Maragià

Quando ho saputo che Paolo Ciampi aveva scritto un libro sull’Indiano, che per i più dei comuni mortali fa solo rima con ‘ponte’ e soprattutto con ‘traffico’ (il quale è un’assoluta certezza a Firenze la mattina come a Roma l’attesa biblica sul GRA) e per i restanti fiorentini è il Caronte che con i suoi stralli in acciaio unisce i quartieri di Peretola (a nord dell’Arno) e dell’Isolotto (a sud dell’Arno), ho subito pensato che si fosse messo in un’impresa difficile ma meritoria.

Meritorio era far sapere del Principe indiano morto troppo presto e troppo giovane (appena ventuno anni) a Firenze il 30 Novembre 1870, meritorio rendere noto ancora una volta che Firenze non è fatta solo di Piazzale, Boboli e Uffizi, meritoria in generale di questi tempi era la scrittura di un libro fuori dagli schemi.

Quando poi però ho iniziato a leggerlo, gentilmente inviatomi dall’Autore stesso con un cortese biglietto firmato di suo pugno, sono rimasto assai stupito.

Per quelli che amano la letteratura e in generale lo scrivere, quella che segue è una storia degna di essere raccontata almeno tanto quanto il libro di Paolo Ciampi è assolutamente meritevole di essere acquistato, perciò ascoltatemi se potete per un momento.

Le coincidenze sono incredibili.  E questo libro in questi giorni è stato un compagno interessante, ma anche sornione e beffardo, rivelatore di strani incroci di destini. E interessi letterari

Il libro per cui alcuni han tirato in ballo autori come Pessoa o Tabucchi ma che a me come stile adottato onestamente, se proprio si devono fare degli accostamenti, fa più pensare a Joyce e a Svevo, sospeso com’è, anzi oscillante, tra un flusso di coscienza a volte erratico e un monologo interiore più argomentativo, ha prima di tutto una genesi particolare. L’autore ne racconta il dietro le quinte, a cominciare dall’annuncio che ne fa pubblicamente, durante un evento letterario. Ne seguono una gestazione e una scrittura, come si apprende dal testo, piuttosto discontinue e irregolari, costellate da molti dubbi e ripensamenti. E molte visite al Monumento funebre del Principe.

Da uno scrittore come lui, che ha elevato il concetto di viaggio a suo personalissimo Canone letterario, è singolare e interessante leggere che A forza di scrivere di viaggi, sai, comincio a coltivare qualche perplessità, L’inquietudine dell’altrove si misura con l’inquietudine dell’ovunque: si va lontano e niente è davvero diverso. Avanza il sospetto che non sia questione di chilometri, ma di distanza interiore.

Il Principe e la sua statua quindi non paiono gli attori del libro, ma piuttosto una sorta di confessionale laico, dove l’autore depone i suoi dubbi e i suoi propositi senza attendersi assoluzioni ma solo ascolto.  All’annuncio pubblico del libro, segue ora quello interiore.  Mi è venuto in mente di scrivere di un viaggio che nemmeno parte, un viaggio di chi rimane sempre nel solito posto, e magari vede andare e venire gli altri.

Come nelle vecchie camere oscure, dove la fotografia si veniva definendo agitando delicatamente i liquidi nella bacinella, onda dopo onda, così nel volume il personaggio di Rajaram Chuttraputti di Kolhapur, giovanissimo principe ereditario che stava tornando in patria di ritorno da un viaggio politico e di istruzione in Europa (si potrebbe definirlo un Grand Tour all’indiana, dove quindi non era l’Italia ad essere centrale ma bensì Londra, capitale dell’impero) diventa sempre più nitido dopo capitolo. All’inizio è una statua (tra le altre cose, i lavori di restauro sono terminati proprio lo scorso settembre. Fate come Paolo, prendete la bici e andate a vederlo al parco delle Cascine), alla fine del libro un Uomo, uno Spirito, forse anche in qualche modo un Convitato di pietra.

Ora, più o meno quando Paolo annunciava il progetto del libro e si metteva in caccia del suo Indiano, io ancora non lo conoscevo di persona ma seguivo le tracce di Angelo De Gubernatis. Complice un tramonto da druido (una delle tante belle immagini uscite dalla penna ben appuntita di Paolo), stavolta non fiorentino ma triestino, a un certo punto mi capita in mano un suo libro, piuttosto raro a trovarsi, del 1878, dal titolo un po’ macabro Usi Funebri in Italia e presso gli altri popoli indoeuropei. 

Che c’entra?

C’entra che la cosa mi ha fatto fare un salto sulla sedia perché nel libro di Paolo, l’eclettico professore, saggista, studioso e letterato pieno di sè, anarchico e un po’ paranoico Conte De Gubernatis (nel 1906 sarà addirittura candidato al Nobel per l’Italia) è la ‘spalla’ del nostro Principe.  Si chiamava Angelo de Gubernatis, nel 1861 fu il primo a laurearsi in Lettere nel Regno d’Italia appena proclamato, l’anno dopo partì per Belrlino per studiare il sanscrito. Era una scelta a dir poco originale, ma gli procurò una cattedra a Firenze. (…) Si interessava a tutto il De Gubernatis, forse a troppo. Si accendeva di passione e, dopo poco, in genere si spegneva. Solo l’amore per l’India non gli venne mai meno.

Le sue prime lezioni furono pubblicate in opuscoli che inauguravano in Italia il filone di studi indologici, e questo personaggio dalla cultura vastissima, ma che spesso non curava a sufficienza le sue opere, sempre preso da un altro interesse, è lo specchio dell’Europa, dell’Italia e della Firenze di quegli anni che il Principe Indiano trova durante il suo viaggio, sospesa tra positivismo e spiritualismo, facile agli entusiasmi ma anche e sempre più presa da dubbi e interrogativi sul futuro.

Insomma De Gubernatis è un’ottima scelta per l’esito del volume. Quello che non mi immaginavo è che, quando ci siamo conosciuti a inizio 2020, in pieno lockdown, Paolo ed io avessimo nella nostra testa un amico comune. Proprio lui, il Conte. E non lo sapevamo. Non ce lo siamo mai detti, non c’è ne è stata l’occasione. Per lui, era l’eminente studioso e amante dell’India, per me, preso in quel momento dalla scrittura di un noir, l’eclettico studioso dei riti funebri.

Nel libricino trovato a Trieste, De Gubernatis scrive Nell’ Altharveda la causa della malattia è sempre qualche maleficio occulto di uomini e di dei. 

E qui le strade mie e di Paolo convergono. Il libro di Paolo dedica le pagine più belle a questa lenta convergenza verso la morte, una sorta di Via Crucis che inizia a manifestarsi il 13 Novembre 1870  Un po’ di febbre, niente di che. Normale in fondo per un Indiano che ha attraversato mezza Europa e ora dal Tirolo, si appresta a fare ingresso in Italia.

Però la febbre va e viene, lo debilita a poco a poco, sottilmente, svuotandolo di energie. Poi c’è il viaggio, la visita a Venezia. E finalmente Firenze. La febbre ora torna, prepotente, il peggioramento è improvviso.

Scrive De Gubernatis nel mio libretto Il takman, la febbre, invocata come dio del giallo, affinché risparmi chi lo scongiura. Ed è curioso che per tal febbre intermittente viene pure usato nello scongiuro un metro che si alterna, un metro terzano. E quando la febbre diviene quartana, deve pure riuscire quartano il metro. .. Quando si consideri che la febbre è chiamata dal medico Sucruta, il re delle malattie (…) non vi è quasi malattia che nella credenza indo-europea non sia supposta contenere un demonio.

Ed è davvero un demone spietato quello che uccide il Principe. In pochissimi giorni. Proprio come profetizzano i demoni delle scritture sanscrite del libercolo che ho in mano.

È una scena bellissima da leggersi, surreale, onirica, ottimamente ‘girata’ più che descritta, quella che Paolo Ciampi dedica al corteo funebre, lo strano corteo che si forma sotto l’Albergo in Piazza Ognissanti. Gli otto domestici indiani che rabbrividiscono nel gelo della notte. Da sola vale il libro.

Come prescrivono i rituali indiani, c’è bisogno di bruciare il corpo su di una pira.  Cosa di certo non semplice da far capire alle autorità all’epoca. E poi c’è bisogno di due fiumi, perché è alla confluenza degli stessi che va innalzata la pira così da liberare l’anima per il suo viaggio.  Solo che Firenze notoriamente ne ha uno. E la promozione fatta sul momento del Torrente Mugnone a ‘collega’ dell’Arno, è sospesa tra l’ironico e il grottesco, ma testimonia anche l’umanità e la disponibilità dell’Italia di allora, a tutti i livelli, popolari e istituzionali, che ne esce in questo senso assai meglio di quella di oggi. Anche questa parte vale la pena di un’attenta lettura.

Me lo immagino quella notte di tanti anni fa il De Gubernatis lì a guardare la scena non sapendo se crederci davvero, peraltro come molti altri che vi assistettero. Il libro che ho in mano è di otto anni dopo, chissà che non avesse quella scena ben in mente quando lo scriveva.

E così la storia finisce grossomodo dove è iniziata. Davanti a un monumento che nel frattempo è diventato amico.  Ad uno scrittore che lo guarda e nel frattempo è anche lui cambiato, cresciuto. In fondo come diceva qualcuno, ogni storia è un viaggio e una meta e ogni libro una strada per arrivarci, e ciò che contraddistingue un buon scrittore è il sapere accompagnare il lettore senza lasciarlo indietro e o farlo uscire di carreggiata. Lo stesso qualcuno aggiungeva che però questa è una capacità rara e che aveva visto molti incidenti nella sua vita.

Credo che Paolo sia riuscito perfettamente nell’intento di accompagnarci a destinazione.  Senza incidenti, anzi con grande piacere che certamente si attinge dalla lettura del suo Maragià. E sono abbastanza certo che quella non sarà la meta definitiva, ma la stazione di partenza di un nuovo viaggio che presto scriverà. Chiuso ermeticamente in zona rossa pur di partire sarei disposto anche a portargli le valigie.

I libri di Mompracem.Una bella novità. Le perle di Labuan. Dalla Luna o quasi.

Ringrazio Paolo Ciampi per questa bella iniziativa e per avermi coinvolto. https://ilibridimompracem.it/ è un sito che merita di essere visitato regolarmente, anche in considerazione della ricchezza dei suoi contenuti e del bellissimo stile con cui è stato progettato. Nel suo profilo Paolo di se stesso dice che Leggere è già un modo di viaggiare, viaggiare è già un modo di raccontare. Per questo vivo di parole, racconto storie, viaggio con lentezza. Sono pigro, ma l’irrequietezza mi salva e mi spinge altrove. Ho all’attivo una trentina di libri, alcuni fortunati, altri meno. La curiosità mi aiuta a scoprire un’Italia migliore di quella che si racconta ai Tg. Un altro motivo per non fermarsi. E davvero non si è fermato e ha saputo radunare intorno a Mompracem un gruppo di scrittori, saggisti e giornalisti di sicuro valore.

Io per parte mia, visto che si parla di Mompracem, sarò in via del tutto eccezionale una Lady Marianna attenta a scovare e segnalare al lettore le Perle di Labuan, ovvero libri e autori noti e meno noti che meritano di essere letti o riletti.

QUESTO IL NUMERO ZERO DELLA RUBRICA, USCITO OGGI.

DALLA LUNA…O QUASI

E che resta visto che si può solo girare intorno al castello e i ponti levatoi si possono anche ammainare ma tanto non si va, non si va oltre perché ogni casa è diventata un’isola. 

Sandokan adesso è lontano. Ma quando incrocio i suoi occhi, elusivi e difficili da domare come quelli di un falco essi curano tutte le ferite. 

È lui che mi ha insegnato quell’antica poesia medievale, la Canzone del Falco di Kuremberg. Io mi allevai un falco per più di un anno/Quando lo resi docile come lo desideravo/ e nel suo piumaggio misi ornamenti d’oro/si alzò nell’alto, per altre terre lui prese il volo….Dio unisca insieme quelli che vogliono per sé l’amore.

Mi salvano adesso queste mie note che scrivo di getto, senza riflessione ma seguendo il mio respiro, e il fatto che questa isola è dotata di una buona biblioteca, ma lo scrittore, l’intellettuale o sedicente tale è merce deperibile e di anima cagionevole.

Incontro Samuel Tissot, disorientato come me, il quale mi ricorda che devo ancora finire il suo trattato.  No non la Dissertazione sulle conseguenze dell’Onanismo, tra cui la vista offuscata, che l’ha reso immortale per generazioni, ma quello sulla Salute dei letterati, del 1780.  Mentre passeggiamo attorno al castello alza il dito per richiamare la mia attenzione, si ferma e mi ricorda squadrandomi  la nona cagione di malattia che ha, dopo lungo studio, individuato, la più insidiosa, non per niente lasciata da ultimo ‘Nè ho difficoltà di riputare per nona cagione delle malattie dei Letterati la vita loro appartata dalla società degli altri che sebbene sembri recar loro vantaggio porta seco tuttavia i suoi essenziali inconvenienti Gli uomini sono fatti pegli altri uomini il loro scambievole commercio porta dei vantaggi ai quali non senza proprio danno vi si può rinunziare e con ragione fu osservato che la solitudine produce un incomodo languore n Nulla più contribuisce alla salute che quella gioja animata dalla società e che resta assopita dal ritiro e questa causa morale della noja unita alle cagioni fisiche della malinconia di cui ho parlato di sopra perpetua nei Letterati una tristezza che per loro è tanto funesta quanto e vantaggiosa per gli uomini sociabili l’allegrezza rende quella misantropi fastidiosi inquieti disgustati di tutto ‘

Ma non si può uscire, e non posso autocertificare questa nona cagione perché non è prevista in nessun decreto. Tissot si stringe nelle spalle, non sa che farci e forse nemmeno comprende bene il problema, e prosegue la sua passeggiata da solo.

Ma del resto si è fatta sera, e anche quest’anno è al crepuscolo. E quando un anno che non si capisce è alle battute finali è quasi un sollievo.

Trovo Montale in biblioteca. Mi ricorda che se le cose non si capiscono conviene sempre guardarle da una certa distanza. Il suo anno incomprensibile è stato il 1968, alla cui fine mi ricorda che in Satura ha dedicato questi versi:

Ho contemplato dalla luna, o quasi,

il modesto pianeta che contiene

filosofia, teologia, politica,

pornografia, letteratura, scienze

palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,

ed io tra questi. E tutto è molto strano.

Tra poche ore sarà notte e l’anno

finirà tra esplosioni di spumanti

e di petardi. Forse di bombe o peggio,

ma non qui dove sto. Se uno muore

non importa a nessuno purché sia

sconosciuto e lontano.

Dalla luna o quasi, tutto cambia.  Bill Anders annuisce e conferma. Era proprio lì, letteralmente a un passo dalla Luna, quando scattò una famosa fotografia, famosa tanto quanto quella del fungo atomico di Nagasaki o del ribelle che ferma i carrarmati in Piazza Tienamen. Bill mi dice che ci sarebbe ancora voluto quasi un anno per metterci piede sulla luna, ma il 24 Dicembre 1968, pochi minuti dopo le 10:30 del mattino, ora di Houston, l’Apollo 8 stava riemergendo dal lato nascosto della Luna per la quarta volta. E tutto l’equipaggio, inclusi Lovell e Borman, si distrasse per un meraviglioso attimo, dimenticando i rischi, il tempo, le attrezzature maneggiate che valevano milioni di dollari. Dalla Luna o quasi, si vedeva la Terra.

Anders: Oddio, guarda quell’immagine laggiù! C’è la Terra che sorge. Wow, quant’è bella!

Borman: Ehi, non riprenderla, non è nel programma.

[clic dell’otturatore]

Anders: Hai della pellicola a colori, Jim? Dammi un rullino a colori, veloce, ti dispiace?

Lovell: Oh, gente, è magnifica.

Anders: Sbrigati.

Lovell: Dov’è?

Anders: Svelto.

Lovell: Qui in basso?

Anders: Prendimene uno a colori e basta. A colori per esterno. Spicciati. Ce l’hai?

Un bellissimo libro, quello di James Gladstone, intitolato Earthrise: Apollo 8 and the Photo That Changed the World, che ricorda quel momento unico e irripetibile, dove non ci vergognammo di manifestare ingenuità, stupore, entusiasmo. Lo sfoglio e lo rimetto a posto con cura nello scaffale.

Il potere delle parole che, ci consola, facendoci volare e riportandoci a terra allo stesso tempo. Il potere della luna, che ferma il tempo. È proprio lì, nell’intemporaneo, dove conviene stare adesso. In attesa che arrivi qualcosa, o qualcuno, non a liberarci, ma almeno a restituirci finalmente la diversità e la molteplicità del mondo, visto che vediamo solo le nostre facce riflesse negli infiniti specchi che popolano il castello. Montale mi dice che in fondo son parole sue, scritte in Xenia: 

il mio sogno non è nelle quattro stagioni.

Il mio sogno non sorge mai dal grembo

delle stagioni, ma nell’intemporaneo

che vive dove muoiono le ragioni

e Dio sa s’era tempo; o s’era inutile.

La biblioteca del castello è abbastanza grande da accogliermi: ritrovo i miei dieci libri là, aperti e mai finiti.  O finiti troppe volte, senza mai capirli fino in fondo. Mi viene voglia di torturarli, scollarli tutti, rimuovere dorsi e piatti e rincollare le pagine a casaccio, l’incipit dell’uno, il desinit dell’altro. Vorrei combinarli e non sapere mai quale storia mi aspetti. Sento una voce, quasi un sussurro o una cantilena un po’ ironica che dice Se una notte di inverno un viaggiatore, fuori dell’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intrecciano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto

Mi guardo intorno. Lui mi manca. Come sarebbe questa biblioteca dove a un tratto sono sola, se tutti i libri si aprissero all’unisono, come fiori su un prato?

#Io resto in viaggio: Paolo Ciampi e la mappa che si fa parola

Diciamo subito che a Paolo Ciampi Caffè 19 deve molto, perchè molto ci ha aiutato a sostenere l’inziativa e garantire alla stessa un’adeguata continuità di contenuti. E per questo, e per quanti ha coinvolto, non possiamo che ringraziarlo. Giornalista e scrittore fiorentino, Paolo dice che fa molte cose diverse e non si capisce come riesca a infilarle nelle sue giornate. Lui stesso se lo domanda e si risponde che la curiosità fa miracoli.
Ha scritto oltre venti libri su viaggi e personaggi dimenticati della storia, con riconoscimenti nazionali e adattamenti teatrali. Con le ultime uscite si è occupato dei numeri del matematico Leonardo Fibonacci, dell’Olanda in bici raccontata con i quadri di Van Gogh, dell’amicizia che resiste a un cammino tra Bologna e Firenze, dei sentieri
che Dino Campana ha tradotto in poesia, delle frontiere difficili del mondo e del sentimento del sacro nelle foreste. Dice che a a volte fa confusione tra un libro e l’altro.

        mappa ciampi

Con lui condividiamo senza dubbio l’amore per montagna Pistoiese, per l’improvvisare in ottave di Beatrice di Pian degli Ontani e per ..le mappe!

Grazie ancora una volta ai buoni uffici di Ediciclo che ci ha concesso questo speciale privilegio, pubblichiamo un passo particolarmente indicato, crediamo, per queste settimane dal suo bellissimo IL SOGNO DELLE MAPPE -Piccole annotazioni sui viaggi di carta

Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”, scriveva Bruce Chatwin. Forse sono solo un modo di misurare  il mondo, ogni volta con un metro diverso, perchè soggettivo. Ma secondo noi sono soprattutto un moltiplicatore di spazi, che non dice mai tutto. Quello che sulle mappe non c’è, ce lo dobbiamo mettere noi.  Come per i  libri di  cui nel volume si dice “Diffida dai libri che dicono tutto. Meglio quelli che sono come un uomo sul ciglio a cui si chiede se la strada è giusta. Te la mostra, la strada, ma mica è la strada. E per il resto, che ci sia sempre spazio tra una parola e l’altra

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C’è la mappa consultata in silenzio, mentre sei in movimento. E c’è la mappa che implica la sosta e pretende compagni di viaggio. Si stende sul tavolo alla fine della tappa, in attesa delle birre, quando è bello riconoscersi nella strada fatta.
Oppure il mattino dopo, a colazione, quando le battute sulla strada davanti si mescolano all’odore del caffè e del pane tostato.
Sai, anche in questi momenti la mappa non è solo una mappa: è assai di più, è un ponte da attraversare insieme, il bagaglio essenziale di giorni che possiedono volti e cuori.
C’è sempre l’istantanea di una mappa così – consultata e discussa insieme – nei viaggi in cui ho sentito più forte la possibilità di dire noi, non io.

L’istantanea di una mappa e di una situazione senza movimento. E così deve essere, perché il viaggio è movimento, ma si alimenta dei momenti in cui ci si ferma. Allo stesso modo della musica, che pretende pause, non solo note.

Sarà per questo che, tra tutti i libri di viaggio che mi sono capitati, un posto particolare occupa L’arte di perdere tempo, che non parla di itinerari e mete, ma piuttosto di soste e imprevisti. È di Patrick Manoukian, viaggiatore a oltranza e giornalista free lance, che ai tempi di Woodstock e della Summer of Love faceva l’autostop e fuggiva da molte cose. Almeno così afferma. «Per me viaggiare è fermarsi» spiega. «Fare una pausa oziosa tra la tappa appena raggiunta e quella successiva».
Anche grazie a lui ho compreso che perdere tempo in realtà è spesso un modo di guadagnarlo, che conta sì dove arrivi ma anche come ci arrivi e cosa c’è in mezzo. Ho compreso soprattutto che è sbagliato considerare il viaggio come qualcosa che succede nello spazio. Il viaggio è fatto in primo luogo di tempo: e del resto le nostre vite non sono fatte di tempo?

Allora prova ad aggiungere il tempo allo spazio del viaggio. Vedrai quante cose cambiano. Il viaggio diventa ritmo, diventa dondolio di altalena tra la voglia di partire e quella di fermarsi, diventa sofà su cui abbandonarsi per fantasticare sul mondo. Proprio in queste pause, che è arte prendersi e assaporare, c’è la mappa che si fa parola.

Che traduce il tempo nello spazio o lo spazio nel tempo. Che permette di dire davvero: io sono qui, meglio, noi siamo qui. E in questo c’è un significato profondo. Come l’acqua che si attinge da un pozzo è questa frase: io sono qui, noi siamo qui. Ci siamo davvero e non è solo una questione di coordinate geografiche.