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Uscito Parktime nr 12: la poesia è morta e altri versi

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08-03-2021 WWWWWW

WHAT WOMEN WANT WHAT WOMEN WRITE

Quando l’amico Massimiliano Bellavista mi ha chiesto di scrivere queste righe ne sono stato onorato. Sono Nick Marshall e sono americano, forse il mio nome non vi giungerà del tutto nuovo. Da tempo ormai ho perso il dono di sentire cosa pensano le donne, quella cosa che mi ha reso famoso per un po’, assieme al mio lavoro di pubblicitario. Ma ormai non ne ho più bisogno. Né dell’uno, né dell’altro. Io e la mia compagna Darcy siamo ormai nonni. Ci siamo trasferiti in Italia anni fa, per la precisione nel 2002. È stata una decisione d’impulso: il nostro sogno era di tornare nel Paese da cui, più di cento anni fa, alcuni dei nostri parenti sono partiti con poche lire in tasca. John, il nostro ultimo figlio, quello che abbiamo avuto insieme intendo, era piccolissimo mentre adesso frequenta il liceo in Italia.  Col tempo siamo diventati padroni della lingua (italiana) e grandi frequentatori dei Parchi letterari.

Amo la letteratura, non l’avrei mai nemmeno pensato vent’anni fa, ma adesso nelle nostre lunghe sere romane, allungate pigramente sul divano pagine e pagine di audiolibri, recitati da grandi attori, si alternano alla voce da crooner del mio amato, mitico Frank. I’ve got you under my skin

Cosa pensano le donne. Adesso direi cosa scrivono le donne. Sui magazine, ho gustato degli articoli splendidi su Grazia Deledda, Emma Perodi, e altre autrici di cui assieme a Darcy, nel nostro instancabile girovagare per l’Italia, abbiamo più volte visitato i parchi loro dedicati. Ho compreso col tempo che per capire cosa pensano davvero le donne, basta sfogliare i loro libri, o sentire le loro parole addolcire l’aria delle sere di questo strano inverno che dura da un anno.

Poi questa settimana, mentre prendevo qualche appunto per l’articolo, attorno a me sono successe alcune cose. Intanto, quattro giorni fa, c’era il Super Bowl. Beh, anche se l’Italia è il mio secondo Paese, fatemi essere almeno un po’ patriottico. Quanto Amanda Gorman, con quella sua bella e radiosa faccia da ventenne ha recitato davanti a tutti ii versi della suo nuovo poema, il Chorus of the Captains, il “Coro dei capitani”, dedicato a tre americani che si sono distinti durante la pandemia, mi sono commosso. Today we honor our three captains/For their actions and impact in/A time of uncertainty and need./They’ve taken the lead,/Exceeding all expectations and limitations,/Uplifting their communities and neighbors. Il vecchio Walt, che di capitani se ne intendeva, ne sarebbe stato contento. D’altronde a ben vedere anche lui scrisse la sua poesia in un momento topico della storia americana.  Ma non è questo il punto. Il punto è che si è data importanza alla poesia, alla letteratura. A versi scritti da una donna.

Il secondo fatto è legato a una semplice osservazione. La camera di John, come quella di tutti gli adolescenti, è un autentico disastro. La sua ‘Antologia della letteratura italiana’, mentre riordinavo rassegnazione la camera, mi è caduta di taglio su di un piede. Ora dovete sapere che, quando le cose mi cadono addosso, per me è un segno. Dopo un po’ di ghiaccio e un paio di imprecazioni (non proprio in quest’ordine). mi sono messo a sfogliarla, proponendomi di realizzare un semplice conteggio: di quante scrittrici si parlava in quella antologia, a cominciare da quelle rappresentate nei Parchi Letterari? Se volete sapere come è andata vi dico subito due cose. La prima.  Ala fine mi sono comprato altre quattro antologie, per rendere più seria la mia ricerca. La seconda, che è poi anche la mia conclusione: le donne sono fuori dal canone. Quasi invisibili. O relegate e trattate come una scuola o al più un genere letterario. Dovreste fare qualcosa al riguardo. Ce ne sono poche nei volumi destinati ai primi anni del liceo e pochissime nelle antologie degli ultimi anni. Il giorno dopo ho scoperto che un’autrice, Marianna Orsi, aveva già fatto, e assai meglio di me, questa stessa indagine (vedete l’articolo Donne invisibili – Come i manuali di Letteratura ignorano il contributo femminile, è disponibile in rete.) Concludendo ad esempio che Il Nobel ottenuto nel 1926 non basta infatti a Grazia Deledda per avere un capitolo a lei dedicato nei libri testo in uso nelle scuole e nelle università italiane, nei quali di solito non le spetta più di un paragrafo o un breve testo, quando non è ignorata del tutto (compare solo in 2 dei 6 volumi per il triennio qui analizzati). Stupiscono le proporzioni. Leggo i dati del rapporto autori/autrici in una delle antologie analizzate dalla Orsi (le altre non si discostano poi molto):

    1A, Dalle origini al Trecento: 24 autori contro 1 autrice

    1B, Quattrocento e Cinquecento: 33 a 4 autrici

    2A, Seicento e Settecento: 45 a 0.

    2B Il primo Ottocento: 40 a 4

    3A Il secondo Ottocento e il primo Novecento: 51 a 2

    3B, Dal Novecento a oggi: 75 a 7

Lalla Romano, Annamaria Ortese, Elsa Morante, Amelia Rosselli, Igiaba Scego, Alda Merini, Antonella Anedda sono le autrici citate in quel volume per il Novecento.  Dove sono tante autrici ‘sommerse’ come ad esempio la Banti o la Mancinelli? Vado matto per queste due scrittrici. Ma nelle Antologie non ci sono. E nelle librerie, poco o per niente. E come loro, è successo a tantissime altre.

Le donne muoiono, raccolta di quattro memorabili racconti, in un momento storico in cui si parla molto di gender equality e, ahimè, come si sa del tema odioso e socialmente incancrenito del femminicidio, sembra un libro profetico.

Anna Banti, scrittrice assai complessa, moglie del celeberrimo storico dell’arte Roberto Longhi, con la sua penna dura e acuminata, si era occupata in un saggio del 1953 del genere allora ancora molto in voga del romanzo rosa, definendolo come una letteratura scritta da  «donne avvezze a praticare la docilità  […]le quali libere, ormai, da freni moralistici troppo stretti, conservarono tuttavia un ossequio alle norme ed alla posizione soggetta della donna»; unica eccezione secondo lei, la Serao, pur con tutte le sue contraddizioni, quella stessa Matilde Serao che aveva scritto dell’inutilità di qualunque estemporaneo diritto concesso alle donne fino a che non si lavorava ad un disegno complessivo di società e quindi «Fino a che ogni uomo, padre, zio, avo, fratello maggiore può disporre del destino e della fortuna di una fanciulla: fino a che un marito può disporre di quanto la moglie possiede e nulla darle offendendo la giustizia e la morale: fino a che il divorzio non esista in Italia: fino a che la separazione coniugale sia quella forma odiosa e grottesca che è: fino a che una donna, non possa disporre di sé e di quel che ha: fino a che la sua parola non valga quella di un uomo».

Anna Banti voleva liberarsi dai cliché imperanti nella sua società e parlare in modo originale del mondo femminile, ma senza ricorrere al femminismo: voleva in altre parole investigare il ruolo, complesso, della donna nella società e il rapporto necessario, complementare, ma non subalterno, con l’universo maschile.

La Mancinelli invece è la narratrice e novellatrice di un Medioevo che sembra vero, come si legge sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi de I dodici abati di Challant del 1981.

Ci sono altre molte donne nelle storie della Mancinelli, donne abili e intraprendenti, furbe, che danno agli uomini l’illusione di comandare. Ne Il miracolo di santa Odilia di Odilie ce ne sono in realtà due: la prima badessa del convento, tutta zelo e santità, ma che santa non fu mai, anche se «Perché non fosse santa, era difficile dirlo il paradiso doveva esserselo conquistato di sicuro. Ma miracoli, niente». Qui le pennellate atte a descrivere un personaggio in poche righe sono magistrali «Sapeva benissimo che tra le mura del convento la attendeva una vita più tranquilla…se fosse andata sposa a qualche signore dei dintorni, avrebbe corso il rischio di essere ripudiata con pretesto qualsiasi, e aveva la certezza di dover sopportare una gravidanza l’anno, mentre i giochi d’amore il suo signore e marito li avrebbe fatti con qualche altra donna».

Sembra davvero di sentire la suor Teodora di Calvino «Dovete compatire: si è ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate, in sperduti castelli e poi in conventi; fuor che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d’eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non si è visto niente. Cosa può sapere del mondo una povera suora?».

La seconda Odilia è invece la nipote, che le succede alla morte, bella e amabile a tal punto, che tutto lascia supporre che «il velo le sarebbe pesato più di una corazza». Però sarà proprio lei a compiere alla fine del libro l’unico vero miracolo, un miracolo tutto umano.

E poi ci sono le donne capaci di trame, complotti e maneggi familiari orditi nell’ombra, dipinte pregevolmente in quell’affresco che è l’opera La sacra rappresentazione ovvero Come il forte di Exilles fu conquistato ai francesi del 2001, ambientato gli albori del 1700 quando la piccola comunità di Exilles è in fermento per la preparazione di una Sacra Rappresentazione in onore di San Rocco.  In questo piccolo centro, gli uomini, probi cittadini e stimati padri di famiglia, scivolano nottetempo «lungo i muri senza lume» diretti verso «i loro amori clandestini a qualche fienile». Le mogli, pensano loro, sono buone solo per fare figli. Qui sembra di leggere il dialogo tra il principe e il confessore nel Gattopardo «Ma che volete da me? Sono un uomo vigoroso. E come posso accontentarmi di una donna che a letto si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio, e che dopo non sa dire che “Gesummaria”? Sette figli ho avuto da lei, sette, e sapete che vi dico, padre? Non ho mai visto il suo ombelico».

Ma forse c’è ancora speranza per trovare tra donna e uomo sinergia e intesa nella diversità per certi versi analoghe, sempre per restare nell’ambito letterario, al vissuto personale della de Beauvoir, che pure ebbe il sodalizio intellettuale ed emotivo più forte della sua vita con un uomo così controverso come Jean-Paul Sartre.  Insomma, le stesse autrici che ho citato ammettono che in fondo gli uomini in gamba sono ancora i più.

Mentre scrivo, penso ancora al Paese dove sono nato: lo scorso settembre Ruth Bader Ginsburg, giudice liberal e icona pop, seconda donna della storia americana a far parte della Corte Suprema, (dopo Sandra Day O’Connor) è morta all’età di 87 anni, per complicazioni legate al cancro al pancreas. La Ginsburg è stata prima di tutto un architetto legale capace di trasformare negli anni Settanta la lotta per l’emancipazione femminile in qualcosa di più strutturato e meno urlato di una rivendicazione.

Diceva spesso che era diventata avvocato quando le donne non erano desiderate nella professione legale, riuscì nell’impresa di far equiparare a discriminazione razziale a quella sessuale, aprendo la strada a un lungo dibattito legale e prima ancora sociale. Ma diceva anche che il marito e compagno di una vita Marty Ginsburg era l’unico uomo al quale importasse davvero che lei avesse un cervello.

Poi ci sono dei fatti davvero singolari che ho scoperto grazie ai libri. Le donne hanno un gran cuore, certo. Ma noi ne sappiamo pochissimo, su come è fatto. In senso metaforico, ma anche fisiologico. Valeria Gangemi, scrittrice e manager, nel suo Le donne lo fanno meglio, dice «E dopo una vita di stenti e noia, l’infarto può arrivare lo stesso. La differenza è che non sanno come curarci. Già, perché – assurdo ma vero – studi recenti sul tema hanno aperto il “vaso di Pandora”, scoprendo che alcune branche della medicina sottovalutano o non tengono conto delle condizioni di vita delle donne nella determinazione della diagnosi e del protocollo di cura. Per l’ischemia cardiaca, per esempio, le radiografie e i test sotto stress usati per la diagnosi sono “tarati” sul modello maschile e sono meno efficaci per le diagnosi nelle donne. Ancora, gli strumenti chirurgici come by-pass e angioplastica coronaria sono gli stessi di quelli usati per gli uomini e si presta poca attenzione al fatto che le donne hanno coronarie e vasi sanguigni più piccoli».

Adesso è tempo di terminare queste mie note. Non posso che concludere a mio modo, suggerendovi di saper ascoltare. Sempre. E, credetemi, per farlo non c’è alcun bisogno che un fulmine vi colpisca conferendovi strani poteri. Parlo per esperienza. Basta che leggiate. Che leggiate quello che le donne scrivono.

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31-12-2020, 23.59-59. In quel preciso momento.

E’ uscito il numero 6 di Parktime

Attraverso una scelta di poesie e racconti si tira il bilancio di quel preciso momento: da Buzzati a Eliot, da Ungaretti a Zadie Smith e Cristina Campo. di Massimiliano Bellavista

31 Dicembre 2020. In quel preciso momento, si chiude l’anello di giorni di un altro anno che non è un anno come un altro.

In quel preciso momento è un’opera di Dino Buzzati simile ad una coperta di quelle che una volta si facevano con gli scampoli di tessuto avanzati; un patchwork di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario a proposito della fine dell’anno. Un diario già di per sé assomiglia a un bilancio: lo si scrive cronologicamente in discesa, scendendo sulla china del tempo, ma lo si legge quasi sempre in salita, a ritroso, per capire qualcosina della propria vita. Del perché le cose sono andate così. Il fatto che sia chiuso tra due identiche copertine di cartone, materializza la circolarità del tempo.

A un certo punto nel libro si legge un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo:

«Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”.

“Ti ha dato pene più che gioie?”

“Sì”.

“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto”. […]

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”

“Mica tanto, a dir la verità”.

“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore».

Strano. Strano che in quel preciso momento ci mancherà qualcosa, sempre e comunque. Non i sogni, non i pensieri o i ricordi ma le parole, quelle sì. Perché le parole per scorrere, hanno bisogno del tempo mentre in quel preciso momento il tempo non scorrerà. Poi, come ogni anno, sarà necessario trovarne di nuove, perché l’anello di giorni del 2021 possa aprirsi.

Quali parole ci verranno in mente quando quel preciso momento sarà trascorso? Presto nel mattino, presto anche nel secolo, ci sarà sperabilmente un nuovo inizio, sperabilmente migliore di quello che caratterizza l’incipit di Denti Bianchi, stupenda opera di Zadie Smith.

«Presto nel mattino, tardi nel secolo, Cricklewood Broadway. Alle 6,27 dell’1 gennaio 1975, Alfred Archibald indossava un abito di velluto a coste ed era seduto a bordo di una Cavalier Musketeer Estate, con la faccia riversa sul volante. Sperava che il giudizio divino su di lui non fosse troppo severo. Giaceva abbandonato in avanti, la bocca molle, le braccia a croce, spalancate sui due lati, come un angelo caduto; nei pugni stringeva le medaglie dell’esercito (a sinistra) e la licenza matrimoniale (a destra), perché aveva stabilito di portare i suoi errori con sé. In un occhio gli si rifletteva una lucina verde: segnalava una svolta a destra che aveva deciso di non fare. Era rassegnato. Era preparato a tutto questo. Aveva gettato in aria una moneta e si era attenuto rigidamente al risultato. Si trattava di un suicidio premeditato. Anzi, della sua risoluzione per l’Anno Nuovo.Ma perfino mentre il respiro gli si faceva convulso e la vista si appannava, Archie era consapevole che Cricklewood Broadway sarebbe parsa una strana scelta. Strana per la persona che avrebbe notato per prima, attraverso il parabrezza, la sua figura abbandonata, strana per il poliziotto che avrebbe redatto il rapporto, per il giornalista locale incaricato di scrivere dieci righe, per i parenti che le avrebbero lette. Stretto da una parte dall’imponente edificio di un cinema multisala e dall’altra da un gigantesco incrocio di strade, Cricklewood non era un posto in alcun modo speciale. Non un posto dove un uomo potesse andare a morire».

Eliot, nonostante in quel preciso momento ci fosse la guerra, suonava un pò più ottimista. In Little Gidding, componimento parte dei suoi memorabili Quartetti, figli di un passaggio di testimone tra anni duri, di guerra e di sofferenza, scrive:

«Le parole dell’ultimo anno appartengono alla lingua dell’ultimo anno / e le parole del prossimo anno aspettano un’altra voce».

E quale sarà questa voce? Sarà davvero diversa? La sentiremo risuonare in noi? Giuseppe Ungaretti in quel preciso momento scrisse la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto. Ma le parole non devono morire, ce ne devono sempre essere delle altre. Words must go on. Se necessario anche usando un po’ di ironia. 

Seamus Heaney alla fine del 1986 scivola sul ghiaccio e si infortuna al ginocchio. Quell’anno, poco dopo, muore anche suo padre. Il suo haiku ‘1.1.87’ recita così «Dangerous pavements. / But I face the ice this year / With my father’s stick».

Eliot ebbe in Cristina Campo una grande traduttrice. Lei si innamorò della poesia di Luzi e poi, non corrisposta, del poeta stesso. Scrisse su questa esperienza quello che forse è uno dei suoi testi più noti Moriremo lontani. 

Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Questa poesia fa parte del canzoniere Passo d’addio. 

Trovo che sia una bella immagine, questa. In quel preciso momento, posare la guancia sul palmo di qualcuno, svuotando di parole l’anima.

In quel preciso momento allora forse chiuderemo il nostro diario del 2020, l’anello dei giorni. È tempo anche di chiudere queste mie parole. Il suggello scelto dalla Campo al percorso spesso ciclico, della sua identità lirica in quella raccolta furono proprio quei versi di Eliot: «For last year’s words belong to last year’s language / And next year’s words await another voice. / And to make an end is to make a beginning».

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Parktime nr 5: Sherwood sorvola D’Annunzio, Eduardo e..altri

Volare sul proprio mondo

Il 21 dicembre è il giorno che ha inaugurato il solstizio d’inverno e ha visto quest’anno la congiunzione di Giove e Saturno. Proprio a partire da questo giorno parliamo del volo. Questo sarà un argomento che ci accompagnerà nel futuro qualche numero di Sherwood. 
Immaginate di poterli visitare dall’alto i Parchi letterari, uno dopo l’altro. Uno spettacolo unico. Staccare l’ombra da terra, prendere la via del cielo, dimenticarsi in esso, una necessità immortale nell’uomo come nell’animo l’avidità del volo diceva d’Annunzio

Nel 1916 a seguito di un incidente aereo, d’Annunzio riporta considerevoli danni agli occhi, per un certo tempo è seriamente impedito nell’uso della vista. Ma gli occhi dello spirito sono ancora bene aperti. Anzi, spalancati. Scrive Notturno

Usciamo. Mastichiamo la nebbia./La città è piena di fantasmi/Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligene./I canali fumigano./De i ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino./Qualche canto d’ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo./I fanali azzurri nella fumea./Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia./Una città di sogno, una città d’oltre mondo, una città bagnata dal Lete/o dall’Averno./I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano 

Torneremo su questi versi e su altro con i ragazzi di Sherwood, che ci stanno lavorando su. Quello che ci interessa per ora è entrare nel clima e immaginare quel volo nella notte dei sensi. Già cominciamo a sentirci e a pensare come novelli Saint-Exupéry. 

Antoine de Saint-Exupéry negli anni Trenta prestò servizio come pilota commerciale e di linea. Non fu Il Piccolo Principe, ma il romanzo Volo notturno , che vi invitiamo a leggere, a renderlo celebre. Il protagonista è un pilota che conduce come uno spericolato Ulisse voli commerciali nei cieli notturni della Patagonia, del Paraguay, dell’Argentina. È la Compagnia per cui lavora che lo obbliga a questa autentica sfida alla morte, per guadagnare di più. La notte può essere sinistra e aggressiva, se ci si vola dentro così a lungo con quei piccoli aerei di allora. 

Rivière giudicava che le stelle eran troppo splendenti, l’aria troppo umida. Che strana notte! Essa imputridiva improvvisamente, a zone, come la carne d’un frutto luminoso. Le stelle, al completo, dominavano ancora Buenos Aires, ma non era che un’oasi, e d’un istante; e, d’altronde, era un porto che l’aeroplano non poteva raggiungere. Notte minacciosa, che un vento cattivo toccava e imputridiva. Notte difficile a vincere. In qualche luogo, nelle sue profondità, un aeroplano era in pericolo: e sulle rive di quella notte gli uomini si agitavano impotenti. 

Lasciato sulle rive della notte c’è anche il protagonista della nostra storia, con cui Vi facciamo gli Auguri. Nella notte di Natale è concesso a tutti volare sul proprio mondo, per quanto ristretto sia, fosse anche un … presepe. E, attraverso le parole, ripensarlo.,,,prosegue su Parktime

Landolfi, o della luna su Parktime Nr 2

Su Parktime di questa settimana Sherwood si occupa di Landolfi. Leggete anche il bell’editoriale di Annalisa Nicastro.

Grazie a quanto hanno collaborato.

Qui sotto le recensioni originali di K. Tushe e E. Scortecci riportate in estratto per ragioni di spazio nella rivista

Recensione sul romanzo “Racconto d’autunno” di Erik Scortecci

La malinconia, il ritornare con il pensiero a vicende passate, il mistero del futuro e l’incertezza caratterizzano, almeno secondo la mia esperienza, il periodo autunnale.   In questo contesto si svolgono le vicende narrate da Tommaso Landolfi nel suo “Racconto d’autunno”, pubblicato nel 1946. A fare da ambientazione alla storia è una casa, in cui vive un vecchio uomo, e presso cui il protagonista trova accoglienza. Fin da subito il tono della narrazione si fa misterioso, ricca di stranezze è quell’abitazione:  un ritratto, la serratura della porta di camera, l’invocazione del vecchio, di nuovo il ritratto, una donna, la morte improvvisa, Lucia, e finalmente la verità.

Ad un racconto apparentemente inverosimile si intrecciano aspetti della vita dell’autore. La stessa casa, infatti, aristocratica e di cui rimane traccia dell’antico splendore, richiama il palazzo di famiglia del Landolfi. Inoltre, come accaduto alla donna che compare nella seconda parte del romanzo, anche l’autore dovrà soffrire la scomparsa prematura della figura materna.

Per quanto riguarda l’organizzazione della storia il lettore potrà sicuramente notare una differenza tra la prima e la seconda parte. Infatti al racconto della fuga dalla guerra e alla descrizione statica della casa, in cui il protagonista trova rifugio, seguono vicende più dinamiche, e che vedono l’accenno ad una storia amorosa tra il nostro e la tanto misteriosa donna del ritratto.

La narrazione, rigorosamente in prima persona, include pochissimi dialoghi, e da ciò possiamo pensare ad un carattere introspettivo che l’autore fa assumere all’opera, nella quale egli ripercorre  alcuni passi della sua vita.

Tutto questo raccontato in poche pagine. Si tratta infatti di un romanzo estremamente breve, ma, a dispetto delle aspettative, lo stile, tipico di Landolfi, rende la lettura impegnativa e non facile da seguire. Prevalgono infatti l’ipotassi, un lessico alto e raffinato, e lunghe digressioni che rendono, a mio avviso, poco scorrevole l’intera opera. Per questo motivo, pur riconoscendo la grandezza dello scrittore italiano, ho trovato la lettura di “Racconto d’autunno” non molto piacevole e poco accattivante.

Tuttavia, al di là del mio personale giudizio, ritengo che la mia esperienza possa suscitare una riflessione ben più ampia. Potrei dire infatti che la frenesia del mondo digitale ci abbia abituati a non riuscire ad apprezzare, o non comprendere nella loro totalità, certe opere che ci obbligano a “starci di più”, che richiedono cioè un maggiore sforzo di concentrazione e di interpretazione cui potremmo non essere più avvezzi, data infatti l’immediatezza di un sms, o di un emoji, che, invece, si sono impadroniti del nostro modo di comunicare.

Allora, la grande maestria dell’autore, nel saper gestire uno stile cosi raffinato, ci spinge a rivalutare  alcuni aspetti che con l’era moderna stiamo abbandonando, e cosi facendo, anche noi, come il protagonista, alla fine potremo riscoprire la verità, e riuscire a leggere meglio anche noi stessi.


Recensione: Racconto d’Autunno, Tommaso Landolfi -di Kevin Tushe

Odiernamente, disponiamo di una vastissima gamma di strumenti per estemperare la nostra sete d’intrattenimento e la tecnologia è la più lampante tra le opzioni, con gli schermi che vengono anteposti alla carta che scorre sinuosa tra le dita. Ciò risulta spesso in accuse da parte delle generazioni precedenti, che criticano l’idiosincrasia dei millennials nei confronti della carta stampata, nonché la loro tendenza a trattare tutto con superficialità estrema e incapacità di provare empatia. Ebbene, che cosa è in grado di offrire di più rilevante e allettante, agli occhi di un adolescente (tra cui me, del resto), un brano rispetto ad un programma televisivo, oppure ad un formato audio-visivo interattivo, come può rivelarsi un videogioco?

 Nel volume Racconto d’Autunno, composto dall’autore frusinate Tommaso Landolfi nel 1946 ed edito nell’anno successivo, si è pervasi da una costante sensazione di inquietudine, che trascende il piano bidimensionale della pagina, consentendo al lettore un’immersività unica nelle vicende belliche immaginarie che seguitano alla seconda guerra mondiale, in uno scontro tra due fazioni fittizie. In questo clima di sconforto, per la cui esemplificazione l’autore attinge ampiamente dal proprio bagaglio di reduce del conflitto globale, egli riesce a far incarnare nei personaggi ogni possibile sfaccettatura della battaglia, tra cui il desiderio di fuga, di fare ritorno ad un luogo sicuro, distante da ogni apprensione. Il tormentato desiderio di svincolarsi da questo flusso ininterrotto di ardui quesiti sull’animo umano da parte del medesimo protagonista, che tenta di rivivere drammi per esorcizzarli, dona al brano un’atmosfera cupa, ma al contempo di umana compassione, una comprensione per l’animo umano e i suoi affanni incarnata nella figura del proprietario della villa – metafora, quasi, di una culla materna, luogo di sicurezza e pace – in cui il protagonista trova rifugio proprio grazie alla misericordia dello stesso possidente. Il quadro di questa vivida, seppur fittizia, rappresentazione è offerto da un linguaggio elevato, a tratti solenne, che, tuttavia, concede spazio a toni più intimi, di introspezione e tentativi di fornire risposta a quesiti fondamentali dell’anima; l’inchiostro va, pertanto, oltre le parole propriamente dette, confermandosi ancora una volta strumento predefinito e d’eccellenza per la preservazione delle infinite sfaccettature umane, eclissando gli altri strumenti precedentemente citati, di maggior impatto, quantomeno a primo acchito. Un volume che è una testimonianza, un accorato appello alla vita e sprone alla tanto agognata ricerca di serenità, mediante un processo narrativo che permetterà ad ogni lettore (Persino ai più razionali e privi di immaginazione, come me) di immedesimarsi nelle vicende del protagonista, nei suoi timori e speranze. Nella sua complessità, Racconto d’Autunno si presenta come un’esperienza in grado di ridonare vitalità ad un lettore che, in un’epoca dove prendono piede numerose altre forme di stimolo, si sente quasi in difetto, in una sorta di crisi spirituale dovuta alla stessa sovrabbondanza di fonti di intrattenimento, per alcuni addirittura superiori alla lettura; Landolfi con questa opera ribadisce definitivamente l’efficacia della scrittura e della lettura stessa, elevandola moralmente e donandole nuova dignità letteraria, permettendo ad ogni lettore di sognare e provare emozioni, anche senza l’ausilio di uno schermo.

Finalmente: parte oggi in grande stile PARKTIME MAGAZINE. La mia rubrica sarà SHERWOOD.

Nasce ParkTime Magazine il giornale de I Parchi Letterari® per fare e promuovere cultura partendo dai luoghi e dalle comunità che la custodiscono.
Il settimanale, di cui sono fiera Direttrice Responsabile, è un viaggio che parte dai territori attraverso la letteratura. Un percorso arricchito ad ogni tappa da temi che non possono prescindere dalla memoria e che ci proiettano in un futuro prossimo ben consapevoli del presente che viviamo: ambiente, letteratura, notizie, curiosità, storia, arte, interviste, musica, moda, sport, economia, tendenze, food, insomma, tutto quello che è vita.

Una partecipazione attiva e più responsabile per focalizzare l’attenzione dai Parchi e sui Parchi attraverso gli argomenti che vi si affrontano. Il primo aspetto trova vita nella rubrica che abbiamo chiamato L’ Almanacco con contributi provenienti direttamente dai territori che ospitano, gestiscono e rendono vivi i singoli Parchi letterari. Park Time Magazine è a sua volta aperta a partecipazioni “esterne” in una sorta di dialogo permanente con l’Almanacco.

ParkTime si ispira ai principi di responsabilità sociale e sostenibilità ambientale in linea con la Rete dei Parchi Letterari, un micro modello italiano di sviluppo locale che abbina la conoscenza culturale alla tutela del territorio. L’obiettivo è dare voce alle specificità ed ai talenti custoditi nelle comunità locali con percorsi di versi, parole, musica, sapori e artigianato partendo da una calendarizzazione di eventi dedicati alle famiglie ed ai cittadini,una fruizione consapevole e diffusa dei piccoli e grandi patrimoni. Una linea comune accolta con entusiasmo per rendere sempre più protagonisti e in prima persona i cittadini e i talenti, espressione di eccellenze a volte nascoste.

La nostra attenzione è rivolta alle generazioni piu’ giovani che hanno la responsabilità del futuro senza dimenticare il passato. Per questo motivo intendiamo coinvolgere scuole e università con l’intento di organizzare un premio letterario a loro dedicato.
ParkTime Magazine sarà nel breve periodo disponibile anche in inglese, convinti come siamo dell’importanza sempre più crescente al giorno di oggi dello scambio interculturale, nell’ambito europeo ed internazionale, facendo riferimento come I Parchi Letterari fanno da sempre, agli Istituti Italiani di Cultura, ai Comitati della Dante Alighieri e alle associazioni degli Italiani nel mondo.

Sul nostro giornale online grande rilievo è dato anche all’uso delle immagini, fotografie professionali, fumetti e videointerviste dando spazio a tutti i linguaggi multimediali e narrativi contemporanei. Dunque largo uso anche dei social, da Facebook a Youtube, da Twitter a Instagram per coinvolgere il numero di utenti piu’ ampio possibile.
I contenuti del Magazine sono diretti ad un pubblico trasversale, attento, curioso e protagonista.

I 26 Parchi Letterari, cui si aggiungono i 2 in Norvegia, sono una rete identificativa dell’Italia interna che riunisce oltre 40 Comuni e con loro associazioni culturali, musei, realtà̀ produttive (dall’enogastonomia all’artigianato, dalle strutture ricettive alle guide del territorio) e ambientali (Parchi naturali, oasi e riserve naturali) che partecipano a un lavoro di sviluppo condiviso in cui la consapevolezza del proprio patrimonio materiale e immateriale, della storia, delle tradizioni e delle peculiarità della filiera agroalimentare, diventano una risorsa di sviluppo locale a sostegno del lavoro di tutela e salvaguardia dell’ambiente.

Il legame tra ParkTime magazine e i Parchi Letterari è sottolineato dalla grafica della testata che richiama lo storico logo dei Parchi Letterari: stilizzato da Stanislao Nievo il ravenala del Madagascar, detto anche l’albero o palma del viaggiatore per le foglie che raccolgono la rugiada che disseta i viandanti. il simbolo dei Parchi Letterari ha nove foglie di alloro ognuna delle quali rappresenta una musa.

Un ringraziamento speciale va a Stanislao de Marsanich, Presidente dei Parchi Letterari che mi ha dato questa meravigliosa possibilità e a tutta la Rete dei Parchi e alle comunità coinvolte per tutto quello che ogni giorno realizzano. Un grazie di cuore a tutta la nostra squadra che presto conoscerete tutta.

Il nostro viaggio inizia oggi da qui, vi porteremo con noi in ogni luogo in cui andremo. Ci siamo e ce la metteremo tutta a mostrarvi tutte le meraviglie che incontreremo.

Annalisa Nicastro, Direttrice Responsabile ParkTime Magazine