Una bella conversazione con Franco Arminio

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Oggi ho parlato con Franco Arminio.  A mio modo di vedere, il più grande poeta che abbiamo oggi in Italia.

Lui ama definirsi paesologo, in quanto uomo attento alle proprie radici e a preservare l’esistenza stessa dei paesi, luoghi a cui a volte non prestano attenzione nemmeno le persone che li abitano.

Oggi abbiamo parlato di poesia, del suo significato, della sua bellezza. Gli ho detto che la poesia è tale quando dietro vi si scorge un uomo e non un gioco intellettuale. Lui è stato d’accordo. Nella sua nota d’avvio alla raccolta Cedi la strada agli alberi dice che «La prima volta che ho provato a scrivere una poesia era un pomeriggio di Gennaio del 1976».

Curioso. Un altro grande poeta che ci ha lasciato troppo presto, nel 2017, Pierluigi Cappello era anche lui attento osservatore e cantore dei propri luoghi, del proprio paese. Una sua poesia si intitola 1976, Settembre ed inizia così «Mi dispiaceva morire per il verde dei prati/ e le nuvole del cielo, lasciarli soli senza di me./Un uomo per vivere a piombo dovrebbe restare dov’è, lasciato stare».

Nel libro di Arminio, del 2018, si dice che «Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento…Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza». Qualche giorno fa egli ha aggiunto che «Per affrontare il virus occorrono pensatori di caratura umana enorme, con un cuore smisurato».

C’è come si vede una grande coerenza nelle sue parole, tra il prima e il dopo l’emergenza che ci ha colpito. La sua poesia dà valore alla luce, permette al nostro sguardo di seguirne il percorso, mentre illumina un paesaggio, uno sguardo, il nostro futuro, ed è al contempo essenziale, perché come un ottimo scultore, cava dal blocco indistinto delle parole solo la materia in eccesso.

Così dovrebbe essere la poesia, non il nostro giudice ma la nostra amante, quella cosa in grado di riparare il mondo. E di farlo perché parla a tutti. Proprio come le poesie di Cappello e di Arminio.

Oggi abbiamo parlato del nostro Caffè 19. Qui di seguito due suoi testi. Lo ringrazio in primis per averli scritti e poi per avermi concesso di riprodurli. Il primo si intitola

Poesia è malattia

Poesia è malattia, diceva Kafka. Il poeta che manda in giro le sue poesie manda in giro i suoi virus, le sue fratture, i suoi tessuti infiammati. Il poeta anela alla cura, o almeno alla consolazione, ma dall’altra parte si pensa a difendersi dal contagio.

La poesia dice sempre del tentativo di riparare un lutto e, quando viene spedita, fa un po’ l’effetto di un afflitto che a in giro a chiedere le condoglianze. E questo movimento rende dubbio il lutto stesso, come se ci trovassimo davanti a qualcuno che volesse venderci le azioni del suo dolore, azioni destinate inevitabilmente al ribasso in una società in cui tutti piangono e dove i morti senza lutto si confondono con i lutti senza morto.

Il poeta è alla guida di un’impresa fallimentare perché ogni prodotto resta invenduto e la ragione dell’impresa consiste esattamente in questo. Anche se il prodotto risultasse commerciabile, al poeta non può venirgli nulla, non ci sono rendite, bisogna subito ricominciare da capo. La poesia è radicalmente anticapitalista, non prevede nessuna forma di accumulazione. Un dolore antico è sempre un dolore fresco di giornata.

Il secondo testo è nell’opinione di chi scrive un invito a ricominciare, alla speranza, alla forza di ricostruire. Sempre.

Io avevo vent’anni e qualche mese

Ero dentro la tela dei miei nervi,

sputavo l’aria, non la respiravo.

Ricordo lo stupore del primo abbraccio,

ricordo le trecce e un giubbino giallo

che dava una bellissima forma ai fianchi,

ricordo la lotta tra le mie parole e il tuo silenzio.

Il Paese era spaccato, c’erano ancora i muli

E c’erano le macchine, cadeva il vecchio

E il nuovo ci nasceva tra i denti.

XIC/1

Com’è bello il mio piede che ritorna

Com’è bello il mio piede che ritorna

Inciso e modellato dal passaggio delle cose

Come e forse più della mia faccia.

Un piede che ha volato,

che ha lasciato una teoria di impronte silenziose sulle colline

quando c’era ancora il fango della primavera

e che ora sono un rosario di fossili velati dalla polvere calcinati dal sole

Un piede-bussola che è saltato dove non c’era strada

Che ha strisciato con dignità mendicando gli ultimi metri prima della notte

(sulle sue unghie la luna si scioglieva in riflessi madreperla)

e scaricato a terra come un parafulmine

i dolori e le imprecazioni di mezzo corpo e di tutta un’anima

Ha nuotato silenzioso in acque fredde come un pesce

Vestendosi di squame

 È stato geometra agrimensore costruttore

Perché ogni passo è un ponte costruito su un respiro

Se ha sbagliato strada ha pagato pegno per primo

Con pezzi di sé stesso, con fiori di cicatrici color vinaccia

Che sulla mia pelle sorridono ancora.

Il mio piede è la radice mobile che ho estirpato dalla mia terra

Ha unghie forti come artigli posso dormirci appeso

Capovolto col sangue agli occhi mentre rido

come un pipistrello ubriaco

il mio piede mazzetta strusciata sulla grancassa del mondo

Amplificatore e miccia di ogni mio pensiero

Che ha sostenuto, sospinto, scacciato da sé

Come un brutto sasso

A volte con dolore

A volte sulla strada è rimasto impigliato in un sorriso

Sulla soglia di una casa offerta e pagata con lo scambio di uno sguardo

E di una parola

A volte a cambiato strada e il corpo l’ha seguito

Perché l’istinto cresce a terra come l’erba

E gli occhi leggono le mappe

Mentre i piedi seguono la terra

XIC2

Come è bello il mio piede

Che torna e guarda la mia casa dall’alto

Il mio piede che nessuno ha voluto lavare

Tranne me stesso

Perché il mio piede è un’arma

Troppo ha calpestato troppo ha preso a calci

Un piede non perdona

Solo gli occhi talvolta lo fanno

Un piede dice sempre il vero

Non può farne a meno non si può chiudere come gli occhi

Solo quando si muore si può sospenderlo da terra

Quanto basta a interrompere il suono della vita

come sollevando la puntina di un giradischi.

Come è bello il mio piede che torna

Povero come quando era partito

Perché è fatto per spingere, per respingere

Mica è una mano, non sa afferrare e nemmeno trattenere

Mica è un occhio, non sa ricordare.

Come è bello il mio piede

Che si annuncia solenne a nessuno

Trascina me che ansimo

Verso la mia casa di ruote piatte dalla porta vuota

Lo lascerò fuori a correre, mentre metto in ordine

A prendere gli odori e i profumi del ritorno

A salutare in giro a riconoscere i segni del suo territorio

Perché adesso non mi serve, perché non sia imbarazzato, perché non si lamenti

Quando mi metterò seduto davanti a una tastiera e parlerò del mio viaggio

senza nemmeno dire che lui ne ha fatto parte

Mentre i miei occhi saranno chiusi

E le mie mani racconteranno disarticolandola la verità dei suoi passi.

XIC

(da “La febbre dei ritorni” -Quaderno di viaggio in versi 1993)

 

Una parola lunga un secolo: al festival della lingua italiana poesia e parola da Luzi ai Måneskin

Che cosa è la parola?

Che cosa è una canzone?

Che cosa le accomuna e cosa le divide. Come si rapportano ai linguaggi di ogni giorno?

Immersi in un “luogo della parola” per eccellenza, da dove sono passati autori del calibro di Mario Luzi proveremo a capire la sua storia,  la sua funzione tra finzione e profezia…

Sarà un dialogo per parole e musica speriamo suggestivo e coinvolgente…

session

Per maggiori informazioni

https://www.ilfestivaldellalinguaitaliana.it/speaker/massimiliano-bellavista/

http://www.ilcittadinoonline.it/cultura-e-spettacoli/a-siena-torna-con-parole-in-cammino-il-festival-dellitaliano/

https://www.ilmessaggero.it/spettacoli/cultura/parole_in_cammino_festival_siena_lingua_italiana-4396839.html

https://www.gonews.it/2019/04/01/parole-cammino-arrivo-la-iii-edizione-del-festival-dellitaliano-delle-lingue-ditalia/

http://www.toscanalibri.it/it/news/parole-in-cammino-torna-la-terza-edizione-del-viaggio-attraverso-la-lingua-italiana-7_10844.html

https://www.sienanews.it/toscana/siena/parole-in-cammino-domani-a-siena-e-il-giorno-di-sergio-castellito-e-piergiorgio-oddifreddi/

https://video.repubblica.it/edizione/firenze/a-siena-parole-in-cammino-i-giovani-adottano-un-termine-della-lingua-italiana-che-si-sta-perdendo/331374/331973

 

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