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Una volta ero Flesherman…

«Una volta ero Flesherman. Per la verità lo sono ancora. Ma una parte di me sta franando in me stesso. È come se ai piedi della mia identità si fosse spalancato».
Il concetto di frana è quanto mai appropriato nel romanzo di Giuseppe Aloe Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino, pp. 196, € 16,00). Scritto dall’autore in due riprese intervallate da qualche anno, delle lettere di Hagenbach, che occupano molte intense pagine al cuore del romanzo, Aloe in una recente intervista ha dichiarato: «era il mio modo di parlare con mia madre, morta poco tempo prima di Alzheimer». Questa malattia è di per sé, in effetti, una tragica caduta in se stessi, una implosione vista al rallentatore. Il termine “frana” poi suggerisce per assonanza quello di “trama”. Ma la trama, la chiave del libro, gli è venuta alcuni anni dopo, da un episodio di cronaca che riguardava il presunto ritrovamento a Berlino negli scantinati dell’ospedale della Charité nel 2009 della salma di Rosa Luxemburg, la rivoluzionaria il cui corpo nel 1919 fu gettato in uno dei canali della Sprea che incrociano la celebre Unter den Linden. Ora, succede di frequente in letteratura che quando una storia poggia su solide realtà e incontrovertibili accadimenti personali e storici la narrazione che ne scaturisce subisca una deriva verso dimensioni insolite, oniriche al confine con il fantastico. Pare sia questo il caso del criminologo di fama internazionale Flesherman, cui viene diagnosticata una forma di demenza senile e che recatosi a Berlino per l’affaire Luxemburg, apprende della scomparsa dello scrittore Hagenbach, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca dello scrittore. «Si tratta di Hagenbach. Così esordì. Hagenbach?, chiesi. Sì, lo scrittore. Lo conoscevo. Avevo letto qualche suo libro. Anche di recente. Passando davanti a una libreria avevo comprato un suo romanzo. Forse l’ultimo». Questa ricerca ossessiva, condotta in una singolare Germania onirica, acquatica, sospesa tra passato e futuro, è come si intuisce, omericamente una ricerca di sé stesso. Flesherman è una sorta di Ulisse, che deve sfuggire ai mostri che la mente malata gli mette continuamente sulla strada, a frapporsi tra lui e la verità, tra lui e la realtà.

La metamorfosi
«Da quella prima visita è passato un anno e io continuo a perdere parti di me. La mia storia si sta assottigliando. Diventa giorno dopo giorno esile, come trasparente. Quasi fossi un ragazzo, proprio uno di quelli che vedi correre sulla spiaggia, senza pena e rimorsi e non un uomo di sessantanove anni, affacciato sul limite del niente. Certo ho ancora un sistema per riconoscere le cose. Le so valutare. Riesco a trovare il bandolo delle vicende, anche se a volte si confondono. Diventano come una maglia con innumerevoli fili. Allora lascio perdere».
Il romanzo, costellato di richiami colti alla psicanalisi e alla grande letteratura, si incentra sul concetto di metamorfosi, e lo fa dichiaratamente. La malattia perseguita il protagonista, è una lebbra dell’anima che gli strappa pezzi di identità e di memoria via via che la sua ricerca continua. Il parallelo con Kafka è dichiarato e aperto, come si legge a più riprese nel romanzo: «Una mattina Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme insetto. Che ora se ne stava nell’orecchio di un cartellone pubblicitario, proprio nel condotto uditivo, e rimaneva fermo. Impassibile, proprio in vista. Tutti lo potevano osservare. Aveva superato il senso della vergogna, evidentemente. Non sentiva più vergogna. Era alla luce del sole. Aprii la finestra e gridai: ritorna nella tua stanza Gregor. Nasconditi, e poi la richiusi con forza». Solo che i mostri adesso non sono confinati in una stanza, hanno libero accesso a tutta la vita di un uomo e a tutto il suo mondo, presente passato e futuro e sono, anche per l’innegabile abilità dell’autore di intrecciare reale e immaginario senza far percepire al lettore i punti di sutura tra i due mondi, indistinguibili dalle entità reali. E così, di rimando letterario in rimando viene da pensare che forse il vecchio professore sia in realtà già morto senza saperlo, come sarebbe piaciuto a Kafka. In effetti, quando il protagonista raggiunge il mare e approda a Travemunde succede qualcosa di strano: «Avevo preso alloggio all’Hotel Riva proprio di fronte al mare. Chissà perché questo nome italiano?, mi ero detto varcando la soglia». Quel nome ci sembra un neanche tanto velato richiamo a Il cacciatore Gracco, scritto da Kafka nella prima metà del 1917. Lo scrittore ebbe un rapporto curioso con il lago di Garda, e in particolare con la città di Riva del Garda e la storia del racconto è quella di un “non vivo” che però è condannato a un eterno peregrinare per mare nel mondo reale. Come Flesherman.
«Lei è morto?. Sì – disse il cacciatore – come lei può notare. Molti anni fa, ora devono proprio essere moltissimi anni, nella Foresta Nera, che è in Germania, precipitai da una roccia mentre inseguivo un camoscio. Da allora sono morto. Eppure lei vive ancora, disse il sindaco. In un certo senso – disse il cacciatore – in un certo senso». Tutti i protagonisti di una buona storia non l’attraversano ma indenni, cambiano, in un certo senso. E il professore che cerca lo scrittore scomparso non fa eccezione, subisce una metamorfosi tremenda, inesorabile e che tuttavia è allo stesso tempo ancora un poco aperta verso la speranza, verso la possibilità di recuperare sé stessi e il senso della propria vita.

Un treno allegorico che unisce personaggi di grande spessore
Il treno (i treni che sono onnipresenti nella storia), è il vero motore della narrazione. Il treno è allegoria del viaggio e della ricerca in se stessi, congiunge parti della storia e parti della vita del protagonista, la cui distanza relativa si è dilatata a dismisura a causa degli effetti della malattia che lo affligge, conferisce alla narrazione e al ricordo il giusto colore e il giusto ritmo, permette di dar fiato a belle descrizioni di ciò che fisicamente e spiritualmente circonda Flesherman. Non a caso la brusca cesura della fine della ricerca e del ritorno a casa che caratterizza la parte finale del volume, è caratterizzata da un mezzo di trasporto assai più veloce e in un certo senso al di sopra delle cose terrene, l’aereo, con cui la moglie lo accompagna simbolicamente verso l’epilogo.
Ma la maestria di Aloe si manifesta anche nel tratteggio dei molti personaggi femminili che costellano la storia come la prostituta Vanderlei, compagna di avventure del protagonista oppure Odette, la sua passione giovanile. Donne sensuali, forti e intelligenti al punto da sembrare a tratti onnipotenti a cui fa da contraltare la moglie di Flesherman, che assomiglia più a una madre che a una compagna di vita, una madre che allo stesso tempo asseconda e veglia il figlio, lasciandolo partire per la sua ultima avventura ma sorvegliandone a distanza il percorso, pronta ad intervenire come in effetti fa (non è un caso del resto che l’autore abbia dichiarato di immaginare di scrivere delle lettere alla madre quando stendeva le prime pagine del libro).
D’altra parte la figura della prostituta è essa stessa oggetto nella narrazione di un complesso gioco di specchi: «Mentre avanzavo nella piazza iniziai a pensare alla donna che avevano ucciso al posto di Rosa Luxemburg. Dovevano pur mettere qualcuno nella bara. Immaginavo un gruppetto di Freikorps che si aggira per la piazza alla ricerca di qualche prostituta. Una di quelle solitarie che fanno il mestiere da poco. Magari ancora giovane, inesperta. Uno del gruppetto va in avanscoperta, adesca la donna, la porta in un vicolo e qui viene raggiunto dagli altri, e la uccidono. Poi la buttano nel fiume. Se Bausch aveva ragione migliaia di persone in quasi cento anni erano andate sulla tomba di Rosa Luxemburg e avevano rivolto un pensiero a una prostituta innocente, uccisa senza motivo. Così è la storia, pensai: una beffa. Una colossale beffa».

Il tempo del commiato
Notevole la parte terminale del romanzo, dove il protagonista, ormai assediato dalla malattia, è poco più che un’ombra: «E invece ecco: accelerazione. La demenza accelerava i passi. Era dietro l’angolo, faceva capolino. Era più vicina di quanto pensassi. L’ombra che ti segue e diventa sempre più incontenibile. Ti sovrasta fino a chiudere il mondo. Forse fu proprio dopo quella rivelazione, mi sembra, sdraiato nel letto a guardare il cielo estivo dalla finestra, che iniziai a maturare la decisione di scrivermi delle lettere. Ma forse non proprio lettere. Riflessioni, brevi messaggi, valutazioni da un altro universo. Come Hagenbach aveva fatto con la moglie. Il senso della vita che si eclissa riversato su carta. Solo che questa volta io le avrei scritte a me stesso».
Chi scrive con regolarità a se stesso, fondamentalmente sta tenendo un diario. E il romanzo, che ora da epistolare si fa intimo e personale, sancisce con pagine costellate di immagini degne di nota questo percorso di dissoluzione e fuga dalla vita «Ognuno sa di avere un’alleanza con sé stesso. Ed è l’unico concordato che non si deve infrangere. Altrimenti arriva veloce e senza riguardi la necrosi del cuore. Mi sento alla fine di un mandato. Manca solo qualche atto formale, poi ecco la scadenza naturale. Fra poco presenterò le mie dimissioni dal genere umano. Il mare della tranquillità. Io voglio arrivare lì».
Ed è qui, alla fine di questo viaggio, che Aloe depone il suo mandato di narratore nelle mani del lettore, che crediamo ne resterà soddisfatto.

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 165, giugno 2021)

In evidenza

Un libro interessante e fuori dagli schemi

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Un articolato omaggio
di Mario Segni al padre

di Massimiliano Bellavista
Da Rubbettino un volume che getta nuova luce
su un’epoca grigia, destinato a far discutere

C’è stato il tintinnar di sciabole di Nenni e poi il tintinnar manette di Scalfaro. Siamo senza dubbio un paese dove i tintinnaboli di antica memoria sono ancora vivi e vitali e continuano a risuonare nella testa dei nostri politici.
Illo tempore servivano a scopi varî. Talora erano considerati come strumenti musicali, ma spesso venivano semplicemente usati per dare il segnale della chiusura o dell’apertura di edifici di interesse pubblico. Soprattutto era proprio col suono del tintinnabulum che il nuntius indicava, come più tardi nella religione cristiana, il momento del sacrificio. Nel contesto degli anni Sessanta e poi anche oltre, l’evocazione del tintinnio diviene sinonimo di rivelazione di una presunta oscura minaccia fondata sul possibile uso della violenza, sulla percepita imminente violazione intenzionale, da parte di non si sa chi, dei diritti e dei limiti dei poteri su cui questa Repubblica è ancora fondata. E il sacrificio reale seguito al presunto tintinnabolo cui si accennava è stato in Italia quello del capro espiatorio di turno, quello insomma in cui iniettare tutti i veleni di un’epoca per poi farlo affondare nell’assurdo, moralmente e spesso anche fisicamente.
Ma uno Stato serio non può mica fondarsi sui campanelli, se non vuole diventare il paese dei tintinnaboli, e per uscire da ogni ambiguità deve o dovrebbe discutere di fatti concreti, storicamente fondati.
Pare questa la miglior sintesi del tema e dell’obiettivo del libro di Mario Segni, Il colpo di Stato del 1964 – La madre di tutte le fake news (Rubbettino editore, pp. 180, € 13,00). Un libro appassionato, sicuramente, ma anche obiettivo, equilibrato nei giudizi e di grande interesse.
Certo, come sottolineato da Agostino Giovagnoli nella sua ottima introduzione «Figlio dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è in qualche modo parte in causa e non lo nasconde affatto. È evidente ed esplicita la preoccupazione di tutelare la memoria di suo padre e di rendergli ciò che gli spetta, in primo luogo il riconoscimento della sua rettitudine morale prima ancora che il ricordo della sua figura di democratico e antifascista. Un proposito che non è solo legittimo, ma anche utile per la ricerca della verità: qui Mario Segni riporta, infatti, un’ampia serie di fatti, documenti e argomenti di grande importanza per fare chiarezza». Il seguito del volume sembra dargli ragione su tutta la linea. In un paese culturalmente provinciale, politicamente comunale e per tutto il resto ancora legato agli interessi di quartiere o alle beghe di condominio è proprio questo che manca, un confronto serio e fondato riguardo a un’epoca grigia, condotto da più punti di vista, almeno quelli ancora disponibili. Un’epoca, quella della crisi del 1964, destinata probabilmente a rimanere tale, cioè grigia, oscura, vista la dipartita di tanti testimoni diretti e l’istituzionale e sistematica reticenza di molte parti in causa, nazionali e soprattutto internazionali. Invece questo confronto franco e costruttivo latita, lo vediamo in questi giorni, a libro non ancora uscito, con il susseguirsi di prese di posizione sui più diffusi quotidiani. E intanto quei fatti importantissimi, forieri di ampie e gravi implicazioni storiche per la Penisola, rimangono appannaggio di un pubblico di iniziati, non vengono spiegati se non propinando vulgate rituali e coinvolgono i giovani nelle scuole e università più o meno quanto le guerre puniche.

Tirare in ballo per la storia italiana recente il concetto di fake news
Abbiamo detto che il libro è un’ampia e originale disamina dei fatti della crisi apertasi nel torrido giugno 1964. La crisi del governo Moro, l’ostilità di Segni alla politica di collaborazione Dc-Psi, i profondi imbarazzi a destra e a sinistra per opposti ma coincidenti motivi, le difficoltà dell’Italia in politica economica. E un presidente che si trova stretto in una morsa che a tratti pare senza via di uscita e che lo scuote non solo politicamente, ma anche fisicamente, psicologicamente, con le ben note nefaste conseguenze che questo avrà a breve sulla sua salute. Prosegue il libro di Segni: «Premesse importanti in questo senso erano già state poste dall’esito delle elezioni del 1963, pesantemente negative per il centro-sinistra, e successivamente la “congiuntura economica” dette una spinta decisiva per il cambiamento. Alla svolta del luglio 1964, in altre parole, concorsero processi e forze ben più potenti delle azioni di qualche militare. Il tema vero di quella crisi fu soprattutto un altro: la continuazione o meno della collaborazione di governo tra democristiani e socialisti, per impedire la quale si attivò anche Antonio Segni. Come altri, infatti, il Presidente della Repubblica era convinto che, con la loro politica economica, i socialisti indebolissero la struttura economica del Paese e minacciassero di portarlo fuori dall’Occidente. Che cioè aprissero la strada al pericolo comunista. Ritenne perciò suo dovere prendere posizione contro il centro-sinistra per difendere gli interessi supremi dell’Italia. Del resto, Segni era stato eletto Presidente della Repubblica, anche per volontà di Moro, proprio perché presidiasse la collocazione atlantica e occidentale del Paese».
Il volume, in uno stile piano e posato ma molto chiaro, ripercorre un periodo colmo di sfumature e ambiguità (si direbbe una infinita scala di tonalità grigie) con una sola pretesa, che però anima tutte le pagine, ovvero quella di richiamare tutti all’obiettività e all’immedesimazione nel modo di pensare e nelle logiche dell’epoca, perché è fin troppo facile giudicare ex post, vestiti con gli abiti del poi. Per fare questo, Segni parte da basi semplici e incontrovertibili, pubblicando lettere e documenti di notevole interesse, documenti che sono stati ritrovati di recente, ancora in fase di riordino e che saranno poi a disposizione all’interno dell’Archivio Antonio Segni.
A tutto questo si accompagna, provocatoriamente, l’uso del termine fake news. Termine che, certamente, fa alzare il sopracciglio a molti che hanno vissuto la compostezza e la solennità della comunicazione giornalistica di quegli anni, ma che tuttavia non è uno slogan inventato per aumentare le tirature e anzi è strutturalmente legato a ogni pagina, a ogni considerazione contenuta nel libro. Insomma, una volta letto il volume non si può fare a meno di pensare che abbia ragione Giovagnoli quando dice che «Molte opinioni diffuse sul “golpe” del 1964 prescindono sic et simpliciter dalla verità dei fatti perché si sono formate e consolidate sulla base di motivazioni politico-ideologiche impermeabili alle verifiche fattuali. Non accade solo per le vicende del luglio 1964, ma questo caso è particolarmente emblematico». Fake news insomma.
In effetti è così, e il libro lo dimostra in modo disarmante. La vicenda del piano Solo ha inizio il 10 maggio del 1967. L’intera prima pagina de L’Espresso è occupata dal titolo a caratteri cubitali: 14 luglio 1964 – Complotto al Quirinale. E sotto, a caratteri ancora più estesi, Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato. Nel novembre di quello stesso anno si apre un processo e tutta la storia, ricostruita in modo puntuale nei capitoli che si susseguono, ha un esito singolare: l’indagine giudiziaria smentisce i giornalisti su tutta la linea, ma le fake news hanno invece l’esito opposto, conquistano spazio e fuorviano menti. «Mentre l’indagine giudiziaria si conclude, come sappiamo, con una clamorosa sconfitta dei giornalisti de L’Espresso, l’orientamento della pubblica opinione si sposta gradualmente verso le tesi dell’accusa. Non esistevano sondaggi in quel periodo. Ma l’andamento della stampa, che al processo dedica spazi amplissimi, è indicativo. Molti dei giornali non pregiudizialmente schierati con una delle parti, cambiano sensibilmente opinione, e da un atteggiamento neutro e distaccato, passano a considerare fondate le affermazioni de L’Espresso». È del resto, quello, un periodo di inchieste aggressive e a tratti anche feroci, basti pesare allo scandalo Lockheed, l’azienda americana produttrice di aeroplani che rivelò nel 1976 a una commissione del Senato americano che aveva corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia. Leone dovette dimettersi sotto gli attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito radicale e dal settimanale L’Espresso, salvo poi essere riabilitato come «capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese». Come si legge nella lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.
In questo sta forse uno degli indubbi meriti dell’opera di Mario Segni, ovvero quello di obbligarci a investigare un’epoca ma soprattutto un distorto atteggiamento mentale, che anima ancora la nostra politica: le fonti sembrano secondarie, la verità storica anche, mentre l’interpretazione ideologica e distorta è tutto. Per far presa sull’opinione pubblica non conterebbe insomma la verità, ma come e quanto forte si è capaci di urlare una menzogna. Questa è un’epoca di perniciosa sfiducia nei mezzi del confronto culturale e dell’argomentazione fondata, dove ognuno ama rinchiudersi nella propria bolla comunicativa, fatta solo e soltanto di altri individui che la pensano allo stesso modo. Provate se volete in questo senso a vedere cosa riporta Wikipedia alla voce “Piano Solo”. Un libro che si proponga di coltivare il dubbio di fronte a interpretazioni monocordi (si vedano a questo proposito le pagine del libro che smontano la famosa storia sulle ragioni dell’ictus che colpì Segni impedendogli l’esercizio delle funzioni presidenziali il 7 agosto 1964) è già per questo solo fatto meritevole di lettura.

La testimonianza e il dovere di un figlio
Ma il libro ha anche un’altra valenza. È il generoso e costruttivo atto di riabilitazione, prima di tutto morale, di un figlio verso il padre. Prendendo a prestito, visto che se è parlato a più riprese, un termine caro alle vicende giudiziarie, si potrebbe dire che si tratti di un atto dovuto. A lungo meditato, di certo non improvvisato (lo si intuisce subito sfogliando le pagine del volume) e come anticipato forse anche necessario. Ora, è singolare e sintomatico del livello attuale del dibattito politico nel paese, che anche questo atto sia oggetto di ironia e di inconcludente ridicolizzazione, invece che di apprezzamento o perlomeno di rispetto. È successo di recente sulle colonne di Repubblica, dove lo storico Miguel Gotor ha parlato commentando il libro di «una testimonianza interessante, riprova di un tenerissimo amore filiale di cui sarebbe sbagliato non tenere conto in un Paese pieno di buoni sentimenti come il nostro». Una delegittimazione che appare certamente eccessiva anche se, in effetti, qualche passaggio appare più rispondente al desiderio di un figlio di difendere la memoria del padre che all’onere di raccontare momenti così delicati della Storia italiana.
Con il presente volume Mario Segni segna anche un altro punto a suo favore, quello di richiamare alla sensibilità del lettore come sia importante rileggere con attenzione il passato. Attraverso un’approfondita analisi anche semantica e filosofica di questo “periodo di mezzo” post Scelba e Tambroni, egli sa mettere in luce quei comportamenti, quei linguaggi e quelle scelte che, spesso anche oltre la volontà e la consapevolezza di chi li mise in atto, posero le basi della strategia della tensione. Una semina di terrore che proprio in quegli anni trovò il terreno ideale dove mettere radici.
Non resta al lettore che trarre le sue personali conclusioni e forse cogliere l’invito che Segni fa concludendo il volume: «La Repubblica ha quindi una storia di cui possiamo andare fieri, non dobbiamo vergognarci. Il Partito comunista non ha avuto la forza di rivedere gli errori e le tragedie della sua storia. È un peccato, perché al grande merito di essere approdato alle rive della democrazia, pur partendo da tanto lontano, e anzi di avere contribuito moltissimo a salvarla nel periodo più pericoloso del terrorismo, avrebbe aggiunto quello della sconfessione degli errori del passato, e avrebbe dato un grande credito alla nuova sinistra, e a tutta la classe politica nel suo complesso. Ma ormai anche quella storia è finita. E forse adesso è più facile per tutti guardare indietro con serenità».
Sapremo farlo, o tentennando ci limiteremo al tintinnio?

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

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Tre anime: un romanzo laboratorio

Tre anime sono sospese
dentro e fuori la vita.
L’equilibrio è deciso dall’autore
Da Rubbettino, un romanzo crudo,
realistico, quasi cinematografico
di Massimiliano Bellavista
Chi fa il portiere o sta comunque sulla porta occupa una posizione di confine. Sulla soglia, né fuori né dentro, ha il preciso compito di sorvegliare, osservare, ritmare accessi e deflussi tra una realtà, quella confinata del palazzo, e l’altra, quella del mondo che il palazzo circonda e talvolta assedia. Un po’ Cerbero, un po’ Caronte.
Il filone “del portiere” ha del resto padri nobili in letteratura, da Simenon alla Nothomb e possiede un innegabile fascino.
Perché diciamo questo? Perché anche se il lettore non ha naturalmente alcun obbligo di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore per stabilire se un’opera sia apprezzabile o meno, ci sono comunque delle eccezioni alla regola. E come è stato sottolineato da qualcuno il fatto che Gianluigi Bruni, autore dell’opera Luce del nord (Rubbettino, pp. 220, € 17,00) sia arrivato al romanzo dopo sessantacinque anni travagliati, spesi tra cinema e sceneggiature e poi convivendo con l’abisso di una crisi economica, lavorativa e personale, gestita però con dignità e tenacia, non è in questo caso un fatto secondario. L’autore alla fine si è ritrovato a lavorare come portiere in un condominio della Garbatella. Ma non si è arreso, e ha conosciuto anche grazie a questo lavoro una seconda fase del suo rapporto con la scrittura.
La sua attuale professione c’entra moltissimo in questa narrazione a tre voci, dove Frank è un anziano e scorbutico ex stuntman, alcolizzato, Cristian è un ragazzo dalla personalità complessa e disturbata, Eva una badante nostalgica e tetra, scrittrice e studente fallita. Cristian vive nel sottoscala, Frank ed Eva sono dirimpettai. Ha avuto il tempo di osservare molto, Bruni, in questi anni. Uomini e donne di tutti i tipi, con ogni tipo di problema e di croce sulle spalle. Ed è indubbio che sia attratto dalle contraddizioni e dalle ambivalenze di un’umanità così problematica, diseredata, e per certi aspetti invisibile.
Il linguaggio è crudo, duro, gli amanti di questo registro espressivo avranno pane per i loro denti, in uno stile che fa indubbiamente il verso a molta letteratura anglosassone, soprattutto americana, ma anche del filone scandinavo.
«Io non li leggo mai i libri. Magari, qualche volta, se me ne capita qualcuno in mano lo apro, leggo il titolo e qualche altra cosa… Uno ancora me lo ricordo, era un libro di Maria, gliel’aveva dato il prete e a un certo punto c’era scritto così: Io sono il primo. Sono anche l’ultimo. Chi vuole essere come me?… E io ci ho pensato al significato, ma non è che è proprio chiaro… perché secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, e se uno vuole essere come quello è perché lui è il primo. Io invece no, io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la merda». Così si esprime Frank, nell’incipit del volume, che non lascia molti dubbi sul seguito.

Una convergenza progressiva tra le varie proiezioni narrative dell’autore
La visione filmica dell’opera è evidente, così come il legame a un certo periodo e con una certa impostazione cinematografica che l’autore, avendo lavorato nell’ambiente ai massimi livelli con registi quali Federico Fellini (fu il suo assistente alla regia nel film La città delle donne), Luigi Comencini, Franco Zeffirelli, Dino Risi, Lina Wertmuller, Liliana Cavani e Claudio Caligari conosce di certo assai bene, avendovi anche contribuito. Ma il nome chiave secondo chi scrive non si trova tra quelli appena citati ma piuttosto in quello di Bergman, soprattutto il Bergman di ispirazione kafkiana de Il rito.
Questo per un duplice motivo: da un lato siamo di fronte a una sorta di romanzo a chiave, allegorico, dove tutti e tre i personaggi sono alla fin fine proiezioni metaforiche della personalità dell’autore che infatti dichiara in una intervista: «Qualcuno ha detto che mi sono rappresentato nel personaggio di Eva e nella sua inconcludenza, nel suo essere una scrittrice fallita (…) È vero, ma è vero anche che c’è parte di me in Frank. Di gente come lui ne ho vista tanta nel mondo del cinema, spacconi, maneschi e bugiardi. Piuttosto sono, come lui, un vecchio rancoroso. Da ragazzo, poi, non ero né dotato né brillante, un po’ come Cristian». Dall’altro lato c’è l’assoluto scetticismo sulla possibilità di una redenzione, e di contrasto la quasi certezza sulla irreversibilità di una condanna sociale già definitivamente emessa.

Tre personaggi in cerca di un destino
I personaggi del libro partono per la loro navigazione letteraria all’inizio del volume come se si trattasse di una regata in solitario, ma poi si trovano, legandosi e intrecciandosi sempre di più e comunque garantendo in ogni capitolo il triplice punto di vista alla narrazione. Questa strana solidarietà che si sviluppa tra loro cercherà, con alterna efficacia, di fare scudo a esistenze difficilissime, sempre sull’orlo del baratro. È come se i personaggi del romanzo non potessero affatto rinunciare a questo schema di gioco narrativo, far sempre e comunque sentire, separatamente, la loro voce, il loro punto di vista, pena la loro definitiva disfatta, la loro dissoluzione, che però alla fine avviene comunque, in quanto per l’appunto inevitabile.
Di particolare impatto “cinematografico” è proprio l’epilogo, specialmente la parte conclusiva, che rende ben chiare la tecnica e l’impostazione molto vivida e d’impatto del linguaggio usato nel libro.
«Ma se ora volgiamo lo sguardo dallo schermo alla platea, notiamo che non c’è più nessuno. Dei tre solitari spettatori rimangono solo un cappello, una sciarpa e quello che sembra il residuo di un panino mangiucchiato infilato fra gli schienali di due poltrone. Se qualcuno oltre a loro tre fosse stato presente, avrebbe detto di aver visto le loro figure dissolversi lentamente per unirsi in una massa tremolante che avrebbe cominciato a levitare, per alzarsi verso l’alto soffitto della sala, dissolversi infine in una nube luminosa».
Queste tre anime sconclusionate hanno insomma, in qualche modo, trovato il loro autore e sul palco c’è il lettore, che può se vuole afferrarne la storia, prima che si dissolvano del tutto in quella nuvola.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 182, marzo 2021)

Cosi diciamo ‘addio’ sperando di dire ‘per sempre’

È come caricare uno di quei vecchi pendoli a catena. Apri con cura lo sportellino che protegge i lunghi pesi all’interno della cassa dell’orologio. Poi tiri la catena accanto al peso, non quella alla quale il peso è connesso.

L’ordine dei pesi da ricaricare non ha alcuna importanza. L’orologio riparte, il pendolo oscilla. È così che spesso si scrive quando si vuol narrare una vita intensamente vissuta. Si apre un pertugio nella memoria, un punto di vista su una vita ormai quasi immobile, se ne osservano pesi e contrappesi, si cerca di riavvolgere il filo del tempo e non è tanto importante l’ordine ma il senso che se ne afferra. E la vita, nello spazio di quella lettura, si rimette in moto. Per questa precisa ragione il volume merita da essere letto.
«Vorrei sparare agli orologi come i comunardi per azzerare il tempo» dice Andrea Frezza, l’autore di Così viviamo per dire sempre addio (Rubbettino Editore, pp. 280, € 15,00), un suggestivo e chimerico incrocio tra romanzo, sceneggiatura e memoriale. Sapeva che il tempo gli stava sfuggendo, proprio come sta spesso scritto sui vecchi orologi a pendolo.
Il Consiglio dei Ministri nel 2009, quando già il settantunenne scrittore, regista e sceneggiatore viveva da tempo in precarie condizioni economiche ed era gravemente malato deliberò di concedergli il vitalizio previsto dalla legge n. 440 del 1985, la cosiddetta “legge Bacchelli”.
Il suo libro esce poco più tardi, nel 2011, e nel 2012 l’autore scompare. Nel 2005 aveva lasciato Los Angeles, dove aveva insegnato Sceneggiatura, per tornare definitivamente in Italia a girare un film molto importante per lui. Non ci riesce purtroppo, a causa di mancati finanziamenti e così scrive questo libro.
Sono molti i pesi e le angosce che gravano sulla sua vita, come quelli che opprimono il protagonista della storia, Matteo, nato nel 1937 come Frezza, nome da evangelista e cognome glorioso che lo qualifica come ultimo della dinastia dei Santavelica, il quale a un certo punto della sua vita decide di tornare in Calabria negli aviti luoghi e abita in una piccola casa accanto alla più grande villa settecentesca di famiglia, la “casa dei ciliegi”, «costruita nel 1756, su disegno di Luigi Vanvitelli, e abbandonata ai vandali e alle intemperie due secoli dopo».
Il suo racconto, tuttavia, non ha niente di evangelico, è qualcosa a metà tra un corrosivo testamento e un doloroso epitaffio. «È il momento di scaricarmi l’anima con le parole come una puttana e bestemmiare come una baldracca. Parole di Amleto, che faccio mie in questa mattina di quiete apparente.
Perché la memoria m’impone questa tortura, questo ripassare il film della trascorsa felicità, delle vele gonfie di speranze e di sogni afflosciate dalla superficiale bonaccia che nasconde la devastante bufera della coscienza disintegrata?».

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Lo stile e l’uso del linguaggio
Anche lo stile, diretto fino alla sfacciataggine, afferra il lettore perché si avverte l’essenzialità ma anche la sincerità della narrazione. Nel volume non c’è niente di superfluo, niente che non dovrebbe stare dove è, in un salto temporale e geografico continuo, sfidando tempo e memoria.
Ci sono incipit degni di memoria come questo: «Mi sveglio presto, nell’ora che precede l’alba, quando anche le persone forti si sentono deboli, gli ammalati muoiono e i nemici sbarcano sulle spiagge».
In generale, si percepisce la genesi del testo quale sceneggiatura di un film, perché quasi ogni capitolo ha una forte resa visiva e scenica, l’immaginaria macchina da presa si muove fedelmente dietro alle parole del narratore. Un esempio sono le descrizioni e i dialoghi contenuti nel capitolo che si intitola Boogie Woogie, proprio il nome che Frezza avrebbe voluto dare al suo film.
Anche le immagini sono importanti. Certi oggetti e certe immagini sono simboli, perlopiù metafore di una vita che non scorre più e di una memoria intermittente e ingannevole che spesso la sovrascrive e la cancella come un nastro magnetico. Le tombe su tutti. Per uno come Matteo, che ha perso Stella, anzi «la mia diletta Stella, il mio amore ultimo, con cui ho vissuto gli anni migliori» e ha perso tutti i suoi amici, le tombe, nella loro grigia materialità, rappresentano anche le pietre sicure di un molo immaginario, un porto sicuro cui approdare nei frequenti momenti di smarrimento.
«Ritrovo le loro tombe al cimitero, nomi, date di nascita e morte, elogi della loro vita affidati alle lapidi per la memoria di chi ha voglia di leggere e visitare cimiteri. La visita ai morti è un rito molto praticato dalle mie parti, non soltanto il due novembre celebrato con le ossa di morto, dolci che riproducono tibie, femori, clavicole, teschi, alcuni talmente duri da rompere i denti, altri di pasta martorana, morbidi, colorati, zuccherini mia vita».
Per Frezza e per il protagonista del libro queste lapidi svolgono la funzione di tetre madeleine. E ricorrono continuamente: nel ricordo delle vittime dell’Olocausto, nella primavera del 1953 al cimitero di guerra di Colleville Sur Mer dove sono sepolti i morti di Omaha Beach, nei viaggi del protagonista.
«Visitavo tombe quando potevo… Andai a cercare la tomba di Raymond Chandler al Mount Hope Cemetery di San Diego, California. Quella di Truman Capote e di Marilyn al Westwood Memorial Park Cemetery, Los Angeles, California. E poi al cimitero nazionale di Arlington dov’è sepolto Dashiel Hammett. In uno dei periodici viaggi romani mi fermai in Inghilterra e andai a cercare nel giardino della chiesa di Heptonstall la tomba di Sylvia Plath. A tutti ho portato un fiore per ringraziarli della felicità che mi hanno dato leggendo, vedendo e sentendo le loro opere».
La pensa così anche Cees Nootebom. Il celebre scrittore olandese, nel suo Tumbas dice che «La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare». Si vede che anche Matteo deve essere alla fine un poeta, perché proprio per questo come Nooteboom nel corso della sua vita ha sentito il bisogno di visitare tutte le tombe dei grandi scrittori e filosofi che lo hanno segnato.

Non si impara a dire addio
«Ancora non so come dire addio ma sento che imparerò presto» è la frase che conclude il romanzo, che può essere letto anche come l’inquietante messa in scena di un presagio che evidentemente nella mente dell’autore rappresentava quasi una certezza. Ma si avverte che questa certezza non è affatto granitica, e non è affatto certo che con quell’addio, anche se si imparasse a darlo, tutto davvero finisca.
«Il viaggio della memoria è un addio a quel che s’abbandona» e ancora «Se i ricordi sono un dolore la loro assenza è una fonte di sofferenza ancor più grande». Matteo non è certo e nelle ultime pagine sembra centellinare il ritmo della narrazione, quasi indugiare, Forse per questo l’autore, altrettanto dubbioso, si affida a Rilke e alle Elegie duinesi, da un passo delle quali l’autore ha ricavato il titolo di questo romanzo: «Ma chi ci ha rigirati così/che qualsia quel che facciamo/è sempre come fossimo nell’atto di partire? Come/colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una/volta ancora/tutta la valle, si volta, si ferma, indugia /così viviamo per dir sempre addio…».
Se si legge l’addio di Florindo Rubbettino ad Andrea Frezza pubblicato ne Il Quotidiano della Calabria del 30 marzo 2012, si conclude riflettendo su come forse il tema del libro è tutta un’illusione, un miraggio, dove Matteo e Frezza, ora uniti, in realtà non vogliono dire addio, ma restare vivi e presenti alla nostra memoria. Ricorda Rubbettino a proposito di Frezza «Di quando giovane studente universitario bussasti a casa Moravia e di fronte al celebre scrittore, un po’ sbalordito e un po’ incuriosito da quel giovanotto temerario, chiedesti tutto d’un fiato: “come si fa a fare lo scrittore?”, o di quando Orson Welles che avresti dovuto sollecitare per affrettarsi a recarsi sul set ti fece sedere a tavola insieme a lui cercando di insegnarti come si prepara un’ottima insalata».
Curioso, proprio il piatto preferito del suo protagonista, unico compagno delle sue lunghe ore di solitudine. «Cipolle rosse, pomodori, cetrioli, olive nere, tonno, capperi, origano, olio e pane biscotto giallo di mais. Un calice di prosecco, ciliegie».

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 157, ottobre 2020)

Monili, trame e rivoluzione: su Dire Fare e Scrivere ho scritto qualcosa su Roberto Gervaso

 

Seppur consapevole dell’impersonalità che conviene a un articolo giornalistico, mi sembra doverosa una premessa personale in cui a parlare saranno i ricordi e le impressioni: Roberto Gervaso era una persona speciale che non si prendeva mai troppo sul serio. Fu giurato in un premio di poesia che vinsi, ricordo con piacere quel momento e l’incoraggiamento che ne ebbi. È quindi rivolto a questo pensiero che ho letto la sua ultima opera, La regina, l’alchimista, il cardinale (Rubbettino, pp. 282, € 14,00), romanzo storico ambientato nella Francia di Luigi XVI: una lettura piacevole, con un ritmo e uno stile che tanti autori hanno smarrito, in favore di narrazioni assai più muscolari e invasive che fanno spesso sembrare questo genere piatto e monocorde con la scusa di modernizzarlo.

Gervaso foto


Eppure questo libro narra di uno dei periodi più esplosivi della storia, quando «dietro la sontuosa facciata, la miseria, la rovina, l’imminente sfacelo, il sovversivo caos. La Francia del superbo Luigi XIV non era che un ricordo. Il suo corrusco dispotismo s’era stemperato nell’assolutismo crepuscolare dei successori. La corona perdeva ogni giorno una gemma e il trono non era ormai che una fragile e vulnerabile scranna. La monarchia, la gloriosa monarchia capetingia, aveva i giorni contati».
Il libro si può ben leggere come un’opera di prosa. In effetti la prima parte introduce uno a uno i protagonisti dell’opera, i cui percorsi di vita sono destinati a intricarsi in un nodo di grande complessità e drammaticità. Vite contorte le loro, a due facce, come ancora oggi accade a certi vip. Molte occasioni pubbliche e poi una intrinseca e a volte indecifrabile fragilità e oscurità. Per ognuno di essi magistrali pennellate, quasi percorressimo l’austero corridoio di una prestigiosa quadreria.
Maria Antonietta Giovanna di Lorena, arciduchessa d’Austria, «regina, frivola, spensierata, impulsiva, pur se conscia della propria regalità, cercò e trovò, almeno in apparenza, sfogo e sollievo nei divertimenti: pranzi, balli, feste mascherate, partite a carte, teatro, escursioni. Ai doveri di sovrana antepose i piaceri di donna, pur se di donna votata, suo malgrado, a una mortificante castità».

  Gervaso
Luigi Renato Edoardo de Rohan, elegante e raffinato principe della Chiesa il quale «non aveva bisogno di presentazioni. Il suo nome era dovunque pronunciato con rispetto; la famiglia era tra le più ricche e influenti, a Parigi come in provincia». Il principe cade in disgrazia con la corte e la regina per i molti errori nel gestire gli ambiti incarichi ricevuti e le sue folli spese, necessarie a soddisfare non la ragion di Stato o le relazioni diplomatiche ma solo e soltanto le sue tre passioni: i giochi, le feste e l’alchimia.
E poi Giovanna de Saint-Rémy de Valois de la Motte, la grande orchestratrice, seduttrice e truffatrice, il primo motore di tutta la storia, colei che era favorita più da «Minerva e da Mercurio che da Venere».
Per ultimo citiamo Cagliostro, il principe dell’occulto, già protagonista della penna di Gervaso, venerato da Rohan al punto da considerarlo il faro e l’ispiratore di ogni sua azione, nella speranza che questi lo potesse anche concretamente aiutare, con la sua magia e la sua saggezza, a rientrare nelle grazie della regina. Ma per quello, come si vedrà leggendo il libro, non sarebbe bastata nemmeno la pietra filosofale.


Un preziosissimo monile al centro della storia diventa metafora di tutta un’epoca


E sì che la vicenda ruota intorno a qualcosa di affatto oscuro, anzi assai splendente, chiarissimo, sfavillante. Un monile. E che monile, fatto da uno dei gioiellieri più famosi e stimati dell’epoca, Boehmer. «Il monile, infatti, consisteva in tre fili di magnifiche pietre (575 secondo alcuni, 593 secondo altri, 647 per altri ancora) ornati di quattro pendenti, in ognuno dei quali erano incastonati cinque giri di diamanti. Duemilaottocento carati, per l’astronomico costo di un milione e seicentomila lire (oltre venticinque milioni di euro di oggi) rateabili».
L’arte di Gervaso e la bellezza del libro sta tutta in questa parola: incastonare. Infatti la storia si dipana sotto le nostre dita con fine cesello tecnico allo stesso modo di quei giri di diamanti perché l’autore è un gioielliere della parola. Non c’è passo del racconto che non sia ornato dalla luce di una fine e pungente ironia, che poi nasconde invece un più vasto ragionamento sulle vanità umane e un sostanziale stupore nel palesarsi di come tutti, ognuno vittima della propria ambizione e delle proprie bramosie, uomini e donne in gioco nella storia, indossino dei paraocchi che fanno loro vedere soltanto ciò che vogliono vedere, conducendoli a dolorose conseguenze. Umano, molto umano dunque il comportamento di colui che «ha voluto, e vuole, autoingannarsi» perché alla fine il mondo inesistente creato da un raggiro, da una truffa, può essere assai più seducente di quello reale.

Una manipolatrice subdola ma di corte vedute


Certo, la capacità manipolatoria di Giovanna è eccezionale: la si vede giocare a scacchi con le vite altrui, soprattutto con quella di Rohan («Di lei, lui non aveva capito niente; di lui, lei, tutto») ma anche (e perfino) con quella della regina. Ma detto così, sembrerebbe trattarsi di una storia scontata, dove il cattivo è cattivo e i raggirati sono degli ingenui e benpensanti poveracci: i personaggi invece si animano nella storia di tutte le sfaccettature che ce li restituiscono autenticamente umani. Giovanna alla fine fa ciò che fa cercando una compensazione per una vita e una giovinezza non facili; allo stesso modo si è portati a credere che Rohan, così bramoso di una vita irreale dove, offrendo la preziosa collana alla regina ne sarebbe divenuto il Primo ministro e l’indispensabile consigliere, non avrebbe potuto che cadere in qualche raggiro, se non prima, sicuramente poi.
Ma a ben vedere per tutte le parti in causa in questi accadimenti vale quello che l’autore, superbamente, scrive per Giovanna «Tattica geniale, fu una pessima stratega». Fa lo stesso effetto di un epitaffio, giusto? Insomma, quel che vogliamo dire è che non sempre un romanzo funziona perché vi è un personaggio che spicca e primeggia, forgiando la storia; a volte è vero l’opposto, come in questo caso, dove la storia appassiona e si legge in un soffio proprio perché tutti gli attori del racconto sono in fondo in fondo meschini, di corte prospettive, concentrati a vincere una battaglia e mai la guerra. O forse è il momento storico, schiacciato tra i tempi che furono e l’ascesa prepotente della borghesia, che proprio non consentiva una visione di lungo periodo, ma solo un gretto carpe diem.
Il libro è prezioso perché si presta a varie chiavi di lettura e questo non stupisce, viste le vette raggiunte da Gervaso nella narrazione di fatti storici. Ma vi è anche una gradevolissima lettura sociologica, che ben mette in evidenza quanto fatti apparentemente minori siano in grado di scatenare, o di contribuire a innescare, grandi cambiamenti. L’affare della collana, mal gestito dai regnanti, infatti non resta confinato tra le mura dei tribunali, ma diventando di pubblico dominio, mette in luce le debolezze di tutto un sistema di potere e di una monarchia divenuta debole e insipiente. Non solo, spacca l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, fornisce una fonte di lavoro pressoché inesauribile a legali, scrittori, moralisti.
E alla fine, in un sistema in piena criticità e incapace di punire, sarà la vita (e la storia) a metterci una pezza. Naturalmente in un modo tutto suo, che lasciamo al lettore scoprire. Al destino d’altronde, come a Gervaso, non manca il senso dell’ironia.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVI, n. 175, agosto 2020)