Tayla

 

Tigre 1

Tayla è lì. Si muove a scatti attorno alla bara con l’imprevedibile dinamica dei sogni, metà corpo e metà vento. E non mi perde di vista neanche un momento. Tuttavia io so che per lei non rappresento una preda, infatti non è così che mi guarda, piuttosto come una rivale che insidia il suo territorio. Tutto questo è inconcepibile ma succede, e non è lei a sentirsi a disagio in quella chiesa, ma io, e certo questo lei lo percepisce benissimo.

Nessuno oltre me la vede perché siamo sole, io e lei, due femmine in quel silenzio. Le sole ad aver messo radici proprio in questo sogno. Sole nella chiesa. Sole con la morte che per ora è silenziosa e confinata nella bara. La bara è chiusa e tuttavia a tratti riesco a vederci attraverso. Il volto di Malcom non sembra sofferente, ma neanche sereno. Inquieto direi. Mi domando se anche lei riesce a vederlo.

Siamo sole. Ma se anche vi fosse qualcun altro ho il sospetto che nessuno oltre me potrebbe mai vedere Tayla. E viceversa.

So bene che è lì perché nella semioscurità della chiesa vedo la luce dei ceri scintillarle negli occhi, biancheggiare a tratti sulle orecchie che scattano nervose e sui lunghi canini, cercare perfino di abbozzare un sommario profilo sgocciolando incerta dal muso al collo.

Tayla si muove quasi danzando tra la navata esterna e quella centrale, sfiorando gli ostacoli di uno spazio relativamente piccolo e pieno di panche, fiori e candelabri, sottotraccia al silenzio, senza urtare niente, nemmeno l’aria, come sotto la spinta di un ritmo musicale.

A tratti, come arriva in prossimità di uno di quei grandi ceri, si distingue bene tutto il suo corpo, l’arancio acceso sferzato di nero del mantello sotto cui guizzano rigonfiandosi indelebili i muscoli possenti. Poi a un tratto quel corpo statuario si sgonfia, i muscoli si distendono e si contraggono a casaccio distorcendone le fattezze, e Tayla diviene una sorta di bozzolo color ocra che si contorce a terra come un bruco di gomma dentro cui in rapida successione spariscono le zampe, la testa e la coda. Ma fino a quando anche la testa non sparisce del tutto nella morbidezza del bozzolo, i suoi occhi continuano a fissarmi, senza cambiare espressione.

Questa gonfia crisalide gommosa si contorce davanti a me senza che io possa muovere un passo. Poi completa l’ultima fase di quella repentina gestazione e si fa immobile come un cristallo. Il tetto della chiesa brucia in un attimo come carta velina e subito tutto attorno è un susseguirsi di stagioni in un cielo rigato dal veloce passaggio di mille soli e mille lune che si inseguono. I capitelli delle colonne diventano gangli nervosi da cui si espande una matassa di rami. Il travertino si trasforma tutto in una corteccia cerebrale, rugosa e irregolare.

Finché, con un tremito profondo, il bozzolo si schiude con il rumore di un uovo. Dal bozzolo esce una enorme farfalla le cui ali per un attimo si frappongono tra me e il sole, tende iridescenti, rendendo la mia vista un vertiginoso e abbacinato caleidoscopio. L’aria che spostano profuma in modo indefinibile e vola decisa verso la linea dell’orizzonte, dipingendovi miraggi spiraleggianti. La farfalla è già lontana diretta verso quell’ondivaga meta quando vinco i miei timori e tendo le mani per sfiorarla. Non so come pretenda di riuscirvi, ma sento che non è lontana.

Se mi guardo attorno, ora non c’è più niente intorno a me. Svanita la chiesa, svanita Tayla, con tutte le sue molteplici incarnazioni. I miei piedi camminano tra sabbia e cenere lasciandovi impresse impronte liquide, attorno c’è una magnifica desolazione, deserta a ogni forma o dimensione, tutta dipinta dei colori di un cielo autunnale. Può essere aria di mare quella che ogni tanto inumidisce nelle mie narici l’odore acre e secco di bruciato che vi predomina, ma il mare di cui ho sete resta una leggera promessa che non impegna a niente l’orizzonte.  Allora il mio cervello deluso ripone bruscamente il sogno dentro una brutta scatola di cartone, interrompe la corsa del sonno e mi sveglia ancora ansimante.

Piove sui vetri del taxi. Non è la prima volta che mi capita di dormire in auto. Chi svolge un lavoro dagli orari così irregolari impara a rubare la sua libbra di sonno in ogni circostanza. Il tassista che mi ha pazientemente accompagnato alla polizia e in obitorio guida in modo molto regolare, sembra essere in grado di anticipare ogni manovra delle auto che le precedono, per quanto brusca, e la stessa nostra vettura pare farsi piccola e serpeggiare via da un pertugio ogni volta che davanti a noi si forma una fila o si profila un ostacolo. Ogni tanto getta un occhio su di me dallo specchietto retrovisore, e ha quello sguardo tra il curioso e il preoccupato che aveva mio padre le rare volte che mi portava a scuola, di solito in corrispondenza degli esami o quando c’erano interrogazioni importanti. Con il tassista comunque non abbiamo scambiato che poche parole, ma ormai ci comportiamo come un’affiatata coppia di amici, quasi che nell’arco del giorno ci fossimo raccontati tutto l’uno dell’altra.

tigre 2

Malcom dopo l’incidente non l’ho voluto vedere. Dopo una vita passata assieme preferisco ricordarmelo come è stato, nel fiore degli anni, o anche solo come appariva quella sera. Non ci saranno foto sulla sua tomba, nessun oggetto, solo ricordi visibili a chi gli voleva bene. Sapeva concentrare la vecchiaia in pochi punti del suo corpo, in poche rughe ben profonde dove la seppelliva senza che nessuno se ne accorgesse. I ragazzi dello staff giù al circo da quella brutta sera sembrano addirittura più vecchi di lui, quasi che il tempo si sia accorto di loro e gli stia grandinando addosso tutti gli anni che non è riuscito a scaricare su Malcom. Come me, anche loro hanno perso la sincronia con la vita. Malcom era il nostro meridiano, il nostro tempo standard in base al quale tutto si organizzava.

Sono certa che il passare tempo nella mia mente sarà in grado di suturare quella gola spaccata come una mela. Per il resto niente, mi sforzerò di ricordare il suo bel corpo, la pelle tirata del viso, quella leggermente ruvida ma abbronzata del collo e delle braccia. Il fisico asciutto, la dentatura perfetta e le spalle da nuotatore, insolite in uno che odiava profondamente il mare e le piscine. Gli anni si sono accaniti assai di meno su di lui che su di me, che lo guardavo ogni sera e ogni mattina, mentre lavorava nella grande gabbia. Ora quella gola recisa di netto, l’ha svuotato. Quella sera, avevo visto il suo sangue morire via, allontanarsi a fiotti impetuosi come fa l’acqua dalle sorgenti nei giorni di pioggia. Il resto del corpo non si muoveva nemmeno, solo le braccia, solo la testa, con piccoli scatti. Gli occhi erano chiusi, ma anche scavando con le dita oltre le palpebre, le pupille non c’erano più, erano dilatate e sfocate, come perle sepolte sotto la sabbia. La sua mano destra fissa e contratta sul mio avambraccio era pesante, conoscevo quella stretta, ma quella sinistra era rilasciata su un fianco, rossa di sangue, abbandonata da ogni forza. Domata dalla morte. Inconsistente. Il sangue è strano, su di me ha un potere ipnotico. Il primo sangue, poi, non è rosso ma nero, ha lo stesso colore della notte. Ne ero già coperta, quando sono arrivati gridando i ragazzi dello staff. Roberto, Kevin, Javicia. Forse pensavano che avessi usato le mie mani per tentare di tamponare la ferita, ma non l’avevo fatto. Mi ero lasciata semplicemente coprire dai fiotti di sangue tenendo Malcom in braccio. Lui non c’era già più in quel corpo. L’anima era già fuggita da tempo con un lungo brivido che aveva frustato il suo corpo attraverso le sbarre di quell’ arena. Per la prima volta ne avvertivo l’odore acuto e sulla lingua mi sembrava di sentire contemporaneamente il sale del suo sudore e la dolcezza del suo sangue. E sentivo anche l’odore di Tayla, un penetrante odore di muffa. Tayla lo aveva quasi decapitato con una sola zampata. La tigre è così, è come al centro di due invisibili sfere. Quella più esterna, è quella in cui può entrare l’uomo, sempre ammesso che sia abbastanza abile da riuscirci. E Malcom lo era. La tigre può darti la sua vita, il suo territorio, dentro quella sfera è pronta a rinunciare a tutto per un uomo, anche alla dignità: ma la sfera più interna rimane sua, è la sua foresta invisibile che non può tradire. Là Malcom, come tutti, in quella seconda sfera era nulla più che un ospite, e non sempre gradito. Non sapremo mai cosa ha fatto di sbagliato. Forse proprio nulla, forse ha solo subito gli effetti di una reazione opposta e contraria all’azione inconsapevole di qualcun altro, cui era invisibilmente legato. E Tayla ne è stata solo l’altrettanto incolpevole meccanismo attuatore, il tramite fisico, e quindi è responsabile della sua morte tanto quanto la lama di una ghigliottina o l’elettrodo di una sedia elettrica lo sono per quella di un condannato.

Tuttavia ho dovuto, abbiamo dovuto, dire il contrario, perché non uccidessero Tayla: ufficialmente Malcom ha fatto un movimento sbagliato, come è riportato nel file dell’inchiesta. Con mio profondo stupore, tutti hanno dato per buona questa versione e nessuno ha chiesto quale fosse mai stato questo movimento sbagliato che aveva innescato la reazione della bestia. A tutti è bastato guardare gli occhi di Tayla per crederci. Erano occhi inespressivi, chiusi, quasi grigi come l’asfalto. Occhi non da animale ma da fantasma. Ci vedevi dentro intricarsi la matassa del dolore, Ma io so che era tutta una finta e che Tayla stava solo recitando una parte.

tigre 3

Del resto, fate le circostanze, è la miglior cosa che poteva succedere e che un domatore può lasciare in eredità, anzi in dono, al proprio mondo. Dopo aver domato tigri per decenni con apparente facilità ecco che di colpo il suo lavoro torna pericoloso, rischioso, imprevedibile. E Malcom con la sua morte restituisce tutto ciò che ha preso in vita: il mistero si rinsalda, il pericolo si riafferma, lasciando sulla scena un fatto che nessuno saprà spiegarsi e il mito di una bellissima tigre che nessuno vedrà più esibirsi.

Dopo molte notti ho raggiunto a fatica un sonno malfermo, non lungo ma continuo. Senza le intermittenze e i continui risvegli riesco anche a sognare. Ma non sogno Malcom, nè il profondo taglio ricurvo sulla sua gola. Me lo aspettavo, senza una ragione precisa. Sogno l’occhio di un ciclone. L’occhio del ciclone è l’arena. Intorno ci sono soltanto nuvole nere e cariche di pioggia. Ne sento l’odore avvicinarsi. Tayla è lì. Si muove a scatti attorno a me con movimenti circolari e continui, metà corpo e metà voluta di fumo. Poi si ferma di colpo. A un cenno dei suoi occhi sento il mio corpo prodursi in salti e contorsioni indipendenti dalla mia volontà. Poi a un certo punto la fisso e anche le sue pupille smettono di muoversi: le corro incontro e un istante dopo Tayla fa lo stesso con me. Copriamo in un respiro la breve distanza che ci separa. Al momento del contatto provo un dolore intenso che sbianca la mia mente seguito da un fremito che percorre come un lampo nero il mio cervello sconnesso dal corpo e abbacinato. Ma questa sensazione dura pochissimo. Subito un piacere inumano mi riempie inesauribile la bocca come la polpa succosa di un frutto dopo che i denti ne hanno intaccato la superficie ruvida e secca. Per un secondo perdo la vista.

Poi con un rumore a metà tra il fragore di un applauso e lo schiocco di una frusta l’alba spacca la notte svegliandomi in Tayla.

Scrivere in punta di fioretto: pensavo fosse amore invece era una penna

Bargagli

Scrivere di punta. Le schegge di saggezza di Piero Bargagli

Massimiliano Bellavista

11/03/2020

Sono il bagaglio a mano della letteratura.  In cappelliera questo bagaglio ci sta sempre, basta al limite spingere un po’ per farlo entrare. Se i massicci romanzi storici o le smisurate epopee familiari sono l’artiglieria pesante della Repubblica delle Lettere, gli aforismi ne sono il fioretto, l’avanguardia e più di frequente la retroguardia. Leggeri e maneggevoli ma, visti i tempi, decisamente e in tutti sensi, virali, sono l’iniezione di adrenalina salvavita contro il morso della depressione culturale. Una iniezione dove spesso per la verità a tanta adrenalina si mescola anche una buona quantità di serotonina, sotto forma di ironia e sarcasmo.

Ma è un genere, se non proprio da specie protetta come oggigiorno è la poesia, quantomeno minacciata, vista che ciò che prima si condensava piuttosto comunemente in libri e pamphlet, sovente pubblicati in forma anonima o sotto coloriti pseudonimi, ma comunque pubblicati, apprezzati e condivisi, adesso si disperde nei social, e spesso scade in volgarità gratuite o magre invettive, allontanandosi così dal gusto del lettore medio. Chi sa scrivere buoni aforismi oggigiorno? Si contano sulle dita di una mano.
Flaiano era uno che con gli aforismi ci sapeva davvero fare e, constatando questo stato di cose, avrebbe fatto spallucce. Sul Corriere della Sera di esattamente cinquantuno anni fa scriveva: “La crisi della cultura. C’è sempre stata: Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l’inglese”. Quindi smettiamola di preoccuparci e godiamoci un sommerso autore di interessanti aforismi, riflessioni e salaci poesie condensate in scarni libretti che lui definiva Schegge. A suggerire il titolo al loro autore fu Prezzolini, che in una recensione disse Queste sono schegge di saggezza, sarebbe anche un bel titolo.  E così accadde.

Questi libretti escono uno dopo l’altro, in un periodo relativamente breve, dal 1977 ai primi anni Ottanta, in poche copie che subito vanno esaurite e hanno grande successo. Le citava Prezzolini, le citava di frequente Montanelli. John Rame, caposcuola del pop-snob, ne è il disincantato autore. Chiaramente, si tratta di uno pseudonimo. La Elena Ferrante del caso altri non era che il Marchese Piero Bargagli, senese, poi trasferitosi in Svizzera, a Lugano.  Alla fine degli anni Ottanta, del personaggio fuori dagli schemi si innamora Maurizio Costanzo, all’apice del successo con il suo Show. Ospite regolare del Teatro Parioli, questo personaggio non più giovane attira l’attenzione della televisione con le sue “Schegge di Saggezza”, libretto dove sono raccolti e condensati tutti i suoi colpi di fioretto. E di nuovo torniamo all’inizio di questo articolo: nella prefazione alle Schegge del 1992, pubblicato un anno prima che Bargagli morisse, è lo stesso Prezzolini a dire che Una delle malattie di tutta la letteratura italiana dai Siciliani a D’Annunzio fu la sovrabbondanza e lo spreco di parole. I nostri poeti, pochi esclusi, furono sovrabbondanti, ed io reagii fin da scolaro con risa, beffe, caricature e contraffazioni. Quando il Bargagli mi regalò questi suoi preziosi minuscoli prodotti, ora in versi ora in prosa, ma sempre di proporzioni da biblioteca delle formiche lo riconobbi come un compagno e spero d’essere ricambiato.

Ancora Flaiano gli farebbe eco, prendendosi gioco di capolavori che oggigiorno hanno i minuti contati e invocando per la letteratura nostrana l’avvento di uno stile concreto e asciutto, alieno da zavorre intellettuali e barocchismi, si potrebbe anche dire più spontaneo e genuino, visto che alla fine Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura (il Taccuino del marziano). Scrive Bargagli: Pensare è inutile,/ agire molesto/discorrere superfluo,/credere assurdo,/amare ridicolo./Nascere vessatorio,/mangiare istintivo,/scopare rischioso,/crepare definitivo/tutto quanto ovvio.

Bargagli è anche capace di accostamenti sorprendenti L’insonnia e la stitichezza sono strette parenti; l’una e l’altra sono conseguenze del vizio principale dell’uomo: l’impazienza (che è poi impazienza di morire). E la miglior cura è la pazienza. Aspettate tranquillamente di addormentarvi sdraiati nel letto: il sonno verrà. Aspettate serenamente di liberarvi seduti sul cesso: qualcosa verrà. Insonnia e stitichezza sono anche ottime amiche della cultura. L’attesa va confortata da buoni libri, con notevole vantaggio mentale.

Ma non è finita qui: nel 1991 c’è un attore e regista famoso che decide di fare un film tutto improntato ad una riflessione sull’amore e sulle sue conseguenze, un film-aforisma, a cominciare dal titolo Pensavo fosse amore e invece era un calesse. Massimo Troisi in questo film cita Bargagli. Si dice spesso che di riferimenti letterari sia intriso solo il suo ultimo film, il Postino, ma non è vero. Anche in Pensavo fosse amore, ci sono letteratura e filosofia. Soprattutto aforismi memorabili in stile Bargagli. La storia ruota intorno a due personaggi, Tommaso e Cecilia, lui gestore di un ristorante, lei di una libreria. All’inizio del film, nella libreria a Cecilia chiedono di un libro di cui si è sentito parlare in TV (forse si allude proprio allo show di Costanzo) e in particolare di una frase, in esso contenuta: Non bisogna amare per amore ma per schifo, perchè l’amore finisce ed è una delusione, anche lo schifo finisce però è una soddisfazione. Cecilia quella frase la riconosce subito e dice che si tratta del Matrimonio di convenienza del Marchese Piero Bargagli scritto sotto lo pseudonimo John Rame.

I due, Cecilia e Tommaso, si amano, ma arrivano sempre lì lì per sposarsi e poi non ne fanno niente: alla fine il film si chiude con loro che si ritrovano in un bar, dopo le nozze mancate, ma non riescono, né riusciranno, comunque a vivere l’uno senza l’altro sia pure in questa forma ‘sospesa’. Lui le dice: Io, guarda, non è che son contrario al matrimonio, che non son venuto…Solo, non lo so…Io credo che, in particolare, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro. Troppo diversi, capisci? Un altro aforisma degno di nota. Seguono i titoli di coda. Bargagli avrebbe detto alla coppia di tirarsi su e di non abbattersi troppo. In fondo basta che ci sia l’amore, anche se somiglia più a un calesse. Nelle sue Schegge, a proposito del matrimonio dice: Il matrimonio è un contenitore dentro il quale la coppia chiude l’amore per conservarlo; di solito invece lo fa marcire.  Il Matrimonio è sovente un contratto economico; il che tuttavia non evita il fallimento.

Raffaello Brignetti: io nuoto da solo. Il destino singolare degli scrittori ‘di mare’.

raffaello brignetti

Il mare come Grande Esecutore. Raffaello Brignetti nuota da solo

Massimiliano Bellavista

12/02/2020

Nella letteratura italiana non c’è molto mare, nella testa dei lettori anche di meno a giudicare dall’infelice parabola di molti autori considerati ‘di genere’.  Insomma, facendo un’analisi sommaria, ma piuttosto realistica, se un sommerso ha anche l’avventura (la sventura) di parlare di mare nei suoi romanzi, il suo inabissarsi non è quello di un lento naufragio, bensì quello istantaneo di un filo a piombo. Il mare, se c’è, nella nostra letteratura è spesso un comprimario stereotipato e un po’ bonaccione, un pentolone di minestra riscaldata, una vecchia gloria dal respiro corto e ansimante sul cui passato sono tutti interessati e sul cui futuro incerto e travagliato si glissa o si fa anche dell’ironia. A chi verrebbe onestamente in mente oggi di associare il mare nostrum con il mistero? Con la storia con la S maiuscola, forse, o con il mito e la cultura, allora sì. Provate invece adesso a pensare alla letteratura anglosassone e a sostituire mare con oceano: ecco che un senso gotico di mistero e avventura comincerebbe a galleggiare sull’onda dei vostri pensieri. Conrad, Melville, Hemingway, tanto per citarne alcuni… Come mai? Ed è poi vero che i nostri scrittori il mare lo guardano da riva, mentre quegli inglesi o americani lo attraversano, fisicamente e con la fantasia?

L’Italia eppure è una Repubblica fondata sul mare. A parte il sigillo delle Alpi, poi da ogni cantuccio vi si arriva. Già lo testimoniava Salgari, che con i suoi celeberrimi romanzi prima elaborò una sorta di pedagogia del mare, ritenendo inconcepibile per la Marina italiana la sconfitta di Lissa subita dagli austriaci nella terza guerra di indipendenza, e dopo concepì un personaggio, Sandokan, che come è stato osservato da qualcuno somiglia moltissimo a Garibaldi. È che non risulta mica facile, parlare di mare. Non è solo questione di tecnica, o di fantasia. Il più delle volte, bisogna esserci vissuti accanto molto a lungo, in alcuni casi portarne negli occhi e nel cuore una esperienza traumatica. Prendete Stevenson. Per molto tempo per la sua famiglia è stato una pecora nera. Nel mondo di allora erano i suoi avi le vere star. Per ben due secoli infatti, la sua famiglia ha concepito in Scozia i più incredibili e sfidanti progetti di fari e anche lui fu avviato alla carriera di ingegnere (per i curiosi la ditta di famiglia ha operato fino agli anni Trenta mentre il Northern Lighthouse Board, istituzione per cui la famiglia ha lavorato, è ancora attiva).  Whenever I smell salt water, I know that I am not far from one of the works of my ancestors, scrisse Stevenson nel 1880.

Salgari invece, scioccato o forse disgustato della sua esperienza sui mari di casa, fuggiva con la fantasia verso i pelaghi esotici, ma chi l’ha detto che il nostro buon Mediterraneo non possa essere anche lui misterioso, beffardo e infido come i mari del Nord o gli oceani? La risposta la troviamo nei sommersi. Sì perché siamo stati capaci di dimenticare la maggioranza dei nostri scrittori di mare, quasi si trattasse di un sottogenere alla ‘velisti per caso’. E non è così. Raffaello Brignetti è nato sull’Isola del Giglio nel 1921, ma trascorse l’infanzia e la giovinezza sull’Isola d’Elba. Come per Stevenson, c’era di mezzo un faro, quello dell’isoletta della Palmaiola, poco più di uno scoglio, dove vivevano in tre (oltre a lui il papà Angiolo e la mamma Biagina). È infatti al faro di Forte Focardo, dove suo padre lavora come guardiano, che passa la maggior parte del suo tempo. L’infanzia e la giovinezza furono di un arcipelago, tutto o quasi quello toscano, più che di una sola isola. […] I ricordi sono successivi – quando avevo sei anni? Forse meno – e la scena è di una spiaggia quieta, lunata, il Campese, con la torre e una brezza estiva dall’interno che sapeva di vigne, macchie e fieni; la brezza mi sottraeva e portava al largo una barchetta con la vela di carta.

Quando si laurea, dopo la guerra, lo fa con l’aiuto di un relatore un po’ particolare, Giuseppe Ungaretti, con una tesi sugli scrittori di mare, sia italiani sia stranieri, in cui parla anche di un altro sommerso, Vittorio Rossi, autore di pagine memorabili che invitiamo a leggere. Sarà Ungaretti, indubbiamente, a trasmettergli un forte lirismo, che impronta tante sue pagine successive. In effetti ci sono pagine in Brignetti che reggono benissimo il confronto con tutti gli autori più celebri che sul mare e di mare hanno scritto. Era sicuramente un maestro degli incipit. Due momenti importanti della sua carriera di scrittore, il Premio Viareggio nel 1967 e lo Strega quattro anni dopo, coincidono con due tra i più belli incipit della nostra letteratura, due autentici cavalli di razza.

Trapassava torpide onde; il sonno della notte sembrava rimasto nel mare, lui filava, con nuoto uniforme, correndo distanze calcolate sotto la superficie, nel giorno incominciato. Spuntava, respirava e subito il dorso appariva e spariva dietro il muso, brillava un guizzo di coda: il delfino andava, la lunghezza sott’acqua era uguale. Curvo emergente riappariva. Continuava, tagliava l’onda. Un grigiore lo circondava nell’aria, benché di equinozio, non ancora pienamente illuminata, e più nell’acqua dove l’onda al suo tuffo si richiudeva con riflesso per un momento verde ferro e pari appena dopo, spento, in ampio mare. (“Il Gabbiano Azzurro”, 1967)

Il primo fu un giorno forte e armonioso. La goletta andava, vele a dritta. Filava, il maestrale la inclinava: lo scafo si risollevava e intanto non aveva corso una parte; tornava, sotto il vento, basso sulla destra, risaliva, percorreva un’altra misura. Per un poco la schiuma era stata quasi pari al bordo; poi il bordo era tornato alto e la schiuma rotta, spersa nella scia e in questa subito cancellata, richiudendosi il mare. Il cammino proseguiva uguale e vario continuamente. (“La spiaggia d’oro”, 1971)

I suoi scritti assomigliano ai ricci di mare: ostici da prendersi, delicati da trattarsi, ma capaci di schiudere al loro interno un sapore che tutto il mare rappresenta e condensa. Se il tema prevalente della sua narrativa sarà, nella maggior parte dei casi, la vita marinara, questa in realtà è una metafora che si condensa in mistero, imprevedibilità e si esplicita in frequenti sconfinamenti nel fantastico alla Buzzati, o nel noir alla Poe. Basta leggere “Morte per acqua” per rendersene conto: le onde del mare di Brignetti non sono cronometricamente e meccanicamente regolate dalla luna, ma sono frutto e capriccio del caso, e questa distesa d’acqua apparentemente infinita vi svolge spesso un ruolo opprimente, capriccioso e claustrofobico che per la sua incomprensibilità ricorda Kafka e per la sua archetipicità talvolta anche la letteratura classica.

Insomma quello che si vuol dire è che ciò che contraddistingue questo scrittore dagli altri, italiani e stranieri, classificati come “di genere con a tema il mare” è che nei suoi scritti il mare non è la cartolina, ma il protagonista e al contempo il Grande Esecutore, il Leviatano, cioè l’attuatore tragico di un destino talvolta molto doloroso. Nel ‘61, a causa di un gravissimo incidente d’auto, Brignetti rimane in sedia a rotelle. Negli anni successivi, caparbiamente dedicati allo scrivere nonostante le molte menomazioni fisiche, vive ai piedi della Torre Medicea di Marciana Marina. Curioso che quella torre anticamente fosse essa stessa una specie faro, anche se di tipo un po’ diverso: infatti serviva per lo più ad avvertire otticamente gli abitanti dell’isola, e non i naviganti che le giravano attorno, di pericoli (a due gambe) che arrivavano dal mare.

Curioso anche per un altro motivo: anche il mare di Brignetti negli ultimi tempi si acquieta e diventa meno crudele, affidato a pagine dallo stile assai più contemplativo e introspettivo, come se anche la sua prosa fosse diventata soprattutto un faro rivolto verso l’interiorità piuttosto che verso un mondo esterno e sconosciuto. Speriamo che queste righe possano invogliare qualcuno a cercarlo e a leggerlo, perché il suo futuro non abbia a rimare con il desinit de “Il Gabbiano azzurro”, anch’esso a suo modo memorabile: “Annota il registro di veglia: «Scomparso all’orizzonte».” Insomma, sommerso.

 

http://www.toscanalibri.it/it/scritti/il-mare-come-grande-esecutore-raffaello-brignetti-nuota-da-solo_2893.html

Nuovo sommerso: Piero Chiara e il fico sull’incudine

toscana libri blog 1Uno scrittore ormai famoso scopre di essere malato di un male incurabile. Ha iniziato a scrivere molto tardi, a cinquant’anni suonati. Ha abbandonato l’Amministrazione della giustizia per farlo, dove lavorava come cancelliere, andando in pensione anticipatamente, anche perché vi aveva fatto poca carriera, ma molta esperienza nel senso che aveva letto migliaia di verbali nei quali uomini semplici e pieni del senso della realtà si studiavano di riferire i fatti nel modo più chiaro possibile…mi sono capitati sotto gli occhi dei piccoli capolavori di narrativa, dai quali ho imparato a raccontare.

Negli anni di cui scriviamo è molto affermato per aver saputo scrivere, muovendo i passi dalla Luino della sua infanzia, di una provincia universale ed eterna, quella italiana: la più ricca di emozioni di sapore umano, come diceva. Nel frattempo ha curato edizioni e traduzioni e ha scritto davvero di tutto: articoli, romanzi, ben dieci, di frequente oggetto di fortunate trasposizioni televisive e cinematografiche, come accade per “La stanza del Vescovo” (1976), “Il cappotto di astrakan” (1978), “Una spina nel cuore” (1979) e tanti, numerosissimi racconti brevi. Ma sono proprio i racconti, evidentemente, ad aver lasciato la traccia più profonda e non tanto, o non solo, nei lettori, ma in lui. Sì, perché Piero Chiara, così si chiama lo scrittore, proprio ai racconti affida il suo testamento letterario. Decide di mettere a punto un’ultima raccolta nel 1986, quasi un epitaffio alla sua parabola letteraria, quando è ormai da tempo gravemente ammalato, pensando a un libro al contempo diverso dagli altri, ma anche a tutti gli altri profondamente uguale. I personaggi de “Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti”, sono pur sempre i personaggi di quella sua antica Luino, ma che, cambiati gli abiti in camerino, potrebbero tranquillamente tornare in scena ne “Le mille e una notte”, nel suo prediletto “Decameron”, o tra le pagine di autori a cui molto deve come Balzac e Maupassant. La provincia in lui è palcoscenico, set cinematografico e incubatore ideale del suo romanzare, improntato a un realismo tutto personale, ma soprattutto il luogo dove tanti piccoli fatti umili ma singolari si accumulano, come succede con gli smottamenti, creando il terreno per una intensificazione narrativa che esplode in esiti particolarmente felici proprio in molti dei suoi racconti, oggi largamente dimenticati e pochissimo ripubblicati. Colpiscono le sue parole, che appartengono ad una intervista del marzo di quel suo ultimo anno, il 1986: stentavo a riprendermi, da un serio intervento chirurgico e stavo molto male. Tre o quattro racconti li avevo già, ma gli altri li ho scritti ad uno a uno come i capitoli di un romanzo e ne è nato un libro che giudico diverso dagli altri. Via via che scrivevo affidavo ai miei personaggi l’ultimo senso della mia vita. Del resto, quando gli chiesero “perché il racconto?” lui rispose che bisognava invece chiedersi “perché il romanzo”, dato che è il racconto ad essere il genere narrativo per eccellenza: più antico, essenziale, immutabile ed ineliminabile, che segue la storia dell’uomo.
piero chiara
Ma torniamo al senso della vita, anzi all’ultimo senso della vita, che lo scrittore affida ai personaggi dei racconti. Dovrebbe trattarsi una cosa importante, soprattutto per uno scrittore. Ma che cos’è, di cosa si tratta davvero per un narratore che, come il nostro, a un certo punto dal treno quotidiano della vita è sceso, smettendo di fare il pendolare, mettendosi in ascolto, è lasciandosene letteralmente attraversare nella speranza di poterla svelare e sgranare come una spiga quella sua vita, salvo poi spesso prosaicamente ridursi, come invariabilmente succede, a spigolare avidamente ciò che rimaneva non mietuto sul campo? Ebbene forse quel tanto ricercato senso della vita sta tutto in un frutto. Il fico. Non si tratta della madeleine di Proust, ma un po’ gli somiglia, perché cristallizza il passato, catalizzando nell’autore una feconda ricerca di associazioni e di esplorazioni interiori.  Non sono le pere butirro de “La Cognizione del Dolore”, le pere immaginate da Gadda spiccate a metà ottobre che maturano repentinamente, nel corso di una notte, tra il 2 e il 7 novembre, ma ci si avvicinano per ambiguità e senso ferocissimo dell’ironia. C’è un racconto in quella raccolta che parla di fichi. È un racconto inconsueto, un mix di tecniche narrative diverse, un motore a due tempi. In un pomeriggio d’autunno del 1917, dovevano essere gli ultimi giorni di ottobre il frutto è al centro di un racconto in cui la madre, Virginia Maffei, osservando una drammatica copertina della “Domenica del Corriere”, dapprima appare molto preoccupata per le possibili conseguenze della disfatta di Caporetto; ma poi un postino amico del padre irrompe sulla scena e porta quattro fichi rubati fuori Luino, fichi tardivi […], i più saporiti quelli con la goccia. Lo scrittore li assaggia per la prima volta e ne rimane scioccato, disorientato, come se biblicamente assaggiasse il frutto dell’albero della cognizione del bene e del male: da allora seppi che esisteva un fico, dice.  Gli sembra di toccare dei rospi, delle rane o altro animale del genere, come la salamandra o il lumacone, tutte bestiole che mio padre, portandomi a spasso nei boschi e per le campagne, mi aveva fatto osservare. Rimane scioccato dal comportamento della madre che aveva dato tanta importanza a quei quattro fichi, quando aveva sotto gli occhi la Domenica del Corriere con tutta quella povera gente in fugaprosegue su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/piero-chiara-e-il-fico-sull-incudine_2881.html

XIC/2

Dalla baia di Kruna andando verso le montagne cercando il cielo chiuso in una grotta

 

Anche oggi ho cercato il cielo

Sono giorni che lo cerco tra orizzonti chiusi e senza espressione

Ma senza ansia, l’aria per ora mi basta

Qui non c’è molta gente

Di giorno i pescatori sono al largo a seguire magre onde

I bambini illuminano i cortili bassi e oscuri con le gocce dei loro occhi grandi

E poi conviene stare al chiuso

Ci sono fortunali che strisciano sul mare

E passano e lasciano il segno sulla schiena schioccando come fruste.

Sono giorni che cerco il cielo

Ma senza convinzione

Come qualcosa che solo per qualche tempo si è perso a casa propria

Così oggi ho deciso di sviscerare

La grotta in cui ho dormito

Perché fuori l’orizzonte era una porta chiusa

Dicono sia magica dicono che respiri ma per ora emette solo silenzi

Ho deciso di accostarmi alle pareti grondanti del suo immenso stomaco muschioso

Le sento ruminare attorno a me

digerire ancora la tempesta di ieri

quella che si è aperta più in alto

tra le montagne

La mia esplorazione si è chiusa sul cul-de-sac

Di un muro istoriato di quarzo

Quando ormai camminavo carponi.

Sono uscito che faceva buio

Un po’ formica un po’ talpa

e cielo non c’era ancora

Era tutto grigio forse ero ancora nella grotta.

Ma c’era una strada che ho seguito

Una strada che non c’era ieri

Oltre una salita la svolta,

la strada d’improvviso si è allargata e mi si è aperta in gola come un vino novello

al sapore di salmastro si è sostituita la polvere.

Ecco squadernarsi il vento teso ma gentile dell’altopiano.

C’era la tua porta

Aperta per caso, poi per curiosità, poi per compassione

La tua casa era la prima del nuovo mondo

I tuoi occhi i primi che vedevo in tutto quel giorno

Nella tua casa ho portato solo me stesso

Zaino, scarpe tutto abbandonato in veranda, sporco di mondo

come la pelle di un serpente accanto al tuo bucato steso

ruvido ma profumato

Sono stato lupo alla tua tavola

Ridevi mettendoti le mani sulla bocca e sul petto

Il riso fumante era ocra e verde

I tuoi capelli lunghi

Il pane soffice e pieno d’aria

La bocca un fico maturo

Ti ho seguita docile nel tuo letto

Ho conosciuto il pendolo del tuo corpo, una storia narrata stentando nella mia lingua

Una nella tua che raccontavi ad occhi chiusi

E poi ricordo il mio sonno e quattro brevi sogni d’acqua

Circolari e confusi

E in mezzo un abbraccio di lana nera e ricami di luce boreale

Che venivano dalla costa sorridendoci sulla parete

Non so non riesco a ricordare se tu hai mai davvero dormito

Un po’ strega un po’ madre

La mattina quando sono uscito

Ho trovato di nuovo il pane e una brocca d’acqua ad aspettarmi e il cielo

Aperto come un ventaglio di vento leggero

Mi diceva che la marea era favorevole ai miei passi

Che dovevo riprendere le mie cose e imbarcarmi sul sentiero

Tu eri andata via, la tua vita

ortogonale al sentiero del mio viaggio proseguiva nel grappolo di tozze case verdi

che mi stava a circa cento metri dalla parte del cuore

un cestino di tuberi oblunghi, in mezzo a giardini di rose

di cui mi sembrava a tratti di sentire l’odore

da cui mi sembrava venisse un calpestio di passi di corsa

e un susseguirsi di voci ritmate che mormoravano filastrocche.

La tua casa buia conchiglia vuota sull’altopiano

Sembrava adesso più grande ma non mi pareva la stessa

Perdeva ombra viscida sulla strada

Come un mollusco marcio sulla battigia

La tua casa faro spento emorragia di vuoto

Faceva male, mi bruciava sulla schiena

Mi feriva la nuca

Indicava l’unica rotta da non seguire

L’unica meta da non sperare

Diceva di non voltarmi perché una notte non si confronta con una vita

Diceva che la mia memoria è un armadio pieno

Che dietro di me ci sono già troppe cose che sono rimorso

Molte che sono assordante rimpianto

Diceva di non essere debole

Ma è una grossa lacrima sulla mia schiena ancora oggi

La cruna dell’ago del tuo abbraccio.

XIC

(Annotato alla pagina di un diario 23-11-2001)

 

 

VERTICAL FARMING: il primo libro divulgativo sul tema in Italia (scritto dai diretti interessati)

Ringrazio l’editore per averci creduto e averci dato la possibilità di realizzare questo importante e impegnativo progetto editoriale. Il libro è molto bello (anche se non sta a me dirlo) e ricco di materiale inedito sul tema. Utile (unico) al momento sul tema per chi volesse approfondire un ambito sociale e imprenditoriale di cui si parlerà a liungo negli anni  a venire… In libreria e  online dalla prossima settimana!

VERTICAL FARMING 1

Alcune rapide considerazioni preliminari: in questo volume parliamo di argomenti assai poco conosciuti dal grande pubblico e dove la letteratura divulgativa sul tema in Italia è inesistente. Per accorgersi che è così basta fare un rapido giro in Rete. Per cui il libro ha tutti i pregi e difetti che si riscontrano in questi casi un po’ pionieristici. Da un lato infatti, il progresso tecnologico, come ampiamente delineato nella Introduzione, può rendere con facilità superato qualunque riferimento troppo schiacciato sulla pur fondamentale componente tecnica sottostante al tipo di business trattato, ovvero quello dell’Indoor Farming. Dall’altro però si corre il rischio di essere troppo generici e poco chiari sugli argomenti trattati.
Questo libro invece vuole rivolgersi:
—— a coloro che si avvicinano per la prima volta a questo tema e vogliono farsene un’idea, fornendo loro una panoramica completa e obiettiva, senza leggersi un trattato tecnico e soprattutto senza avere l’impressione che del tema si voglia una gratuita o interessata esaltazione;
—— a coloro che vorrebbero investirvi in futuro o comunque sostenere in ogni forma progetti di Indoor Farming;
—— a startupper e imprenditori.

GLI AUTORI ( oltre al sottoscritto…)

Bernardo Cigliano dal 2014 approfondisce gradualmente i temi di City Farming e Vertical Farming. Fondatore e CEO di SIX®, Startup Innovativa, tra le prime 100 Startup in Europa per Contest Awards, si specializza sulle tematiche di City Farming e inizia a costruire un Network di interesse europeo, con collaborazioni di condivisione e operative con le maggiori realtà Nord Europee.
Dal 2018 lavora al Project Management per la realizzazione di Tusco®, la prima Indoor Farming dedicata ai Microgreens in Italia, in cantiere da settembre 2019 in Toscana, Italia.
Per Tusco® si occupa della stesura dei piani di Business e dei Modelli di Business generati dai sistemi microeconomici indotti dalla Indoor Farming, nonché dei modelli di Business Development e Innovation. In virtù delle esperienze imprenditoriali
e tecniche accumulate e riconosciute sul mercato, inizia prestigiose collaborazioni, Mentorships, Tutoring e Partnerships con le maggiori Universitàeuropee, con Aziende di Indoor e City Farming in UK, Portogallo, Belgio, Olanda, Italia, Cina.

Luca Travaglini è fondatore con Daniele Benatoff della startup Planet Farms. In un settore imprenditoriale agli albori ma già in forte crescita, le Vertical Farm sono esplose raggiungendo dimensioni ragguardevoli su scala industriale, segnatamente in Usa, Nord Europa e Giappone, con un conseguente picco di investimenti. In questo contesto in frenetica crescita e alla ricerca dei migliori e più stabili modelli di business Planet Farms è oggi la più grande realtà italiana ed europea del Vertical Farming. Produrrà a breve nella Farm di Cavenago una quantità di prodotto capace di fornire il fabbisogno giornaliero per 10-15.000 persone. E sarà un prodotto sano, sicuro, controllato, senza additivi chimici in ogni fase di processo. Lo farà anche nelle prossime installazioni, già definite, in Italia e in Europa, in contesti limitrofi alle città e vicini ai gruppi di acquisto come dentro i nuclei urbani stessi, anche nell’apice brulicante della vita cittadina come nell’impianto di Londra.

Simon Dominiek Allegaert, MSc Food Technology, Food Innovation & Management – Wageningen University & Research . Autore di una tesi su “Development of a Vertical Farm Business Framework – An exploratory research”

Alessio Bontà è uno dei più importanti Private Chef nel panorama italiano. Milanese, negli ultimi 30 anni ha cucinato per importanti famiglie, personalità dello spettacolo, prima di trasferirsi stabilmente nel sud della Toscana, in Maremma, per proseguire la ricerca del Private Cooking in uno tra i contesti privati e ricettivi più esclusivi del panorama europeo.Seppur con predilezione per una cucina semplice, con materie prime di altissima qualità e dai gusti delicati, la curiosità e l’attenzione all’innovazione ha portato Alessio a scoprire le potenzialità dei Microgreens che oggi utilizza costantemente, occupandosi di ottimizzarne e valutarne i parametri sensoriali