#ioraccontobreve8. Ultima puntata (per ora)

Come si scrive un commiato in 100 parole?

Meglio usarne una sola, ma bella grossa: GRAZIE!!!

Ciao

Questa per ora è l’ultima puntata di #ioraccontobreve, la nostra fortunatissima iniziativa che ci ha permesso di fare la piacevole conoscenza di un sacco di persone e autori.

Però, prima di chiudere in bellezza, fatemi ringraziare Francesco Ricci, Riccardo Boccardi e Stefano Scanu per la loro diponibilità e cortesia (oltre al talento, ma questo lo sanno benissimo senza che glielo diciamo noi). Per parte mia, debbo ringraziare Simona Trevisi e Luigi Oliveto di Toscanalibri per averci creduto e per aver reso possibile la cosa.

Però però, prima di chiudere in bellezza fateci dire che siamo degli incoerenti di prima categoria: sì perché dopo aver sostenuto che raccontare breve fosse tutto, adesso dalla settimana prossima facciamo una inversione a U di proporzioni marziane e diciamo #ioraccontolungo o anche #questalaraccontiamoinsieme. O anche #lastaffettaletteraria.  (no, non stiamo seriamente bandendo un concorso per scegliere il nome di un concorso).

E sarà sfidante, molto sfidante perché abbiamo scritto a quattro mani con Laura del Veneziano un incipit (più di un incipit in verità) di una storia che vi chiediamo, con non più di una cartella A4 (alla volta se volete…) di portare nella direzione che vorrete voi! Cambiatele i connotati, assecondatela, stravolgetela, complicatela! Un romanzo aperto? Una specie. Un’opera aperta? Forse. Del resto lo sapete, no? È raccontare lungo che è la cosa di gran lunga più difficile. Noi lo abbiamo sempre detto.

Mandate tutto (appena vedrete pubblicato l’incipit) al solito indirizzo mail, ovvero bellmaxi@tin.it

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I tre racconti di questa settimana non sono particolarmente legati tra loro, lo ammettiamo. Ma uno ci ha colpito dati anche i fatti di cronaca di questi giorni. Vedere i giovani in piazza, organizzati per una vera manifestazione, credo la più autentica degli ultimi anni, ha attirato l’attenzione e il sostegno di molti.  Era da tempo, comunque la si voglia pensare al riguardo, che gente di 14-15-16 anni non veniva colpita a tal punto da un fatto di cronaca da prendere e manifestare. Alludiamo ai fatti di Minneapolis. Alludiamo a Kevin Tushe, studente liceale, che già ha partecipato due volte con successo a questa rassegna. Si vede la passione in quello che scrive.

floyd

SOGGIOGAMENTO

Il suo sguardo livido incrocia il mio, il suo respiro si fa sempre più affannato, man mano che il suo petto affonda sotto la pressione esercitata dall’agente, la stessa che mi opprime mentre rimango impassibile innanzi a tale orrore. Al collo quel giogo che lo umilia da secoli, le catene che cingono invisibili le sue membra, come un fardello che la vita gli ha arbitrariamente imposto. Perché America? Perché hai fatto credere che non valgono nulla? Perché li hai trattati come se il sangue sparso, raffigurato in rosso vivo sul nostro stendardo, non sia anche il loro? L’aquila non dispiega più le sue ali all’orizzonte, ma scruta dall’alto del suo nido l’eterna lotta per l’uguaglianza 

Quante volte avremmo voluto che i protagonisti tormentati di un libro, rivoltandolo aperto a testa in giù e scuotendolo ben bene, scivolassero nel mondo reale per godersi un po’ di tranquillità, un meritato riposo? Ma non è mica così semplice passare da una dimensione all’altra…anche per una ‘fuitina’ letteraria.

FUGA D’AMORE

Aspettarono di essere vicini l’una all’altro. Volevano cambiare il loro destino, fuggire e chiudere per sempre con le famiglie che si opponevano al loro amore. Si presero per mano e si aggrapparono a un punto di domanda, saltarono da un trattino all’altro, scivolarono su una virgola, aprirono una parentesi, si diedero un bacio, chiusero la parentesi. Proseguirono la loro fuga riga dopo riga verso la fine della pagina. Quando fecero l’ultimo salto non si voltarono. Fuori dalle pagine del libro però i loro corpi non avevano forma, non potevano esistere, cominciarono a svanire perché il loro era un amore impossibile.

  usciti da un libro

E poi a volte si perdono le parole, e non solo per amore…perché sopra non abbiamo riportato,l’autore? Perché è lo stesso del prossimo racconto, ovvero l’autore e attore Romeo Lucchi (che ringraziamo per il suo generoso apporto che vedrete anche nei prossimi giorni…’la tazza del Vate’ comunque ce la ricorderemo per un bel pezzo! https://massimilianobellavista.wordpress.com/2020/06/12/volare/ )

L’UOMO CHE NON SI CAPIVA

non ti capisco

Quando parlava era un disastro. Ometteva sempre il soggetto della frase, dimenticava pezzi della storia – più o meno lunghi – coniugava male i verbi e, cosa ancora più insopportabile, era un continuo ripetere e intercalare di mhmm…, eh…, cioè… In giugno prese parte a una rapina. Fu l’unico della banda a farsi pinzare. In commissariato gli chiesero di vuotare il sacco. Lui cominciò a parlare, ma non si capiva niente di quello che diceva. Credettero che volesse fare lo spiritoso e lo pestarono. Lo torchiarono per ore. Lui era sempre più criptico. Un duro, pensarono i poliziotti. E giù altre botte

#ioraccontobreve: i vincitori della quinta settimana

Dunque, procediamo con ordine:

Partiamo da Milano, una Milano alla Gaber, più che una Milano da bere, come si legge nell’abilissimo quadro che ci propone Stefano Scanu, che non finiremo mai di ringraziare per il suo sostegno a questa iniziativa, che ha riscosso anche più gradimento di quanto ci aspettassimo. In fin dei conti chi ha partecipato non ha vinto niente, al limite speriamo un buon articolo, un po’ di visibilità e di sicuro la nostra stima, ma noi di sicuro abbiamo vinto il sincero piacere di leggerVi!

VIA CAPPUCCINI N. 3 di Stefano Scanu

gaber

Volevo farti una sorpresa. Avrei dovuto mettere le Clark per non fare rumore proprio come diceva Gaber in una vecchia canzone, invece rimbombano solo i miei passi in questo quadrilatero fitto di silenzio.

Quando mi hai detto: “alle sei davanti a Villa Invernizzi, quello dei formaggini”, ho annuito fingendo di conoscerlo per non deluderti.

Poi il silenzio è cresciuto con la sera e mi spiace non ci fossi, perché avrei voluto ringraziarti.

Ormai sono qui da ore, a spiare solo e sedotto dei fenicotteri rosa dietro il cancello del palazzo.

Non ricordo neanche più che ci sono venuto a fare.

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Viviamo tempi di difficile interpretazione. E di frasi fritte, fritte, fritte come direbbe Benigni. Soprattutto sui media.

Siamo come in guerra; siamo come nel ’29; siamo come nel dopoguerra …uffa!!!

Erik Scortecci, studente liceale del secondo anno, ci dice che ha deciso di scrivere questo racconto rifacendosi per l’appunto alla frase che oggi sentiamo spesso: “siamo come in guerra”.

Allora –dice- ho pensato di intrecciare il desiderio del ritorno alla normalità e alla quotidianità con la storia di un uomo, sconosciuto, ma di cui è intuibile lo stato d’animo. Ho cercato di raccontare una situazione tipica vissuta dai soldati che tornarono dal fronte, e che oggi in qualche modo stiamo vivendo di nuovo, aspettando di ritornare alla normalità.

la guerra è finita

RITORNO ALLA NORMALITÀ

Il cielo era di un grigio piombo e i tuoni annunciavano un temporale. Le sue lacrime si confondevano alla pioggerellina che iniziava a scendere. Stremato per il lungo viaggio, si ristorò nei pressi di un boschetto. Rimase lì, a contemplare dopo tanto tempo quei colli della sua Toscana. Era autunno, i campi arati sembravano mostrare le loro cicatrici. Intanto ripensava alla loro fioritura: agli steli di grano, che ad ogni soffio di vento, iniziavano a danzare. Ricordavano le increspature di un mare agitato. Presto, al di là di quel mare, Piero avrebbe incontrato la salvezza, e la sua angosciosa attesa sarebbe finita.

E quindi via con Stefano Vallini, nato a Siena 40 anni esatti dopo Dizzy Gillespie. Lasciamo a voi stabilire quando… Ha pubblicato per Betti Editore Quante storie per un menu! – Racconti di cucina toscana e Il vento frusciava – Un suo racconto “Asfalto” ha trovato posto sul portale di Toscanalibri.it.

E siccome Dizzy Gillespie nella sua Stardust diceva Besides the garden wall, when stars are bright/You are in my arms il suo racconto non poteva che parlare di stelle …e di cose ahimè ben più terrene,

…A RIVEDER LE STELLE

stardust

Roman l’avevo visto davanti al supermarket, raramente davanti alla chiesa. Tendeva la mano e basta. Io vi appoggiavo solo sguardi colpevoli e facili da dimenticare. Non credo che abbia mai lavorato, ma è sempre vivo. Non posso dire lo stesso dei miei ex-colleghi. Lo saluto quando si affaccia dalla sua baracca dall’altro lato della strada.

Le auto ci dividono con i loro fumi di polveri sottili e ossido di azoto, che a respirarle fanno lo stesso effetto della vita. Il ponte che abbiamo sopra la testa ci protegge dalla pioggia. La notte, per vedere le stelle è sufficiente spostarsi nella scarpata di fianco.

Terminiamo con un tema che avevamo già approfondito nella puntata numero 3, quello dei negozi e dei mercati in questo periodo.  Ce ne parla Susanna Daniele, giornalista e scrittrice, che è nata e vive a Pistoia. Ha pubblicato con vari editori testi teatrali, e racconti gialli e noir. Il suo ultimo volume è Serra si racconta, la raccolta di un secolo di memorie degli anziani abitanti di un paese della montagna pistoiese.

I COLORI DELLA VITA

i colori della vita

È uno dei due negozi rimasti aperti in una piazza che da secoli è centro di scambi commerciali e di vita cittadina. Il verde scuro di cavoli e broccoli, le gradazioni del rosso di peperoni, pomodori, radicchio e melanzane, il bianco di finocchi, porri e cavolfiori.C’è la bandiera italiana su quelle mensole di pietra vecchie di sette secoli, e molto altro.C’è cibo per il corpo, ma anche un sorriso per l’anima che trapela dagli occhi della venditrice, c’è una parola scambiata in un momento in cui la solitudine ha il sapore acre di una cattiva medicina.

#ioraccontobreve alla terza settimana: i tre migliori

 

Ringraziando ancora per il costante flusso di racconti che generosamente ci inviate, constatiamo che il vincolo delle 100 parole, lungi da rappresentare una trappola, esalta invece la qualità della narrazione. Il livello dei testi pervenuti è molto alto, sia tecnicamente sia nei contenuti.

Solidali a Milano, ancora in grossa difficoltà, iniziamo con uno ‘Scanu d’autore’ che riguarda proprio il Duomo. (Lo ringraziamo per la Sua generosità e siamo certi che se prossimamente pubblicherà davvero una raccolta di racconti brevi, sarà un bomba!)

IL DUOMO DI MILANO È UNA MERINGA di Stefano Scanu

duomo

La ventiquattrore in una mano, il piccolo Leo nell’altra. Alle sette del mattino Piazza Duomo sembra un colpo di cipria, la cattedrale una meringa gotica che galleggia sui portici. I tram frignano nel nebbione che ubriaca tutti di solitudine. Sul 23 Leo e il padre contano le fermate come grani di un rosario, spiano i profili densi dei palazzi, dei passeggeri. Ad ogni curva le mani si perdono e cercano, ciecamente.

Poi la scuola, il tram si svuota, la marea bianca scivola e scopre.

Solo adesso Leo vede la mano che stringe e il padre come fosse la prima volta

E per i fatti curiosi della vita e delle lettere, dopo un romano che scrive di Milano, eccone un altro che scrive di…Roma! Ma si tratta di una Roma davvero inedita che in questo davvero notevole racconto, più che alla Grande Bellezza assomiglia a un grande e sgangherato suq. Ci manda il testo Francesca Condò, architetto specialista in restauro dei monumenti. Da settembre 2015 è in servizio presso la Direzione generale Musei del MIBACT con incarichi relativi a rapporti internazionali bilaterali, progettazione di mostre in Italia e all’estero. Si sta occupando di attività per il miglioramento del racconto museale, tema che ci è molto caro e su cui speriamo di tornare presto per Caffè 19.

MEDIO ORIENTE ALLA FINE DELLA STRADA

Pandemia. Domenica 3 maggio, quasi alla fase due. Potrei andare alla Coop ma ho paura – venerdì sono stata in fila a leggere dalle 8 e mezza e sono uscita con la spesa alle 13 e 25. Avanzo, mascherina e guanti – tutte e due riciclate – fino ai bidoni della spazzatura, Il sistema postmedievale di Roma anni 2000: sempre pieno, sempre sporco. Farmacia chiusa. Per la prima volta vado oltre le due rastrelliere di frutta e entro nel negozio. Mio fratello dice che ci sono anche altre cose, là dentro, oltre alla verdura: era tornato a casa con un bricchetto di panna fresca della centrale del latte. Mordo la madeleine: le cose che mi servono non ci sono. Scaffali con merce rada, biscotti improbabili. Datteri e sacchi di legumi a terra. Il frigo con le bibite gassate. Cerco le verze ma dal banco mi guardano solo cavoli alienati. L’uomo dietro ai banchi è restio a rispondere. No, ci sono solo quelli. Pago, tentata di dire shukran alla donna alla cassa in mascherina, occhiali e chador rosso. C’è penombra, come nelle infinite botteghe che ho visto in Giordania, in Tunisia, anche in Turchia. Ma sono a poche centinaia di metri da casa. Via Guareschi, Laurentino 38. Roma.

SUQ

E da Roma ci spostiamo in una sfera più intima, in questo metamorfico racconto di Giuseppe Capurso. Giuseppe dice di sé che nella sua Padova scrive per divertirsi e si diverte scrivendo. Scrive favole e racconti per bambini, e questo ben lo si intuisce dal ritmo e dal tono della sua narrazione, al contempo giocoso ed elegante. Anche noi ci siamo divertiti molto leggendo il suo pezzo, speriamo che ce ne manderà altri o forse magari delle favole (perché alle favole ci crediamo ancora) e non possiamo esimerci dal fare un saluto ai suoi gatti Casper e Felix.

IL SOGNO

SOGNO

Precipito dentro il tuo sogno. Ti sfioro le spalle. Tu ti volti sorridendo ma io mi sono trasformato in un gatto. Provi ad accarezzarmi ma io scappo e mi nascondo in un cesto, lo apri e ci trovi un cactus. Hai paura di toccarmi, ti volti per prendere un guanto ma io sono una rondine. Tu mi guardi, con la testa all’insù mentre volo in una stanza completamente bianca. Sfioro una parete, scendo e divento in una porta di legno. La apri, entri e precipiti dentro il mio sogno. Mi sfiori le spalle, io mi volto sorridendo ma tu ti sei trasformata in un gatto.

Forse in effetti meglio restare nei territori del sogno. Anche perché fuori dal sogno sono tempi davvero duri per tutti, anche per categorie un po’ particolari, perché ci sono da ripensare riga per riga e verso per verso perfino i gesti quotidiani (e le nostre reazioni ad essi). Ce lo spiega bene Stefano Valacchi, toscano, senese, che ci dice di scrivere di tutto, ma in special modo racconti. Quanto al messaggio che ci ha inviato, approfittiamo per dirgli che secondo noi la sua prova è ufficialmente riuscita! Lui capirà.

TABACCHERIA  COVID 19

Arrivo in tabaccheria. Persone in fila con guanti e mascherine. Fermi tutti! urlo. Ma dove va? Faccia la fila! E stia ad un metro di distanza! E indossi i guanti! dice un’anziana signora scuotendo la testa. Ma non lo vede il telegiornale? Quando è il mio turno con i guanti fatico a prendere la pistola. È una rapina! urlo nuovamente. Si meglio, e con ché? ironizza il tabaccaio. Dalla rabbia mi strappo maschera e guanti. Tutti gettano portafogli e borse a terra. Prenda tutto ma non ci tocchi… non ci tocchi… non ci tocchi…

                                           RAPINA

#ioraccontobreve: i tre migliori della settimana

I racconti continuano ad arrivare inesauribili.

Oggi abbiamo tre ‘100 parole’ che si intrecciano perfettamente.

Iniziamo con un racconto d’Autore del nostro impareggiabile Stefano Scanu

Essere un’orca

orca

E in quel sogno ferino, il delfino si librava pelo pelo sull’acqua, sul buffetto di spumosa bianca che solleticava il dorso e le pinnuzze flaccide. Ebbro di fregole, rideva con la bocca-becco da bambino e gli occhi cinesi.
Nel dondolio maroso sognava d’essere un’orca assassina: mordeva l’acqua mentre le manuncole la schiaffeggiavano, la montavano a neve. Spettacolo di un candore più opalino della schiumetta su cui s’ardiva di volare, manco fosse un pesce-rondine. Ne avrebbe eseguite altre cinque almeno di queste piroette trasognate prima di risvegliarsi nella teca di vetro temperato, sotto lo sguardo sbalordito della scolaresca in gita all’acquario.

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Cosa ci ricorderemo di questi mesi? Come tipico di in trauma, e tutti certamente abbiamo vissuto e stiamo vivendo un trauma, per ognuno il punto di vista è diverso, come è diverso il senso che ci introduce in quella dinamica mentale.

Non c’è dubbio però che l’udito gioca un ruolo principe: pensateci bene, c’è forse un commentatore, giornalista o scrittore, che non abbia perlato del silenzio di questi giorni?

Ecco allora Mita Feri, senese, che si diletta di scrittura creativa e nella quotidianità si occupa di promozione culturale e turistica e di consulenza alle imprese per un’Amministrazione Comunale della provincia di Siena, raccontarci l’oro del silenzio

orecchio

C‘è un attimo perfetto prima della pioggia, quando la terra, turbata, freme come in attesa e accarezza l’oro del silenzio. Il silenzio è verità, serba le parole affinché non vadano inutilmente sprecate. Un po’ come fai tu quando assapori quell’assenza colma che ti riempe il petto, nella fiduciosa attesa del mio ritorno: un dono la tua mano calda, aperta a lenirmi fastidi e dissapori della quotidianità. La pioggia è generosa sulla terra, oscura il cielo, si moltiplica in tante fresche gocce: è dono d’amore. E come solamente l’amore sa fare, concepisce meraviglia, lasciando germogliare nuova bellezza e preziosa vita per l’eternità.

Mentre è la nostalgia del rumore il tema del 100 parole di Silvia Roncucci, autrice di articoli storico-artistici, saggi, racconti, scritti umoristici, romanzi, guide per ragazzi, che ha pubblicato due romanzi brevi, Non tutto è da buttare sul tema del ‘riciclo esistenziale’ e L’anno della morte di Kurt un romanzo generazionale ambientato tra gli anni Novanta e la contemporaneità. È in uscita il mio terzo romanzo, Solo per sentirselo dire. Fondatrice del Gruppo Scrittori Senesi, attualmente conduce la rubrica letteraria domenicale Liberi con i libri in onda sul canale Facebook e Youtube di Radio Epicentro. Ma la cosa più importante è che condividiamo con lei una sana e sincera passione per il pistacchio!!!

Nostalgia del rumore

Non state in mezzo alla strada, venite più vicini, il microfono è già al massimo, per favore non allontanatevi senza avvertire, la fila ai bagni pubblici non era prevista, questo clima infausto neanche, l’ingresso al Duomo si paga ma ne vale la pena, se non ce la fate a camminare aspettate seduti in piazza, il pranzo è tra un’ora, credete di resistere? Mentre cammino in una scenografia urbana deserta, quesiti, lamentele e pretese dei visitatori che sciamavano per Siena, ronzano nella mia memoria come una voce diventata cara solo dopo aver smesso di torturarmi le orecchie. 

silenzio

E poi c’è il tema del dettaglio e del colore, e dell’esaltazione di quei piccoli spazi, anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si sofferma gioco forza più di prima.

Ed ecco in questa linea il contributo di Laura Del Veneziano, psicologo, psicanalista, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura.  Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera”, “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente in preparazione altri lavori di scrittura. Segnaliamo il suo filone di ‘Lasciami parlare’ perché originalissimo e perché su questa chiave psicoanalitica torneremo sicuramente su Caffè 19.

BIANCO

bianco

Il colore è bianco, anche se minuscoli puntini di intonaco, visibili ad occhio nudo, ne interrompono imprevedibilmente la monotonia; la superficie è ruvida al tatto, ma questo è il senso che utilizzo di meno nei nostri riservati momenti di incontro. Mi ritrovo a fissarlo per ore e lo ritengo un regalo meraviglioso. In un contesto diverso, questo mio atteggiamento, sarebbe forse giudicato folle, mentre per me ha un autentico sapore di sopravvivenza. È quasi un sospiro di sollievo, il piccolo ritaglio di parete che mi si presenta alla vista in questi giorni: è il mio tempo, per pensare, scrivere, lavorare…

#IORACCONTOBREVE: i racconti della prima settimana

E così, dobbiamo sinceramente e sentitamente ringraziarVi. Stanno arrivando molti racconti, caratterizzati da una passione ed un entusiasmo che per certi versi ci sorprende. Sono talmente tanti e belli che ne pubblicheremo alcuni a cadenza fissa (merciledì) ogni settimana. Ma anche coloro che si vedono pubblicati, rimangano collegati (e se  lo desiderano, ci mandino altro) perchè alla fine ci sarà un premio e una sorpresa.

Stefano Scanu, intanto, ci manda un suo racconto d’autore per rompere il ghiaccio. Del suo racconto sulle liste ci ricordiamo ancora con piacere!

Il deragliamento
Almeno voltati, fatti aiutare con la valigia, dimmi il tuo nome. Invece anche stavolta te ne stai lì anonima a guardare dal finestrino. Ti vedo malgrado la cortina di pendolari che ci separa. Perfino adesso che la luce si spegne e ogni cosa abbandona il suo alloggiamento. Vroum! Uno scossone gonfia l’aria e sbriglia le grida, s’alzano gonne, si scuciono gli orli, le scriminature si sfogliano, gli auricolari s’avvitano. Nel rollio il metallo sibila, esplodono riviste, telefonini, incisivi. Schizziamo tutti come cinesi al circo, frollati. Ma non tu.

 

Iniziamo oggi con la pubblicazione di tre racconti molto diversi tra di loro.

Cosa è l’istantaneità?  Ce lo dice a suo modo Fabio Marazzoli, fiorentino, scrittore e giallista, che lavora a Siena come ispettore informatico ma ci scrive da Poggibonsi, in provincia di Siena. È nascosta spesso in una immagine, come quella della propria casa. Ma questa casa è da intendersi in senso lato, come paese, comunità in grado di proteggerci e farci sentire bene anche in quarantena, da uomini coscienti delle proprie radici e del valore di una miriade di piccole cose, che stanno tutte sen strette dentro queste cento parole. Grazie Fabio!

 Il mio paese

marazzoli

Voglio bene al mio paese. Qui il sole sorprende ogni mattino facendo capolino fra le verdi pendici dei colli e colorando di riflessi rossastri le acque dei fiumi al tramonto. Tutto intorno risplende e il bagliore incastona un paese operoso fatto di gente. La gente è vicina, la senti al tuo fianco. La senti la gente, è nell’aroma fragrante del pane fresco nelle ceste bianche del fornaio giù da basso o nel brusio pomeridiano fra le stradine illuminate. Ma è anche nel sorriso della vicina di casa che ti porge lo spicchio d’aglio per una pomarola come si faceva una volta.

E una volta a casa? Si dice che in questi giorni molto italiani stanno riscoprendo la radio, più che la televisione. Ma nel racconto di Federico Romagnoli, scrittore e poeta, nato a Siena, città dove vive e lavora e Dottore Ricercatore in Letteratura Italiana Contemporanea con una tesi sul poeta senese Cesare Viviani, la radio è solo una scusa e una metafora. Come il concetto di ‘ferita’. Del resto, non era proprio Viviani ad aver scritto “”la vita ti fa una ferita e tu con le dita vuoi rimediare cucendo, attento che i margini combacino”?

La radio

radio

La notte è un selvaggio dispendio di energia. Chitarre selvagge distruggono le onde. Nuovi mondi e nuove percezioni. Sulle ali della vendetta. Non puoi alzare il volume come vorresti. Ma puoi immaginartelo. Puoi anche danzare estatico sulle fantasia che sciaborda e ti rende il mal di mare. Sono un romantico. Di quelli che si buttano nella tempesta. Perché non hanno niente di meglio da fare. La ferita poi. Me la lecco tutte le notti. Mentre danzo. Estatico e selvaggio. Spennello plasmo dilato le griglie grigiastre della mia vita. La ferita è la mia vita. Spengo la radio. Amen

E questa climax improntata ad un crescente erotismo termina con l’opera di Dimaco. Di lui dice che “anche cercando su internet, non si trova nulla. Si suppone sia vivo.”. Abbiamo cercato per curiosità, è proprio vero. Ma azzardiamo che Neruda non gli sia indifferente. Consigliamo a tutti con l’occasione di rileggerlo Neruda, a cominciare proprio dal Sonetto XXVII ‘Nuda sei semplice’.

NUDA

NUDA

Nuda sei meglio.

Te ne stai nuda davanti a me con l’espressione di chi sa che può tutto.

La luce filtra dalla persiana e ti disegna strani ghirigori addosso, sembrano tatuaggi di guerra.

Mi sfidi.

Io non ho argomenti di fronte all’arroganza dei tuoi fianchi.

Sto zitto e ti guardo e basta.

E anche tu mi guardi, con aria di superiorità, sapendo già che vincerai.

Forse se tu fossi vestita potrei almeno provarci, a resistere.

Ma sei nuda.

E allora io che posso fare?

Mi hai disarmato.

Posso solo arrendermi.

 

Le regole della casa della lista

Per Caffè 19 parliamo di un convitato di pietra dei nostri arresti domiciliari di massa: la lista.  Fate una lista della spesa prima di uscire, ci dicono. Fate una lista delle cose da fare, ci ripetono per tenerci occupati.

Ecco appunto, la lista. E la lista delle liste. Ci pensa Stefano Scanu, bravissimo scrittore nato a Roma il 14 gennaio 1975 a materializzarcelo davanti agli occhi questa specie di grillo parlante e un po’ assillante compagno di viaggio della quarantena: la lista. Laureato in lettere, Stefano lavora come libraio responsabile varia ed eventi presso una importante libreria di Roma da oltre dodici anni. Ha collaborato con Radio Deejay, Radio Rai e e con le riviste Towner-Moleskine e Perdersi a Roma . Ha pubblicato Come un albero in un’ampolla e Buio in sala. Guida breve ai cinema di Roma, entrambi editi da Giulio Perrone editore. Recentement ha pubblicato nel maggio Come vedi avanzo un po’, 15 biografie marginali, per  Italo Svevo Edizioni. Stefano inoltre tiene una rubrica settimanale sul cinema e ha collaborato con la rivista Altri animali e EFFE-Flanerì.

A proposito Stefano, grazie anche per la foto, ci è piaciuta!!!

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Elogio della lista -Cronaca di un riordino coatto

In questi giorni di quarantena ho sentito parecchi amici e colleghi e più che l’angoscia per il momento che stiamo vivendo, mi sembra che ad accomunarci sia un’ansia da sistemazione perpetua. C’è chi  in questo domicilio coatto riordina i vinili, i libri, chi la cassetta degli attrezzi, il portaspezie o le cartelle sparse sul desktop del proprio pc. Tutti in un certo senso stiamo catalogando o in altre parole elencando qualcosa, e io non sono da meno.

Domenica risistemando gli scaffali della libreria mi è capitato tra le mani un romanzo di Flaubert e anziché rimetterlo al suo posto, tra Fitzgerald e Fogazzaro, l’ho tirato giù e riletto. All’improvviso tutto è diventato chiaro:

“Buona idea accarezzata da entrambi. Se la dissimulano a vicenda. -Di tanto intanto sorridono quando ci pensano, -poi se la comunicano contemporaneamente: copiare […] Copiamo! È necessario che la pagina si riempia.”

Così si chiude l’ultima e incompiuta fatica flaubertiana in cui i due curiosi eroi che danno il titolo al libro, Bouvard e Pécuchet, dopo aver lavorato per anni come impiegati copisti presso i rispettivi uffici parigini, si trasferiscono nella campagna francese per godere dei piaceri che la vita riserva loro ma soprattutto per dare sfogo alla propria insaziabile sete di conoscenza. In questo modo i due protagonisti entrano in una spirale ossessiva che li inghiotte giorno dopo giorno mentre cercano utopicamente di mettere in pratica tutte le teorie e le discipline del sapere umano (dalla filosofia teoretica alla ginnastica, dalla botanica al mesmerismo passando per la chimica della distillazione) con l’ausilio dei più autorevoli trattati dell’epoca. Solo alla fine di questa lunga e inquieta parentesi, torneranno finalmente alla loro occupazione originale, ossia copiare, scrivere, trascrivere, stilare, vergare e soprattutto elencare tutto ciò che hanno appreso nella loro bucolica esperienza, come nel disperato tentativo di contenerlo, di collezionarlo e distillarlo più che di capirlo e tramandarlo.

Quando lessi il libro la prima volta, immedesimandomi con i due protagonisti e con il loro folle gesto di grafomani in preda a un delirio da horror vacui, provai uno strano senso di disagio. Quella moralistica conclusione del capolavoro di Flaubert mi trasmise un’ansia da riempimento, come se la vita fosse una grande bestia famelica da saziare in fretta per non correre il rischio essere mangiato a mia volta. Rileggendo il libro, invece, ho capito come tra le righe si nascondesse l’incontenibile desiderio di completare l’esistenza e darle un senso aggredendo e soffocando tutti gli spazi bianchi, registrando le ore, i giorni, ciascun pensiero, idea o esperienza vissuta per tracciare un percorso, per geolocalizzarsi lungo il sentiero della propria vita (o del proprio bilocale) e riconoscersi, proprio come un cartografo farebbe durante le sue ricognizioni, in definitiva per prendere coscienza di sé: sappiamo chi o cosa siamo quando sappiamo dove siamo.

Enumerare è lodare, la stessa passione fino all’infinito, l’ho letto da qualche parte. Il libro di Flaubert in fondo è un elogio della lista, il razionale tentativo di due uomini di mettere ordine a tutti i segni che si è trascritto nel tempo, fino a dargli una forma concreta e riconoscibile, come una mappa appunto; si potrebbe dire che sia la classificazione che la cartografia hanno come scopo principale quello di arginare la naturale frammentarietà del mondo.

Detto ciò, bisogna fare i conti col fatto che stilare una lista pensando di riorganizzare qualcosa non significa necessariamente riuscirci. Insomma, che si tratti di un catalogo delle opere del Perugino, di un elenco telefonico, di un rimario, di uno schedario contabile, di una classifica musicale, di una bibliografia, di una lista elettorale, civica, dei desideri, dei passeggeri, di nozze o di una semplice lista della spesa, tutto questo altro non è che l’utopistico tentativo di mettere ordine a ciò che in ordine non vuole proprio stare.

Ci sarà sempre una nascita o una morte a sovvertire l’assetto precario dell’elenco telefonico di Caprarola, un brano fresco ad ampliare la playlist di vostro figlio, così come una nuova pubblicazione su Garcia Lorca non farà che riaprire e ingrossare una già nutrita bibliografia.

Ecco, in quel perturbamento, in quella cosa che non è entrata nell’elenco rimettendolo in discussione, c’è l’imprevisto fecondo che può sbocciare solo se si sconvolge una regola stabilita. Mai come in questo caso delinquere è creare e contemporaneamente nascere, ma per delinquere e abbandonare la legge, bisogna che prima qualcuno faccia la legge, o la lista. Per ogni punto della lista c’è una faglia che la insidia.

Consapevole della provvisorietà di questo esercizio (e soprattutto avendo finito ormai da giorni le cose da riordinare nel mio appartamento) ho deciso di fare una lista delle liste, la mia modesta meta-lista per ammazzare il tempo e far nascere qualcosa:

  • La lista è indipendente. In buona sostanza non è altro che un’estensione del pensiero a cui faccio ricorso quando la mia memoria molla il colpo e si affida alla scrittura. Ma proprio come avviene per un personaggio di finzione, anche l’elenco una volta scritto non appartiene più al suo autore anzi da quel momento in poi comincia a vivere di vita propria trasformandosi, contaminandosi, ingravidandosi e agganciandosi ovunque capiti, in quel procelloso mare di oggettività che è il mondo.
  • La lista è marziale. Impiega tutte le proprie energie per stabilire e far osservare le regole secondo cui è stata concepita. Ogni suo sforzo è teso a far rispettare i ranghi e l’ordine che governa ciascuna nota. Come fosse un ufficiale solo al comando, la lista dirige, impone, costringe e vigila su una brigata di voci debosciate, lavative e anarchiche. Se la consegna è quella di disporsi in ordine alfabetico, quelle non ci pensano due volte a disertare per distribuirsi cronologicamente, cromaticamente, per colore o grandezza.
  • La lista è inesauribile. Come già detto, ogni classificazione è aperta e pronta ad accogliere o sostituire nuovi elementi che non solo rendono impossibile la chiusura categorica dell’elenco, ma ne possono perfino cambiare l’ordine costituito.
  • La lista è una finzione. Perché in quanto inesauribile e aperta, è una pratica illusoria. Il suo tentativo di sistemazione non può funzionare in assoluto.
  • La lista è una preghiera. Ogni suo punto è un atto di evocazione e invocazione, a suo modo un tentativo di rendere immortale ciò che elenca. È l’espressione di un desiderio di puro.
  • La lista è narcisista. Potrebbe stare ore a lodarsi elencando tutti i modi di fare se stessa. Lo farebbe copiando, rubricando, schedando, rilevando, enumerando, listando, trascrivendo, redigendo, elencando, collocando, compilando, catalogando, incasellando, classificando, inventariando, annoverando, sciorinando vergando, ordinando, registrando, archiviando, stilando, contando, indicizzando, campionando, rubricando, scrivendo, censendo, disponendo ecc ecc.