#ioraccontobreve: i tre migliori della settimana

I racconti continuano ad arrivare inesauribili.

Oggi abbiamo tre ‘100 parole’ che si intrecciano perfettamente.

Iniziamo con un racconto d’Autore del nostro impareggiabile Stefano Scanu

Essere un’orca

orca

E in quel sogno ferino, il delfino si librava pelo pelo sull’acqua, sul buffetto di spumosa bianca che solleticava il dorso e le pinnuzze flaccide. Ebbro di fregole, rideva con la bocca-becco da bambino e gli occhi cinesi.
Nel dondolio maroso sognava d’essere un’orca assassina: mordeva l’acqua mentre le manuncole la schiaffeggiavano, la montavano a neve. Spettacolo di un candore più opalino della schiumetta su cui s’ardiva di volare, manco fosse un pesce-rondine. Ne avrebbe eseguite altre cinque almeno di queste piroette trasognate prima di risvegliarsi nella teca di vetro temperato, sotto lo sguardo sbalordito della scolaresca in gita all’acquario.

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Cosa ci ricorderemo di questi mesi? Come tipico di in trauma, e tutti certamente abbiamo vissuto e stiamo vivendo un trauma, per ognuno il punto di vista è diverso, come è diverso il senso che ci introduce in quella dinamica mentale.

Non c’è dubbio però che l’udito gioca un ruolo principe: pensateci bene, c’è forse un commentatore, giornalista o scrittore, che non abbia perlato del silenzio di questi giorni?

Ecco allora Mita Feri, senese, che si diletta di scrittura creativa e nella quotidianità si occupa di promozione culturale e turistica e di consulenza alle imprese per un’Amministrazione Comunale della provincia di Siena, raccontarci l’oro del silenzio

orecchio

C‘è un attimo perfetto prima della pioggia, quando la terra, turbata, freme come in attesa e accarezza l’oro del silenzio. Il silenzio è verità, serba le parole affinché non vadano inutilmente sprecate. Un po’ come fai tu quando assapori quell’assenza colma che ti riempe il petto, nella fiduciosa attesa del mio ritorno: un dono la tua mano calda, aperta a lenirmi fastidi e dissapori della quotidianità. La pioggia è generosa sulla terra, oscura il cielo, si moltiplica in tante fresche gocce: è dono d’amore. E come solamente l’amore sa fare, concepisce meraviglia, lasciando germogliare nuova bellezza e preziosa vita per l’eternità.

Mentre è la nostalgia del rumore il tema del 100 parole di Silvia Roncucci, autrice di articoli storico-artistici, saggi, racconti, scritti umoristici, romanzi, guide per ragazzi, che ha pubblicato due romanzi brevi, Non tutto è da buttare sul tema del ‘riciclo esistenziale’ e L’anno della morte di Kurt un romanzo generazionale ambientato tra gli anni Novanta e la contemporaneità. È in uscita il mio terzo romanzo, Solo per sentirselo dire. Fondatrice del Gruppo Scrittori Senesi, attualmente conduce la rubrica letteraria domenicale Liberi con i libri in onda sul canale Facebook e Youtube di Radio Epicentro. Ma la cosa più importante è che condividiamo con lei una sana e sincera passione per il pistacchio!!!

Nostalgia del rumore

Non state in mezzo alla strada, venite più vicini, il microfono è già al massimo, per favore non allontanatevi senza avvertire, la fila ai bagni pubblici non era prevista, questo clima infausto neanche, l’ingresso al Duomo si paga ma ne vale la pena, se non ce la fate a camminare aspettate seduti in piazza, il pranzo è tra un’ora, credete di resistere? Mentre cammino in una scenografia urbana deserta, quesiti, lamentele e pretese dei visitatori che sciamavano per Siena, ronzano nella mia memoria come una voce diventata cara solo dopo aver smesso di torturarmi le orecchie. 

silenzio

E poi c’è il tema del dettaglio e del colore, e dell’esaltazione di quei piccoli spazi, anfratti lavorativi, condominiali o domestici, dove la nostra attenzione si sofferma gioco forza più di prima.

Ed ecco in questa linea il contributo di Laura Del Veneziano, psicologo, psicanalista, impegnata in varie realtà sociali di volontariato, amante della lettura.  Dal 2017 inizia la pubblicazione di suoi lavori con la casa editrice Giovane Holden: “Lo specchio di oKram”, “Perlanera”, “Lasciami parlare…” “Lasciami parlare…ancora”. Attualmente in preparazione altri lavori di scrittura. Segnaliamo il suo filone di ‘Lasciami parlare’ perché originalissimo e perché su questa chiave psicoanalitica torneremo sicuramente su Caffè 19.

BIANCO

bianco

Il colore è bianco, anche se minuscoli puntini di intonaco, visibili ad occhio nudo, ne interrompono imprevedibilmente la monotonia; la superficie è ruvida al tatto, ma questo è il senso che utilizzo di meno nei nostri riservati momenti di incontro. Mi ritrovo a fissarlo per ore e lo ritengo un regalo meraviglioso. In un contesto diverso, questo mio atteggiamento, sarebbe forse giudicato folle, mentre per me ha un autentico sapore di sopravvivenza. È quasi un sospiro di sollievo, il piccolo ritaglio di parete che mi si presenta alla vista in questi giorni: è il mio tempo, per pensare, scrivere, lavorare…

#IORACCONTOBREVE: i racconti della prima settimana

E così, dobbiamo sinceramente e sentitamente ringraziarVi. Stanno arrivando molti racconti, caratterizzati da una passione ed un entusiasmo che per certi versi ci sorprende. Sono talmente tanti e belli che ne pubblicheremo alcuni a cadenza fissa (merciledì) ogni settimana. Ma anche coloro che si vedono pubblicati, rimangano collegati (e se  lo desiderano, ci mandino altro) perchè alla fine ci sarà un premio e una sorpresa.

Stefano Scanu, intanto, ci manda un suo racconto d’autore per rompere il ghiaccio. Del suo racconto sulle liste ci ricordiamo ancora con piacere!

Il deragliamento
Almeno voltati, fatti aiutare con la valigia, dimmi il tuo nome. Invece anche stavolta te ne stai lì anonima a guardare dal finestrino. Ti vedo malgrado la cortina di pendolari che ci separa. Perfino adesso che la luce si spegne e ogni cosa abbandona il suo alloggiamento. Vroum! Uno scossone gonfia l’aria e sbriglia le grida, s’alzano gonne, si scuciono gli orli, le scriminature si sfogliano, gli auricolari s’avvitano. Nel rollio il metallo sibila, esplodono riviste, telefonini, incisivi. Schizziamo tutti come cinesi al circo, frollati. Ma non tu.

 

Iniziamo oggi con la pubblicazione di tre racconti molto diversi tra di loro.

Cosa è l’istantaneità?  Ce lo dice a suo modo Fabio Marazzoli, fiorentino, scrittore e giallista, che lavora a Siena come ispettore informatico ma ci scrive da Poggibonsi, in provincia di Siena. È nascosta spesso in una immagine, come quella della propria casa. Ma questa casa è da intendersi in senso lato, come paese, comunità in grado di proteggerci e farci sentire bene anche in quarantena, da uomini coscienti delle proprie radici e del valore di una miriade di piccole cose, che stanno tutte sen strette dentro queste cento parole. Grazie Fabio!

 Il mio paese

marazzoli

Voglio bene al mio paese. Qui il sole sorprende ogni mattino facendo capolino fra le verdi pendici dei colli e colorando di riflessi rossastri le acque dei fiumi al tramonto. Tutto intorno risplende e il bagliore incastona un paese operoso fatto di gente. La gente è vicina, la senti al tuo fianco. La senti la gente, è nell’aroma fragrante del pane fresco nelle ceste bianche del fornaio giù da basso o nel brusio pomeridiano fra le stradine illuminate. Ma è anche nel sorriso della vicina di casa che ti porge lo spicchio d’aglio per una pomarola come si faceva una volta.

E una volta a casa? Si dice che in questi giorni molto italiani stanno riscoprendo la radio, più che la televisione. Ma nel racconto di Federico Romagnoli, scrittore e poeta, nato a Siena, città dove vive e lavora e Dottore Ricercatore in Letteratura Italiana Contemporanea con una tesi sul poeta senese Cesare Viviani, la radio è solo una scusa e una metafora. Come il concetto di ‘ferita’. Del resto, non era proprio Viviani ad aver scritto “”la vita ti fa una ferita e tu con le dita vuoi rimediare cucendo, attento che i margini combacino”?

La radio

radio

La notte è un selvaggio dispendio di energia. Chitarre selvagge distruggono le onde. Nuovi mondi e nuove percezioni. Sulle ali della vendetta. Non puoi alzare il volume come vorresti. Ma puoi immaginartelo. Puoi anche danzare estatico sulle fantasia che sciaborda e ti rende il mal di mare. Sono un romantico. Di quelli che si buttano nella tempesta. Perché non hanno niente di meglio da fare. La ferita poi. Me la lecco tutte le notti. Mentre danzo. Estatico e selvaggio. Spennello plasmo dilato le griglie grigiastre della mia vita. La ferita è la mia vita. Spengo la radio. Amen

E questa climax improntata ad un crescente erotismo termina con l’opera di Dimaco. Di lui dice che “anche cercando su internet, non si trova nulla. Si suppone sia vivo.”. Abbiamo cercato per curiosità, è proprio vero. Ma azzardiamo che Neruda non gli sia indifferente. Consigliamo a tutti con l’occasione di rileggerlo Neruda, a cominciare proprio dal Sonetto XXVII ‘Nuda sei semplice’.

NUDA

NUDA

Nuda sei meglio.

Te ne stai nuda davanti a me con l’espressione di chi sa che può tutto.

La luce filtra dalla persiana e ti disegna strani ghirigori addosso, sembrano tatuaggi di guerra.

Mi sfidi.

Io non ho argomenti di fronte all’arroganza dei tuoi fianchi.

Sto zitto e ti guardo e basta.

E anche tu mi guardi, con aria di superiorità, sapendo già che vincerai.

Forse se tu fossi vestita potrei almeno provarci, a resistere.

Ma sei nuda.

E allora io che posso fare?

Mi hai disarmato.

Posso solo arrendermi.

 

Con Caffè 19 parte oggi il domino letterario: una catena di video…senza fine!

Dopo un pò di lavoro finalmente parte questa idea che ha contagiato molti.

Il DOMINO LETTERARIO di CAFFE’ 19

Un video, dentro un video, dentro un video. Ogni video (di tre minuti) un Autore. Ogni Autore un libro.

E così via. L’autore presentato presenterà a sua volta un altro libro, lasciando il testimone e così via, teoricamente all’infinito!!!

Un grazie a quanti (molti) hanno reso possibile questa originalissima catena che ci accompagnerà per un bel pò di tempo a venire. Un grazie particolare a Simona Trevisi di Toscana Libri

Oggi partiamo con Angela Ceccarelli che propone “Prossimi e distanti” di Francesco Ricci.

Il domino letterario 1

 

Parte il Caffè letterario 19: per favore aiutateci!!!!

marco vichi

Grazie agli amici scrittori, saggisti , giornalisti, bibliofili e cultori della materia letteraria, alla fine siamo partiti. Caffè 19 si rivolge a tutti voi. Per favore mandateci anche piccoli contributi, in italiano ed inglese, sotto forma di video, foto, testi, racconti, cose curiose e aneddoti aventi a oggetto i libri e l’infinito mondo della letteratura. Questo aiuterà tutti a intrattenersi piacevolmente e in modo intelligente da casa, uscendo più arricchiti da questo bruttissimo momento.

cafe 19

Scrivere in punta di fioretto: pensavo fosse amore invece era una penna

Bargagli

Scrivere di punta. Le schegge di saggezza di Piero Bargagli

Massimiliano Bellavista

11/03/2020

Sono il bagaglio a mano della letteratura.  In cappelliera questo bagaglio ci sta sempre, basta al limite spingere un po’ per farlo entrare. Se i massicci romanzi storici o le smisurate epopee familiari sono l’artiglieria pesante della Repubblica delle Lettere, gli aforismi ne sono il fioretto, l’avanguardia e più di frequente la retroguardia. Leggeri e maneggevoli ma, visti i tempi, decisamente e in tutti sensi, virali, sono l’iniezione di adrenalina salvavita contro il morso della depressione culturale. Una iniezione dove spesso per la verità a tanta adrenalina si mescola anche una buona quantità di serotonina, sotto forma di ironia e sarcasmo.

Ma è un genere, se non proprio da specie protetta come oggigiorno è la poesia, quantomeno minacciata, vista che ciò che prima si condensava piuttosto comunemente in libri e pamphlet, sovente pubblicati in forma anonima o sotto coloriti pseudonimi, ma comunque pubblicati, apprezzati e condivisi, adesso si disperde nei social, e spesso scade in volgarità gratuite o magre invettive, allontanandosi così dal gusto del lettore medio. Chi sa scrivere buoni aforismi oggigiorno? Si contano sulle dita di una mano.
Flaiano era uno che con gli aforismi ci sapeva davvero fare e, constatando questo stato di cose, avrebbe fatto spallucce. Sul Corriere della Sera di esattamente cinquantuno anni fa scriveva: “La crisi della cultura. C’è sempre stata: Shakespeare non sapeva il greco e Omero non sapeva l’inglese”. Quindi smettiamola di preoccuparci e godiamoci un sommerso autore di interessanti aforismi, riflessioni e salaci poesie condensate in scarni libretti che lui definiva Schegge. A suggerire il titolo al loro autore fu Prezzolini, che in una recensione disse Queste sono schegge di saggezza, sarebbe anche un bel titolo.  E così accadde.

Questi libretti escono uno dopo l’altro, in un periodo relativamente breve, dal 1977 ai primi anni Ottanta, in poche copie che subito vanno esaurite e hanno grande successo. Le citava Prezzolini, le citava di frequente Montanelli. John Rame, caposcuola del pop-snob, ne è il disincantato autore. Chiaramente, si tratta di uno pseudonimo. La Elena Ferrante del caso altri non era che il Marchese Piero Bargagli, senese, poi trasferitosi in Svizzera, a Lugano.  Alla fine degli anni Ottanta, del personaggio fuori dagli schemi si innamora Maurizio Costanzo, all’apice del successo con il suo Show. Ospite regolare del Teatro Parioli, questo personaggio non più giovane attira l’attenzione della televisione con le sue “Schegge di Saggezza”, libretto dove sono raccolti e condensati tutti i suoi colpi di fioretto. E di nuovo torniamo all’inizio di questo articolo: nella prefazione alle Schegge del 1992, pubblicato un anno prima che Bargagli morisse, è lo stesso Prezzolini a dire che Una delle malattie di tutta la letteratura italiana dai Siciliani a D’Annunzio fu la sovrabbondanza e lo spreco di parole. I nostri poeti, pochi esclusi, furono sovrabbondanti, ed io reagii fin da scolaro con risa, beffe, caricature e contraffazioni. Quando il Bargagli mi regalò questi suoi preziosi minuscoli prodotti, ora in versi ora in prosa, ma sempre di proporzioni da biblioteca delle formiche lo riconobbi come un compagno e spero d’essere ricambiato.

Ancora Flaiano gli farebbe eco, prendendosi gioco di capolavori che oggigiorno hanno i minuti contati e invocando per la letteratura nostrana l’avvento di uno stile concreto e asciutto, alieno da zavorre intellettuali e barocchismi, si potrebbe anche dire più spontaneo e genuino, visto che alla fine Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura (il Taccuino del marziano). Scrive Bargagli: Pensare è inutile,/ agire molesto/discorrere superfluo,/credere assurdo,/amare ridicolo./Nascere vessatorio,/mangiare istintivo,/scopare rischioso,/crepare definitivo/tutto quanto ovvio.

Bargagli è anche capace di accostamenti sorprendenti L’insonnia e la stitichezza sono strette parenti; l’una e l’altra sono conseguenze del vizio principale dell’uomo: l’impazienza (che è poi impazienza di morire). E la miglior cura è la pazienza. Aspettate tranquillamente di addormentarvi sdraiati nel letto: il sonno verrà. Aspettate serenamente di liberarvi seduti sul cesso: qualcosa verrà. Insonnia e stitichezza sono anche ottime amiche della cultura. L’attesa va confortata da buoni libri, con notevole vantaggio mentale.

Ma non è finita qui: nel 1991 c’è un attore e regista famoso che decide di fare un film tutto improntato ad una riflessione sull’amore e sulle sue conseguenze, un film-aforisma, a cominciare dal titolo Pensavo fosse amore e invece era un calesse. Massimo Troisi in questo film cita Bargagli. Si dice spesso che di riferimenti letterari sia intriso solo il suo ultimo film, il Postino, ma non è vero. Anche in Pensavo fosse amore, ci sono letteratura e filosofia. Soprattutto aforismi memorabili in stile Bargagli. La storia ruota intorno a due personaggi, Tommaso e Cecilia, lui gestore di un ristorante, lei di una libreria. All’inizio del film, nella libreria a Cecilia chiedono di un libro di cui si è sentito parlare in TV (forse si allude proprio allo show di Costanzo) e in particolare di una frase, in esso contenuta: Non bisogna amare per amore ma per schifo, perchè l’amore finisce ed è una delusione, anche lo schifo finisce però è una soddisfazione. Cecilia quella frase la riconosce subito e dice che si tratta del Matrimonio di convenienza del Marchese Piero Bargagli scritto sotto lo pseudonimo John Rame.

I due, Cecilia e Tommaso, si amano, ma arrivano sempre lì lì per sposarsi e poi non ne fanno niente: alla fine il film si chiude con loro che si ritrovano in un bar, dopo le nozze mancate, ma non riescono, né riusciranno, comunque a vivere l’uno senza l’altro sia pure in questa forma ‘sospesa’. Lui le dice: Io, guarda, non è che son contrario al matrimonio, che non son venuto…Solo, non lo so…Io credo che, in particolare, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro. Troppo diversi, capisci? Un altro aforisma degno di nota. Seguono i titoli di coda. Bargagli avrebbe detto alla coppia di tirarsi su e di non abbattersi troppo. In fondo basta che ci sia l’amore, anche se somiglia più a un calesse. Nelle sue Schegge, a proposito del matrimonio dice: Il matrimonio è un contenitore dentro il quale la coppia chiude l’amore per conservarlo; di solito invece lo fa marcire.  Il Matrimonio è sovente un contratto economico; il che tuttavia non evita il fallimento.

E’ tempo di riaccendere le stelle

 

riaccendere le stelle

Il virus e i sommersi. È tempo di riaccendere le stelle

Massimiliano Bellavista

05/03/2020

Se la letteratura ha o dovrebbe avere una funzione terapeutica sia sul piano fisico che su quello morale, e può servire a calmare l’isterismo di massa di queste ore, è bene chiamarla in nostro aiuto. Questo articolo si propone di compiere questo esorcismo, richiamando voci più o meno sommerse che sono state capaci di trasformare le difficoltà in occasioni, l’isteria collettiva in occasione di bellezza. Cosa abbiamo da perdere? Al più ne ricaveremo qualche utile “suggerimento per la lettura” durante le quarantene. È infatti probabile che la letteratura, almeno quella italiana, debba alcune tra le sue più memorabili pagine proprio alle epidemie. Del resto, non mancano i precedenti ancora più antichi e illustri: le pagine di Lucrezio ad esempio, o quelle di Tucidide che descrivono la peste in Atene Dica pure, riguardo a questo argomento, ognuno, medico o profano, in base alle proprie conoscenze, quale sia stata la probabile origine, e quali cause ritiene capaci di procurare un siffatto sconvolgimento; io descriverò come (la pestilenza) si sia manifestata, ed esporrò chiaramente quei sintomi dai quali la si possa riconoscere, essendone informati, se colpisse di nuovo, perché io stesso ho avuto la malattia e ho visto gli altri soffrirne.

Qualche tempo fa, poco prima di passare a miglior vita, Camilleri andò in onda sulla Rai con le “Conversazioni su Tiresia” scritte da lui medesimo. Il suo scopo era riuscire a capire cosa sia l’eternità. Tiresia è certamente un personaggio enigmatico, tanto sommerso nella nostra cultura che talvolta nemmeno ne avvertiamo la presenza, e Camilleri aveva ben ragione a parlarne al grande pubblico. Ne l’Edipo Re di Sofocle, a Tebe infuria la peste e, ad un certo punto della storia, Edipo chiede aiuto a Tiresia, vecchio indovino cieco. Tiresia, tuttavia, si rifiuta, sostenendo che il suo vaticino potrebbe portare conseguenze ancora più funeste. Edipo e Tiresia si scontrano verbalmente con toni molto accesi finché l’indovino non riferisce che proprio Edipo è l’assassino che si sta cercando. Edipo naturalmente non gli crede. Ma questa è un’altra storia.

Nel suo monologo ad un certo punto Camilleri parla de “Le mammelle di Tiresia” di Apollinaire.  Era il 1917, e nel prologo di quest’opera racconta Et, sur le champ de bataille, afin de ranimer l’ardeur des combattants français, un capitaine s’écrie: «Il est grand temps de rallumer les étoiles». È tempo di riaccendere le stelle: una frase meravigliosa. Purtroppo Il 9 novembre 1918 Apollinaire moriva all’ospedale italiano di Parigi, sotto i colpi dell’epidemia di Spagnola, che tra il 1918 e il 1919 contagiò un miliardo di uomini, uccidendone circa venti milioni.  Anche per Federigo Tozzi la sorte fu la stessa: nel 1920 pubblica per l’editore Treves “Tre croci”, ma l’autore muore proprio il 21 marzo 1920 per una polmonite.

Quanto all’Italia, comunque per parlare di letteratura ed epidemie non occorre mica riferirsi solo al Boccaccio, dove nel Decameron è l’epidemia che imperversa in Firenze a fornire la cornice narrativa della storia. Ma di cornice, appunto, si tratta: Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo, quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa era stata inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvagie azioni e per correggerci. Era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario. A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi. Né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi (…). E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse.

Un ruolo da protagonista l’epidemia invece la gioca ne “I promessi sposi” e nelle vicende milanesi di Renzo e Lucia.  La peste nera del 1630 colpisce non solo Milano ma tutto il Lombardo-Veneto. Ne “La Colonna Infame” Manzoni si riferisce a quella costruita sulle rovine della casa milanese di Gian Giacomo Mora, accusato ingiustamente dalla voce (isterica) di popolo insieme a Guglielmo Piazza di essere un ‘untore’ della peste stessa. Qui sorgeva un tempo la casa di Giangiacomo Mora ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630… è un sollievo pensare che se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa ma una colpa. (Alessandro Manzoni, “Storia della Colonna infame”).

E non è solo Manzoni a cercare di esorcizzare il male e trasformarlo in memento, in esortazione verso la razionalità: ci pensavano anche i bambini, dal Seicento, che dopo il girotondo si inseguivano cercando di toccarsi e dicendo “Ti ghe l’è, ti ghe l’è, ce l’hai, ce l‘hai!”, alludendo al contagio. Gli inglesi invece, trent’anni più tardi, a Londra durante la peste del 1665, cantavano una filastrocca che si conosce ancora: Ring a ring o’roses / A pocket full of/posies / A-Tishoo, a-tishoo / We all fall down!”. Si può dire che questo canto, nonostante le apparenze, non è meno disperato del primo perché il girotondo, in questo caso, non è un gioco, è piuttosto una specie di danza macabra, dato che in origine quella canzone era più che altro un modo per addolcire l’idea della morte nell’immaginario dei bambini. La morte era ingentilita dall’immagine della collana di rose, ovvero i mefitici bubboni che fiorivano prima attorno al collo, e da essa i bambini dovevano apprendere che non ci si poteva difendere, se non provando a riempire le proprie tasche e i propri respiri di erbe odorose (a pocketful of posies).

È singolare che proprio in quell’anno, il 1665, uno studente, peraltro considerato dal suo docente non molto brillante, decidesse di sfuggire al contagio isolandosi in quarantena nel Lincolnshire, una contea delle Midlands Orientali, presso la casa dove aveva trascorso l’infanzia, ovvero il Woolsthorpe Manor. Quello studente dedicò la sua lunga quarantena allo studio, ma ogni tanto doveva pur svagarsi e allora se ne andava in giro a passeggiare: nel 1666 – dopo uno di questi giri, si sedette sotto il suo albero preferito. Quando gli cadde una mela sulla testa, si dice che abbia iniziato a pensare alla gravitazione e al motivo per cui la Luna non precipitasse sulla Terra come la mela.  Che sia vero o no poco importa, fu comunque in quarantena che Newton, ecco il nome di quello studente, approfondì i segreti reconditi della fisica e dell’ottica. Ce ne saremmo accorti tutti, per primo il suo professore di Cambridge che, quando lo rivide finita l’epidemia, lo trovò così cambiato (in meglio) che gli offrì una prestigiosa cattedra universitaria.

E da lì si va avanti in una sequela di storie che si potrebbe allargare a macchia d’olio a molta letteratura europea e mondiale, proprio come un virus, ma stavolta benefico se serve a vaccinarci dall’ idiozia. Certo, il Thomas Mann de “La morte a Venezia”, non si può non menzionare: Già da parecchi anni il colera asiatico aveva mostrato un’accentuata tendenza a diffondersi anche fuori della sua terra d’origine. […] Ma mentre l’Europa sgomenta si aspettava che il morbo l’invadesse da quella parte, per via di terra, lo spettro invece aveva fatto la sua comparsa in vari porti mediterranei, attraversando il mare su navi mercantili di Siria […] Il nord della penisola era rimasto immune; ma a metà maggio di quell’anno i terribili vibrioni erano stati rinvenuti a Venezia, in un medesimo giorno, sui cadaveri nerastri e scarniti di un mozzo di nave e di una fruttivendola. Fu imposto il silenzio sui due casi, ma nello spazio di una settimana erano saliti a dieci, venti, trenta, e per di più in diversi quartieri.

E nemmeno si può omettere il Camus de “La Peste” con la malattia metafora di ogni male, ma da cui di deve cercare di guarire perché è quello, il morbo morale, il più contagioso e insidioso, arduo da debellare. Il microbo è cosa naturale. Il resto, la salute, l’integrità, la purezza, se lei vuole, sono un effetto della volontà e d’una volontà che non si deve mai fermare. L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. Gli fa eco il Saramago di “Cecità” dove un uomo alla guida della sua auto, mentre è in attesa che il semaforo diventi verde, all’improvviso non vede più nulla. È l’inizio di una epidemia dove però, a differenza di Camus, la metafora è più quella dell’indifferenza, del menefreghismo da cui è affetta la società: È di questa pasta che siamo fatti: metà di indifferenza e metà di cattiveria.

E poi c’è tanta buona fantascienza, ovviamente. Su tutti, almeno per me, “L’ombra dello scorpione” (The Stand) di Stephen King, che inizia con la morte di quasi tutta la popolazione dell’America settentrionale a seguito degli effetti di un’arma batteriologica sfuggita al controllo dell’uomo: il virus, mutazione di quello dell’influenza è caratterizzato da un tasso di infettività del 99,4% ed un tasso di mortalità per gli infetti del 100%. Ma andando indietro nel tempo, come non ricordare il classico “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham con l’epidemia di cecità, tanto per cambiare, apre la porta ad una invasione di mostri verdi, o l’apocalittica pandemia di “Earth Abides” di George R. Stewart.

Cerchiamo quindi di pensare positivo e rilassarci, con un po’ di ottimismo: è tempo di riaccendere le stelle.

Bruna Sibille -Sizia, una storia affascinante e sconosciuta

bruna sibille sizia

 

Bruna Sibille-Sizia, il fascino di una voce sommersa

Massimiliano Bellavista

26/02/2020

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo nella mia testa sono comparsi un uomo e una donna. L’uomo ogni giorno prende un tram. Questo tram è il numero 28, che ogni giorno lo riporta fedelmente a casa a Campo Ourique. Quando ne scende, spesso gli gira la testa: I sedili del tram, intrecciati di paglia resistente e sottile, mi portano a regioni lontane, mi si moltiplicano in industrie, operai, case di operai, vite, realtà, tutto. Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita. La donna invece, in un’altra città e in un altro tempo, prende il numero 2, un tram di colore verde che spartisce il lungo viale come un vascello il mare. …le luci dei finestrini balenano/ come manciate di stelle/gettate sul rettilineo deserto. Anche per lei quel tram è un’abitudine quotidiana, che la accompagna negli ultimi anni della sua vita. Certo, si parla una vita più lunga di quella dell’uomo, e di un capolinea meno improvviso e inatteso. Ma si tratta pur sempre di un capolinea.

Quei due tram, il numero 28 e il numero 2, attraversano sferragliando il novecento letterario. Solo che uno è famoso, famosissimo, tanto che a Lisbona oggi per ogni turista è un itinerario immancabile: è il tram di Pessoa. Il numero 2 ha una storia ben diversa, anzi più che un tram sembra trattarsi di un Train de vie perché come nell’omonimo film non si sa bene per quel che lo riguarda dove finisca la realtà e cominci la fantasia. Quello è il tram di Bruna Sibille –Sizia, scrittrice misconosciuta di cui probabilmente nessuno di voi ha mai sentito parlare, anche se lo scrittore Tito Maniacco la definì con sicurezza La nostra prima e miglior narratrice in prosa degli anni Cinquanta, nonché, in assoluto la più rimossa della letteratura friulana in lingua italiana. Quei due tram sono metafore di tutta una vita. Una vita che per Bruna Sibille-Sizia da tanti, troppi anni, si svolge in direzione ostinata e contraria ad ogni successo, riconoscimento o anche solo momentanea gratificazione letteraria. E sì che la sua carriera di scrittrice era partita bene, subito dopo la guerra, con la segnalazione al Premio Viareggio e la stima di autori importanti. Ma poi quasi più niente. Una vita solitaria, ma non per questo isolata, anzi a tratti aperta al mondo e alle esperienze umane ma fatta di molti silenzi, su cui i frequenti colpi di un destino avverso hanno dato alla scrittrice innumerevoli e dolorose occasioni di riflessione. Così, visto che come spesso le è accaduto anche in questo caso nessun editore si è fatto avanti, a quasi ottant’anni stampa a sue spese un piccolo volumetto, un quaderno raccolto da una copertina di cartoncino bianco. Il libro, semplice nell’aspetto ma potente nei contenuti, non è in vendita, è per gli amici. Al centro il titolo “La pioggia sui vetri”. Al posto della sigla editoriale, il suo nome. È lei, come spesso le è accaduto, la solerte editrice di sé stessa. Insomma, nel 2003 esce un volume così scarno e semplice da parere una sorta di testamento. E forse, per certi versi, lo è.

La lirica ventisettesima senza titolo, come ci informa Martina Delpiccolo nel suo recente libro ‘Una voce carpita e sommersa’ dedicato proprio alla scrittrice, inizia così: Da quanti anni/viaggio in questo tram/numero due color verde…. E poi continua: Solo ora ho capito/che da tanti anni/viaggio in questo tram/inseguito dalla notte/frustato dalla pioggia/invaso dalle fogli secche/che turbinano nel vagone./sono il solo passeggero/tu sei il solo che al capolinea/attende questo tram/numero due color verde/che viaggia da tanti anni/per condurmi a te. Quel tram ha compiuto varie fermate, e l’autrice non le ha mai chiamate. Qualcuno, forse il destino, lo ha fatto per lei. La prima fermata la vede in un Friuli sconvolto dalla guerra: non fa in tempo a scendere dal tram poco più che bambina, senza il padre Gerardo, colonnello e decorato reduce di Russia internato in Germania dal ‘43 al ’45, che la sua adolescenza evapora tra atrocità e violenze fisiche e morali di ogni tipo. Diventa presto donna e partigiana, col nome di Livia. Scriverà: La mia vita esteriore/è una donna di ferro/La mia vita interiore/è una bambina che piange. E sarà sempre così, Bruna Sibille Sizia, apollinea e dionisiaca nelle stesse quantità, Livia, Sibilla e bambina e perciò in perenne tensione interiore. I bambini, a proposito, in un mondo normale dovrebbero andare a scuola e non recapitare messaggi ai partigiani. Ma la vita di quegli anni è tutto fuorché normale. Ma è scuola o manicomio? Nelle classi il compito e la Lutwaffe nel giardino!!!  – scrive nei suoi diari, minuziosamente tenuti forse per mettere in grado il padre, al suo ritorno, di colmare i vuoti temporali della sua forzata e lunga assenza.

Come se non bastasse nell’agosto 1944 arrivano in Friuli le sciabole dei cosacchi a cavallo, come usciti da un racconto di Salgari, ma di eroico hanno ben poco: sono i feroci mercenari dei tedeschi nazisti, quelli incaricati del ‘lavoro sporco’ contro la popolazione e i partigiani, in cambio di vaghe promesse territoriali riguardanti proprio il Friuli. E lei, Livia-Bruna. scrittrice del vissuto, si incarica di un lavoro ambizioso e doloroso: è infatti grazie a questa ‘letteratura del vissuto’ che tante figure umane altrimenti dimenticate arrivano tanto nitide ai nostri giorni. Partigiani, cosacchi, vittime, carnefici, luoghi distrutti dai bombardamenti. Tutto questo trova vita in romanzi di grande spessore, ma che non riescono mai editorialmente a spiegare le ali, a farsi conoscere.  Anche la Delpiccolo, nonostante uno studio di anni, non se lo sa spiegare fino in fondo.  Eppure si tratta di una scrittrice che vanta anche due importanti primati: è stata la prima ad occuparsi della storia dell’occupazione cosacca in Friuli durante la Seconda Guerra Mondiale, una storia particolare e che sarà ripresa con maggiore fortuna editoriale da Claudio Magris; ma fu anche la prima ad ambientare un romanzo nel Friuli del terremoto del 1976 (ne ‘Un cane da catena’).

La nostra scrittrice sommersa nelle sue opere tratta la materia sfuggente della morte in modo davvero peculiare. Senza mai cadere nella retorica o nel già sentito. In ‘Prima che la luna cali’, suo esordio letterario nel 1946 (qui il nostro tram letterario fa un’altra importante fermata), quando ha appena diciannove anni, premiato anche da Pier Paolo Pasolini, il racconto, messo poi in scena come atto unico, si apre con la vista di sette bare e sette cadaveri. Dentro le bare, dei non morti. Sono non-morti, sì, ma non sono affatto zombie: non sono solo soldati o partigiani che si sono anche uccisi l’un l’altro, ma c’è anche una donna. Narrano storie di guerra, ma anche di razza, terra, morte, vita, memoria, tempo, Dio. I sette morti sul palcoscenico sono irrequieti, si agitano, e non perché ci siano tra loro dei conti da saldare, su questo anzi riescono ad essere anche ironici. No, tra di loro va tutto bene. È che quei morti hanno ancora molto da insegnarci su come si è vissuto e invece si dovrebbe vivere, sull’insensatezza della violenza e della guerra, sul male e sul bene, sul valore della memoria. Ma c’è un termine per questo gioco per queste confessioni. Tutto questo il pubblico lo deve capire ‘prima che la luna cali’, perché è proprio la luna a tenerli in vita. C’è in quest’opera l’eredità dell’Irvin Shaw di ‘Bury the dead’, certo, ma ci sono molti aspetti originali e differenze notevoli rispetto a quell’opera.  C’è soprattutto la volontà, che ci sarà sempre nella scrittrice, di non fare tramontare la memoria e i valori della Resistenza perché la letteratura può essere un soffio di vita e la civiltà è come la brace. Soffiate, soffiate e tornerà ad ardere.

E poi, ogni scrittore in fin dei conti è un’impresa letteraria che lavora tanto a debito che a credito. Qualcuno ha fatto affidamento più marcatamente sull’uno o sull’altro aspetto. Nel caso della scrittrice friulana sono davvero molti di più i crediti. Se infatti da un lato nel volume della Delpiccolo si decifrano le influenze di altri scrittori e delle vaste letture della Sibille-Sizia sulla sua futura opera, dall’altro molto più eclatanti e affascinanti sono i suoi ‘crediti’. Se non ci credete, leggete nel volume quanto ‘L’armata dei fiumi perduti’ di Sgorlon sia debitore, non solo nei contenuti, ma anche formalmente in interi passi, del suo ‘La terra impossibile’, o di quanto debba alla scrittrice friulana il Magris di ‘Illazioni su una sciabola’. Ma sono altre ancora le fermate del ‘tram-vita’: una è rappresentata dal terribile terremoto che ha colpito la sua terra. Il terremoto è come la terza guerra mondiale, fa vittime, feriti, sfollati, alienati, dispersi esattamente come i combattimenti. Distrugge le case, che non si ritrovano più e, dall’orologio del campanile sono intanto ‘cadute’ le lancette dell’orologio. Qui l’emozione è forte e a chi scrive viene in mente un’angosciante teoria di orologi italiani dai quadranti fermi: 3.32 è il tempo che segnano le lancette della chiesa di Sant’Eusanio a l’Aquila, 3.36 quello dell’orologio del campanile di Amatrice, 4.50 l’ora segnata dal Palazzo Ducale di Castelpoto. E poi mi viene in mente il bellissimo passo scritto dal friulano Mauro Daltin ne ‘La teoria dei paesi vuoti’: la mia prima frattura, il mio primo orologio fermo è quello delle 21.03 del 6 Maggio 1976 (…) nacqui trentacinque settimane dopo, il giorno di Santo Stefano… Figlio del terremoto, così mi chiamavano le maestre delle elementari perché non riuscivo a stare fermo tra i banchi…”.  E da Portis si potrebbe idealmente andare a Tricesimo, dove il compianto poeta friulano Pierluigi Cappello, cui è stata intitolata nel 2018 la Biblioteca proprio della Tarcento di Bruna Sibille-Sizia, viveva in una delle baracche offerte dal governo austriaco ai terremotati.

Si trattò di un duro colpo per un popolo abituato alla certezza ed alla solidità del focolare e anche per la scrittrice, che per questa e molte altre ragioni ebbe una vita povera di soddisfazioni e anche di mezzi finanziari. E assai singolare e avara fu anche la sua vita dal punto di vista degli affetti se, poco dopo la sua morte, la sorella maggiore Silvana fa qualcosa che ha davvero del surreale: pubblica i suoi personali diari dei fatti di guerra. Ma non, come si potrebbe pensare, per collegare la sua memoria a quella della sorella o per tenerne viva la memoria, ma per affossarla, sostenendo che Bruna Sibille-Sizia fosse una sorta di millantatrice, che si fosse, letterariamente, inventata un’esistenza da partigiana ‘eroica’ e sopra le righe, quando la realtà era ben altra, e che per farlo avesse in pratica messo in ombra o addirittura ‘ distrutto’ la reputazione dei genitori e della sorella, sostenendo che a lei la guerra le scivolasse addosso. Basteranno per confutare queste illazioni le ottime e puntuali pagine della Delpiccolo. In questo, Martina Delpiccolo sembra davvero lei la sorella affezionata che la scrittrice non ha mai avuto: nelle pagine di ‘Una voce carpita e sommersa’ non si percepisce solo la cura di una attenta biografa, la competenza di una ricercatrice, la viva curiosità del giornalista che conduce un’inchiesta ma anche un sincero e affettuoso legame personale con uno scrittore sommerso, un legame che va oltre il tempo.

E poi il tram-vita arriva inesorabilmente al capolinea. Peccato, perché nel frattempo la voce della scrittrice ha acquistato un peso e una profondità straordinari. Nella vita come in tram quando ti siedi è il capolinea, diceva Sbarbaro in un aforisma di ‘Fuochi fatui’. Bruna Sibille-Sizia sarà arrivata felicemente al suo? Non lo sapremo mai. Il capolinea, l’orizzonte degli eventi di una vita e ancor più della vita di uno scrittore è per definizione inconoscibile e invisibile agli occhi, forse anche per questo è così affascinante: come il silenzio, non lo si può nominare, pena il distruggerne la stessa esistenza. E torniamo al libretto con la copertina di cartoncino bianco del 2003, senza prezzo di vendita, che riporta delle magnifiche poesie. Anche queste fanno parte dei libri della scrittrice passati sotto il colpevole silenzio di editori e critici, salvo poche eccezioni. L’Autrice, lo si vede bene, non ne ha davvero colpa: nella sua vita c’era tutto quello che serve ad uno scrittore, talento, esperienza, originalità, costanza, carattere. Forse, provocatoriamente si potrebbe sostenere che l’unica ‘colpa’ dell’autrice è da ricercarsi nel nome. Nomina sunt omina, in fondo. E il suo riecheggiare le sibille fa pensare al mistero, al fatto che la letteratura per sue insondabili ragioni a volte ha bisogno di oscurità e silenzio proprio come i vaticini. Forse esistono storie ‘indicibili’, storie che devono, chissà perché e chissà come, continuare a stare tutte sepolte nel chiuso mistero di una vita. Sommerse.

C’erano una volta i poeti favolisti

Tre sommersi di accezione nel mio nuovo articolo appena pubblicato

crudeli prignotti fiacchi

Crudeli, Pignotti e Fiacchi. C’erano una volta i favolisti…

Massimiliano Bellavista

19/02/2020

Rudyard Kipling scrisse una volta una poesia che iniziava così: Quando si vuole che resti alcunché celato, poiché la verità è di rado amica delle folle, gli uomini scrivono favole, come il vecchio Esopo, scherzando su ciò che nessuno oserebbe nominare. E ciò fanno per necessità o accadrebbe, altrimenti, che, non piacendo, non sarebbero affatto ascoltati. La poesia si intitola “I Favolisti” e Kipling la compose nel 1917. Il sottotitolo, “1914-1918”, avessimo ancora dei dubbi, la situa nella storia ancor più precisamente rendendo lampante a tutti a quali verità scomode e pertanto celate l’autore volesse alludere. Il Novecento, con le sue atroci guerre mondiali si era divorato e aveva già a quel tempo sommerso tutto un genere, quello dei poeti favolisti. Parlarne adesso è qualcosa di più che riportare a galla dei sommersi, è un’operazione degna di un batiscafo letterario.

Non che l’Ottocento si fosse comportato molto meglio con le favole in versi, ancorché i Romantici ne esaltassero le possibilità di levare le briglie alla fantasia, pur trovandolo complessivamente come genere un po’ compassato e vecchiotto. Fu infatti essenzialmente grazie ai perfetti congegni poetici del La Fontaine che le favole in versi conquistarono il mondo nel Settecento, secolo di assoluta grazia del genere, in cui non c’era angolo d’Europa che non vi si cimentasse. Non c’era aspetto della vita quotidiana che avesse un pur recondito risvolto morale che non venisse esplorato o messo alla berlina. La cosa curiosa è che in quel secolo la regione in Europa dove questo particolare tipo di poeti si trova più concentrato è proprio la Toscana. In Europa a quel tempo bisognava viaggiare molto per trovare favolisti di livello: in Inghilterra Gay o Moore, in Germania Gellert o il più conosciuto Lessing. In Italia e in Toscana non c’era da girovagare molto, bastava spostarsi da Poppi a Figline Valdarno fino a Scarperia.

Tommaso Crudeli il casentinese, Lorenzo Pignotti il valdarnese, Luigi Fiacchi detto Clasio il mugellano; probabilmente quanto di meglio l’Italia poteva offrire in quel momento. Anche perché era facile allora per i poeti indugiare in mode e pose di maniera affatto originali che facevano durare i loro componimenti più o meno lo spazio della vita di una farfalla: imperversavano i sonetti e le canzoni per nozze, nascite, monacazioni, ricuperata salute, mascherate, lauree, quaresimali, cantanti, danzatrici, messe novelle, doni divini, di frutta, di fiori, passeggiate, ogni minimo caso della vita giornaliera, come la caduta di un ventaglio, un dolor di capo, una bizza, una contesa, una cavata di sangue. Tutti e tre invece scrissero cose destinate a durare pur avendo caratteristiche assai diverse, sfumature e interessi differenti derivanti dal corso talvolta peculiare delle loro vite.

Il Crudeli ebbe un singolare destino, in quanto fu in vita tanto provocatore e imprudente quanto i suoi epigrammi e ciò gli valse l’attenzione del Sant’Uffizio. E della poi abolita Inquisizione. Nel 1745 fu l’ultimo martire, visto che la sua vicenda portò proprio alla soppressione del Sant’Uffizio fiorentino e la successiva abolizione della pena di morte in Toscana, primo stato al mondo, giova ricordarlo, ad averla messa al bando. Il Pignotti dei tre è da sempre considerato il migliore. Di conseguenza si tratta del migliore dei favolisti italiani del Settecento. Storiografo granducale, incontrò Napoleone per tentare di dissuaderlo dall’occupazione del porto di Livorno nel giugno del 1796. Pare che Napoleone lo abbia colto con grandissima cortesia, ricordandogli che suo fratello maggiore, Giuseppe Bonaparte, era stato suo alunno a Pisa. Da cui discendono due considerazioni: la prima è che il mondo era piccolo anche allora, la seconda che Napoleone si intendeva anche di favole e doveva possedere un buon grado di autoironia.

Nel vasto repertorio del Pignotti infatti, ci sono molta satira ed ironia, e tutto ciò fa bella mostra di sé ne “La volpe scodata”, che inizia così: Sotto l’adunco dente/di tagliola tagliente/una volpa la coda avea lasciata/e la sua vita a gran stento salvata.  Arriva il giorno della grande adunata annuale delle volpi e lei si mette in un angolo, defilata, si sarebbe detto con la coda tra le gambe, se solo l’avesse ancora avuta. Poi, le viene in mente come nascondere il suo problema: Cominciò con forza a declamare/(…)/contro la strana moda/ di portare la coda. Geniale. L’animale illustra con convinzione quanto quelle loro gran code si impiglino in ogni dove, si riempiano di sporcizia, costituiscano addirittura un pericolo e conclude: Or sarei di parere/che con pubblica legge s’ordinasse/ch’ogni volpe la coda si tagliasse. Capolavoro di retorica convincente a tal punto che quasi viene preso sul serio dall’Assemblea; non fosse che una volpacchiotta, che di sua coda aveva vanità, le chiede, letteralmente, di “mostrare il di dietro”. Succede allora che A voltarsi la volpe allor costretta, /mostrò le sue disgrazie, e colle risa/la question fu decisa./ Ognuno i suoi difetti e i suoi mali/ render vorrebbe al mondo universali.

Il Clasio invece non si fece molto coinvolgere dalla politica, se ne stava appartato, interamente dedicato ai suoi studi, pienamente a suo agio nelle Accademie, dove poteva fare sfoggio delle sue capacità. Gli animali che si aggirano nelle sue poesie hanno ben poco di animalesco, sono dei filosofi mascherati, degli esseri a tratti un po’ malinconici e disillusi. Ma sotto sotto, anche lui è feroce col suo mondo. Tra tutte le sue storie, davvero molte e assai gustose, citiamo quella de “L’asino che porta il concime e quindi i fiori”. Quando passava per il paese carico di concime ciascun che l’incontrava a si molesto / fetor chiudeasi il naso, e si fuggia, mentre l’asino pensava invece di incutere timore e rispetto ai suoi compaesani. Quando transitava per le vie del centro di ritorno dai campi carico di fiori all’apparir dell’asino fiorito/ vennergli incontro i cittadini a schiere/chi voleva odorare, e chi vedere, la bestia riteneva di essere omaggiato come una star.  Ci vuole allora il cane del contadino a riportarlo coi piedi per terra. Quel cane lo apostrofa così: O barbagianni, / nel tuo creder così quanto t’inganni! /tutti della città gli abitatori/fuggon dal concio, e non a te fan loco:/ corron si tutti alla beltà de’ fiori,/ma non pensano a te punto né poco,/Si disse il cane da persona esperta,/ e l’asino rimase a bocca aperta.  E come altro poteva rimanere?

Sotto queste parole apparentemente lievi, non era infrequente che i nostri tre celassero verità assai scomode, satira non gradita ai potenti dell’epoca, addirittura si dice contenuti in codice a beneficio di poche orecchie esperte. Ma che è successo quando su questo genere si son spenti i riflettori? È successo che di loro tre a cominciare dalle scuole si legge poco e si sa ancor meno. Ma questo i favolisti lo sapevano bene e, conoscendoli un po’, direi che non se la sono presa, almeno a giudicare da come si chiude la poesia di Kipling che citavamo all’inizio: Questo fu il sigillo che serrò le nostre labbra, questo il giogo cui siamo sottoposti, negando a noi stessi ogni piacevole compagnia confacente al tempo e alla nostra generazione. I piaceri non perseguiti diventano rimpianti, e quanto ai dolori – non si è affatto ascoltati. Quale uomo ode altro che il brontolio dei cannoni? Quale uomo si cura d’altro che di quel che porta l’attimo? Quando la vita di un uomo supera ogni vita immaginata, chi mai troverà piacere nell’immaginare? Così è accaduto come proprio doveva accadere, e noi non siamo, né fummo, affatto ascoltati. Sì, non se la prenderanno, a patto che ogni tanto li leggiamo ancora. Così “c’erano una volta” diventerà “ci sono ancora”.