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Guelfo Civinini, le finestre sui cortili

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That wasn’t my fault, that wasn’t the idea. The idea was, my movements were strictly limited just around this time. I could get from the window to the bed, and from the bed to the window, and that was all. The bay window was about the best feature my rear bedroom had in the warm weather.  It was unscreened, so I had to sit with the light out or I would have had every insect in the vicinity in on me. I couldn’t sleep, because I was used to getting plenty of exercise. I’d never acquired the habit of reading books to ward off boredom, so I hadn’t that to turn to. Well, what should I do, sit there with my eyes tightly shuttered? Just to pick a few at random:  Straight over, and the windows square, there was a young jitter-couple, kids in their teens, only just married. It would have killed them to stay home one night. …The next house down, the windows already narrowed a little with perspective.  There was a certain light in that one that always went out each night too. Something about it, it used to make me a little sad. There was a woman living there with her child, a young widow I suppose. I’d see her put the child to bed, and then bend over and kiss her in a wistful sort of way. She’d shade the light off her and sit there painting her eyes and mouth. Then she’d go out. She’d never come back till the night was nearly spent—Once I was still up, and I looked and she was sitting there motionless with her head buried in her arms. Something about it, it used to make me a little sad. The third one down no longer offered any insight, the windows were just slits like in a medieval battlement, due to foreshortening.

Nel 1942 lo scrittore Cornell Woolrich scrive usando lo pseudonimo di William Irish il racconto “It Had to be Murder” che nel 1944 fu rinominato “Rear Window” (La finestra sul cortile) e divenne l’omonimo, celeberrimo capolavoro di Alfred Hitchcock. Il racconto colpì Hitchcock per vari motivi, ma soprattutto per un aspetto assai peculiare, ovvero le caratteristiche di ambientazione, la maestria che l’autore (anch’esso tra l’altro ormai un sommerso di lingua inglese) di sprigionare una storia in uno spazio ristretto. Un cortile. Delle finestre. Se infatti ogni racconto in letteratura ha bisogno di adeguati accorgimenti tecnici e narrativi atti a rendere possibile e credibile la sua “messa in scena” nella mente del lettore, è vero anche che la medesima letteratura ha una certa tendenza a soffrire di claustrofobia. Insomma, è piuttosto difficile conseguire esiti narrativi felici se tutta la storia si svolge in uno spazio ristretto. Non che non ci si riesca, Baudelaire, Maupassant, Leopardi, Pascoli Zola, Proust, Viginia Woolf, Montale, Conrad son tutti li già pronti a smentirci in una climax che ci stringe progressivamente in una tenaglia che va dalla città di Balzac passando per la casa di Madame Bovary in Flaubert fino alle stanze a misura di personaggio caratteristiche di Ibsen, per arrivare infine all’asfittico pertugio dell’io in Kafka. Ma è comunque raro, ed è in ogni caso degno di nota, perché non è assolutamente facile. Una buona storia è come un’esplosione, è difficile contenerla, confinarla, senza danni. È come immaginare di lanciare un piccolo petardo o provare invece a chiuderlo nel pugno quando esplode. Gli effetti sarebbero, come si sa, ben diversi.

Ora accade che un grande esempio di questa tecnica narrativa lo abbia scritto nel 1937, cinque anni prima di Woolrich, in una raccolta di racconti intitolata “Trattoria di Paese” un nostro autore decisamente sommerso, Guelfo Civinini. Qualcuno lo potrebbe forse ricordare come il librettista de “La Fanciulla del West” di Puccini. Ma finisce qui, di lui ristampato di recente non si trova di più. Eppure, meriterebbe, e non solo come scrittore, ma anche come poeta e giornalista. Le “Finestre Morte”, questo il titolo del racconto inserito nella raccolta sopra citata, si svolge tutto dentro un cortile chiuso: Fino da ragazzetto mi hanno sempre destato un senso non ben chiaro, di curiosità, preoccupazione, diffidenza, nelle facciate delle case, le finestre murate: quelle, voglio dire, che prima c’erano, aperte come le altre, in fila con quelle, o anche in disparte, a guardare un cortile, o sotto una sporgenza di grondaia; e poi furono tappate, e sopra ridipinte. Tutte le altre sono vive, animate, estrose; sono gli occhi della casa, che guardano il mondo, piccolo o grande, che hanno attorno. Si aprono, si chiudono, si accostano a bocca di lupo a spiare e ammiccare, alzano le mezze persiane a far solecchio, si adornano di vasi di fiori e di gabbie dei canarini, sventolano panni stesi, civettano, sospirano, chiacchierano, spettegolano, litigano. Ci sono anche quelle che si danno arie superbe, non prendono confidenza col vicinato, e stanno quasi sempre chiuse…”.

Viene alla mente quella bella immagine usata da Simenon ne “Le finestre di fronte”: C’era una grande casa crivellata di finestre. La finestra nel racconto è membrana narrativa, che separa l’io narrante dal mondo, ma è anche un amplificatore che personifica tante diverse identità, tutte portatrici di un messaggio.  Del resto la finestra è nella storia connotata anche religiosamente come luogo di annunciazione, o all’inverso, come back door da dove il diavolo, a volte sotto forma di subdolo corteggiatore, si intrufola in casa. Ma ci sono le finestre morte che l’autore vede “come gli spettri di queste vive…. Il tempo è passato, i colori si sono sbiaditi, l’intonaco non bene spianato si è scialbato di polvere, e anche qua e là si è scrostato, scoprendo l’ossame di sassi e di mattoni della finestra morta”. La nostra storia, chiusa in un ambiente così ristretto, non può che evolvere verso due direzioni, talvolta sovrapposte: da una parte la meditazione, dall’altra il voyeurismo improntato di eros e mistero. Moravia diceva che proprio il voyeurismo sarebbe il primo motore della letteratura e del cinema. Il nostro autore non fa eccezione: Ognuna di quelle finestre aveva per me ragazzo, e per quel po’ di ragazzo che per fortuna nostra, chi più chi meno, portiamo sempre con noi lo ha ancora, un che di mistero, intorno al quale mi perdevo volentieri a fantasticare. Chi sa quando era stata murata, e perché…

Ma per le arti visive è più facile e naturale, e se la lista elencata sopra di scrittori che parlano di finestre e spazi chiusi è nutrita, quella dei pittori e degli illustratori è addirittura sterminata, comunque sempre espressa prevalentemente sulle corde introspettive o voyeuristiche. Nel cinema un po’ meno, ma dopo Hitchcock si cimentano registi del calibro di Antonioni, Özpetek, il Dario Argento di “Profondo rosso” e soprattutto il Kielowski di “Decalogo 6” del 1988, dove un ragazzo mite e introverso di nome Tomek, s’invaghisce di Magda, una donna che vive nel condominio di fronte, più matura di lui. La spia con il suo cannocchiale ogni sera, in ogni aspetto della sua vita.  In letteratura però tutto questo è più difficile, richiede una grande padronanza di mezzi, un perfetto senso del ritmo abbinato ad una finissima tecnica descrittiva. Tutto questo in Civinini c’è: A cavallo fra l’infanzia e l’adolescenza mi accadde di passare un anno della mia vita in un paese del Mezzogiorno. Si stava di casa in una di quelle stradette mozze che là chiamano « corti ». Le stanze del davanti davano sulla corte con un lungo terrazzo fiorito di gerani e di convolvoli. Quelle interne, con la cucina e il solito sgabuzzino sul poggiolo, su un cortile silenzioso e squallido chiuso fra la casa nostra, il dietro di un’altra a due piani, e il vecchio tetto di una stalla vuota. Il cortile era della stalla, e da chissà quanto tempo nessuno c’era entrato. Erbacce e ortiche crescevano alte fra mucchi di calcinacci e di pietrame. In un angolo, a fior di terra, c’era una finestra nera di cantina, con l’Inferriata. Fra cantina e cortile una dozzina di gatti vivevano in libera e sonnolenta repubblica.
In quel cortile, un mondo chiuso in sé stesso dove si spande un silenzio perfetto, dialogano in una lingua incomprensibile a tutti, gatti e finestre. Ma quei gatti, che passano il tempo in quella cornice di assoluta fissità dormendo e sonnecchiando, e quelle finestre, all’apparenza scalcinate e anonime, da cui ogni tanto qualcuno fa cadere degli avanzi per i felini più sotto, non sono tutti uguali. C’è una finestra murata nel rettangolo avevano ridipinto telaio e vetri, e dietro questi, per effetto scenico, un tendaggio rosso sollevato ai lati, a baldacchino, come quelli delle vecchie quinte”.  E c’è un gatto, certo il più vecchio, grande, forte, placidamente autoritario maschio, naturalmente. Soriano tigrato, con appena un po’ di rogna su un orecchio, aveva degli occhi ancora bellissimi, d’ambra chiara. L’unico che guarda quella finestra murata. Senza un motivo. I gatti si sa, sono animali pragmatici: perché guarda lassù, giorno e notte, in direzione della finestra se non ne cade niente di buono da mangiare da anni?  Sembra di sentire il Pessoa di “Poemas Inconjunctos”: C’è solo una finestra chiusa/e tutto il mondo fuori;/e un sogno di ciò che potrebbe esser visto/se la finestra si aprisse,/che mai è quello che si vede/quando la finestra si apre. E sospesi su questo mistero, ben scritto e interpretato e che merita davvero di riemergere come peraltro altri scritti di Civinini, perfidamente vi lasciamo.

 

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Una rubrica settimanale su Toscanalibri

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Naufragium feci, bene navigavi (ho navigato bene, ho fatto naufragio). Diogene Laerzio attribuisce questa frase a Zenone di Cizio, considerato il fondatore della scuola stoica. Ma poco ci importa di chi sia la frase, ci calza a pennello. Fantasmi di carta e lettere.  Scrittori dimenticati. I sommersi dalla memoria non sempre se lo meritano.  Per tanti scrittori, autori di opere importanti, celebrati dalla critica contemporanea e magari anche vincitori di premi prestigiosi, il tempo non è sempre stato galantuomo. Si dice che ciò che sopravvive, ciò che diventa “classico” è la parola meritevole di memoria perché capace, grazie all’universalità delle emozioni e delle situazioni che esprime, di sfidare il tempo o perché in grado di farsi essa stessa tempo e in tal modo rappresentare vivamente il sentimento di un’epoca. Ciò che si dimentica allora, sarebbe pienamente meritevole del nostro oblio e si tratterebbe di una giusta condanna. Del resto si sa, si scrive troppo in Italia e poi ci si stanca anche presto di farlo.
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Diceva qualcuno che tutti possono diventare scrittori, ma pochi sanno rimanere tali. Ma non è sempre vero. Non sempre il naufragare è dolce, e in fondo il tempo non è veramente amico di nessuno. Del resto a ben vedere dimenticare non è una formula matematica, non siamo davanti all’esattezza di una reazione fisica: tante volte parole importanti e meritevoli restano chiuse in qualche cassetto della storia, prigioniere di giudizi sommari e stereotipi o semplicemente vittime della dannazione di un caso misteriosamente malevolo. Solo qualcuno allora – editori, colleghi scrittori, qualche critico illuminato – ricorda brandelli di un’opera che non si stampa più, che non è più diffusa e che dunque è impossibile leggere. Pare strano e perfino impossibile nell’epoca di internet e della disponibilità più abbondante di informazioni che la storia ricordi, dove ogni due giorni veniamo letteralmente sommersi da una quantità di dati pari a quelli generati dalla civiltà umana dagli albori fino all’avvento della rete globale. Eppure è così: certe opere, anche volendo, non si possono più leggere.
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La lista di questi naufragi è più nutrita di quanto si pensi, si tratta a volte di casi eclatanti. Sono navi che hanno ben navigato, a volte addirittura in modo eccelso, ma che per una ragione o l’altra hanno fatto naufragio, e che ora giacciono sul fondo, sommerse e incolpevoli. Accade non solo per gli autori, ma a volte per singole opere o al contrario per intere correnti letterarie. Non si leggono più, al massimo sono buoni per le citazioni. Dall’altro lato, sulla cresta dell’onda, in libreria e sulla rete dominano best seller istantanei che durano lo spazio di un post. Spesso non concepiti nemmeno per fare appello alla memoria del lettore, ma solo al suo svago momentaneo, facendo leva su quarte di copertina sempre più enfatiche e ogni giorno sempre meno credibili. Una volta sfogliati, sono buoni per incartare il pesce, o forse nemmeno per quello, le pagine son troppo piccole. Dell’autolesionismo e della mancanza di coraggio di certa editoria non si finirebbe mai di dibattere, di pari passo con la quasi scomparsa degli editor di una volta, in grado di selezionare, intuire felicemente, far crescere contemporaneamente scrittori e lettori.

Se però è vero che senza memoria storica nessun Paese, nessuna Società va molto avanti, certamente il recupero di questa consapevolezza passa anche dalla riscoperta del patrimonio letterario abbandonato e dimenticato. Sommerso appunto. Il compito, molto ambizioso, che questo blog si pone è proprio questo: recensire libri espressione di un passato sepolto, recente e meno recente, come se fossero appena usciti. Uno alla volta, secondo la nostra sensibilità e conoscenza, ma anche seguendo i vostri suggerimenti, perché un cerino solo non rischiara una stanza buia. Come se il tempo si fosse riavvolto su sé stesso, ci proponiamo di offrire all’opera e al lettore una seconda possibilità, stimolandone così facendo la curiosità. E perché no, favorire l’unico atto che può davvero consentire ai sommersi di tornare a fluttuare: pubblicarli di nuovo, fare loro posto sugli scaffali delle librerie. Leggerli.

 

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Il 12 Ottobre ospite alla VI edizione di Passeggiate d’autore

Ringrazio l’organizzazione,  arrivederci al 12 Ottobre prossimo!!!

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I secoli di Siena. È racchiusa in questo titolo la sesta edizione di Passeggiate d’Autore, il format ideato dal portale Toscanalibri.it, a cura dell’assessorato al turismo del Comune di Siena per la direzione artistica di Luigi Oliveto, in programma da febbraio 2019 a febbraio 2020. Si intende così partire dalle origini della città per giungere fino all’Ottocento e questo verrà fatto visitando luoghi; focalizzando temi legati a particolari momenti, figure di spicco, istituzioni della storia della città; arricchendo queste storie con la suggestione di immagini, letture, performance artistiche. VI edizione realizzata con la collaborazione di Banca Monte dei Paschi di Siena.

passeggiate d'autore 6 edizione

Il format – Le Passeggiate d’Autore sono nate allo scopo di offrire a turisti e residenti una scoperta (e riscoperta) di Siena al di là dei consueti itinerari e con un approccio che della città facesse percepire anche il sentimento, le emozioni, la cultura racchiusi nella sua storia e testimoniati da un insieme di aspetti (struttura urbanistica, arte, tradizioni, personaggi, letteratura). È così che, in cinque anni, le “passeggiate” hanno percorso una Siena inconsueta, talvolta meno nota. Una città da apprezzare non solo nelle sue evidenze, ma anche in ciò che ne costituisce l’anima. Un racconto che, grazie alle guide speciali che lo hanno condotto (studiosi, letterati, artisti, scrittori, guide cittadine) è risultato essere, appunto, un racconto d’autore.

Sabato 12 ottobre, ore 15.00
Nel tempio della conoscenza, la Biblioteca degli Intronati
Sede della Biblioteca, via Della Sapienza 3
RAFFAELE ASCHERI, ANNALISA PEZZO e MASSIMILIANO BELLAVISTA
Nel 1932 fu il podestà Fabio Bargagli Petrucci ad attribuire alla Biblioteca comunale il nome di “Intronati” in ricordo dell’omonima accademia letteraria che dal 1722 al 1802 aveva occupato gli stessi locali della Sapienza. Ma le sue origini risalgono al 1758 e al lascito di circa tremila libri che l’arcidiacono Sallustio Bandini volle fare affinché l’Università fosse dotata di una biblioteca fino allora inesistente. Le volontà testamentarie del Bandini erano quanto mai precise: il fondo librario doveva essere destinato a un uso pubblico e il curatore della biblioteca sarebbe dovuto essere il suo allievo Giuseppe Ciaccheri. Grazie alle competenze e ai buoni uffici dello stesso Ciaccheri, il materiale librario (e non solo librario, ad esempio una collezione di disegni dei “primitivi” senesi) si arricchì presto di altri lasciti. Quello di Giovanni Sansedoni (1760), della figlia di Uberto Benvoglienti che donò manoscritti e carteggi del padre. Così come la Biblioteca si arricchì (1783) di molti manoscritti provenienti da conventi e compagnie laicali dopo la soppressione di questi da parte del granduca Pietro Leopoldo. Nell’Ottocento, a seguito delle alterne vicende politiche (governo degli occupanti francesi) la Biblioteca venne chiusa e riaperta solo nel 1812. Un’altra importante acquisizione avvenne nel 1886 con il lascito del librario ed editore Giuseppe Porri, ricco di manoscritti e opere a stampa di varie epoche. La Biblioteca degli Intronati conta attualmente 650.000 pezzi distribuiti in diciotto chilometri di scaffali. Vere rarità sono conservate nei suoi armadi. Alcuni incunaboli tra i quali Il Monte Santo di Dio (1477) Dante con i disegni di Sandro Botticelli (1481). I taccuini con i disegni architettonici di Francesco di Giorgio e Giuliano da Sangallo, lettere di santa Caterina, il breviario francescano senese (sec. XV) miniato da Sano di Pietro. Quasi ovvio che un siffatto tempio del sapere e del pensiero si trovi in via della Sapienza.