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Quando mi vieni a trovare…

Penso alle parole che ti vidi nascere in bocca

a quelle che ti ho sottratto

sono piante le parole

piume di scintille d’ali lontane

penombre tra i movimenti terrestri.

dehy

Penso al saluto

che mi ricamasti sulla mano

stringendola un’ultima prima volta

velluto tra corone di rose.

 

Quando vieni a trovarmi

mi siedo con te ad un tavolo di nuvole

e discuto del progetto dei miei giorni.

La chiave di sole che squadernò il compasso delle colline

il primo senso del ritorno

lo stare sempre in bilico

sull’orlo delle cose.

dehy2

E poi

l’esperienza del giorno

la gracilità dei sensi slegati e confusi a sera

le intese liquidità del mio corpo

ciò che rubai e non ho mai restituito

l’avere e il non usare,

il rispondere senza sapere il domandar sapendo

la comunione del piacere

ciò che si perse nell’ombra del viaggio.

 

Se ti fermi con me abbastanza

Senti animarsi

il pianto del mio angelo

lo stupro delle idee e della volontà

l’accesa sarabanda dei ricordi

che sono comunque e allo stesso tempo

ovunque e introvabili

come particelle di Dio.

 

Come te

spesso non ci sono.

Ma nel buio

so che posso afferrarle

ne canto la certezza

 

Xavier Ilya Calosimos

 

 

 

 

Sex and the virus

 Xavier Ilya Calosimos per Caffè 19 in un articolo…  X -rated

 

sex and the virus 2

 

PRIMO CAPITOLO: LA LOGISTICA DEL SESSO.

E mentre un enorme preservativo globale inguaina il mondo apprendiamo con sconforto che la produzione di quelli vecchio tipo rallenta drammaticamente. Scarseggiano infatti le materie prime e ha fatto cilecca la loro distribuzione. Esattamente come quella dei sex toys. Sommato alla noia della quarantena ed all’isolamento  questo può avere effetti davvero duraturi sull’umanità.

Dopo i baby boomers, parleremo tra qualche decennio della generazione dei Corona boomers? non resta che vedere i dati sulle nascite tra Novembre 2020 e Febbraio 2021. Chi nascerà, vedrà. Gli ospedali saranno allora pieni di primipare attempate? Sarà comunque sempre molto meglio che tenere le statistiche su contagiati e decessi. Forse ripensandoci però il picco non sarà proprio in quei mesi, ma dopo,  tra Marzo e Aprile 2021, come successe alla fine della seconda guerra mondiale, quando si mandarono a casa in massa i soldati in congedo permanente.  In quarantena potrebbe infatti scarseggiare la materia prima.

Quanto ai sex toys, i sex coach raccomandano grande prudenza. Se non sono certificati e vi fate male, poi chi viene a soccorrervi? e inoltre tutto il condominio vi vedrebbe in difficoltà assistendo al vostro indecoroso barellamento. Ecco perchè il gioco del dottore e dell’infermiera sta conoscendo impreventivate impennate di vendita tanto quanto il Subbuteo. Tornano i classici! Disponibile anche la variante premium con guantini e  mascherina. Anche in cuoio o lattice. Dal Corona Bond al Corona bondage

SECONDO CAPITOLO: LA COMUNICAZIONE

Il sesso per un po’ sarà connessione, non congiunzione. Sarà bit bit e non bunga bunga. Ne usciremo senzaltro, ma a pezzi, come nella Macchina del tempo di Wells. Due specie diverse in simbiosi popoleranno allora la terra.

Gli Eloi: infantili, pacifici, candidi, diventeranno paonazzi solo all’idea di avvicinarsi più di un metro ad un esponente dell’altro sesso. La stretta di mano tra di loro sarà considerata vera pornografia, un abbraccio un atto praticabile solo tra maggiori consenzienti. La video conferenza sarà il primo appuntamento, i preliminari l’accensione della videocamera. Il genitori della giovane dovranno concedere il loro assenso alla prima connessione,  in presenza di tutto il nucleo familiari compresi nonni e zii collegato a distanza, quelli del giovane si faranno carico della dote comprensiva di pc e Giga illimitati per le nozze e il successivo viggio virtuale.

I Morlock: essere ripugnanti, predatori degli Eloi, e quasi ciechi (per il nefasto effetto non delle radiazioni ma dell’influsso combinato di autoerotismo e prolungata esposizione ai videoterminali senza assistenza medica), incapaci di vivere se non in quarantena. Usciranno solo mascherati per non mettere a richio il loro patinato e palestrato profilo sui siti di appuntamento

I quali siti di appuntamento stanno ripensando tutta la loro strategia, come del resto quelli di annunci: stanno diventando dei bar virtuali con conversazioni che durano ore, la domanda più frequente è “come va” non “cosa si fa“. Neologismo più in voga in Olanda: QuaranTinderen.

Invece l’annuncio più gettonato suonerà così: bello onesto buona posizione pre pandemica  militesente e recentemente negativizzato. Divorziato cinquantenne con sussidio e ampia dilazione mutudo quindi con speranza di vita di almeno altri ventanni desidererebbe condividere la propria agiata quarantena con persona sensibile. Astenersi mercenari e contagiati.

TERZO ATTO: LA SEDUZIONE

 

sex and the virus 1

Qui non c’è niente da fare,  è l’etimologia a non funzionare. Non si può al momento “se ducere” ovvero “attrarre a sè”.  Qui il reato non è depenalizzato, si rischia il penale.

Insomma, solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dalla quarantena.

Banditi a tempo indefinito:

1. Il ballo del mattone

2. Gli ammicamenti con la bocca. Sfiorarsi le labbra con le dita. Rimane fuori l’occhietto di triglia che si può ancora fare.

3. Bacio alla francese e anche bacio soffiato con la mano. Si può solo se è simile all’osculum, morigerato e vittoriano.

4. L’infedeltà. Ormai siamo tutti amanti e non lo è nessuno allo stesso tempo, perchè tutti dobbiamo ricorteggiare l’altro, stabilendo nuove vie di approccio.

…il sesso? no, perchè non ci sono evidenze della trasmissione sessuale del virus. Perlopiù per mancanza di dati e difficoltà a raccoglierli da fonte certa. Ma ci stiamo adeguando, gli studi su volontari sono partiti, e i siti di iscrizione per i volontari, come quelli dell’INPS, sono andati in crash in pochi nanosecondi.

“I’m single and horny, what can I do?” questa è attualmente la domanda più frequente posta via internet ai sex coach in America e in Australia. La risposta degli esperti è lapidaria: seducete voi stessi.

Ma dove vivono questi? E’ una parola, e poi io a quello lì non sono mai piaciuto. Sono quarantanni che ci provo, per ora sono sempre andato in bianco.

QUARTO CAPITOLO: LA PORNOGRAFIA

Se Atene piange Sparta non ride. Vedete bene quanto il significato di una stessa parola dipenda profondamente dal contesto dove la si inserisce.

L’industria del porno è in quarantena.

Gli attori sono in quarantena.

Ma i consumatori sono in quarantena.

Il problema è grave. in pratica è come non avere birra e hot dog durante il Superbowl. L’unica deroga è per film autoprodotti e fatti tra attori che siano anche familiari. Non lo inventiamo, è scritto proprio così.  Evviva. L’impresa familiare ci salverà.

 

XIC/2

Dalla baia di Kruna andando verso le montagne cercando il cielo chiuso in una grotta

 

Anche oggi ho cercato il cielo

Sono giorni che lo cerco tra orizzonti chiusi e senza espressione

Ma senza ansia, l’aria per ora mi basta

Qui non c’è molta gente

Di giorno i pescatori sono al largo a seguire magre onde

I bambini illuminano i cortili bassi e oscuri con le gocce dei loro occhi grandi

E poi conviene stare al chiuso

Ci sono fortunali che strisciano sul mare

E passano e lasciano il segno sulla schiena schioccando come fruste.

Sono giorni che cerco il cielo

Ma senza convinzione

Come qualcosa che solo per qualche tempo si è perso a casa propria

Così oggi ho deciso di sviscerare

La grotta in cui ho dormito

Perché fuori l’orizzonte era una porta chiusa

Dicono sia magica dicono che respiri ma per ora emette solo silenzi

Ho deciso di accostarmi alle pareti grondanti del suo immenso stomaco muschioso

Le sento ruminare attorno a me

digerire ancora la tempesta di ieri

quella che si è aperta più in alto

tra le montagne

La mia esplorazione si è chiusa sul cul-de-sac

Di un muro istoriato di quarzo

Quando ormai camminavo carponi.

Sono uscito che faceva buio

Un po’ formica un po’ talpa

e cielo non c’era ancora

Era tutto grigio forse ero ancora nella grotta.

Ma c’era una strada che ho seguito

Una strada che non c’era ieri

Oltre una salita la svolta,

la strada d’improvviso si è allargata e mi si è aperta in gola come un vino novello

al sapore di salmastro si è sostituita la polvere.

Ecco squadernarsi il vento teso ma gentile dell’altopiano.

C’era la tua porta

Aperta per caso, poi per curiosità, poi per compassione

La tua casa era la prima del nuovo mondo

I tuoi occhi i primi che vedevo in tutto quel giorno

Nella tua casa ho portato solo me stesso

Zaino, scarpe tutto abbandonato in veranda, sporco di mondo

come la pelle di un serpente accanto al tuo bucato steso

ruvido ma profumato

Sono stato lupo alla tua tavola

Ridevi mettendoti le mani sulla bocca e sul petto

Il riso fumante era ocra e verde

I tuoi capelli lunghi

Il pane soffice e pieno d’aria

La bocca un fico maturo

Ti ho seguita docile nel tuo letto

Ho conosciuto il pendolo del tuo corpo, una storia narrata stentando nella mia lingua

Una nella tua che raccontavi ad occhi chiusi

E poi ricordo il mio sonno e quattro brevi sogni d’acqua

Circolari e confusi

E in mezzo un abbraccio di lana nera e ricami di luce boreale

Che venivano dalla costa sorridendoci sulla parete

Non so non riesco a ricordare se tu hai mai davvero dormito

Un po’ strega un po’ madre

La mattina quando sono uscito

Ho trovato di nuovo il pane e una brocca d’acqua ad aspettarmi e il cielo

Aperto come un ventaglio di vento leggero

Mi diceva che la marea era favorevole ai miei passi

Che dovevo riprendere le mie cose e imbarcarmi sul sentiero

Tu eri andata via, la tua vita

ortogonale al sentiero del mio viaggio proseguiva nel grappolo di tozze case verdi

che mi stava a circa cento metri dalla parte del cuore

un cestino di tuberi oblunghi, in mezzo a giardini di rose

di cui mi sembrava a tratti di sentire l’odore

da cui mi sembrava venisse un calpestio di passi di corsa

e un susseguirsi di voci ritmate che mormoravano filastrocche.

La tua casa buia conchiglia vuota sull’altopiano

Sembrava adesso più grande ma non mi pareva la stessa

Perdeva ombra viscida sulla strada

Come un mollusco marcio sulla battigia

La tua casa faro spento emorragia di vuoto

Faceva male, mi bruciava sulla schiena

Mi feriva la nuca

Indicava l’unica rotta da non seguire

L’unica meta da non sperare

Diceva di non voltarmi perché una notte non si confronta con una vita

Diceva che la mia memoria è un armadio pieno

Che dietro di me ci sono già troppe cose che sono rimorso

Molte che sono assordante rimpianto

Diceva di non essere debole

Ma è una grossa lacrima sulla mia schiena ancora oggi

La cruna dell’ago del tuo abbraccio.

XIC

(Annotato alla pagina di un diario 23-11-2001)

 

 

XIC/1

Com’è bello il mio piede che ritorna

Com’è bello il mio piede che ritorna

Inciso e modellato dal passaggio delle cose

Come e forse più della mia faccia.

Un piede che ha volato,

che ha lasciato una teoria di impronte silenziose sulle colline

quando c’era ancora il fango della primavera

e che ora sono un rosario di fossili velati dalla polvere calcinati dal sole

Un piede-bussola che è saltato dove non c’era strada

Che ha strisciato con dignità mendicando gli ultimi metri prima della notte

(sulle sue unghie la luna si scioglieva in riflessi madreperla)

e scaricato a terra come un parafulmine

i dolori e le imprecazioni di mezzo corpo e di tutta un’anima

Ha nuotato silenzioso in acque fredde come un pesce

Vestendosi di squame

 È stato geometra agrimensore costruttore

Perché ogni passo è un ponte costruito su un respiro

Se ha sbagliato strada ha pagato pegno per primo

Con pezzi di sé stesso, con fiori di cicatrici color vinaccia

Che sulla mia pelle sorridono ancora.

Il mio piede è la radice mobile che ho estirpato dalla mia terra

Ha unghie forti come artigli posso dormirci appeso

Capovolto col sangue agli occhi mentre rido

come un pipistrello ubriaco

il mio piede mazzetta strusciata sulla grancassa del mondo

Amplificatore e miccia di ogni mio pensiero

Che ha sostenuto, sospinto, scacciato da sé

Come un brutto sasso

A volte con dolore

A volte sulla strada è rimasto impigliato in un sorriso

Sulla soglia di una casa offerta e pagata con lo scambio di uno sguardo

E di una parola

A volte a cambiato strada e il corpo l’ha seguito

Perché l’istinto cresce a terra come l’erba

E gli occhi leggono le mappe

Mentre i piedi seguono la terra

XIC2

Come è bello il mio piede

Che torna e guarda la mia casa dall’alto

Il mio piede che nessuno ha voluto lavare

Tranne me stesso

Perché il mio piede è un’arma

Troppo ha calpestato troppo ha preso a calci

Un piede non perdona

Solo gli occhi talvolta lo fanno

Un piede dice sempre il vero

Non può farne a meno non si può chiudere come gli occhi

Solo quando si muore si può sospenderlo da terra

Quanto basta a interrompere il suono della vita

come sollevando la puntina di un giradischi.

Come è bello il mio piede che torna

Povero come quando era partito

Perché è fatto per spingere, per respingere

Mica è una mano, non sa afferrare e nemmeno trattenere

Mica è un occhio, non sa ricordare.

Come è bello il mio piede

Che si annuncia solenne a nessuno

Trascina me che ansimo

Verso la mia casa di ruote piatte dalla porta vuota

Lo lascerò fuori a correre, mentre metto in ordine

A prendere gli odori e i profumi del ritorno

A salutare in giro a riconoscere i segni del suo territorio

Perché adesso non mi serve, perché non sia imbarazzato, perché non si lamenti

Quando mi metterò seduto davanti a una tastiera e parlerò del mio viaggio

senza nemmeno dire che lui ne ha fatto parte

Mentre i miei occhi saranno chiusi

E le mie mani racconteranno disarticolandola la verità dei suoi passi.

XIC

(da “La febbre dei ritorni” -Quaderno di viaggio in versi 1993)

 

XIC

 

Xavier Ilya Colosimos. Poeta, scrittore, giornalista e recensore infinitamente amato e stimato da chi ha avuto la fortuna di leggerlo e conoscerlo. Schivo fino all’inverosimile, i numerosi premi che le sue opere hanno conquistato in patria e anche all’estero gli sono sempre stati recapitati a casa, come la pizza. Infatti amava incontrare solo i suoi lettori, che sosteneva di riconoscere subito, dagli occhi e dalle domande che gli facevano, non amava pubblicare le sue opere se non sotto pseudonimo. In questo modo firmava anche i suoi articoli e le sue recensioni. Solo raramente usava le iniziali del suo nome, XIC. Alcuni sostengono fosse un vezzo, visto che il suo stile era sempre riconoscibilissimo. Ancora, non è mai stato tradotto in Italia. Non se ne sarebbe offeso, non amava molto le traduzioni. Diceva che tradurre le storie in parole scritte, in qualunque lingua inclusa la sua, era sempre e comunque tradire la forma più autentica di narrazione. Quella “narrazione primitiva” dello spirito laddove “le parole sono ancora dentro di noi come embrioni, l’anima rima col respiro e lo scorrere ritmato del sangue”.

I suoi scritti sono stati in massima parte rinvenuti nei diari, quelle agende da liceale, farcite d’inchiostro e coperte di adesivi che hanno sempre accompagnato la sua esistenza. Una vita singolare e tormentata quella di Xavier, che alla fine l’ha sommerso. Annota ancora nel suo diario che “presto mi sono pentito di scrivere e poi anche di vivere”.

                   XYC1

In possesso di uno stile e di un ritmo unici, cercava parole sfrontate che fossero capaci di “scavare ogni giorno l’indifferenza di animi induriti dalla rabbia e intorpiditi dalla vita con l’opera costante di una piccola goccia” ma anche versi che “possano far ruotare il mondo con la copia motrice di una tempesta[1].

In un’altra nota del suo diario si augura “di essere sufficientemente assennato da distruggere queste pagine prima che cadono in mani sbagliate. Anzi, ancora più sbagliate. Visto che sono già nelle mie, mani sbagliate per definizione. Mani di cui, molte volte, avrei fatto bene a non fidarmi troppo”. Ma non ne avrà il tempo. Né, forse, la voglia.

Era un viaggiatore instancabile.  Ma non documentava i suoi viaggi attraverso il suo blog o i social, come da qualche anno a questa parte va molto di moda. Anzi, quando partiva, sospendeva tutti i suoi account e le sue collaborazioni. “Viaggiare è spegnere la luce in città e accendere un falò nel bosco. È, deve essere, come stare in quarantena da tutto ciò che già si conosce” diceva. Poi al ritorno, raccontava i suoi “poemi imperfetti[2].  E il racconto, se era buono, doveva restituire in un’unica inscindibile soluzione, la mappa e l’album fotografico del suo itinerario. “Torno per aver voglia di partire ancora. Torno soprattutto per raccontare”. La sua casa, dopo il terremoto che aveva colpito il già povero distretto agricolo nel quale viveva, era una angusta roulotte. Come disse in un’intervista, tutto il suo universo dopo il big bang che aveva disperso il mondo in cui era conosciuto, era un tavolo, una sedia, una bottiglia. “un cavo elettrico consumato e singhiozzante, il mio cordone ombelicale col mondo[3]”.

Se ne perdono le tracce a Jos, Stato di Plateau, Nigeria, il dieci Marzo 2010[4].  Aveva solo 41 anni. O forse, chissà, in qualche dimensione ne ha ancora 46.

Ovunque sia, siamo onorati di averlo conosciuto. E di aver potuto leggere i suoi diari, grazie a sua sorella Antonia.

Qui pubblicheremo per la prima volta parti di alcune delle sue opere narrative e poetiche, nella speranza di poterle presto affidare alla cura di un vero editore.

[1] Discursos Mercuriales PP 76-77 Anno XV Nr 7 Luglio 2005

[2] La Noticia del Norte – 27/06/2003

[3] Sketchy Dreams Literary Review p 37-40 Anno VX nr 4 Settembre 1999

[4] El Nacional –Diarios de trabajo -11/03/2010