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Quando mi vieni a trovare…

Penso alle parole che ti vidi nascere in bocca

a quelle che ti ho sottratto

sono piante le parole

piume di scintille d’ali lontane

penombre tra i movimenti terrestri.

dehy

Penso al saluto

che mi ricamasti sulla mano

stringendola un’ultima prima volta

velluto tra corone di rose.

 

Quando vieni a trovarmi

mi siedo con te ad un tavolo di nuvole

e discuto del progetto dei miei giorni.

La chiave di sole che squadernò il compasso delle colline

il primo senso del ritorno

lo stare sempre in bilico

sull’orlo delle cose.

dehy2

E poi

l’esperienza del giorno

la gracilità dei sensi slegati e confusi a sera

le intese liquidità del mio corpo

ciò che rubai e non ho mai restituito

l’avere e il non usare,

il rispondere senza sapere il domandar sapendo

la comunione del piacere

ciò che si perse nell’ombra del viaggio.

 

Se ti fermi con me abbastanza

Senti animarsi

il pianto del mio angelo

lo stupro delle idee e della volontà

l’accesa sarabanda dei ricordi

che sono comunque e allo stesso tempo

ovunque e introvabili

come particelle di Dio.

 

Come te

spesso non ci sono.

Ma nel buio

so che posso afferrarle

ne canto la certezza

 

Xavier Ilya Calosimos

 

 

 

 

XIC/2

Dalla baia di Kruna andando verso le montagne cercando il cielo chiuso in una grotta

 

Anche oggi ho cercato il cielo

Sono giorni che lo cerco tra orizzonti chiusi e senza espressione

Ma senza ansia, l’aria per ora mi basta

Qui non c’è molta gente

Di giorno i pescatori sono al largo a seguire magre onde

I bambini illuminano i cortili bassi e oscuri con le gocce dei loro occhi grandi

E poi conviene stare al chiuso

Ci sono fortunali che strisciano sul mare

E passano e lasciano il segno sulla schiena schioccando come fruste.

Sono giorni che cerco il cielo

Ma senza convinzione

Come qualcosa che solo per qualche tempo si è perso a casa propria

Così oggi ho deciso di sviscerare

La grotta in cui ho dormito

Perché fuori l’orizzonte era una porta chiusa

Dicono sia magica dicono che respiri ma per ora emette solo silenzi

Ho deciso di accostarmi alle pareti grondanti del suo immenso stomaco muschioso

Le sento ruminare attorno a me

digerire ancora la tempesta di ieri

quella che si è aperta più in alto

tra le montagne

La mia esplorazione si è chiusa sul cul-de-sac

Di un muro istoriato di quarzo

Quando ormai camminavo carponi.

Sono uscito che faceva buio

Un po’ formica un po’ talpa

e cielo non c’era ancora

Era tutto grigio forse ero ancora nella grotta.

Ma c’era una strada che ho seguito

Una strada che non c’era ieri

Oltre una salita la svolta,

la strada d’improvviso si è allargata e mi si è aperta in gola come un vino novello

al sapore di salmastro si è sostituita la polvere.

Ecco squadernarsi il vento teso ma gentile dell’altopiano.

C’era la tua porta

Aperta per caso, poi per curiosità, poi per compassione

La tua casa era la prima del nuovo mondo

I tuoi occhi i primi che vedevo in tutto quel giorno

Nella tua casa ho portato solo me stesso

Zaino, scarpe tutto abbandonato in veranda, sporco di mondo

come la pelle di un serpente accanto al tuo bucato steso

ruvido ma profumato

Sono stato lupo alla tua tavola

Ridevi mettendoti le mani sulla bocca e sul petto

Il riso fumante era ocra e verde

I tuoi capelli lunghi

Il pane soffice e pieno d’aria

La bocca un fico maturo

Ti ho seguita docile nel tuo letto

Ho conosciuto il pendolo del tuo corpo, una storia narrata stentando nella mia lingua

Una nella tua che raccontavi ad occhi chiusi

E poi ricordo il mio sonno e quattro brevi sogni d’acqua

Circolari e confusi

E in mezzo un abbraccio di lana nera e ricami di luce boreale

Che venivano dalla costa sorridendoci sulla parete

Non so non riesco a ricordare se tu hai mai davvero dormito

Un po’ strega un po’ madre

La mattina quando sono uscito

Ho trovato di nuovo il pane e una brocca d’acqua ad aspettarmi e il cielo

Aperto come un ventaglio di vento leggero

Mi diceva che la marea era favorevole ai miei passi

Che dovevo riprendere le mie cose e imbarcarmi sul sentiero

Tu eri andata via, la tua vita

ortogonale al sentiero del mio viaggio proseguiva nel grappolo di tozze case verdi

che mi stava a circa cento metri dalla parte del cuore

un cestino di tuberi oblunghi, in mezzo a giardini di rose

di cui mi sembrava a tratti di sentire l’odore

da cui mi sembrava venisse un calpestio di passi di corsa

e un susseguirsi di voci ritmate che mormoravano filastrocche.

La tua casa buia conchiglia vuota sull’altopiano

Sembrava adesso più grande ma non mi pareva la stessa

Perdeva ombra viscida sulla strada

Come un mollusco marcio sulla battigia

La tua casa faro spento emorragia di vuoto

Faceva male, mi bruciava sulla schiena

Mi feriva la nuca

Indicava l’unica rotta da non seguire

L’unica meta da non sperare

Diceva di non voltarmi perché una notte non si confronta con una vita

Diceva che la mia memoria è un armadio pieno

Che dietro di me ci sono già troppe cose che sono rimorso

Molte che sono assordante rimpianto

Diceva di non essere debole

Ma è una grossa lacrima sulla mia schiena ancora oggi

La cruna dell’ago del tuo abbraccio.

XIC

(Annotato alla pagina di un diario 23-11-2001)

 

 

XIC/1

Com’è bello il mio piede che ritorna

Com’è bello il mio piede che ritorna

Inciso e modellato dal passaggio delle cose

Come e forse più della mia faccia.

Un piede che ha volato,

che ha lasciato una teoria di impronte silenziose sulle colline

quando c’era ancora il fango della primavera

e che ora sono un rosario di fossili velati dalla polvere calcinati dal sole

Un piede-bussola che è saltato dove non c’era strada

Che ha strisciato con dignità mendicando gli ultimi metri prima della notte

(sulle sue unghie la luna si scioglieva in riflessi madreperla)

e scaricato a terra come un parafulmine

i dolori e le imprecazioni di mezzo corpo e di tutta un’anima

Ha nuotato silenzioso in acque fredde come un pesce

Vestendosi di squame

 È stato geometra agrimensore costruttore

Perché ogni passo è un ponte costruito su un respiro

Se ha sbagliato strada ha pagato pegno per primo

Con pezzi di sé stesso, con fiori di cicatrici color vinaccia

Che sulla mia pelle sorridono ancora.

Il mio piede è la radice mobile che ho estirpato dalla mia terra

Ha unghie forti come artigli posso dormirci appeso

Capovolto col sangue agli occhi mentre rido

come un pipistrello ubriaco

il mio piede mazzetta strusciata sulla grancassa del mondo

Amplificatore e miccia di ogni mio pensiero

Che ha sostenuto, sospinto, scacciato da sé

Come un brutto sasso

A volte con dolore

A volte sulla strada è rimasto impigliato in un sorriso

Sulla soglia di una casa offerta e pagata con lo scambio di uno sguardo

E di una parola

A volte a cambiato strada e il corpo l’ha seguito

Perché l’istinto cresce a terra come l’erba

E gli occhi leggono le mappe

Mentre i piedi seguono la terra

XIC2

Come è bello il mio piede

Che torna e guarda la mia casa dall’alto

Il mio piede che nessuno ha voluto lavare

Tranne me stesso

Perché il mio piede è un’arma

Troppo ha calpestato troppo ha preso a calci

Un piede non perdona

Solo gli occhi talvolta lo fanno

Un piede dice sempre il vero

Non può farne a meno non si può chiudere come gli occhi

Solo quando si muore si può sospenderlo da terra

Quanto basta a interrompere il suono della vita

come sollevando la puntina di un giradischi.

Come è bello il mio piede che torna

Povero come quando era partito

Perché è fatto per spingere, per respingere

Mica è una mano, non sa afferrare e nemmeno trattenere

Mica è un occhio, non sa ricordare.

Come è bello il mio piede

Che si annuncia solenne a nessuno

Trascina me che ansimo

Verso la mia casa di ruote piatte dalla porta vuota

Lo lascerò fuori a correre, mentre metto in ordine

A prendere gli odori e i profumi del ritorno

A salutare in giro a riconoscere i segni del suo territorio

Perché adesso non mi serve, perché non sia imbarazzato, perché non si lamenti

Quando mi metterò seduto davanti a una tastiera e parlerò del mio viaggio

senza nemmeno dire che lui ne ha fatto parte

Mentre i miei occhi saranno chiusi

E le mie mani racconteranno disarticolandola la verità dei suoi passi.

XIC

(da “La febbre dei ritorni” -Quaderno di viaggio in versi 1993)