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Note varie su meraviglia, fantasia, virtuale e autofinzione

Parlando con i ragazzi di Recensio e stasera con gli allievi, anzi gli amici , di Barzhaz, oggi sono venute a galla alcune piccole/grandi riflessioni.

Non è che la narrativa emergente è, con tutta evidenza, quella scritta e vissuta in prima persona.?

Cosa ricerca il lettore in una narrazione? Sempre più, sembra, ciò che non trova nei racconti costruiti su personaggi deboli, scontati o mal costruiti, ovvero almeno alcuni ingredienti di questa lista: autenticità, credibilità. svago, intrattenimento, possibilità di lettura a vari livelli di comprensione, sensibilità, profondità e impegno . Ecco l’interesse crescente nella lettura di saggi (se ben scritti), biografie, libri di viaggio o di testimonianza degli argomenti più vari.

Libri insomma dove c’è un io narrante, più o meno autentico, vero o verosimile, che si traduce in parole. Un narratore che fa un viaggio insieme a chi legge, qundi; lo fa forse perchè quel narratore come obiettivo sembra avere non solo quello di raccontare storie, ma quello di curarsi, di ‘crescere’ e di liberarsi dal peso di sentimenti e contenuti forti, che necessariamnete deve condividere con qualcuno. Il lettore. Il tutto giocando in un campo in cui può sicuramente dare qualcosa in più, senza essere smentito, perchè lo conosce bene (o almeno crede): la propria vita. e il bagaglio di conoscenze apprese vivendola.

Ingegneria del sé, come sostiene Sergio Blanco, autodafè del proprio vissuto, fabbrica e reinvenzione dell’io che può anche sconfinare facilmente nel narcisismo e nella noia, l’autofinzione equivale a narrare ponendo l’io come guida di una storia: è una prospettiva da una parte rassicurante, dall’altra inquietante.

Di fatto per il narratore è come fare entrare la propria anima in un tunnel di specchi, in un gioco infinito di rimandi tra vero e verosimile.

Nel gioco che facciamo spesso del chi, come cosa dove quando e perchè, l’autofinzione sembra appiattire e relativizzare i sei servitori di Kipling. Come nella teoria della relatività, le prospettive cambiano nll’autofinzione: il chi e il cosa e il perchè sembrano quasi coincidere, il dove di per sè è quasi un personaggio, il quando può anche non contare niente, perchè l’io narrante per definizione spazia nel tempo, senza regole.

La realtà. Ecco l’altra riflessione. Abbiamo parlato della narrazione e del suo rapporto con il dominio del fantastico. Ma poco o quasi per niente si parla della narrazione, delle storie letterarie, in rapporto all’emergere prepotente del virtuale. Se lo si fa, ci si approccia al tema essenzialnente da un punto di vista strumentale. La realtà virtuale insomma è per lo più vista come potenziamento del testo, come ‘letteratura aumentata’. E-book, videogiochi, algoritmi creativi, una stampella per la realtà tangibile dei libri di carta…è veramente tutto qui? Molti avvertono che c’è, o sta per nascere, qualcosa di più. A quando una letteratura autenticamente ‘nativa’ del mondo virtuale, cioè di una dimensione nuova, che non è completamente ascrivibile alla realtà, ma nemmeno al dominio del fantastico? Dovremo forse riscoprire il vecchio senso del ‘meraviglioso’ al posto di quello del fantastico?. E che ruolo giocano davvero i nostri sensi e la fantasia in tutto questo?

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Varie (relativamente) importanti

Barzhaz 1 è arrivato oggi al suo secondo appuntamento mentre il corso avanzato partirà come da programma il 10 Febbraio. E’ una formula interessante e vedo con piacere che sta crescendo.

Il premio Asimov sta arrivando alle sue fasi più vive e sta avendo (anche per quello che posso vedere con le scuole e gli incontri che facciamo in giro, purtroppo ancora a distanza) dei risultati di partecipazione eccezionali, nonostante la crisi, nonostante la pandemia, nonostante tutto, a testimonianza di come i giovani abbiano più di tutti la voglia e la capacità di reagire. Anche grazie ad iniziative come questa.

Recensio III sta continuando e a breve compariranno nuovi articoli su Sherwood/Parktime

Intanto il giorno 13 p.v. con Toscanalibri c’è un evento a cui tengo molto.

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Jack & Jill e…Viceversa

Anno XVII, n. 181 febbraio 2021  
 

Ambientato nella lontana Australia
un romanzo molto disturbante
che non può lasciare indifferenti
L’edizione italiana, per Viceversa Publishing,
di un romanzo a firma di un talento meritevole
di Massimiliano Bellavista Chapeau. Questo il primo pensiero per chi, come Viceversa Publishing, casa editrice indipendente anglo-italiana, si è imbarcato nell’impresa di far conoscere per la prima volta gli scritti di Helen Hodgman al pubblico italiano cominciando dalla traduzione del suo romanzo del 1978 Jack & Jill (Viceversa Publishing, pp. 144, £ 12,00). Tra l’altro, si tratta di un’elegante e accurata traduzione a cura di Valentina Rossini.
Tanto di cappello, insomma, perché si tratta di quel genere di libri che al lettore può dare molto, ma che gli chiede anche qualcosa in cambio.
Quando un libro inizia così: «Annoiata, Jill pestava i piedi nella veranda, aspettando che sua madre venisse a cercarla. Non lo fece, Morì quel pomeriggio. Furiosa per essere trascurata, Jill si mise a saltare sul letto, tirando i capelli alla madre, tubando le sue prime parole nell’orecchio freddo e ceroso», vuol dire infatti due cose.
La prima: quel libro richiede al lettore, soprattutto quello che non è mai stato nell’outback australiano, uno sforzo di immedesimazione. Immedesimazione nel paesaggio, immedesimazione in una diversa e spiazzante logica sociale e familiare, immedesimazione in un territorio dove le enormi distanze che separano uomo da uomo, fattoria da fattoria, e le fattorie da Sidney, schiacciano e appiattiscono la vita come una forza di gravità moltiplicata, rendendola giocoforza semplice, quasi elementare, per non dire rude. Come un funerale talmente sbrigativo da scivolare in un peculiare humour nero.
«“Allora, dove? Dove la mettiamo?”
“Giù al ruscello, suppongo” disse il marito. (…) Douggie ritornò facendo dondolare il badile. Arrancarono fino al ruscello, dove ci misero delle ore per sotterrarla, il suolo era duro e roccioso. Sudando e con aria cupa, rovistarono la radura in cerca di rocce adatte a marcare il punto».
La seconda: che questo clima si riflette nel linguaggio, particolarissimo, una lingua e delle parole che, per molti aspetti restituiscono, soprattutto nella prima parte del libro, la sensazione di un idioma vergine dove la lingua inglese si ripiega nelle sonorità e nella dimensione orale delle lingue aborigene e dove le parole mantengono alla lettura una ruvidezza non filtrata da secoli di letteratura.
«Dall’alto, in alto tanto quanto il paradiso, la risata di un kookaburra attraversò fragorosa il bush, finché venne ingoiata dalla nebbia che avvolgeva come un sudario le lontane colline. Il suono svanì in un luccicante stormire di foglie, e si lasciò dietro una quiete enorme».

Un libro che attraversa la storia
Un padre solo e distante non è il massimo per crescere una figlia. E poi c’è quella distanza coperta di polvere, da tutto e da tutti, e di certo i libri fatti venire dalla città e legati con lo spago e le lezioni scolastiche via radio-ricetrasmittente che «crepitavano nell’etere ogni mattino» non bastano allo sviluppo di una ragazzina. E così Jill ruba quello che può, quel che le serve a trasformarsi da bambina in adolescente con la stessa difficoltà con cui il padre gratta via i frutti a una terra dura come pietra.
Ma a scombinare le carte ci pensa il giovane Jack, che arriva alla fattoria di Douggie in cerca di lavoro e vi rimane perché percepisce che Jill e il padre avevano«l’aspetto di persone a cui una mano poteva servire». Douggie ne necessita di certo per mandare avanti la fattoria, Jill per crescere. Ma non si tratta certo di un principe su un cavallo bianco, forse anzi proprio dell’opposto.
Tra i due nasce un rapporto complesso, violento e contorto che dalla Grande depressione ci porta dritti fino agli anni Sessanta. Questo rapporto dove attrazione e repulsione giocano in parti uguali, è onnipresente, anche quando lui parte militare, anche quando lei va all’università e poi si trasferisce in Inghilterra. Se non sono insieme fisicamente, sono le loro menti a essere interconnesse, nonostante tutto, nonostante la violenza, l’egoismo e la brutalità di Jack.
Il romanzo si muove su due piani all’inizio paralleli, si potrebbero definire due contrappunti, dove non è presente solo il tema di un amore tanto brutale da sembrare improbabile, ma anche quello della vita come è e come dovrebbe essere. Non è un caso che Jill diventi un’affermata scrittrice di libri per l’infanzia come non è frutto di coincidenze che il suo eroe immaginario, Barnaby, ragazzo dalla testa a forma di alluce, si aggiri tra le quinte, costruite ad arte nella mente turbata di Jill, di un perfetto mondo infantile. Quello che per lei non c’è mai stato.
È qui, nella convergenza di questi due piani che compete al lettore scoprire a poco a poco, che sta una buona parte dell’originalità del romanzo. Sorprendentemente, la Hodgman riesce a creare un altro grottesco binomio come solo gli scrittori più dotati sanno fare. Dalla fattoria persa nella polvere con Jill e il padre che vivono da soli, adesso sono passati gli anni e siamo nella casa di una famosa scrittrice, che manda avanti con Jack un matrimonio sterile e vuoto, uno scenario quasi allegorico. Lei scrive i suoi libri perdendone il conto, lui intaglia i suoi crocifissi di legno costellati di gocce di smalto color sangue. Stiamo assistendo a una rappresentazione del dolore, a una pièce teatrale, lo dice la scrittrice stessa: «La loro era una commedia a due interpreti, gli aveva ricordato lei in caso lui si fosse sentito chiamato fuori».

L’attesa di un figlio che può nascere solo dalle parole
Quella ossessione per la lavorazione del legno sembra quasi una grottesca versione di un mastro Geppetto molto noir che cerca di cavare dal dolore una qualche speranza, magari quella di avere un figlio, esattamente come Barnaby cresce con Jill e in Jill. Una situazione esplosiva, come si capisce, che non può durare. Si intuisce subito pertanto che la storia è solo in attesa di un catalizzatore, di un detonatore in grado far esplodere la stasi che si è ancora una volta creata. La figura di Raelene, l’ammiratrice segretaria che si insinua come un fiume carsico nelle loro vite separandole di nuovo e svuotando di senso dall’interno la loro unione ed è quindi quanto mai necessaria.
Ha insomma un che di mitico e inesorabile questa storia d’amore che pare caratterizzata da una sorta di legge fisica, perché si ha chiara percezione sin dall’inizio che Jack e Jill non possano far altro che vivere assieme, ma questa attrazione non può fare a meno di periodici Big Bang seguiti da altrettanti Big Crunch.
Ma se la storia in questo senso è prevedibile, e come ogni Pinocchio diventa alla fine un bravo ragazzo ogni parola non può che farsi carne, e quindi Barnaby diventare qualcosa di più di un personaggio letterario, la scrittura e lo sviluppo della storia non lo sono affatto, così come il finale.
Non si può da ultimo non rilevare come questo stile “acido” e questo ritmo narrativo grottescamente ironico e graffiante siano caratteristici di tutto un filone che anche al giorno d’oggi caratterizza un nutrito ventaglio di interessanti scrittrici, per esempio di area scandinava, tra cui non si può non menzionare Hanne Ørstavik, autrici che in qualche modo condividono con la Hodgman una certa difficoltà ad arrivare al grande pubblico, a farsi scoprire e tradurre. Il titolo di un libro ruvido che ricorda qualcosa di questo romanzo come Like Sant Som Jeg Er Virkelig, che in italiano suonerebbe più o meno Questo è quello che sono davvero sembrerebbe un bell’epitaffio per Jill, tanto quanto quello scelto per lei dalla Hodgman, «Jack avrà la sua Jill, e a male niente andrà». Di certo, come e tanto quanto il libro, si tratta di uno stravagante lieto fine.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 181, febbraio 2021)
 
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Filippo Nibbi, Polifemo e Rodari

Franco Loi, che ci ha lasciato di recente, teneva sul comodino una copia del suo poema, Parlando di mio nonno Polifemo pubblicato nel 1973.

Rodari lo considerava un prezioso collaboratore, tanto che curò il suo ultimo libro, uscito postumo.

Lui è uno scrittore insolito, imprevedibile, difficile da incasellare in un genere.

Stiamo parlando di Filippo Nibbi

Strana opera Parlando di mio nonno Polifemo. Scritta in decasillabi, un verso piuttosto raro. Ancora più raro è ascoltare qualcuno che ancora sa leggere (leggere, non declamare) una poesia. Siamo nel suo appartamento, nel centro di Arezzo, una casa ricca di memorie, libri, quadri e fotografie.

Filippo, in questo pomeriggio invernale, mi legge il Polifemo  a volte quasi sussurrando, a volte battendo il tempo con il piede sinistro.  Le parole corrono, si fermano, tornano a fluire e (come dovrebbe essere) il suo canto aggiunge alle loro frequenze timbri e significati che non sono sulla carta, ma tra le righe.  Dice che non c’è niente da fare, le mie poesie le devo leggere io.

Matematico e fisico di formazione, Nibbi è Poeta nel senso più autentico del termine, dice, rifacendosi a Dante, che ogni Poeta è una Sibilla (Così la neve al sol si disigilla, / così al vento nelle foglie levi / si perdea la sentenza di Sibilla”). La sua scrittura si potrebbe definire probabilistica, quantistica, nel senso che nasce, per certi versi come quella di Rodari, dallo scontro di parole che, come particelle elementari, da questa collisione liberano qualcosa di nuovo e sconosciuto.

È questo in breve Filippo Nibbi. Qualche anno più degli ottanta (non vogliamo subito dire quanti) portati con grandissima lucidità, creatività e vivacità intellettuale. Nella stanza che ospita la sua biblioteca, nel centro di Arezzo la letteratura si respira. Si tocca. Si sente.  La sua lettura galoppa e si riverbera sui muri, sulle finestre, sui tavoli ingombri di carte.

La mia terra conosce i bei volti

e i dolori coperti di vigne.

I paesi le stanno a ridosso

come tante pietruzze celesti:

la mia terra conosce quei sassi

che non hanno potuto riempirla.

Veglieremo su tutti una volta:

i cipressi ne sanno qualcosa.

La mia terra lo disse ai suoi morti,

e i suoi morti le danno ragione:

c’è chi vive imbiancando di dentro

catapecchie ridotte a presepi.

Chi avvicina i paesi di notte

può trovare le pietre al suo posto.

(…) Molte case finiscono in niente

perché l’alba non crede più a loro.

Le finestre rimangono chiuse

anche quando la luce ci batte.

Le parole per Nibbi sono importanti. Cita Vico e le sue picciole metafore. Vico che per primo affermò che la metafora è la forma originaria del linguaggio, ciò che è necessario ad afferrare e sedimentare la conoscenza, umanizzandola con immagini come il sole ride.

Vede, mi ricordo che una volta, con Rodari, un bambino osservando la pancia della mamma, in dolce attesa, disse ‘Toh, un panciullo’.  I bambini, dice, sono fantastici, perché possiedono innata questa capacità metaforica alla base del linguaggio, questa abilità di creare che poi col tempo viene sviata, repressa e a volte frustrata da una scuola e da una società che ci vuole ‘razionali’. Ma lui stesso è in questo senso ancora bambino, un ‘acceleratore di parole’ che fa scontrare di continuo. Mi esorta anche qui, ora a giocare con lui.

Del resto anche il termine che inconsapevolmente ho scelto, ‘bambini fantastici’ è anch’esso in qualche modo figlio della razionalità e dell’Illuminismo. Prima dell’Illuminismo avrei forse detto ‘bambini meravigliosi’, perché per gli uomini di quel tempo l’immaginario, l’irreale’ era o poteva essere a buon diritto parte della realtà. Solo dopo, con la parola ‘fantastico’, abbiamo imprigionato e relegato la nostra fantasia su di un altro piano, come si fa con un ospite tollerato ma imbarazzante, sottolineando con ciò che eravamo diventati ‘razionali’, e forse anche un po’ più tristi e disillusi.

Sta bene sembra dirmi Nibbi, non c’è problema. Lui in fondo con le parole ci gioca da una vita. Rodari, nella primavera di quel lontano 1979, quando fece visita in una scuola di Arezzo per parlare della sua idea di scrittura, lo ha ‘infettato con la parola’. È proprio questo il termine che usa. La parola è un virus, ma di quelli buoni.

Nibbi dice di sé stesso di sentire nelle sue vene sangue contadino ma in lui c’è anche la fierezza della nobile bisnonna. Nasco in casa Angori, dove la capocasa è la bisnonna Emilia Ugurgieri, di Siena. Era giunta a Camucìa con un paggio, Generoso. La sua famiglia apparteneva a quella Magistratura di Siena che aveva costretto Carlo V a entrare in città appiedato

Gli piace parlare del suo passato, ma sempre in senso non retorico ma costruttivo, per pescarvi quanto serve ad illuminare un angolo di futuro.

Rodari quel 23 Marzo di molti anni fa incontrò e lavorò alacremente circondato dall’entusiasmo di quei bambini che ora sono cinquantenni, e allora formavano gli alunni di una classe quinta elementare e una prima media.

Rodari in quegli anni girava l’Italia, vedeva quel suo modo speciale di narrare e scrivere come una missione, la missione di divulgare la fantasia. Per quegli incontri poneva due sole condizioni: la prima era quella di non lavorare con nessun altro che i bambini e qualche insegnante, la seconda era quella di non registrare alcunché di quegli eventi. Condizioni rispettate senza eccezioni, almeno fino a quella primavera del ’79., quando invece si registrò tutto su nastro.  A me lo permise perché intuì che sapevo lavorare con le parole, mi dice Nibbi. Nibbi capisce che quella esperienza potrebbe diventare un progetto, un ideale complemento operativo della Grammatica della fantasia, A gennaio del 1980 in questo senso Rodari scrive a Nibbi ma sfortunatamente poco dopo, nell’Aprile 1980 lo scrittore muore. Ed ecco che quelle sbobinature diventano preziosissime, costituiscono quel contributo che confluisce nel libro Esercizi di Fantasia, che esce grazie al lavoro di Nibbi appena un anno dopo, nel 1981.

Mi trovo qui perché sono rimasto colpito dall’articolo comparso su un quotidiano qualche giorno prima, che a un certo punto recitava: Filippo Nibbi cambia casa e regala una buona parte della sua biblioteca. Una lunga lista di libri, di ogni genere, dalla quale scegliere per arricchire il proprio bagaglio, basta fare una telefonata. Una cosa inusuale, un atto di generosità e di fede nella lettura e nella cultura; mi chiedevo come gli fosse venuta l’idea, e se qualcuno avesse raccolto l’invito. Gli telefono e il giorno dopo sono da lui.

Ci sono tre giovani a piano terra. Aspettano con pazienza. A quanto pare non sono gli unici, i libri di Nibbi forse popoleranno molte e varie biblioteche, come scintille che si propagano di focolare in focolare. È una cosa confortante saperlo.

I libri del resto sono essi stessi una metafora. Secondo Nibbi, una metafora della propria ignoranza. Sulle prime non capisco, ma poi afferro tutta l’originalità di quel punto di vista. Più sono, dice Nibbi, più evidentemente c’era bisogno di colmare dei vuoti. È vero, non ci avevo pensato. Ma sono anche la prova di una incolmabile curiosità che mantiene tuttora Nibbi entusiasta e assetato ricercatore di tutto e su tutto.

La gente viene, e si ferma a parlare con lui, che gli legge brani delle sue opere alternandoli in modo inscindibile ad episodi della sua vita. Sembra lui la Sibilla di cui parlava e forse in quei libri che ora viaggeranno chissà dove c’è da qualche parte un suo personalissimo oracolo.

Anni prima, anche Rodari come Loi aveva letto quel suo poema, Parlando di mio nonno Polifemo. Per cui tutto il gioco ad Arezzo fu strutturato come nonsense, iniziò con “Ho conosciuto un tale/un tale di Arezzo/ che mangiava sua nonna/ e provava ribrezzo

Ma sono molti e assai diversi gli scritti di Nibbi, figli di varie epoche, ma sommamente di un’Italia in cui ogni libro nasceva tra la gente e svolgeva una precisa funzione portando valore nel contesto sociale. E tutti sono particolari, interessanti e leggibili i suoi testi, su più piani sensoriali e temporali. Come del resto le sue letture e riletture, ad esempio quella dell’Alice di Carrol ne Il Cappellaio matto.  Tanto materiale è disponibile online, ad esempio sul suo sito personale, http://filipponibbi.altervista.org/

Gli auguriamo di proseguire il suo lavoro e di continuare a spiazzarci, continuando a cavare storie originalissime e parole nuove dove gli altri vedono solo linguaggio comune routine, come scintille dalle pietre focaie.

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Festival dello scrittore 19-20-21 Marzo (quarta edizione) : torna il laboratorio ‘Vie Brevi’

Evviva le vie brevi della scrittura al Festival dello Scrittore!!!

http://www.festivaldelloscrittore.it/

Visto il successo delle precedenti edizioni, vi proponiamo una nuova/diversa sfida all’interno del Festival dello Scrittore che si terra nei giorni 19–20-21 marzo 2021. (Per informazioni e iscrizioni scrivere a redazione@festivaldelloscrittore.it).

Scrivere breve non è affatto facile! Mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo.
Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a breve ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante il Festival dello Scrittore.

La partecipazione è gratuita. I racconti vanno inviati a barzhaz@loggione.it entro il 15 marzo 2020.
I migliori racconti saranno pubblicati sul sito www.festivaldelloscrittore.it e su http://www.thenakedpitcher.com

Questa volta Vi proponiamo le seguenti semplicissime  due ‘regole’ per la stesura dei Vostri racconti:

-Distanza: 250 parole (come prima)

-Tema: l’amore (nelle sue varie e infinite forme e sfumature). 

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Le rose di Kathryn. Su Toscanalibri una mia recensione che è anche un racconto sul tempo.

Paolo Cesarini in un racconto a me particolarmente caro, La ragazza in Verde, narra con il suo bello stile che mescola ironia caustica, memoria minuziosa e tragicità una vicenda sospesa tra amore e Palio. Una storia d’amore nasce e finisce durante il Palio del ’33, e il racconto si conclude così: Fu l’ultimo Palio che godei da senese intero. Dopo ne ho visti molti altri, ma da senese all’estero, voglio dire fuori dal confine dell’antico Stato: che è una cosa diversa, intensa e incompleta, sempre un poco amara, con l’orario delle ferrovie che appare dietro al gioco delle bandiere. Quando ho letto d’un fiato Le rose di Kathryn di Luigi Oliveto, e non si tratta del solito trito cliché di circostanza (ho ‘profetizzato’ il successo che il libro sta avendo in tempi non sospetti!), mi è subito venuto in mente questo frammento. Sarà perché le Avventure ritrovate di Cesarini quasi quarant’anni dopo si potrebbero ben commentare come il libro di Luigi, che racchiude racconti che sottolineano il passare del tempo e tratteggiano la vita per induzione e mai per deduzione, avventure ordinarie che racchiudono sentimenti universali.

Sarà perché alla fine quel libretto del 1983 evocava magistralmente fatti e periodi storici in parte sovrapponibili, ma in larga parte precedenti e complementari a quelli ripercorsi nel volume di Oliveto, che invece ha, anche per ovvie ragioni anagrafiche, il suo fulcro temporale dagli anni Sessanta in poi. Sarà perché si tratta di storie che abbracciano tutta Italia, con uno sguardo e un’attenzione lessicale anche al dialetto (non toscano) da senese all’estero. Sarà perché l’amore, in tutte le sue forme, ma certamente l’archetipo femminile, talvolta ironico, talvolta malizioso, più spesso materno e insondabile gioca in questi racconti brevi un ruolo importante. Sarà per via delle ferrovie. Fateci caso, a Siena gli scrittori arrivano sempre a piedi, a cavallo o, come nel caso di un noto racconto dedicatole da Saramago, Terra di Siena bruciata, in macchina. Non si associa facilmente Siena coi treni, perché la ferrovia per come è disposta la città, sembra un corpo estraneo. Che ci sia tutti lo sanno, ma dove sia rimane un po’ vago, come la Diana, il fiume sotterraneo che la leggenda vuole scorra nelle viscere della città. Eppure o forse proprio per questo, quel racconto, Maso che sentiva i treni ti colpisce eccome. Maso il folle, Maso il pazzo con licenza di essere angelo e demone, è davvero uno dei ritratti più riusciti della raccolta. E Maso, rinchiuso all’ospedale psichiatrico di Siena, il San Niccolò, dall’età di otto anni è un personaggio che piacerebbe a Simone Cristicchi, un personaggio da conoscere. Maso sente il treno, ripete in continuazione oggi si sente il treno. Quel treno ha una valenza metaforica molteplice e potente: ve lo ricordate il Belluga de Il treno ha fischiato di Pirandello? Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva. Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capoufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capoufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo: – Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato… È così anche per Maso, il treno gli fischia in testa e un bel giorno se lo porterà anche via.

Tutti i personaggi di questa raccolta sono trascinati dal destino individuale e dalla storia, fuori dalla Guerra e dentro la pace. Ma anche la pace sa essere subdola, lo sanno bene Paoletto e Irma di Seconde nozze i quali sopravvissuti alla guerra, non sopravvissero alla pace. Poi si va oltre, si abbandona questi protagonisti morti sulla soglia del boom e se ne trovano altri per i quali cominciano i mali del benessere. Ci si può permettere di tutto, divorzi, tradimenti, depressione, eccessi finanziari. Con uno strano e costante retrogusto agrumato, amarognolo in bocca però: nella vita di questi personaggi non manca mai l’insolito, l’inspiegabile e anche il fantastico.  In L’orologio di Colzana, racconto notevole specialmente nella sua parte iniziale, dove una specie di bolla magnetica avvolgeva l’intero paese e tutti gli orologi si fermavano sembra che Buzzati si sia temporaneamente impadronito del libro. Lo stesso si potrebbe dire anche per Black Christmas che gira attorno alle dimissioni di un Babbo Natale sfiduciato nel genere umano. Ma tutti i protagonisti della raccolta vorrebbero alla fin fine fermare il tempo come Fausto Pavanti, se non altro per vederci chiaro nelle loro vite che perdono continuamente entusiasmo e ingenuità e invecchiano e diventano più ciniche e subdole esattamente come fa la beneamata Repubblica italica.

Lo si dice benissimo in un passo veramente notevole del libro ai piedi del faro non c’è luce. (…). Se non riusciamo a vedere la luce, non è detto che non ci sia e soprattutto non è detto che non ci riesca la nostra coscienza. E inoltre, ancora più importante, se si inizia la nostra esistenza nel buio, non è detto che non si possa terminarla in piena luce. I santi si sa, come diceva Giovanni Maria Vainney, non tutti hanno cominciato bene, ma tutti hanno finito bene.  Lo sa benissimo il Don Liborio di Santo subito, racconto veramente azzeccato anche dal punto di vista tecnico vista la vividezza delle immagini e delle descrizioni. Ma c’è anche chi nel buio rimane senza riuscire a frenare minimamente l’emorragia del tempo, ed è in questo senso molto forte e realistica l’atmosfera de Gli anni di piombo, anche per quella bellissima virata che Luigi ha saputo impartire alla narrazione, una strambata alle vele con vento forte, e perciò assai difficile, impressa dopo appena un paio di pagine a una storia che parte un po’ alla De Sica di Matrimonio all’italiana, con le prodezze erotiche e le acrobazie (bi) familiari dell’Onorevole Ciro Imbiancato per poi incattivirsi fino all’estremo. In quella vicenda, le colpe dei padri ricadono sui figli, anche quelli avuti fuori dal matrimonio, nel Delitto Perfetto apparentemente, parrebbe di no, ma siccome si tratta di una storia a tinte gialle, non va rivelato il finale. Va detto solo che merita di essere letta.

Un discorso a parte, a mio giudizio, merita Amore di lontano.  È un racconto veramente insolito, dove questo elogio dell’amore lontano alla Jaufré Rudel sconfina nel masochismo e un pochettino anche nella follia. La protagonista, Dolores, sopporta tutto il calvario di un divorzio in una famiglia ipertradizionalista in un piccolo paese ma, con il suo nuovo amore, tutto sommato le va bene così, vicini nel cuore ma distanti chilometri con ancora il treno, il maledetto treno, che torna nel mezzo. Ci sono dei passi del racconto, come l’incontro con la suora in treno, che valgono il libro. C’è in certi passi anche un uso del dialetto, milanese in questo caso brianzolo ne Un’ordinaria storia di provincia che ricorda l’Hans Tuzzi del ciclo del Commissario Melis.
Luigi, lo si percepisce da quasi ogni pagina di questo volume e lo sa bene chi collabora con lui o lo legge abitualmente su Toscanalibri.it, è un lettore attento, curioso, esigente, meticoloso. Non sfuggirà agli amanti della letteratura italiana del secondo novecento che il libro ne è animato e vitalizzato come nei casi più felici succede tra un film e la sua colonna sonora. Per esempio: accarezzò la schiena di Alessandro come un rendimento di grazie, si addormentò pure lei. Sul limitare di questo paradiso li ritrovò la luce novembrina del giorno. La Milano del sabato mattina poltriva ancora sotto piumoni e nebbia. Lui alle dieci aveva la prova in teatro… Se a Milano sostituite Venezia, quella città nebbiosa e indefinita descritta nel bellissimo racconto già citato, complice anche l’ambientazione ‘musicale’ della storia, ricorda da vicino il Berto di Anonimo Veneziano. Comunque l’amore o ciò che gli assomiglia cerca sempre di gettare un ponte, anche oltre la storia, anche oltre l’esistenza. Per tutte queste ragioni, ‘le poste di bilancio della vita’ cui Luigi Oliveto si riferisce nella poesia che costituisce il desinit del volume, saranno anche scombinate dal tempo ma la loro somma è sempre in attivo e produce un sicuro profitto per il lettore.

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Vanna Bastreghi Bianciardi, biografia di una donna speciale

Il libro è in dirittura di arrivo. Uscirà più o meno a Marzo. Oggi ho consegnato all’Editore il manoscritto definitivo. Devo ringraziare i tanti che hanno aiutato con le ricerche, le interviste e le testimonianze, in Italia e in Belgio. E’ la biografia ( o forse il romanzo) di una donna che ha attraversato da protagonista il secolo scorso e ha vissuto l’epoca pionieristica di nascita e sviluppo dell’Europa cos’ come la conosciamo oggi. Sono venuti fuori fatti molto curiosi e spunti di grande interesse e attualità . Qui sotto una foto con Giorgio Bassani

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La chimera della fiducia

Fidarsi è bene o meglio sospettare?
Quando la diffidenza può essere
il vero virus che mina la società
Un libro dall’approccio originale a un problema non recente:
la presenza incessante di fake news sempre più capziose
di Massimiliano Bellavista
Vivere in una bolla. È questo che fanno molti nostri concittadini, di ogni età e provenienza sociale, sottoponendo la loro razionalità ad un volontario e rigorosissimo lockdown intellettuale. Non si fidano di nessuno, a cominciare dai media mainstream, a meno che, a mezzo social e blog, qualcuno non scriva esattamente quello che loro sostengono. Non c’è spazio per il contradditorio, né per il cambiamento di opinione, principio su cui si reggono tutti i sistemi democratici.
Il libro La società della fiducia. Da Whatsapp a Platone di Antonio Sgobba (il Saggiatore, pp. 264, € 19,00), giornalista tra i conduttori di Tgr Petrarca, si prefigge di affrontare di petto, ma con pacatezza e accurata argomentazione, un problema tra i più gravi che affliggono la nostra società.
Cerchiamo notizie o conferme alle nostre credenze? Siamo ancora capaci di fidarci dei nostri concittadini?
Ho avuto il piacere di presentare il suo libro ad Ascoli, lo scorso settembre, e Antonio Sgobba mi è sembrato sin da subito una persona molto chiara e diretta. Questo si intuisce a chiare lettere in esergo al suo volume, quando scrive «Nella prima metà del libro mi occuperò della fiducia attraverso la sua negazione: la diffidenza. Nella seconda metà attraverso il suo riflesso: l’affidabilità». Ora, questa chiarezza non è così frequente nei saggi nostrani. Ma torniamo al punto, perché, come sostiene l’autore, sulla fiducia si gioca una partita di capitale importanza per il nostro futuro.

Le fake news e la post-verità
Cos’è una fake-news? Che cosa si intende per post-verità? Pochi ne sanno dare una definizione corretta. Nell’Otello verdiano, e nello specifico il secondo atto, quello in cui di fatto inizia la vicenda della gelosia, Otello dice «Mi trova / una prova secura / che Desdemona è impura… Vo’ una secura, una visibil prova…La prova io voglio! Voglio la certezza!». E Jago, implacabile, risponde: «E qual certezza v’abbisogna? Avvinti / vederli forse? E qual certezza sognate voi se quell’immondo fatto / sempre vi sfuggirà?… Ma pur se guida / è la ragione al vero, una sì forte / congettura riserbo che per poco / alla certezza vi conduce».
Ecco, il libro ci spiega con accuratezza e semplicità l’origine di queste «sì forti congetture» che hanno lo scopo di ingannarci, manipolarci, suscitare una nostra reazione preordinata come si trattasse di un stimolo chimico ai recettori del nostro cervello. L’epoca che viviamo, quella della post-verità, è dunque un’epoca dove la verità ha perso peso, è fluttuante in un orizzonte dove alla forza di gravità si è sostituito il desiderio di plasmare la realtà a nostra immagine e somiglianza. Il volume è importante anche perché ci fa intravedere anche cosa c’era prima della nostra epoca, un mondo pervaso da una grande inquietudine perché «Dalla Riforma fino al XX secolo la nota dominante della cultura occidentale era stata la fiducia. Ma la perdita della fiducia aveva travolto il ventesimo secolo. La scienza, un tempo principale sostegno della fiducia, ci ha insegnato a diffidare si sé stessa». Quindi il male è antico e l’autore ce lo dimostra con storie ed aneddoti di grande interesse e curiosità. Ma se questa è la diagnosi, qual è il decorso della malattia e soprattutto, c’è una cura?

Una speranza: un nuovo contratto sociale al confine tra calcolo e virtù
La progressione della malattia, se non si interviene, come Sgobba delinea nelle sue conclusioni, non è buona, anzi al contrario, ci induce a pensare a scenari distopici, dove alla fiducia si sostituisce un suo mostruoso e illusorio surrogato: il Grande Fratello tecnologico, l’orecchio e l’occhio digitale che tutto e tutti controlla. Il capitalismo della sorveglianza, che si nutre di dati.
L’autore su questo miraggio ci ammonisce chiaramente: «il controllo potrà anche garantirci la sopravvivenza, ma per vivere abbiamo bisogno della fiducia».
L’alternativa alla fiducia insomma è un totalitarismo che finisce per divorare se stesso: colpisce in questo senso nel libro il racconto dell’epoca del terrore staliniano dove «tutti dovevano guardarsi da tutti, chiunque poteva essere una spia o un informatore». E non stupisce quindi che Chruščëv a un certo punto, nell’estate del 1951 senta lo stesso Stalin mormorare tra sé e sé: «Sono finito, non mi fido di nessuno, neanche di me stesso».
Annoso problema dunque quello della fiducia: da Eraclito e dai dialoghi platonici, ha sempre fornito grandi spunti alla riflessione di filosofi e intellettuali, come il volume non manca di illustrare. Ma qual è la strategia per vincere la sfiducia, se la stessa ci è indispensabile come l’aria? Forse, per dirla con Dante, la ricetta è a metà tra calcolo e virtù, in quella fidanza di dantesca memoria, che è sostanzialmente un contratto, una convenienza, basato con giusti contrappesi, tra l’avversione al rischio tipica dell’uomo, e la sua ricerca di socialità, scritta nel suo stesso Dna. In altre parole, si potrebbe dire, l’autore sembra suggerirci la necessità di leggere dentro la parola fiducia, giù fino alla sua radice greca che significa “prestare fede”, e che, a ben vedere, è una forma medio-passiva del verbo “persuadere”. Questo vuol dire che la fiducia non è monodirezionale, non si può solo prendere o dare, ma è frutto di un contratto sociale giusto a metà tra ragione e istinto.
O, per dirla con parole più semplici, visto che sulla copertina del volume di Sgobba campeggia il naso di Pinocchio, questo non può non ricordarci che da quel libro potremmo sulla fiducia imparare assai. In fondo, basterebbe possedere la fiducia incrollabile di Geppetto o almeno non chiudere tutte le porte e fare come Mangiafuoco che a un certo punto dice «E bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo».
Come si intuisce si tratta di un libro la cui lettura è impossibile non consigliare. Consideratelo se volete un manuale di autodifesa dai pensieri più ottusi e oscurantisti che ogni tanto provano a saltarci addosso.

Massimiliano Bellavista

(direfarescrivere, anno XVII, n. 180, gennaio 2021)
In evidenza

31-12-2020, 23.59-59. In quel preciso momento.

E’ uscito il numero 6 di Parktime

Attraverso una scelta di poesie e racconti si tira il bilancio di quel preciso momento: da Buzzati a Eliot, da Ungaretti a Zadie Smith e Cristina Campo. di Massimiliano Bellavista

31 Dicembre 2020. In quel preciso momento, si chiude l’anello di giorni di un altro anno che non è un anno come un altro.

In quel preciso momento è un’opera di Dino Buzzati simile ad una coperta di quelle che una volta si facevano con gli scampoli di tessuto avanzati; un patchwork di racconti brevi, prose, riflessioni, apologhi, appunti e pagine di diario a proposito della fine dell’anno. Un diario già di per sé assomiglia a un bilancio: lo si scrive cronologicamente in discesa, scendendo sulla china del tempo, ma lo si legge quasi sempre in salita, a ritroso, per capire qualcosina della propria vita. Del perché le cose sono andate così. Il fatto che sia chiuso tra due identiche copertine di cartone, materializza la circolarità del tempo.

A un certo punto nel libro si legge un dialogo immaginario con un intervistatore anonimo:

«Signore, il 1960 per te è stato un anno felice?”

“No”.

“Ti ha dato pene più che gioie?”

“Sì”.

“Dunque una schifezza d’anno, nel complesso?”

“Esatto”. […]

“Sarai contento che se ne vada, immagino”.

“No”.

“Tu sei un uomo assurdo, signore. Chi ti ha fatto del male se ne va, e tu non ne gioisci”.

“Mi ha fatto del male, è vero. Ma questo male è rimasto dentro di me, in questo preciso posto, e mi nutre”.

“Ti nutre?”

“Sì. E poi, per brutto che sia stato, per dispiaceri che mi abbia portato, il 1960 è finito per sempre, non tornerà più, passassero pure diciassette miliardi di sestiquilioni di secoli, le cose di cui era fatto il 1960 non si ripeteranno più, con rigorosa e categorica matematica più non si ripeteranno, erano uniche e perfette nella loro miseria e perciò sono già diventate lontanissime, piene di una loro misteriosa e romanzesca fatalità (che al momento mi sfuggiva). Capisci?”

“Mica tanto, a dir la verità”.

“Sì. Il 1960, con tutti i suoi guai, è stato un anno bellissimo, qualcosa di storico e stupendo, che per tutta la vita ricorderò con amore».

Strano. Strano che in quel preciso momento ci mancherà qualcosa, sempre e comunque. Non i sogni, non i pensieri o i ricordi ma le parole, quelle sì. Perché le parole per scorrere, hanno bisogno del tempo mentre in quel preciso momento il tempo non scorrerà. Poi, come ogni anno, sarà necessario trovarne di nuove, perché l’anello di giorni del 2021 possa aprirsi.

Quali parole ci verranno in mente quando quel preciso momento sarà trascorso? Presto nel mattino, presto anche nel secolo, ci sarà sperabilmente un nuovo inizio, sperabilmente migliore di quello che caratterizza l’incipit di Denti Bianchi, stupenda opera di Zadie Smith.

«Presto nel mattino, tardi nel secolo, Cricklewood Broadway. Alle 6,27 dell’1 gennaio 1975, Alfred Archibald indossava un abito di velluto a coste ed era seduto a bordo di una Cavalier Musketeer Estate, con la faccia riversa sul volante. Sperava che il giudizio divino su di lui non fosse troppo severo. Giaceva abbandonato in avanti, la bocca molle, le braccia a croce, spalancate sui due lati, come un angelo caduto; nei pugni stringeva le medaglie dell’esercito (a sinistra) e la licenza matrimoniale (a destra), perché aveva stabilito di portare i suoi errori con sé. In un occhio gli si rifletteva una lucina verde: segnalava una svolta a destra che aveva deciso di non fare. Era rassegnato. Era preparato a tutto questo. Aveva gettato in aria una moneta e si era attenuto rigidamente al risultato. Si trattava di un suicidio premeditato. Anzi, della sua risoluzione per l’Anno Nuovo.Ma perfino mentre il respiro gli si faceva convulso e la vista si appannava, Archie era consapevole che Cricklewood Broadway sarebbe parsa una strana scelta. Strana per la persona che avrebbe notato per prima, attraverso il parabrezza, la sua figura abbandonata, strana per il poliziotto che avrebbe redatto il rapporto, per il giornalista locale incaricato di scrivere dieci righe, per i parenti che le avrebbero lette. Stretto da una parte dall’imponente edificio di un cinema multisala e dall’altra da un gigantesco incrocio di strade, Cricklewood non era un posto in alcun modo speciale. Non un posto dove un uomo potesse andare a morire».

Eliot, nonostante in quel preciso momento ci fosse la guerra, suonava un pò più ottimista. In Little Gidding, componimento parte dei suoi memorabili Quartetti, figli di un passaggio di testimone tra anni duri, di guerra e di sofferenza, scrive:

«Le parole dell’ultimo anno appartengono alla lingua dell’ultimo anno / e le parole del prossimo anno aspettano un’altra voce».

E quale sarà questa voce? Sarà davvero diversa? La sentiremo risuonare in noi? Giuseppe Ungaretti in quel preciso momento scrisse la sua ultima poesia, L’impietrito e il velluto. Ma le parole non devono morire, ce ne devono sempre essere delle altre. Words must go on. Se necessario anche usando un po’ di ironia. 

Seamus Heaney alla fine del 1986 scivola sul ghiaccio e si infortuna al ginocchio. Quell’anno, poco dopo, muore anche suo padre. Il suo haiku ‘1.1.87’ recita così «Dangerous pavements. / But I face the ice this year / With my father’s stick».

Eliot ebbe in Cristina Campo una grande traduttrice. Lei si innamorò della poesia di Luzi e poi, non corrisposta, del poeta stesso. Scrisse su questa esperienza quello che forse è uno dei suoi testi più noti Moriremo lontani. 

Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.

Questa poesia fa parte del canzoniere Passo d’addio. 

Trovo che sia una bella immagine, questa. In quel preciso momento, posare la guancia sul palmo di qualcuno, svuotando di parole l’anima.

In quel preciso momento allora forse chiuderemo il nostro diario del 2020, l’anello dei giorni. È tempo anche di chiudere queste mie parole. Il suggello scelto dalla Campo al percorso spesso ciclico, della sua identità lirica in quella raccolta furono proprio quei versi di Eliot: «For last year’s words belong to last year’s language / And next year’s words await another voice. / And to make an end is to make a beginning».