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Emersioni, aria nuova nell’editoria (e nel modo di farla)

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Emersioni, casa editrice aperta alle tante novità:
lo spazio per scrittori talentuosi e intraprendenti
Emersioni, talent scout per professione, ha lo scopo di far emergere
e sostenere il vero talento nel mare magnum dell’editoria
di Giuseppe Chielli
«Emersioni nasce per dar spazio ai nuovi talenti, cerca autori rimasti nascosti e li fa emergere. È un talent scout, per professione». Una dichiarazione di intenti che, compendiata efficacemente già dal nome della casa editrice, ispira l’operato di un valido team con a capo un timoniere navigato: Michele Caccamo, scrittore e poeta nonché editore.
Una dichiarazione di intenti che diventa realtà, dal momento che si tratta di una casa editrice non a pagamento, che dunque non richiede ai propri autori alcun contributo che non sia il talento e l’intraprendenza.
Questo mese, con occhio particolare, si analizzerà dunque la Emersioni editore, nata “da una costola” della Castelvecchi – di cui era in precedenza collana – e divenuta recentemente casa editrice autonoma all’interno del medesimo gruppo Lit.

Il catalogo e le novità
Visitando il sito (www.emersioni.it ), si ha una panoramica esaustiva dei titoli che saranno pubblicati nell’imminente futuro (Prossimamente), di quelli di recente pubblicazione(Novità), nonché della totalità degli scritti editi già in commercio (Catalogo).
In generale, si può subito notare la precisa e definita linea editoriale con cui si fornisce, come accennato, spazio agli autori emergenti, con un occhio di riguardo rispetto alla narrativa che spazia dal fantasy ai romanzi storici fino a quelli introspettivo-psicologici.
Tra le novità, degno di considerazione è il romanzo della psicologa Roberta Palopoli, Mater dolcissima (pp. 176, € 17,50), in cui si racconta la particolare storia di una famiglia borghese romana, rinchiusa tra le contraddizioni e le ipocrisie del suo stesso essere. Nell’ambito familiare, si collocano anche il libro di Maria Teresa Liuzzi, Sofia & Sofia (pp. 152, € 16,50), dove viene esplorato il rapporto tra la protagonista e la nonna omonima scomparsa da dieci anni, e quello di Anna Maria Benone, Il giro lento del sole (pp. 64, € 10,50) in cui vengono scandagliate le dinamiche interne di una famiglia che sembra avere apparentemente tutto.
L’analisi sociale si vena invece di ironia nel romanzo di Antonella Ferrari, Un amore di città (pp. 176, € 17,50) dove ogni elemento è oggetto di una grottesca estremizzazione, dai pettegolezzi al lusso fino agli stessi personaggi; un’ironia che diventa distopia nell’interessante opera di M. M. Doodle, 2695. Una storia vera, (pp. 230, € 18,50) ambientata nella Roma del ventottesimo secolo, che vede asserviti patrizi e plebei allo strapotere di Ottaviano, mentre un gruppo di ribelli peripatetici cerca di cambiare il corso della storia grazie al professor Joshua Levi, al secolo Gesù Cristo. Riflessione politica che si coniuga con piacevolezza narrativa, dunque, come nel romanzo di Marco Gassi, Miglia da percorrere prima di dormire (pp. 136, € 15,50) in cui si immagina un presidente degli Stati Uniti che dovrà scegliere tra il bene del suo paese e la propria salute personale.

Bottega editoriale e le novità di Emersioni
Per non “sbrodarci” troppo, abbiamo deciso di inserire solo in ultimo gli inediti della nostra “Scuderia letteraria” che sono diventati libri in “pagine e rilegatura” grazie ad Emersioni. Per ora, c’è il romanzo «istintivamente filosofico» (così definito dal critico Renato Minore, che ne firma la Prefazione) Non ho un sogno (pp. 124, € 14,50) di Fabio Bacile di Castiglione, che narra il cammino iniziatico di Diego, un adolescente alle prese con i dubbi, i cambiamenti e le paure che la crescita reca con sé. Di recente pubblicazione, invece, la nuova raccolta di Massimiliano Bellavista, Dolceamaro (pp. 188, € 18,50), un insieme di racconti capaci di scavare nell’inconscio da una parte e nella sfera dei sogni e delle speranze dei protagonisti dall’altra.
Una collaborazione promettente, dunque – non a caso, gli autori citati sono tra i “fiori all’occhiello” della nostra agenzia – che in futuro certamente non cesserà di far “emergere” talenti altrettanto interessanti!

Giuseppe Chielli

(direfarescrivere, anno XV, n. 161, giugno 2019)

 

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Rubrica Fiction & Libri: recensione per Dolceamaro

A Francesco Ricci un sentito grazie.

Articolo su Sienanews di oggi  – Fiction & Libri, Magazine

Ricci recensione dolceamaro 2

 

In un romanzo, come è noto, l’incipit riveste grandissima importanza. Lo sanno bene gli scrittori, che giocano con le numerose variazioni che esso offre (la modalità incipitaria abbraccia, infatti, la descrizione di un luogo, una riflessione filosofica, una cornice, la presentazione del narratore, una conversazione già iniziata), lo sanno bene i lettori un po’ scaltriti, che possono riconoscere senza troppe difficoltà quale patto narrativo gli viene proposto. Anche in presenza di una raccolta di racconti, però, gettare uno sguardo d’insieme sui diversi incipit dei testi che la compongono può risultare un’operazione tutt’altro che inutile.

Consideriamo, ad esempio, l’ultima fatica letteraria di Massimiliano Bellavista, “Dolceamaro” (Lit edizioni). Scorrendo le prime righe degli otto racconti, accade di imbattersi ora in un narratore interno ora in un narratore esterno, ora in uno spazio consueto e riconoscibile ora in uno spazio indistinto, ora in una cornice temporale ben determinata ora evanescente, in un caso perfino fiabesca (“C’era una volta un re, che pianse e si disperò…”). La stessa presentazione dei personaggi pare sottrarsi a ogni criterio di univocità, pur rifuggendo costantemente dal ritratto-descrizione accurato e definitivo. Se insisto su questi aspetti tecnici, è perché con “Dolceamaro” ci troviamo al cospetto di un’opera nella quale a essere centrale è proprio la scrittura. Con questo non intendo certo dire che non sia importante quanto ci viene narrato; voglio semplicemente riconoscere il primato del “come” sul “cosa”.

Raffinato lettore e profondo conoscitore della letteratura (specie postmoderna), Bellavista ricorre a una “scrittura di secondo grado”, vale a dire una scrittura nella quale gli echi, le riprese, le citazioni, i rimandi alla tradizione (l’immensa biblioteca universale) abbondano e fanno dello scrittore una sorta di “bricoleur”, attento a individuare e a ricontestualizzare non semplicemente tessere narrative e immagini, ma anche un tono, un ritmo, un’atmosfera incontrata in un altro autore. E tuttavia sbaglieremmo a considerare “Dolceamaro” alla stregua di un elegante gioco formalistico-retorico, una sorta di pezzo di bravura. Percepibile, infatti, è la funzione difensiva che la scrittura è chiamata da Bellavista a svolgere, pagina dopo pagina.

Difensiva rispetto a cosa? A un’esistenza (la propria, quella di tutti gli uomini) che non lascia intravedere né significati ultimi né direzioni, che procura ferite e traccia solchi tra le persone, e che solamente se assunta sul piano dell’arte (il libro) può essere almeno in parte capita e in parte addomesticata. La stessa centralità della similitudine – autentico marchio della scrittura di Bellavista – con funzione spiccatamente comunicativa offre testimonianza, a livello stilistico, di come i racconti di “Dolceamaro” nascano dal proposito di reagire all’angoscia che afferra l’autore ogni volta che la verità dell’esistenza (il dolore, la latitanza di senso) si mostra in tutta la sua incontrovertibile evidenza. Il passo che segue è tratto dal primo racconto, intitolato “La città e i suoi falsi santi”.

“Per la prima parte del percorso Momo e io procediamo in silenzio, lentamente, molto lentamente. Se i nostri piedi fossero strumenti musicali e la nostra passeggiata notturna uno spartito punteggiato di passi si direbbe che camminiamo più o meno in quattro quarti. Momo dice che la città da tempo non dorme e che compiere una passeggiata notturna non significa andare ambiziosamente a caccia del mistero, del diverso o di chissà quale sogno da realizzare: significa semplicemente vederla nel suo momento più vitale. Di giorno la città è quasi morta, se fosse un corpo si troverebbe in una sorta di coma farmacologico, proverebbe troppo dolore a svegliarsi, scoprendosi vuota. Di giorno tutti si spostano verso le periferie come fanno i pesci che chissà perché nuotano sempre lungo il bordo esterno dell’acquario. Di notte invece tutto torna in ordine. Di notte la città ha davvero gli abitanti che conta all’anagrafe, le case si animano e si riscaldano, i suoi miliardi di tubazioni fremono come vene in preda all’eccitazione, il tanto spazio lasciato vuoto viene occupato da corpi in movimento. Di notte si ha il tempo per mettere mano a quello che i giorni frenetici vissuti a chilometri di distanza impediscono di fare”.

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Letteratura contemporanea e altro, Feedback positivi da Torino…

Ringrazio Maria Chiara Paone e Bottega Editoriale

paone salone libro

 

L’evento imperdibile:
il Salone del libro
Fra le iniziative: un dibattito
sulla Letteratura contemporanea
di Maria Chiara Paone
Il mese di maggio è scivolato via dai fogli del calendario portando via con sé l’ultima edizione del Salone internazionale del libro, svoltasi a Torino dal 9 al 13 maggio e arrivata quest’anno alla trentaduesima edizione.
E, come nella migliore delle tradizioni (che speriamo di portare avanti negli anni a venire), per un Salone che finisce arriva la nostra testimonianza sulla manifestazione, che ci ha visti come ospiti e protagonisti.

Prima del Salone: la questione Altaforte
Certo la kermesse torinese quest’anno ha vissuto di un’anticipazione poco gradita, a seguito della scoperta della presenza in fiera, con un proprio stand, di Altaforte, casa editrice sovranista diretta da Francesco Polacchi, esponente di Casapound. Ciò ha causato nel pubblico e negli ospiti le reazioni più disparate, unite tutte dalla protesta ma che hanno portato ad atteggiamenti opposti: andare oppure no a Torino?
Non hanno avuto dubbi in tal senso un nutrito gruppo di personalità della cultura italiana, tra cui lo storico Carlo Ginzburg, il collettivo Wu Ming, il fumettista Zerocalcare e, ultima ma non meno importante, Halina Birenbaum, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti – responsabile di una lectio inaugurale – che hanno deciso di rifiutarsi di partecipare alla manifestazione per un conflitto molto forte a livello politico e umano.
Di altro avviso è stata invece, tra i tanti, Michela Murgia che, in un post di Facebook ha assicurato la sua presenza al Salone per combattere l’ingiustizia dall’interno invitando tutti a portare libri che rappresentassero per loro «i valori della democrazia, dell’umanità e della convivenza offesi dal fascismo e dal nazismo».
Opinioni che, oltre ad essere estremamente personali, evidenziano come il problema, soprattutto verso gli ultimissimi giorni prima dell’apertura, sia diventato non più solo una protesta verso l’ufficio commerciale del Salone – che ha accettato senza nessuna domanda o indagine ulteriore la casa editrice – ma come abbia deviato in una lotta tra simili che vedevano nell’assenza o nella presenza una dicotomia di giusto/sbagliato non sempre così condivisibile.
Certamente queste proteste sono state ascoltate, provenendo anche dal sindaco di Torino che, dopo una dichiarazione pubblica di Polacchi in cui si è definito apertamente fascista – facendo aprire così un’indagine nei suoi riguardi – ne ha richiesto l’allontanamento, avvenuto in maniera definitiva il giorno prima dell’apertura. Una favola se non a lieto fine dal finale almeno dolceamaro.

Bottega e il Salone
Mettendo quindi da parte la lunga e doverosa premessa, passiamo al Salone in sé che, come scritto prima, ha visto noi di Bottega editoriale non solo ospiti in questa manifestazione ma anche protagonisti attraverso l’organizzazione di un Incontro sulla Letteratura contemporanea (di cui avevamo accennato qui: www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=239).
Il Convegno si è tenuto allo stand della Federazione unitaria italiana degli scrittori e ha avuto il via dopo il saluto del presidente della Fuis, Giuseppe Natale Rossi, che ha tenuto a riconoscere il lavoro della agenzie letterarie nello scovare testi di qualità e ha considerato «un complimento» – per citare il suo discorso che potete trovare sul sito della Federazione (www.fuis.it/fuis-salone-del-libro-di-torino-2019-incontro-con-bottega-editoriale/video1-8-479-337734213) – che la nostra scelta sulla locazione di questo incontro sia avvenuta proprio nel loro stand, presso la loro associazione.
Vi è stata poi l’introduzione del nostro direttore, Fulvio Mazza, con cui si è approfondita l’importanza di un’agenzia che fornisce un supporto non solo nella mediazione con l’editore ma anche in fase iniziale, nella sistemazione di un testo, certamente valido nei contenuti. E, come si è tenuto a sottolineare, tutti gli autori ne hanno certamente bisogno, solo che «gli autori intelligenti lo chiedono, gli autori non intelligenti lo subiscono». Scopo di capire come da questi autori ci può essere una tendenza alla Letteratura contemporanea, se si inseriscono o meno.
Il dibattito ha visto protagonisti, come già anticipato, Marco Baggio, Massimiliano Bellavista, Francesco Boschi, Romano Ferrari e Gian Corrado Stucchi. Il critico letterario Guglielmo Colombero ha moderato l’incontro ricercando in primo luogo i punti comuni ai cinque autori, con particolare attenzione alla sperimentazione espressiva – attraverso cui gli autori cercano di comunicare con il lettore soprattutto dal punto di vista stilistico, mai prevedibile o scontato – e la dimensione temporale, dal passato di Romano Ferrari del quale va conservata la memoria storica, al presente di Baggio, Bellavista e Boschi, i quali riprendono, in diverse ambientazioni, i problemi ad approdare al futuro di Gian Corrado Stucchi, in cui si ipotizzano delle migrazioni di pensiero “quantico” tra le menti.
Tramite la sua guida, e alle numerose domande che lettori e curiosi hanno rivolto loro, gli autori si sono raccontanti tramite i loro romanzi: Baggio ha messo in risalto, tra gli altri elementi, l’importanza essenziale del dialetto all’interno della sua storia, ambientata a Padova, e la cui conoscenza non poteva essere ignota al protagonista perché altrimenti «non sarebbe stato un personaggio vero»; con Bellavista si è parlato dell’attualità dei suoi racconti, ispirati anche a fatti di cronaca o a quella che viene chiamata «banalità del presente» ma che contiene in essa elementi misteriosi perché non per tutti i comportamenti esiste una spiegazione razionale e non per tutte le situazioni esiste un unico modo di affrontarle; Boschi ha inteso ampliare questo discorso introducendo l’elemento dell’indifferenza nella dicotomia bene/male, incarnata nel disagio della disabilità che colpisce non solo chi è coinvolto personalmente ma anche la famiglia collegata; con Ferrari si è parlato della sua vocazione per il romanzo storico, basata su una significativa esperienza personale, camminando lungo i sentieri delle Dolomiti percorsi dai soldati durante la Grande guerra: un’esperienza trasformata in motivazione e che ha portato ad esplorare la sfera emozionale, non solo quella cronachistica degli eventi bellici; infine Stucchi ha esplorato la particolarità dello stile del suo romanzo, basato su quelli che lui definisce «ricordi semantici scollegati», in inglese mind pop, e che sono stati tasselli fondamentali della costruzione della trama.
Un piacere indiscusso ci ha travolti nel vederli coinvolti a rispondere alle moltissime domande e curiosità dei lettori dimostrando come, seppur con stili e temi totalmente differenti, si riveli possibile giungere alla stessa conclusione: appassionare ed insegnare tramite la parola scritta.
Un evento che ci ha certamente riempiti di così tanto entusiasmo e carica da pensare già al prossimo anno!

Lo spazio e gli altri eventi
Prendiamo in esame il resto del Salone – visitato sì da “turisti”, ma sempre con occhio critico – che ha visto tornare, già dall’anno scorso, gli editori che si erano separati per preferire Tempo di libri a Milano; a questo aumento considerevole di case editrici rappresentate è corrisposta la decisione di abbandonare il padiglione 5 e optare per l’Oval.
Una scelta che, nella nostra personale esperienza, non crediamo sia stata a tutti i livelli ottimale: il padiglione interessato era dislocato al di fuori del resto dell’esposizione e spostarsi in e da quella direzione ha comportato spesso termini di tempo non indifferenti – dovuto anche all’imbottigliamento nel tunnel che conduceva verso l’Oval – e, soprattutto verso l’inizio, non lo neghiamo, un minimo di disorientamento!
Sicuramente la scelta della commissione di inserire proprio lì i maggiori espositori non è stata lasciata al caso, probabilmente per evitare che si trasformasse in un padiglione fantasma e certamente è stato un enorme profitto in termini di spazio, permettendo delle esposizioni, come al solito, molto grandi e scenografiche – a seconda del budget della casa editrice – senza però sacrificare l’andirivieni degli astanti che, persino nei momenti di maggiore affluenza, erano in grado di destreggiarsi tra la folla non senza, ma senza dubbio minore difficoltà rispetto agli altri anni. Quindi, per parafrasare la celebre frase di Enrico di Borbone, potremmo dire che “Torino val bene una scarpinata”!
Degli eventi in programma, ovviamente moltissimi, ne segnaliamo due a nostro parere molto interessanti. Uno è l’incontro con Matt Salinger, figlio del celebre autore, tra i tanti, de Il giovane Holden che ha condiviso la sua esperienza come figlio di uno scrittore famoso e ha confermato il suo lavoro di revisione di alcuni testi del padre rimasti inediti dopo il suo ritiro dalla scena pubblica. Interessante è stata anche la modalità di ascolto, adiuvata dall’utilizzo di cuffie che mettevano in contatto con la traduttrice simultanea e che permettevano così più tempo di qualità con l’ospite.
Il secondo, tutto italiano, che ha visto protagonisti Goffredo Fofi, Sandra Ozzola, Tiziana de Rogatis e Saverio Costanzo sul fenomeno letterario e ora anche televisivo de L’amica geniale (di cui abbiamo parlato qualche mese fa nell’articolo a questo link: www.bottegaeditoriale.it/questionidieditoria.asp?id=186) in occasione della pubblicazione della raccolta di testi che la Ferrante ha scritto l’anno scorso per il Guardian. Il dialogo è stato intervallato dalle letture molto espressive delle lettere scambiate tra la stessa Ferrante e Costanzo durante tutto il lavoro per la serie tv, dalla scelta delle attrici alla visione della prima puntata, recitate dalla “voce di Lenù” nella televisione, l’attrice Alba Rohrwacher.
Appuntamento quindi al prossimo anno, con nuove avventure legato al mondo del libro!

Maria Chiara Paone

(direfarescrivere, anno XV, n. 161, giugno 2019)

 

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Progetto John Fante

Da oggi ho il piacere di coordinare questo progetto con l’Editore LICOSIA e il  sito Stroncature.com. Ringrazio LICOSIA e Nunziante Mastrolia per la fiducia.

john fante 1

Nel mondo odierno e ancor più in quello futuro, l’importanza di poter progettare e comporre correttamente e con chiarezza un testo scritto, sia di carattere argomentativo che narrativo è destinata a crescere ed è già ampiamente richiesta come parte essenziale dei programmi didattici. E tuttavia, questa abilità si sta progressivamente perdendo, vittima di una cattiva lettura dei progressi e delle facilitazioni tecnologiche e di una scarsa familiarità con il mondo della lettura e della scrittura, visti come residuali e distanti.

Dall’altro lato, spesso la risposta da parte di autori ed editori utilizza metodologie e approcci poco invitanti e stimolanti per avvicinare realmente un pubblico giovane alla scrittura e alla lettura.

La presente piattaforma di servizi si propone di invertire questa tendenza offrendo contenuti immediatamente fruibili e facilmente inseribili a complemento dei piani di studio e delle attività didattiche, soluzioni pratiche e soprattutto la possibilità di mettersi in gioco, ricevere dei feedback personalizzati (cosa rara e di grandissima utilità) e di vedere premiato il proprio lavoro. Questo attraverso le seguenti attività:

-“la mia scrittura” formazione a distanza, tramite pillole video, sui temi della scrittura argomentativa, del testo descrittivo, della comunicazione efficace e  sulla scrittura creativa, volti a padroneggiare questi temi in modo innovativo e coinvolgente;

-“la mia recensione“: sarà possibile, in modo guidato, imparare a scrivere la recensione di un libro. Attraverso l’iscrizione al servizio, sarà poi possibile postare una o più recensioni dei propri libri preferiti, sui cui si riceverà un feedback personalizzato. Le recensioni complete e meritevoli saranno premiate rendendole visibili alla community, attraverso il bollettino del libro giovani, la newsletter mensile di Licosia per i più giovani. Le migliori recensioni saranno premiate nel corso di una manifestazione che si terrà ogni primavere

-“la mia letteratura“: sarà possibile, al termine della fruizione dei corsi a distanza, inviare dei testi in prosa, di carattere narrativo (come ad esempio brevi racconti) e della lunghezza massima di 5000 battute; su di essi si riceverà un feedback personalizzato costituito da un breve commento sulla qualità del testo e da spunti per  il miglioramento. I testi meritevoli saranno pubblicati sul sito di Stroncature e inviati agli iscritti alla newsletter.

Le attività e le interazioni raggiunte mediante la condivisione dei testi e delle recensioni attraverso la community e  il bollettino avranno, se di interesse per i partecipanti, un carattere non estemporaneo ma continuativo nel tempo.

Gli autori di LICOSIA sono poi disponibili ad organizzare:

-incontri o cicli di incontri in aula sui temi sopra esposti, aventi un carattere informativo, divulgativo o seminariale.

-attività mirate e progettate ad hoc sui temi della scrittura e dell’invito alla lettura, o su specifici tematiche letterarie.

-incontri con l’autore, volti ad approfondire, dala viva voce degli scrittori, temi connessi alla scrittura di un’opera letteraria

 

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A momentary lapse of …vision?

 vasi comunicanti

What exactly today “assessing the landscape” means?

For every landscape there is a (sometimes hidden) firm’s inscape.

Firm’s perception of the environment affects stakeholders and the external ecosystem as firm models the landscape to match its inner vision.

Inscape represents a cluster of different but complementary concepts such as: company’s culture, it’s peculiar organization, its myths and legends, but also groups policies, procedures, the engine able to produce and keep company’s uniqueness.

Landscape groups the concepts of interest, stakeholder, pressure, competition, opportunity, unknown.

Inscape is instead about having roots, origin, thoughts, feelings, deep knowledge, sometimes places art and aesthetics.

vasi comunicanti 2

But where inscape ends? Where instead landscape begins?

There’s no end in reality, if a company works.

In biology, homeostasis is the state of steady internal physical and chemical conditions maintained by living systems.

This dynamic state of equilibrium applies for firms too. The conditions of optimal functioning for the organism and includes many variables, such as body temperature and fluid balance, being kept within certain pre-set limits. Each of these variables is controlled by one or more regulators or homeostatic mechanisms, which together maintain life.

So between the inscape of a well -functioning firm and its landscape there should be the same relationship we may find among communicating vessels.

In facts, communicating vessels are an inspiring metaphor for understanding the functional link between the aspiration and the goals that a firm is trying to set and realize in the landscape, and the limits and constraints of its inscape. One aspect cannot be separated from the other.

The principle of communicating vessels states that the liquid contained in two containers communicating with each other (no matter how different they are) is, in normal conditions, at the same level.  So the way a company acts in its inscape is immediately reflecting on the landscape, and the other way around like in a mirror tunnel.

From this assumption two consequences are deriving:  a healthy company is one able to keep a dynamic equilibrium between landscape and inscape, no matter its size, no matter how big the landscape may be.

Second, there’s no place for compartmentalization of strategic thoughts: if firm’s action is not about “we, if inscape and landscape are just seen as watertight compartments, that would certainly represent a huge problem. Hopefully, this could represent for some companies just a momentary lapse of vision.

Future is about staying in balance and connecting with creativity and culture both inside and outside of firm’s borders through interaction and not with an on demand and intermittent (and sometimes one -way) communication.

 

 

 

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Between Scylla and Charybdis: finance generating (only) other finance.

scilla e cariddi

It’s time for some clear statement about future investments and, above all, about the picture of the future startupper/entrepreneur we want to deal with.

Scylla and Charybdis were mythical sea monsters noted by Homer. Sited on the opposite sides of the Strait of Messina between Sicily and the Italian mainland, they were regarded as maritime hazards. Scylla was on the Italian side of the strait and Charybdis was a whirlpool off the coast of Sicily. Trying to avoid Charybdis meant passing too close to Scylla and vice versa.

At the moment, starting up is synonymous of innovation, enthusiasm and risk.

Well, this point of view is seriously endangered by two factors, two major risks surrounding startups.

With Uber shares sinking more than 15 percent below the stock’s initial price, in an article recently published in the NY Times the author hoped that the possible flop of UBER’s listing could represent an epitaph or at least a global warning for supporters of the “winner – take-all” venture capital style model. This distortive investment model, instead of focusing on finding good investment opportunities, aims to create an exclusive “super-unicorns club” (the unicorn is a startup company with an estimated value around 1 billion). This means that VC should only look for companies to be funded with checks between 500 million and 5 billion dollars, basically on the basis of some generic promises of future earnings.

Mainly we are talking about some self-fulfilling prophecies, where, by investing huge amounts in startups regardless of their economic results, many other investors are pushed to do the same. At the same time, these companies, including Uber, are given the opportunity to implement the strategy that was already Amazon’s one, such as benefiting their consumers with very affordable rates and products, simply because, thanks to the enormous funding received, their pockets are deeper than others. Being part of the club then allows this unicorn to do business, on paper very advantageous, with other companies like them, incidentally belonging to the same club.

In other words, we are definitely facing finance that generates finance, without many ties to the real economy and even less with innovation that should instead characterize startups.

This, in addition to diverting capital from really promising startups, and that’s too bad, would also send some wrong and distortive message to young entrepreneurs, something like “it is much better to be a showman than a entrepreneur“, and that’s even worse. a fundamental disconnect between public and private valuations. Not to mention the risks of domino effect an of massive loss of money that this huge disconnect between public and private valuations represents.

In other words finance that generates other finance

So much for factor nr.1

tra il martello e l'incudine

What about factor nr. 2?

Initial Coin Offerings (ICOs) have gained a lot of attention over the past months as an ideal crowdfunding solution but the floor fell out due to the lack of proper regulation putting the investor at risk that also paved the way for fraud. This represented a major economic loss for focusing for investors focusing on blockchain and cryptocurrency-related opportunities.

Despite this major problem, somebody say there is a new turning point, able to represent in a few years a real tsunami for crowfunding and, in general, for venture capitalist. This solution is called STO (security token offering). An STO is a token offering that is similar to an ICO but its main difference is that STOs are regulated, because whereas ICO tokens are sold just on the promise of future utility, security tokens are instead bought for the explicit purpose of making a return on investment.

And here is the new magic spell: tokenization of venture capital. It seems fantastic: in the end tokenization of VC portfolios happens on the blockchain, which offers some additional layer of security, investors can be safer and much more because you are going to invest on tokenized VC portfolio, which means security of investment through diversification, traceability of investments through the blockchain. And on this way, somebody says, we can solve the problems VC are facing: the way-out on their investments, and most of all, the lack of liquidity due to the relatively small percentage of their financed startups having a consistent market success.

Yes, fine, but in future we also would like to have real companies and not with zombies just kept alive with the help of finance.

If you look at pitching material of such tokenization platforms, their mantra is always the same: distributing risk, making the VC job looking like another widespread investment product. But what has this to do with financing “the bold and the brave” startupper? Not much.

Again, the impression is that we are dealing with finance generating other finance

Hope that VC will continue to play “traditionally” their fundamental role on the industrial system, certainly using also the opportunities deriving from technology and evolution of financial world, but always staying grounded on having with their choices an impact on  “real” economy. And good luck to all startuppers having, in addition to their heavy tasks, to navigate between such two hazards, being therefore between a rock and a hard place.

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Corporate diplomacy: yet another (and not useful) attempt to label something that in facts companies don’t need.

corporate diplomacy

The business of writing books and papers about the subject labelled as “Corporate Diplomacy” is growing. Mainly they consist in a collection of generic and sometimes chaotic indications in order to grasp the new role that brands should play facing the challenges of changes, sometimes defined as catastrophic, imposed by globalization.

The standard topic is that companies, of every order and size, cannot avoid confronting themselves with international diplomacy and that they must take a sort of diplomatic standing in the social, environmental, and even political fields. In short, corporate diplomacy is exalted as a sort of cure-all for the social and environmental issues of the world, a breath of fresh air able to revitalize the archaic and inefficient diplomacy of the national states.

The general impression that is derived from the reading of such articles/books is that one is faced with the usual crude and repetitive ritual aimed, from time to time, at repainting/refreshing the conceptual facade of the strategic management “building” of a different color without however proposing any consistent or structural change or even suggesting new ideas.  It looks like corporate diplomacy is no more that some intriguing words, highlighting their uncertain conceptual consistency.

And yet there would be a need for new ideas, certainly, especially in the case of of the imminent and unspecified “cultural apocalypses” that await us.

Instead the well-known cases sometimes highlighted as examples of good/bed application of corporate diplomacy, and that concern f.i.companies like Starbucks, Dolce and Gabbana (f.i. the China-issue) etc, narrate situations of corporates in troubles with relationship with some of their stakeholders where in all probability it would have been much better to leverage existing categories, rather than blurring the minds of managers any further.

What indeed would differentiate the so called corporate diplomacy from the already existing (and still little used/adopted by so many companies) corporate social responsibility?

In this field, yes, there would be a need of some choral international action, aimed at defining some truly pervasive standards, unitary and in some cases even mandatory, of “non-financial reporting”, thanks to which the social/environmental balance sheets of companies could be improved, clearer, comparable and communicable outside. But this requires a real and sometimes unpopular commitment, as we know, where the effort lies not in imposing the “thinking of the brand” but to deeply discuss ethical problems and environmental issues with a common global approach between companies belonging to different geopolitical and social contexts, and with non-homogeneous and sometimes conflicting values and cultural paradigms.

The same is true for the evanescent proposed difference between corporate “diplomacy” and the already existing (and effective) techniques and themes of lobbying and public affairs, that can rely on a much more consistent and scientific framework, from all points of view, both practical and theoretical.

What need is there for other concepts?

corporare diplomacy 2

The behaviour of a company in a crisis situation is, or should be, regulated by communication techniques, crisis management and business continuity management: that these techniques and processes are currently well known and / or well applied by all companies is certainly an issue, but there is no particular need for adopting new categories.

On the other hand, there is a slight taste of ethical relativism that blows through the pages dedicated to corporate diplomacy.

Assumptions like:

  • Facts are no longer relevant, the paradigm of objective reality is over”: according to this vision, the pure verifiable facts count less than nothing, the only important thing is the prompt and sometimes opportunistic interpretation that company gives, leveraging stakeholder feelings not necessarily their rationality. What about the effort, this is what would be nowadays of even greater help and socio-cultural value, that some great companies of the past did to provide education, cultural preparation and argumentative skills to the communities with which they interacted? Nowadays the problem is to provide interpretative keys and reliable “certified” information sources based on facts, to foster people’s ability to build their own ideas and point of view, not the opposite.
  • Let’s move from stakeholder engagement to issue management“. That means in facts that instead of (wisely) paying attention to their stakeholders, of any kind, companies should now just “focus on those issues aimed to cause the greatest influence and impact on the business of the company itself “. It sounds a bit like providing companies with the perfect boy scout camping recipe, such as:

 a) concentrate (temporarily) on an issue (whatever you want, as long as it sounds interesting and it suits the business and is connected to your mission;

 ​b) influence on the same theme as much people you can on the globe regardless of the consistence of facts, but only on the basis of consumer’s emotionality, experience and perception: stakeholders, according to this vision, in the end do not exist, there is only a global audience there at firm’s disposal to be passively influenced by its communication techniques

c)when you have finished/you are satisfied with the results leave the topic and move on to something else.

This is probably the perfect recipe for a disaster.

Hopefully, companies would need just the opposite, f.i. studies and ideas aimed at characterizing organizations on the basis of a long-term, sustainable and consistent value system, deeply connected with real social and environmental needs of their communities and on a solid stakeholder dialogue.

This dialogue, as the principles of social responsibility clearly indicate, should always begin and end with people, however aggregated/represented.

This means that stakeholder should always come first and not the problems, as those are always defined in close relationship with the necessities/priorities and values of the former ones.