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La Festa della Scuola Ascoli 1-3 Settembre

“La Festa della Scuola”

(Ascoli Piceno, dal 1° al 3 settembre 2021)

“La Scuola Secondo me”. Potrebbe essere il titolo di un libro, ed esprime nei fatti un desiderio recondito, un sogno, un obiettivo spesso coltivato da chi vive la scuola. Nasce da questa semplice frase “La festa della Scuola”, un evento culturale organizzato dal professor Massimo Arcangeli, docente ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari e responsabile dell’associazione La Parola che non Muore, in collaborazione con l’associazione La Voce della Scuola del prof. Diego Palma.

La Festa della Scuola, aperta alla partecipazione di tutti e di cui è in preparazione il sito (www.lafestadellascuola.it), si terrà il 1°, il 2, il 3 settembre 2021 ad Ascoli Piceno.

I temi al centro della manifestazione: precariato; docenti “ingabbiati”; trasparenza, sicurezza, programmazione e dispersione scolastica.

C’è sempre una venatura eroica, e al tempo stesso un po’ malinconica, nei discorsi degli insegnanti, come di chi abbia sperimentato tante volte il fallimento di un’idea inseguita per un’intera vita senza riuscire mai a realizzarla: insegnare. Se in anni di grandi trasformazioni, più subite che condivise, non sono mancati i richiami alla mobilitazione e alla protesta, e poi le manifestazioni, gli scioperi, gli appelli del ceto intellettuale (di cui anche gli insegnanti dovrebbero essere parte) in difesa dell’istruzione e della scuola, i vari appelli sono purtroppo caduti ogni volta nel vuoto anche per l’impotenza di una categoria delusa, divisa, demotivata, inascoltata e, spesso, rassegnata alla sconfitta.            

Una soluzione a tutto questo è però stata sempre a portata di mano, davanti ai nostri occhi. Anziché alimentare le divisioni è necessario unirsi e allearsi con chi abbia veramente a cuore la scuola, per rompere definitivamente il suo isolamento. Piuttosto che nasconderci la verità, come troppe volte è accaduto, è necessario far conoscere anche all’esterno ciò che succede nelle nostre scuole. Solo così si può pensare di raggiungere una piena consapevolezza di sé e di proiettarla in un disegno, in una visione del futuro. Per questo, e per tanti altri motivi, vi chiediamo di partecipare alla Festa della Scuola. Sarà una preziosa occasione per poterci conoscere, per poterci confrontare, per poter immaginare e progettare insieme la scuola di domani. All’evento prenderanno parte docenti, studenti, famiglie, gruppi di coordinamento e associazioni di categoria, sindacati, giornalisti e rappresentanti della politica.

Il nostro principale obiettivo, perché la scuola esca dal suo isolamento, è di progettare lascuola di domani partendo dai problemi del presente, di lavorare tutti insieme per la ricostruzione di un sistema scolastico che valorizzi il lavoro degli insegnanti, che ne riconosca e ne salvaguardi la professionalità, che metta in primo piano i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Una scuola unilaterale, separata dalle vite dei giovani, ne favorisce la dispersione; una scuolache coinvolga attivamente gli studenti al fine di contribuire a migliorarla li richiama invece a sé, e quegli studenti così non si perderanno (né oggi, a scuola; né domani, all’università o nel mondo del lavoro). Solo così si può puntare seriamente a una scuola che, anziché essere considerata un costo, possa rappresentare per lo Stato italiano, come per qualunque nazione abbia a cuore l’istruzione, la formazione e l’educazione alla cittadinanza, il suo più grande investimento. Una scuola che riparta dalla cultura, il vero capitale da tutelare e incrementare

Con preghiera di pubblicazione e diffusione.

Per info e contatti:

 Ufficio stampa:

Massimiliano Bellavista
tel. 335 6148685, e-mail: bellmaxi@tin.it

www.thenakedpitcher.com

Organizzazione:

Prof. Massimo Arcangeli, per La Parola che non Muore

Cell. 3473420905 – mail: maxarcangeli@tin.it

Prof. Diego Palma, per La Voce della Scuola

Cell. 3209326963 – mail: redazione@lavocedellascuolalive.it

LA VOCE DELLA SCUOLA – LIVE SOCIAL

Sito web: https://www.lavocedellascuolalive.it Facebook: https://www.facebook.com/vocedellascuola

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Laboratorio vie brevi: la classifica finale dei brevi

https://www.italiabookfestival.it/fiera-del-libro/palco

TERZO POSTO

Fuori dall’ombra di Laura Tarchetti

È inutile cercare responsabilità da caricare su qualcosa o su qualcuno. A volte le vite vanno semplicemente come devono andare. Alla mia è successo così. Non sopporto chi mi dice: “se avessi fatto”, “se avessi scelto” o peggio: “avresti dovuto”. Molti anni fa, mi è capitata una strada e l’ho percorsa con i mezzi a mia disposizione. Per proteggermi ho eretto muri e scavato fossati, circondandoli di rovi spinosi. Ho chiuso ermeticamente la porta e anche, il più possibile, la bocca. Gli occhi, non è stato necessario. Sono fortunata, faccio per mestiere quello che mi più amo: gioco a scacchi. Chi critica la mia solitudine, il buio delle mie stanze, le mie giornate silenziose, può dirsi altrettanto soddisfatto di sé? Sicuri che la felicità faccia rumore? Che debba brillare sfacciata sotto il sole?

Quando, come oggi, abbandono per lavoro i luoghi a me familiari, scivolo nel mondo magico delle partite, dove mi sento altrettanto a mio agio. Devo tenere al sicuro il mio Re, magari capiterà di incontrarlo ancora. Sono perfettamente concentrata.

Ma un rumore di passi, ora, fa scricchiolare la mia quiete, incrinandola pericolosamente.

Decido veloce, alfiere in D4, scacco. Fermo il cronometro, devo fare una pausa. Prendo il bastone e mi alzo, allontanandomi dalla scacchiera.

La crepa si allarga. Due parole, le sue, e il silenzio si spezza.

  • Ciao, Anna.

Una lama di luce irrompe attraverso la breccia, si rovescia nella sala e mi avvolge in un calore dimenticato, splendente.

Sono cieca, è vero. Ma io, comunque, vedo.

SECONDO POSTO

SOTTO I RIFLETTORI di Andrea Mariani

La sagoma di Anne Binoche emerse dal fondo del palcoscenico un tratto alla volta. Si fermò a un metro dal proscenio, abbozzò un sorriso che tanto ricordava una ferita aperta e sollevò un braccio scheletrito tirando la manica del costume di scena.

“Sotto i riflettori, ho sempre finto di essere una donna forte, brillante, dalla battuta pronta.” Si sfiorò l’ovale quasi a volersi liberare di una maschera immaginaria. “E ora sono qui per mostrarvi il buio che si nasconde dietro l’attrice che tutti conoscono.” La voce le s’incrinò e le spalle ondeggiarono quasi sferzate da un colpo di vento. “Se mi guardo indietro, vedo una ragazzina travolta troppo presto dalla celebrità; una ventenne anoressica dipendente dall’anfetamina; una trentenne con manie suicida; una quarantenne dedita all’alcol e, infine, una cinquantenne che si guarda allo specchio e si riconosce a stento…”

Le luci del teatro si accesero d’improvviso, scontornando la seduta delle poltrone e le modanature del loggione. L’attrice sbatté le palpebre, si guardò intorno e le parole le morirono in gola.

Il tecnico del suono le si avvicinò, le sistemò il piccolo microfono nascosto sotto l’orlo della scollatura e se ne tornò dietro le quinte.

La voce del regista rimbombò un attimo dopo.

“Anne, ci prendiamo cinque minuti di pausa. Poi ripassiamo le battute. Attieniti al copione ed evita d’improvvisare. Tra due ore vai in scena e gli spettatori vogliono vedere l’attrice sotto i riflettori, non una donna che si piange addosso; quella lasciala nel camerino, possibilmente al buio.”

PRIMO POSTO

LA LUCE di Roberta Grugni

Le mie amiche hanno detto che sarà un viaggio spettacolare. Non so dove l’hanno sentito dire, nessuno è mai tornato da laggiù. Ma tra otto minuti lo scoprirò.

Sono un po’ emozionata, mi dispiace lasciare casa, ormai mi ero abituata a fluttuare sulle onde del nostro lucente padre. Ma è da tempo che è irrequieto e ha deciso di mandar via tante di noi. Forse ormai siamo troppo vecchie e dobbiamo far spazio alle più giovani.

Così prendo un bel respiro, deglutisco, chiudo gli occhi e parto. 300.000 chilometri al secondo potrebbero far vomitare chiunque, ma non me, anzi io mi diverto. È come salire in giostra, una volta partiti, non vorresti mai scendere.

E allora via! Il buio dello spazio mi avvolge, non è bello stare qui fuori, c’è troppo silenzio. Ma è questione di un attimo e all’orizzonte già vedo la mia meta. Wow! Avevano ragione le mie amiche: è blu! Mi fiondo a capofitto ed entro nella sua atmosfera. E anche se il blu, sopra e sotto, è il colore dominante, c’è anche tanto verde, e qua e là del rosso, del giallo. Sono macchie irregolari e invitanti. Ma io non ho il controllo della mia direzione; vorrei andare verso quell’azzurro che si muove in onde cadenzate, e invece finisco dritta dritta verso una macchia scura, grigia, fumosa. Una macchia triste da cui si levano lamenti. Cado in uno stretto vicolo, un coacervo di finestre, sporcizia, puzza, dove quelli come me faticano a entrare e sembrano malaccetti. Poi vedo una minuscola creatura con i pantaloni rotti che alza il viso al cielo e mi sorride. E capisco di essere finita nel posto giusto.

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Parte Italia book Festival ,7-9 Maggio siamo in ballo…

Venerdi 7 maggio

In grassetto gli appuntamenti che mi riguardano più da vicino

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Diastema Edizioni

ore 15,30 Presentazione di Incipit 23 Cafè

ore 16,00 Incontro con l’Editore – Levania Edizioni

ore 16,30 Incontro con  Leonardo Taiuti e Massimiliano Innocenti di Bookdealer i tuoi librai a domicilio

ore 17,00 Incontro con l’Editore – ErreKappa Edizioni

ore 17,30 Marco Tarozzi, giornalista, presenta il libro “L’oro di Ondina, il primo trionfo di un’italiana alle Olimpiadi” (Minerva Edizioni). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 18,00 Incontro con l’Editore – Pandilettere Edizioni

ore 18,30 Semifinale 1 di SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 19,00 Semifinale 2 di SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 19,30 Incontro con Gianni Bugno,  A trent’anni dai suoi più grandi successi, Bugno si racconta nella sua prima autobiografia “Per non cadere. La mia vita in equilibrio (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 20,30 Incontro con l’Editore – Atile Edizioni

ore 21,00 Incontro con Franco D’Aniello, musicista e fra i fondatori dei Modena Cty Ramblers autore del libro “E alla meta arriviamo cantando” (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

Sabato 8 maggio

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Baglieri Editrice

ore 15,30 Marta Bolognesi presenta il libro “Il cangiante mondo di Elia” (Nepturanus Edizioni)

ore 16,00 Pierfranco Bianchetti presenta il suo libro “L’altra metà del pianeta cinema” (Aiep Edizioni). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 16,30 Incontro con l’Editore – Fiori d’Asia Edizioni

ore 17,00 Incontro con Enrico Quaglia – Libri da asporto

ore 17,30 Incontro con l’Editore – Nep Edizioni

ore 18,00 Incontro con Daniela Mena, direttrice della Microeditoria di Chiari

ore 18,30 Reading light show con lo scrittore Filippo Nibbi, il giornalista Francesco Ricci e il professore Massimiliano Bellavista

ore 19,00 Incontro con l’editore – Mimep Docete Edizioni

ore 19,30 FInale prima parte SCRIPTOR – Talent show letterario

ore 21,00 “Emilia nera – tra Aurora e la scrittura”. Incontro con la scrittrice Barbara Baraldi. Dialoga con la scrittrice Simone Metalli 

Domenica 9 maggio

ore 11,00 Stefano Cavina presenta il libro “Marte e le origini della vita (Aiep Editore). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini.

ore 12 Incontro con l’Editore – Pagine in progress

ore 15,00 Incontro con l’Editore – Gruppo Il Viandante Chiaredizioni

ore 15,30 Fiori Picco presenta la “Trilogia del Guangdong – tre raccolte di narrativa, poesia e saggistica di autori cinesi contemporanei” (Fiori d’Asia Editore). Dialoga con l’editrice il giornalista Stefano Zanerini

ore 16,00 Incontro con l’Editore – AltrEdizioni

ore 16,30 Francesco Barone presenta il libro “I musulmani dell’Italia medievale” (Officina di Studi Medievali Editore). Dialoga con lo scrittore il giornalista Stefano Zanerini

ore 17,00 Lettura Day – Incontro con  Annarita Corrado  – Adei associazione degli editori indipendenti

ore 17,30 Incontro con l’Editore – Puntidiivista Edizioni

ore 18,00 Premiazione racconti “Le vie brevi – luce” con il professore Massimiliano Bellavista

ore 18,30 Incontro con l’Editore – Tomolo Edigiò Edizioni

0re 19,00 Incontro con la scrittrice Federica Bosco. Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 19,30 Andrea Bertolini presenta i suoi libri “Viaggio nella gnosi”, “Manuale di quarta via” e “Universo simbolico dei tarocchi” (Bastogi Libri Edizioni). Dialoga con l’autore il giornalista Stefano Zanerini.

ore 20,00 Incontro con Andrea Mingardi, cantante e scrittore. Presentazione del suo nuovo libro “Dopo l’uragano” (Edizioni Cidem). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

ore 21,00 Incontro con Simone Cristicchi, cantante e scrittore. Presentazione del suo nuovo libro “Happy Next – alla ricerca della felicità (La Nave di Teseo). Dialoga con l’ospite il giornalista Stefano Zanerini

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Un libro interessante e fuori dagli schemi

Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 164, maggio 2021

Un articolato omaggio
di Mario Segni al padre

di Massimiliano Bellavista
Da Rubbettino un volume che getta nuova luce
su un’epoca grigia, destinato a far discutere

C’è stato il tintinnar di sciabole di Nenni e poi il tintinnar manette di Scalfaro. Siamo senza dubbio un paese dove i tintinnaboli di antica memoria sono ancora vivi e vitali e continuano a risuonare nella testa dei nostri politici.
Illo tempore servivano a scopi varî. Talora erano considerati come strumenti musicali, ma spesso venivano semplicemente usati per dare il segnale della chiusura o dell’apertura di edifici di interesse pubblico. Soprattutto era proprio col suono del tintinnabulum che il nuntius indicava, come più tardi nella religione cristiana, il momento del sacrificio. Nel contesto degli anni Sessanta e poi anche oltre, l’evocazione del tintinnio diviene sinonimo di rivelazione di una presunta oscura minaccia fondata sul possibile uso della violenza, sulla percepita imminente violazione intenzionale, da parte di non si sa chi, dei diritti e dei limiti dei poteri su cui questa Repubblica è ancora fondata. E il sacrificio reale seguito al presunto tintinnabolo cui si accennava è stato in Italia quello del capro espiatorio di turno, quello insomma in cui iniettare tutti i veleni di un’epoca per poi farlo affondare nell’assurdo, moralmente e spesso anche fisicamente.
Ma uno Stato serio non può mica fondarsi sui campanelli, se non vuole diventare il paese dei tintinnaboli, e per uscire da ogni ambiguità deve o dovrebbe discutere di fatti concreti, storicamente fondati.
Pare questa la miglior sintesi del tema e dell’obiettivo del libro di Mario Segni, Il colpo di Stato del 1964 – La madre di tutte le fake news (Rubbettino editore, pp. 180, € 13,00). Un libro appassionato, sicuramente, ma anche obiettivo, equilibrato nei giudizi e di grande interesse.
Certo, come sottolineato da Agostino Giovagnoli nella sua ottima introduzione «Figlio dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni, è in qualche modo parte in causa e non lo nasconde affatto. È evidente ed esplicita la preoccupazione di tutelare la memoria di suo padre e di rendergli ciò che gli spetta, in primo luogo il riconoscimento della sua rettitudine morale prima ancora che il ricordo della sua figura di democratico e antifascista. Un proposito che non è solo legittimo, ma anche utile per la ricerca della verità: qui Mario Segni riporta, infatti, un’ampia serie di fatti, documenti e argomenti di grande importanza per fare chiarezza». Il seguito del volume sembra dargli ragione su tutta la linea. In un paese culturalmente provinciale, politicamente comunale e per tutto il resto ancora legato agli interessi di quartiere o alle beghe di condominio è proprio questo che manca, un confronto serio e fondato riguardo a un’epoca grigia, condotto da più punti di vista, almeno quelli ancora disponibili. Un’epoca, quella della crisi del 1964, destinata probabilmente a rimanere tale, cioè grigia, oscura, vista la dipartita di tanti testimoni diretti e l’istituzionale e sistematica reticenza di molte parti in causa, nazionali e soprattutto internazionali. Invece questo confronto franco e costruttivo latita, lo vediamo in questi giorni, a libro non ancora uscito, con il susseguirsi di prese di posizione sui più diffusi quotidiani. E intanto quei fatti importantissimi, forieri di ampie e gravi implicazioni storiche per la Penisola, rimangono appannaggio di un pubblico di iniziati, non vengono spiegati se non propinando vulgate rituali e coinvolgono i giovani nelle scuole e università più o meno quanto le guerre puniche.

Tirare in ballo per la storia italiana recente il concetto di fake news
Abbiamo detto che il libro è un’ampia e originale disamina dei fatti della crisi apertasi nel torrido giugno 1964. La crisi del governo Moro, l’ostilità di Segni alla politica di collaborazione Dc-Psi, i profondi imbarazzi a destra e a sinistra per opposti ma coincidenti motivi, le difficoltà dell’Italia in politica economica. E un presidente che si trova stretto in una morsa che a tratti pare senza via di uscita e che lo scuote non solo politicamente, ma anche fisicamente, psicologicamente, con le ben note nefaste conseguenze che questo avrà a breve sulla sua salute. Prosegue il libro di Segni: «Premesse importanti in questo senso erano già state poste dall’esito delle elezioni del 1963, pesantemente negative per il centro-sinistra, e successivamente la “congiuntura economica” dette una spinta decisiva per il cambiamento. Alla svolta del luglio 1964, in altre parole, concorsero processi e forze ben più potenti delle azioni di qualche militare. Il tema vero di quella crisi fu soprattutto un altro: la continuazione o meno della collaborazione di governo tra democristiani e socialisti, per impedire la quale si attivò anche Antonio Segni. Come altri, infatti, il Presidente della Repubblica era convinto che, con la loro politica economica, i socialisti indebolissero la struttura economica del Paese e minacciassero di portarlo fuori dall’Occidente. Che cioè aprissero la strada al pericolo comunista. Ritenne perciò suo dovere prendere posizione contro il centro-sinistra per difendere gli interessi supremi dell’Italia. Del resto, Segni era stato eletto Presidente della Repubblica, anche per volontà di Moro, proprio perché presidiasse la collocazione atlantica e occidentale del Paese».
Il volume, in uno stile piano e posato ma molto chiaro, ripercorre un periodo colmo di sfumature e ambiguità (si direbbe una infinita scala di tonalità grigie) con una sola pretesa, che però anima tutte le pagine, ovvero quella di richiamare tutti all’obiettività e all’immedesimazione nel modo di pensare e nelle logiche dell’epoca, perché è fin troppo facile giudicare ex post, vestiti con gli abiti del poi. Per fare questo, Segni parte da basi semplici e incontrovertibili, pubblicando lettere e documenti di notevole interesse, documenti che sono stati ritrovati di recente, ancora in fase di riordino e che saranno poi a disposizione all’interno dell’Archivio Antonio Segni.
A tutto questo si accompagna, provocatoriamente, l’uso del termine fake news. Termine che, certamente, fa alzare il sopracciglio a molti che hanno vissuto la compostezza e la solennità della comunicazione giornalistica di quegli anni, ma che tuttavia non è uno slogan inventato per aumentare le tirature e anzi è strutturalmente legato a ogni pagina, a ogni considerazione contenuta nel libro. Insomma, una volta letto il volume non si può fare a meno di pensare che abbia ragione Giovagnoli quando dice che «Molte opinioni diffuse sul “golpe” del 1964 prescindono sic et simpliciter dalla verità dei fatti perché si sono formate e consolidate sulla base di motivazioni politico-ideologiche impermeabili alle verifiche fattuali. Non accade solo per le vicende del luglio 1964, ma questo caso è particolarmente emblematico». Fake news insomma.
In effetti è così, e il libro lo dimostra in modo disarmante. La vicenda del piano Solo ha inizio il 10 maggio del 1967. L’intera prima pagina de L’Espresso è occupata dal titolo a caratteri cubitali: 14 luglio 1964 – Complotto al Quirinale. E sotto, a caratteri ancora più estesi, Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato. Nel novembre di quello stesso anno si apre un processo e tutta la storia, ricostruita in modo puntuale nei capitoli che si susseguono, ha un esito singolare: l’indagine giudiziaria smentisce i giornalisti su tutta la linea, ma le fake news hanno invece l’esito opposto, conquistano spazio e fuorviano menti. «Mentre l’indagine giudiziaria si conclude, come sappiamo, con una clamorosa sconfitta dei giornalisti de L’Espresso, l’orientamento della pubblica opinione si sposta gradualmente verso le tesi dell’accusa. Non esistevano sondaggi in quel periodo. Ma l’andamento della stampa, che al processo dedica spazi amplissimi, è indicativo. Molti dei giornali non pregiudizialmente schierati con una delle parti, cambiano sensibilmente opinione, e da un atteggiamento neutro e distaccato, passano a considerare fondate le affermazioni de L’Espresso». È del resto, quello, un periodo di inchieste aggressive e a tratti anche feroci, basti pesare allo scandalo Lockheed, l’azienda americana produttrice di aeroplani che rivelò nel 1976 a una commissione del Senato americano che aveva corrotto politici e funzionari di diversi paesi per spingerli a concederle importanti commesse. Tra questi paesi c’era anche l’Italia. Leone dovette dimettersi sotto gli attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito radicale e dal settimanale L’Espresso, salvo poi essere riabilitato come «capro espiatorio di un assetto di potere e di prepoteri, che così riuscì a eludere le sue atroci responsabilità relative al caso Moro, alla vicenda Lockheed, al degrado totale e definitivo di quanto pur ancora esisteva di Stato di diritto nel nostro Paese». Come si legge nella lettera di scuse di Marco Pannella ed Emma Bonino a Giovanni Leone in occasione del suo novantesimo compleanno.
In questo sta forse uno degli indubbi meriti dell’opera di Mario Segni, ovvero quello di obbligarci a investigare un’epoca ma soprattutto un distorto atteggiamento mentale, che anima ancora la nostra politica: le fonti sembrano secondarie, la verità storica anche, mentre l’interpretazione ideologica e distorta è tutto. Per far presa sull’opinione pubblica non conterebbe insomma la verità, ma come e quanto forte si è capaci di urlare una menzogna. Questa è un’epoca di perniciosa sfiducia nei mezzi del confronto culturale e dell’argomentazione fondata, dove ognuno ama rinchiudersi nella propria bolla comunicativa, fatta solo e soltanto di altri individui che la pensano allo stesso modo. Provate se volete in questo senso a vedere cosa riporta Wikipedia alla voce “Piano Solo”. Un libro che si proponga di coltivare il dubbio di fronte a interpretazioni monocordi (si vedano a questo proposito le pagine del libro che smontano la famosa storia sulle ragioni dell’ictus che colpì Segni impedendogli l’esercizio delle funzioni presidenziali il 7 agosto 1964) è già per questo solo fatto meritevole di lettura.

La testimonianza e il dovere di un figlio
Ma il libro ha anche un’altra valenza. È il generoso e costruttivo atto di riabilitazione, prima di tutto morale, di un figlio verso il padre. Prendendo a prestito, visto che se è parlato a più riprese, un termine caro alle vicende giudiziarie, si potrebbe dire che si tratti di un atto dovuto. A lungo meditato, di certo non improvvisato (lo si intuisce subito sfogliando le pagine del volume) e come anticipato forse anche necessario. Ora, è singolare e sintomatico del livello attuale del dibattito politico nel paese, che anche questo atto sia oggetto di ironia e di inconcludente ridicolizzazione, invece che di apprezzamento o perlomeno di rispetto. È successo di recente sulle colonne di Repubblica, dove lo storico Miguel Gotor ha parlato commentando il libro di «una testimonianza interessante, riprova di un tenerissimo amore filiale di cui sarebbe sbagliato non tenere conto in un Paese pieno di buoni sentimenti come il nostro». Una delegittimazione che appare certamente eccessiva anche se, in effetti, qualche passaggio appare più rispondente al desiderio di un figlio di difendere la memoria del padre che all’onere di raccontare momenti così delicati della Storia italiana.
Con il presente volume Mario Segni segna anche un altro punto a suo favore, quello di richiamare alla sensibilità del lettore come sia importante rileggere con attenzione il passato. Attraverso un’approfondita analisi anche semantica e filosofica di questo “periodo di mezzo” post Scelba e Tambroni, egli sa mettere in luce quei comportamenti, quei linguaggi e quelle scelte che, spesso anche oltre la volontà e la consapevolezza di chi li mise in atto, posero le basi della strategia della tensione. Una semina di terrore che proprio in quegli anni trovò il terreno ideale dove mettere radici.
Non resta al lettore che trarre le sue personali conclusioni e forse cogliere l’invito che Segni fa concludendo il volume: «La Repubblica ha quindi una storia di cui possiamo andare fieri, non dobbiamo vergognarci. Il Partito comunista non ha avuto la forza di rivedere gli errori e le tragedie della sua storia. È un peccato, perché al grande merito di essere approdato alle rive della democrazia, pur partendo da tanto lontano, e anzi di avere contribuito moltissimo a salvarla nel periodo più pericoloso del terrorismo, avrebbe aggiunto quello della sconfessione degli errori del passato, e avrebbe dato un grande credito alla nuova sinistra, e a tutta la classe politica nel suo complesso. Ma ormai anche quella storia è finita. E forse adesso è più facile per tutti guardare indietro con serenità».
Sapremo farlo, o tentennando ci limiteremo al tintinnio?

Massimiliano Bellavista

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 164, maggio 2021)

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In memoria di Wopke Kleinhoek, lo scienziato che sapeva quando tacere

Quando si dice che la matematica è o dovrebbe essere più al centro dei nostri programmi scolastici si dice una grande verità. Per le giovani generazioni, la cultura matematica e scientifica è tutto. Lo dimostra in questi ultimi anni, ad esempio il ruolo dei ricercatori, dei virologi e degli epidemiologici divenuti autentiche star e personalità di riferimento a livello sociale. Proprio oggi 26-04-2021 si festeggiano i dieci anni dalla scomparsa del matematico macedone naturalizzato olandese Wopke Kleinhoek, probabilmente il più grande esponente del suo campo negli ultimi trent’anni.

Il nome forse non vi dirà molto ma non c’è matematico, anche di infimo livello, che non si sia confrontato con almeno una parte della sua sterminata produzione, che i suoi allievi (il famoso scienziato non scriveva e non pubblicava) ebbero cura di raccogliere, trascrivere dai suoi appunti ed editare pazientemente nei cinquantacinque volumi della fondamentale opera Monumenta.

Nato nel 1927 a Higrornick, un piccolo paese agricolo, figlio di un rigido e austero pastore protestante, il giovane Wopke fu ben presto avviato agli studi scientifici, viste le sue qualità del tutto eccezionali e la vivacità della sua intelligenza. Quando aveva otto anni, inventò un particolare orologio, che installò sulla locale torre campanaria, il quale era praticamente in grado di autoregolarsi e autolubrificarsi, nonchè di segnalare con particolari suoni e grande frastuono, di volta in volta diversi, ma anche con la più accurata precisione le fasi lunari, le eclissi, i passaggi di comete, gli eventi atmosferici particolarmente avversi alle colture e i cambi di stagione. Grande fu lo stupore della comunità e continuo l’afflusso di turisti e curiosi, che ad ogni ora del giorno e della notte si accampavano a centinaia in piazza per ascoltare le melodie dell’orologio, accompagnandole con festosi boati di ammirazione. A dieci anni inventò un parafulmine portatile per il bestiame con lo scopo di risolvere l’annoso problema di quei quattro o cinque capi che ad ogni stagione venivano uccisi da una scarica sui pascoli alti. Convinse gli allevatori del luogo a dotare tutto il bestiame del suo ritrovato, che chiamò il campanaccio di Kleinhoek, praticamente una cuffia in rame per bovini, ma un’estate metereologicamente molto instabile con molti temporali causò una moria di vacche a causa sia di reazioni allergiche al metallo che di terribili folgorazioni quale non si era mai vista a memoria d’uomo e consigliò l’istantanea rimozione del dispositivo. Successivamente si concentrò con incoraggianti risultati sulle tecniche di conservazione del formaggio fresco con l’arsenico e anche sulla geologia, elaborando un metodo per riportare in piena attività i vulcani spenti della zona che suscitò grande attenzione da parte dell’amministrazione regionale.  Da quel momento in poi un esponente dell’amministrazione lo affiancò quotidianamente nei suoi studi senza perderlo mai di vista.

Per l’undicesimo compleanno il suo primo professore di scienze gli regalò un trattato di oltre mille pagine che enucleava i problemi allora aperti nella matematica contemporanea, invitandolo, se ne avesse avuto il tempo, a tentare di risolverne almeno uno di sua scelta.  Dopo oltre un mese, visto che il giovane Wopke non accennava più al libro, l’insegnante gli domandò a che conclusioni fosse arrivato e se avesse risolto qualcuno di quei dilemmi. Lui per tutta risposta gli disse che li aveva risolti tutti la notte del suo compleanno, ma che ormai si era scordato tutte le soluzioni, tanto esse gli erano apparse ovvie e banali. Il professore, estasiato, lo segnalò piangendo al migliore liceo locale.  Quando partì per il liceo, c’erano tutti i suoi concittadini a salutarlo. Kleinhoek disse che parevano felici e sollevati che avesse avuto quella chance.  Per l’occasione il sindacò gli riconsegnò il suo orologio, ritenendolo troppo importante e avanzato per quella piccola comunità di pastori e agricoltori sempliciotti dalle abitudini banali e ripetitive, che desideravano fare vita ritirata e dormire la notte, invece che ascoltare i preziosi suggerimenti dell’orologio e le sue vivaci melodie con i turisti di tutto il mondo. Oltretutto i frequenti colpi di fucile di cui l’oggetto era stato in passato fatto segno da ignoti nemici del progresso scientifico, richiedevano una manutenzione costosa e continua che solo lo stesso Kleinhoek poteva garantire.

Kleinhoek ebbe una lunga e gloriosa carriera. Laureatosi con il massimo dei voti con una tesi così avanzata che il relatore, il celebre matematico Franz Dilbert, rinunciò a interpretarla dichiarandosene non all’altezza, cosa che suscitò grande emozione nell’ambiente accademico, emigrò in Olanda, dove conobbe in una birreria il ricco e celebre mercante di diamanti Oliver Ganzfalsch. Costui, affascinato dalla personalità del matematico, gli garantì una cattedra speciale a vita presso l’Università di Delft. Ganzfalsch dovette scontrarsi con le perplessità dell’ambiente scientifico, che generalmente giudicava l’approccio di Kleinhoek geniale ma criptico e troppo complesso, anche perché lo studioso non pubblicava mai i suoi risultati, né accettava di confrontarsi con i suoi colleghi, e si limitava ad annunciarli diffondendo delle note vergate di suo pugno in una grafia di difficile decifrazione (Kleinhoek vergava i suoi appunti su block notes formato A5 a quadretti, usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio). Ganzfalsch si disse certo che si trattava di difficoltà passeggere, in quanto lo studioso lavorava alla matematica del futuro, che non poteva essere compresa con chiarezza dai suoi contemporanei. La stampa infatti parlava di sovente degli studi di Kleinhoek come di una ‘matematica visionaria e profetica’. Kleinhoek accettò il posto offertogli da Ganzfalsch e dall’Università a condizione di non dovere insegnare, non dover mai pubblicare i suoi lavori e a patto che fosse costruito per lui un sottopassaggio che collegasse direttamente la cantina del suo appartamento con la portineria dell’Università. Kleinhoek soffriva infatti di gravi forme combinate di agorafobia, fotofobia, pluviofobia amaxofobia e fobia sociale. 

In effetti ebbe molti devoti discepoli, ma dettava loro i suoi appunti stando sempre in una stanza dei laboratori diversa dalla loro e, per quel che si sa, ebbe una sola relazione nella sua vita, con Nadja Dadusc, sua studentessa, per la cui intelligenza nutriva una stima sconfinata. Non vissero mai insieme, frequentandosi pochissimo anche dopo il matrimonio, perché lui abitava e passava le notti quasi sempre nei locali dell’università.  Si diceva che, ancora dopo dieci anni dal loro matrimonio, ogni volta che Wopke incontrava Nadja nei corridoi dell’università, si togliesse il cappello e le baciasse la mano per presentarsi, segno di un amore imperituro che resistette agli anni e alle difficoltà,

 Il suo contributo alla scienza è stato sconvolgente, grazie all’enorme modernità delle sue scoperte, combinate con un profondo senso dell’etica e dell’umiltà. Infatti Kleinhoek annunciava le sue scoperte, ma ne condivideva sempre il merito con i suoi allievi, cui magnanimamente lasciava il compito di formularle, testarle e comunicarle all’ambiente scientifico. Tali scoperte, stranamente, erano spesso assai distanti dai suoi studi e gli stessi allievi elogiavano il suo metodo, che puntava a renderli assolutamente autonomi. Tanto è vero che hanno spesso raccontato di aver avuto più volte l’impressione di esserci arrivati tutti da soli. Per questa sua capacità quasi maieutica, Kleinhoek viene spesso indicato come ‘Il Socrate della matematica’. Il suo motto preferito, che aveva trascritto in un cartello appeso alla porta del suo ufficio recitava: ‘Socrate supponeva di non sapere, io sono certo di non sapere un accidente. Quindi se entrate non chiedetemi niente’. Succedeva che molti si commovessero per questo esercizio di modestia, piangendo prima di entrare nel suo ufficio e continuando a piangere anche quando ne uscivano. E dire che la sua corporatura esile, e la sua faccia bianca e slavata, spesso inespressiva, non suggerivano affatto questa profondità spirituale.

I sui detrattori dicevano che in realtà era freddo e impassibile come un giocatore di poker. E che, essendo totalmente non empatico e anaffettivo ‘Kleinhoek era bravo a dissimulare le emozioni perchè in realtà non le provava affatto’. Ma questo francamente appare un travisamento della realtà.

I suoi studi si basano tutti sulla dimostrazione della congettura di Alphonse Le Chat che a sua volta si proponeva di risolvere il famoso e antico ‘dilemma dei felini’ di Casarini, un tipico problema di ordinamento dal caos. Tuttavia Le Chat non era mai arrivato ad una prova inappellabile. Il dilemma consiste in questo: dato un numero pari e costante di entità uguale a 44 si deve dimostrare che è sempre possibile ordinarle in una matrice di 6 file di 7 elementi ciascuno, con resto costante pari a 2. In pratica:

                                                                44 (G)F(6×7)=R(2)

Kleinhoek ricercò questa soluzione ininterrottamente, avidamente, sette giorni su sette, per oltre cinquant’anni, vivendo nella grigia cantina del palazzone che l’università gli aveva concesso per ospitare i suoi laboratori. Nel 1980, per i suoi instancabili sforzi gli fu conferita la medaglia Fields, il Nobel per la matematica, che lui però non ritirò mai in protesta contro il costo eccessivo dei trasporti aerei, che riteneva antidemocratico. Questo episodio, interpretato da alcuni biografi come rivelatore e anticipatore di una crescente vocazione sociale che poi sfocerà di lì a pochi anni in un gesto clamoroso, lo ha reso celebre alle generazioni successive come il profeta dei voli low cost. Il primo volo low cost, tra Dublino e Londra, fu in effetti organizzato su un 747 che portava il suo nome.

Nel 1997 trovò finalmente la soluzione del dilemma matematico cui aveva dedicato la vita, ma sorprendentemente non la rese pubblica, semplicemente postò sul suo blog senza darne eco la notizia dell’avvenuta scoperta. Dopo alcuni mesi tuttavia un suo ex allievo, Junichiro Sakamoto, docente presso l’Università di Tokyo, navigando in internet si imbattè casualmente nel post e la voce iniziò a diffondersi nell’ambiente scientifico. Alla chetichella, tutti i migliori cervelli dell’epoca si recarono in pellegrinaggio negli scantinati dell’Università di Delft rimanendo sconvolti e confermando che la soluzione in effetti era lì, a portata di mano. E che avrebbe per sempre cambiato il modo in cui le generazioni future avrebbero guardato alla matematica, alla scienza e anche alla vita pratica. Solo che era praticamente impossibile capire come Kleinhoek ci fosse arrivato e che cosa esattamente avesse scoperto, tanto il suo ragionamento era fuori dagli schemi e pieno di sottintesi.

Tuttavia, nonostante le enormi pressioni internazionali affinché rendesse pubblica la sua scoperta la sera del 24 Maggio 1997 Kleinhoek dette intenzionalmente fuoco ai suoi laboratori, bruciò i suoi appunti e licenziò tutti i suoi collaboratori, poi chiuse il suo blog con un ultimo post formato da un’unica frase ‘ Sono arrivato alla irrevocabile conclusione che certe cose forse è meglio non le sappiate’. 

Il senso delle sue dichiarazioni è oscuro. C’è chi dice che ritenesse l’umanità non pronta all’impatto della sua scoperta. In questo senso secondo alcuni Kleinhoek fu pioniere di quel movimento di pensiero che esalta il ruolo della scienza, dall’alto dell’enorme bagaglio di conoscenze ormai accumulate, come ultimo e supremo decisore su quali scoperte e innovazioni tecnologiche rendere disponibili all’Umanità. Un decisore molto più lungimirante, obiettivo ed efficace, a detta di chi la pensa così, dei sistemi democratici.

Fatto tutto questo lo scienziato si ritirò in meditazione presso i monaci ortodossi del monte Athos, che lo ospitarono a condizione che non tentasse mai di realizzare sul posto le sue invenzioni, dove morì nel 2011 in circostanze misteriose, schiacciato pare da un pesante icona che stava dipingendo usando esclusivamente un pennello a setole grosse intinto nel minio. Non ha mai rivelato la sua scoperta. Il suo testamento è anch’esso composto di poche parole: ‘Non lascio al mondo eredi, parole, scoperte e studi postumi. Lascio invece al mondo intatti, irrisolti, anzi esaltati e disponibili allo studio, tutti i dubbi e le questioni aperte che ho trovato, esattamente come li ho trovati.’

Il testamento stanziava anche un lascito per la realizzazione del premio Kleinhoek-Ganzfalsch, a tutt’oggi uno dei riconoscimenti scientifici più ambiti a livello internazionale, che si conferisce ogni anno allo scienziato più saggio del mondo, ovvero quello che raggiunge la scoperta più sensazionale, ma che si impegni anche solennemente e contestualmente a non farne mai uso e a non rivelarla mai ad anima viva.

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Lo strano caso del mondo capovolto: fine pandemia mai

Permettetemi due o tre pensieri acidi, reflussi gastrico-spirituali da ‘fine ‘ pandemia.

Si dice spesso che questo è un mondo dove la comunicazione è tutto. Anche come la comunicazione viene incartata e impacchettata,cioè a dire l’apparenza è, o dovrebbe essere, il nostro pane quotidiano. A cominciare da istituzioni e imprese.

La sensazione che invece si ricava dalle comunicazioni degli ultimi giorni è che comunicare non si sappia. O, peggio, che non si voglia. E che in fondo si conti sulla memoria corta o sulla distrazione dell’uditorio. Ci sono alcuni paradigmi classici di questa comunicazione a rovescio.

Il 25 Aprile festeggiamo.

Il 26 Aprile festeggiamo ancora: la liberazione dal Covid per decreto. Tra cinquantanni la ricorrenza sarà festeggiata riunendosi a distanza attorno a un monumento raffigurante una mascherina di marmo e poi cantando l’inno dal balcone di casa.. Però attenzione, ci dicono gli stessi che hanno dato il lieto annuncio, il Covid’non è finito’. I ristoranti possono aprire, ma …se piove? Falliscono. Le scuole riaprono al 100% ma, i mezzi di trasporto? e le aule una volta arrivati? Gli stadi: mezzi aperti ma i teatri no. Anzi si: tanto comunque se li aprono li aprono quando normalmente in anni felici le stagioni erano già finite. Il decretismo italiano è l’equivalente governativo della pietra filosofale: per decreto si può creare più o meno tutto, lavoro, immunità di gregge, ordine dal caoos, oro dal piombo, qualcosa dal vuoto.

I vaccini? sono efficaci, anzi no, anzi forse. A giorni alterni. Ma comunque si faranno i richiami per le targhe dispari e comunque conviene farli i vaccini perchè sono come la maglietta della salute, che fa sempre bene. Il fatto che poi sudando venisse la bronchite perchè la maglietta ti si appiccicava addosso era un trascurabile effetto collaterale.

Shit happens, come dice qualcuno (But does why this shit always happens to me, dice il malcapitato direttamente coinvolto, che a proposito oggi si chiama ‘resiliente’ in quanto uso ad essere circondato di escrementi e anzi, ad assorbirli un poco alla volta).

La Superlega è il calcio dei ricchi: lo dicono anzi lo strillano quelli di Fifa e Uefa (in puro stile demi vierge) che negli ultimi anni hanno mercificato anche i fili d’erba dei campi da calcio, spesso facendo un quantomeno discutibile impiego dell’etica sportiva asservita al business. Il calcio attuale è invece, notoriamente, un calcio da poveri che favorisce le squadre di quartiere e i dilettanti. Infatti I campionati europei sono oasi di uguaglianza di mezzi e li vincono sempre squadre non pronosticate.

Fissare regole in contraddizione, dire cose che si situano all’apposto di ciò che si sta facendo. E’ uno sport praticatissimo. Viene in mente il ‘corri ma non sudare’ o ‘urla piano’ delle nostre mamme, il ‘Bellavista venga volontario’ del Liceo, oppure il noto monologo di Al Pacino: ‘Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate‘.

E poi ci sono in sondaggi che dicono ciò che la gente vuole, che però in realtà dice quello che pensa il sondaggista vorrebbe sentire, che interpreta e riporta a chi prende le decisioni che a sua volta fa quello che crede che la gente voglia. In tutto questo, nessuno che guardi ad un orizzonte più ampio dei tre giorni. Governare coi sondaggi è come correre la maratona con l’enfisema polmonare acuto.

Imperversa, si sa, il politicamente corretto: ovvero l’impossibilità di applicare il diritto fondamentale all’universale uguaglianza del cretino, senza distinzione di razza, sesso, credo religioso e appartenenza politica. Adesso ci sono categorie ai cui appartenenti del cretino non lo puoi dare a prescindere. Perchè si offendono e si sentono discriminati. Strano visto che i cretini sono numericamente (largamente)prevalenti sul globo. Oltretutto è un gruppo cui mi sono sentito sempre simpaticamente vicino. Questo viola un sacrosanto principio che dovrebbe essere riconosciuto dall’ONU. Dare modo al cretino di riconoscersi come tale e prendere coscienza è fondamentale. E se non è proprio un cretino, così potrebbe prendere provvedimenti.

Memoria corta: se non riusciamo a programmare oltre i tre giorni, non riusciamo neanche a ricordare fatti oltre il mese trascorso e quindi anche il perchè ce l’abbiamo con qualcuno. Se possiamo lo crocifiggiamo e poi passiamo oltre. E la politica se ne approfitta, ripulendo il sangue e riproponendoci dopo un pò la stessa minestra. Che accettiamo senza problemi, al massimo annusando un po’ il cucchiaio prima di ingerirne il contenuto. Siamo in lock down su un presente continuo.

Genericità: a furia di non sapere più conservare l’attenzione necessaria a leggere un messaggio più lungo di mezza pagina, approviamo tutto non capendo più niente.Sapendo poco di tutto e qualcosa di niente. Basta naturalmente che suoni bene e sia rassicurante, ovvero assomigli esattamente quello che ci aspettiamo che si dica. Sennò crea problemi. Ad esempio il politico deve parlare di sinergia e resilienza, il Papa benedire urbi et orbi, Miss e Mister Universo parlare della pace nel mondo, il cantante in voga usare un linguaggio che riesca a trasgredire ancora qualcosa etc etc

Bolla: sostantivo che sostituisce la parola fiducia. Significa guardare il mondo da uno specchio concavo. Se la pensi come me sei nella mia bolla. La bolla ospita solo quelli che la pensano come me. Ma se la pensi come me la mia non può essere che la verità. Cio che è nella bolla perciò è degno di fiducia, se è fuori è una fake fatto ad arte per fuorviarmi.

Terrapiattismo: alla fine hanno ragione loro, i terrapiattisti. Il mondo, per come lo vedono tanti, è piatto. Il trionfo di flatland. Anzi è fatto a fette, ognuno vive in una fetta. Chi finisce negli spigoli è fregato. La terza dimensione, quella curvilinea, è per i sempre più ridotti romantici amanti della filosofia, della politica con la P maiuscola e della cultura,.Per il resto ogni fetta è una tavola verde di forma quadrata con tanti circuiti stampati sopra e alcuni canali di comunicazione per i mezzi fisici. Uno è Suez: se si ostruisce, siamo rovinati. Se invece per un po’ non ci fossero le rotondità non sarebbe un problema.Si può vivere senza filosofia, democrazia e romanticismo: senza carta igienica e mascherine si tratterebbe di fronteggiare, disarmati e per giunta da due lati opposti, un problema insormontabile di contenimento degli orifizi.

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Luce e altro

A Maggio ci sarà di nuovo Italia Book festival con tante cose interessanti

Il Laboratorio ‘Vie brevi’ questa volta è dedicato al tema della luce. Stanno arrivando brevi interessanti, avete tempo fino al 3 Maggio

Torna “Le vie brevi” nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio! Leggete le istruzioni e inviate i vostri racconti a barzhaz@loggione.it Se il noir vi ha intrigato e se l’amore vi ha colpito (dato il numero dei racconti ricevuti dobbiamo dire che è stato peggio di Cupido!), perché questa volta non cimentarsi con..la luce?Questa volta tema del laboratorio di Barzhaz ‘Le vie brevi’ nel contesto della III Edizione di Italia Book Festival dal 7 al 9 Maggio sarà dedicato proprio alla luce. La luce è tante cose: chiarezza e benessere, ma anche rivelazione e accecamento. Traguardo ma anche inizio. A voi scegliere il punto di vista. Sorprendeteci!Racconti brevi, diciamo sulle 250 parole che sappiano illuminare questi nostri bui giorni . Se di amore era difficile scrivere (ma ci siete riusciti) scrivere di …luce rischia di essere ancora più arduo. Anche perchè scrivere breve di per sè non è affatto facile!Allo stesso tempo però mai come in questi tempi le forme espressive brevi (racconti, articoli, commenti e recensioni) sono state per tanti lettori la piccola porta di ingresso alle opere di scrittori cui ora non rinuncerebbero per niente al mondo. E viceversa la brevità è stata il trampolino di lancio per tanti autori.Il laboratorio e scuola di scrittura “Barzhaz ” , nelle sue espressioni Base e Avanzato è ormai una realtà (a Settembre ripartiranno i corsi online) e scrivendo un racconto in questa forma espressiva, sulla distanza delle 250 parole (parola più, parola meno, non siamo fiscali!) potrete farne parte almeno una volta a pieno titolo, sperimentando il nostro approccio alla scrittura. Come sempre forniremo infatti un feedback personale tecnico e di merito a tutti i partecipanti che servirà a condividere idee, affinare le tecniche e i mezzi espressivi e perché no a far da base per futuri contatti e collaborazioni. I migliori racconti saranno poi premiati durante Italia Book Festival.#racconti#raccontibrevi#barzhaz#italiabookfestival

Altra cosa, anzi due :

1.Scriptor è arrivato alle semifinali …

2. Maibuk è un social assai interessante e in crescita: dategli un’occhiata se potete…

è inoltre possibile che durate il festival ci siamo delle sorpese interessanti…stiamo registrando e provando qualcosa in questi giorni